Rassegna stampa 17 aprile

 

Giustizia: dare lavoro ai detenuti, per ridurre costi e recidiva

di Alberto Marcheselli (Magistrato di Sorveglianza)

 

www.radiocarcere.com, 17 aprile 2009

 

La delinquenza è, si ripete spesso, un costo per la collettività. La prevenzione determina spese, il reato provoca danni, il mantenimento dei carceri costa. Eppure ci sono realtà, per limitare l’attenzione in questa sede al circuito della pena in carcere, in cui questi oneri sono abbattuti: il tasso di recidiva è inferiore e le spese sono dimezzate. Uno dei segreti che consentono questo apparente miracolo è il lavoro.

Ce lo dicono sia l’esperienza concreta, sia alcuni dati statistici. Sotto il primo aspetto, a fronte di una quota di soggetti che, per pigrizia o cultura, trovano conveniente delinquere e delinquerebbero comunque, sta una quota, nettamente superiore, di soggetti che delinquono perché non conoscono alternativa. Esiste una differenza radicale tra il detenuto lavorante e quello oziante. Una differenza fisica, morale, criminologica, e anche finanziaria nettissima. Il detenuto che lavora ha ricominciato a prendersi cura si sé e degli altri, non dipende dagli altri, intravede una via diversa per il domani.

La pena penitenziaria, inflitta a chi nel momento della esecuzione non appariva avere adeguate prospettive esterne, deve essere un crocevia: a) deve servire a distinguere tra chi vuole delinquere di chi è costretto a farlo; b) favorire se possibile il passaggio dalla prima alla seconda e non viceversa; c) far intendere al condannato la possibilità di guadagnarsi una vita diversa. La bontà di questa strada pare confermata dai dati di Radiocarcere: ci sono esperienze ove a una larga ammissione dei detenuti a esperienze di lavoro, anche esterno, la recidiva si mantiene estremamente bassa (si vedano i dati di Bollate, da cui risultano 3 sole revoche di lavoro esterno, su 220 ammessi).

Tali benefici effetti si apprezzano anche sotto il versante finanziario. Si confrontino i dati di Favignana (che, dai dati fornitimi, risulta ricoverare 84 detenuti, impiega 85 unità di polizia e 20 operatori e ha una scarsa offerta di lavoro, per un costo pro capite giornaliero di 300 euro) con quelli della Gorgona (che gli stessi dati dicono accoglie 62 detenuti, 50 agenti e un educatore, con ricche offerte lavorative, per un costo di 170 euro). E lo stesso si potrebbe ripetere per lo studio, con gli esempi virtuosi dei circuiti alfabetizzazione - scuole secondarie - polo universitario, di realtà come Alessandria e Torino.

Lavoro e studio determinano circuiti esclusivamente virtuosi: condizioni di vita più umane, maggiore sicurezza del carcere, minori costi, tassi di recidiva nettamente inferiori. Stupiscono due cose, allora. La prima è che di queste realtà poco si sappia, fuori dal circuito degli addetti ai lavori. Eppure il controllo sociale sulla efficacia della pena è un tema di grande interesse collettivo: non coinvolge solo le decine di migliaia di autori di reati e le centinaia di migliaia di vittime, ma ciascuno di noi.

Si pensi a quanti gesti del nostro quotidiano sono, in realtà, indotti dal timore di subire reati, quante ansie e costi ciò ci determini in ogni ora della nostra vita. Invece all’opinione pubblica sono forniti solo i dati, contraddittori e parziali, di una pena disumana nelle condizioni di sovraffollamento e inefficace, quando ciclicamente cade sotto i riflettori un caso di grave recidiva.

La seconda è che queste realtà positive non riescono ad uscire dalla riserva indiana dei Progetti Pilota, delle Fasi Sperimentali, delle Realtà di Eccellenza. È la tragica realtà dell’Italia, un Paese che si regge sull’eroismo dei singoli più che sulla qualità delle istituzioni, sulla vocazione di missionari più che su una burocrazia efficace e progettuale. Un paese dove a far funzionare le cose in modo civile devi esser santo, navigatore o poeta, perché, se non sei un eroe, chi te la fa fare di prenderti una responsabilità?

Giustizia: bisogna "dare centralità" al giudizio di primo grado

di Stefano Pesci

 

www.radiocarcere.com, 17 aprile 2009

 

Tempi inaccettabilmente lunghi, formalismi ingiustificati, eccessivo ricorso a decisioni sciatte o frettolose. Sono solo alcune delle patologie di cui soffre il processo penale. Una crisi profonda e riconosciuta della Giustizia che dovrebbe essere affrontata e risolta individuando i problemi concreti, a prescindere dalle ideologie.

L’obiettivo: avere un processo che in tempi ragionevoli arrivi a una sentenza definitiva. In che modo? Incrementare la centralità del dibattimento di primo grado, unica fase processuale che garantisce oralità, immediatezza ed uno sviluppo pieno del contraddittorio.

Ciò che è accaduto è sotto gli occhi di tutti. Il dibattimento di primo grado ha perso la sua centralità. La fase delle indagini preliminari ha assunto un peso via via crescente, del tutto esorbitante e spesso squilibrato. Finite le indagini, il processo è, nei fatti, ad un bivio: se l’imputato non sceglie riti c.d. alternativi al dibattimento (patteggiamento o abbreviato), inizia un tortuoso percorso che quasi sempre si conclude in Cassazione; il processo orale ed immediato nel primo caso manca del tutto e nel secondo rappresenta un passaggio abbastanza importante, ma certo meno decisivo dei successivi gradi di giudizio.

L’esito è, per l’appunto, paradossale: ogni sanzione penale effettivamente eseguita si fonda su una condanna, ma nel nostro sistema non si tratterà quasi mai della condanna che conclude un dibattimento di primo grado. Detto in altri termini: nel processo penale "vivente" il ruolo del confronto tra le parti segnato da oralità, immediatezza e piena espansione del contraddittorio rimane quasi sempre periferico e non decisivo.

Si tratta di una degenerazione grave e tutti, credo, abbiamo interesse a porvi rimedio, ricollocando il processo di primo grado al centro del sistema.

La "leva" su cui fa perno questa distorsione è senza dubbio rappresentata dal sistema delle impugnazioni: se il dibattimento di primo grado è solo la prima puntata di un "serial" che in certi casi può raggiungere sino a sette/otto repliche, è evidente che il suo peso specifico sarà modesto. Ed è correlativamente evidente che un sistema anche vagamente accusatorio esige che la sentenza di primo grado possa esser annullata solo in presenza di gravi lesioni del contraddittorio e solo a patto di far recedere, in tal caso, il procedimento alla fase precedente.

Se si riduce la leva delle impugnazioni, occorre, ovviamente, irrobustire il primo grado, mettendolo in grado di sostenere il peso di emettere sentenze quasi sempre sostanzialmente definitive. Si tratta anzitutto di ridurre drasticamente l’area del giudizio monocratico, riservandolo ai casi bagatellari o a bassa intensità di accertamento, ripristinando per tutto il resto la regola della collegialità. È poi necessario accrescere i poteri di selezione e di filtro del Gup, per il quale vi sono ampi margini di intervento, specialmente nelle materie attualmente monocratiche.

Credo che queste indicazioni, se pur superficiali, consentano di indicare l’unica direzione di marcia compatibile con l’attuale testo dell’art. 111 Cost. e con gli standard di efficacia degli altri paesi occidentali: puntare sul contraddittorio, valorizzando il dibattimento di primo grado.

Giustizia: L’Aquila… quando la giustizia è guidata dal dolore

di Emile

 

www.radiocarcere.com, 17 aprile 2009

 

L’Aquila, 6 aprile 2009, ore 3.32, la terra trema violentemente, più scosse si susseguono. La più violenta è di magnitudo 6,3 della scala Richter, l’8º - 9º grado della scala Mercalli. Tutto viene giù. Migliaia gli edifici si accartocciano su se stessi.

Centinaia le persone sepolte sotto le macerie. Troppe perdono la vita. Alcuni giovanissimi. Troppi i ragazzi sotto quel che resta della casa dello studente. Il palazzo è imploso, il primo piano è stato ingoiato dai piani sovrastanti. Un edificio pubblico, come lui tanti altri ed accanto a loro tanti edifici privati. Palazzi dissoltisi come castelli di sabbia. Inspiegabile. L’orribile sospetto è che si sia edificato senza osservare la normativa antisismica. L’orribile sospetto è che tante vite siano state perse per l’avidità di coloro che hanno lucrato sui materiali.

L’apertura di un fascicolo è immediata. Il sospetto, l’indignazione spingono il Procuratore della repubblica dell’Aquila davanti a telecamere e microfoni della televisione di Stato, alla quale afferma: "molto probabilmente non ci saranno indagati, perché gli indagati saranno anche arrestati". Una dichiarazione scomposta che preannuncia arresti prima del processo, prima della condanna. Una dichiarazione indotta dal dolore, dall’indignazione e dalla pressione dei media. Una dichiarazione errata che non deve avere un seguito. Il carcere deve seguire ad indagini, processo e condanna. La diversa strada del carcere prima del processo è conosciuta, placa l’opinione pubblica, ma apre le porte all’errore giudiziario, all’arresto dell’innocente.

Giustizia: indagini post-terremoto si presentano molto difficili

di Ennio Fortuna

 

Italia Oggi, 17 aprile 2009

 

Come sempre accade in occasione di grandi disastri naturali, dopo i lutti, i funerali e la commozione collettiva si va alla ricerca di eventuali responsabilità. La stampa sollecitata e stimolata dai familiari delle vittime suppone e denuncia di avere individuato alcune cause anomale che spiegherebbero in qualche modo l’aggravarsi delle conseguenze del terremoto e lancia l’allarme. Le autorità non si tirano indietro, almeno a parole, e si lasciano andare a promesse o a indicazione di programmi di indagini, precisando perfino le possibili date di conclusione. Fino a dichiarare non senza qualche ottimismo "puniremo o addirittura arresteremo i responsabili".

Nel caso di specie la causa anomala sarebbe l’impiego di sabbia del mare nella costruzione delle case, invece del più solido ma più costoso cemento. La scossa, secondo questa tesi non sarebbe stata particolarmente energica e se le case fossero state costruite a regola d’arte avrebbero tenuto, il disastro sarebbe stato evitato. Questa è anche la premessa delle indagini, il piano programmatico di un processo tutto da inventare e da inscenare.

Non intendo affatto contestare l’obbligatorietà dell’inchiesta e neppure la sua opportunità. Con circa 300 morti, migliaia di feriti, centinaia di crolli, interi paesi inghiottiti è davvero il minimo. Quel che va detto però è che si tratta di un’indagine niente affatto facile, dall’esito incerto, e che soprattutto esige tempi lunghi.

Più o meno si tratta di capire e di stabilire quali siano le case o i palazzi costruiti in modo teoricamente difettoso, in che modo siano stati investiti dalla scossa. E soprattutto se con una tecnica di costruzione diversa, con l’impiego di materiale più adatto e indicato dalle regole in vigore, i crolli sarebbero stati evitati e le vittime salvaguardate.

Si pensi solo all’enormità di un’indagine che dovrà occuparsi di centinaia di case, di decine di ditte appaltatrici con lavori eseguiti in epoche diverse con regole diverse e prassi e controlli diversi. Ci sarà da disporre centinaia di perizie, da ordinare un numero enorme di accertamenti, il tutto senza la minima garanzia di un esito certo, scontato.

L’impegno giudiziario è enorme e la Procura dell’Aquila dispone di mezzi e di personale assai limitati, senza parlare degli esperti del posto alcuni certamente coinvolti, almeno in astratto, nelle costruzioni crollate o che hanno tenuto e quindi verosimilmente non imparziali anche se per opposte ragioni. Indipendentemente da come finirà, il processo servirà comunque a creare le premesse, a stabilire e a verificare l’esperienza per evitare altri disastri o a attenuarne le conseguenze.

Giustizia: chi partecipa a ronde è fuori dalla Protezione civile

di Antonio Mira

 

Avvenire, 17 aprile 2009

 

Fuori dalla Protezione civile le associazioni o singoli che partecipano, coi mezzi o in divisa, alle ronde. Dopo alcuni episodi che hanno interessato gruppi di volontariato, soprattutto al Nord, Guido Bertolaso ha deciso di mettere nero su bianco con una circolare in cui, leggi alla mano, spiega puntigliosamente la differenza tra servizio di protezione civile e ordine pubblico ("la materia della protezione civile è chiaramente, distinta e non sovrapponibile rispetto a quella dell’ordine pubblico e della sicurezza"), le diverse regolamentazioni, finalità e competenze.

Nel documento, inviato nei giorni scorsi a regioni, comuni, prefetture, ministero dell’Interno, e organizzazioni del volontariato, Bertolaso ricorda come l’azione del volontariato di protezione civile deve "trovare il suo presupposto e la sua ragion d’essere, ma anche il suo limite, proprio nelle finalità chiaramente espresse dalla legge, e cioè nello svolgimento di attività volte alla previsione e prevenzione delle varie ipotesi di rischio, al soccorso delle popolazioni sinistrate ed ogni altra attività necessaria ed indifferibile diretta a superare l’emergenza connessa agli eventi".

Dunque, insiste il capo della Protezione civile, questo è "il limite oltre il quale non è consentito spingersi a meno di contraddire l’essenza del volontariato di protezione civile". Certo, sottolinea, la partecipazione alle ronde "a titolo personale è del tutto libera", ma senza "uniformi, simboli, emblemi, mezzi o attrezzature riconducibili alla protezione civile".

Altrimenti scatteranno pesanti sanzioni. Amministrative e anche penali. In primo luogo "l’avvio della procedura di cancellazione delle organizzazioni interessate" dagli elenchi, registri o albi, delle organizzazioni di protezione civile. Ma poi anche "l’accertamento delle responsabilità per l’improprio utilizzo di risorse strumentali finanziate anche dallo Stato e la segnalazione alla competente Autorità giudiziaria per le valutazioni di competenza".

Non solo minacce. L’associazione Volontari Valle Aniene di Guidonia, vicino a Roma, che aveva organizzato ronde in divisa e con le auto di servizio, è stata cancellata dal registro regionale delle associazioni di volontariato, nella sezione Protezione civile. E per questo neanche attivata per i soccorsi per il terremoto dell’Aquila.

Lettere: i detenuti, da vari carceri, scrivono a Riccardo Arena

 

www.radiocarcere.com, 17 aprile 2009

 

Dai detenuti di Opera: una bella notizia. Caro Arena, sai bene, perché te lo abbiamo scritto più volte, che avevamo il problema dei termosifoni rotti nelle celle. Un problema che si trascina da troppo tempo. Un problema serio visto che qui a Milano l’inverno è stato freddo e noi nelle celle del carcere di Opera non sapevamo più come difenderci dal gelo. Un gelo che ci non faceva dormire la notte. Tu hai pubblicato le nostre lettere sulla pagina di Radiocarcere del Riformista. E oggi sono contento di portarti una bella notizia: circa l’80% dei termosifoni sono stati riparati. Questo significa che, anche grazie a voi, si riescono a vincere piccole battaglie come questa! Infatti se noi da Opera non ti avessimo detto nulla, i termosifoni sarebbero rimasti rotti per chi sa quanto tempo! È la dimostrazione che occorre lottare per migliorare le cose.

Ora ti invierò un elenco con altre cose che non vanno qui nel carcere di Opera, in modo da continuare la nostra lotta per il rispetto della legge in carcere. Caro Arena, ti saluto e non smettete mai di fare luce sulle nostre ingiustizie che troppo spesso sono taciute. Da me e dai miei compagni di detenzione: Grazie, grazie e grazie

 

L., dal carcere Opera di Milano

 

Il dimenticato carcere di Ascoli Piceno. Caro Riccardo, io come tanti altri detenuti, non mi lamento per la detenzione, mi lamento per i soprusi, le ingiustizie che accadono in questi posti. Devi sapere che qui nel carcere Ascoli Piceno c’è molto sovraffollamento, tanto che siamo costretti a stare in 7 o in 8 detenuti dentro celle fatte solo per 2 persone.

Nel carcere di Ascoli Piceno non c’è nessun trattamento rieducativo, né una scuola per prendere il diploma… il nulla del nulla. Ogni tanto ci fanno fare qualche corso di computer o di bricolage ma se proviamo a chiedere l’attestato di frequentazione ci mandano a quel paese! Ma poi la cosa che pesa di più qui nel carcere di Ascoli è l’isolamento, sembra di essere al di fuori della realtà. Nessuna parla mai di noi, è come se non esistessimo, una non esistenza che pensa sulle nostre anime.

Se penso che qui dentro ci devo stare altri 9 anni impazzisco! Per questo ho fatto richiesta di essere trasferito in un carcere dove poter fare qualcosa di buono ma il Dap ignora ogni mia istanza. Ah! Dimenticavo di dirti che anche noi nel carcere di Ascoli non abbiamo l’acqua calda!

 

Angelo, dal carcere di Ascoli Piceno

Salerno: detenuto si suicida, dopo "osservazione psichiatrica"

 

www.positanonews.it, 17 aprile 2009

 

L’uomo di origini russe, di 45 anni, era stato arrestato in Costiera Amalfitana dai Carabinieri della compagnia di Amalfi. Si è tolto la vita ieri sera impiccandosi alla finestra della propria cella nel carcere di Fuorni a Salerno utilizzando una coperta dopo averla tagliata a strisce.

In attesa di giudizio era già stato in osservazione psichiatrica nel carcere di Secondigliano a Napoli ed era detenuto dal giugno dello scorso anno quando fu arrestato ad Amalfi per un tentativo di rapina e per resistenza a pubblico ufficiale.

L’uomo era solo e nessuno veniva a trovarlo. Non è il primo suicidio a Fuorni, a memoria ne ricordiamo un altro di una donna proprio un anno fa. Ma il suicidio in carcere è ricorrente. Gli atti di autolesionismo compiuti in carcere si prestano a interpretazioni diverse. Spesso rinviano a una certa teatralità, frutto del bisogno di catturare l’attenzione per instaurare un rapporto: un bisogno prepotente quando ci si sente abbandonati nel ventre di un’istituzione. Non così il suicidio, che non prevede nessun rapporto ulteriore ed anzi tronca definitivamente ogni relazione.

Il suicida dichiara - senza ambiguità, senza alternative - che la sofferenza è stata più forte dell’istinto di conservazione. Non sempre il suicidio in carcere è un gesto di ribellione. Ma sempre pone l’istituzione davanti alla propria impotenza. Il condannato cessa di essere un recluso per affermarsi, attraverso la radicale negatività del gesto, come essere umano. Questo gesto va visto anzitutto come una scelta simile a quella che talora compiono gli uomini liberi. Il suicidio appartiene alla storia dell’uomo, dentro e fuori le prigioni.

Se si guarda al detenuto come a un caso patologico anche quando si suicida, si insiste nell’errore di non vederlo come persona e ci si condanna a una comprensione limitata. Spesso la causa prossima del suicidio del detenuto si trova in una delusione, in un abbandono inatteso, in una solitudine irrimediabile.

Per tradursi nel gesto suicida queste cause debbono trovare un terreno preparato. Quasi tutti, uomini e donne, hanno pensato in qualche momento della loro vita al suicidio. Ma soltanto quando questo pensiero diventa una presenza stabile, come il "vizio assurdo" di cui si parlava a proposito del suicidio di Cesare Pavese, può bastare un’occasione apparentemente minima per passare dall’idea all’atto.

Ma l’istituzione s’interroga. Si sente sotto accusa, registra uno scacco. Ed è giusto che sia così. Se ci fermiamo al piano numerico, i suicidi nelle carceri italiane risultano meno della metà di quelli che si verificano nelle carceri francesi, la metà di quelli delle carceri belghe, un terzo di quelli delle carceri austriache, grosso modo pari a quelli di Inghilterra e Germania, e meno della media che si registra nei sistemi penitenziari europei. Ma sono sempre troppi.

Vibo Valentia: Cisl; un carcere che rischia seriamente collasso

 

Agi, 17 aprile 2009

 

"Il carcere di Vibo Valentia rischia seriamente il collasso". A lanciare l’allarme la Cisl Federazione nazionale della sicurezza, per voce del segretario provinciale aggiunto Giuseppe Filippone. "L’istituto di Vibo - spiega il sindacalista - già da tempo soffriva della carenza di personale determinata principalmente dai molti distacchi".

Si tratta di venti agenti, il cui dirottamento ad altra sede rischia di indebolire il livello di sicurezza della casa circondariale di località Castelluccio. "Per questo - rimarca Filippone - la situazione meriterebbe una maggiore attenzione e presa di coscienza da parte di chi nella nostra regione è responsabile della gestione del personale in modo tale da evitare che in futuro si proceda al distacco di altro personale sottraendolo al già carente organico di Vibo".

A giudizio del segretario della Cisl-Fns, poi, è "indispensabile abbandonare certe arretratezze gestionali che hanno provocato situazioni lavorative vantaggiose solo per alcuni settori a discapito di molti altri che invece, a causa di un’inefficiente gestione delle risorse umane ha reso ancor più duro il lavoro quotidiano del personale". Insomma, a Vibo la polizia penitenziaria continua ad operare in "continua emergenza" per assicurare la custodia dei detenuti, con continue richieste di "turni di servizio stressanti", fino a 10 ore continuative, di turni notturni e di prestazioni di lavoro straordinario.

Inoltre, in vista dell’apertura del nuovo padiglione sanitario di psichiatria, la situazione a breve potrebbe divenire ancora più difficile da sopportare. La Cisl, ancora, denuncia disfunzioni anche sul piano amministrativo "in ordine alle pratiche presentate dal personale e quelle da evadere nella routine", che si aggiungono a quelle connesse alla programmazione dei turni. "Mancano - dice Filippone - il rispetto di regole e principi fondamentali".

Pertanto, auspicando l’arrivo di rinforzi in organico, per il segretario della Cisl è necessario un "coinvolgimento della nuova dirigenza" affinché si avvii un "piano di mobilità interna in modo tale da privilegiare l’attività istituzionale dei servizi svolti dal personale della polizia penitenziaria che garantisca in primis la sicurezza della struttura, dei detenuti e, soprattutto, di tutti quelli che vi operano".

Parma: centro psichiatrico "degli orrori", arrestato il direttore

 

La Repubblica, 17 aprile 2009

 

Maltrattamenti e somministrazione forzata di medicinali ad adolescenti con disturbi psichiatrici, anche a scopo punitivo. È questa l’accusa con cui da due giorni è agli arresti domiciliari Ron Shmueli, direttore della Comunità terapeutica Cavanà di Pellegrino Parmense, in provincia di Parma, dove sono ospitati ragazzi dai 14 ai 19 anni. Sette dei suoi collaboratori sono stati iscritti nel registro degli indagati.

Gli accertamenti dei Nas sono iniziati la scorsa estate dopo che un ex educatore del centro, Lorenzo Vecchi, aveva denunciato sul sito di Repubblica Parma la sedazione forzata dei ragazzi. "All’interno del Cavanà - si legge nell’esposto poi presentato in Procura - si ricorre alla fiala contro il consenso dell’utente in maniera coercitiva, anche quando il ragazzo si rifiuta di obbedire agli ordini impartiti o si permette di contestarli". La "fiala" è un mix di psicofarmaci iniettati per endovena che "nello spazio di pochi minuti causa una profonda debolezza e sonnolenza". In seguito a queste accuse Shmueli si era affrettato a screditare la figura di Lorenzo Vecchi, definendo le sue dichiarazioni "pura fantasia morbosa".

A gennaio il Cavanà è tornato a far parlare di sé dopo la fuga di uno dei suoi ospiti, un giovane appena diventato maggiorenne: "Mi hanno dato dei farmaci contro la mia volontà". I carabinieri hanno accertato che in certe circostanze, anche in assenza del medico responsabile, venivano eseguite delle terapie contro la volontà degli ospiti. "Sono tranquillo", ha commentato il direttore dopo la notizia dell’arresto. "Non sapevo di essere indagato e nemmeno ho ricevuto un avviso di garanzia. Di certo questo provvedimento cautelare mi appare esagerato ed eclatante".

Padova: ogni anno 18mila le donne vittime di percosse o stupri

 

Redattore Sociale - Dire, 17 aprile 2009

 

111 mila donne vittime di percosse o stupri nel corso della vita. È il dato che emerge dal Rapporto 2009 sulla condizione delle donne nella provincia padovana. 18 mila nell’ultimo anno. Per 7 mila il carnefice è il partner o l’ex partner. L’assessore Gastaldo: "Il problema è la non denuncia".

È come se metà Padova fosse stata soggetta a violenza: il Rapporto 2009 sulla condizione delle donne nella provincia padovana asserisce infatti che oltre 111 mila donne nel corso della propria vita sono state vittime di percosse o stupro. In 18 mila hanno subìto violenza nell’ultimo anno. Se si conta che la sola città del Santo ha una popolazione di 212 mila persone non è difficile rendersi conto della portata del problema. Un problema che viene acuito dalla piaga del silenzio: il 95,6% delle violenze fisiche e sessuali che avvengono fuori dell’ambito familiare rimangono infatti ignote.

Se è vero che circa 18 mila donne hanno subito violenza nell’ultimo anno è anche vero che 7 mila di loro sono cadute vittima di partner o ex partner. Secondo i dati della procura di Padova, che riguardano i reati denunciati, si confermano in cima alla lista i maltrattamenti in famiglia, che nel 2007 hanno raggiunto quota 178 e nel primo semestre del 2008 sono stati 92. La violenza sessuale è stata denunciata invece in 84 casi nel 2007, mentre nel primo semestre del 2008 si sono registrati 45 episodi. Preoccupante anche il dato degli omicidi: 31 nel 2007 e 19 fino a giugno 2008. A questo si aggiunga che il 27,5% delle donne vittime del proprio partner ha riportato ferite come conseguenza della violenza.

Ma a fronte di questi casi noti alle forze dell’ordine c’è un mondo di sommerso che tuttora fatica a emergere: solo il 4,4% delle violenze subite da un non partner viene infatti segnalato. "Da parte delle vittime quello che allarma di più, che deve farci riflettere, è il silenzio, la non denuncia - commenta l’assessore provinciale alle Pari opportunità Gino Gastaldo -. Dobbiamo però essere anche consapevoli che le violenze non si consumano solo in famiglie border-line, ma anche in nuclei familiari apparentemente perfetti e che quindi la violenza può nascondersi ovunque".

Sulla base dei dati emersi e con l’obiettivo di sfondare il muro del silenzio, la provincia annuncia l’avvio di una campagna di sensibilizzazione rivolta alle vittime: saranno infatti in distribuzione nei prossimi giorni un video e dei materiali informativi, al grido di "Non sei tu a doverti vergognare". Oltre all’informazione serve però anche la presa in carico, per cui si rinsalderà ancora di più il rapporto di collaborazione nato un anno fa con l’Ulss, il Comune, l’Università e il privato sociale: "Il nostro impegno continuerà su questa duplice strada: sensibilizzare le donne e impegnarci nel coordinare le risposte che il territorio è chiamato a dare" conclude l’assessore, che ventila anche l’idea di una casa rifugio per le vittime in territorio provinciale.

Ascoli: arrestato per evasione dal permesso… ma era in cortile

 

Ansa, 17 aprile 2009

 

Stava trascorrendo un permesso premio ai domiciliari, nella sua abitazione di Sant’Elpidio a Mare, in Provincia di Ascoli Piceno, Rossano Baiocco, 50 anni, condannato per l’omicidio di un benzinaio commesso nel 1981 a Porto Recanati. L’uomo, detenuto presso la Casa Circondariale di San Gimignano (Siena), era stato arrestato dai carabinieri di Sant’Elpidio e rinchiuso nel carcere di Ascoli Piceno per una presunta evasione. Processato per direttissima il giudice lo ha assolto perché si trovava comunque nel cortile dell’abitazione.

Rimini: mostra fotografica "Il carcere ieri, la detenzione oggi"

 

Sesto Potere, 17 aprile 2009

 

Dentro ai giorni. Il carcere ieri, la detenzione oggi. Progetto fotografico inedito di Roberto Sardo 2008. Luogo: Rimini, Palazzo del Podestà, piazza Cavour. Periodo: 18 aprile - 5 maggio 2009. Inaugurazione: Sabato 18 aprile 2009, ore 18.00. Orari: 16-19.30 da lunedì a venerdì. Informazioni: ideogramma2@libero.it. Ingresso gratuito.

Per la prima volta la Casa Circondariale di Rimini ha autorizzato una documentazione fotografica, da esporre in pubblico, sulle attività quotidiane dell’Istituto. I luoghi di detenzione, il ruolo della Polizia Penitenziaria e degli operatori; le strutture sanitarie, i percorsi formativi ed educativi, gli spazi di socializzazione e di incontro con i famigliari; la chiesa, la sezione attenuata Andromeda, i momenti di lavoro, la sezione per detenuti di differente identità sessuale.

In parallelo, immagini dal valore storico ed umano, realizzate nell’ex carcere "Le Nuove" di Torino, ora museo. Luoghi e sentimenti lontani dagli attuali; la segregazione, il ricordo doloroso della pena capitale, la memoria di agenti morti in servizio, il non rispetto della persona anche quando i reati sono frutto di condizioni molto diverse tra loro.

Ho elaborato questo progetto da solo, trovando poi fiducia e collaborazione negli enti che lo hanno condiviso. Dentro ai giorni affronta senza censure la realtà del carcere, spesso conosciuta o filtrata grazie al cinema, alla televisione e ad alcuni giornali.

Il tema è molto difficile e non si conclude con una mostra. Ma credo che le 70 fotografie del passato e del presente possano contribuire a far comprendere meglio una realtà molto vicina a tutti noi, che si è evoluta nel ruolo educativo e trattamentale, fermo restando le regole e le leggi di ogni vita comunitaria.

Roberto Sardo è fotografo professionista e docente di Fotografia con progetti per enti pubblici e privati a livelli specifici. Ha presentato numerose personali in Italia ed all’estero (le ultime a Tbilisi / Georgia e Berlino), e pubblicato su Panorama, L’Espresso, Max. Nel 2002 è stato riconosciuto maestro di Fotografia.

Lavora da otto anni con i detenuti della Casa Circondariale di Rimini come operatore del progetto educativo - formativo "In / Out", nel quale dirige Laboratori di Fotografia e tecniche Video, partecipando anche alle attività di volontariato.

Nel 2004 ha contribuito all’iniziativa "Padri dentro, figli fuori", dedicata agli affetti famigliari compromessi dalla detenzione, ottenendo di lavorare con un bambino di 8 anni e i detenuti partecipanti al Laboratorio di Fotografia. Un’esperienza unica in Italia, presentata alla città di Rimini con una mostra.

Teatro: "Corpi non identificati"; a Livorno i detenuti in scena

 

In Toscana, 17 aprile 2009

 

Sul palco del Goldoni i detenuti della Casa Circondariale della città labronica. Un’occasione per far conoscere anche al grande pubblico ciò che di significativo avviene nel chiuso di tante carceri con un teatro che si fa impegno civile e sociale. È il progetto della Regione Toscana "Teatro in carcere", con le compagnie teatrali animate dagli stessi detenuti che mettono in scena spettacoli tra le mura delle prigioni, ma soprattutto (ecco il grande valore dell’iniziativa) al di fuori negli spazi teatrali delle varie città toscane.

Ed è proprio questo il senso del prossimo evento in programma al Teatro Goldoni di Livorno, martedì prossimo 21 aprile, alle ore 21, con la rappresentazione dello spettacolo "Corpi non identificati" della compagnia teatrale della Casa Circondariale della città labronica, per la regia di Alessio Traversi. Un viaggio tra le vittime delle stragi del Novecento, dalla seconda guerra mondiale fino ai giorni nostri e ai barconi ricolmi di migranti disperati in lotta per la sopravvivenza tra le acque delle coste italiane. Innocenza e potere, sofferenza umana e autorità, i due poli opposti di una società contemporanea fortemente lacerata.

Il portale, www.intoscana.it, riprenderà e seguirà con la propria redazione questo e gli altri spettacoli in calendario nelle prossime settimane in tutta la regione per dare la massima visibilità ad un’iniziativa di assoluto valore.

 

Le stragi degli innocenti in scena con "Corpi non identificati"

 

Lo spettacolo della compagnia teatrale della Casa Circondariale di Livorno si terrà martedì 21 aprile al Teatro Goldoni in occasione delle celebrazioni per la Festa della Liberazione. I cadaveri bruciati dai nazisti nell’eccidio nazista di Sant’Anna di Stazzema, i corpi smembrati nella strage della stazione di Bologna, le salme degli immigrati clandestini risucchiate dal mare in un bombardamento immaginario sulle coste toscane.

Sono i "Corpi non identificati" dello spettacolo di Alessio Traversi che verrà messo in scena dai detenuti della compagnia teatrale della Casa Circondariale di Livorno. Lo spettacolo, realizzato nell’ambito del progetto Teatro e Carcere della Regione Toscana, si terrà martedì 21 aprile alle ore 21 al Teatro Goldoni di Livorno in occasione delle celebrazioni per la Festa della Liberazione.

Al centro della narrazione la morte tragica degli innocenti contrapposta all’ipocrisia del potere e della stampa che manipolano anche gli eventi più drammatici per il loro tornaconto personale. Si passa dalle vittime di ieri, come gli ebrei e gli sfollati di Sant’Anna, ai disperati di oggi: gli immigrati che tentano con tutti i mezzi lo sbarco in Italia.

Traversi ci trasporta in un 2010 dove le autorità italiane bombardano e affondano una nave di clandestini senza darsene troppo pensiero tanto " quando sono vivi non gliene frega un cazzo a nessuno, quando muoiono insorgono tutti. Allora alla fine danno ragione a me quando dico: l’unico clandestino che si merita qualcosa è quello morto". Uno spettacolo sarcastico, tagliente, drammatico che affronta la tragedia dell’immigrazione clandestina e ci ammonisce: attenzione è dall’indifferenza di tutti che nascono le stragi.

Teatro: a Milano è di scena un inedito Beckett, nato in carcere

 

Il Giornale, 17 aprile 2009

 

Insolito per il piccolo palco del Libero: la scena si apre, cadono le quinte, ci si trova davanti ad uno spazio ampio, solo un albero di lato, pochi rami, nessuna foglia, e un lenzuolo bianco che copre il pavimento. Si tratta della scenografia, tutta strehleriana, quantomeno per l’uso del bianco, dell’Aspettando Godot di Gianfranco Pedullà, in scena fino al 20 aprile: da diversi anni il regista, con la sua compagnia del Teatro Popolare d’Arte, frequenta il carcere circondariale di Arezzo, dove ha realizzato spettacoli con detenuti. Anche questo "Aspettando Godot" è nato in carcere, prima semplicemente "come un omaggio al drammaturgo, poi abbiamo deciso di portarlo fuori".

Allora il lavoro ha perso il senso d’"esercizio" che poteva avere finché era confinato all’ambito carcerario, e gli attori in scena sono solo quelli che fanno sempre parte della compagnia di Pedullà. Solo Daniele Bastianelli, Estragone, è un ex carcerato: "Beckett è imprendibile - afferma il regista e scenografo -. La nostra lettura vuole esaltare l’uomo, l’indecisione e la disperazione che regnano sulla terra". La brava Alessandra Bernardeschi, che interpreta il "servo", recita sempre legata alla corda del padrone, Pozzo, interpretato da Nicola Rignanese: obbedisce, subisce ogni sopruso, ma pare talmente sottomessa che quasi teme di più, come un cane, di non avere un padrone.

"Abbiamo spostato l’attenzione sul gioco di relazioni - continua il regista -; è un affresco sull’umanità, molto movimentato e con l’uso di clownerie". Di certo la fisicità era già una caratteristica dell’autore irlandese, come anche il lavoro coi carcerati. Ecco, infatti, uno spettacolo che ribadisce il gusto per l’assurdo, quell’ironia in fondo tragica, ma anche così vicina all’uomo che è caratteristica sempre attuale di Beckett. Tra battute e grida in scena, a volte forse eccessivamente forti, si consuma un "Aspettando Godot" che, però, non è puntato solo sull’assurdità della situazione in quanto tale.

L’aspetto prevalente che Pedullà vuole sottolineare è quello della relazione tra individui: la pesantezza di certi silenzi, subito interrotti; l’impossibilità di Vladimiro ed Estragone di separarsi; il piacere, macabro, che lo schiavo sembra provare legato come un cane al padrone; nonché il piacere che anche il padrone sembra provare nell’avere una persona da comandare e, infondo, a cui badare. Un "Aspettando Godot", quello di Pedullà, assolutamente vicino all’uomo, che ne coglie e interpreta, esaltandole, le dinamiche dei rapporti interpersonali. (Info: lunedì-venerdì ore 21, domenica ore 16, lunedì riposo, www.teatrolibero.it, 02.8323126).

Immigrazione: Ue; medici non devono denunciare i clandestini

 

Il Manifesto, 17 aprile 2009

 

In Europa i medici non possono denunciare i clandestini, questa è la tesi della Commissione Ue. Ieri, rispondendo a una interrogazione di un gruppo di eurodeputati di Rifondazione e di Sinistra e libertà, il commissario alla giustizia ed interni Jacques Barrot ha infatti ricordato che "gli immigrati, siano essi in posizione regolare o irregolare, devono poter godere a pieno titolo dei diritti fondamentali, compresi quelli cui fanno riferimento gli onorevoli parlamentari", ossia al diritto alla dignità umana, alla vita, al rispetto della vita privata, alla non discriminazione e alla salute, tutti principi espressi e contenuti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Ile. Barrot sottolinea inoltre che questo riconoscimento è "particolarmente importante per la salute di categorie vulnerabili, quali i minori". Bruxelles non si esprime invece sui possibili epidemie determinate da immigrati che evitano i medici per paura di delazioni, ma solo perché "non dispone di dati sufficienti".

Immigrazione: Maroni; il 26 maggio in oltre 1.000 fuori dai Cie

 

Redattore Sociale - Dire, 17 aprile 2009

 

Il ministro dell’Interno alla Conferenza pan-mediterranea: "In Tunisia per cercare di rimediare a quel voto del parlamento". A maggio partirà il pattugliamento congiunto con la Libia. Contenzioso con Malta per il soccorso in mare.

"La scorsa settimana i nostri uomini sono andati in Libia per definire la logistica e la prossima settimana arriveranno i militari libici per fare addestramento per la conduzione delle motovedette. Come previsto a metà maggio partirà il pattugliamento". Così il ministro dell’Interno Roberto Maroni intrattenendosi con i giornalisti, a margine della Conferenza pan-mediterranea sull’immigrazione e sulla sicurezza delle frontiere esterne organizzata dal ministero dall’Interno.

"Noi confidiamo molto - ha proseguito - che questo sia uno strumento efficace per contrastare, ridurre e possibilmente azzerare gli sbarchi". "Ieri sono stato in Tunisia per cercare di rimediare al quel voto del parlamento che ha cancellato la proroga a 18 mesi del trattenimento dei Cie - ha aggiunto -. Il 26 aprile se non troveremo una soluzione saremo costretti a rimettere in libertà oltre mille clandestini".

Il ministro ha poi affrontato il problema dei rapporti non facili con Malta. "Con Malta i rapporti non vanno tanto bene. - ha precisato - C’è un contenzioso e io ho interessato il commissario Barrot affinché intervenga. C’è infatti un dispositivo che consente a Malta di scaricare sull’Italia responsabilità nel soccorso.

Noi sinora lo abbiamo fatto ma ho chiesto e continuo a chiedere a Malta di assumersi le responsabilità previste dagli accordi internazionali, che non si stanno assumendo in modo soddisfacente. Quindi c’è in corso un processo di ridefinizione delle aree e delle regole e di attuazione degli accordi, cosa che finora non è sempre avvenuta, il tutto a danno dell’Italia".

"Stiamo ridefinendo queste condizioni per garantire il rispetto delle regole e soprattutto per garantire che i paesi che si sono impegnati rispettino gli accordi - ha concluso -.

L’Italia è intervenuta lo scorso anno oltre 80 volte in aree non di nostra competenza, quando era a rischio la vista degli immigrati. Abbiamo salvato tante vite andando a prendere i barconi in aree non di competenza, perché le autorità che dovevano andare non si muovevano. È ovvio che dobbiamo farlo, perché la vita umana va salvata, ma ho posto il problema a livello europeo perché chi si è impegnato a fare soccorso in mare lo faccia davvero".

Immigrazione: a Lampedusa associazioni non possono lavorare

 

Redattore Sociale - Dire, 17 aprile 2009

 

È allarme per i diritti umani di chi sbarca. La denuncia delle associazioni in un incontro al San Gallicano. Boldrini (Unhcr): "Bellissima la solidarietà per l’Abruzzo, ma per i 300 morti nel Mediterraneo nessun lutto collettivo"

C’è uno spartiacque, un prima e un dopo nella storia di Lampedusa. Sull’isola degli sbarchi "è saltato il modello di gestione dell’identificazione, del primo soccorso e dell’accoglienza", dopo il 24 gennaio, quando il centro di accoglienza dei migranti è stato trasformato in Centro di identificazione e di espulsione.

A dirlo sono le principali Associazioni e Ong presenti sul posto con il progetto Praesidium, che da tre anni fornisce l’assistenza alle persone che arrivano alla frontiera sud dell’Italia dopo la traversata del Mediterraneo. Una testimonianza portata all’istituto San Gallicano per l’incontro "Clandestino:quale destino per il clan degli sbarchi".

Tra loro, Save the children, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. "Non siamo più nelle condizioni di fare il nostro lavoro", afferma lapidaria Laura Boldrini, portavoce dell’Acnur. "A Lampedusa non c’è più un sistema, laddove c’era invece un modello che l’Italia portava nelle assise internazionali". Il dato più importante del boom degli sbarchi degli ultimi anni è che sono cambiati i flussi migratori.

"Mentre prima arrivavano soprattutto migranti in cerca di lavoro, l’anno scorso il 75% degli arrivi sull’isola erano richiedenti asilo", dice la portavoce italiana dell’Unhcr. Secondo Boldrini, al contrario, il dibattito politico e pubblico che ha portato alla creazione del Cie, si è svolto sulla base di "slogan sempre uguali negli anni e senza un’analisi del fenomeno".

Infatti, sono 800 mila secondo le statistiche ufficiali gli irregolari sul territorio nazionale. Di questi, la maggioranza sono entrati con regolare visto e poi hanno perso i requisiti. "Allora perché questo accanimento verso chi arriva via mare se si tratta solo del 12% degli irregolari? E, di questi, i tre quarti sono richiedenti asilo?", è l’interrogativo mosso da Laura Boldrini. Per la portavoce dell’Acnur esiste una forte responsabilità dei media che hanno diffuso "una fotografia devastante del fenomeno migratorio, con anni e anni di cronaca nera collegata all’immigrazione e slogan-tolleranza zero contro chi rischia la vita sul gommone ma non contro chi li sfrutta". L’accordo Italia-Libia secondo Boldrini non risolverà il problema, visto che "persone in fuga da guerre e dittature, che non hanno scelta, non si fermeranno davanti a un accordo fra Stati".

Infine, un parallelo su due tragedie che hanno segnato le ultime settimane. "C’è stata una bellissima gara di solidarietà e un gran lavoro di umanità per il terremoto in Abruzzo. Pochi giorni prima, si è verificata una delle vicende più luttuose nel Mediterraneo. Anche lì, in uno o più naufragi sono morte oltre trecento persone. Quella morte è stata presente sui media per due giorni, ma non c’è stato nessun lutto collettivo, nessuna compassione per le vittime di un altro terremoto, quello della guerra".

Il richiamo a una maggiore umanità verso gli immigrati viene anche da Aldo Morrone, direttore dell’Istituto nazionale per la salute, i migranti e la povertà, che ha organizzato l’incontro. "Prima o poi il Cie di Lampedusa chiuderà", commenta il professore, "cosa succederà a quel punto? Oggi sotto i nostri occhi c’è la Tv che ogni mattina ci dice che gli immigrati sbarcano. Lampedusa è insieme una tragedia e un valore per ciò che rappresenta nell’immaginario collettivo, è una grande opportunità per il futuro".

 

Save the children: saltata la fase di soccorso e accoglienza

 

A Lampedusa, Save the Children chiede il ripristino della fase di soccorso e prima accoglienza per chi sbarca sull’isola dopo essere sopravvissuto alla traversata del Mediterraneo. La trasformazione del centro di accoglienza in struttura per l’identificazione e l’espulsione ha reso difficili queste operazioni e anche la fase di informativa legale ai migranti incontra molti ostacoli. È quanto sostiene la dott. Angela Oriti che per l’Ong cura il Progetto Praesidium III, un follow up sull’accoglienza coordinato dal ministero dell’Interno e finanziato dall’Ue, del quale fanno parte anche l’Oim e l’Acnur.

"Prima che il Centro soccorso e pronta accoglienza di Lampedusa fosse trasformato in Cie il 24 gennaio, c’erano ufficialmente 380 posti, estendibili fino a 800, arrivando ad ospitare quasi 2000 persone. Per l’area minori i letti per donne e minori erano 70 ma ha ospitato fino a 200 ragazzi", spiega Oriti ai partecipanti al seminario di medicina trans-culturale al San Gallicano.

Le vicende degli ultimi mesi hanno mostrato che ormai gli sbarchi non si fermano in autunno e in inverno, quando le condizioni meteo sono difficili. Il risultato è che "dagli 8.800 arrivi del 2003 si è passati ai 31.250 del 2008", continua la dottoressa, "e da quando Lampedusa è diventata Cie, il nostro lavoro si è fatto più difficile".

Nel suo intervento, Angela Oriti ricorda quanto avvenuto negli ultimi mesi: la decisione del ministro di bloccare i trasferimenti e svolgere le audizioni per i richiedenti asilo direttamente in loco; il Cspa trasformato in Centro per l’identificazione e per l’espulsione, nel quale sono stati trattenuti solo migranti di alcune nazionalità, tra cui algerini tunisini e marocchini, mentre gli altri sono stati trasferiti nella base Loran o sul territorio siciliano. Le notizie dei rimpatri e le condizioni del centro hanno aumentato la tensione portando alle rivolte di febbraio.

Particolarmente difficile è la situazione dei tantissimi minori non accompagnati, anche per le ripercussioni sulle strutture di accoglienza sul territorio siciliano. Si tratta di minori stranieri cui la legge garantisce la tutela e il permesso di soggiorno. Con la riforma del titolo V della Costituzione, il peso finanziario dell’accoglienza dei ragazzi soli pesa sui comuni, ma la normativa non fa riferimento agli arrivi per sbarchi.

"Su tutto il territorio siciliano, ci sono 39 comunità di alloggio che ospitano circa 1.800 minori, strutture sovraffollate, che non dovrebbero ospitare più di 10 ragazzi ma alcune strutture in tutto l’anno ne hanno accolti più di 50. Quasi a ricordare gli orfanotrofi di un tempo", spiega la rappresentante di Save the children.

"Per far fronte all’emergenza, la stessa prefettura di Agrigento ha fatto aprire strutture da 50-60 posti in violazione alla normativa e l’altra anomalia è che questa prefettura è il punto di riferimento per tutte le comunità regionali, anche quelle che si trovano in provincia di Palermo, Trapani e Catania", dice Oriti.

Ma i problemi non finiscono qui. "Nel momento in cui si avvia l’apertura della tutela, passaggio necessario per ottenere il permesso di soggiorno, l’onere finanziario del minore va in capo al comune. Per questo, a volte le comunità, finanziate dagli enti locali, ritardano l’apertura della tutela per non perdere i fondi, altre volte hanno accolto più minori di quanto possibile per attrarre finanziamenti". Sono diversi, dunque i livelli di responsabilità e coinvolgono comuni, case-famiglia, prefettura e Viminale.

Il risultato allarmante è la fuga di tantissimi ragazzi soli, soprattutto egiziani, di cui a volte si perdono le tracce sulle rotte verso Roma e Milano e che rischiano di finire in mano alla criminalità o sui mercati della schiavitù. Le altre nazionalità più numerose tra i minori stranieri non accompagnati presenti in Sicilia sono quelle eritrea, somala e nigeriana. "Servono più tutela, protezione, inserimento lavorativo e formazione in raccordo con la realtà del territorio", conclude Angela Oriti.

Stati Uniti: la Cia non sarà perseguita per torture sui detenuti

 

Ansa, 17 aprile 2009

 

Gli agenti della Cia che hanno usato "in buona fede" maniere forti su detenuti usando tecniche di tortura come il water-boarding non passeranno guai con la giustizia. Lo ha assicurato il presidente Usa Barack Obama in un comunicato che accompagna la pubblicazione di quattro memorandum dell’amministrazione Bush sui metodi di interrogatorio ammessi nella guerra al terrorismo.

I cosiddetti siti neri, in Asia e nell’Europa dell’Est, sono stati chiusi dall’amministrazione Obama che, denunciando l’uso della tortura, ha deciso la pubblicazione dei documenti per aiutare l’America "ad affrontare un capitolo buio e doloroso" della sua storia. I memorandum - quattro dal 2002 al 2005 - descrivono una serie di tecniche di interrogatorio aggressive e tuttavia all’epoca autorizzate che vanno dall’annegamento simulato alla privazione del sonno e all’esposizione al freddo o al caldo eccessivo. I documenti sono stati resi pubblici dopo un intenso dibattito interno e con alcune censure criticate dalle associazioni per i diritti umani.

"Pubblicando questi documenti intendiamo assicurare gli agenti che hanno agito in buona fede basandosi sul consiglio legale del Dipartimento della Giustizia che non saranno messi sotto inchiesta", ha detto Obama spiegando che questo è un momento di "riflessione", non di "vendetta".

Le nuove rivelazioni, sostanzialmente una conferma di quanto era già emerso nei mesi scorsi, coincidono con la pubblicazione di una inchiesta del New York Times dedicato altri casi di abusi della National Security Agency (Nsa), l’agenzia Usa di controspionaggio, nei confronti di cittadini americani negli Usa e all’estero intercettati senza mandato della magistratura negli ultimi mesi dell’amministrazione Bush.

Secondo il quotidiano, la Nsa ha intercettato comunicazioni private tra americani su una scala che andava oltre gli ampi limiti autorizzati l’anno scorso dal Congresso. Tra i bersagli del ‘grande orecchiò dell’agenzia ci sarebbe stato addirittura un membro del Congresso: il parlamentare, di cui non è stata determinata l’identità, sarebbe stato in contatto con un estremista già sotto sorveglianza per possibili rapporti con gruppi terroristici mentre si trovava in Medio Oriente con una delegazione parlamentare nel 2005 o 2006.

Di torture ha parlato anche Richard Armitage, numero due al Dipartimento di Stato nella prima amministrazione Bush. L’ex vice di Colin Powell ha ammesso con la rete al Jazeera che la Cia ha torturato alcuni sospetti terroristi con il benestare della Casa Bianca, ma che né lui né Powell ne sapevano nulla. Armitage ha spiegato che lui e Powell erano all’epoca convinti che la Convenzione di Ginevra venisse rispettata anche nei confronti dei cosiddetti "combattenti nemici", i prigionieri catturati Afghanistan dopo le stragi dell’11 settembre e trasferiti nel limbo giuridico di Guantanamo, la base prigione a Cuba di cui Barack Obama ha deciso la chiusura.

 

 

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