Rassegna stampa 25 febbraio

 

Giustizia: entrato in vigore decreto-legge su sicurezza pubblica

 

Ansa, 25 febbraio 2009

 

Pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale il decreto legge 23 febbraio 2009, n. 11, con misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale. In vigore da oggi modifica il codice penale e l’ordinamento penitenziario, introduce il gratuito patrocinio per le vittime di violenza sessuale, il nuovo delitto di atti persecutori, l’allungamento da 2 a 6 mesi del trattenimento nei Centri di identificazione e espulsione per gli immigrati irregolari, e norme sul controllo del territorio.

Con dodici articoli, più uno sulla copertura finanziaria, il provvedimento prevede norme che modificano il codice penale e quello di procedura penale, l’ordinamento penitenziario, introduce il gratuito patrocinio per le vittime di violenza sessuale, il nuovo delitto di atti persecutori, il cosiddetto stalking, l’allungamento da 2 a 6 mesi del trattenimento nei Centri di identificazione e espulsione per gli immigrati irregolari, e una serie di norme sul controllo del territorio. Viene prevista l’assunzione di 2500 unità fra le forze dell’ordine ed incrementati di 100 milioni i fondi per la sicurezza.

Giustizia: per i violentatori custodia cautelare e niente "benefici"

di Giovanni Negri e Marco Ludovico

 

Il Sole 24 Ore, 25 febbraio 2009

 

Da oggi chi è indagato per violenza sessuale dovrà essere incarcerato e, se condannato non potrà usufruire dei benefici alternativi alla detenzione. Debuttano poi, il reato di stalking e tempi più ampi per il trattenimento dei clandestini nei centri di identificazione. Ma per vedere le ronde bisognerà aspettare.

Il decreto legge approvato venerdì scorso in consiglio dei ministri è stato pubblicato ieri (n. 11 del 23 febbraio 2009) sulla G.U n. 45 del 24 febbraio e inizierà dalla Camera il suo camino in Parlamento. Molte le misure già operative, dall’obbligatorietà della custodia cautelare in carcere, in caso di gravi indizi di colpevolezza, per un nutrito elenco di reati a matrice sessuale (ai cui condannati è escluso l’accesso ai permessi premio, all’assegnazione di lavori socialmente utili e delle misure alternative alla detenzione), al nuovo reato di "atti persecutori" (che anticipa parte del disegno di legge sullo stalking in discussione al Senato), con l’obiettivo di sanzionare episodi di minacce e di violenze reiterate prima che possano generare condotte più gravi come la violenza sessuale e l’omicidio.

La pena prevista è la reclusione da 4 mesi a 6 anni con aggravante se il fatto è commesso dall’ex partner o nei confronti di soggetti particolarmente vulnerabili. La procedibilità è di solito per querela ma in alcuni casi il Pm potrà agire d’ufficio. Introdotte poi, anche forme di sbarramento preventivo, come l’ammonimento o il divieto di avvicinamento.

Il decreto punta anche a rafforzare l’efficacia delle procedure d’espulsione: da oggi il trattenimento nei Centri di identificazione potrà essere prolungato sino a complessivi 180 giorni,con verifica dell’autorità giudiziaria, in tutti i casi in cui lo Stato di appartenenza del clandestino tarda nel fornire la documentazione o lo straniero rallenta la procedura di rimpatrio. Non è ancora in vigore la disciplina delle ronde.

Dovrà essere il ministero dell’Interno a definire i requisiti per l’iscrizione delle associazioni nell’elenco e il loro ambito operativo. I Comuni dovranno poi avvalersi in via prioritaria di associazioni costituite dal personale in congedo delle forse dell’ordine. Nel 2008 le violenze sono in diminuzione: sugli stupri, i dati del Viminale indicano un calo: -8,4% nel 2008.

Nel triennio 2006-2008 gli autori sono italiani nel 60,9% dei casi, seguiti da romeni (7,8%) e marocchini (6,3%). Milano, con 480 casi, supera Roma (317) e Bologna(139). Il Viminale poi ha precisato che occorre "tener conto del fatto che i cittadini stranieri responsabili di circa il 40% dei reati di violenza sessuale commessi in Italia nel 2008, rappresentano meno del 6% della popolazione residente".

Giustizia: gli avvocati italiani contro il decreto legge sicurezza

di Oreste Dominioni (Presidente dell’Unione Camere Penali Italiane)

 

Il Riformista, 25 febbraio 2009

 

Il decreto legge che anticipa alcune disposizioni previste all’interno del disegno di legge sulla sicurezza rappresenta una grave frattura dei principi di civiltà giuridica fondanti di una democrazia liberale.

La maggioranza di governo, invece di affrontare seriamente i problemi della sicurezza e della giustizia in termini di efficienza, di migliore organizzazione e di risorse - che anzi vengono sensibilmente ridotte - preferisce la strada della decretazione d’urgenza per dare in pasto all’opinione pubblica, allarmata e fomentata da una campagna di allarme indiscriminato e pericoloso, provvedimenti illiberali e di marca autoritaria.

I dati del ministero degli Interni registrano una regressione per quanto riguarda anche i più inquietanti fenomeni criminali (i reati di violenza sessuale sono in sensibile diminuzione nell’ultimo anno in particolare, mentre preoccupante rimane il fenomeno della violenza sessuale tra le mura domestiche e che riguarda in gran parte famiglie "normali") eppure la maggioranza - trovando spesso una resistenza solo marginale o di facciata dell’opposizione - sembra voler esasperare il clima di insicurezza per giustificare provvedimenti ispirati da logiche demagogiche, di consenso e di risposta agli equilibri e agli interessi specifici delle forze politiche che sostengono il Governo.

Questa campagna inutile e pericolosa oggi si traduce in un decreto legge che si colloca fuori dalla Costituzione non solo per la mancanza del presupposto della straordinaria necessità e urgenza prescritto dall’art. 77 Cost., ma anche per il carattere illiberale del suo contenuto.

Le cosiddette ronde, ovvero la facoltà per i sindaci di avvalersi di "associazioni" di privati cittadini per il controllo del territorio e il contrasto dei fenomeni criminali, rappresentano una soluzione inutile, dannosa e irresponsabile. Lungi dal garantire standard accettabili di sicurezza nel territorio, una simile disposizione sembra trascurare i possibili, se non probabili, riflessi che determinerà in termini di intolleranza e di gestione del fenomeno, dai potenziali incontrollabili effetti. Ancora più grave è il fatto che lo Stato abdichi alla sua imprescindibile ed esclusiva funzione di garanzia della sicurezza pubblica.

Il decreto legge inoltre anticipa norme contenute nel ddl approvato al Senato, relativo ai reati di violenza sessuale e all’immigrazione. L’introduzione dell’obbligatorietà della custodia cautelare anche per gli indiziati di violenza sessuale è in palese e preoccupante contrasto con i principi della presunzione di innocenza e rappresenta una regressione sul piano dei diritti e delle garanzie dei cittadini.

Come per tutti i giudizi di pericolosità sociale presunta contenuti nel codice di procedura penale, va stigmatizzato che venga sottratta al giudice la possibilità di valutare nel caso concreto l’opportunità o meno di adottare una misura cautelare, e quale tra quelle previste dal codice. Si viene cosi a incidere sulla presunzione di non colpevolezza e si assimilano tra loro casi concreti manifestamente diversi, magari di scarso allarme o non tali da denunciare pericolosità sociale nel caso specifico.

Si pensi ad esempio che nella nozione di violenza sessuale possono rientrare una carezza o un bacio fuggevole: fatti spregevoli, ma non certo assimilabili a quelli di cui si parla in questi giorni. L’esclusione pregiudiziale e "a prescindere" della possibilità di concessione delle misure alternative alla detenzione per i condannati per taluni reati di violenza sessuale viola il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena.

Preoccupano anche i provvedimenti relativi al contrasto dell’immigrazione clandestina, con la scelta di aumentare fino a 18 mesi il tempo di permanenza nei centri di identificazione ed espulsione, che rischiano così di configurarsi come veri e propri campi di detenzione estranei alla nostra civiltà giuridica.

Queste disposizioni rappresentano il parto di un legislatore schizofrenico, che invoca da un lato le garanzie e la presunzione d’innocenza per i politici inquisiti, e ritiene di poter sacrificare gli stessi principi per i più deboli, come se i valori del processo giusto, le garanzie processuali, il rispetto delle regole del gioco fossero divisibili a seconda della categoria di cittadini da giudicare.

Di fronte all’emotività di queste scelte, l’Unione delle camere penali italiane ricorda che lo Stato forte non è quello che viene meno al rispetto dei valori costituzionali del processo penale, ma è tout court lo Stato di diritto, che applica severamente le regole esistenti e che garantisce la certezza della pena non con una condanna preventiva, ma con un percorso processuale di ragionevole durata senza alcun sacrificio delle regole di accertamento dei fatti. Processi di piazza e processi esemplari (concetti che per molti versi coincidono) sono fenomeni che rischiano di sfuggire di mano, e di politici apprendisti stregoni la storia fornisce fulgidi esempi.

Giustizia: custodia cautelare anche senza firma di Capo Procura

 

Italia Oggi, 25 febbraio 2009

 

Maggiore autonomia ai pubblici ministeri quando chiedono la custodia degli indagati nei procedimenti di cui sono titolari. È infatti valida l’istanza inoltrata senza la firma del capo della Procura così come è valida la decisione del Gip di convalidare una misura voluta solo dal procuratore aggiunto.

Denunciando un vuoto legislativo nella riforma Castelli (legge n. 150 del 2005), le sezioni unite penali della Cassazione, con la sentenza n. 8388 di ieri, hanno messo nero su bianco che "l’assenso scritto del procuratore della repubblica, previsto dall’articolo 3, comma 2 del dlgs 106 del 2006, non configura come condizione di ammissibilità della richiesta di misure cautelari personali presentata dal magistrato dell’ufficio del pubblico ministero assegnatario del procedimento, né di validità della conseguente ordinanza cautelare del giudice". A parere del collegio esteso andava privilegiato "il funzionamento degli uffici" delle procure, anche se questa decisione promette già un’accesa polemica.

Ma la Cassazione non ha dribblato alcune considerazioni sulle conseguenze per il magistrato aggiunto che procede senza la firma del capo: rischia un procedimento disciplinare. "Ritiene infatti la Corte", si legge in un passaggio chiave della sentenza, "che l’articolo 3 del dlgs 106/06 riguardi esclusivamente l’organizzazione interna dell’ufficio di Procura ed abbia valenza meramente ordinamentale e disciplinare, senza che le eventuali condotte elusive della prerogativa riservata al procuratore della Repubblica da parte del sostituto, da un lato, o le eventuali determinazioni strumentali del primo, lesive dei pur legittimi spazi di autonomia spettanti al secondo, dall’altro, possano rivestire alcun rilievo esterno sul terreno del regime propriamente processuale della misura cautelare". Dunque, è valido il provvedimento con il quale erano stati disposti gli arresti domiciliari nei confronti di un imputato di Genova, accusato di delitti di turbativa d’asta e concussione.

Giustizia: 10 anni del Gom, molti episodi di violenza non chiariti

di Stefano Anastasia e Patrizio Gonnella

 

Associazione Antigone, 25 febbraio 2009

 

Oggi vengono celebrati i 10 anni di attività del Gruppo Operativo Mobile della Polizia Penitenziaria. Il Gom, istituito nel 1997 e riconosciuto formalmente con decreto del guardasigilli nel febbraio 1999, si occupa dei detenuti sottoposti al regime differenziato del 41 bis. Alla cerimonia intervengono il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, il ministro della Giustizia Angelino Alfano e il capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Franco Ionta. Ripubblichiamo un articolo apparso sul Manifesto il 28 luglio 2001 all’indomani delle violenze a Bolzaneto.

G.O.M., ovvero Gruppo Operativo Mobile, ovvero corpo speciale di Polizia penitenziaria. Sganciato da ogni controllo è chiamato a gestire le emergenze, i casi particolari, le situazioni a rischio. E la caserma di Bolzaneto era una di queste.

Come sicuramente lo sono state in passato le carceri di Pianosa e Secondigliano, dove il progenitore dei Gom, lo Scopp (Servizio centrale operativo Polizia penitenziaria) è stato coinvolto in gravissime inchieste di pestaggi sistematici. Cambia il nome, ma non cambiano la sostanza e le persone. L’inchiesta sulle violenze nell’isola di Pianosa avvenute nel 1992 - sì proprio quella Pianosa che il Ministro Castelli vuole inopinatamente riaprire - è giunta sino alla Corte Europea dei Diritti Umani, sfiorando la ignominia della condanna per tortura. I giudici di Strasburgo hanno comunque riconosciuto la estrema gravità dei maltrattamenti inferti al povero Benedetto Labita (colpi ai testicoli, manganellate alle gambe, violenze gratuite), successivamente scarcerato perché innocente.

Ma di chi sono le responsabilità quando accadono episodi di violenza brutale da parte delle forze dell’ordine? Dei poliziotti o dei loro datori di lavoro? Le dichiarazioni rese da Alessandro Margara, allora presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, alla Corte Europea sono eloquenti: "I fatti accaduti nella prigione di Pianosa erano stati voluti o quanto meno tollerati dal Governo in carica.

In particolare i trasferimenti erano effettuati secondo modalità volte a intimorire i detenuti stessi. La famigerata sezione Agrippa era stata gestita ricorrendo ad agenti provenienti da altre regioni (ossia reparti speciali) che disponevano di carta bianca. Il tutto corrispondeva ad un preciso disegno". Non diversamente da quanto avvenuto nella caserma di Bolzaneto. Poliziotti e uomini di governo parimenti responsabili, a Pianosa, come a Genova.

I Gom, come tutti i gruppi speciali, nelle missioni non rispettano le stesse regole degli altri poliziotti, rispondono a un mandato specifico, lo spirito di corpo, che di per sé condiziona negativamente qualsiasi forza organizzata militarmente in quanto alimenta scelte di autodifesa e di mancanza di trasparenza, si amplifica a dismisura nei reparti speciali.

Corpi chiusi, regole ad hoc, lavoro non soggetto a controlli come per gli altri agenti e quindi rischi di impunità. Sono queste ragioni sufficienti perché tali corpi vengano sciolti. L’ordine pubblico e la sicurezza devono essere gestiti ordinariamente, nel rispetto dei diritti fondamentali della persona.

Più di un anno fa a Sassari è stata aperta la più grande inchiesta per maltrattamenti dell’Europa continentale: più di ottanta gli agenti arrestati, oltre al direttore e al provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria. Nelle prossime settimane sarà deciso il rinvio a giudizio. Sindacati e amministrazione allo scoppiare dello scandalo si difendevano con argomenti del tipo: non si generalizzi, le mele marce esistono dappertutto.

No. Non si tratta di mele marce, si tratta di disegni precostituiti, di scelte politico-culturali. Per smentirci, basta poco. Si sciolgano i Gom e si istituiscano forme indipendenti di controllo dei luoghi di detenzione.

Giustizia: detenuto pericoloso, no permessi per sesso con moglie

 

Adnkronos, 25 febbraio 2009

 

Niente sesso con la moglie per i detenuti pericolosi. Parola di Cassazione per la quale "la restrizione della libertà è ritenuta l’unico rimedio alla pericolosità persistente". In questi casi, dunque, chi è recluso in carcere non ha diritto a momenti di intimità con la propria consorte. In particolare, la Prima sezione penale ha bocciato il ricorso di un detenuto 44enne, Antonio Fausto P., che chiedeva di usufruire di un permesso per fare sesso con la moglie. Ma la Suprema Corte, come già aveva stabilito il Tribunale di Sorveglianza di Padova, gli ha detto no. Il detenuto, per ritagliarsi un po’ di spazio con la moglie, aveva già individuato l’alcova, presso una Casa di accoglienza di Padova. L’Antonio Fausto aveva chiesto di potere avere "un colloquio affettivo ed intimo con la propria moglie".

Ma la Sorveglianza di Venezia, il 21 maggio scorso, aveva negato il permesso data la pericolosità del detenuto. Antonio ha insistito in Cassazione, sollevando anche la questione di legittimità costituzionale sul rifiuto al sesso, in base ai diritti inviolabili dell’uomo, previsti dalla Costituzione, che appartengono al detenuto anche al di fuori del regime dei permessi premio.

Piazza Cavour ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha ricordato che "lo stesso ricorrente non poteva godere dei permessi premio" visto che essi sono riservati solo ai "detenuti non pericolosi". Inoltre, aggiunge la Cassazione, "la tutela dei rapporti familiari e dei diritti della persona, nell’ambito dell’esecuzione della pena, non può essere la stessa di quella prevista in regime di libertà, specie per i detenuti ritenuti pericolosi per cui la restrizione della libertà è ritenuta l’unico rimedio alla pericolosità persistente".

Giustizia: Alfano; tra 2 mesi sarà pronto il nuovo Piano carceri

 

Iris, 25 febbraio 2009

 

"60 giorni" per "un piano straordinario per la realizzazione di nuove carceri", Angelino Alfano, ministro della Giustizia, annuncia il provvedimento per fronteggiare il sovraffollamento delle strutture carcerarie, a margine della cerimonia per il decennale del Gruppo Operativo Mobile presso la Scuola di formazione del personale dell’amministrazione penitenziaria.

"Ieri la Camera ha approvato definitivamente la norma che dà poteri straordinari al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria; è nostro obiettivo consegnare entro 60 giorni il piano straordinario per la realizzazione di nuove carceri, per adeguare il livello carcerario italiano alle esigenze che noi riteniamo non possano essere inferiori a 60mila posti regolamentari" spiega il Guardasigilli.

"Ecco perché siamo fiduciosi di poter porre, per la prima volta un rimedio strutturale al tema del sovraffollamento. Oggi lo stato delle nostre carceri è veramente delicato; oltre un terzo dei detenuti sono stranieri. Continueremo a lavorare per tentare di far sì che chi ha commesso dei delitti in Italia ed è stato condannato, ed è straniero vada a scontare la pena nel suo Paese, con la certezza che non ritorni indietro" conclude Alfano.

Giustizia: Alfano; 600 detenuti in 41-bis, inasprimento di regime

 

Apcom, 25 febbraio 2009

 

Sono "un po’ meno di 600 i detenuti sotto regime del 41 bis": lo ha detto il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che questa mattina ha preso parte alla cerimonia per il decennale del Gruppo operativo mobile (Gom) della Polizia Penitenziaria.

"Il Senato - ha spiegato il Guardasigilli - ha approvato la norma che restringe ulteriormente e inasprisce il regime carcerario del 41 bis. Ora passerà all’esame della Camera. L’obiettivo, portato avanti dal Gom di cui oggi si festeggia il decennale - ha aggiunto - è quello di impedire ai mafiosi del 41 bis di comunicare con l’esterno.

In buona misura questo obiettivo è stato centrato e ne siamo lieti. Ci sono stati dei deficit nella revoca del 41 bis da parte della magistratura - ha concluso Alfano - e a questo abbiamo posto rimedio attraverso la norma".

"Il Gom - ha detto durante il suo intervento alla cerimonia - è un’eccellenza del corpo di polizia penitenziaria, che svolge compiti delicati e opera direttamente per contrastare la criminalità organizzata di tipo mafioso e terroristico". Per Alfano, uno dei pilastri del governo Berlusconi "è il rispetto delle regole, la lotta alla mafia e al terrorismo".

"Questi uomini - ha proseguito Alfano - vivono rischi, sofferenze e sacrifici e sono costretti a guardare negli occhi i capi di Cosa Nostra. Le radici del loro impegno sono ben salde e anche se il loro ruolo è meno visibile - ha concluso il ministro della Giustizia - è molto esposto per contrastare la mafia e il terrorismo".

Per il capo del Dap, Franco Ionta, "le scelte che Governo e Parlamento fanno in materia di 41bis faranno sì che ci saranno delle concentrazioni ulteriori rispetto alle attuale. Ci sarà necessità di maggiore vigilanza, di maggiore controllo. Io credo in una allocazione in poche sedi dei detenuti del 41 bis, a una rotazione del personale e credo che questo richiederà un ulteriore sforzo e impegno del Gom".

Giustizia: Alfano; libertà di cronaca, ma anche tutela di privacy

 

Apcom, 25 febbraio 2009

 

Nessuna compressione della libertà di cronaca ma "vogliamo difendere il diritto alla privacy dei nostri cittadini, il diritto alla riservatezza di coloro che vedono invasa la loro vita privata": il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, spiega così il senso del ddl sulle intercettazioni contro il quale sono scesi in campo anche giornalisti ed editori.

"Ci sarà un dibattito alla Camera - ha spiegato Alfano, a margine della cerimonia per il decennale del Gruppo Operativo Mobile presso la Scuola di formazione del personale dell’amministrazione penitenziaria - che noi non intendiamo spuntare le armi della magistratura e non intendiamo comprimere la libertà di cronaca, ma intendiamo semplicemente far sì che non si continui ad abusare delle intercettazioni perché vogliamo difendere il diritto alla privacy dei nostri cittadini, il diritto alla riservatezza di coloro i quali vedono invasa la loro vita privata".

Per il Guardasigilli "l’intercettazione è uno strumento che va maneggiato con cura. Nel dibattito parlamentare - ha concluso Alfano - chiederemo quali proposte di miglioramento si potranno inserire. Ma credo sia giunto il momento delle decisioni".

Giustizia: 4.000 i magistrati "precari", pagati 98 euro a udienza

 

Corriere della Sera, 25 febbraio 2009

 

Toh, ma allora esistono anche loro. I quattromila magistrati onorari dei tribunali italiani. Adesso che a Bologna una di loro è finita nella bufera per non avere convalidato il decreto di allontanamento di un cittadino comunitario romeno che 6 mesi dopo ha commesso uno stupro, ecco che "si scopre" l’esistenza di questo ircocervo della giustizia italiana: la categoria dei magistrati per funzioni ma non per carriera, reclutati per titoli anziché per concorso, a tempo ma continuamente prorogati, pagati a cottimo e senza pensione- malattia-ferie come precari del diritto, teoricamente solo di supporto ai magistrati togati ma in realtà ormai insostituibili nei Tribunali italiani.

 

Quanti sono

 

Già i numeri lo segnalano. A fronte di un ruolo di 8.790 magistrati togati, ve ne sono 7.833 onorari: 6.048 giudicanti (quasi quanti i 6.526 giudici di carriera) e 1.785 requirenti (a supporto dei 2.264 pm usciti dal concorso). Se si tolgono (per la loro differente specificità) gli oltre 3.900 giudici di pace, i magistrati onorari restano appunto quasi 4mila: 2.081 sono i giudici onorari di tribunale (got) e 1.785 i viceprocuratori onorari (vpo).

 

Chi sono

 

Il loro reclutamento avviene per valutazione dei titoli (la laurea in legge è ovviamente il prerequisito), con nomina fatta dal Csm e ratificata dal ministro della Giustizia. Il primo paradosso è che l’incarico sarebbe dovuto essere triennale, come previsto dalla legge Carotti che nel 1998 arruolava giudici e pm onorari "al limitato scopo di esaurire i giudizi pendenti alla data del 30 aprile 1995": ma nella realtà, di proroga in proroga, le funzioni onorarie si sono protratte, e l’ultima proroga del 2008 fissa il teorico ultimo termine al primo gennaio 2010. Gli unici a esaurirsi davvero sono stati i giudici onorari aggregati (goa) nati nel 1997 per smaltire l’arretrato civile pre-1995: dovevano durare cinque anni, hanno cessato di esistere solo il primo gennaio 2007.

Per legge c’è incompatibilità assoluta a svolgere, entro il medesimo circondario, le funzioni di magistrato onorario e la professione di avvocato: tuttavia, in quelle province dove ci sono più (piccoli) circondari, accade che giudice onorario e avvocato possano scambiarsi le casacche nel raggio di qualche chilometro, situazione che lascia unicamente al loro scrupolo morale la risoluzione di palesi conflitti di interesse e anche già soltanto di possibili reciproci condizionamenti psicologici.

 

Cosa fanno

 

In materia civile i giudici onorari concorrono ad assorbire il contenzioso di primo grado senza limiti di valore; in materia penale può essere loro la quasi totalità dei reati di competenza del tribunale ordinario, dove celebrano i processi e li decidono con sentenza, proprio come i loro colleghi di carriera. Quanto ai viceprocuratori onorari, essi rappresentano la pubblica accusa in udienza (al posto dei pm togati, che così possono dedicarsi in ufficio alle indagini oppure seguire i dibattimenti più delicati) nella quasi totalità dei procedimenti per reati di competenza del giudice monocratico (che vuol dire discutere di pene sino a 10 anni di carcere), nonché per i reati minori decisi dai giudici di pace.

 

Quanto pesano

 

Per avere un’idea di quanto ormai la giustizia italiana non possa più fare a meno di loro, bisogna guardare gli ultimi dati ufficiali che, come tutti in questo settore, sono stagionati al 2003: i giudici onorari si sono visti assegnare il 12% dei procedimenti civili (254mila cause) e hanno svolto il 20% delle udienze (61mila). Nel penale, i giudici onorari hanno smaltito il 23% dei processi nazionali, con 19mila udienze per 90mila fascicoli. Ancora più alta l’incidenza del lavoro dei vpo, ai quali sono stati assegnati il 39% di tutti i procedimenti delle Procure, attraverso la delega a trattare 569mila fascicoli e a rappresentare l’accusa in 73mila udienze. In una grande sede come Milano, c’è già stato il "sorpasso": nei primi 10 mesi del 2008 i pm di professione hanno sostenuto 3.141 udienze (davanti a gup, Tribunali, Corti d’Assise) e hanno potuto svolgere almeno un po’ di indagini solo grazie al fatto che, al posto loro, sono stati i vpo ad andare a rappresentare l’accusa in altre 3.820 udienze, sostenendola nel 78% dei reati di competenza monocratica e nel 90% di quelli davanti ai giudici di pace.

 

Il corto circuito

 

Sfrangiata da Procura a Procura è invece la collocazione dei vpo nella fase pre-dibattimentale. Qui non ha aiutato negli anni l’ondivaga attitudine delle varie consiliature del Csm: l’attività inquirente svolta fuori udienza nei procedimenti di competenza del giudice di pace è stata ammessa ma poi non più retribuita, così come è stata infine negata (dopo essere stata consentita) la redazione delle richieste di emissione dei decreti penali di condanna. Confusione anche sui got, visto che le circolari Csm prima hanno negato, poi ammesso, poi di nuovo negato che i giudici onorari potessero partecipare ai collegi giudicanti penali.

Il risultato è una serie di corto circuiti. Al got è fatto divieto di giudicare i reati che arrivano dall’udienza preliminare, però il vpo può rappresentare l’accusa in quegli stessi processi; il vpo non può svolgere attività di indagine sui reati di competenza del tribunale, però quando questi reati approdano in aula può ricoprire l’accusa proprio nella fase decisiva del dibattimento. Ma è anche vero che non di rado proprio i capi degli uffici giudiziari, alle prese con gravi carenze d’organico della magistratura professionale, hanno aggirato le circolari restrittive del Csm, per esempio inserendo ugualmente giudici onorari nei collegi penali con una interpretazione molto elastica del concetto di "mancanza o impedimento " dei giudici togati.

Di rammendo in rammendo, peraltro, anomalie nell’assetto generale dell’ordinamento sono ormai evidenti: i magistrati onorari svolgono le loro funzioni senza quella selezione che invece attraverso il concorso screma e prepara i magistrati di carriera, il periodo di tirocinio è molto più breve (4 mesi per i got e 3 per i vpo) dei 2 anni dei togati, le verifiche di professionalità oggettivamente più tenui.

 

A cottimo

 

Tasto dolente, da molto tempo, quello dei compensi: non stipendi (non se ne parla proprio perché per le legge esercitano soltanto funzioni onorarie, senza un inquadramento stabile, senza uno statuto), ma indennità lorde di 98 euro a udienza: anche qui con un profluvio di ordini e contrordini dal ministero della Giustizia, come quando nel 2007 una circolare di via Arenula ha riconosciuto la retribuibilità anche dei patteggiamenti, dei riti abbreviati e delle dichiarazioni di non luogo a procedere, e l’anno dopo un’altra circolare ha invece non soltanto rifiutato di corrispondere gli arretrati nel frattempo chiesti dai magistrati onorari, ma ha posto forse le basi anche per la restituzione di quanto nel frattempo già percepito a quel titolo. Più di tutto, però, pesa ai magistrati onorari di essere dei precari del diritto, non soltanto pagati a cottimo ma privi di contributi previdenziali, retribuzione nei giorni di malattia o ferie, assistenza in maternità. Rivendicazioni alla base delle tornate di sciopero proclamate nell’ultimo anno.

 

Le prospettive

 

Progetti di legge di ogni genere, per una riforma della magistratura ordinaria, si sono via via affastellati e contraddetti: da quelli che ritagliano una fetta specifica di giurisdizione a quelli che invece immaginano per got e vpo un ruolo vicario nel futuribile "ufficio del processo " in chiave di supporto al magistrato togato. Ma la Federmot, l’organizzazione di categoria, non condivide "progetti che vorrebbero trasformare questo genere di incarico in una sorta di Kindergarten per neolaureati o, all’opposto, in una nuova edizione di un’attività per pensionati, già malriuscita in passato. Sono idee che, se realizzate, porterebbero ad un ineguale scontro in aula fra giudici e pubblici ministeri inesperti od esausti da una parte e le migliori forze dell’avvocatura dall’altra".

Giustizia: emergenza in 57 procure, ai giovani vietato fare i pm

di Luigi Ferrarella

 

Corriere della Sera, 25 febbraio 2009

 

Caltanissetta, Italia. È il distretto giudiziario con le maggiori scoperture d’organico di magistrati togati, nelle Procure mancano dal 44% all’80% dei pm, ed è ormai quasi luogo comune il deserto che (specie in sedi come Gela o Enna) nessuna toga italiana sembra voler colmare di propria iniziativa, al punto che ha fatto clamore la scelta della pm genovese Anna Canepa di farsi applicare per sei mesi nella Procura della città del petrolchimico retta da pochi mesi dalla pm (ex dell’Antimafia romana) Lucia Lotti.

Eppure, questo luogo comune nasconde una verità ignota ai più, anche a coloro che magari familiarizzano per moda con le innegabili virtù organizzative del Tribunale del presidente Mario Barbuto a Torino o della Procura di Cuno Tarfusser a Bolzano: secondo le statistiche ufficiali del ministero di Giustizia, infatti, proprio il negletto distretto giudiziario di Caltanissetta è un primatista di efficienza.

L’indice di ricambio, che misura quanti procedimenti vengono smaltiti in un anno rispetto alla marea di nuovi fascicoli che sommerge i pochi magistrati, di solito è già raro che sia in pari, tanto che la media delle Corti d’Appello italiane ha visto smaltire nel 2006 solo l’83% di quanto arrivato e nel 2007 ha sfiorato a fatica il 96%. Invece, da due anni il distretto di Caltanissetta è in testa a questa speciale classifica nel penale, con una percentuale di smaltimento addirittura del 187,8% nel 2006 e del 142,8% nel 2007, dunque riuscendo anche ad assorbire una consistente fetta di arretrato; mentre nel civile, nel diritto del lavoro e nelle cause previdenziali, pur ultima provincia d’Italia per qualità della vita, le statistiche collocano Caltanissetta al secondo posto fra le province del Meridione, e a un decoroso 58esimo su tutta Italia.

Non è stato un caso che, come sua ultima uscita pubblica, il presidente uscente della Corte Costituzionale, Giovanni Maria Flick, la settimana scorsa abbia voluto tenere proprio a Gela una lezione di "Costituzione e dignità". Ma anche questi sforzi rischiano di non poter essere umanamente sostenuti se precipiterà la situazione da tempo prefigurata dai magi-strati, e ormai riguardante non solo poche sedi del Sud ma 57 Procure in tutta Italia: lo spopolamento (senza ricambio) di uffici giudiziari dove l’ordinamento giudiziario voluto dal ministro Mastella e mantenuto da Alfano vieta ai magistrati di prima nomina (in media trentenni che hanno finito il tirocinio presso colleghi esperti) di fare il pm o il giudice monocratico.

Gli incentivi che il ministro Alfano ha promosso l’estate scorsa per i magistrati che fossero disposti a trasferirsi qualche anno nelle "sedi disagiate" non hanno ancora trovato attuazione concreta tra ministero e Csm, al punto che via Arenula pochi giorni fa ha inserito nel disegno di legge di riforma del processo penale la possibilità di trasferire d’ufficio, nelle sedi non coperte per mancanza di aspiranti, i magistrati che lavorino nello stesso ufficio da più di 10 anni. Nel frattempo, al danno si aggiunge a volte la beffa.

Il legislatore non ritiene che possano fare i pm i giovani magistrati di prima nomina; ma, in compenso, tali supposti inesperti e inaffidabili magistrati possono benissimo autorizzare un’interruzione di gravidanza, ordinare trattamenti sanitari obbligatori, decidere su pignoramenti e fallimenti, e in sede civile sequestrare patrimoni e aziende senza limiti di valore. Una legge in cantiere impedirà loro di avviare un’intercettazione, però potranno decidere (lo prevede il disegno di legge sul testamento biologico) su ogni controversia circa l’interpretazione della volontà del malato o la definizione di quali pratiche debbano essere considerate alimentazione idratazione.

"Nonostante sforzi e risultati - osserva il gip Giovambattista Tona, dell’Anm di Caltanissetta -, le riforme continuano a non tenere conto delle esigenze dei distretti giudiziari "di provincia", che subiscono le conseguenze di un approccio ideologico e litigioso della politica. Ogni anno si parla della necessità di riforme: però di anno in anno non arrivano le coperture di organico, non arriva il personale giudiziario, non arrivano i mezzi e le risorse".

Giustizia: quelle inutili ronde... solo per pagare pegno alla Lega

 

Italia Oggi, 25 febbraio 2009

 

Che le ronde, mandate di pattuglia nelle notti tenebrose tra "baluba" e "barbùn", servano solo a divertire i vigilantes padani, che in questo modo evitano un’altra serata uggiosa in famiglia, è cosa che sappiamo tutti, a cominciare dai legislatori. Però si finge che queste squadre di tiratardi e anche un po’ di sfaccendati facciano la differenza: niente più stupri né chiassate né rapine. Mancando il panem, cioè una politica della sicurezza efficace e politicamente difendibile, vuoi non dispensare almeno qualche circenses, cioè provvedimenti inutili ma spettacolari, all’opinione pubblica padanista e reazionaria? Detto e fatto: abbiamo le ronde, come nei film americani da quattro soldi.

Charles Bronson, nel Giustiziere della notte, era naturalmente un’altra cosa. Liquidava i farabutti a revolverate, rilasciando a ciascuno un foglio di via definitivo: i teppisti, quando l’ombra del giustiziere si profilava di lontano, si dileguavano subito nella notte, squittendo come i topini di Cenerentola. William Burroughs, romanziere pop, maestro di sperimentazioni letterarie, egli stesso un deviante, avrebbe voluto fondare l’Ordine dei Gentiluomini Grigi per spazzare via i malviventi dalla metropolitana di New York: "Se vedi qualcuno che viene molestato, devi avvicinarti e dire in tono indifferente ma deciso: "Mia buona donna, quest’uomo la sta forse importunando?". Quindi afferri questo teppista per un braccio e glielo storci. Capito? I Gentiluomini Grigi lasciano sempre il loro biglietto da visita".

Meno seducenti e romantiche, lì a marciare sotto i portici di qualche paesotto fuori mano, le ronde istituzionalizzate dai nostri legislatori sono cattiva letteratura, e non hanno l’aria di poter combinare granché.

Più che i giustizieri dandy di William Burroughs ricordano i poliziotti delle comiche finali, che rotolano giù dalle auto di servizio e poi le rincorrono agitando il bastone, rovesciando carretti di frutta e scivolando sulle bucce d’arancia. I rondisti rimediano, al più, qualche figuraccia. Come una o due sere fa, in televisione, quando si è vista una ronda cacciata via da un africano indignato: già uno è clandestino, oppure non lo è ma tira egualmente la vita con i denti, e se ne arrivano a chiedere i documenti, e chi sei e da dove vieni e come campi, questi rompiballe ben coperti e ben nutriti, gente che già dopo il tigì della notte gli viene freddo e nostalgia di casa e allora cerca scampo, per un grappino corretto caffè, negli ultimi bar aperti.

Giustizia: Maroni; in ronde non ci saranno dilettanti allo sbaraglio

 

La Stampa, 25 febbraio 2009

 

Nelle ronde non ci saranno "dilettanti allo sbaraglio", ma verrà attuato "un controllo fortissimo da parte degli organi di polizia su chi vi partecipa". Mentre Vaticano ed opposizione continuano ad attaccare la novità introdotta dal decreto legge sulla sicurezza (domani pubblicato in Gazzetta Ufficiale), il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, tiene duro. Chi è "contro la proposta del Governo - sostiene Maroni - è a favore della ronda "fai da te". Questo bisogna dirlo con grande chiarezza. E bisogna svelare l’ipocrisia di chi vuole essere per la legalità e chi invece sostiene o favorisce iniziative che sono al di fuori di ogni controllo".

Per mettere a punto le caratteristiche che devono avere le associazioni di volontariato per la sicurezza, il ministro si è "procurato le delibere e i regolamenti più significativi delle città che già utilizzano questo sistema, tra cui Verona". Oggi, ricorda il titolare del Viminale, "in centinaia di comuni ci sono iniziative di questo genere: nella migliore delle ipotesi sono regolate da un regolamento comunale, altrimenti sono iniziative che esprimono un’esigenza, ma lo fanno in modo sbagliato. Col nostro decreto - sottolinea - vogliamo condividere la richiesta di partecipazione che viene dai cittadini, ma vogliamo che sia anche una cosa regolata e controllata dalle forze dell’ordine".

Ma dal Vaticano arrivano ancora critiche e puntualizzazioni. "È importante - spiega mons. Arrigo Miglio, presidente della Cei per i problemi sociali e il lavoro - che tutti insieme evitiamo di alimentare un clima di paura. Il problema dal punto di vista ecclesiale va impostato calibrando il tema delle ronde su quello degli immigrati" e "quando parliamo di immigrati, non possiamo allontanarci da due parole chiave che sono accoglienza e legalità". Più netta l’opposizione di Francesco Rutelli (Pd). "Questo delle ronde - rileva - è un pessimo annuncio simbolico. Il passo tra queste ultime e le spedizioni punitive, unite al pericolo che qualcuno spacchi la testa a gente incolpevole, è brevissimo".

È paradossale, osserva da parte sua Antonio De Poli, portavoce dell’Udc, "che il ministro Maroni dica di non volere dilettanti allo sbaraglio per le ronde. I professionisti del controllo del territorio, della sicurezza e della tutela del cittadino esistono e sono gli uomini e le donne delle forze dell’ordine". L’ex deputato di Prc, Francesco Caruso, si spinge a proporre "contro-ronde sociali che intralcino il lavoro di queste milizie governative".

Da Alessandra Mussolini (Pdl) arriva un distinguo. "Sono - dice - contraria al fatto che un partito organizzi le ronde non per garantire la sicurezza, quanto per fare propaganda politica sulle nostre spalle. Le ronde o restano di persone neutre, che non abbiano alcun riferimento politico o diventano una buffonata dannosa per il Paese". Infine, un addetto ai lavori come il questore di Roma, Giuseppe Caruso, è cauto. Un giudizio sulle ronde? "Mi astengo - risponde - bisogna vedere meglio come funzioneranno e come stanno le cose perché le autorizzazioni sono in capo ai prefetti".

Giustizia: sul ddl per intercettazioni, il governo verso la fiducia

di Liana Milella

 

La Repubblica, 25 febbraio 2009

 

Maxi-emendamento e voto di fiducia. Il 10 marzo quando il ddl anti-intercettazioni tornerà in aula alla Camera. Con un ritocco soft alle imposizioni più contestate. I "gravi indizi di colpevolezza", necessari per fare l’ascolto, diventano "sufficienti"; il carcere da uno a tre anni (emendamento Bergamini) per chi pubblica testi da distruggere sostituito con una multa o con una sanzione disciplinare gravissima dell’Ordine; discovery degli atti anticipata dall’inizio del dibattimento alla prima proroga delle indagini (a sei mesi dall’avvio dell’inchiesta); motivazioni più specifiche per allontanare il pm denunciato dalle parti.

Sul maxi-emendamento, presente (forse) lo stesso Berlusconi, discuterà stasera il gruppo del Pdl alla Camera. Con il Guardasigilli Angelino Alfano e il sottosegretario Giacomo Caliendo che ieri ha affrontato la manifestazione di giornalisti ed editori, Ddl Alfano: se lo conosci lo eviti, lanciando un chiaro messaggio: "Non sono venuto per trattare modifiche né per fare accordi, ma vi dico: individuate un limite. Sono qui ad ascoltare". Che segue alla sfida, ma con apertura, di Maurizio Gasparri: "Sul diritto di cronaca serve un’ulteriore riflessione. Perfezioneremo il ddl, ma il carnevale di pubblicare tutto è finito".

E all’annuncio di Paolo Bonaiuti: "No al carcere, ma multe salate per i giornalisti a seconda del reato commesso". Maxi-emendamento dunque. Deciso dopo aver soppesato le tante voci critiche. Ieri il forzista Gaetano Pecorella, oggi la presidente aennina della commissione Giustizia e relatrice del ddl Giulia Bongiorno, autrice di una lettera al presidente dell’Ordine Lorenzo Del Boca.

Tutti sanno che la Bongiorno, sulla giustizia, esprime la linea del leader di An Gianfranco Fini. E la lettera trapela in Transatlantico proprio mentre si diffonde la voce della fiducia, ossia lo stop al dibattito. La Bongiorno è secca: il diritto alla riservatezza "non si risolva nella totale compressione" di quello alla cronaca. Stabilire "un generale divieto di pubblicazione potrebbe comportare il rischio di un’eccessiva limitazione non solo del diritto del cittadino a essere informato, ma anche di quello della collettività a controllare il modo in cui la giustizia viene amministrata in nome del popolo".

La lettera non piace ai falchi Pdl. Reagisce Niccolò Ghedini: "Non riesco a capire le sue perplessità, visto che ha contribuito a scrivere il testo". Gli fa eco Enrico Costa: "Ma se aveva dato dei pareri positivi, che succede ora?". La Bongiorno ribadisce quanto ha sempre sostenuto sin da quando il ddl è stato varato. Riassume i dubbi di altri, come il forzista Gaetano Pecorella, o di chi, nelle commissioni Affari costituzionali, Cultura, Affari sociali, vuole modifiche.

Pure Famiglia cristiana chiede di "non ridurre i poteri dei giudici" e di cambiare la formula dei "gravi indizi". La Gazzetta del Mezzogiorno è uscita con un avviso ai lettori, sotto ogni pezzo di giudiziaria c’era scritto che non ci sarebbe stato con il ddl Alfano.

Fiamme da Fnsi e Fieg. Lì parlano all’unisono i presidenti della Fnsi Roberto Natale e della Fieg Carlo Malinconico. Antonio Di Pietro e Marco Travaglio scelgono la disobbedienza civile, il referendum, il ricorso alla Consulta. "È incostituzionale" dice il primo. "Più lurida è meglio è, perché la bocceranno Consulta e Corte Ue".

Il segretario dell’Anm Giuseppe Cascini: "Fate vedere che succederà col ddl: 70-80% dei giornali resterà bianco. Se arresteranno il presidente di una Regione gli elettori non sapranno neppure perché è finito in cella".

Nuoro: i sindacati; carcere è affollato e personale è insufficiente

 

La Nuova Sardegna, 25 febbraio 2009

 

Il carcere come luogo di insicurezza, dove si registrano condizioni igieniche insufficienti, completa assenza delle più elementari misure di sicurezza nei luoghi di lavoro, degrado e abbandono, sovraffollamento. È la fotografia che di Badu’ e Carros e Mamone restituiscono Michelangelo Gaddeo e Giorgio Mustaro, della Cgil e Cisl Funzione pubblica, che ieri mattina hanno esposto in una conferenza stampa davanti all’istituto di Nuoro la situazione dei due penitenziari. L’immagine che restituiscono i sindacati è quella conseguente alla "politica del disinteresse e dell’abbandono, che condanna anche modelli dalle grandi potenzialità di recupero come Mamone alla morte per inedia", è stato detto.

E se a Mamone cresce ora il numero dei detenuti, dopo lo sfollamento avviato a Badu’ e Carros per via dei lavori di ristrutturazione alla seconda sezione, non cresce il numero degli agenti penitenziari. A Mamone i detenuti sono circa 300, a Badu’e Carros circa 150, ma nella sezione femminile si è già ben oltre i limiti della tollerabilità: 20 donne a fronte di 13 che dovrebbero starci.

"Nel carcere di Badu e Carros oltre il 40% dei reclusi è costituito da detenuti speciali e pericolosi. Rispetto ad un organico ministeriale previsto di 211 unita, ci si trova a far servizio in 194 unità. Aggrava il quadro il fatto che l’organico è stato determinato in proporzione ai detenuti e non tenendo conto dei posti effettivi di servizio che vanno coperti per assicurare le condizioni minime di sicurezza", ha sottolineato Gaddeo.

A Mamone la situazione non è meno grave: "A fronte di 110 agenti, i detenuti, da trecento che sono, si apprestano a diventare presto circa 500. Non c’è un direttore in pianta stabile, e anche la mancanza di personale amministrativo fa sì che molti agenti vengano spostati dai compiti d’istituto a quelli amministrativi", ha detto Mustaro.

Il 27 a Mamone ci sarà un’assemblea unitaria di tutto il personale, la Cgil e la Cisl sottolineano la necessità che i vertici della Regione e ministeriali si occupino del caso carceri che invece cade, purtroppo, nel disinteresse generale. Mustaro e Gaddeo hanno chiesto che la questione penitenziaria faccia parte della più articolata vertenza giustizia, richiesta accolta dagli avvocati che con i sindacati stanno cercando di fare fronte comune sulla vicenda.

C’è da chiedersi che fine abbia fatto e se il nuovo governatore della Sardegna Cappellacci si farà carico dell’accordo siglato nel 2005 tra giunta regionale e amministrazione penitenziaria per dare più vivibilità alle carceri e costruire la rete necessaria attorno ai detenuti, anche una volta fuori dal carcere. E non sembra imminente il ritorno nell’isola degli agenti penitenziari sardi che svolgono servizio nella penisola, il cui impiego in Sardegna potrebbe se non risolvere, almeno alleviare il problema degli organici.

Ancona: Sappe; a Montacuto 350 detenuti… qui si dorme a terra

 

Il Messaggero, 25 febbraio 2009

 

Carcere di Montacuto, ieri si è toccato il record dei detenuti: 350 ospiti. Decisa la reazione del Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria. "Cifre così non si erano mai viste - dice Aldo Di Giacomo, rappresentante del Sappe - le condizioni degli agenti e dei detenuti sono insostenibili. La sicurezza viene sempre meno. Chi è dietro le sbarre dorme per terra, sui materassi. In altri casi i letti a castello stanno diventando a tre piani, a parità di grandezza della cella. Così non può continuare".

Forlì: violenze sessuali su detenute, agente condannato a 3 anni

 

Ansa, 25 febbraio 2009

 

Era accusato di violenza sessuale nei confronti di alcune detenute. Si è concluso con una condanna a tre anni il processo che vedeva come attore principale un agente della polizia penitenziaria. L’episodio risale ad una calda notte di luglio del 2005. Secondo l’accusa l’imputato si era recato nella sezione femminile del carcere di Forlì nonostante fosse stato richiamato da alcune colleghe. Poi avrebbe "perquisito" una detenuta, appena rientrata da un permesso. Quella sera l’imputato, 50 anni, era il responsabile della sorveglianza. Secondo la testimonianza di alcune carcerate, l’uomo le avrebbe palpeggiate infilando le mani attraverso le grate delle celle. Ma inoltre avrebbe anche "perquisito" una detenuta, appena rientrata da un permesso. L’agente ne avrebbe approfittato per palpeggiarle il seno.

Nel corso dell’udienza di martedì una delle detenute ha ritrattato quanto aveva dichiarato in precedenza, spiegando di non aver mai ricevuto le attenzioni da parte dell’agente. Per la donna, la cui testimonianza non è risultata attendibile, si è ravvisato il reato di falsa testimonianza. Il 50enne, difeso dall’avvocato Pier Paolo Benini, aveva respinto ogni addebito. Il pm Alessandro Mancini aveva chiesto cinque anni di reclusione. Il tribunale collegiale, presieduto da Orazio Pescatore (a latere Mirko Margiocco e Giovanni Trerè) ha condannato l’agente a tre anni di reclusione.

Ravenna: in arresto due agenti, estorcevano soldi ai semi-liberi

 

Ansa, 25 febbraio 2009

 

Avrebbero sfruttato la loro posizione nell’ambito del rapporto di mediazione tra carcerati e avvocati. È quanto è risultato dall’indagine che in meno di 48 ore ha portato all’arresto di due agenti della Polizia Penitenziaria del carcere di Ravenna, entrambi con il grado di Assistente Capo. Si tratta di Vito Cosimo Miacola, 49 anni, originario di Erchie in provincia di Brindisi, e di Giovanni Pipoli, 42 anni, di Foggia.

Sul primo, arrestato all’alba di ieri un paio d’ore dopo un’imponente perquisizione del carcere romagnolo, pendono le accuse di corruzione, istigazione alla corruzione e tentata concussione. Il secondo, arrestato attorno alle 13.30 poco prima del turno di lavoro, è accusato di corruzione, falso e peculato.

Al centro dell’inchiesta della Squadra Mobile ravennate coordinata dal Pm Stefano Stargiotti, vi sarebbero minacce a detenuti che se non avessero dato le cifre richieste, avrebbero visto compromesso il regime di semilibertà. Ma anche favori a pagamento, come la consegna clandestina di messaggi. Nel quadro tratteggiato dagli inquirenti compaiono pure diversi nomi di avvocati del foro di Ravenna a cui, in particolare Miacola, avrebbe chiesto prestiti. Roba da poche centinaia di euro: qualcuno ha pagato, altri no.

Miacola, che nell’interrogatorio di ieri pomeriggio di fronte a Gip e Pm, sarebbe caduto in diverse contraddizioni pur respingendo le accuse, avrebbe inoltre in passato in più di una occasione vantato amicizie con due magistrati che avrebbero potuto influire sulla libertà dei detenuti. Per lui il Gip Cecilia Calandra ha già respinto l’istanza di scarcerazione avanzata dall’avvocato difensore, Gabriele Sangiorgi del foro di Ravenna. Per Miacola, che si trova nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) domani verrà presentato ricorso al Tribunale del Riesame. Pipoli, difeso dall’avvocato Carlo Benini di Ravenna, verrà presto sentito dal Pm.

Genova: riforniva di cocaina i detenuti, un poliziotto in manette

 

La Repubblica, 25 febbraio 2009

 

L’agente di custodia del carcere di Marassi, corrotto dai detenuti, passava loro di nascosto qualche "dose" di cocaina e alcuni telefoni cellulari per comunicare direttamente dalle celle con i complici genovesi. E per gestire traffici di droga o altri affari criminali. Sono stati gli uomini della squadra mobile ad arrestarlo, con l’uomo sono finite in manette altre quattro persone di origine italiana ed albanese. Sette in tutto gli ordini di custodia cautelare eseguiti nelle ultime ore, compresi quelli dei due malviventi che già stavano dietro le sbarre.

È davvero un periodo difficile per le forze dell’ordine del capoluogo ligure. Dopo l’arresto, qualche settimana fa, di due poliziotti genovesi accusati di spacciare cocaina, è toccato ad un agente della polizia penitenziaria. Catturato nella propria abitazione ieri mattina dagli investigatori del vicequestore Gaetano Bonaccorso al termine di un’inchiesta due volte difficile e delicata, condotta dal pubblico ministero Andrea Canciani, sostituto procuratore che si occupa di criminalità organizzata e negli anni passati ha gestito le indagini del G8 sulle devastazioni e i saccheggi dei Black Bloc, e rafforzata dalle decisioni prese dal giudice per le indagini preliminari, Roberto Fucigna.

Il poliziotto è accusato in particolare di corruzione: avrebbe ricevuto considerevoli somme di denaro per garantire il traffico di cellulari e droga all’interno della casa circondariale genovese. Lo stesso reato è stato contestato anche agli altri sei destinatari delle misure di custodia cautelare chieste da Canciani e sottoscritte da Fucigna. Secondo quanto ipotizzato dal pubblico ministero, l’agente della penitenziaria avrebbe soprattutto fornito alcuni cellulari ad almeno due detenuti, che in questo modo sarebbero riusciti a gestire i propri traffici illeciti, presumibilmente di stupefacenti, anche durante il periodo di reclusione.

Varese: detenuti e studenti in progetto di educazione a legalità

 

Comunicato stampa, 25 febbraio 2009

 

La Direzione della Casa Circondariale di Varese rende noto che il 26 febbraio prenderà avvio per il secondo anno consecutivo un progetto di "Educazione alla legalità".

Questa iniziativa che verrà sviluppata in collaborazione con la Scuola Isis di Varese, intende fornire uno momento di riflessione e confronto tra alcune persone detenute e un gruppo di giovani che frequentano la quarta superiore.

Il progetto si articola in tre fasi, nella prima il gruppo di "ristretti" verranno accompagnati in un momento formativo nel quale avranno l’occasione di rileggere alcune tappe del loro percorso di vita con particolare attenzione alla fase della propria adolescenza. Contemporaneamente gli alunni che parteciperanno al progetto incontreranno presso la scuola alcuni operatori della Casa Circondariale (Agenti di Polizia Penitenziaria, Educatori, Assistenti Sociali e un rappresentanti dagli Assistenti volontari)

In una seconda fase si svilupperà un "gioco di domande", ovvero da una parte le persone detenute, dall’atra gli studenti (accompagnati dai loro insegnanti)formuleranno alcuni quesiti da rivolgersi reciprocamente. Il tema di questo "gioco di domande" sarà relativo al concetto di legalità rivisitato nelle sue innumerevoli sfaccettature.

Nella terza fase del percorso si realizzerà lo scambio: alunni e detenuti si incontreranno presso la Casa Circondariale e vicendevolmente si porgeranno le domande sulla legalità.

L’ultimo momento del progetto, prevede la partecipazione ad un evento aggregativo (lo scorso anno si trattò di un concerto di Davide Van Des Froos) al quale parteciperanno tutti gli attori impegnati nel progetto, ovvero, detenuti, allievi, insegnanti, operatori della Casa Circondariale.

L’Area Educativa della Casa Circondariale (anima del progetto) coordinata dalla responsabile Maria Mongiello, ritiene che esperienze di questa natura, pur non provocando un alto clamore mediatico possano veramente porsi come un importante tassello per la costruzione di una Comunità più sicura. Un percorso di carcerazione nel quale il detenuto ha modo di rivisitare il proprio reato e di raccontarsi come uomo in cammino e non come un numero in attesa di una data di scadenza.

Un momento di incontro con dei giovani che possano avvicinarsi in maniera tenue e reale con ciò che rappresenta veramente il carcere, cercando di contrastare gli stereotipi troppo spesso raccontati da una televisione lontano dalla realtà. Queste piccole operazioni che si muovono prevalentemente su un versante culturale, possono aiutarci a vivere meglio nella nostra Città.

Como: il detenuto genio dell'informatica lavorerà per il tribunale

 

Corriere della Sera, 25 febbraio 2009

 

Da hacker a cacciatore di pirati della rete. Un giovane "campione" informatico romeno, in carcere per un maxiraggiro online, collaborerà con le forze dell’ordine lariane. La Procura vorrebbe sfruttare le doti matematiche fuori dal comune del detenuto per stanare i malviventi che si nascondono nel mondo della tripla w. Il ragazzo, Gabriel Bogdan Ionescu, ventiduenne originario della Romania, ha già fatto parlare di sé. Nel bene e nel male. Nel suo curriculum, il giovane vanta infatti una medaglia d’oro alle Olimpiadi di matematica dei Balcani e il primo posto assoluto al test d’ingresso della facoltà di ingegneria del Politecnico di Milano. Ma anche una condanna a tre anni e due mesi per truffa informatica, pena che sta tuttora scontando nel carcere del "Bassone" di Como. Da qui però, il ragazzo potrebbe uscire tra poche settimane per passare dall’altra parte della barricata, pur restando seduto davanti allo schermo di un computer.

La Procura di Como infatti ha pensato di utilizzare a proprio favore l’abilità informatica di Gabriel. Per il ragazzo sarebbe già pronto un posto alla "Way-Log", azienda del capoluogo che, per conto del Tribunale, si occupa delle intercettazioni e del contrasto ai reati informatici. La conferma arriva direttamente dal legale del ragazzo, Pierpaolo Livio. "La Way-Log mi ha espressamente chiesto di fare un’offerta di lavoro a Bogdan Ionescu, a fronte dei suoi brillanti risultati universitari - precisa l’avvocato -.

Il ragazzo ha accettato con entusiasmo ed è già pronto il contratto. L’incarico del giovane sarà di sviluppare, in collaborazione con la polizia italiana, sistemi informativi in grado di prevenire i reati in materia di clonazione di carte di credito e soprattutto in materia di pedofilia, smascherando e individuando i reali gestori dei siti pedopornografici".

L’ultima parola, il prossimo 5 maggio, spetterà al giudice del Tribunale di sorveglianza, che dovrà stabilire se Gabriel potrà o meno lasciare il carcere del Bassone. "Siamo molto ottimisti - precisa il legale -. Abbiamo già ottenuto la disponibilità dei padri Somaschi ad accogliere Gabriel, che potrà scontare in collegio la detenzione domiciliare.

Il pomeriggio poi svolgerà il suo lavoro, inizialmente part-time, alla "Way-Log", che peraltro ha la sede a pochi passi dal Tribunale di Como". Dalla Procura della Repubblica, per il momento, non arrivano conferme ufficiali, ma l’avvocato che segue sin dall’inizio il caso del giovane romeno si dice certo del risultato. "Non c’è alcun motivo per cui il giudice potrebbe negare questa possibilità - dice Pierpaolo Livio -.

Gabriel è un genio della matematica, come hanno ammesso anche gli stessi docenti del Politecnico. Ora si tratta di sfruttare per uno scopo positivo queste sue straordinarie capacità. Anche il console generale di Romania si è detto molto soddisfatto per questa iniziativa. Sarebbe una vittoria per tutti".

Ma cosa c’è nel suo "curriculum giudiziario"? Gabriel Bogdan Ionescu, con alcuni connazionali, aveva "prosciugato" i risparmi di ignari correntisti delle Poste, raggirandoli via mail, con un complesso programma che aveva studiato personalmente e che gli permetteva di ottenere tutte le informazioni necessarie per prelevare il denaro depositato dalle sue vittime.

Immigrazione: gli italiani sono affetti da una "romeno-fobia"?

di Enzo Bettiza

 

La Stampa, 25 febbraio 2009

 

Secondo il presidente del Senato di Bucarest, Mircea Geoana, gli italiani sarebbero affetti da una vera e propria "romenofobia", cioè da xenofobia e razzismo ormai a senso unico: tutto diretto contro gli immigrati provenienti, con passaporto comunitario europeo, dal più popoloso dei Paesi balcanici.

L’obiezione ci sembra alquanto stonata, al limite offensiva, dopo le equilibrate e anche severe dichiarazioni congiunte fatte l’altro ieri dal ministro degli Esteri Franco Frattini e dal suo omologo romeno Cristian Diaconescu. Il fatto che l’altro ieri i due ministri abbiano deciso di affrontare pubblicamente insieme, a Roma, uno a fianco dell’altro, la più perniciosa piaga immigratoria di cui da un paio d’anni soffre l’Italia, dimostra per se stesso che né i governanti italiani né tanto meno quelli romeni possono più ignorare un problema divenuto ossessivo e, per tanti aspetti, spaventoso: lo stillicidio ininterrotto di crimini con stupro e ferocia spesso mortale perpetrati da cittadini romeni, crimini che, dopo lo scempio della signora Reggiani, sono purtroppo continuati senza esclusione di colpi e di scelta: coppie di fidanzati inermi, ragazze quattordicenni, ottuagenarie disabili.

Inutile nascondersi dietro un dito o alzarlo per accusare di xenofobia indiscriminata l’ospite, ovvero la società italiana e le sue istituzioni, che semmai dovrebbero venire rimproverate di eccessiva tolleranza legale e umanitaria. Basta un paragone. La Francia, che pure ha avuto il vantaggio di ospitare per decenni emeriti intellettuali e scienziati romeni nei suoi laboratori, nelle grandi università, nei migliori teatri parigini, nelle più prestigiose case editrici.

Ebbene, questa Francia, che ha saputo vivere per lunghi decenni in simbiosi linguistica e culturale con Ionesco, Mircea Eliade, Émile Cioran, non ha esitato a espellere soltanto nel 2008 oltre 7.000 indesiderabili romeni. Nel corso dello stesso anno l’Italia ne ha espulsi circa 40, a titolo più che altro simbolico, perché macchiatisi di atti illegali visibili e spesso recidivi.

Quale xenofobia dunque? Chi scrive ha sempre cercato di nominare rispettosamente nei suoi articoli il romeno con la "o" e mai con la "u" inserita da tanti colleghi con sprezzo più o meno consapevole nella parola "rumeno". Ero io stesso un esule dell’Est adriatico, e ne sapevo qualcosa degli scafisti d’arrembaggio che nel primo dopoguerra traghettavano a prezzo salato, a prezzo di fuga, ebrei sopravvissuti e profughi detti "giuliani" verso le coste povere e non sempre accoglienti di un’Italia in ginocchio dopo la sconfitta.

Tuttavia, pur consci di essere gettati dalla malasorte allo sbaraglio, si cercava di comprendere che anche la miseria e l’angoscia degli ospiti peninsulari, compatrioti simili e dissimili da noi, erano in quegli anni per tanti aspetti vicine alle nostre miserie e alle nostre angosce: cercavamo di non offendere, non pretendere l’impossibile, non soppesare e commisurare col bilancino le diversità nella disgrazia, cercando d’amalgamarci e adattarci con discrezione e lavori umili al poco che la seconda patria poteva allora offrirci.

Si dirà, altri tempi. Altri, risponderò, peggiori, durissimi per l’ospite e per l’ospitato, nei quali l’incertezza del domani avrebbe potuto fomentare facili istinti di scontro e di rapina e di violenza astratta. Il che, a memoria mia, non accadde quasi mai. Al contrario d’allora, oggi l’immigrato corretto, non solo comunitario, può trovare in Italia protezione sindacale, assistenza sanitaria, contratti di lavoro, tredicesime pagate, in un ambiente che nonostante la crisi è tuttora ricco e, nell’insieme, solidale per legge e per animo rispetto alla sua nullatenenza originaria.

Quello che riesce più difficile da capire è come i fuochi fatui di un benessere non solo materiale, ma rotocalcato dalle televisioni, dalla densità animata e fumosa delle metropoli, hanno potuto scatenare nelle successive ondate migratorie dai Paesi europei ex comunisti (assai più che da quelli islamici) brame e pretese di possesso immediato, totale, di carne e di danaro, che evocano tempi di guerra più che di pace: le donne di Berlino o di Belgrado assaltate dai soldati russi, le terre bruciate dai tedeschi in fuga dalle nazioni occupate, le bravate crudeli e le sevizie inferte dai servizi segreti francesi in Algeria, da ultimo, dopo le foibe, le orrende e infamanti pulizie etniche interjugoslave in Bosnia, in Croazia, in Kosovo.

È tutto questo che sembra ritornare e noi sembriamo riscoprire nelle spietate scorribande e nei delitti efferati di una fascia di criminali e spostati balcanici. Certo, come ci dicono, essi rappresentano l’uno per cento su una comunità che conta un milione e che nella sua stragrande maggioranza è composta di persone oneste e operose. Ma quell’uno per cento, censito su un milione, raggiunge su per giù la cifra non indifferente di diecimila individui, prossima a quella rinviata drasticamente da Sarkozy al loro Paese. Si tratta quasi sempre di individui instabili, ubiqui, spesso clandestini, dediti allo spaccio di donne e di droga, fuggiti dalla Romania per malefatte impunite, giunti dal profondo del postcomunismo ceauceschiano, taluni già espulsi più volte dall’Italia e poi ritornati indenni in Italia attirati e rassicurati dall’incertezza della pena con cui sovente li condonano tribunali indulgenti.

Sono le minoranze aggressive che purtroppo, talora ingiustamente, nella nostra epoca di nuove invasioni, danno il tono e il timbro alle maggioranze pulite di cui parlano la stessa lingua. Non a caso da noi si trova il 40 per cento di romeni ricercati con mandato internazionale. Non a caso ci sono 1.773 romeni in attesa di processo e 953 condannati in via definitiva. Sono i restanti 990 mila, la più grossa compagine straniera in Italia, che ne subiscono controvoglia la pressione immorale e la coloritura etnica.

È la minoranza corrotta a dare corpo alla "questione romena" ormai divenuta questione di Stato e perfino di Chiesa sia a Roma che a Bucarest. I prelati delle comunità romene ortodosse in Italia invocano "comprensione e fratellanza" per i correligionari perbene, paventando anch’essi il rischio di contraccolpi xenofobi, mentre la Chiesa cattolica di Romania tramite una lettera del vescovo di Bucarest Ian Robu al cardinale Bagnasco, in cui non si grida al razzismo, chiede scusa all’Italia per i "suoi" criminali e con chiarezza dice che "tutto il male fatto da loro ci mortifica e ci riempie di sdegno".

Come si vede, c’è anche nelle autorità morali di Bucarest un filo razionale che discerne l’orrore e, se vogliamo, distingue l’impotenza paralizzata della società italiana dalla supposta "romenofobia". Sarebbe augurabile che anche quelli che accusano l’Italia di razzismo vedessero un intensissimo film italiano, Cover Boy di Carmine Amoroso, in cui si racconta il sodalizio disperato di due precari solitari e disperati: un giovane romeno e un meno giovane italiano, che appassionatamente quanto vanamente cercano di soccorrersi fino al sacrificio suicida dell’italiano: non il dissidio di razza ma il vincolo nel dolore condiviso lega, fino al gesto estremo del poverissimo "ospite", un’amicizia priva di speranza e di futuro. Un omaggio dolente a due candidi sventurati dell’Ovest e dell’Est.

Quanto ai governi delle due parti, essi certo aspetteranno con comprensibile interesse la prossima prova del nove legittimante l’identità europea della cospicua comunità romena che sarà la prima a votare, in massa, per i candidati italiani al Parlamento di Strasburgo. Alemanno, il sindaco di Roma, la città più orrendamente martoriata dalle recenti nerissime cronache, ha inviato ai residenti romeni nella capitale il modulo di iscrizione alle liste elettorali aggiunte. Sarà la prima volta che gli immigrati dalla Romania verranno pienamente equiparati ai votanti italiani nell’esercizio dei loro doveri e diritti di cittadini dell’Unione Europea. Sarà, più che un orpello emblematico, un patto di rinnovata convivenza nell’ambito di una stessa nazione e nella cornice di uno stesso continente.

Droghe: la "war on drugs" di Giovanardi, uno zuavo pontificio

di Franco Corleone (Forum Droghe)

 

Il Manifesto, 25 febbraio 2009

 

Franco Corleone scrive della crociata tutta italiana del sottosegretario Giovanardi.

Il sottosegretario Carlo Giovanardi, che si è appassionato al ruolo di alfiere della war on drugs all’amatriciana, ha lavorato alla preparazione della Conferenza nazionale sulle tossicodipendenze, convocata a Trieste per il 12 marzo, nella più assoluta clandestinità e con il mancato coinvolgimento dei principali attori della politica delle droghe; con una programmazione blindata delle sessioni tematiche, senza spazi di dibattito aperto ai partecipanti; soprattutto con l’assenza di un confronto reale sulla legge punitiva approvata nel 2006 e con la censura assoluta della riduzione del danno.

Purtroppo questa impostazione provinciale di "tolleranza zero" non si ferma all’interno dei nostri confini ma tenta di affermarsi in sede internazionale. Come aveva anticipato Grazia Zuffa sul Manifesto del 18 febbraio, l’Italia ha rotto l’unità del fronte europeo in sede di negoziati sulla bozza di dichiarazione politica che dovrebbe chiudere il prossimo meeting Onu di Vienna. Il documento, destinato a essere approvato l’11 e 12 marzo dai governi di tutti i paesi del mondo, traccerà le linee della politica globale sulla droga a partire da un bilancio sulle scelte fallimentari decise all’assemblea generale di New York nel 1998. Oggi siamo in grado di documentare l’azione intrapresa dal Governo italiano, pare d’intesa con Antonio Costa: che dal canto suo sta brigando per avere un prolungamento fino al 2010 del suo incarico di Direttore dell’Unodc, l’Agenzia antidroga delle Nazioni Unite.

Ecco la cronistoria del sabotaggio: l’11 febbraio l’Italia, nell’incontro del coordinamento della Ue, afferma di non poter più condividere la posizione comune europea a sostegno della riduzione del danno nel difficile negoziato con gli Usa, la Russia e il Giappone. Il 12 febbraio l’ambasciatore Gianni Ghisi invia una lettera formale all’ambasciatore Ivan Pocuch della Repubblica Ceca (presidente di turno dell’Ue).

In essa confessa che "la nostra delegazione ha illustrato la sua posizione riguardo il termine riduzione del danno seguendo specifiche istruzioni provenienti da Roma"; e aggiunge, per non dare adito a dubbi: "più specificamente noi temiamo che il termine potrebbe creare ambiguità o legittimare interventi e misure non accettabili per la posizione italiana".

Quali sono i timori che hanno portato ad un voltafaccia spudorato cercando di costituire un asse con la Svezia (noto paese proibizionista che tuttavia aveva accettato la posizione comune, pur esprimendo dubbi)?

Lo spiega Giovanni Serpelloni, capo del Dipartimento Politiche Antidroga in una lettera del 16 febbraio indirizzata al Coordinamento dell’Unione Europea: "il nostro paese non potrebbe accettare il termine harm reduction senza una chiara specificazione che questo non includa politiche come le injection room o la somministrazione controllata di eroina". Facendo finta di ignorare che questi interventi sono presenti nei più importanti paesi europei e sottoposti a rigorosi studi di valutazione.

L’Italia non è sola. Lo stesso giorno anche il rappresentante del Vaticano compare per la prima volta ad una riunione informale della Cnd (Commission on Narcotic Drugs) solo per pronunciarsi contro la riduzione del danno poiché "l’uso di droga è contro la Vita". Brucino i corpi per salvare l’anima?

Questi i fatti. La coincidenza temporale tra la riunione delle Nazioni Unite a Vienna e la Conferenza a Trieste appare non casuale. Giovanardi spera che l’esito di Vienna consacri la linea italiana e che la benedizione di Costa santifichi la legge che porta il suo nome: con tanto di ricorso al televoto, in una grottesca riedizione politica del Grande Fratello.

Per questo Forum Droghe denuncia il carattere di puro evento mediatico propagandistico di una conferenza in cui non vi è il riconoscimento che esiste una posizione culturale alternativa a quella del governo. E neppure ci sono spazi e modi per esprimerla, fino all’inedito divieto alle associazioni di allestire gli stand per presentare i materiali di documentazione. Senza agibilità politica non intendiamo riconoscere legittimità alla Conferenza e per questo non vi parteciperemo; ma saremo a Trieste come l’ombra di Banco per organizzare uno spazio libero di confronto.

Droghe: lo "spot anti-sballo" centro di politiche su prevenzione

 

Notiziario Aduc, 25 febbraio 2009

 

"Fai gol nella vita, non drogarti": i campioni rossoneri Kakà, Maldini e, Gattuso saranno i protagonisti dello spot ideato per la campagna ‘Io non sballò, che verrà presentato prossimamente dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi.

Lo ha anticipato lo stesso Giovanardi, che ieri sera in un locale di Villafranca di Verona interviene alla prima serata di promozione della campagna contro lo sballo fra i giovani che frequentano pub e discoteche. L’iniziativa, ideata da un’associazione di Villafranca e che ha avuto il patrocinio della presidenza del Consiglio dei ministri, ha come simboli ciondoli e braccialetti con la scritta "Io non sballo". Questa sera al disco-bar lo Scalo Cocktail, i ciondoli e i braccialetti "Io non sballo" vengono distribuiti per la prima volta ai ragazzi e alle ragazze presenti: l’obiettivo è quello di creare una moda fra i giovani che, invece di drogarsi, nella vita preferiscono "fare gol".

Droghe: Giovanardi; "riduzione del danno"? solo se c’è recupero

 

Notiziario Aduc, 25 febbraio 2009

 

"Siamo favorevoli a tutte le pratiche di riduzione del danno che consentano il pieno recupero e non la cronicizzazione del tossicodipendente": così il sottosegretario con delega alla lotta alla droga, Carlo Giovanardi, spiega all’Ansa la posizione del governo sulla questione della riduzione del danno, oggetto di un’interrogazione dei senatori radicali Marco Perduca e Donatella Poretti.

"Non mi meraviglia che i Radicali non siano in sintonia con il governo sul tema della tossicodipendenza". Quindi spiega: "A noi non interessano le etichette ma i contenuti. Se riduzione del danno vuol dire metodologie per arrivare al recupero, bene; non dico di no al metadone a scalare o alle siringhe pulite se finalizzati al pieno recupero della persona. Ma se invece per riduzione del danno si intende stanza del buco, o somministrazione controllata di eroina, allora diciamo no".

È questa, sottolinea, la posizione che l’Italia sta portando avanti nelle discussioni preparatorie in vista della Commissione Onu sulle droghe, che si terrà a Vienna tra due settimane. Una posizione, precisa, "sostenuta da molti altri Paesi come Usa, Russia, Giappone. E anche da qualche altro Paese europeo. All’interno dell’Unione europea c’è una discussione sul tema" ammette il senatore. "Vedremo cosa succederà a Vienna, lì si confronteranno tutte le posizioni. L’accordo va trovato sui contenuti non sulla terminologia".

"Ringraziamo l’onorevole Carlo Giovanardi per averci confermato quanto avevamo captato in via informale dai corridoi dell’Onu di Vienna". A dirlo sono i senatori radicali Perduca e Poretti. "Auspichiamo comunque che l’interpretazione riduttiva che egli dà, a nome del governo, della riduzione del danno non vada a minare la credibilità politica dell’Unione europea che intende, in quanto tale, promuovere politiche socio-sanitarie a livello globale in aiuto ai tossicomani".

"Impedire che l’Ue si presenti compatta assieme a Svizzera, Australia, Canada e Brasile, a noi vicini per visione politica e socio-economica, creerebbe enormi problemi a tutti quei paesi poveri o in via di sviluppo che negli ultimi anni sono stati invasi dalle droghe. Se al governo non interessano le etichette, ma il raggiungimento di obiettivi di ‘recuperò dei tossicomani obiettivi che per noi non sono raggiungibili con la mera riduzione del danno, ma con l’antiproibizionismo, occorre che da Vienna la comunità internazionale esca con una comunione di intenti e concreti impegni inclusivi e non esclusivi".

Iraq: per uccisione di 4 detenuti, ritirata l'accusa contro soldato

 

Associated Press, 25 febbraio 2009

 

L’esercito statunitense ha fatto sapere di aver ritirato la principale accusa contro un soldato americano coinvolto nell’uccisione di quattro detenuti iracheni nella primavera del 2007 a Baghdad. In un breve comunicato, l’esercito ha detto di aver cancellato l’accusa di omicidio premeditato contro il sergente 28enne Charles Quigley di Providence, Rhode Island, in base alle prove emerse in un processo la settimana scorsa contro un commilitone coinvolto nelle uccisioni. "Dovrà comunque scontare una pena non giudiziaria per non aver riferito ai superiori ciò di cui era venuto a conoscenza", ha aggiunto il testo. Finora, nel caso, tre soldati sono stati condannati e hanno ricevuto pene carcerarie, mentre altri due soldati devono ancora essere processati.

 

 

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