Rassegna stampa 10 gennaio

 

Giustizia: un sistema in agonia, servono interventi innovativi

di Emile

 

www.radiocarcere.com, 10 gennaio 2008

 

"12 idee per la giustizia e la detenzione". Questo il titolo del pezzo che occupava la pagina di "Radio Carcere" sul "Riformista" del 2 gennaio 2008. I pensatori illustri: giuristi, avvocati, magistrati e rappresentati di libere associazioni. Ognuno ha spremuto le proprie meningi. Ognuno ha consegnato al galeotto settimanale il proprio pensiero. Contributi interessanti, a volere essere benevoli, contributi diversi, contributi che però, seppure potrebbero apportare qualche miglioramento, non farebbero acquisire alla giustizia penale quel minimo di efficienza di cui necessita.

Idee dalle sembianze di toppe, rammendi, capaci di arginare qualche buco, non idonee però utili a rivitalizzare una giustizia penale di cui è stata ufficialmente dichiarata la morte celebrale. Idee vecchie, che affrontano vecchie tematiche e si muovono seguendo vecchi itinerari. Idee che non risolvono. La giustizia agonizzante necessita di altro.

Penso ad un rinascimento giudiziario. Penso ad una riforma che deve essere sia strutturale che culturale, riforma che deve avere ad oggetto sia le norme processuali sia gli uffici giudiziari.

Penso ad un codice con poche importanti garanzie che vengono effettivamente rispettate. Ad un sistema processuale dove vi siano indagini che garantiscano l’individuo e che non cerchino di supplire alle difficoltà delle investigazioni calpestando libertà individuale e riservatezza delle comunicazioni. Ad una moratoria di custodia cautelare e intercettazioni. Ad un rispetto delle regole e dei ruoli da parte di tutti: polizia giudiziaria, pubblici ministeri, avvocati e giudici. Ad un primo grado nel quale si realizzi un giusto processo, nel quale la prova venga acquisita e valutata in modo da giungere ad una effettiva giusta decisione. Ad una sentenza esecutiva dopo il primo grado, la cui esecuzione può essere eccezionalmente sospesa, al fine di rendere giusti i tempi attesa della decisione e di evitare che tra la commissione del reato e la punizione passino lustri.

Penso a un diverso rapporto giustizia-informazione. A delle indagini preliminari segrete e a dibattimenti pubblici. A cancellerie delle procure che custodiscano gelosamente gli atti. Ad una sistema che rispetti l’individuo, dove la presunzione di non colpevolezza sia effettiva e non calpestata dal connubio giustizia-mass media. Ad un sistema dove il diritto di cronaca sia effettivamente tale e non un vessillo da sbandierare per calpestare i diritti dell’individuo e non penso solo al diritto alla privacy ma al diritto ad un giusto processo e al diritto di difesa. Ad un imputato che arrivi al processo non già dilaniato e condannato dalla stampa.

Penso alle comunicazioni che la Costituzione vuole riservate e la cui violazione è consentita per accertare fatti di rilevanza penale e non per aumentare la tiratura dei giornali o l’ascolto dei talk show. Ad un effettivo divieto di pubblicazione degli atti delle indagini, sanzionato efficacemente, con sanzioni amministrative di veloce applicazione e non, come prevede il codice penale, con una irrisoria sanzione economica, ammontante a pochi euro.

Penso ad un magistratura diversa. Una magistratura che si strutturi su criteri selettivi. Giudici e pm responsabili, nel senso che devono essere valutati per il lavoro svolto e non per la loro età anagrafica. Una magistratura che si autogoverna non con una struttura monolitica, centralistica, di fatto stantia. Penso ad un federalismo giudiziario.

Penso ad uffici giudiziari organizzati e diretti. A capi ufficio con il potere di dirigere il proprio ufficio e responsabili del buon funzionamento di questo. Penso ad un sistema dualistico per la direzione dell’ufficio. Un Presidente, proveniente dai ranghi della magistratura e un direttore generale, un amministrativo, che organizzi l’ufficio secondo criteri efficientistici.

Penso a giudici e pm con la cultura della giurisdizione, che rivestano il loro ruolo rispettando le regole dettate dal legislatore e non ne stravolgano l’applicazione al fine di raggiungere lo scopo. Penso ad una giustizia che risponda pure a criteri economici e che non spenda ingenti risorse, sottraendole ad altri settori, quali la sanità e l’istruzione, senza produrre risultati positivi. Penso che si debbano valutare gli effetti della giustizia sull’economia. Penso ad una giustizia che si disinteressi della gestione politica e di quella economica.

Non penso al carcere. Non penso ad un sistema penitenziario composto da numerose carceri ottocentesche. Non penso a Favignana, a Buoncammino, a Regina Coeli e a tutte quelle Case di Reclusione di cui si è più volte annunciata la volontà di chiusura. Non penso a quegli istituti dove i diritti dei singoli vengono lasciati al portone di entrata. No a questo proprio non riesco a pensare.

Giustizia: braccialetto elettronico, riparte la sperimentazione


Comunicato stampa, 10 gennaio 2008


“È con grande soddisfazione che apprezziamo che le numerose sollecitazioni del Sindacato autonomo Polizia Penitenziaria Sappe per adottare nuovamente il braccialetto elettronico nel controllo dei detenuti sottoposti agli arresti domiciliari hanno avuto esito positivo. Grazie all’impegno del Ministro della Giustizia Clemente Mastella e del Capo dell’Amministrazione penitenziaria Ettore Ferrara, da noi più volte sollecitati, con la collaborazione del Ministero dell’Interno, della Magistratura e della Questura di Milano, la prossima settimana inizierà la sperimentazione nel capoluogo lombardo. E per noi questo vuol dire iniziare ad aprire una riflessione, più volte invocata, per una nuova politica della pena, necessaria e indifferibile, che preveda un ripensamento organico del carcere e dell’Istituzione penitenziaria, prevedendo proprio un maggiore ricorso alla misure alternative alla detenzione e l’adozione di procedure di controllo mediante strumenti elettronici o altri dispositivi tecnici, come il braccialetto elettronico”.
Lo dichiara Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, organizzazione più rappresentativa della Categoria con 12mila iscritti, che aggiunge: “Proprio il braccialetto elettronico ha finora fornito in molti Paesi europei una prova indubbiamente positiva: per questo ne abbiamo chiesto la dotazione al Ministero della Giustizia ed il controllo a cura della Polizia Penitenziaria. Il controllo sulle pene eseguite all’esterno e sull’adozione del braccialetto elettronico, oltre che qualificare il ruolo del Corpo, potrà avere quale conseguenza il recupero di efficacia dei controlli sulle misure alternative alla detenzione. Efficienza delle misure esterne e garanzia della funzione di recupero fuori dal carcere potranno far sì che cresca la considerazione della pubblica opinione su queste misure, che nella considerazione pubblica, non vengono attualmente riconosciute come vere e proprie pene”.
“Non nascondiamo” conclude Capece “l’auspicio che questa soluzione possa essere efficace in termini concreti per deflazionare le carceri italiane, oggi tornate a livelli di sovraffollamento allarmanti terminata ‘l’onda lunga’ dell’indulto. Per altro affidare il controllo delle misure alternative alla detenzione alla Polizia Penitenziaria, accelerandone quindi l’inserimento negli Uffici per l’esecuzione penale esterna, vuole dire andare a svolgere le stesse funzioni di controllo oggi demandate a Polizia di Stato e Carabinieri, che in questo modo possono essere restituiti ai loro compiti istituzionali, in particolare il controllo del territorio, la prevenzione e la repressione dei reati, a tutto vantaggio dell’intera popolazione. È quindi opportuno affidare su tutto il territorio nazionale al Ministero della Giustizia, e quindi al Dap ed al Corpo di Polizia penitenziaria, l’adozione e il controllo del braccialetto elettronico, previsto dal nostro Codice di procedura penale ma non ancora attivo. L’utilizzo di queste tecnologie eviterà di rendere evanescente e meramente teorica la verifica del rispetto delle prescrizioni imposte dall’autorità giudiziaria al momento dell’adozione delle misure alternative alla detenzione”.

 

Sappe - Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria

Giustizia: Telefono Azzurro; denuncia per i figli dei detenuti

 

Vita, 10 gennaio 2008

 

Mentre prosegue la raccolta fondi sulle reti Rai tramite l’Sms 48582, Telefono Azzurro denuncia: ci sono migliaia di bambini, in Italia, i cui diritti fondamentali sono negati. Sono i figli dei detenuti.

Ci sono migliaia di bambini, in Italia, i cui diritti fondamentali sono negati: sono i figli di detenuti (nel 2007 15.548). "Nonostante la presenza di norme che garantiscono una tutela formale dei diritti dell’infanzia - dichiara il Presidente di Telefono Azzurro Ernesto Caffo nel corso della campagna di raccolta fondi sulla Rai tramite l’Sms 48582 - nel rapporto con il mondo carcerario esistono ancora drammatiche violazioni".

È necessario tutelare i diritti di questi bambini e adolescenti non solo quando vivono una condizione di separazione dal genitore detenuto, ma a maggior ragione quando - come accade per alcuni bambini da 0 a 3 anni - vivono in carcere con le loro madri.

Secondo la Convenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo ogni bambino ha il diritto di avere una famiglia e di crescere in maniera armoniosa e dignitosa all’interno di essa. È quindi a rischio ogni condizione familiare che limiti i suoi potenziali evolutivi.

"Non ci si può dimenticare - continua Caffo - che un detenuto con figli è comunque un genitore. Per i bambini e le bambine figli di detenuti il rapporto con il genitore è un bisogno fondamentale che non può essere negato. A ciò va aggiunto - conclude - che il bambino che entra in contatto con il carcere è esposto ad una situazione difficile da comprendere e da affrontare".

 

Cosa fa Telefono Azzurro per i bambini figli dei detenuti?

Dal 1999 Telefono Azzurro gestisce il Progetto "Bambini e Carcere", nato come impegno dei volontari e rivolto alla tutela di quei bambini di cui uno o entrambi i genitori sono detenuti. La prima delle iniziative attuate, il "Nido", è rivolta a bambini da 0 a 3 anni che si trovano in carcere con la propria madre e nasce dalla volontà di supportare la relazione madre-bambino. La seconda iniziativa mira invece a supportare quei bambini e adolescenti che si recano periodicamente in visita al genitore detenuto ed è pensata per attenuare l’impatto con la dura realtà carceraria attraverso la permanenza in una "Ludoteca" prima, durante o dopo il colloquio con il genitore.

Giustizia: nasce l'agenzia per assegnazione beni della mafia

di Franco Adriano

 

Italia Oggi, 10 gennaio 2008

 

Per il Procuratore Generale di Torino, Giancarlo Caselli, sta per arrivare il momento di un forte riscatto personale. Il parlamento, infatti, sta per proporre e presumibilmente varare una nuova Agenzia che sembra cucita addosso a lui. Dovrà occuparsi della gestione e dell’assegnazione dei beni sequestrati alla mafia.

Il posto ideale per un finale di carriera sugli scudi, per l’indimenticato ex Procuratore Generale di Palermo che ha legato il suo nome al fenomeno dell’antimafia. Anche perché c’è da riparare uno sgarbo compiuto dal governo di Silvio Berlusconi che Caselli s’è attaccato all’orecchio. "Sono l’unico magistrato italiano", come egli stesso ha scritto nel suo libro "Un magistrato fuorilegge", "al quale il Parlamento ha dedicato espressamente una legge. Una legge contra personam che mi ha espropriato di un diritto: quello di concorrere, alla pari con altri colleghi, alla carica di Procuratore nazionale antimafia".

Ciò che sta per compiersi, dunque, assume il forte sapore della riparazione a un torto subito. La modalità scelta per farlo, secondo quanto risulta a Italia Oggi, è quella di utilizzare come veicolo il decreto legge del ministro dell’Interno, Giuliano Amato, sulla Sicurezza. Il nuovo organismo verrebbe inserito nel testo durante l’iter di conversione del provvedimento, che proprio sabato scorso, 5 gennaio, è stato incardinato presso la commissione Affari costituzionali della camera, quella presieduta da Luciano Violante, un altro esponente molto impegnato sul fronte dell’antimafia.

La spinta politica, invece, è venuta nei mesi scorsi in particolare da un’espressione ufficiale della commissione parlamentare Antimafia, presieduta da Francesco Forgione, un parlamentare siciliano di Rifondazione Comunista, già giornalista di Liberazione, anch’egli protagonista del movimento antimafia. L’idea di togliere il potere sui beni sequestrati ai mafiosi all’Agenzia del demanio guidata da Elisabetta Spitz, non senza accenti polemici per una presunta cattiva gestione (vedi IO del 19/12/2007), è stata messa ai voti nella commissione di Forgione e approvata. In particolare alla Spitz, Forgione ha contestato di essersi dimenticata di dire nel corso di un’audizione che era in corso una gara europea del valore di

800.000 euro per "Prestazioni professionali di supporto" proprio agli uffici del Demanio dedicati alla gestione dei beni immobili confiscati alla criminalità organizzata. Una scelta che è stata ritenuta un affronto. Le carte in regola per formalizzare la proposta in parlamento e approvarla, dunque, sembrerebbero esserci tutte. Tuttavia, alla Spitz il fatto che il cambio di competenza avverrebbe sull’onda dell’inefficienza della sua Agenzia, proprio non va giù.

Così, numeri alla mano, il Demanio ha fatto sapere che con gli ultimi protocolli di Palermo e Bari, firmati a settembre, si è registrata un’inversione di tendenza: il numero dei beni destinati supera il numero dei beni in gestione. Sono complessivamente 4.101 i beni confiscati finora destinati, contro i 3.598 ancora in gestione. Ciò in considerazione che "solo il 18 per cento del totale dei beni confiscati in gestione è facilmente destinabile mentre l’82 per cento presenta una o più criticità che ne ostacolano la destinazione".

Per superare gli ostacoli il Demanio nel 2006 ha scelto la strada dei protocolli d’intesa con i comuni. Un nuovo modello di gestione che avrebbe permesso entro il 2008, secondo la Spitz, il totale smaltimento dello stock pregresso. Ma a raggiungere l’obiettivo forse non ci sarà più lei.

Lettere: il caso Contrada, il "4-bis" e le misure alternative

 

Liberazione, 10 gennaio 2008

 

Cara "Liberazione", in relazione al "caso Contrada" abbiamo assistito in questi giorni ad una commedia a parti rovesciate tra favorevoli e contrari a un gesto di clemenza verso l’anziano vice-capo dei servizi segreti. Non ci interessa la speculazione politica che ha visto soggetti da sempre forcaioli e contrari ad ogni indulgenza verso i detenuti, sostenere e inserire in una corsia preferenziale la richiesta di grazia per l’ex superpoliziotto.

Vorremmo invece mettere in evidenza un aspetto rimasto non a caso lontano dalle cronache sul caso: il reato che vede condannato in via definitiva il dott. Contrada appartiene alla fumosa categoria dei reati associativi, pertanto inseriti nel comma 1 dell’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario.

Questo esclude a priori ogni discrezionale misura alternativa alla detenzione in carcere, niente espiazione domiciliare, niente affidamento in prova o altri permessi, ma soltanto galera; a testimoniare quanto alcune leggi dello Stato, oltre a buona parte del mai riformato codice penale, siano lontane ed in contrasto con i principi sanciti dalla Costituzione italiana, nel caso della classificazione operata con l’art. 4 bis e lg. 279/2002 - gli art. 3 e 27 della Costituzione perdono anche formalmente ogni valore.

La categoria del condannato diviene quella del "nemico permanente" verso il quale si pretende o una aperta collaborazione o l’espiazione di una punizione contraria ai criteri e alle prerogative della Costituzione. Il caso Contrada, così come altre condanne eccellenti non ancora definitive, offriranno qualche spunto per rivedere le norme ottuse e criminogene, e i progetti liberticidi, che impediscono l’accesso alle misure alternative?

I detenuti italiani si aspetterebbero anche la riforma del codice penale nato nel 1930 e con esso l’abolizione del carcere a vita, quella condanna a morte in bianco già abolita in molti paesi europei. Non vorremmo invece che il dibattito sul caso Contrada si risolvesse con una ennesima misura "ad personam", con un differimento pena che non farebbe altro che aumentare il senso d’ingiustizia e disparità avvertito dalla grande maggioranza dei detenuti italiani.

 

Alcuni detenuti del carcere don Bosco di Pisa

Lettere: nel carcere di Busto Arsizio, come in una tomba

 

www.radiocarcere.com, 10 gennaio 2008

 

Caro Arena, ti scrivo anche a nome dei miei compagni di detenzione per dirti com’è la realtà qui nel carcere di Busto Arsizio. Devi sapere che siamo costretti a vivere in tre persone dentro cellette di 6 mq. Si tratta di celle piccole fatte per un solo detenuto, mentre noi ci stiamo in tre. Noi viviamo in tre dentro queste cellette per 22 ore al giorno e il nostro unico svago è fare l’ora d’aria. Qui manca di tutto. Per noi detenuti non c’è lavoro né corsi di formazione. Il nulla del nulla. La cella e basta.

Siamo trattati in modo indistinto. Nel senso che tutti sono uguali. Nessuno di noi può chiedere qualcosa di diverso da quello che prevede il carcere. Siamo numeri e basta. Il fatto di vivere sempre in una piccola cella la dice tutta. È come vivere in un cimitero, ma dentro la tomba. Noi detenuti di Busto chiediamo solo una cosa: poter fare un lavoro mentre stiamo in carcere. Un lavoro che ci consenta di non tornare a delinquere una volta liberi.

 

Giuseppe dal carcere di Busto Arsizio

Lettere: nell'Opg di Aversa; è normale essere trattati così?

 

www.radiocarcere.com, 10 gennaio 2008

 

Caro Riccardo, qui nel manicomio criminale di Aversa va sempre peggio. Sto in una cella strapiena di detenuti. Molti dormono per tutto il giorno, altri si alzano e sembrano degli zombi. Alcuni urlano aggrappandosi alle sbarre dei cancelli. Qui nell’Opg di Aversa è tutto sporco, anche perché tanti tra i detenuti si fanno i bisogni addosso o non si lavano.

Io sto qui e resisto. Sto qui e cerco di non protestare, anche perché l’ultima volta che l’ho fatto mi hanno legato per una settimana al letto di contenzione. E mi hanno fatto una puntura che non mi ricordo più nulla di quello che ho fatto. È dura, veramente dura sopravvivere qui dentro. Io sono matto e sto nel manicomio criminale, ma a te domando: è normale essere trattati così? Dal carcere dei pazzi di saluto e ti dico che io da questa follia ti ascolto e ti leggo sempre.

 

Maurizio dall’Opg di Aversa

Sardegna: gravi carenze in personale Polizia Penitenziaria

 

Comunicato stampa, 10 gennaio 2008

 

La Segreteria regionale sarda del Sappe incontra a Roma Ettore Ferrara, Capo del Dipartimento dell’Amm.ne Penitenziaria, che assicura il suo impegno.

Si è tenuto martedì pomeriggio a Roma, presso il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, un incontro tra una delegazione della Segreteria regionale della Sardegna del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe ed il Capo Dipartimento Ettore Ferrara.

La delegazione sindacale era composta dal Segretario Generale Sappe Dott. Donato Capece, dal Segretario regionale per la Sardegna Antonio Cocco e dal vice segretario regionale Antonio Gavino Tedde.

I sindacalisti della Polizia Penitenziaria hanno consegnato al presidente Ferrara un documento dal quale emergono con evidenza le gravi carenze di organico del Personale di Polizia che opera negli Istituti sardi: a fronte di una pianta organica complessiva prevista di 1.187 agenti uomini e 102 agenti donne, ve ne sono in servizio 1.144 uomini e 69 donne. Dati che dimostrano oggettivamente come le condizioni di lavoro del Personale in Sardegna siano particolarmente difficili.

Il Capo del Dipartimento, che ha ascoltato con attenzione la disamina della situazione regionale penitenziaria dei sindacalisti, ha espresso formalmente il suo impegno per trovare una soluzione a questo endemico problema, riservandosi di porre in essere ogni utile provvedimento di competenza propria e degli Uffici dipartimentali.

Ed ha immediatamente convocato il Provveditore regionale della Sardegna, Francesco Massidda, per valutare con lui i primi provvedimenti da adottare in ambito regionale.

"Siamo moderatamente soddisfatti dell’esito dell’incontro" hanno dichiarato all’unisono il Segretario Generale Capece ed i responsabili regionali del Sappe Cocco e Tedde. "Certamente l’assunzione da parte dipartimentale della questione sarda relativa alle carenze di Polizia Penitenziaria, in particolare del Personale femminile, nell’isola ci fanno sperare in provvedimenti concreti di adeguamenti degli organici. E su questo, sulla necessità che la Sardegna sia posta tra gli impegni prioritari dell’agenda politica ed istituzionale di tutti coloro che hanno competenza sulla materia penitenziaria, il Sappe assicura il suo costante e continuo impegno".

Lecce: nasce "Villa Adriana", una casa per gli ex detenuti

 

Redattore Sociale, 10 gennaio 2008

 

Lo spazio, messo a disposizione dal comune, nasce nel cuore della struttura carceraria leccese Borgo San Nicola. Obiettivo: facilitare il ritorno nell’ambiente sociale e lavorativo e supportare le famiglie.

Una villa interamente adibita all’uso da parte di detenuti, ex detenuti e famiglie nel cuore della struttura carceraria leccese, Borgo San Nicola, messa interamente a disposizione dal Comune di Lecce. Spesso accade che il passaggio dalla struttura chiusa, carceraria, all’ambiente esterno, nella comunità locale, sociale e lavorativa, sia denso di difficoltà anche in ordine alla possibilità, per gli ex detenuti, di fruire di un ambiente sano all’interno del quale progettare un nuovo modello di vita. Sono pochi, infatti, coloro che, una volta usciti dal carcere, dispongono di una rete di accoglienza, funzionale a uno stile di vita diverso. È questo il primo obiettivo di Villa Adriana, gestita dalla Comunità Speranza, associazione di volontariato che da oltre un decennio si occupa di volontariato carcerario.

Ma Villa Adriana consentirà un’accoglienza per brevi periodi non solo agli ex detenuti che, uscendo dal carcere, non hanno una dimora, ma anche ai detenuti che, usufruendo di permesso, avrebbero così la possibilità di farsi raggiungere dalla famiglia; la struttura, inoltre, potrà ospitare anche le famiglie che, raggiungendo il capoluogo salentino per un colloquio, non potrebbero permettersi i costi di un pernottamento. Il progetto "A.s.i.l.o." (accoglienza, sostegno, inserimento, lavoro, opportunità), al cui interno nasce Villa Adriana, non si ferma alla sola accoglienza.

La casa per ex detenuti è, infatti, uno spazio pensato per la socializzazione che faciliti con gradualità il reinserimento, tentando di superare la distanza tra "dentro" e "fuori"; per creare opportunità di lavoro con cooperative e laboratori artigianali; per progettare iniziative di mediazione tra autori del reato e le loro vittime; per realizzare incontri con le famiglie, cercando di ricostruire i rapporti spesso logorati dalla detenzione.

A lungo termine è previsto che la casa funzioni anche come vero e proprio centro di consulenza e supporto per questioni di carattere amministrativo, per l’alfabetizzazione informatica, la formazione professionale per l’avviamento al lavoro o formazione culturale per chi desidera proseguire o riprendere gli studi.

Cassino: uno spettacolo teatrale tutto realizzato dai detenuti

 

Asca, 10 gennaio 2008

 

Uno spettacolo teatrale interamente ideato e realizzato dai detenuti del Carcere di Cassino, prendendo a base le emozioni derivate dai loro vissuti personali.

Questo pomeriggio lo spettacolo - realizzato da psicologi e counselor dell’Aspic, dalla Cooperativa Sociale di Solidarietà e finanziato dal Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti Angiolo Marroni - sarà rappresentato all’interno del carcere di Cassino. Lo spettacolo, esempio di progetto di teatro-counseling per il sostegno ai detenuti, è la tappa finale di un percorso durato oltre quattro mesi, cui hanno partecipato una decina di detenuti. Il gruppo ha effettuato un lavoro sulle emozioni e sui vissuti personali, utilizzando gli strumenti che derivano dalla psicologia umanistica e dal teatro come espressione dell’interiorità.

"Questa è una operazione che non ha solo una valenza culturale - ha detto il Garante dei Detenuti Angiolo Marroni - Dobbiamo avere il coraggio di investire su questi ragazzi non facendoli sentire isolati ma, al contrario, favorendone l’integrazione partendo proprio dalla cultura".

Enna: Yousif, cantastorie irakeno, si esibisce nel carcere

 

Vivi Enna, 10 gennaio 2008

 

Si esibirà domani, alle 15 e trenta, nella Sala Polivalente della Casa Circondariale di Enna, il cantastorie irakeno Yousif Jaralla che sarà poi di scena, alle 20 e trenta, alla Casa di Giufa in occasione della riapertura della biblioteca multimediale. Lo spettacolo, organizzato dallo Sportello Sperimentale dell’Anfe Regionale e dalla direzione, dall’ufficio Comando e dall’ Area Trattamentale della Casa Circondariale, conclude un ciclo di eventi che ha visto la partecipazione, tra gli altri, del cantautore Mario Incudine, del tenore Toni Interinano, del gruppo i Guitti, de "Gli Amici del Teatro" e di tanti altri artisti che gratuitamente hanno realizzato spettacoli all’interno del carcere per i detenuti.

Yousif Jaralla - Nato a Baghdad, Iraq, nel 1959, dal 1980 vive in Italia. Narratore, pittore, vedeomaker, da anni si dedica allo studio e alla ricerca dell’oralità orientale e in particolare al modello narrativo e rituale sufi. Fra i suoi ultimi lavori teatrali si ricordano: I fiumi di altrove (musica di Gianni Gebbia, 2001), Giromirigiro (musica di Gianni Gebbia, 2002), Il pianto del pavone (musica e canto di Miriam Palma e Lelio Gianetto, 2002), La casa delle farfalle (2003), La leggenda dei pupari erranti (testo di S. Zinna, regia di Elio Gimbo, Pupi dei fratelli Napoli, Produzione Teatro stabile di Catania, 2003), La casa del gelso (2003), Storie di maghi, santi e sultani (di Mimmo Cuticchio e Yousif Latif Jaralla, 2004), Il cuore in una barca di carta (2006).

Genova: chiedeva soldi ai detenuti, ma erano solo prestiti

 

Secolo XIX, 10 gennaio 2008

 

È stato accolto l’appello del sovrintendente della polizia penitenziaria Walter Murgia, condannato in primo grado (nel dicembre del 2005) a due anni e dieci mesi di reclusione per concussione continuata nei confronti di Paolo Turri e Vincenzo Di Martino, all’epoca dei fatti detenuti in stato di semilibertà. Il sovrintendente Murgia era preposto alla vigilanza dell’accesso serale dei due detenuti. Si è saputo poi - per sua stessa ammissione - che l’uomo però non effettuava personalmente le perquisizioni.

Murgia (nato in provincia di Nuoro, ma residente a Genova) aveva richiesto e ottenuto in un paio di occasioni somme di denaro (che risulteranno poi, a detta dei protagonisti, non rilevanti) alla moglie di Turri e allo stesso Di Martino, considerati veri e propri prestiti su base confidenziale e non una più o meno sotterranea forma di concussione.

Secondo quanto riportato nell’atto d’appello dal legale di Murgia - Mario Iavicoli - l’ufficiale della polizia penitenziaria non avrebbe mai fatto trasparire la possibilità di un abuso della propria posizione nei confronti dei due detenuti, come confermato anche dalla stessa moglie di Turri, che ha più volte dichiarato in aula come "il prestito sia stato concesso a titolo personale e indipendentemente dal ruolo" ricoperto dal pubblico ufficiale sardo.

Inoltre, dalla ricostruzione dei fatti, è emerso che Murgia non ha mai esercitato alcuna pressione sui detenuti e sulle loro famiglie, non accennando mai a ritorsioni in caso di rifiuto o ritardo nei versamenti. Il giudice della corte d’Appello ha così, dopo più di due anni, ribaltato la sentenza a carico del sovrintendente di polizia, assolvendolo dall’accusa di concussione continuata.

Immigrazione: Napolitano; dignità e salute per gli immigrati

 

Il Mattino, 10 gennaio 2008

 

Immigrati, rom, barboni, poveri (italiani e stranieri). Da più fronti l’attenzione delle istituzioni è puntata specificamente su di loro, per dare risposta ai tanti bisogni di salute e cure che vengono da queste fasce disagiate ma che, troppo spesso, restano ignorati. E questa la "mission" anche del nuovo Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (Inmp), inaugurato ieri dal ministro della Salute Livia Turco.

Una nuova realtà, e anche una grande sfida; che subito ha raccolto il plauso del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, intervenuto al suo "battesimo". "L’Istituto - ha affermato Napolitano, prendendo la parola fuori programma - arricchisce di uno strumento importante la politica nazionale e internazionale dell’Italia, la nostra politica di immigrazione, di integrazione, di tutela dei diritti e della dignità degli immigrati e la nostra politica attiva di partecipazione alla lotta contro la povertà nel mondo".

Un invito a tutelare "salute, diritti e dignità degli immigrati" pienamente condiviso da Livia Turco, la quale ha definito il nuovo Centro il "tassello prezioso di una politica sanitaria pubblica a favore dei più deboli e vulnerabili".

E che questa sia la linea del nostro paese nei confronti dei problemi legati alla immigrazione, è stato confermato dal ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, che in visita ufficiale a Bucarest ha tenuto a precisare che "è del tutto infondata l’immagine di una politica italiana ostile odi pulizia etni-ca verso la comunità romena".

A Bucarest, per la prima volta dopo il periodo difficile nelle relazioni tra l’Italia e la Romania seguito all’omicidio di Giovanna Reggiani da parte di un cittadino romeno di etnia rom e al varo del decreto sulla sicurezza, D’Alema ha riaffermato l’esistenza di un "rapporto speciale" tra i due paesi che "nessun evento può mettere in discussione".

Questo nel giorno in cui la Conferenza episcopale italiana ha lanciato un appello: "Sia cittadino italiano chi nasce in Italia", hanno detto i vescovi, che hanno richiamato l’attenzione sulla necessità di modificare la legge sulla cittadinanza, per "favorire una vera integrazione di immigrati e giovani immigrati".

Immigrazione: Amato; da Italia nessuna espulsione collettiva

 

Ansa, 10 gennaio 2008

 

"In Italia le espulsioni avvengono con specifici provvedimenti motivati e riferiti a singole persone". Lo precisa il ministro Giuliano Amato riferendosi ad alcune agenzie di stampa che danno conto delle dichiarazioni del presidente francese Nicolas Sarkozy sulla politica europea dell’immigrazione.

"Non facciamo confusione" ha dichiarato il ministro Giuliano Amato in relazione ad alcune agenzie di stampa che riportano brani della conferenza stampa del presidente francese Nicolas Sarkozy. "I voli collettivi li organizza da tempo l’Unione europea per ricondurre in patria gli immigrati clandestini espulsi da diversi Paesi.

Ma l’Italia non fa nessuna espulsione collettiva. Da noi le espulsioni sono regolate dalla legge Bossi-Fini, che prevede specifici provvedimenti di espulsione, ciascuno motivato in riferimento a singole persone e ciascuno convalidato dall’autorità giudiziaria. Tutto prevediamo, dunque, fuorché la possibilità di espulsioni di massa o di gruppo".

Immigrazione: bambini a scuola, Fioroni contro la Moratti

di Zita Dazzi

 

La Repubblica, 10 gennaio 2008

 

Ha dieci giorni di tempo, il Comune di Milano, per modificare la circolare che nega ai figli di immigrati senza permesso di soggiorno l’iscrizione alle materne. Se non lo farà perderà il riconoscimento della "parità scolastica" per le materne comunali e i relativi finanziamenti statali, circa 8 milioni di euro all’anno.

Questo ha deciso il ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Fioroni, che ha firmato una formale diffida per obbligare il sindaco Letizia Moratti "a garantire il diritto all’iscrizione a tutti i bambini, in qualsiasi condizione si trovino".

Un severo richiamo a Palazzo Marino perché si adegui alle convenzioni Onu a tutela dell’infanzia e agli ordinamenti "del sistema di istruzione nazionale". Il provvedimento è stato preso dopo la pubblicazione della circolare con le nuove, più restrittive, regole perle iscrizioni alle 170 materne cittadine, che hanno 21.517 iscritti, di cui 5.000 stranieri. Il ministro Fioroni spiega che "il diritto all’istruzione è uno dei diritti fondamentali dell’uomo. Impedirne la fruizione significa ledere la dignità della persona umana. Non possono esistere deroghe né per le colpe dei padri né per lo stato di povertà".

E aggiunge: "L’intero assetto legislativo, fino ad oggi e a prescindere dai colori politici dei governi, non ha mai messo in discussione il fatto che un bambino abbia diritto ad essere istruito e curato, indipendentemente dalle condizioni sociali ed economiche della famiglia".

Tace il sindaco Moratti e delega l’assessore all’Educazione Mariolina Moioli a rispondere: "Per serietà e per rispetto delle istituzioni - prende tempo quest’ultima - riteniamo necessario fare gli opportuni approfondimenti, con particolare attenzione agli aspetti di carattere normativo e giuridico. Fatta la dovuta istruttoria, comunicheremo le nostre valutazioni e decisioni al Ministero, e solo successivamente le renderemo pubbliche".

La polemica era esplosa prima di Natale, quando era stata pubblicata la circolare, contestata fra gli altri dai ministri Bindi e Ferrero, oltre all’Unicef e al cardinale Dionigi Tettamanzi. Anche ieri le reazioni sono state numerose. Plaudono a Fioroni il sottosegretario alla solidarietà sociale Cristina De Luca ("non è ammissibile fare della demagogia sulla pelle dei bambini") e Pietro Folena, presidente della commissione Cultura e istruzione della Camera: "L’istruzione è un diritto costituzionalmente garantito e non può essere soggetto ad alcuna subordinazione a norme amministrative, né tantomeno all’arbitrio della sindaca di Milano".

Inviti a modificare la circolare arrivano dall’eurodeputato Vittorio Agnoletto - che sul caso ha presentato un’interrogazione al Parlamento europeo - e dai senatori Pellegatta, Bonadonna e Soliani.

Ma in difesa del sindaco di Milano si schiera Isabella Bertolini, vicepresidente dei Deputati di Forza Italia: "Il Ministro Fioroni, in linea con il buonismo ed irresponsabile della sinistra al Governo, diffida e ricatta la Moratti. Un atteggiamento che denota l’incapacità della maggioranza di affrontare seriamente i temi della sicurezza e della legalità". Piena solidarietà alla Moratti arriva anche dalla deputata leghista Carolina Lussana: "Fioroni rinnega il suo sostegno alla parità tra scuole pubbliche e private. E appoggia la tendenza di questo governo, per il quale prima vengono gli immigrati, anche se clandestini, e poi i cittadini italiani".

Immigrazione: eseguita l'espulsione dell’imam di Torino

 

La Stampa, 10 gennaio 2008

 

Decisione adottata dal Viminale nei confronti di Kohaila Mohammed per la sua "conclamata attività di proselitismo e induzione a condotte violentemente anti-occidentali e ai rapporti mantenuti con estremisti contigui al jihadismo militante".

È stato eseguita ieri sera l’espulsione nei confronti del cittadino marocchino Kohaila Mohammed, imam del luogo di culto islamico di Torino. In base alla nuova procedura stabilita dal decreto del 28 dicembre, l’espulsione è avvenuta previo nulla osta della Procura torinese e a seguito dell’udienza di convalida del provvedimento tenutasi ieri dinanzi al Tribunale di Torino in sede monocratica. Il provvedimento di espulsione è stato adottato sulla base di scrupolosi accertamenti condotti dagli uffici centrali e periferici dell’antiterrorismo che hanno consentito di trarre elementi a supporto della pericolosità del Kohaila, con particolare riguardo alla sua conclamata attività di proselitismo e induzione a condotte violentemente anti-occidentali ed ai rapporti mantenuti con estremisti contigui al jihadismo militante.

Brasile: San Paolo, un carcere invaso dai telefoni cellulari

di Luca Rolandi

 

La Stampa, 10 gennaio 2007

 

Ogni mese nelle carceri di San Paolo quasi un migliaio di telefoni cellulari viene confiscato ai detenuti che li utilizzano, secondo il segretario dell’amministrazione penitenziaria Antonio Ferreira Pinto, per tenersi in contatto con le organizzazioni del crimine organizzato, a volte gestendo direttamente dalle celle le attività illecite più disparate.

"I reclusi sono in grado di reperire facilmente uno strumento capace di rompere il loro isolamento col mondo esterno. I cellulari arrivano in molti modi, dai parenti ma anche attraverso funzionari pubblici" ha detto Ferreira in un intervista al quotidiano "O Estado", come riporta l’agenzia Misna.

"Non vedo alcuno sforzo da parte del governo federale o degli operatori telefonici per promuovere un sistema efficace di blocco delle chiamate. Il giorno in cui sarà possibile il potere delle organizzazioni criminali sarà ridotto di molto, ma per il momento coi pochi uomini che abbiamo a disposizione i controlli sono insufficienti".

Secondo il giornale esiste un vero e proprio tariffario per l’acquisto di cellulari nelle carceri della metropoli: 500 reales (pari a circa 175 euro) costerebbero quelli venduti dalle stesse guardie penitenziarie, la metà quelli che entrano negli istituti negli orari di visita. Lo stato di San Paolo conta attualmente 153.000 detenuti in 129 carceri, vigilati da 23.000 agenti; negli ultimi dieci anni la popolazione carceraria è cresciuta del 146%, otto volte di più della popolazione complessiva dello stato.

 

 

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