Rassegna stampa 2 novembre

 

Giustizia: il ‘68 è finito, spinte populiste e domande d’ordine

di Ilvo Diamanti (Sociologo)

 

La Repubblica, 2 novembre 2008

 

È raro che un anniversario acquisti tanta forza quanto, quest’anno, il Sessantotto. Evocato, di continuo, grazie alle - e a causa delle - manifestazioni degli studenti universitari contro le politiche del governo.

In particolare, contro la ministra Mariastella Gelmini, il cui decreto, in effetti, c’entra poco con l’università. Tuttavia, la scuola e soprattutto l’università stanno al crocevia delle esperienze e delle attese dei giovani. Riflettono e acuiscono un disagio che ha ragioni lontane. È comprensibile, anche per questo, la tentazione di cercare i segni di una storia che si ripete. Quarant’anni dopo. Anche se, a nostro avviso, si tratta di periodi difficili da comparare. Anzitutto, per il contesto sociale e globale che li caratterizza.

Quarant’anni fa la contestazione studentesca giungeva in Italia per contagio internazionale. Dopo avere infiammato molte importanti piazze e università. Citiamo, per tutte, le rivolte nei campus universitari Usa e il maggio parigino. Il Sessantotto, in altri termini, fu un passaggio d’epoca internazionale, trainato da movimenti che attraversavano società, economia, religione, cultura e politica. Nelle scuole e tra i giovani, però, quella fase assunse un senso specifico. Marcò, infatti, la frattura generazionale tra figli e genitori.

Dove i genitori - insieme ai professori, ai politici, agli imprenditori (allora definiti, non a caso, "padroni"), alle gerarchie della Chiesa - evocavano l’autorità. E venivano, come tali, contestati. Perché il 1968 è, anzitutto, una rivoluzione antiautoritaria, che ridisegna i ruoli e i rapporti sociali: in famiglia, a scuola, nel lavoro, nella politica. E innova profondamente i riferimenti etici e di valore, gli stili di vita, i costumi sessuali. Gli avvenimenti di questa fase hanno un carattere molto diverso. Si verificano in un contesto globale di implosione finanziaria ed economica.

In Occidente e in Europa non si scorgono grandi movimenti di protesta. Prevale, invece, un’insicurezza diffusa, da cui si irradiano spinte populiste e domande d’ordine. Quanto alla mobilitazione degli studenti in Italia, avviene in uno scenario molto diverso. I professori: 40 anni fa stavano dall’altra parte della barricata. Oggi, sono vicini a loro. Ma sarebbe sbagliato parlare di "complicità", come denuncia la destra.

Le rivendicazioni di questa fase hanno un’impronta prevalentemente "difensiva". Ciascuno rema per proprio conto. I docenti: protestano contro la marginalizzazione della propria categoria e della scuola. Gli studenti e i giovani, invece, manifestano contro il furto del futuro. Dovrebbero prendersela "anche" con i professori (e con i genitori). Ma il governo e questa maggioranza offrono un buon bersaglio polemico. E per loro è prioritario manifestare la propria esistenza, anche se "contro"; per sfidare la propria condizione di generazione perdente e invisibile.

Il richiamo al Sessantotto, quindi, pare poco fondato. Se risuona di frequente è per iniziativa degli attori politici, in base a ragioni legate al presente. Guarda al Sessantotto l’opposizione di sinistra riformista e radicale. Per nostalgia. Ma soprattutto nella speranza che le proteste studentesche si trasformino, come allora, in movimento. Che il movimento eroda il consenso del governo. Che incrini l’immagine del Cavaliere invincibile. Che restituisca alla sinistra, spaesata, la base sociale perduta.

Questo Sessantottismo minimalista si scontra con un Antisessantottismo ben più ambizioso e consapevole, espresso dalla destra al governo. Ben più determinata della sinistra a fare i conti con l’eredità di quella stagione. Lo ha chiarito bene la ministra Gelmini, subito dopo l’approvazione del decreto: "Si torna alla scuola della serietà, del merito e dell’educazione".

Dando, quindi, per scontato che oggi nella scuola non vi siano serietà, merito ed educazione, la ministra riporta il calendario indietro di quarant’anni. E riafferma i valori della tradizione. Scanditi dai provvedimenti - altamente simbolici - assunti nei mesi scorsi. Il voto in condotta: la disciplina. Gli esami di riparazione, il ritorno dei voti: la selezione e il merito. I grembiulini, il maestro unico: l’autorità.

La volontà di fare i conti con il Sessantotto è espressa, senza perifrasi, anche dal ministro Maurizio Sacconi (intervistato da Vittorio Zincone, sul Magazine del Corriere della Sera): "Il sessantottismo è il male oscuro, il cancro di questo Paese". Una metastasi prodotta "dall’Università corporativa figlia della sinistra degli anni Settanta".

Parallelamente, l’Antisessantottismo investe altri puntelli dell’identità di sinistra. Il sindacato unitario e in particolare la Cgil. Valori come la solidarietà e l’egualitarismo. Per contro, aderisce al discorso etico elaborato e predicato dalla Chiesa di Benedetto XVI, teso a marcare i confini della verità definiti dalla fede cattolica. A papa Ratzinger, non a caso, si ispirano molti esponenti politici e culturali della destra (anche se non solo). Cattolici e laici. Atei devoti e credenti disciplinati.

Ma il nucleo dell’Antisessantottismo coincide con il ritorno dell’autorità, delle istituzioni e delle figure che lo interpretano. Da ciò la polemica contro i professori, i maestri e, in fondo, i genitori (sessantottini). Incapaci di comportarsi davvero da padri, maestri e genitori. Simboli dell’antiautoritarismo da sconfiggere. Non si tratta, peraltro, di un discorso nuovo. In Inghilterra, Tony Blair, alcuni anni fa, si espresse apertamente contro l’eredità sociale e culturale del Sessantotto. In Francia, un anno e mezzo fa, Sarkozy, appena eletto, impostò il suo piano di riforme proprio sulla scuola. Il ritorno all’autorità perduta venne, simbolicamente, sottolineato dall’obbligo imposto agli studenti di alzarsi all’ingresso degli insegnanti.

Tuttavia, in Italia, questa polemica oggi appare strumentale. Non c’è partita fra le due diverse letture, perché il Sessantottismo è appassito, insieme ai suoi miti e ai suoi eroi. Si pensi al sindacato, diviso, il cui consenso è sceso a livelli minimi fra gli operai. E resiste solo fra i pensionati. Si pensi al solidarismo e all’egualitarismo: parole indicibili. Si pensi al disincanto dei genitori e dei professori. Loro, i primi a sentirsi sconfitti.

Mentre il ritorno dell’autorità - di ogni autorità - è ostacolato non da ideologie e da teologie della liberazione, ma, anzitutto, dalla scomposizione corporativa della società, frammentata in mille interessi organizzati, chiusi, gelosi e irriducibili. Si pensi alla rivoluzione dei costumi e della morale sessuale, oggi presidiati dal consumismo e dal "velinismo di massa" diffuso dai media. In particolare dalle tivù del Cavaliere.

Gli studenti che manifestano nelle scuole e nelle università, dunque, non debbono preoccuparsi troppo del Sessantotto. Semmai, del Sessantottismo e - ancor più - dell’Antisessantottismo. Conviene loro, per questo, marciare da soli. Liberarsi di padri, maestri e professori. Ma anche di coloro che li esortano a liberarsi di padri, maestri e professori. E cerchino di guardare avanti. Il loro futuro - incerto - non è quarant’anni fa.

Giustizia: 7mila "server" per i tribunali più lenti d’Europa…

di Davide Giacalone

 

Libero, 2 novembre 2008

 

Non esiste solo l’arretratezza burocratica, c’è anche l’innovazione demenziale e sprecona. I magistrati s’inalberano alla sola idea che si controlli il loro lavoro, sentendosi altrimenti degradati. Sono impiegati pubblici che pensano d’essere giudici di se stessi. Si autogovernano, nel senso che non hanno mai neanche provato a misurare la propria produttività. La Costituzione li considera inamovibili, a tutela del cittadino e del principio del giudice naturale, loro preferiscono leggerci che sono intoccabili.

Abbiamo la peggiore giustizia d’Europa, e ci costa più che agli altri, ma non fanno che chiedere soldi e lasciare deserti, al pomeriggio, i tribunali. C’è anche chi pretende di fare il procuratore per corrispondenza.

La politica, intanto, tratta la giustizia come se fosse un affare privato dei magistrati, "confrontandosi" con il loro sindacato. Forse è bene cambiare musica. Molti cittadini, che il cielo li protegga, credono che una magistratura libera da ogni vincolo sia una garanzia di moralità. Il guaio è che spesso le toghe non rilevano quel che succede nei loro stessi uffici. Noi abbiamo il processo più lento del mondo, ma anche la magistratura più informatizzata del pianeta.

Ci sono 7000 server e 169 sale che li ospitano, a disposizione della giustizia. Uno sproposito. Le sale vanno raffreddate e protette. Ne basterebbero 29, ma spendiamo per averne 140 di troppo. I server potrebbero essere meno di 1000, ma noi paghiamo la manutenzione e le licenze per 6000 d’avanzo. I contratti d’assistenza prevedono una copertura di 24 ore al giorno, con programmisti privati sempre a disposizione. Costano una tombola e gli interventi più richiesti sono quelli degli uffici cui, la mattina, s’impalla il computer. Risolve un ragazzino, ma paghiamo un’impresa che presidia la notte.

Se, anziché questo circo, adottassimo un sistema serio, avremmo una sola rete integrata e su quella faremmo viaggiare servizi capaci di tagliare costi per non meno di 100-150 milioni l’anno, cui sommare i risparmi per avere smantellato il mosaico d’iniziative scombinate. Funzionerebbe meglio e si spenderebbe meno. Della giustizia e dei suoi costi, però, c’interessiamo in quattro maniaci, agli altri preme la difesa non del diritto, ma dei propri privilegi, che si pretende siano diritti.

Giustizia: intercettazioni; garantita prosecuzione del servizio

 

Apcom, 2 novembre 2008

 

Venerdì "il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha presieduto la prima riunione, convocata in via di urgenza, dell’Umi (Unità di Monitoraggio sulle spese di intercettazioni), alla quale hanno preso parte il presidente della Sio s.p.a., l’amministratore unico di Rcs s.p.a. e l’amministratore delegato di Area s.p.a.: legali rappresentanti delle tre società che forniscono vari servizi di gestione delle intercettazioni sull’intero territorio nazionale e che assorbono, da sole, circa il 70% dei costi complessivi". Lo riferisce una nota del ministero, secondo la quale "le tre società, prendendo positivamente atto della immediata disponibilità del Guardasigilli, hanno garantito la prosecuzione del servizio anche dopo la paventata data di cessazione, indicata nel 1.12.2008".

"Dopo questo essenziale risultato, si è proceduto - prosegue la nota - all’analisi e alla rilevazione del debito esistente e delle ragioni che determinano il mancato controllo della spesa, nonché la difformità dei costi rilevati sul territorio nazionale. Nel corso della riunione, durata circa tre ore, sono state affrontate sia le tematiche riguardanti l’ammontare del debito pregresso sia le prospettive future al fine di garantire, in via prioritaria, la continuità del servizio".

"Al termine dell’incontro, i capi dipartimento degli Affari di Giustizia e dell’Organizzazione Giudiziaria, su indicazione del ministro Alfano, hanno diramato una circolare - spiega il comunicato - con la quale si richiede, ai Procuratori della Repubblica, di fornire i dati essenziali per procedere, da oggi in avanti, all’effettivo monitoraggio dell’andamento di tali spese. Il Guardasigilli ha, infine, disposto la convocazione della seconda riunione dell’Unità di Monitoraggio per il 5 novembre".

Giustizia: pene fino a 3 anni per chi lascia rifiuti ingombranti

 

L’Espresso, 2 novembre 2008

 

Fino a tre anni di carcere per chi abbandona in strada materassi, frigoriferi o televisori. La nuova norma, dedicata alle regioni come la Campania in cui è in vigore lo stato d’emergenza sui rifiuti, è contenuta nel decreto legge approvato nella giornata di ieri dal Consiglio dei ministri. Sei mesi è la pena minima ma chi viene colto in flagrante rischia fino a tre anni di galera.

Lo ha chiarito il sottosegretario Bertolaso che ha spiegato che la multa di 25 euro, sanzione applicata fino a ieri, non basterà più. "L’articolo 1 del decreto - ha annunciato il capo della Protezione civile allargando il suo intervento alla raccolta differenziata - consente ai cittadini della Campania di sviluppare in modo autonomo il riciclo della spazzatura".

Dunque, ogni persona potrà recarsi con la spazzatura alla mano alla più vicina piattaforma Conai (Consorzio nazionale imballaggi) e ricevere un "compenso economico" per i rifiuti riciclabili. "Le modalità di spazzamento le abbiamo individuate, abbiamo aperto diverse discariche, stiamo per aprire il termovalorizzatore di Acerra e incentiviamo la raccolta differenziata - ha sottolineato il sottosegretario nel tracciare un bilancio sull’emergenza.

"Ma i sindaci hanno il compito di raccogliere i sacchetti di spazzatura dalle strade" ha aggiunto. E "si possono mandare a casa le giunte comunali che non portano avanti il lavoro per il quale sono state elette dai loro concittadini". In una parola, saranno commissariati i Comuni inadempienti sulla differenziata. Insomma, quella uscita oggi dal Consiglio dei ministri è secondo Bertolaso "una norma importante, severa, che non vuole creare alibi a chi sta gestendo il problema dello smaltimento rifiuti in Campania", ma che vuole piuttosto "far assumere responsabilità a tutte quelle amministrazioni comunali che gridano sempre alla mancanza di aiuto, ma che dimenticano quali sono i loro compiti e le loro responsabilità".

Non la pensa così Ermete Realacci, ministro dell’Ambiente nel governo ombra del Pd. "Mandare in carcere chi abbandona in strada rifiuti ingombranti, sembra più un’ammissione di resa che una reale azione di contrasto dell’illegalità" è il suo pensiero. "Sarebbe molto più efficace prevedere sanzioni amministrative e pecuniarie severe, piuttosto che ingolfare la giustizia e riempire le carceri. Come al solito il governo Berlusconi, con l’azione schizofrenica che lo contraddistingue, fa solo propaganda".

E sui rifiuti, arrivano notizie anche dal fronte giudiziario. Cinque avvisi di chiusura delle indagini sono stati notificati dai carabinieri del comando provinciale di Napoli nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione del commissariato in Campania. Uno degli avvisi è stato notificato al presidente della giunta regionale Bassolino, ex commissario di governo per l’emergenza rifiuti in Campania, per fatti relativi al 2001. I reati sono peculato aggravato in concorso e falso ideologico.

Giustizia: arresto per abbandono rifiuti? a Napoli coro di no

di Adolfo Pappalardo

 

Il Mattino, 2 novembre 2008

 

"Sarei più morbido: è un problema culturale più che di carcere". A ventiquattro ore dall’approvazione del decreto legge che in Campania prevede l’arresto contro chi abbandona rifiuti in strada, Umberto Bossi usa queste parole. Indispettendo, però la società civile napoletana che già non ha digerito il decreto ad hoc per la Campania.

"È offensivo il decreto ma ancor più lo sono le parole di Bossi" tuona Mirella Barracco, presidente di Napoli ‘99. Poi aggiunge: "La legge non è educativa oltre che essere sgradevole e razzista: come se al Sud non si possa fare altro che agire in questo modo. E sono seriamente preoccupata perché ormai ci si rivolge verso il Mezzogiorno solo con soluzioni di questo genere".

Critico anche Michele Cerabona, presidente della Camera penale di Napoli, anche se ammette che, questa volta, non se la sente di discostarsi dal tono delle parole del Senatùr. "Come Camera penale esprimemmo già riserve e perplessità sul primo decreto-rifiuti approvato nel maggio scorso perché - spiega il penalista - la via d’urgenza non consente discussioni. Allora, però, era una via quanto meno necessaria vista la fase d’emergenza in cui ci trovavamo. Oggi non vedo più quella necessità".

Ma il punto è un altro e Cerabona lo spiega subito dopo: "Mi sembra eccessivo il ricorso allo strumento penale e dico anche che il codice andrebbe usato con estrema prudenza. Oggi, invece, viene visto come la panacea di tutti i mali. Sul fatto poi che il reato sia valido solo perla Campania, penso si possano ravvisare profili di illegittimità anche se attendo di leggere il decreto per esserne sicuro". E sulle parole di Bossi? "Beh, questa volta non mi sento di dargli torto".

Una vena razzista la intravede Elena Coccia, avvocato e animatrice dell’associazione Giuristi democratici: "C’è un disegno di annientamento del Sud: ormai siamo considerati i rumeni d’Italia. Questo decreto è indegno perché non solo è anti costituzionale ma ha anche un’impronta razzista molto marcata".

Fulvio Tessitore, filosofo ed ex parlamentare, invece, spiega: "Il decreto approvato dal governo forse non sarà anticostituzionale ma è sicuramente contrario allo spirito della Carta perché c’è un problema di diseguaglianza". Poi entra nel merito: "Vorrei proprio vedere chi sarà arrestato e cosa farà la magistratura. Io, comunque, ho l’impressione che ci siano problemi più seri che il governo dovrebbe risolvere". Infine Tessitore fa un’analisi politica: "Questi problemi si risolvono solo governando la città, cosa che non è stata fatta in questi anni e, infatti, il problema dei rifiuti a causa della nostra insipienza è stato risolto a livello nazionale".

Critico rispetto al decreto è anche l’editore Stefano De Matteis. "È probabile, come dice Bossi, che sia un problema culturale anche se la strada, in tutto il mondo, è considerata di proprietà di chi se ne appropria. Ed è chiaro che qui diventa una pattumiera. Non si cambia così facilmente mentalità ma mi spaventa il fatto che si decida da un giorno all’altro che si vada in galera se si abbandona un rifiuto ingombrante".

Giustizia: sani, matti e parole negate; memorie dai manicomi

di Laura Montanari

 

La Repubblica, 2 novembre 2008

 

Un libro raccoglie le lettere 1889-1974 trovate nell’archivio dell’ospedale psichiatrico di Volterra: la corrispondenza censurata tra i pazienti e le loro famiglie, il ricordo struggente di tante vite spezzate.

Saluti e baci non consegnati, lettere scritte e censurate, mai spedite, sepolte, rimaste a ingiallire nell’archivio del San Girolamo, tra le vecchie cartelle cliniche dei pazienti dell’ospedale psichiatrico di Volterra, in provincia di Pisa, negli anni in cui bisognava far dimenticare al mondo che c’erano i matti. Calligrafie antiche: "Carissimo padre, io di salute sto bene e spero voi pure facciate lo stesso. Nella mia assenza da voi vi ho scritto tre volte e mai ebbi risposta. Com’è che mi tenete questo silenzio? Vi mandai a chiedere la stoffa per farmi un abito, nella eventuale mia uscita da qui". Struggenti: "Cara famiglia, vi giuro di non disobbedirvi mai più, vi faccio sapere che in tutto questo tempo non ho ricevuto nulla, vi prego di venirmi a trovare". Di prigionie e solitudini senza tempo: "Carissima sorella, non vedendo né vostre lettere né la vostra presenza qua, non so più cosa pensare".

Affetti consegnati alla deriva di un italiano incerto e messi per la prima volta venticinque anni fa in un libro ormai introvabile e adesso ripubblicato dalla Asl di Pisa con un contributo della Cassa di Risparmio di Volterra e con un nuovo editore, Del Cerro: Corrispondenza negata-Epistolario della nave dei folli 1889-1974 (400 pagine, 38 euro). Il volume curato dall’ex direttore del San Girolamo Carmelo Pellicanò (scomparso l’anno scorso) e da quattro collaboratori - Remigio Raimondi, Giuseppe Agrimi, Volfango Lusetti, Mauro Gallevi - dà voce a chi per quasi un secolo ne è stato privato, è un risarcimento postumo, le nostre scuse per aver lasciato anche dopo il 1948 zone franche, terre in cui l’articolo 15 della Costituzione italiana sulla segretezza della corrispondenza non veniva applicato.

"Il malato in manicomio era tenuto in una condizione sub-umana, isolato, nascosto al resto della società - spiega Remigio Raimondi, oggi direttore del dipartimento di salute mentale di Massa Carrara -. Le lettere erano un contatto con l’esterno, qualcosa che poteva alimentare nel paziente delle speranze o ingenerare illusioni, delusioni, comunque turbamenti. Per questo, per anni e in tanti manicomi, non soltanto a Volterra, la corrispondenza per le famiglie o dalle famiglie agli internati non veniva recapitata. Al San Girolamo abbiamo trovato lettere allegate alle storie cliniche, usate come prova della malattia".

Qualche anno fa era stato Simone Cristicchi ad andarle a cercare e a trarne una canzone che vinse a Sanremo; adesso ritorna il libro, una raccolta di centocinquanta missive mai consegnate, una campionatura di quello che è rimasto negli archivi del manicomio toscano. Il San Girolamo era quasi una città, ha avuto fino a quattromilaottocento pazienti divisi in padiglioni, batteva una sua moneta, aveva laboratori di sartoria, orti, un’officina, un panificio, allevamenti di galline e di maiali. Una comunità autosufficiente, con intorno muri difficili da scavalcare.

Per capire cos’erano quelle solitudini, il ritrovarsi legato a un letto, non prendere aria per settimane, non avere più niente che ti appartiene, nemmeno un abito, una fotografia, un orologio, bisogna sfogliare certe pagine dalle calligrafie faticose, aprire porte private in cui si entra con disagio. Perché sono nostalgie di casa: "Il bimbo poche volte è venuto a trovarmi, un po’ il freddo intenso o la neve, un po’ la mancanza di quattrini"; sono paure, punizioni: "Se qualcuno si azzarda a pronunciare mezza parola, detta con tutta la ragione, guai a quel disgraziato, ci sono subito le fasce, e se continuasse a parlare c’è pure altri rimedi più feroci"; grida di aiuto: "Sono peggio che in una galera, ti prego di venire presto a prendermi"; improvvise fragilità: "Mi pare mille anni che non vedo qualcuno di casa"; amori di clausura: "All’ospedale ho avuto relazioni intime con una signorina che adesso mi chiede indennità di un milione di lire egiziane e un pacco di dolciumi".

C’è il cantante lirico che vorrebbe ancora un palcoscenico, il ferroviere pentito di aver denunciato una truffa, l’anarchico che racconta il suo arresto, l’alcolista che scrive alla moglie. C’è quello che si rivolge allo zar di tutte le Russie o al re: "Maestà, l’essere mio tutto è gracile, indebolito, causa il vivere da bestie. Un po’ d’aria l’ho avuta dopo ben ventisei mesi passati fra ogni sorta di puzze e infezioni! Sono evaso due volte per sottrarmi a questi inumani abusi, a queste occulte ingiustizie; ma tutti i miei sforzi furono inutili. Dicono che io sono pericoloso e posso attestarlo poiché così mi trattano. Forse mi tengono qui perché sono orfano di padre e madre? O perché quei pochi parenti che ho non se ne occupano?... In sessanta mesi non ho avuto una sola riga di scritto, nessuno si è degnato confortarmi, consolare il mio tanto dolore".

Il volume sarà presentato a Volterra al Festival dei coralmente abili, il 7 e 8 novembre e sarà dedicato al diritto all’inclusione e alla pari dignità, testimonial Roberto Vecchioni. La corrispondenza negata verrà "consegnata" sabato 8 novembre, a trent’anni dalla legge 180, nel ridotto del teatro Persio Flacco.

 

Il poeta sulla nave dei folli, di Alda Merini

 

"Cari genitori, io sto bene…", "vi ringrazio tutti…", "…parti subito, vienimi a trovare", "cara famiglia, giuro di non disubbidirvi più…". Leggo qualche frase dalle lettere ritrovate a Volterra, e la cosa più commovente è la fiducia: quella dei pazienti che scrivono ai loro cari e quella dei parenti che scrivono ai pazienti. Gabbati tutti e due, con quelle lettere mai consegnate. Io sono stata una paziente e ricordo le volte che vedevo passare un uomo vicino all’inferriata e gli affidavo un biglietto. Figuriamoci se lo consegnava, ma non importa. Contava di più la speranza che un giorno potesse venire lì un amico. Erano balle, ma importanti. Per questo è una sconcezza che le lettere siano finite in un cassetto, e questo è un libro che è giusto pubblicare.

 

Amavamo talmente i nostri cari che non dicevamo mai niente del dolore, degli elettroshock. Inventavamo la vita dentro il manicomio e a loro dicevamo che la vita è bella, come nel film di Benigni. Per non scandalizzare i figli, e neppure gli adulti. Per risparmiargli le preoccupazioni e i dolori: può sembrare strano ma sei tu, rinchiuso, che hai pietà per loro. Lo stesso con le visite: aspettavo mio marito per giorni e quando lo vedevo dimenticavo tutto quello che avevo patito nella giornata, e allora qual era la verità, la mia gioia di vederlo o il mio terrore dell’attimo prima? C’è un aspetto trionfale, in quell’amore che ci teneva in vita, la speranza che "prima o poi lui mi risponderà, prima o poi mi verrà a prendere".

 

Mio marito è l’uomo che mi ha fatto rinchiudere, per gelosia. Ma credo che non sapesse di mandarmi alla tortura, aveva creduto ai medici. Quando anni dopo è morto di cancro, non avevamo i soldi per curarlo e allora ho messo mano al mio libro Terra Santa. Lui, poveretto, mi correggeva le bozze e ogni tanto alzava gli occhi dai fogli per dire: "Davvero ti ho fatto passare tutto questo?". Del resto l’autore del nostro disastro è sempre il padre, il marito, il fratello. Subirlo è la forma più grande di amore, perciò si perdona. Non voglio descriverlo come un essere abietto, era anche una persona positiva, con una materialità che mi ha aiutato, perché il poeta, se non lo tiri giù, vola via. Gli do una colpa, grande: mandarmi in manicomio è stato un tentato omicidio, però colposo.

 

Ai medici è più difficile perdonare. Uno non diventa matto di colpo, posto che il poeta è naturalmente un malinconico, ma è anche un meditativo e uno scrupoloso osservatore delle cose, un cronista come Dante, o come gli apostoli, che erano poeti di strada e raccoglievano storie. L’ho fatto anch’io. In quei momenti non puoi scrivere poesia, non hai niente da dire. Ma ho imparato a guardare nella mia anima e in quella degli altri. Il manicomio è un posto pieno di attori mancati, che recitano con grande naturalezza. Il malato sa sempre di chi è la colpa, ma non lo dice perché al colpevole vuole bene. Allora si crea una favola e va ad abitarci per salvarsi la vita. E ci resta finché non lo tiri fuori con una sberla.

 

Sberla metaforica, dico, non elettroshock. Quelle sono cento sberle insieme, ti si spaccano i denti, ti svegli coi capelli ricci e non ricordi nulla. Siccome il manicomio è un’Hilarotragoedia, avrebbe detto Manganelli, e i matti sono anche divertenti, a volte dicevamo ai dottori: "Perché il numero sette non ha fatto la terapia?". Il numero sette non ricordava niente, gli infermieri non ci facevano tanto caso e così ne faceva due. Guarire è un’altra cosa, come ho scritto del mestiere di poeta, "è un improbo recupero di forze per avvertire un po’ di eternità". Certo, da certe esperienze puoi anche tirare fuori una grande forza. Però sconsiglio di passare di lì.

 

Più avanti ho conosciuto un altro aspetto del manicomio, quando un dottore, il mio Dottor G. a cui ho scritto tante lettere che ho poi pubblicato in un libro, mi difendeva dalle torture e mi metteva davanti una macchina da scrivere perché mettessi sulla carta i miei pensieri. Regolarmente succedeva un miracolo, quando tornavo in manicomio sparivano tutti i sintomi. Ritrovavo tutti e quando si spalancavano le porte erano le porte dell’Eden. Mi accoglievano a braccia aperte, in un certo senso era già cominciato il mio successo.

 

Ci sono molti equivoci su poesia e follia, e sul poeta e il dolore. C’è gente fuori di testa che pensa che la poesia sia una terapia, invece è una vocazione. Il poeta nasce felice. Sono gli altri che gli procurano il dolore. Non parlo solo del manicomio, ma di dolori come la passione quando diventa un abisso. Come per Teresa Raquin, come per Madame Bovary, una schiera di donne di cui credo di far parte, che vogliono essere amate senza essere strumentalizzate. Io sono stata strumentalizzata tanto. Ma tutto alla fine diventa ricordo. E noi sulla beatitudine dei nostri ricordi ci addormentiamo.

Lazio: Garante; carceri scoppiano, aumentano suicidi e risse

di Maurizio Piccirilli

 

Il Tempo, 2 novembre 2008

 

Le carceri stanno esplodendo. E quelle nel Lazio sono già sull’orlo della deflagrazione. Lo dimostra quanto accaduto in queste ultime settimane. A Regina Coeli una maxi rissa tra detenuti italiani e stranieri. Armati si lamette da barba estratte dai rasoi usa e getta diverse decine di detenuti "si sono affrontati con inaudita violenza. A farne le spese anche due agenti della Penitenziaria intervenuti per sedare gli animi.

La rissa è scoppiata fra detenuti della seconda sezione, quella riservata ai tossicodipendenti. Un recluso marocchino avrebbe ferito al volto, con una lametta, un italiano prima di essere a sua volta aggredito a calci e pugni da altri detenuti. Episodi altrettanto polenti si sono registrati nelle carceri di Civitavecchia e Frosinone. "È allarme risse nelle carceri del Lazio - denuncia il Garante regionale dei diritti dei detenuti Angiolo Marroni commentando le notizie. Questi episodi sono frutto del crescente nervosismo che si respira nelle carceri, del sovraffollamento, e delle condizioni di detenzione".

"Ormai - spiega - a livello quantitativo siamo tornati a livelli pre-indulto. Da tempo i miei operatori segnalano imo stato di tensione crescente nelle carceri del Lazio. Una situazione che, prima o poi, tornerà a detonare non solo nella nostra regione ma in tutta Italia se non si stabilirà un sistema nuovo di regole che prevede il carcere per i reati più gravi e pene diverse dalla detenzione ma non per questo meno dissuasive, in tutti gli altri casi".

In Italia, i dati sono del Garante, nelle carceri i detenuti sono 57.182, di cui 5.410 nel Lazio. Un allarme sottolineato appena pochi giorni fa dallo stesso Guardasigilli Angiolino Alfano che ha parlato esplicitamente di "stress da sovraffollamento".

Uno stress che come conseguenza ha anche l’aumento dei suicidi. Quindici nelle sole carceri del Lazio dall’inizio dell’anno, secondo i dati forniti dal Garante dei detenuti, contro gli 11 dell’intero 2007 e i dieci del 2006. Quelli deceduti quest’anno sono tutti uomini: tra loro anche un agente di polizia penitenziaria. I decessi sono avvenuti a Regina Coeli (quattro), Rebibbia (cinque), Viterbo (tre), Velletri e Frosinone.

L’ultimo suicido è avvenuto a Regina Coeli poche settimane fa. La vittima, Alberto B., separato e con due figli, era arrivato in carcere l’11 agosto scorso per scontare una condanna in primo grado a un anno e 4 mesi di reclusione per un tentato furto all’interno di una cantina: l’uomo stava cercando materiali ferrosi da rivendere.

Roma: Lillo Di Mauro; che fine ha fatto il Piano sul carcere?

 

Dire, 2 novembre 2008

 

A lanciare l’allarme Lillo Di Mauro, presidente della Consulta permanente del comune per i problemi penitenziari. "In questo modo si tornerà alla babele degli interventi in carcere"

Sospeso nell’aria. Così Lillo Di Mauro, presidente della Consulta Permanente del Comune di Roma per i problemi penitenziari sintetizza l’arenarsi di quel Piano Cittadino per il Carcere di Roma e Provincia nato nel 2003 per governare le politiche che ruotano intorno agli istituti penitenziari "Con l’insediamento della nuova amministrazione sono andato a riferire all’assessora per le Politiche sociali Belviso sullo stato del Piano carcere ma non ho avuto risposte rispetto alle sue intenzioni - riferisce Di Mauro -. Il Piano è rimasto sospeso nell’aria, nonostante fossimo già arrivati definizione delle linee guida e delle azioni che dovevano diventare servizio" in vista del nuovo Piano di sistema che sarebbe durato fino al 2011.

Eppure - ribadisce Di Mauro - "le commissioni non sono state più riunite e il Piano è rimasto sospeso nell’aria". Anzi - precisa - "so che la stessa Amministrazione penitenziaria si è interessata presso il Comune affinché si ripartisse, perché il Piano non è un optional, è una risposta alla legge 328, che prevede i Piani di zona e include tra i soggetti svantaggiati anche i detenuti e gli ex detenuti". "Quando fu fatto il Piano regolatore sociale della città di Roma - continua - io stesso proposi al sindaco di inserire un Piano specifico che riguardasse il carcere. Si fece un Consiglio straordinario in carcere, si nominarono le carceri di Roma municipio della città e il Comune si impegnò a erogare prestazioni e servizi sociali ai detenuti come a qualsiasi cittadino libero".

Il Piano Carcere aveva cinque commissioni: salute e servizi sociali, minori, formazione e lavoro, cultura scuola e sport e infine pari opportunità "una commissione nata per analizzare i problemi delle donne e delle madri con i figli, ma anche dei giovani detenuti tra i 18 e i 25 anni, degli over settanta, dei transessuali, gli stranieri e tutte le altre minoranze che sono in carcere".

Il Piano Carcere e le sue Commissioni, dunque, offrivano una sede per concordare linee guida e azioni comuni tra tutti gli attori previsti "in maniera che tutti potessero saper cosa veniva fatto in carcere e in che modo." E tra gli attori, a parte il Comune di Roma che costituiva il capofila, erano presenti anche il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, il Dipartimento della giustizia minorile, il Centro Giustizia minorile del Lazio, gli istituti penali degli adulti e dei minori, la Regione, la Provincia, i Municipi di Roma, le Asl, i sindacati funzione pubblica, i sindacati di polizia penitenziaria e, naturalmente, le organizzazioni del Terzo settore che a vario titolo operano a favore di detenuti ed ex detenuti.

"Insomma questo era il Piano - afferma Di Mauro - e lo stato dell’arte di oggi è che non se ne fa più nulla, quali che siano i motivi, che noi non conosciamo e nessuno ci ha tenuto a volerci comunicare". E gli effetti negativi secondo il Presidente della Consulta per i problemi penitenziari non tarderanno a farsi sentire. "Il nuovo governo ha tagliato di un ulteriore 30% i fondi destinati alle attività di recupero e reinserimento - spiega - sono stati tagliati i fondi sulla sanità penitenziaria e senza un Piano Carcere, ovvero senza un intervento degli enti locali, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria da solo non ce la fa a intervenire in carcere".

A pagarne le conseguenze saranno allora "le persone detenute e le loro famiglie, ma gli effetti si estenderanno a macchie d’olio anche alla qualità del lavoro e della vita degli operatori penitenziari". "Un ulteriore problema - conclude - è che con un Piano di intervento scritto nero su bianco tutti si attenevano a quanto stabilito. Mentre oggi che il Piano non c’è più si ritorna la babele degli interventi in carcere.

Empoli: il carcere è vuoto, mettiamoci i detenuti transessuali

di Alessio Gaggioli

 

Il Corriere Fiorentino, 2 novembre 2008

 

L’idea che da un po’ di tempo va dicendo in giro il Provveditore Giuffrida sarebbe un modo per sfruttare meglio le potenzialità del carcere di Empoli. Una struttura di oltre mille metri quadrati, su due piani, con 26 celle spaziose, una biblioteca, un’ampia sala ricreativa, un gabinetto dentistico, l’infermeria, un campo di calcetto, un ettaro di terra con ulivi, una serra e pure un’azienda agricola.

Un carcere che da anni si è praticamente svuotato, tanto che la Regione prima dell’estate istituì un tavolo di emergenza e lanciò pure un appello agli altri istituti penitenziari d’Italia: cercasi detenute. È passato ormai qualche mese. La situazione non è migliorata. Il 22 ottobre scorso, nel corso di un incontro con i sindacati, la responsabile toscana delle carceri avrebbe presentato un primo piano di riorganizzazione.

Piano che però dovrà essere confrontato con la Regione (è previsto un incontro il 6 novembre), che delle intenzioni della Giuffrida di fare di Empoli un carcere per soli trans, non ne è ancora venuta a conoscenza in maniera ufficiale. I sindacati, invece, hanno già le idee chiare. È stata la Uil con un comunicato, a svelare la bozza di lavoro del provveditore e gli ultimi aggiornamenti sullo stato del carcere femminile di Empoli, le Pozzale. "Fino a pochi giorni fa c’erano due detenute, ora ne dovrebbe essere rimasta solo una, perché l’altra penso sia stata scarcerata - racconta Grieco, della Uil -. Il provveditore ci ha presentato la rivisitazione di alcuni istituti penitenziari della Toscana e per Empoli ha pensato di far traslocare da Sollicciano i transessuali con la garanzia della permanenza in sede del personale e anzi con l’aumento di personale maschile".

Il basso numero di detenute (di cui in teoria in futuro dovrebbe farsene carico il territorio) alla casa di custodia attenuata - riservata a donne con problemi di dipendenza da stupefacenti e alcool - dipende anche dai criteri di ammissione alla struttura molto rigidi (tra cui l’età: le donne non devono avere più di 40 anni e una condanna ormai definitiva).

E per questo negli uffici della Regione da tempo si sta lavorando ad un altro progetto per Empoli. Dopo la normativa nazionale che prevede il superamento degli Opg, ci saranno comunque alcuni internati, oggi a Montelupo, che non potranno essere presi in carico dai servizi territoriali. Per questo qualcuno ha pensato a Pozzale dove potrebbero trovare ospitalità una quindicina di ex internati con le guardie a fare da sorveglianza esterna e solo la parte sanitaria all’interno.

Reggio Calabria: 16 mln € spesi per il nuovo carcere, chiuso!

 

Asca, 2 novembre 2008

 

Nel cuore di Contrada Arghillà, nella periferia nord di Reggio Calabria, c’è una storia dimenticata. Quella del carcere compiuto solo sulla carta, in abbandono da circa tre anni, da quando tutto si è inspiegabilmente fermato. Una storia lunga, che inizia nel 1989, quando il penitenziario ottiene i primi finanziamenti ma i lavori iniziano nel 1993.

Costano 16 milioni di euro. Almeno così dicono i politici locali nelle interrogazioni parlamentari con il Ministro di Grazia e Giustizia. La struttura, terminata nel 2005, non è ancora entrata in funzione. Purtroppo la strada che la congiunge con il centro di Arghillà non è sicura.

Perché, passando tra abitazioni e campi sterrati, il trasporto dei detenuti sarebbe difficile. Perché non si va avanti con i lavori necessari per l’attivazione della casa di detenzione? Nel primo governo Berlusconi erano stati trovati i fondi per la sua ultimazione tramite l’allora sottosegretario alla giustizia Giuseppe Valentino.

In quell’occasione, il centro destra al potere aveva accusato il centro sinistra di non aver fatto niente negli anni precedenti. Ma ora tutte le buone intenzioni e tutti gli stanziamenti per il collegamento viario dove sono andati a finire? Tra i muri del penitenziario è ormai cresciuta una folta vegetazione. E così mentre in Italia le carceri scoppiano, qui è tutto fermo. I trecento posti per i reclusi sono rimasti sulla carta.

Milano: tentano di evadere da San Vittore; subito riarrestati

di Enrico Silvestri

 

Il Giornale, 2 novembre 2008

 

Buco nel muro, lenzuola e via andare. I due detenuti di San Vittore ci hanno provato nel più classico dei modi, ma sono stati "fregati" dalla tecnologia: un sistema di sensori interni che li ha individuati mentre appoggiavano una scala al muro di cinta. Hanno tentato di nascondersi sotto un’auto, ma sono stati scovati dalle guardie e, come al Monopoli, sono tornati in "prigione direttamente e senza passare per il via".

Bruno Cannata, 29 anni, e Antonio Penna, 23, sono due detenuti di origine calabrese, rinchiusi nella stessa cella del quinto reparto, al secondo piano. Cannata, condannato per omicidio in primo grado, era stato trasferito a Tolmezzo ed era tornato a San Vittore per l’appello iniziato il mese scorso, prossima udienza l’11 novembre. Penna, aveva messo in fila un bel numero di rapine e da febbraio era ospite dello Stato in piazza Filangieri.

L’altra notte intorno alle 2 hanno provato il colpo. Prima hanno scavato un buco nella parte esterna, larga non più di 40 centimetri. Un lavoretto di tre, quattro notti al massimo: non si tratta di attaccare il cemento armato, bensì togliere mattoni di un muro vecchio di quasi un secolo e mezzo. Poi, annodando le lenzuola, si sono calati, da circa sei metri, nel cortile interno.

Ma qui viene il difficile: scalare il muro di cinta alto nove metri. I due, toccato terra sul lato di via Vico, raggiungono un cortile su viale Papiniano dove sapevano di trovare, all’interno di una caserma della polizia penitenziaria in ristrutturazione, una scala. Da appoggiare poi a un’altra struttura a un piano, dove si fermano i parenti in visita per i controlli. "Forse" sarebbero riusciti a raggiungere la sommità, anche se, arrivati al cammino di ronda, "forse" sarebbero sfuggiti alle guardie che girano in continuazione per poi "forse" calarsi in strada. Tutte ipotesi, perché poi i sensori fanno scattare l’allarme, anche se non risuonano le sirene come nei film, al corpo di guardia e da qui agli agenti sulle garitte. Gli agenti vedono due "ombre", intimano l’alt e i due evasi capiscono che la fuga è ormai fallita. Tuttavia tentano il tutto per tutto nascondendosi sotto alcune auto del personale di San Vittore parcheggiate all’interno.

Dal carcere l’allarme rimbalza alla centrale dei carabinieri, che comunque non faranno in tempo a intervenire, e all’equipaggio della polizia penitenziaria di ronda all’esterno. Quindi inizia la conta per capire chi siano gli evasi e alla fine vengono identificati cella e detenuti mancanti. Il buco era stato coperto dal solito mobile, mentre i tre compagni di cella giurano e spergiurano di non essersi accorti di nulla. Dovranno però convincere i magistrati che sicuramente li metteranno sotto inchiesta per favoreggiamento. Quindi gli agenti iniziano a setacciare il carcere e, verso le 3.45, è tutto finito. Cannata e Penna, rannicchiati sotto due auto, vengono scoperti e si arrendono senza opporre resistenza.

Immigrazione: Consulta islamica; Maroni non spezzi dialogo

di Vladimiro Polchi

 

La Repubblica, 2 novembre 2008

 

"Caro ministro, non spezzi il filo del dialogo e ci convochi al più presto". Ricordate la Consulta islamica? Voluta da Giuseppe Pisanu e confermata da Giuliano Amato, aveva raccolto attorno al tavolo del Viminale i più importanti rappresentati dell’islam italiano. Ne era nata una "Dichiarazione d’intenti", firmata dai musulmani moderati (ad esclusione dei "duri" dell’Ucoii), con l’obiettivo di dar vita a una Federazione dell’islam "pluralista e democratica". Che ne è stato?

Il ministro Roberto Maroni sembra essersene dimenticato. O meglio, sembra giudicarla inutile, visto che ancora non ha risposto alla lettera speditagli da 8 membri della Consulta, il 3 giugno scorso. "Così muore un organismo unico e prezioso", commenta con amarezza Yahya Pallavicini, vicepresidente della Coreis. Non è tutto: Maroni non ha finora convocato neppure il Comitato contro la discriminazione e l’antisemitismo, istituito nel 2004 da Pisanu e presieduto dal prefetto Mario Morcone.

Un passo indietro. La Consulta islamica nasce il 10 settembre 2005, con decreto del ministro dell’Interno Pisanu. Cos’è? Un organismo di 16 membri, creato per risolvere "i problemi dell’integrazione delle comunità musulmane". La Consulta continua a lavorare anche sotto Giuliano Amato, non senza contrasti tra i suoi membri. In particolare, sono le posizioni estremistiche dell’Ucoii a restare sempre più isolate. Nell’aprile 2007, il ministro dell’Interno e il presidente del comitato scientifico Carlo Cardia presentano alla stampa la "Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione", con lo scopo "di enunciare principi validi per tutti coloro che desiderano risiedere in Italia".

Non solo. Il 23 aprile 2008, al Viminale viene firmata la "Dichiarazione d’intenti", per dare vita a una Federazione dell’islam "moderata". L’obiettivo? Unire la galassia musulmana in Italia, siglare un’Intesa con lo Stato e, infine, accedere all’otto per mille. A firmarla sono 7 dei 16 componenti della Consulta: Yahya Pallavicini, Mario Scialoja, Souad Sbai, Gulshan Jivraj Antivalle, Mohamed Saady, Ejaz Ahmad e Younis Tawfik. A questi si aggiunge Abdellah Redouane della Grande moschea di Roma. "Chi abbandonasse questo lavoro - dichiara in quei giorni Amato - favorirebbe l’estremismo".

Ebbene, attualmente quel lavoro sembra proprio abbandonato. Il 12 maggio scorso il ministro Roberto Maroni, riferendosi alla Consulta, ha detto: "Se sarà utile, la manterremo". Poi, più nulla. E così, il 3 giugno, gli 8 firmatari della "Dichiarazione d’intenti" hanno preso carta e penna e hanno scritto al responsabile del Viminale, chiedendogli che venisse data continuità al lavoro intrapreso.

La risposta? "Dopo cinque mesi, nessuna - spiega Mario Scialoja - ma speriamo ancora". "In questo modo si fa un favore ai radicali - rilancia Pallavicini - sostenere l’islam moderato, pluralista e indipendente va infatti di pari passo con la sicurezza". Più volte dalle pagine di Avvenire, il professore Carlo Cardia ha lanciato appelli per non fare morire "un’iniziativa bipartisan": "Purtroppo - afferma ora - è stato interrotto il dialogo con l’islam moderato". Stessa situazione per il Comitato antidiscriminazione del Viminale: "Maroni non l’ha più convocato - afferma Paolo Ferrero (Prc) - con ciò riducendo il fenomeno immigrazione a una questione di ordine pubblico".

Immigrazione: "Medici senza frontiere" lasciano Lampedusa

 

Ansa, 2 novembre 2008

 

"Una decisione grave e inaccettabile di cui il ministro Maroni dovrà dare spiegazioni". Così Alessandra Siragusa, deputata palermitana del Pd, commenta la notizia secondo cui il ministero dell’Interno non avrebbe rinnovato il protocollo d’intesa con l’organizzazione umanitaria Medici senza frontiere, che da anni offre assistenza medica gratuita ai migranti nelle fasi immediatamente successive al loro sbarco a Lampedusa.

"I team di Medici senza frontiere - spiega l’esponente del Pd - hanno operato in questi anni con grande professionalità e dedizione fornendo ai migranti che sbarcano a Lampedusa, spesso in condizioni di salute precarie, cure mediche e assistenza umanitaria. Un lavoro prezioso che non può venire meno. Ho il sospetto che questo sia un passaggio propedeutico all’approvazione dell’emendamento che la Lega ha presentato in commissione Affari Costituzionali al ddl 733 e che punta non a caso a modificare il Testo Unico sull’Immigrazione, che garantisce l’accessibilità delle prestazioni sanitarie agli stranieri irregolari. Nei prossimi giorni - assicura Siragusa - presenterò una interrogazione per fare luce sulla vicenda".

Immigrazione: il Cpa di Elmas; come violare i diritti umani…

 

Lettera alla Redazione, 2 novembre 2008

 

L’impressione che si ha passando accanto all’ex caserma degli avieri nella base dell’aeronautica militare di Elmas, è quella di una galera per migranti. Le ringhiere alte tre metri, le sbarre alle finestre, le telecamere di video sorveglianza ai cancelli circondati da militari, non rappresentano un immagine di accoglienza. L’ospitalità offerta dal Cpa, per i cittadini stranieri sprovvisti di regolare titolo di soggiorno, si è tradotta con quattro casi di tubercolosi che aprono la strada ad un rischioso pericolo di malattie infettive, una rivolta degli stessi migranti e continue proteste dei sindacati di polizia Coisp e Siulp, che denunciano costanti violazioni delle norme sulla sicurezza.

Il Cpa di Elmas è stato inaugurato in assenza di trasparenza. Dovrebbe essere funzionale al primo soccorso e a un’accoglienza limitata al tempo necessario per l’identificazione dei migranti sbarcati e il successivo trasferimento nei Cara (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) o nei Cie (Centri di identificazione e espulsione). Ad oggi, non si conosce la sua reale natura organizzativa, riguardante sopratutto il rispetto gli standard richiesti e previsti negli ordinari Cpa. A detta dei sindacati, il Cpa, è un ambiente fatiscente e privo delle più elementari norme igieniche, di conseguenza, ne dovremmo dedurre che anche le condizioni di vivibilità della struttura da parte dei migranti siano precarie e difficili.

Che si tratti di Cpt o di Cpa, la detenzione dei migranti in Italia è un costante teatro di trattamenti inumani. L’avvocato Gianluca Vitale ha definito queste strutture detentive come "non-luoghi", dove i diritti e le regole cessano di esistere e gli internati sono alla mercé di torture fisiche e psichiche, privati della libertà personale e sottoposti a un regime coercitivo che impedisce loro di ricevere visite e beneficiare di un’adeguata difesa legale. Un opinione condivisa anche da diverse organizzazioni non governative, agenzie internazionali, delegazioni parlamentari e giornalisti in occasione della loro visita in queste strutture.

Dai dati degli ultimi venti anni tratti dagli annuali dossier statistici della Caritas, basati sulle fonti del Ministero degli Interni, il nostro sistema di contrasto all’immigrazione clandestina ha "individuato" ogni anno meno di un quarto dei migranti irregolari presenti in Italia, e ne ha allontanati circa il 15%. In pratica, dall’analisi di questi dati fatta da Sergio Bontempelli del dipartimento immigrazione del Prc, si è cercato di svuotare l’oceano con un cucchiaino. L’espulsione è uno strumento rigido, costoso e spesso inapplicabile, quanto la stessa detenzione dei migranti. I Cpt costano infatti circa 30 milioni di euro l’anno, che sommati ai 30 milioni della gestione, e ad altri 30 milioni della sorveglianza esterna, che dipende dal ministero dell’Interno, arriviamo a spendere 90 milioni l’anno. Da considerare, inoltre, che nel periodo successivo al varo della legge Bossi-Fini, il governo italiano ha investito, nel contrasto all’immigrazione clandestina, circa l’80% delle risorse pubbliche destinate alle politiche migratorie.

Una proposta politica di accoglienza concreta e umana per i migranti è stata elaborata dal Il gruppo Gue/Ngl del Parlamento europeo. Una proposta che chiede all’Unione Europea di ripensare interamente la propria politica di immigrazione, partendo dal rispetto della dignità dei migranti. Il gruppo, in linea con campagna europea per la chiusura dei Cpt, ritiene che le procedure di identificazione dovrebbero durare solo pochi giorni e non dovrebbero essere effettuate negli stessi Cpt. Ogni Stato membro dovrebbe attuare la legislazione nazionale in materia di asilo in conformità alle convenzioni internazionali e nel rispetto degli standard in materia di diritti umani. L’apertura di nuovi canali per l’immigrazione legale dovrebbe attuarsi con l’istituzione di un permesso di soggiorno-lavoro, che limiterebbe il fenomeno dell’immigrazione illegale, poiché è nell’interesse del migrante essere identificato dalle autorità per ottenere un permesso di lavoro.

Finché gli immigrati saranno considerati "illegali", sarà impossibile instaurare le condizioni per una reale integrazione sociale, poiché la vera accoglienza passa attraverso il riconoscimento dei diritti sociali e civili dei migranti. Finché i governi saranno trascinati dalla cultura razzista e xenofoba dei provvedimenti punitivi nei confronti dei naturali fenomeni migratori, e dagli istinti più violenti e barbari della società, la gabbia per migranti di Elmas continuerà ad esistere, e noi, non potremmo mai definirci un paese civile.

 

Roberto Loddo

Associazione 5 novembre "per i Diritti Civili"

Droghe: il nuovo nemico del proibizionismo? si chiama Ser.T.

di Pietro Yates Moretti (Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori)

 

Notiziario Aduc, 2 novembre 2008

 

La furia ideologica del proibizionismo ha aperto un nuovo fronte nella guerra alla droga: il nuovo nemico si chiama Ser.T., Servizio per le tossicodipendenze. Chi come noi si batte per una diversa politica sulle droghe, viene quindi emarginato come minoranza ideologica o addirittura pro-droga, anche se l’obiettivo è quella minima assistenza sanitaria che permetta ad alcuni tossicodipendenti di rompere con il mercato illegale, di smettere di delinquere per procurarsi la dose e ricostruirsi una vita normale.

Prendiamo ad esempio le dichiarazioni del vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato (An): "I Sert sono da chiudere. Sono oggi un focolaio di spaccio più che luogo di cura". Direte voi: ma queste sono dichiarazioni isolate di un folle. Purtroppo non è così, come ci dimostra un recente episodio di cronaca. Un bambino di un anno è tragicamente morto per aver (forse) ingerito del metadone dato in affidamento dal Sert.T. ai genitori.

L’affidamento, una pratica diffusa in quasi tutti i Paesi europei, evita al paziente di doversi recare ogni giorno presso il proprio Ser.T., un enorme perdita di tempo e di risorse che senza dubbio costituisce un ostacolo al recupero della normalità. Se dovessimo tutti i giorni recarci in una clinica, magari dall’altra parte della città, e aspettare il nostro turno per ricevere la dose quotidiana di insulina o di antidepressivo, di cardioaspirina o di betabloccanti, sarebbe difficile avere una vita normale, mantenere un lavoro, avere del tempo libero da passare con i propri cari, viaggiare. Ebbene, questo singolo episodio ha scatenato reazioni furiose contro i Ser.T.

L’onorevole Isabella Bertolini ha tuonato: "si aprono interrogativi inquietanti sulla bontà e sull’efficacia delle leggi che regolano la somministrazione e la prescrizione del metadone ai drogati" (notare bene la parola "drogati"). Andrea Muccioli, patron della comunità di recupero San Patrignano, che sul proibizionismo ha costruito le sue fortune, sentenzia: "Queste morti sono solo il risultato più visibile ed eclatante della dissennata politica di cronicizzazione della tossicodipendenza, chiamata "riduzione del danno".

Gli onorevoli Alessandra Mussolini e Domedico Di Virgilio si spingono a chiedere l’obbligatorietà del test antidroga per tutte le donne incinta (e allora perché non controllare se consumano anche alcool o tabacco, oppure troppi zuccheri, visto che le conseguenze sul feto possono essere altrettanto disastrose?).

Alla fine è arrivato anche il braccio destro di Giovanardi, il medico-scrittore-compositore-pittore Giovanni Serpelloni, che annuncia la revisione delle linee guida sull’affidamento del metadone.

Per capire quanto intellettualmente disoneste - per non dire insensate - siano queste dichiarazioni, basti pensare a quanti bambini muoiono per aver ingerito i farmaci (legali) dei genitori, oppure il detersivo o la candeggina mal custodita sotto l’acquaio.

È proprio l’intossicazione da farmaci e da prodotti della casa che costituisce la seconda causa di incidenti domestici per gli under 14 (gli incidenti domestici sono la prima causa di morte per i bambini di questa età). Solo in Gran Bretagna, ogni anno circa 25.000 bambini "pasteggiano" a pasticche o detersivi - di cui un quinto finisce in ospedale.

Non ho dati precisi, ma le morti da intossicazione da farmaci o altri prodotti domestici in Italia è probabilmente nell’ordine di decine, se non centinaia. Nessuno si sognerebbe di mettere in discussione l’acquisto di un flacone di candeggina, imponendo l’acquisto massimo di una dose al giorno. Verrebbe considerato uno squilibrato quel politico che chiedesse di vietare la vendita di più di un’aspirina al giorno o addirittura definisse la farmacia "un focolaio di spaccio". Eppure, questo viene detto dei Ser.T. In fondo, di mezzo non ci sono pazienti "normali", ma dei "drogati" - come premurosamente e compassionevolmente li chiama l’on. Bertolini.

Ma come si è arrivati fino a questo punto? Come è possibile che sia stato messo a tacere del tutto il dibattito politico intorno alla droga, tanto da arrivare a mettere in discussione uno strumento come il Ser.T. che esiste anche nei Paesi che guidano la guerra mondiale alla droga? La risposta è senza dubbio la mancanza di informazione, di giornalismo d’inchiesta.

Per i mass media, l’evidente fallimento della pluridecennale guerra alla droga non è più - forse non lo è mai stato - un tema degno di essere approfondito. Questo ha permesso alle posizioni più estremiste ed ideologiche di mascherarsi da pensiero mainstream. Al punto che è ormai fatto normale invocare la chiusura dei Ser.T. senza che un singolo giornale a tiratura nazionale si degni di analizzare il merito di tale proposta (e del proponente).

Eppure ogni giorno, questi stessi organi di "informazione" scrivono delle conseguenze di questa guerra: galere stracolme di tossicodipendenti e giovani il cui unico reato è stato il possesso di sostanze vietate; migliaia di morti per overdose; droghe killer, messe sul mercato senza controllo alcuno da narcotrafficanti senza scrupoli; l’enorme espansione economica e territoriale delle organizzazioni criminali (la ‘ndrangheta è ormai una potenza mondiale nel commercio della cocaina) e terroristiche (Talebani, Al Qaida, Farc, etc.); centinaia di milioni di euro destinati alle forze dell’ordine e al sistema giudiziario, che riescono ad intercettare una risibile percentuale del fenomeno (invece di investirli in educazione, prevenzione e cura); aumento esponenziale del consumo di sostanze illegali (ogni giorno sembra suonare l’allarme "droga"); diffusione di Aids e altre malattie.

Ma "l’informazione" continua a riportarli come fatti di cronaca isolati, invece di porsi l’elementare interrogativo: queste sconfitte sono forse riconducibili ad una scelta politica sbagliata?

È inevitabile che l’evento di cronaca, specialmente quando qualche giovane ha finito per rimetterci la vita, ispiri nel lettore un senso di sdegno e vendetta verso il colpevole più facilmente individuabile: lo spacciatore, l’amico che ha condiviso la sostanza, e così via. Ed è proprio su questa comprensibile reazione che il politico in cerca di consenso interviene, invocando maggiori sanzioni, più guerra, "tolleranza zero".

E così fioccano le proposte più stravaganti: via per sempre la patente a chi è condannato per droga (ma non a chi è condannato per terrorismo o mafia); nuovi divieti, dal rave party ai siti Internet che promuovono la legalizzazione della marijuana; cani antidroga e poliziotti nelle classi scolastiche; kit antidroga gratuiti ai genitori per testare i figli; eliminazione dei programmi di scambio delle siringhe (gli unici attualmente in grado di diminuire il contagio fra tossicodipendenti).

Il problema è che se scegliessimo una strategia diversa, magari legalizzando e controllando il mercato e la distribuzione delle sostanze stupefacenti, molti di questi episodi non avrebbero motivo di esistere. Certo, la piccola vittima del genitore irresponsabile che lascia del metadone incustodito, continuerebbe purtroppo ad esserci, come ci sarà sempre la madre che non allaccia le cinture di sicurezza al figlio o il padre che lascia i figli incustoditi nella vasca da bagno piena d’acqua. Ma il tossicodipendente, come già il farmaco-dipendente, non finirebbe in carcere, ma in una struttura socio-sanitaria.

Soprattutto, non sarebbe costretto a delinquere per procurarsi la sostanza (avete mai letto "Svaligia supermercato per procurarsi il sonnifero", oppure "Si prostituisce per comprarsi l’ansiolitico"?). Così come gli enormi guadagni della ‘ndrangheta sarebbero trasferiti alle compagnie farmaceutiche e al sistema sanitario nazionale. E lo spacciatore sarebbe sostituito dal medico curante e dal farmacista, figure che potrebbero offrire garanzie sulla composizione delle sostanze, oltre a percorsi di disintossicazione e reinserimento sociale. Vabbè, ormai siamo lontani anni luce da questo dibattito. Regna la cronaca dell’emergenza e della superficialità.

Somalia: la ragazza lapidata per "adulterio"… aveva 13 anni

di Giampaolo Cadalanu

 

La Repubblica, 2 novembre 2008

 

Era solo una bambina, si era appena affacciata sull’adolescenza, "l’adultera" lapidata a morte dagli integralisti di Chisimaio, in Somalia. Non aveva 23 anni, ma solo 13: l’età segnalata dai giornalisti che avevano assistito all’esecuzione, nello stadio della città portuale, era stata "dedotta" dall’aspetto della giovane, evidentemente spinta dalla vita nei campi profughi del Corno d’Africa a raggiungere la maturità fisica più in fretta delle coetanee.

Ma una bambina può commettere adulterio? Può valere a qualcosa la sua "confessione", prova del peccato secondo la folle interpretazione del capo dei carnefici, Sheikh Hayalah, a Radio Shabelle? La stessa Sharia per l’adulterio prevede la testimonianza di quattro uomini, e stavolta non c’erano. A sentire le testimonianze dei familiari, raccolte da Amnesty International, la giovanissima Aisha Ibrahim Duhulow aveva invece subito violenza da parte di tre uomini. E poi aveva voluto denunciare lo stupro alla milizia Shabab, "i giovani", gli integralisti islamici più radicali che controllano Chisimaio.

Forse immaginava che anche lì funzionasse la giustizia arcaica e sperimentata dei campi profughi kenyani dove aveva vissuto fino a tre mesi prima, con il giudizio affidato alla saggezza degli anziani. Ma era stato un errore. La denuncia, nella mente fanatica dei fondamentalisti, è diventata ammissione di colpa. E mentre nessuno dei violentatori veniva arrestato dai miliziani, la ragazza è diventata simbolo di impurità. Seppellita fino al collo nello stadio, degna di ricevere la punizione popolare, senza che dubbio alcuno attraversasse la coscienza di chi ha scagliato la prima pietra.

"Non è stata giustizia, non è stata nemmeno un’esecuzione. Questa bambina ha subito una morte atroce per ordine dei gruppi armati che controllano Chisimayo", sintetizza David Copeman, delegato di Amnesty per la Somalia. "Quest’assassinio - conclude - dimostra ancora di più l’importanza dell’azione internazionale per indagare e documentare gli abusi, con una Commissione ad hoc".

 

 

Segnala questa pagina ad un amico

Per invio materiali e informazioni sul notiziario
Ufficio Stampa - Centro Studi di Ristretti Orizzonti
Via Citolo da Perugia n° 35 - 35138 - Padova
Tel. e fax 049.8712059 - Cell: 349.0788637
E-mail: redazione@ristretti.it
 

 

 

 

 

Precedente Home Su