Rassegna stampa 10 aprile

 

Giustizia: la destra liberale saprà salvarci dal "forcaiolismo"?

di Piero Sansonetti

 

Il Riformista, 10 aprile 2009

 

Nella destra si sono aperte due questioni politiche, piuttosto complicate, che in parte coincidono. La prima è la questione-Lega, la seconda è la questione-sicurezza.

La Lega da qualche tempo è entrata in conflitto con la componente liberal dell’alleanza, e questo conflitto ha comportato un netto peggioramento dei rapporti con Berlusconi. Lo scontro tra la Lega e la destra-liberale è avvenuto recentemente in occasione della rivolta contro l’emendamento leghista che chiedeva ai medici di denunciare i pazienti stranieri irregolari. E lì Berlusconi diede l’avviso a Bossi: "Non puoi avere tutto".

Il conflitto è tornato clamorosamente l’altro ieri, in Parlamento, con la bocciatura, a sorpresa, prima delle ronde, che sono una bandiera leghista, e poi del prolungamento a sei mesi (oggi sono massimo due) della detenzione dei clandestini nei campi di identificazione e raccolta (gli ex Cpt).

Ieri il premier ha tentato di convincere il ministro leghista Maroni che lo sgarbo era stato involontario e che avrebbe pensato lui a riparare al danno, resuscitando in Senato i due provvedimenti caduti alla Camera. Ma qualche ora dopo lo stesso Berlusconi ha tirato personalmente un altro siluro alla Lega: ha detto che sta pensando all’ipotesi di accorpare elezioni europee e referendum.

E questa è la massima e la più dannosa offesa che si possa fare alla Lega di Bossi. Perché? La questione è abbastanza semplice: la Lega non vuole che passi il referendum sulla legge elettorale (che imporrebbe il bipartitismo perfetto, e dunque cancellerebbe la Lega dalle corse elettorali); e per impedire che passi, aveva chiesto che la celebrazione del referendum avvenisse dopo la fine delle elezioni europee e amministrative, dunque alla fine di giugno e con possibilità vicine allo zero che il quorum del 50 per cento dei votanti sia raggiunto.

Il Pd (che invece vuole che il referendum passi) ha fatto notare che questo slittamento costerebbe 500 milioni, e che è molto meglio accorpare referendum ed elezioni e destinare quei 500 milioni ai terremotati, e cioè a costruire 2 o 3 mila appartamenti. Ieri Berlusconi ha detto che l’idea del Pd non gli pare fessa. Se il premier andrà a fondo, e accorperà referendum ed elezioni, la rottura con la Lega sarà inevitabile.

La seconda questione che agita il centrodestra, e che in gran parte, dicevamo, coincide con la prima, è quella della sicurezza. E qui la Lega c’entra di nuovo, perché - come scriveva ieri sul Riformista Peppino Caldarola - ha fatto della sicurezza la sua principale bandiera politica.

La questione sicurezza è esplosa perché una parte dell’alleanza di destra ha deciso di uscire allo scoperto e di opporsi alla linea forcaiola. Cioè di riaffermare i valori liberali e garantisti che sono nel patrimonio genetico della destra moderata. Berlusconi finora è riuscito a mediare tra garantisti e leghisti, ma è evidente che il dissenso non è piccolo, né legato alle contingenze: è un forte dissenso di concezione politica e dello stato.

Che oltretutto si è manifestato clamorosamente in sede parlamentare e ha portato la destra liberal a riaffermare il ruolo del parlamento e la sua autonomia dal potere esecutivo. Quindi ad aggiungere un altro grande problema alla battaglia politica che agita la maggioranza di governo.

È un bene per il Paese che questa dialettica si sia aperta. Anche perché in una situazione segnata dalla inedita debolezza dell’opposizione, il ritorno di una battaglia aperta e bipartisan in parlamento è un elemento di salvezza dal regime.

E in questa nuova vitalità dei liberali del centrodestra c’è anche l’unica flebile resistenza a quello che in gergo si chiama il "securitarismo", cioè l’ossessione che spinge una parte molto grande dell’opinione pubblica a diffidare del diritto ("buonista") e a chiedere più repressione possibile.

Pensate solo alla vicenda del terremoto e alla caccia agli sciacalli. Su tutti i giornali c’è scritto che si è aperta la piaga degli sciacalli, cioè di quelli che vanno a rubare tra le macerie. Lo stesso premier ha giurato che inasprirà le pene per gli sciacalli. "Giusto, giusto!" dicono tutti. Ma quali sciacalli? Non se ne è trovato nemmeno uno. Non si sa a chi affibbiarle queste pene durissime, in assenza di imputati. La polizia l’altro giorno ha fermato due ragazzi con 20mila euro, ma a loro è stato facile dimostrare che erano i sudati risparmi che la loro nonna aveva messo in cassaforte e che loro le stavano riportando. Questi sciacalli sembrano proprio come gli untori ai tempi del Manzoni. Vittime della caccia alle streghe che non esistono. Sugli untori, cioè sull’orrore del forcaiolismo, Manzoni scrisse la sua opera forse più bella, che intitolò La colonna infame.

Giustizia: su sicurezza, un segnale incoraggiante dal Governo

di Achille Serra (Senatore Pd ed ex Prefetto)

 

L’Unità, 10 aprile 2009

 

La tentazione di sferrare un "ve lo avevo detto" è forte. Da subito, infatti, insieme a tanti colleghi dell’opposizione e all’intero arco sindacale delle Forze dell’ordine, ho denunciato la pericolosità insita nell’istituzione delle ronde. E con grande sollievo ho appreso del passo indietro (o laterale che dirsi voglia) compiuto dalla maggioranza su questo fronte.

Ritengo, tuttavia, più saggio, oggi, attenuare la contrapposizione sconfitti/vincitori e applaudire il Governo per un atto di umiltà tanto apprezzabile quanto inedito. Inizialmente, infatti, la norma sulle ronde siglata e fortemente voluta dalla Lega, affidava il controllo del territorio a non ben definite associazioni di cittadini, non sottoponendo il loro operato neanche al parere vincolante del Comitato per la sicurezza.

Si trattava di una sorta di nulla osta alla giustizia fai da te, mascherato da sostegno al lavoro delle Forze di polizia e legittimato, nell’ottica del centro destra, dai gravi episodi di violenza che hanno colpito le nostre città negli ultimi mesi. La discesa in campo dei privati cittadini a difesa dell’ordine pubblico appariva come la naturale risposta all’invasione del suolo italico da parte degli stranieri e completava l’equazione "immigrato uguale criminale".

Quando in Aula ho tentato di far capire alla maggioranza la gravità dei rischi sottesi a questa scelta, il solito istrione ha risposto con un attacco personale alla mia passata carriera di prefetto. Fortunatamente, però, la parte più sana del centrodestra ha colto la portata del nostro allarme e il ministro Maroni, uno tra gli esponenti del Governo di cui ho maggior stima, ha preteso alcune rettifiche.

Si è previsto così di sottoporre le associazioni al vaglio del Prefetto e di registrarle in appositi albi, nella consapevolezza (celata) che si trattava di realtà molto lontane dai City Angels e dal volontariato emiliano, dediti esclusivamente all’assistenza dei poveri e dei senza tetto e alla segnalazione del degrado urbano.

Infine, lo stop di due giorni fa, dettato forse più dal timore di conseguenze imprevedibili, che dall’esigenza di accelerare i tempi parlamentari. Questa vicenda, pur lontana dalla conclusione, come in tanti nella maggioranza hanno ribadito, autorizza un moderato ottimismo. Mi auguro, infatti, che la rinuncia da parte del Governo all’ennesimo atto di forza in Parlamento, segni finalmente l’inizio di una nuova stagione di collaborazione, sul tema della sicurezza. Tema che, come ho ripetuto più volte non può e non deve avere colore politico. Grave sarebbe se, al contrario, rimanesse una benevola eccezione.

Giustizia: Berlusconi e Lega; addio al Decreto su ronde e Cie

 

Redattore Sociale - Dire, 10 aprile 2009

 

Accelerare il rimpatrio di almeno cinquecento immigrati e riproporre le norme su ronde e Cie nel disegno di legge sulla sicurezza calendarizzato per il 27 aprile alla Camera, magari blindandolo con la fiducia. Silvio Berlusconi cerca di uscire dall’angolo in cui la decadenza del decreto, ormai assodata, rischia di chiudere governo e maggioranza e, al tempo stesso, di ribadire la "politica di rigore" nei confronti dei clandestini.

Un percorso che trova d’accordo Umberto Bossi, in sintonia col premier nel voler disinnescare a tutti i costi la miccia che si è accesa ieri nella maggioranza. In questo momento, spiegano fonti di maggioranza, per entrambi la priorità è non alimentare le polemiche. Bossi vuole incassare il federalismo per fine mese e non ha intenzione di alzare i toni, nè con gli alleati nè con l’opposizione: troppo rischioso insistere per reintrodurre ronde e Cie nel decreto e approvarlo in tempi strettissimi. Berlusconi, da parte sua, non vuole spaccature nella maggioranza in questo momento: le emergenze si chiamano crisi economica e Abruzzo. All’orizzonte ci sono le amministrative e le Europee.

Al vertice di oggi, oltre ai due leader, erano presenti i ministri Calderoli, La Russa, Maroni, Tremonti e il sottosegretario Aldo Brancher. Il primo passo, secondo quanto riferiscono alcuni partecipanti, è stato distensivo. Tutti i presenti hanno concordato sul fatto che quello di ieri è stato un "incidente", una debacle parlamentare frutto delle troppe assenze. Berlusconi, secondo quanto viene riferito, si è lamentato dei pidiellini assenti: "Un problema di cui mi occuperò", ha promesso. La sconfitta di ieri in Aula è stata imputata ai troppi assenti e a una parte, fisiologica, di chi non è d’accordo con la norma: un numero che, con i banchi pieni, sarebbe risultato del tutto ininfluente.

Il ministro Maroni, riferiscono, ha precisato che "più che in disaccordo, secondo me quelli che hanno votato contro non hanno capito la norma. Non si tratta di propaganda - ha ribadito il titolare del Viminale - ma di una precisa necessità: serve tempo per identificare i clandestini ed avviare le procedure di espulsione". La norma che prevede sei mesi di permanenza nei Cie, però, è stata bocciata due volte: la prima in commissione al Senato e la seconda in Aula alla Camera. Un malumore che Berlusconi non vuole sottovalutare: di qui l’invito ai leghisti a riscrivere la norma limitando la permanenza a un massimo di quattro mesi (oggi sono due).

Il decreto, invece, verrà approvato così come è uscito da Montecitorio: "I tempi per modificarlo- spiega un partecipante- sono strettissimi" e anche la doppia fiducia, al Senato e alla Camera, non garantirebbe di portare a casa il risultato. A questo punto l’idea, caldeggiata da Bossi, sarebbe quella di reinserire le norme, quella sulle ronde e quella sulla permanenza nei Cie riscritta, nel disegno di legge sulla sicurezza calendarizzato alla Camera per il 27 aprile.

E l’allarme di Maroni per i 1.038 clandestini che il 26 aprile potrebbero lasciare i Cie? "Ci penso io, hai la mia parola", l’ha rassicurato Berlusconi. Il premier ha sottolineato che tutta la maggioranza, compatta, apprezza la "politica di rigore" portata avanti dal ministro leghista. Poi, in conferenza stampa, ha specificato: "Ci sono diverse centinaia di persone di un particolare Paese con cui abbiamo particolari rapporti di amicizia, anche mio personale, per cui ci daremo da fare in questi giorni per anticipare i rientri che erano già nei programmi". Si tratta di circa 900 tunisini: se il governo di Tunisi accetterà tempi di rimpatrio più rapidi del solito almeno per una parte di essi, la necessità di approvare immediatamente la nuova norma sui Cie verrà meno, consentendo alla Lega di riscriverla ed inserirla nel disegno di legge in calendario alla Camera.

Giustizia: Casini; no alle ronde e "tempi ragionevoli" nei Cie

 

Redattore Sociale - Dire, 10 aprile 2009

 

"È il momento dell’unità nazionale, non solo sull’Abruzzo ma anche sul contrasto all’immigrazione clandestina. Ieri non ha vinto l’opposizione contro il Governo, ma si è affermata la centralità del Parlamento" afferma il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, e aggiunge: "E si è dimostrato che una intesa è possibile sulla base della riaffermazione dello Stato di diritto. Il no alle ronde, accompagnato da un limite ragionevole per la permanenza dei clandestini nei centri di identificazione ed espulsione (penso a tre, quattro mesi), può consentire una intesa ampia. La faziosità non deve prevalere sulla necessità di sicurezza dei cittadini"

Abruzzo: anche gli educatori penitenziari assistono i terremotati

 

Apcom, 10 aprile 2009

 

Ogni giorno danno sostegno psicologico e pasti caldi per 100 senzatetto. Sono 20 educatori penitenziari presenti a L’Aquila dal giorno successivo al sisma. "Stiamo servendo cento pasti caldi al giorno, pranzo e cena, e continueremo almeno fino a tutta la prossima settimana. Per i venti educatori impegnati all’Aquila, dunque, si prospetta una Pasqua di lavoro e di solidarietà concreta" dichiara Roberto Greco, segretario nazionale del Col.Edu.Pen (Collettivo educatori penitenziari), rappresentativo di oltre 300 iscritti in tutta Italia. "La situazione, non dobbiamo rilevarlo noi, è drammatica ed è per questo che il nostro impegno si raddoppia di giorno in giorno.

Voglio ringraziare, dunque, - dice Greco - gli educatori impegnati nei luoghi del terremoto, perché sono lì a loro spese e rinunceranno anche alla Pasqua in famiglia. Credo che gli educatori penitenziari, peraltro ancora senza lavoro, rappresentino un esempio per tutti gli italiani".

Sardegna: gli agenti denunciano; "le carceri sono un inferno"

 

La Nuova Sardegna, 10 aprile 2009

 

Carceri sovraffollate, strutture decrepite, condizioni di lavoro del personale al limite della sopportazione. "Per noi non esistono quasi più i diritti degli altri lavoratori", hanno denunciato ieri i rappresentati sindacali del personale degli istituti di pena della Sardegna in una audizione richiesta alla commissione Diritti civili del Consiglio regionale.

La commissione presieduta da Silvestro Ladu (Pdl), è stata sollecitata a intraprendere un’iniziativa forte, coinvolgendo tutta la Regione, nei confronti dei vertici romani. "Non si sa cosa vuol dire riposo settimanale, e non si sa cosa vuol dire ferie", hanno riferito Roberto Picchedda (Uil), Angelo Tedde (Sape), Bruno Melis (Cnpp), Giovanni Villa (Cisl), Giorgio Mustaro (Cisl), Ignazio Usai (Cisl), Antonio Cois (Cgil) ed Efisio Trincas (Cgil).

A Buoncammino "si registrano complessivamente 12 mila giornate di ferie arretrate dal 2006 a oggi; 1.000 riposi settimanali non goduti; con una carenza di organico di 400 unità". Per questo hanno detto i sindacati, "vorremmo poter aprire, tramite la commissione, una breccia nel muro che ci separa da Roma".

"Da decenni non esiste il turnover", hanno protestato i sindacalisti, ricordando che il personale è tuttora in stato di agitazione. "Gli organici sono allo stremo, con gravi ripercussioni anche sulla sicurezza all’interno delle carceri. Inoltre, non vi è più la possibilità per gli agenti di svolgere regolarmente i periodi di addestramento e aggiornamento nella scuola di Monastir, che ospita strutture adatte".

Il rischio, è stato sottolineato, è che la scuola possa prima o poi chiudere battenti e quindi costringere eventualmente il personale a frequentare nella penisola, con aggravio di costi per l’amministrazione. C’è poi il problema della vetustà della maggioranza degli istituti penitenziari sardi, che si aggiunge aggravandolo, alla carenza di personale. Alcune previsioni che riguardano progetti di ampliamento e ristrutturazione di alcune case di pena fanno ipotizzare per il 2010 un aumento dei detenuti di mille unità: "Una situazione esplosiva, a fonte di organici ridottissimi, turni di lavoro massacranti".

Questi problemi si ripercuotono gravemente "anche sui detenuti, sia per quanto concerne la rieducazione in vista del reinserimento nella società, e sia gli stessi diritti costituzionalmente garantiti dalla Costituzione".

I sindacati hanno poi paventato il rischio che anche in Sardegna venga demandata alle aziende sanitarie la tutela della salute dei detenuti, con ulteriori problemi riguardanti i piantonamenti nelle strutture sanitarie pubbliche: "Un sistema - è stato sottolineato - che nelle regioni dove è stato introdotto ha sollevato forti proteste". Oggi la commissione sentirà i dirigenti degli istituti di pena e il provveditore dell’amministrazione penitenziaria in Sardegna.

Venezia: Sappe; carcere di Santa Maria Maggiore non è un lager

 

La Nuova di Venezia, 10 aprile 2009

 

Il Sappe (il Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria) non ci sta: vuol far sapere che Santa Maria Maggiore non è un lager e che comunque gli agenti, sempre più spesso, sono le "vittime" e non gli aguzzini.

Una conferenza stampa provocata dall’indagine della Procura veneziana sul suicidio del detenuto marocchino morto impiccato in una cella, in particolare dalla decisione di mettere sotto inchiesta il comandante degli agenti di Santa Maria Maggiore e l’ispettore in servizio in quella tragica giornata per concorso nell’omicidio colposo.

"La situazione all’interno di Santa Maria Maggiore ha superato ormai il limite della tollerabilità - spiega il segretario regionale Giovanni Vona - ci sono circa 300 detenuti quando al massimo il carcere potrebbe ospitarne 160 e gli agenti sono sotto organico almeno di quaranta unità, tanto che spesso in servizio c’è appena un agente per ognuna delle sezioni".

"C’è chi afferma - prosegue Filomeno Porcelluzzi - che sono stati sospesi i colloqui, le attività ricreative e scolastiche, ma non è assolutamente vero, anzi noi facciamo numerose ore straordinarie perché proseguano". Raccontano del sovraffollamento, delle differenze di etnia, di lingue, di abitudini e di religione. Sottolineano che i tentativi di suicidio dei detenuti sono all’ordine del giorno e buona parte delle volte è grazie al loro intervento che non vanno a buon fine. "Occorrono immediati interventi e si tratta di interventi che sono al di là della volontà degli agenti e spesso anche dello stesso direttore" aggiunge il segretario Vona.

Riferendosi al detenuto che si è impiccato, sostengono che ci sarebbe stata la necessità dell’intervento di uno psichiatra almeno dopo il primo tentativo: veniva dall’ospedale psichiatrico di Reggio Emilia, aveva dato segni di squilibrio e l’assistenza psichiatrica avrebbe dovuto scattare subito.

"Non possono pensare che noi agenti siamo in grado di fare pure gli psicologi - conclude Porcelluzzi - e se fosse scattata l’assistenza immediata forse non sarebbe accaduto, invece arriva dopo giorni, soprattutto in questo periodo in cui c’è stato il passaggio dei servizi sanitari dal ministero della Giustizia alle Asl del territorio in cui si trova il carcere".

Sulmona: dopo-terremoto; carcere è solido non sarà evacuato

 

Il Centro, 10 aprile 2009

 

Il carcere di via Lamaccio non è stato evacuato. Il sisma, che pure ha fatto tremare, e non solo di paura, l’area peligna, non ha creato problemi strutturali al penitenziario. La notizia viene precisata a causa del diffondersi di alcune voci che si sono rincorse circa l’imminenza dello sgombero.

La smentita arriva all’unisono dal direttore Sergio Romice e dal responsabile dell’area pedagogica, Frank Mastrogiuseppe. La notizia è rimbalzata direttamente dall’Aquila. "Voglio assolutamente fare questa precisazione", ha spiegato Di Mastrogiuseppe , "perché ci sono pervenute notizie dall’Aquila secondo le quali staremmo per trasferire i detenuti di Sulmona un altro carcere. Ripeto che si tratta di una notizia assolutamente falsa".

Il direttore Romice aggiunge che "la struttura penitenziaria è assolutamente solida, è stata controllata con accuratezza e non presenta alcun tipo di problema. I nostri detenuti sono tranquilli e non crediamo che sia alle viste un trasferimento, né tanto meno l’accoglienza di detenuti provenienti dal penitenziario Le Costarelle dell’Aquila".

Nell’area della provincia il terzo carcere è il San Nicola di Avezzano. Attualmente, però, la Casa Circondariale della Marsica che si trova proprio al fianco dello stadio dei Marsi è chiusa per lavori di ristrutturazione. Secondo le previsioni il carcere avezzanese dovrebbe riaprire subito dopo la stagione estiva.

Roma: detenuti di Rebibbia raccolgono fondi per i terremotati

 

Ansa, 10 aprile 2009

 

Anche i detenuti di Roma si stanno mobilitando per aiutare la popolazione d’Abruzzo colpita dal terremoto, con una raccolta di soldi. L’iniziativa è partita il giorno stesso del sisma. Un foglio sta passando di cella in cella in modo che chi vuole, e soprattutto chi può, segna la cifra da prelevare dal suo conto. A volte sono solo pochi euro perché i soldi destinati ai terremotati sono sottratti alle loro famiglie. La notte precedente le scosse si erano sentite forti anche a Rebibbia. I soldi raccolti verranno devoluti alla Caritas, tramite i volontari della Vic Caritas che operano dentro gli istituti penitenziari di Roma. Un piccolo gesto da chi vive nel mondo prigioniero, per essere vicini a chi ha perso tutto.

Gorizia: il Provveditore del Prap; il carcere deve essere chiuso

 

Il Piccolo, 10 aprile 2009

 

"Il carcere di Gorizia deve essere chiuso". Felice Bocchino, responsabile della amministrazione carceraria del Triveneto non ha dubbi e martedì si è recato a Roma, dal direttore nazionale del servizio penitenziario, Carlo Ionta, per proporre la dismissione della struttura. Il Ministero dirà la sua entro la fine di maggio.

"Da due anni a questa parte sto chiedendo alle autorità locali, Prefettura e Comune in primis, delle soluzioni alternative - spiega Bocchino -. Dal territorio, però, non sono arrivate risposte precise. A questo punto, dal momento che sarebbe del tutto antieconomico ipotizzare una risistemazione del casa circondariale di via Barzellini, non mi rimane altro che chiederne la sua chiusura definitiva". In un primo tempo, l’amministrazione penitenziaria aveva visto con favore la possibilità di realizzare un carcere ex novo a Gradisca, nel comprensorio della ex Polonio. Il "niet" arrivato dal sindaco Tommasini, però, aveva bloccato tutto. "Allora chiesi subito se vi era la disponibilità di altri siti alternativi, sempre all’interno di aree militari dismesse - aggiunge Bocchino, ricostruendo la corrispondenza che avuto in questi mesi con le autorità locali -.

Proposte concrete, però, non sono mai arrivate". Di qui, la richiesta definitiva di dismissione. "A Pordenone (dove la situazione carceraria è simile a quella di Gorizia, ndr) Provincia e Comune, con il sostegno della Regione, si sono detti disponibili a investire diversi milioni di euro per realizzare una nuova struttura - sottolinea il numero uno delle carceri del Nordest -. Nell’Isontino, questa sensibilità non c’è".

Lo hanno riscontrato anche le rappresentative sindacali degli agenti di custodia che operano in via Barzellini. "Nessuno si è mai veramente interessato a realizzare una nuova struttura penitenziaria nella città di Gorizia o nelle zone limitrofe - evidenziano Vito Marinelli e Paolo Della Ricca, rappresentanti provinciali del Sindacato Autonomo di Polizia penitenziaria (Sappe) -.

E alle autorità locali poco importa dei disagi e delle difficoltà che ricadranno su quella sessantina di operatori (45 - 50 agenti e una decina di unità del personale amministrativo, ndr) che, al momento della chiusura, verranno trasferiti altrove". Analogo il punto di vista della Cisl. "Chiediamo che venga realizzata una nuova struttura - dice la referente Antonietta Bocchino -. Il territorio ha bisogno di un’istituzione come questa".

Livorno: presidio per chiedere "verità" sulla morte di Marcello

 

Il Tirreno, 10 aprile 2009

 

Nuovo presidio di protesta per la vicenda della morte di Marcello Lonzi, avvenuta nel carcere delle Sughere. È stato indetto per mercoledì 22, alle 10 del mattino davanti alla Procura della Repubblica, dalla madre di Lonzi, Maria Ciuffi, e da gruppi antagonisti della rete blackbloc.net.

"Per coprire la responsabilità degli agenti di polizia penitenziaria - dicono i promotori del presidio - si indaga addirittura il compagno di cella". Secondo quanto sostengono gli antagonisti, la nuova perizia effettuata sul corpo di Marcello Lonzi avrebbe "accertato quello che tutti sapevamo: che è stato ucciso. E sappiamo anche che ad ucciderlo sono stati alcuni tra gli agenti del carcere delle Sughere di Livorno, dove era detenuto".

I gruppi che daranno vita al presidio fra tredici giorni attaccano in maniera assai determinata la magistratura livornese che indaga sulla vicenda: "Di fronte all’impossibilità di tirare fuori di nuovo la storia della morte "per cause naturali", ha inventato una nuova storia: adesso è accusato di omicidio volontario l’allora compagno di cella di Marcello, il quale (probabilmente minacciato) aveva dichiarato prima di dormire e non essersi accorto di niente, e poi di non essere in cella al momento della morte.

Dichiarazione, quest’ultima, confermata anche da altri detenuti. Per far tornare i conti, è stata aggiunta dalla Procura della Repubblica un’altra accusa che suona come una vera e propria presa in giro: anche due agenti sono stati indagati... per "mancata vigilanza"!".

Pistoia: con il progetto "Concatenazioni", la musica in carcere

 

Il Tirreno, 10 aprile 2009

 

Grazie al progetto "Concatenazioni" dell’Assessorato provinciale alla cultura, si è tenuto martedì 7, nel carcere di Pistoia, un concerto della "Banditaliana" composta da Riccardo Tesi, Maurizio Geri e Claudio Carboni (assente il batterista Marco Fadda).

Il progetto, nato nel 2006, è stato fonte, nell’arco degli ultimi due anni, di dibattiti, convegni e di varie iniziative interne alla Casa circondariale pistoiese (proiezioni di film, laboratori teatrali, tombola e musica per Natale) nell’ottica di creare un ponte tra il "Pianeta carcere" e il mondo esterno.

"Come vi ho sempre detto - ha affermato rivolgendosi ai detenuti la comandante della polizia penitenziaria, Barbara d’Orefice, nel suo discorso introduttivo al concerto - stare dentro non significa perdere il contatto con fuori, anche perché la pena prima o poi finisce".

Al contrario che nei penitenziari, infatti, nella Casa Circondariale si trovano persone con condanne minori, in gran parte per reati come lo spaccio di droga, il furto o lo sfruttamento di prostituzione. Per questa occasione, il contatto con il fuori si è concretizzato per i 72 detenuti presenti in un’ora di concerto dal vivo, ascoltato insieme all’assessore alla cultura, Cristina Donati, ai giornalisti e a una decina di altri rappresentanti delle istituzioni e della società civile, per i quali erano state sistemate nella palestra due file di sedie davanti al palco.

I "clienti", come vengono chiamati all’interno del carcere, sono invece arrivati a scaglioni di circa dieci per volta, portando il loro personale sgabello, perché, hanno spiegato i poliziotti, non ci sono soldi per comprare le sedie.

Non è mancato un iniziale imbarazzo tra chi è rinchiuso da spessi muri, sbarre e pesanti porte automatiche, ragazzi con un’età media inferiore ai trent’anni, in maggioranza stranieri, costretti spesso in tre dentro celle di due metri per quattro (sono 150 in un carcere che può accoglierne appena la metà) e chi invece vive libero, lontanissimo e inconsapevole di quel mondo, pur passandoci davanti tutti i giorni.

La musica è servita a sciogliere il ghiaccio. Ai detenuti sono piaciute molto le note popolari della Banditaliana che è partita con il brano "Marock" dai toni multietnici. Il ritmo vivace è stato seguito dai ragazzi che hanno battuto le mani od oggetti contro gli sgabelli. Gli applausi sono stati calorosi e il clima non si è raffreddato neanche quando al leader della band si è rotto lo storico organetto diatonico.

"Scusate, mi si è inceppata una nota - ha detto Tesi, sostituendo lo strumento con un altro organetto meno complesso -. Dovremo improvvisare un’altra scaletta". "Si fa finta di nulla", hanno urlato i ragazzi, che per quell’ora si sono lasciati andare all’allegria di tarantelle, canti e danze popolari, fino al "Tango di Buona Speranza", a loro dedicato dai tre musicisti.

Immigrazione: e ora niente blitz sulla "detenzione" nei Centri

di Sergio D’Antoni

 

Europa, 10 aprile 2009

 

"Il re è nudo". È un messaggio semplice e potente quello espresso due giorni fa a Montecitorio. Dopo una dura battaglia parlamentare condotta dalle opposizioni, e in particolare dal Partito democratico, per ben tre volte l’aula ha mandato in tilt il governo.

In rapida successione è arrivato prima lo stralcio delle ronde dal decreto sicurezza, poi la sconfitta sui centri di identificazione ed espulsione, infine il ko su una mozione economico-finanziaria del Pd. Ora le grandi contraddizioni interne al centrodestra sono davvero sotto gli occhi di tutti.

Altro che "impostazione muscolare", altro che "decisionismo": il ricorso sistematico al voto di fiducia è stato finora un segno di debolezza e non di forza dell’esecutivo. Se la squadra di governo vi ha ricorso è perché non si fida della sua stessa maggioranza. Entrando nei contenuti dei provvedimenti approvati, con buona pace della Lega, è stata messa la parola fine all’idea odiosa di allungare i tempi di permanenza in queste strutture fino a 180 giorni.

Una misura avversata anche dagli ambienti cattolici e da gran parte della società civile, che avrebbe trasformato i Centri di accoglienza in vere carceri e luoghi come Lampedusa in autentiche colonie penali.

Allo stesso modo, il governo ha dovuto fare marcia indietro sulle ronde, accettando il più banale dei principi: uno stato non può capitolare sulla sicurezza delegando ai privati il compito di controllare il territorio nazionale. Infine, con l’approvazione della mozione Pd, la squadra di Berlusconi si è dovuta impegnare a intensificare la sua azione a tutela dei risparmiatori più deboli.

Tre segnali importanti, tre vittorie che danno un colpo straordinario alla deriva xenofoba e antisociale di questo governo che finora ha permesso una sovrapposizione sbagliata e arbitraria del concetto di emigrazione clandestina con quello di criminalità. Ricordiamo tutti la massima del ministro Maroni: con i clandestini "occorre più cattiveria", da esercitare naturalmente con l’osannata Bossi-Fini. Una legge che finora ha portato al raddoppio degli sbarchi.

Gli effetti più devastanti di questa tara si stanno manifestando a Lampedusa. L’isola siciliana può essere considerata tragica metafora di questa logica perversa che assimila i flussi migratori a una minaccia criminale. Un’equazione che porta ben evidente il marchio antimeridionalista della Lega, che vorrebbe nascondere e confinare nell’avamposto siciliano gli effetti più disastrosi e dolorosi della fallimentare politica sull’immigrazione varata da questo governo.

Nessuno nella destra pensi ora di organizzare altri blitz. La disposizione sul prolungamento della permanenza è stata bocciata ben due volte. Se il governo, spinto dalla preponderanza del Carroccio, deciderà di riproporre questa norma insieme xenofoba e antimeridionalista siamo convinti che i presidenti dei due rami del parlamento sapranno far valere le proprie prerogative. Infine, la giornata di mercoledì ha messo in chiaro un concetto fondamentale: la doverosa cooperazione da parte delle opposizioni in casi di emergenza non può sostituire una dialettica parlamentare di merito. Occorrere distinguere i due piani, che implicano doveri diversi. Il Pd ribadisce piena collaborazione sul drammatico scenario abruzzese, ma, sia alla camera che al senato, non dimentica quelle che sono le responsabilità specifiche del più grande partito di opposizione.

Immigrazione: Asgi; costi e demagogia di "detenzione" in Cie

 

Redattore Sociale - Dire, 10 aprile 2009

 

Dopo la bocciatura, l’associazione esprime soddisfazione e ribadisce la contrarietà al provvedimento. "Se manca la collaborazione dei paesi di provenienza l’aggiunta di molti mesi di detenzione non sortisce l’effetto sperato".

L’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) esprime in una nota il proprio apprezzamento per la mancata conversione in legge dell’art. 5 del Disegno di legge n. 2232 di conversione del Decreto legge n. 11 del 2009, che prevedeva il prolungamento a sei mesi della detenzione amministrativa nei Cie. Nel contempo l’associazione ritiene che sia opportuno "richiamare l’attenzione sulla portata demagogica del provvedimento giustamente rigettato dalla Camera dei Deputati, sui costi assai rilevanti e la sua efficacia pressoché nulla".

L’Asgi ricorda quanto scritto nella relazione allegata al disegno di legge n. 2232 all’esame della Camera dei Deputati. In sostanza, in quanto ad ampliamento dei Cie, mille posti dovrebbero ottenersi con interventi di riadattamento, già finanziati dalla legge 186 del 2008, "anche al fine della più rapida attuazione della normativa europea che consente il trattenimento degli stranieri da espellere fino a diciotto mesi", altri 1.500 posti con la costruzione di nuovi Cie e 980 attraverso la ristrutturazione degli edifici esistenti.

Afferma l’Asgi: "Appare evidente come l’ampliamento dei Cie servirebbe solo per mantenere la attuale capacità ricettiva, ma non espulsiva, del sistema. Il prolungamento dei tempi di detenzione amministrativa non equivale infatti ad una maggiore efficacia delle procedure di espulsione, perché se manca la collaborazione dei paesi di provenienza l’aggiunta di pure molti mesi non sortisce l’effetto di consentire il rimpatrio effettivo dei destinatari dei provvedimenti di espulsione o di respingimento. Si tratta di evidenze già messe in luce dal rapporto della cosiddetta Commissione De Mistura, nel febbraio 2007, completante ignorate dal Governo".

"È infatti noto - continua l’Asgi - che attualmente meno della metà degli immigrati trattenuti nei Cie italiani viene effettivamente espulsa con accompagnamento in frontiera e dunque l’inasprimento della durata della detenzione amministrativa produrrebbe solo l’effetto di esacerbare le condizioni di trattenimento mutando la natura stessa del trattenimento trasformandolo da incidente nell’esecuzione materiale dei provvedimenti di allontanamento in una vera e propria ripetuta forma di detenzione di lungo periodo, eseguita in modo speciale e al di fuori di istituti penitenziari".

Non solo. "Le previsioni economiche contenute nella relazione tecnica non possono che destare allarme: la realizzazione dei "nuovi" Cie per 1.500 posti, ammesso che le Regioni non si oppongano, avrebbe comportato una spesa di 117 milioni di euro, mentre 22 milioni di euro sarebbero stati necessari per la ristrutturazione degli edifici esistenti. Ed a queste somme si dovrebbero aggiungere altre decine di milioni di euro per realizzare i mille nuovi posti previsti dalla legge 186 del 28 novembre 2008. Complessivamente sarebbero necessari oltre duecento milioni di euro in quattro anni per moltiplicare i Cie - si precisa - e finanziare un prolungamento dei tempi della detenzione amministrativa".

Per l’Asgi "non vanno inoltre tralasciati i maggiori costi da prevedere per le convalide ripetute da parte dei giudici di pace, per i difensori d’ufficio e per gli interpreti, anche perché nell’immediato non sembra proprio che il numero degli stranieri complessivamente internati nei Cie possa aumentare in modo significativo".

Infine, "poco rispettoso del diritto inalienabile alla difesa e alla sua effettività ed efficacia appare infine il riferimento, sempre contenuto nella relazione tecnica, alla possibilità di risparmiare sempre sul patrocinio legale ‘in considerazione della contenuta complessità dell’assistenza legale connessa alla ripetitività delle udienze di convalida ogni sessanta giorni di permanenza".

Per tutto questo l’Asgi fa appello a tutte le forze politiche "affinché rigettino l’impostazione squisitamente ideologica contenuta nella proposta del prolungamento della detenzione amministrativa e possa riprendere nel Paese una discussione seria sulla inderogabilità di una riforma complessiva delle norme sull’immigrazione e sulla condizione giuridica degli stranieri che permetta di aprire canali di ingresso regolare, dare stabilità e certezza ai titoli di soggiorno, nonché prosciugare il bacino della clandestinità attraverso una regolarizzazione della posizione di quelle persone che contribuendo alla ricchezza materiale e sociale del Paese sono tuttora costrette alla clandestinità da norme farraginose, confuse ed inique".

Immigrazione: Turco (Pd); permessi di soggiorno durino di più

 

Redattore Sociale - Dire, 10 aprile 2009

 

"Invece di prolungare i tempi di permanenza degli immigrati nei Cie, proponendo nuovamente norme bocciate nel merito dalla Camera e dal Senato, il governo porti ad un anno la durata del permesso di soggiorno". Lo dice Livia Turco, capogruppo Pd in commissione Affari sociali della Camera.

"Aumentare la durata del permesso da sei mesi a un anno, come era quando governava il centrosinistra - prosegue Turco - sarebbe un modo semplice ed efficace per permettere a chi viene nel nostro paese di cercare e trovare lavoro evitando, così, di essere espulsi. L’attuale breve durata del permesso comporta spesso l’allontanamento di immigrati che si sono integrati in Italia con le loro famiglie". La parlamentare suggerisce che "la maggioranza inizi a governare il fenomeno dell’immigrazione invece di prolungare il tempo di permanenza nei Cie che, come dimostra l’esperienza in tutti i paesi del mondo, non porta a nessun buon risultato. La politica del governo, anche in materia di immigrazione - conclude la deputata democratica - fa acqua da tutte le parti". E invita la maggioranza a prendere "atto del fallimento della legge Bossi-Fini".

Immigrazione: dall’ospedale, per il mal di denti, alla Questura

 

Asca, 10 aprile 2009

 

La storia di Maccan Ba, clandestino 32enne. La direzione degli Spedali Civili respinge qualsiasi accusa. Espulso per un mal di denti. E dire che Maccan Ba, senegalese di 32 anni, clandestino, in ospedale non ci voleva proprio andare. Ma dopo 4 giorni senza dormire e mangiare a causa del dolore, non ce l’ha fatta più ed è corso agli Spedali Civili. Ha pagato il ticket e si è messo in coda.

Ma Maccan dall’ospedale è finito dritto in Questura, con il suo ascesso che gli faceva vedere le stelle. "Mi hanno prelevato nella sala d’attesa del pronto soccorso odontoiatrico - racconta Maccan che ora vive con il foglio di via in tasca nascondendosi in casa di amici e parenti -. Non saprei dire chi mi ha denunciato, se il medico o la guardia giurata a cui ho chiesto indicazioni per arrivare al pronto soccorso. Sta di fatto che sono stato espulso e d’ora in poi non metterò mai più piede in un ospedale".

La direzione degli Spedali Civili respinge qualsiasi accusa e chiosa: "Nei primi tre mesi dell’anno abbiamo assistito 1.006 pazienti extracomunitari. Nessuno di questi è mai stato denunciato perché clandestino. Nel caso specifico è stata una guardia giurata a chiamare la polizia dopo che l’uomo si era rifiutato di lasciare l’ospedale". Oggi davanti all’ospedale ci sarà un sit-in di protesta dell’Associazione "Diritti per tutti".

Stati Uniti: chiudono le carceri segrete della Cia per i terroristi

 

Asca, 10 aprile 2009

 

Su invito del presidente Usa Barack Obama, la Cia ha annunciato la fine delle attività delle carceri segrete usate per interrogare i sospetti terroristi. A confermarlo oggi, il direttore della Central Intelligence Agency, Leon Panetta, sottolineando come sia prevista la chiusura di ogni tipo di black site e la fine di quelle controverse tecniche d’interrogatorio spesso utilizzate all’interno di queste strutture e giudicate vicine alla tortura.

Iraq: marine uccise un detenuto a Fallujah, la giuria lo assolve

 

Apcom, 10 aprile 2009

 

La giuria militare del tribunale di Camp Pendleton, in California, ha assolto un sergente della Marina Militare degli Stati Uniti dall’accusa di aver ucciso un prigioniero non armato nel corso di una battaglia a Fallujah, in Iraq. Ryan Weemer, questo il nome del sergente, è stato assolto anche dall’accusa di negligenza dei propri doveri, in relazione all’uccisione avvenuta nel novembre del 2004.

La giuria, composta da otto marine che hanno prestato servizio in Iraq e in Afghanistan, ha emesso il verdetto dopo aver deliberato per più di quattro ore. Originario dello stato dell’Illinois, il sergente avrebbe rischiato l’ergastolo e il congedo con disonore, nel caso in cui fosse stato riconosciuto colpevole di omicidio, e sei mesi in prigione e il congedo per cattiva condotta, in caso di incriminazione per trascuratezza dei propri doveri.

Nel chiudere la causa, il legale dell’imputato aveva spiegato che Weemer, di 26 anni, ha agito per legittima difesa. Ma il procuratore, Nicholas Gannon, aveva ricordato che il marine raccontò in un’intervista registrata di aver detto a un suo commilitone di aver sparato a un uomo, uccidendolo, e che avrebbe dovuto convivere con questo ricordo per tutta la vita. Weemer disse anche che, insieme ad altri marine, sparò contro quattro uomini che si trovavano nella casa, dopo l’uccisione del primo commilitone della squadra.

"Non posso mostrarvi il risultato dell’autopsia - aveva continuato Gannon - Non ne ho una a disposizione. Ma (l’accusa) ha molte prove, che dimostrano al di là di ogni ragionevole dubbio che l’imputato ha sparato contro un individuo al petto per almeno due volte... l’omicidio è stato tremendo". Secondo il procuratore, dunque, nel riconoscere Weemer innocente di fronte all’accusa di omicidio, la giuria dovrebbe incriminare l’imputato almeno di un reato minore di omicidio volontario, o di aggressione.

Ma non era di questo avviso la difesa, con l’avvocato difensore Paul Hackett che aveva sottolineato che l’uccisione dei civili avvenne in un momento di grande confusione, mentre Weemer e altri marine si trovavano all’interno dell’abitazione per scovare la presenza di guerriglieri. E, aveva aggiunto Hackett, i detenuti non stavano cooperando. Di conseguenza, "se i detenuti non cooperano, non possono essere controllati. E, se non possono essere controllati, rappresentano una minaccia per i marine".

Lo scorso agosto Jose Luis Nazario, altro marine accusato nella vicenda, è stato assolto dalla corte federale di Riverside dall’accusa di aver ordinato a Weemer e a un altro marine di uccidere i due prigionieri.

Un altro sergente, Jarmaine Nelson, si è dichiarato non colpevole di fronte alle accuse di omicidio non premeditato e di negligenza nell’assolvimento dei propri doveri militari. La corte marziale ha rimandato poi il caso a causa di diverse mozioni che sono state presentate dal suo avvocato.

 

 

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