Rassegna stampa 29 agosto

 

Giustizia: Berlusconi ha dato il via libera alla riforma di Alfano

di Donatella Stasio

 

Il Sole 24 Ore, 29 agosto 2008

 

È durato poco più di mezz’ora l’incontro, a Palazzo Grazioli, tra il premier Silvio Berlusconi e il ministro della Giustizia Angelino Alfano. Giusto il tempo per ribadire la volontà di andare avanti sulla riforma costituzionale della giustizia, a cominciare dal Csm, a cui il Governo vuole cambiare volto, forte anche di alcune aperture arrivate dal centro-sinistra.

Il premier ha "approvato l’indice dell’agenda", fanno sapere da via Arenula, con riferimento ai capitoli di cui si è discusso in questi giorni: il Csm, appunto, la separazione delle carriere e l’azione penale (nonché la parte sul processo civile e penale, sulle carceri e sugli ordini professionali, da riformare con legge ordinaria).

Dalla prossima settimana - aggiungono - partiranno le consultazioni con gli alleati, i presidenti delle commissioni Giustizia di Camera e Senato, il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito. Poi sarà la volta dell’opposizione.

Insomma, chi si aspettava che da questo faccia a faccia sarebbero quanto meno uscite le direttrici di marcia della riforma costituzionale è rimasto deluso. La scelta delle soluzioni da proporre - tra le numerose predisposte dagli uffici tecnici di via Arenula sulla base di una ricognizione delle proposte in campo da almeno una decina d’anni - è rinviata ai prossimi giorni. Non si è entrati nel merito di questa o di quella opzione. Berlusconi ha confermato di non voler perdere l’occasione "storica" di una riforma costituzionale della magistratura, con o senza l’opposizione. Ma non ha fatto altri commenti.

Né, d’altra parte, si era parlato di giustizia durante il Consiglio dei ministri della mattina, se non a margine e per confermare che il Governo presenterà un Ddl (o più d’uno) di modifica costituzionale.

Gli avvocati penalisti sono dalla sua parte e, anzi, invitano l’Anm a "vedere la realtà": il predominio delle correnti della magistratura condiziona, di fatto, il Csm e incide negativamente sull’indipendenza delle toghe, sostiene il Presidente dei penalisti Oreste Dominioni. È "falso" affermare, aggiunge, che si vuole abolire l’obbligatorietà dell’azione penale. "Al contrario, si tratta di ripristinarla, perché oggi l’esercizio dell’azione penale è affidato alla discrezionalità, all’arbitrio dei magistrati".

"Proporre una maggiore politicizzazione del Csm non è la soluzione dei presunti guasti causati dalle correnti", replica il presidente dell’Anni, Luca Palamara, a dir poco scettico sulla prospettiva che i capi degli uffici vengano scelti dalla politica. Le correnti, spiega, non sono "un momento di controllo" del Csm, ma solo "espressione del diverso modo di intendere il mestiere di magistrato".

E, dopo aver ricordato che il Csm italiano è preso a "modello" dai Paesi europei e da quelli post socialisti, boccia senza mezzi termini la proposta di un Csm a maggioranza di laici, eletti per 1/3 dal Parlamento e per 1/3 dal Capo dello Stato. È la proposta messa in campo da Luciano Violante, che va ben oltre quanto prevedeva la Bicamerale, secondo cui la maggioranza sarebbe rimasta in mano ai togati, anche se i laici sarebbero saliti a quota 2/5.

"Le indicazioni di Violante sono un contributo prezioso a un processo riformatore che non può essere bloccato", diceva ieri il capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, riferendosi anche alle "aperture" dell’ex presidente della Camera sull’azione penale (la legge deve fissare i criteri di priorità) e sulla giustizia disciplinare (affidata a un Organismo esterno al Csm).

Bisogna vedere se la maggioranza si "accontenterà" di queste soluzioni per ottenere un via libera anche dall’opposizione (Pd e Udc, perché il no dell’Idv è scontato) o se invece deciderà di spingersi oltre, proponendo due Csm distinti, per Pm e giudici (o due sezioni distinte dei un unico Csm),una separazione delle carriere vera e propria, o comunque più accentuata del modello Bicamerale (che prevedeva un concorso unico per tutti i magistrati, la scelta per una o per l’altra funzione, un concorso riservato per cambiare funzione, cambiando anche distretto) e, addirittura, il Pm elettivo, come ha rilanciato la Lega e come propone (ma solo per i capi delle Procure) il forzista Gaetano Pecorella, in una proposta di legge presentata il 4 agosto.

Sono tutte opzioni ancora in campo. Ma il tempo delle scelte non è ancora maturo. Questione di giorni. O di settimane. Quel che è certo è che la riforma costituzionale della giustizia si farà.

 

Riforma del Csm: il nodo della composizione

 

È dei punti più delicati: tra le ipotesi quella della Bicamerale (maggioranza di togati ma aumento a 2/5 dei laici); la nomina dei laici per 1/3 al Parlamento, 1/3 al Capo dello Stato e un 1/3 alle toghe. In campo anche la creazione di due Csm, per giudici e Pm.

 

La separazione giudici e magistrati: concorso unico, percorsi distinti

 

Concorso unico per giudice e Pm ma scelta per l’una o per l’altra funzione e possibilità di cambiare solo previo concorso e cambiando distretto: era l’alternativa offerta dalla Bicamerale a una vera e propria separazione delle carriere, a cui Silvio Berlusconi tiene molto.

 

Azione penale: modalità stabilite dalla legge

 

Si riparte dalla formulazione elaborata dalla Bicamerale del ‘97: per il Pubblico ministero veniva ribadito l’obbligo di avviare l’azione penale ma si aggiungeva che essa viene "esercitata secondo le modalità stabilite dalla legge".

 

Pm elettivo: due proposte in Parlamento

 

L’elezione popolare del Pubblico ministero è un’idea rilanciata negli scorsi giorni dalla Lega. Alla Camera e ai Senato sono state già depositate due proposte di legge costituzionale targate Pdl, che prevedono l’elezione popolare dei capi delle Procure, come negli Stati Uniti.

Giustizia: Rodotà; questa è riforma che nasce dall’ideologia

di Stefano Rodotà

 

La Repubblica, 29 agosto 2008

 

E ricominciata nel modo peggiore la discussione sulla giustizia. Ideologizzata, aggressiva, volutamente immemore dei guai procurati nel corso di lunghi anni da cattive politiche. Non sembra l’annuncio di una riforma, ma il definitivo regolamento di conti tra politica e magistratura.

È una deriva inarrestabile? Poco dopo le elezioni, introducendo la sessione sulla giustizia di un Convegno dell’Aspen Institute, mi auguravo che il ministro della Giustizia volesse seguire l’esempio di quello che chiamavo il "lodo Tremonti-Sacconi", riferendomi alle dichiarazioni di questi due ministri sulla necessità di mettere da parte le polemiche sull’età pensionabile e sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, concentrandosi invece sui problemi concreti.

Con il suo discorso al Csm il Ministro della Giustizia sembrava aver fatto proprio questa scelta. Ma poi è venuto il vero "lodo Alfano", che ha travolto quel po’ di buone intenzioni appena manifestate. Si è accettato il diktat berlusconiano sui temi generali della giustizia, si annuncia un nuovo scontro su riforme costituzionali riguardanti proprio le questioni che arroventano inutilmente il clima (separazione delle carriere, obbligatorietà dell’azione penale, riforma del Csm) e si respinge sullo sfondo la questione capitale dell’efficienza della macchina giudiziaria, che esige impegno e collaborazione di tutti.

Conviene fare qualche passo indietro, anche perché molti stanno richiamando proprio il passato, evocando la Commissione bicamerale D’Alema e il suo progetto sulla giustizia. Ma non v’è alcuna età dell’oro alla quale tornare. Quell’esperienza, già valutata assai criticamente, non è affatto un esempio da seguire. E il suo richiamo è una mediocre furbizia per costruire un cappio con il quale l’opposizione dovrebbe impiccarsi. Cadrà il Pd in questa trappola "dialogica"?

Quel progetto introduceva inammissibili restrizioni all’autonomia e all’indipendenza della magistratura. La Costituzione dedica alla magistratura tredici articoli, con soli trentaquattro commi: nel testo della Bicamerale erano divenuti ben sessantacinque. Errori da non ripetere.

Per quanto riguarda il metodo politico, le valutazioni devono essere ancora più severe. La questione della giustizia venne imposta da Berlusconi come priorità assoluta, quasi come una condizione perché il lavoro della Bicamerale potesse essere avviato.

Vi è una sinistra analogia con le cose di oggi. Di nuovo il terna della magistratura viene brandito come una clava, presentato come il terreno dove le forze oggi all’opposizione devono dare prova concreta della loro capacità di un dialogo che, però, appare asimmetrico, perché dovrebbe svolgersi sempre e solo alle condizioni imposte dall’altra parte. Se la storia non è maestra di vita, l’esperienza politica dovrebbe pur contare qualcosa, e indurre un Partito democratico finora ambiguo, diviso pure su questo tema, incapace di usare il pur flebile strumento del governo ombra, ad assumere qualche posizione finalmente limpida.

Il lontano progetto della Bicamerale come occasione per il Parlamento? Non scherziamo. Allora vi fu una duplice espropriazione del Parlamento. La Bicamerale si impadronì della materia della giustizia, che non le era stata esplicitamente attribuita (anzi, al Senato, il relatore Elia aveva escluso che rientrasse tra le competenze della Commissione). E, fatto questo passo, venne bloccato il lavoro parlamentare sul "Pacchetto Flick", diciannove disegni di legge su temi essenziali della giustizia che, se esaminati nei tempi che pur erano disponibili, avrebbero avviato verso la soluzione molte questioni che continuano ad affliggerci, e pregiudicano gravemente l’efficienza.

Ecco il punto. Nel decennio 1996-2006, due maggioranze di segno opposto hanno scelto una linea politica che sacrificava l’efficienza ad una ideologia travestita da riforma costituzionale. Una storia che rischia di ripetersi?

Se la logica bipartisan deve essere la bussola, allora bisogna partire da una piccola apologia del ministro Mastella, capace di far approvare dal voto comune di maggioranza e opposizione una legge che almeno in parte, riconduceva a ragione e Costituzione la discutibilissima riforma Castelli, dando un nuovo assetto alle materie oggi rimesse in discussione. Sarebbe segno di saggezza partire dal "dopo Mastella", non riaprire polemiche che, proprio ieri, s’era di comune accordo deciso di abbandonare, e dedicare forze e spirito polemico alle vere questioni di sostanza.

Dico da anni che la questione giustizia è una "catastrofe sociale": come accade per le catastrofi "naturali", avrebbe richiesto da molto tempo interventi d’urgenza su strutture e risorse, ben diversi da quelli che individuano nei magistrati, e non nell’inefficienza, il problema da combattere.

Ma non sono tempi di saggezza, e non sopravvaluterei qualche segnale ragionevole venuto dalla maggioranza. Staremo a vedere. Intanto, però, concentrarsi sull’efficienza non vuol dire minimizzare la rilevanza politica del tema della giustizia. Al contrario. Questioni come quelle legate all’obbligatorietà dell’azione penale o alla carriera dei magistrati sarebbero meglio avviate a soluzione se l’amministrazione della giustizia recuperasse funzionalità.

Può la riforma della giustizia prescindere da una riflessione sulla depenalizzazione e sul processo penale, dove il sacrosanto spirito garantista è stato corrotto da un formalismo che oscura spesso la sostanza delle questioni da giudicare? Qui vi sono responsabilità anche della corporazione degli avvocati, e diverse e influenti sono le coalizioni d’interessi che hanno finora impedito di affrontare un tema cruciale per l’efficienza, la radicale revisione delle circoscrizioni giudiziarie con conseguente soppressione di una serie di uffici.

Appena si propone la chiusura di un tribunale, ecco che schiere davvero bipartisan di politici e avvocati scendono in campo esasperando i localismi e impedendo razionalizzazioni indicate fin dal 1974. Ne sanno qualcosa molti ministri della Giustizia, primo tra tutti Giuliano Vassalli. Si affronterà questo tema, che richiede scelte politiche lungimiranti, o l’unico obiettivo rimarrà quello di alimentare un clima di ostilità verso i giudici?

Intanto si indicano sentieri pericolosissimi, come quello dell’elezione popolare dei pubblici ministeri: è troppo chiedere non la lettura della bibliografia americana in materia, ma almeno de "Il falò delle vanità", di Tom Wolfe, dov’è descritto il terribile inquinamento politico dell’elezione dei procuratori? O ingannevoli, come quello del braccialetto elettronico: un’occhiata, per favore, ai bilanci dell’esperienza inglese.

È ancora possibile abbandonare fuorvianti schemi ideologici e mettere a frutto una diffusa cultura dell’efficienza, nella quale spiccano molte proposte della vituperata Associazione nazionale magistrati? Qui il dialogo potrebbe dare risultati significativi, così come una riflessione sulla possibilità di estendere le "buone pratiche", vale a dire l’efficiente organizzazione del lavoro già realizzata in molti uffici, da Bolzano a Torino.

E, sui tema delle risorse, si dovrebbero tenere in gran conto i suggerimenti di un esperto come Francesco Greco, che non ha soltanto mostrato quanto denaro può essere recuperato, ma ha pure messo in evidenza i vincoli imposti alla magistratura per favorire potenti corporazioni finanziarie. Più in generale, lo stesso ministero della Giustizia va messo in discussione: non dirò che debba essere soppresso, ma è certo che serve una agenzia per l’efficienza giudiziaria insieme ad un moderno ministero della Legislazione, capace di guardare con continuità all’evoluzione del sistema giuridico, invece di inventarsi etichette come la semplificazione legislativa.

Sono solo esempi, che però mostrano quale sia il terreno concreto della riforma e del dialogo. Ma il vero limite della discussione italiana è nella diffusa incapacità di comprendere il ruolo della magistratura in un mondo innervato da processi che superano le frontiere, dalla tecno scienza, da una costituzionalizzazione della persona che mostra nuove dimensioni delle libertà e dei diritti. Ne riparleremo.

Giustizia: la riforma rispetti l’autonomia della magistratura

di Nicola Saracino (Magistrato)

 

Il Riformista, 29 agosto 2008

 

Nel procedimento disciplinare contro un magistrato non vengono in gioco soltanto i suoi personali interessi e le sue ambizioni, ma vi sono coinvolti valori che appartengono alla collettività: la soggezione del giudice soltanto alla legge, la sua inamovibilità e, in definitiva, la sua indipendenza.

L’attuale giudice disciplinare è il Csm, in una sua articolazione ridotta; è un giudice di natura elettiva composto, oltre che da magistrati, anche da professori universitari ed avvocati indicati dal Parlamento.

In epoca recente si sono registrati interventi pubblici di alcuni suoi componenti che, nel rispondere alle sollecitazioni provenienti dal ceto politico, additanti supposti sconfinamenti dei giudici, hanno invocato o promesso l’intervento della "scure" disciplinare. Questo accade anche perché il Csm ha assunto, nel tempo, il ruolo di organo di "governo" della magistratura e quindi, agli occhi dell’opinione

pubblica, di soggetto politicamente responsabile del buon andamento della giurisdizione. La sovrapposizione di ruoli, quindi, risalta e pone in crisi l’immagine di terzietà di un giudice che non può, da solo, sopportare il peso "politico" del buon andamento della giurisdizione e quello della competenza disciplinare nei confronti dei magistrati. In questa cornice è concreto il rischio che il giudice disciplinare si preoccupi più di difendere la propria immagine pubblica di responsabile dell’efficienza della giurisdizione, che di fornire la giustizia del caso concreto.

L’attuale conformazione del giudice disciplinare rappresenta, inoltre, un singolare esempio di giudice "speciale", per di più elettivo, che ripete cioè la sua legittimazione dal voto dei giudicabili.

Proprio questo è, forse, il motivo che più di altri è alla base dell’addebito di eccessiva indulgenza che viene rivolto alla Sezione Disciplinare del Csm e suona persino beffardo per il magistrato assolto che, oltre ad aver subito un giudizio disciplinare, non evita l’onta della disapprovazione sociale. Lo stesso congegno elettivo, nelle ipotesi di condanna, provoca un effetto non meno dannoso, generando il sospetto che la decisione sia il frutto di un atteggiamento "odioso" nei confronti dell’incolpato.

Sarebbe, tuttavia, stolto e rischioso mettere in discussione il principio dell’estrazione del giudice disciplinare dallo stesso ordine professionale dei giudicabili, trattandosi di una connotazione accomunante tutti gli organi della giustizia disciplinare nei più svariati settori, dalle libere professioni al pubblico impiego.

Tale caratteristica risulta ancor più indispensabile nel caso della magistratura, se si desidera conservare un senso alla sua "indipendenza da ogni altro potere". Affidare a soggetti estranei all’ordine giudiziario questa delicata funzione significherebbe rinnegare il principio dell’autonomia della magistratura, assoggettando gli incolpati alle decisioni di chi, non essendo magistrato, non condivide con i giudicabili la specifica esperienza professionale che deve giudicare.

I giornalisti sono giudicati da giornalisti, i medici da medici, gli avvocati da avvocati e così via. Lo impone la funzione stessa della responsabilità disciplinare, tesa a sanzionare la violazione di precetti deontologici e di specifiche regole tecniche peculiari di ogni professione intellettuale: solo chi quotidianamente pratica la stessa attività dell’incolpato è in grado di cogliere il disvalore delle violazioni. Una volta evitato che gli architetti giudichino i medici e viceversa, l’individuazione della soluzione alternativa a quella attuale è rimessa al Legislatore.

In definitiva, una diversa collocazione del giudizio disciplinare rispetto all’attuale non contrasterebbe, di per sé, con i fondamentali vincoli di cui s’è detto, purché ci si muova nel rispetto dell’autonomia dell’ordine giudiziario da ogni altro potere. Non è poi così difficile concepire un sistema che preservi le esigenze di terzietà e di sufficiente "lontananza", anche geografica, del giudice dal giudicabile, sulla falsariga di quanto il Legislatore ha già previsto per le ipotesi di sottoposizione a procedimento penale di un magistrato, mediante il criterio della competenza territoriale dell’articolo 11 del Codice di procedura penale. Se si ritiene che il Tribunale - che giudica dei reati ascritti al magistrato - non sia in grado di valutare una violazione disciplinare, si può ipotizzare una sezione specializzata presso le Corti d’Appello.

Allontanarsi da soluzioni come quelle appena proposte denoterebbe una spericolata sottovalutazione del principio di autonomia dell’ordine giudiziario e dei molti mali collegati al suo indebolimento.

Giustizia: con l'indulto un "costo sociale" di 2 miliardi di euro

 

Dire, 29 agosto 2008

 

L’indulto non conviene: i reati commessi dai detenuti scarcerati hanno avuto un "costo sociale" di 2 miliardi di euro, il doppio di quanto lo Stato avrebbe speso per mantenere i detenuti.

È la stima contenuta in un’analisi presentata all’università Bocconi di Milano. Il dato è legato all’aumento di crimini successivi alla scarcerazione. Per mantenere i detenuti in carcere lo Stato avrebbe speso 56 mila euro a persona.

L’indulto del luglio 2006 è costato all’Italia almeno due miliardi di euro in costi sociali connessi all’aumento di crimini successivi alla scarcerazione. È la stima a cui è giunta un’analisi "The incapacitation effect on incarceration: evidence from several italian collective pardons", degli economisti Alessandro Barbarino e Giovanni Mastrobuoni, presentata ieri all’Università Bocconi di Milano nell’ambito del convegno dell’European economic association e dell’Economic society.

Lo studio, finalizzato a valutare la capacità del carcere di prevenire la commissione di nuovi crimini, ha preso in considerazione gli indulti e le amnistie avvenuti in Italia dal 1962 al 1995, valutandone attraverso un modello econometrico i costi sulla base dell’aumento della quantità di crimini conseguente ai "perdoni collettivi". "Per misurare l’andamento della criminalità - dice Giovanni Mastrobuoni - abbiamo preso in considerazione le indagini di vittimizzazione dell’Istat. Di ogni tipologia di reato abbiamo valutato sia i costi diretti, misurati ad esempio da Abi e Confesercenti per quanto riguarda rapine e truffe, che i costi sociali connessi al crimine. La stima di due milioni di euro come danno conseguente a un omicidio è stata adottata sulla base di uno studio commissionato dalla Commissione europea".

Diviso per il numero di detenuti che ne hanno beneficiato, il costo di ogni atto di clemenza risulta così di circa 150 mila euro per persona scarcerata - che moltiplicato per il numero di indultati del 2006 dà la stima di due miliardi -. "Il costo è più del doppio di quanto, secondo i dati dell’amministrazione penitenziaria, sarebbe stato richiesto allo Stato in misure di sicurezza per mantenere i detenuti in carcere, cioè 56 mila euro per ognuno" dice Giovanni Mastrobuoni.

"L’indulto - conclude - è quindi la soluzione meno conveniente per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri. Più efficaci sarebbero altre politiche come aumentare le misure di job training dei detenuti, oppure applicare a indulto e amnistia criteri più selettivi che portino alla sola scarcerazione di chi mostra una minore propensione alla recidiva".

Giustizia: Antigone; indulto ha rimediato situazione inumana

 

Dire, 29 agosto 2008

 

Claudio Sarzotti, Presidente di Antigone Piemonte e docente di sociologia del diritto, commenta l’analisi sui costi dell’indulto presentata alla Bocconi. "Lavori come questi non tengono conto di voci non stimabili, come la sofferenza".

"L’indulto non è certo la panacea di tutti i mali, eppure ha rimediato a una situazione inumana che si era ricreata a causa del sovraffollamento delle carceri". È il commento di Claudio Sarzotti, presidente di Antigone Piemonte e docente di sociologia del diritto, all’analisi sui costi dell’indulto presentata oggi all’Università Bocconi. "Lavori come questi prendono in considerazione costi che è sempre difficile stimare - dice il docente, critico sullo studio -. In più non tengono presenti altri voci che possono essere difficilmente contabilizzate come la sofferenza dei familiari dei detenuti".

"Vorrei sottolineare - continua Claudio Sarzotti - che la percentuale di recidività post-indulto registrata finora è stata inferiore a quel 70%, che è il tasso di recidiva fra i detenuti scarcerati a fine pena, nei cinque anni successivi alla remissione in libertà".

Per l’associazione Antigone occorre puntare sulle misure alternative alla detenzione: "I dati dimostrano che chi viene ammesso a questi benefici raramente commette nuovi reati. Se il disegno di legge di modifica della legge Gozzini, che prevede l’eliminazione di misure come la libertà anticipata, venisse approvato, dopo qualche mese vedremmo i detenuti sui tetti delle carceri a protestare".

Giustizia: Pagano; indulto ha riportato vivibilità nelle carceri

 

Dire, 29 agosto 2008

 

Il provveditore lombardo dell’amministrazione penitenziaria: "Prima di ogni valutazione bisogna considerare la funzione del carcere: se lo dobbiamo considerare un punto terminale o se può servire come occasione di reinserimento".

"Bisogna vedere se nel calcolo dei costi si è tenuto presente anche quello della vivibilità nelle carceri pre-indulto. Prima del 2006 in una struttura come San Vittore erano arrivati a esserci anche sei o sette detenuti in celle di dodici metri quadri". Così Luigi Pagano, provveditore lombardo dell’amministrazione penitenziaria, commenta l’analisi sui costi di indulto e amnistia presentata stamane alla Bocconi di Milano.

"Prima di ogni valutazione -continua- bisogna prendere in considerazione la funzione del carcere: se lo dobbiamo considerare un punto terminale o se può servire come occasione di reinserimento".

Luigi Pagano si dice d’accordo sulla necessità di incrementare le occasioni di inserimento lavorativo, "magari istituendo una sorta di agenzia di collocamento per detenuti che svolga un ruolo di collegamento con imprese e enti pubbliche che richiedono la manodopera di detenuti".

A ostacolare la rieducazione è però il problema delle pene brevi, "che rendono impossibile per l’amministrazione penitenziaria avviare i progetti per i detenuti, portando come conseguenza un alto tasso di recidiva fra chi esce ed entra dal carcere continuamente".

Giustizia: Cisl; bene iniziative per ridurre il numero di detenuti

 

Comunicato stampa, 29 agosto 2008

 

La Cisl apprende con favore delle dichiarazioni espresse dal Ministro Alfano in merito agli interventi da fare per il sistema penitenziario oramai al collasso.

Quello che il Ministro dice è quello che la Cisl da sempre sostiene, e cioè accordi bilaterali con i paesi di origini per poter far scontare la tema a detenuti extracomunitari nei propri paesi di origine. Condividiamo l’istituzione del braccialetto elettronico se ciò può aumentare le pene alternative alla detenzione.

Siamo fortemente convinti che c’è bisogno di ammodernare istituti penitenziari, di provvedere con urgenza a chiedere i più vetusti e costruirne altri più moderni. Tutto ciò va ricordato non può essere fatto che con una politica seria del personale, riempiendo quei vuoti di organici che oggi sono diventati macroscopici, in particolar modo per il personale tecnico amministrativo, oltre quello di Polizia Penitenziaria per i nuovi e importanti compiti che gli sono stati assegnati.

La Cisl auspica che il ministro Alfano avvii con le parti sociali un tavolo di confronto che porti alla definizione di un ddl che tenga conto di quello che noi da sempre auspichiamo, e cioè una riforma organica del sistema penitenziario di questo paese. Il Ministro Alfano su questa strada troverà la Cisl dalla propria parte.

Lettera: grazie alla "Gozzini" ho ripreso in mano la mia vita

 

Ristretti Orizzonti, 29 agosto 2008

 

Nel maggio 1997 sono stato arrestato (avevo 41 anni, ero incensurato e dipendente da eroina dal 1979/1980) per possesso al fine di spaccio di grammi 1,650 (1 virgola 650 mg.) di eroina. Pur incensurato, tenuto conto (parole della sentenza) "che buona parte della droga fosse per uso personale" venni condannato, dopo il patteggiamento della pena consigliato dal mio legale di fiducia (!), a due anni di detenzione e milioni dieci di multa, senza il beneficio della condizionale.

Nel frattempo avevo trovato un’occupazione a tempo indeterminato (lavoro che prosegue ancora oggi) presso una Cooperativa sociale, come impiegato addetto alla segreteria. Grazie alla Legge Gozzini ho potuto usufruire dell’affidamento in prova ai servizi sociali, con obbligo di non uscire dal Comune di residenza e non uscire di casa dalle ore 22.00 alle 7.00 del mattino.

Le solite restrizioni, che molti conoscono. Ho scontato la pena e da allora non ho avuto più a che fare con la legge. Credo, al contrario, che se a 41 anni mi avessero fatto fare due anni dietro alle sbarre, sarei uscito con la sola prospettiva di ritrovarmi senza lavoro, senza un domicilio e con uno spirito distruttivo di rivalsa, che mi avrebbe prima o poi portato a delinquere (questa volta sul serio, non come quando mi arrestarono con in tasca il fabbisogno per due, tre giorni).

Aderisco convintamente alla campagna per salvare la legge Gozzini, perché sulla mia pelle posso dichiarare che funziona, che non è vero che sia criminogena, e specialmente ti concede una chance di provare a costruirti una vita diversa.

 

Renato Balducci, di Foligno

Lettera: nuovo regolamento ha 8 anni e non è cambiato nulla

 

Ristretti Orizzonti, 29 agosto 2008

 

Ne è passata di acqua sotto i ponti dall’entrata in vigore del nuovo Regolamento di esecuzione dell’Ordinamento Penitenziario (D.P.R. 230/2000) che avrebbe dovuto rendere gli istituti penitenziari più vivibili.

Le condizioni disumane della maggior parte delle carceri italiane, il problema - non da poco - del sovraffollamento, della carenza di organico del personale di polizia penitenziaria, degli educatori e degli assistenti sociali, sicuramente, non agevola le attività trattamentali, a tal punto da togliere valore alla funzione rieducativa della pena.

Un agente di polizia penitenziaria non può operare serenamente quando è costretto a gestire dei detenuti che, per evidenti motivi di spazio, vengono "ammassati" all’interno di stanze detentive progettate per un massimo di due o tre persone. A volte viene a mancare proprio lo spazio vitale del singolo. Il detenuto, nella sua qualità di essere umano, ha anche un suo diritto alla salute.

Interessante è la definizione di salute che l’Oms ne ha dato alcuni anni fa: "La salute è lo stato di completo benessere fisico, sociale e mentale", e non la semplice assenza di patologie o infermità. Le situazioni descritte sopra creano continue situazioni di conflittualità, sia tra gli stessi detenuti, sia nei rapporti con il Personale di polizia penitenziaria che, in condizioni di assoluta inferiorità numerica, deve contenere, gestire e porre rimedio a numerose problematiche.

A riscontro di quanto detto sopra sono i casi della Casa Circondariale di Genova Marassi, di Sanremo, di Lecce dove, proprio per questa situazione di forte disagio generalizzato, l’inasprimento dei rapporti tra popolazione detenuta e Personale di Polizia Penitenziaria è sfociato negli ultimi mesi in numerose aggressioni.

L’amministrazione penitenziaria dovrebbe mettere mano all’edilizia penitenziaria, riaprendo - a costo zero - gli Istituti penitenziari dismessi (es. Asinara e Pianosa - Case Mandamentali) trasformandoli in case lavoro, anche perché costruire nuovi penitenziari costa troppo. Infine, va da sé che occorre procedere ai concorsi per integrare il personale.

 

Alessandro De Pasquale

Segreteria Nazionale della Fsa/Cnpp

Rovigo: Pegoraro (Cgil); carcere affollato, sì al "braccialetto"

 

Il Resto del Carlino, 29 agosto 2008

 

Problemi di sovraffollamento anche nella Casa Circondariale di Rovigo. Giampietro Pegoraro della Cgil si dice favorevole all’introduzione del bracciale per combattere il surplus di condannati.

Dalle sbarre al braccialetto: sta facendo discutere la nuova proposta del ministro della giustizia Angelino Alfano sull’introduzione di braccialetti elettronici in sostituzione alla carcerazione. Una proposta relativa solo ai reati minori ovviamente che, stando alle dichiarazioni del Guardasigilli, risulterebbe utile per combattere il sovraffollamento nelle carceri del Belpaese.

Ma per parlare di questo tema non serve andare molto lontano: anche la nostra realtà infatti non sfugge alla morsa del sovraffollamento, in proporzioni minori ovviamente, ma generando pur sempre situazioni di disagio, dentro e fuori le sbarre. Il problema non riguarda solo i detenuti, ma tutti coloro che si trovano a stretto contatto con questo mondo: assistenti sociali, polizia penitenziaria, educatori.

La casa circondariale di Rovigo conta in tutto poco più di 80 posti, di cui 33 sono destinati alle donne e una cinquantina agli uomini. Purtroppo la realtà non guarda in faccia i numeri, visto che i detenuti all’interno del carcere sono 95. Quasi 15 in più rispetto al previsto.

"Il problema del sovraffollamento nel nostro territorio c’è - spiega Giampietro Pegoraro, rappresentante sindacale della Cgil per gli agenti della polizia penitenziaria -. La situazione non è facile: sussiste ancora un decreto ministeriale del 2001 che non tiene per niente presente la realtà attuale. Il nostro sindacato ha già denunciato questi disagi, ma per il momento non abbiamo ricevuto nessuna risposta".

Nessun segno di cambiamento quindi, nonostante le varie richieste avanzate dai sindacati di categoria. Richieste improntate principalmente su una revisione della dotazione organica, sull’adeguamento delle strutture in base al numero di carcerati e su un turnover del personale.

"Devono essere salvaguardati i diritti di chi da tempo lavora in questo settore - aggiunge Pegoraro - abbiamo bisogno di un ricambio dei lavoratori". La casa circondariale di Rovigo conta attualmente l’impiego di 59 dipendenti, 12 donne e 47 uomini, ai quali si affianca il personale Uepe (ufficio di esecuzione penale esterna) che si occupa dei soggetti in regime di semilibertà. Tornando allo scottante tema del sovraffollamento, il rappresentante sindacale si dice quindi favorevole all’introduzione del braccialetto elettronico come arma per combattere l’eccessivo numero di detenuti. "Siamo d’accordo con questo provvedimento - spiega - purché venga dato a chi è accusato di reati minori".

Ospiti del penitenziario di Rovigo sono soprattutto stranieri caduti nella tela della legge Bossi-Fini, extracomunitari irregolari finiti dietro le sbarre insieme ai tanti detenuti per reati legati alla droga. Pochi, pochissimi i rodigini, tra cui l’ex direttore di banca Ulderico Galassini, accusato di aver ucciso la moglie a martellate nel maggio dell’anno scorso. Nessuna varietà di reati quindi: detenuti accomunati gli uni con gli altri dalle stesse simili accuse e legati dai pochi metri quadri che devono spartire con i tanti, troppi compagni di cella, stretti anche loro dietro le anguste mura del carcere.

Trento: per 50 detenuti "ribelli" ora denunce e trasferimenti

 

Il Trentino, 29 agosto 2008

 

Sarà la dottoressa Federica Bortolotti, questa mattina, ad effettuare l’autopsia sul corpo di Rachid Basiz, 29 anni, cittadino algerino morto martedì sera nella sua cella del carcere di Trento. L’esame, che verrà effettuato nella camera mortuaria del cimitero di Trento, è stato disposto dal pm Fabio Biasi. È stato il decesso improvviso del giovane a scatenare la rabbia di una cinquantina di detenuti, protagonisti di una serie di danneggiamenti che costerà loro una denuncia. Basiz era stato trasferito da quattro giorni dal carcere di Pescara, causa sovraffollamento.

Proprio i sanitari del reparto di Psichiatria della città abruzzese avevano prescritto una terapia al giovane, terapia che stava seguendo anche a Trento. Cos’è successo martedì sera? È quello che dovrà chiarire l’autopsia, disposta dopo l’apertura di un fascicolo (atto dovuto da parte della Procura) per omicidio colposo. Ieri la situazione nel carcere di Trento, dopo la "rivolta" di due giorni fa, è tornata alla precaria normalità di sempre.

L’istituto, esaurito da tempo l’effetto indulto, è sovraffollato. I posti effettivi sarebbero 85, nella realtà i detenuti sono 121, inseriti in una struttura pensata oltre un secolo fa e rimasta strutturalmente invariata. Gli stranieri rappresentano quasi il 70% della popolazione carceraria trentina. Magrebini soprattutto (come il giovane morto, non a caso la protesta è partita dagli africani), ma anche molti detenuti dall’Est europeo, romeni e albanesi soprattutto.

Quella di Trento è una casa circondariale. Questo significa che le persone che devono scontare una pena passata in giudicato hanno condanne inferiori ai 5 anni. Quasi tutti gli altri detenuti sono destinati al carcere Due Palazzi di Padova (gli uomini) e Giudecca a Venezia (le donne). L’istituto trentino è diviso in cinque sezioni, due laterali ed un corpo centrale su tre livelli. Un piano (il secondo) è stato chiuso un anno e mezzo fa perché mancavano i requisiti minimi, un problema che ha ridotto di ulteriori venti posti la capienza.

Nelle celle ci sono 1 o 2 persone in più rispetto a quelle previste, fino ad un massimo di 8. Prassi vuole che, per facilitare la convivenza, nella stessa cella vengano messe persone della stessa provenienza culturale e religiosa: agli islamici non viene somministrata carne di maiale e durante il Ramadan i pasti vengono serviti dopo il tramonto.

Ogni cella è dotata di bagno, acqua (solo fredda) e tv. La cosiddetta "ora d’aria" è dalle 8.30 alle 11 e dalle 13 alle 15.30. Nessun limite per la sveglia mattutina, salvo per i detenuti che hanno impegni scolastici o professionali. Questa la giornata "tipo" in via Pilati. Il tutto in una struttura che, non è un mistero, è fatiscente. Se Sparta piange, Atene non ride.

La polizia penitenziaria è alle prese con una cronica carenza di organico: 85 effettivi contro i 103 previsti. Le condizioni di lavoro sono difficili, soprattutto in inverno, quando non è raro vedere gli agenti combattere gli spifferi del carcere con passamontagna e calzamaglia. "Il personale ha gestito l’emergenza con abnegazione e professionalità sconosciute al ministro Alfano", ha detto ieri Giampaolo Mastrogiuseppe, della segreteria Fp-Cgil. E, a proposito della morte del giovane algerino, Mastrogiuseppe ricorda che "il servizio sanitario penitenziario negli ultimi anni è stato ridotto ai minimi termini".

 

Il nuovo carcere pronto per la primavera 2010

 

Il termine dei lavori è previsto per giugno 2010, in realtà le operazioni di trasloco verosimilmente partiranno già nella primavera: si comincerà dalle attività accessorie, come i magazzini, per concludere con il trasferimento dei detenuti. A Spini di Gardolo il cantiere del nuovo carcere prosegue secondo la tabella di marcia prevista, anzi con un lieve anticipo sui tempi previsti.

I lavori sono cominciati nel 2006 e avranno un costo di 120 milioni di euro per una struttura dimensionata per 244 detenuti. L’area del nuovo carcere copre una superficie di 110 mila metri quadrati, di cui circa 30 mila a verde. La struttura carceraria è affiancata da edifici residenziali per il personale del carcere e da strutture di servizio e campi sportivi. Lo scorso maggio era stato il presidente della Provincia Dellai a rassicurare gli agenti carcerari preoccupati di una chiusura anticipata del carcere di via Pilati. L’accordo raggiunto a Roma prevede che la chiusura del vecchio carcere sarà ritardata di un po' e si anticiperà l’apertura di una parte del carcere nuovo per garantire così un trasferimento graduale dei detenuti e che nessuna guardia venga trasferita altrove.

Lodi: quella tuta da giardiniere che ha cambiato la mia vita

 

Il Cittadino, 29 agosto 2008

 

Spesso si parla della possibilità che i detenuti possano fruire dell’inserimento lavorativo ovvero dell’opportunità di iniziare a lavorare durante l’ultimo periodo di detenzione. Mi piace raccontare la mia esperienza in questo senso.

In un attimo mi trovavo catapultato all’esterno, con mille emozioni differenti, pronte a scalfire le mie difese tanto che per un attimo mi sono sentito come un bambino posto davanti ai genitori, dopo aver combinato una marachella. I muri e le strade sembravano guardarmi con sguardo attento e severo e io se pur libero ho tenuto gli occhi bassi sulla strada, in una sorta di "auto pentimento". Fortunatamente fuori c’era ad attendermi un angelo volontario che mi ha aiutato a ricomporre la mia confusione mentale.

La prima auto che ho incontrato mi sembrava viaggiasse alla velocità della luce e volevo fermare il conducente per dirgli di andare più piano. Il mondo mi è sembrato più bello di come l’avevo lasciato. Non so, pareva mi chiedesse di riprovarci, che lui aveva dimenticato i miei errori ormai espiati. Eppure sono passati solo sei mesi dal mio arresto che non sono poi molto lontano dalla realtà quotidiana; sta di fatto che "emozionalmente" ne sono rimasto molto colpito.

Con un interesse quasi fanciullesco, osservavo tutto ciò che mi si presentava davanti. Giungemmo al punto di ritrovo stabilito con la cooperativa sociale dove mi presentai (non senza fatica) agli operatori direttamente interessati. Li trovai visibilmente coinvolti quanto me e ciò mi rassicurò.

Visto che l’esperienza si presentava nuova per entrambe le parti, decidemmo quindi prima di iniziare, di scambiare due chiacchiere e grazie a questo potei lasciare definitivamente alle spalle tutti i preconcetti che la mia figura si portava con sé.

Arrivato il momento di iniziare, il mio "tutor" mi porse tra le mani una tuta da lavoro nuova di zecca da giardiniere, non so se fosse per l’emozione o cos’altro, ma era bellissima . Da quel momento chi mi osservava poteva finalmente catalogarmi in maniera diversa.... Ero il "giardiniere" del parco, non un detenuto. E poi potevo rendermi utile a quella società da me in precedenza criticata.

 

Fabio

Ravenna: detenuto numero 145, carcere al limite di vivibilità

 

Corriere Adriatico, 29 agosto 2008

 

Il problema del sovraffollamento delle carceri che affligge l’Italia, coinvolge anche Ravenna: raggiunto il limite di vivibilità (quello legale è stato superato da un pezzo), con il detenuto numero 145, arrivato mercoledì sera. Rischia di dormire in corridoio. Il Sindaco, Fabrizio Matteucci, corre ai ripari con un’ordinanza da inviare anche al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, nella quale espone i risultati del controllo igienico-sanitario del 15 maggio.

Secondo i dati pubblicati dal Corriere Romagna, al momento delle verifiche i detenuti erano 133 e comunque sono state riscontrate dall’Ausl di Ravenna situazioni di igiene precaria. Nell’ordinanza sono contenute le scadenze per eseguire lavori di bonifica (aprile 2009 e ottobre 2010) e soprattutto la richiesta di riduzione dei detenuti. Destinatari, oltre al ministro, il direttore del carcere, Caterina Cirasino, il direttore generale dei detenuti, Sebastiano Ardita, il capo del Dap, Ettore Ferrara, ed il provveditore regionale, Nello Cesari.

La struttura circondariale ravennate può ospitare al massimo 90 detenuti, già da tempo era oltre la soglia consentita, con circa 140 ospiti, ma l’aumento degli arresti nel territorio e l’ampio uso da parte della magistratura della custodia cautelare in carcere, ha portato al collasso.

Cuneo: detenuto sale su una gru, protesta e chiede un lavoro

 

Asca, 29 agosto 2008

 

L’allarme dato alle 14. L’uomo è stato fatto scendere soltanto alle 18 dai vigili del fuoco giunti da Torino con un’autoscala da 50 metri. Attimi di tensione questo pomeriggio al "Cerialdo" di Cuneo. Un detenuto marocchino sui 25 anni è salito su una gru di un cantiere presente in una nuova ala della casa di reclusione, minacciando di buttarsi perché senza un lavoro.

L’allarme è stato dato intorno alle 14 dalla Polizia Penitenziaria. Immediatamente sul posto si sono riversate diverse pattuglie di carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza, oltre ai vigili del fuoco del comando provinciale accorsi con l’autoscala da 37 metri.

Stando alle prime ricostruzioni dell’episodio l’uomo, in gruppo con altri carcerati, si sarebbe divincolato dalla sorveglianza facendosi largo a spintoni e raggiunto il cantiere si è arrampicato sulla gru. Una volta arrivato sulla sommità della struttura ha dichiarato ripetutamente la sua innocenza, gridando che sarebbe sceso solo in cambio di un impiego all’interno del carcere. La vicenda si è chiusa intorno alle 18 quando, dopo i ripetuti appelli lanciati dal magistrato e dal personale della struttura carceraria, il marocchino ha deciso di scendere e, tra gli applausi degli altri detenuti, i vigili del fuoco giunti da Torino a bordo di un’autoscala da 50 metri lo hanno tratto in salvo.

Venezia: Festival cinema in carcere, regista incontra detenuti

 

Dire, 29 agosto 2008

 

È una delle facce della 65esima Mostra del Cinema di Venezia, che apre domani una sede distaccata all’interno della Casa circondariale di S. Maria Maggiore. Abdel Kechiche, regista del film "Cous Cous", introdurrà la visione del suo film.

Cinema e carcere, un regista e alcuni detenuti a confronto. È questa una delle numerose facce della 65esima Mostra del Cinema di Venezia, che apre oggi una sede distaccata all’interno della Casa Circondariale Maschile di S. Maria Maggiore. Abdel Kechiche, regista del film "Cous Cous", in concorso lo scorso anno, introdurrà infatti la visione del suo film alla presenza dei detenuti.

Ma non è questo l’unico aspetto sociale della kermesse: in questa edizione la mostra offe, nell’area garden, uno stand (il numero 21) in cui conoscere i prodotti realizzati negli istituti di pena: borse, magliette, articoli in cuoio e in cartapesta, oggettistica, una vasta gamma di preparati per la cosmesi, compresi libri e riviste pubblicate dalle redazioni interne al carcere. L’iniziativa è stata sostenuta dalla direzione degli istituti di pena veneziani, dal Servizio autonomia degli adulti del Comune di Venezia e dalle diverse cooperative e associazioni che operano in ambito penitenziario.

Tutte queste iniziative rientrano nell’ambito del "Progetto Papillon" che ha l’obiettivo di sviluppare il rapporto tra la popolazione e i due istituti di pena collocati nel territorio veneziano. "I progetti - spiegano gli organizzatori - hanno lo scopo di valorizzare e dare dignità al lavoro e alle attività che le persone detenute svolgono all’interno del carcere e al contempo intendono promuovere l’ambiente di detenzione come luogo volta a favorire il recupero delle parti positive di chi commette reati per permettere loro il reinserimento nella comunità di appartenenza".

Roma: maxi-rissa campo nomadi, 9 arresti e rischio chiusura

di Davide Desario

 

Il Messaggero, 29 agosto 2008

 

Una maxi-rissa con mazze e spranghe nel campo nomadi di Tor dè Cenci. Soltanto l’intervento massiccio dei carabinieri ha evitato il peggio. Alla fine sono stati arrestati nove bosniaci protagonisti dello scontro alla cui origine ci sarebbe la contesa per il controllo del territorio per la vendita di stupefacenti.

Avvertiti da una donna del campo i militari della Stazione Roma Tor de Cenci sono subito intervenuti bloccando e arrestando gli stranieri, tutti pregiudicati, con l’accusa di rissa e porto abusivo di armi. Sulla vicenda è intervenuta nuovamente l’assessore capitolino alle politiche sociali, Sveva Belviso: "Che altro aspettiamo a chiudere quel campo? Che ci scappi il morto?". La Belviso ha annunciato che la prossima settimana incontrerà il sottosegretario all’Interno Mantovano proprio per discutere dell’emergenza sicurezza a Tor de Cenci.

Una battaglia violentissima. Due bande armate di spranghe e bastoni hanno dato vita, l’altra notte, ad una maxirissa all’interno del campo nomadi di Tor dè Cenci, alla periferia sud di Roma. Soltanto l’intervento dei carabinieri ha evitato il peggio: nove stranieri sono stati arrestati quattro sono stati trasportati all’ospedale per ferite di arma da taglio e lesioni. I bastoni e le mazze ferrate sono state sequestrate.

È l’ultima sequenza del film "Tor dè Cenci". Un film drammatico che dura ormai da quindici anni e che i residenti della zona sono costretti a vedere pagando spesso un biglietto salatissimo.

Questa volta soltanto il caso ha voluto che non ci sia scappato il morto. Era da poco passata la mezzanotte di mercoledì quando all’interno dell’insediamento è scoppiata una battaglia tra due bande di bosniaci (l’etnia prevalente nel campo) per, stando alle indagini dei carabinieri, il controllo dello spaccio di droga sul territorio. Una battaglia senza esclusione di colpi nel bel mezzo del campo. Una violenza inaudita al punto che proprio una donna nomade, terrorizzata, ha raggiunto a piedi la caserma dei carabinieri e ha dato l’allarme.

Il tempo di racimolare le forze necessarie e i militari della compagnia di Pomezia, comandata da Germano Passati, sono piombati nel campo sulla via Pontina con cinque gazzelle e un furgone. Alla vista delle divise molti stranieri si sono dati alla fuga ma altri hanno continuato la rissa furibonda. Alla fine i carabinieri sono riusciti a fermarli; nove bosniaci, di età compresa tra 24 e 60 anni, sono stati arrestati con l’accusa di rissa aggravata e detenzione illegale di armi.

Quattro stranieri, invece, sono stati trasportati all’ospedale Sant’Eugenio per essere medicati. Il più grave ha riportato un profondo taglio sotto il collo che ha reso necessario molti punti di sutura.

Un film, appunto, che va avanti da tempo. Ma negli ultimi tre anni la situazione è degenerata. Si sono ripetute risse e aggressioni di ogni tipo. Nel 2006 tra la comunità Bosniaca e quella Macedone. All’inizio di quest’anno un’altra maxi battaglia scaturita sempre da problemi legati allo spaccio di sostanze stupefacenti.

La polemica. "Vanno bene i sopralluoghi delle istituzioni e censimenti della Croce rossa ma adesso è arrivato il momento di passare ai fatti". Lo ha dichiarato in una nota Marco Scotto Lavina, consigliere della Provincia di Roma (Pdl). "Chi ha precedenti penali - continua Scotto Lavina - non può essere ospite dei campi nomadi regolari pagati dai contribuenti romani, deve essere denunciato e rimpatriato. Vorrei sapere dalla Croce Rossa se i residenti del campo di Tor dè Cenci coinvolti nella maxirissa, e tutti con precedenti penali, erano stati censiti".

"La realtà - conclude Scotto Lavina - è che il campo di Tor de Cenci e quello di Castel Romano continuano a rimanere di fatto fuori controllo e vanno dunque chiusi. Come è pensabile controllare tutto il territorio comunale se in aree pagate dal Comune e di proprietà del Comune manca qualsiasi tipo di controllo e possono tranquillamente trovare dimora delinquenti di ogni ordine e grado? Una situazione esplosiva, tollerata dai sindaci Rutelli e Veltroni, su cui però bisogna ora intervenire con concretezza".

I controlli nei casolari. Proprio i carabinieri della stazione di Tor dè Cenci hanno effettuato mercoledì notte un controllo a tappeto di casolari abbandonati e baracche presenti a Trigoria e dintorni anche in seguito alai drammatica aggressione subita dai due coniugi olandesi a Ponte Galeria venerdì scorso. Nel corso del blitz sono state portate in caserma 12 persone prive di documenti o di permesso di soggiorno. Al termine degli accertamenti sono risultate tutte romene con precedenti penali e nullafacenti.

Roma: Croce Rossa; 25 giorni di lavoro, 1.450 nomadi censiti

 

Dire, 29 agosto 2008

 

In 25 giorni effettivi di censimento nella Capitale (iniziato il 17 luglio scorso), la Croce rossa italiana ha identificato 1.450 persone che vivono nei campi abusivi, distribuendo altrettante tessere sanitarie della Cri. Sono i dati aggiornati resi noti ieri dalla Croce rossa. Le 1.450 persone censite appartengono a 274 diversi nuclei familiari. Di queste 623 sono minori, ma solo 274 vanno a scuola. Fra le persone identificate, 1.276 possedevano propri documenti d’identità, mentre per 174, sprovvisti di documenti, è stata necessaria la testimonianza di due abitanti dello stesso campo e provvisti di documenti.

 

Croce Rossa Romena nei campi di Roma con Cri

 

Hanno poco più di venti anni e la loro missione nei prossimi giorni sarà quella di affiancare lo staff della Croce Rossa Italiana nell’opera di censimento delle popolazioni nomadi presenti negli insediamenti romani. Durante il periodo di soggiorno a Roma parteciperanno alle attività socio-assistenziali e umanitarie dei volontari e del personale del comitato provinciale di Roma. Silvia, Corinna, Raul e Tiberio, quattro volontari della Croce Rossa romena e oggi mediatori culturali in Italia, hanno incontrato a Roma il presidente nazionale della Croce Rossa Italiana Massimo Barra, il quale ha sottolineato l’importanza, pratica oltre che simbolica, di questo gemellaggio.

I mediatori culturali possono aiutare nell’approccio con i nomadi e la loro presenza potrà essere un deterrente contro "ogni radicale razzistico e xenofobo", ha detto Barra. I volontari romeni, arrivati ieri in Italia, intendono conoscere meglio la realtà in cui vivono molti loro connazionali e far capire e trasmettere al paese che li ospita le loro esigenze, la loro voglia di "cambiare, lavorare e migliorare" contro ogni pregiudizio.

 

Barra: grazie alla Romania per l’intervento dei mediatori

 

"Esprimiamo gratitudine alla Romania per il supporto che questi ragazzi potranno dare a tutta la società italiana". Così il presidente della Croce Rossa italiana, Massimo Barra, ha accolto ieri l’arrivo dei 4 mediatori culturali della Croce rossa rumena, che partecipano al censimento dei campi Rom nella Capitale. Barra, nel corso di una conferenza stampa, ha sottolineato che "la Cri crede molto nel ruolo svolto dai mediatori culturali, che in questo caso avrà un valore pratico ma anche simbolico: troppo spesso infatti- sottolinea il presidente- qui in Italia si parla della Romania e dei rumeni in modo sbagliato e con pregiudizio, dimenticando le migliaia di persone che nel nostro Paese lavorano in modo onesto e dignitoso". Nel respingere dunque "la natura razzista di chi focalizza l’attenzione solo sulla delinquenza", Barra si augura che "la collaborazione tra la Croce rossa italiana e quella rumena possa sempre più intensificarsi".

Torino: un’ordinanza comunale vieta di bere alcol per le vie

 

La Stampa, 29 agosto 2008

 

Vietato bere alcolici in strada nel quartiere torinese di San Salvario: lo prevede un’ordinanza del Comune preparata con le norme del "pacchetto Maroni". Multe da 25 a 500 euro per chi getta in strada contenitori di alimenti.

Il provvedimento non riguarda tutte le vie del borgo ma, più in particolare, il reticolo compreso tra via Nizza, corso Vittorio Emanuele, via Goito e via Berthollet, a ridosso della stazione ferroviaria di Porta Nuova, dove da anni - si legge - l’abuso di birra e liquori fa registrare "episodi di schiamazzi o comunque di disturbo" creando "una situazione di degrado" che "ha assunto proporzioni rilevanti". Non si tratta solo di rumori molesti, aggressioni o risse, ma anche di sporcizia, visto che bottiglie e lattine vengono sempre gettati in strada.

E i problemi, come rileva Palazzo Civico, sono spesso dovuti al fatto che bevande e cibi venduti per asporto vengono consumati direttamente sul marciapiede, davanti al negozio. Da qui il divieto di "consumare in luogo pubblico o di uso pubblico alimenti o alcolici di qualsiasi gradazione", e anche di "abbandonare qualsiasi contenitore vuoto". Per chi trasgredisce ci sono multe da 25 a 500 euro, con in più una denuncia alla magistratura nel caso in cui non vengano raccolti i rifiuti.

L’amministrazione municipale sta preparando, inoltre, un giro di vite contro i locali che, in città, vendono alcolici da asporto e, soprattutto, non controllano adeguatamente cosa succede all’esterno, lasciando campo libero a ubriachi e violenti. Tre esercizi (in vari quartieri) riceveranno presto delle prescrizioni, e almeno un’altra decina sono, in questo momento, sotto osservazione.

"Ci sono locali - ha spiegato il sindaco, Sergio Chiamparino - che da anni sono oggetto di interventi dei vigili per la presenza di persone che creano disagio e, a volte, veri e propri attentati alla sicurezza urbana". I primi tre - secondo le informazioni ricevute - non potranno fornire bevande da consumare fuori e dovranno prendere una serie di provvedimenti: ingrandire i bagni, dotarsi di cestini esterni per la raccolta di lattine e bicchieri, sorvegliare i clienti che stazionano sul marciapiede. Diversamente rischieranno la riduzione dell’orario di apertura e persino il ritiro della licenza.

Il divieto di bere in strada richiama quello già adottato per via Aosta, in zona Aurora, dove "finora - ha detto il sindaco - i risultati mi sono sembrati positivi, soprattutto in termini di dissuasione". Per l’area di Porta Palazzo "si stanno studiando misure specifiche: credo che serva qualcosa in più"

Diritti: "voce" della neonata Federazione Rom e Sinti Insieme

 

Vita, 29 agosto 2008

 

Eva Rizzin, 30 anni, è un vulcano d’energia, con un curriculum in continuo aggiornamento. Laureata in Scienze Politiche con bacio accademico, un anno fa ha discusso una tesi di dottorato in geopolitica sull’anti-ziganismo nell’Europa unita. È qualcosa che la tocca in prima persona: la Rizzin è nata a Udine da mamma sinta e ne va fiera.

È anche per questo che la sua lotta contro le discriminazioni e per i diritti di rom e sinti va oltre l’Accademia e la vede quotidianamente impegnata sul campo. Nel 2005 ha fondato OsservAzione, centro di ricerca-azione contro la discriminazione. Appena gliel’hanno proposto, non ha esitato un attimo ad accettare la proposta di entrare a far parte della neonata Federazione Rom Sinti insieme.

 

Eva, ci spiega perché nasce quest’esperienza?

La parola chiave è partecipazione. Rom e sinti devono diventare soggetti attivi delle politiche che li riguardano. Per troppi anni in Italia sono stati fatti programmi di stampo assistenzialistico e di "segregazione culturale". Esiste un vero e proprio problema di rappresentatività politica, una questione che, invece, da anni è stata superata in alcuni paesi dell’Est Europa. La Federazione si è costituita il 18 maggio 2008, dopo più di un anno di lavoro del Comitato rom e sinti insieme. Ne fanno parte già 22 associazioni con sede in dodici regioni italiane.

 

Perché avete scelto la formula della federazione?

Esiste una profonda ignoranza riguardo a rom e sinti. Il nostro mondo viene considerato come se fosse un blocco unico. Siamo gli "zingari", i "nomadi". Non si conosce la pluralità di gruppi, l’eterogeneità che ci distingue l’uno dall’altro. Io, ad esempio, mi sono laureata con una tesi sulla cultura della mia comunità, i gackane eftawagaria. D’altra parte, coinvolgiamo anche chi non è rom o sinti, non vogliamo escludere nessuno, ma cooperare, lavorare assieme. Va chiarito anche che non pretendiamo di rappresentare tutti i gruppi di rom e sinti in Italia, ma solamente le associazioni che aderiscono alla Federazione.

 

Ci sono anche conflitti tra i diversi gruppi. Ad esempio, rom e sinti italiani sono spesso ostili verso i rom immigrati? Come farete a mettere tutti d’accordo?

Non sarà un’impresa facile. È paragonabile al fare l’Europa unita. Siamo un piccolo mondo, è come se fossimo tanti Stati, ciascuno con la propria storia e cultura. Tanto per cominciare, la pluralità dei gruppi è rappresentata ai vertici della Federazione: il presidente è Nazzareno Guarnieri, rom italiano, i vice presidenti sono il sinto italiano Gabrielli Radames e il rom immigrato, Demir Mustafà.

 

Perché in Italia la voce di rom e sinti non si è levata prima, per rivendicare una partecipazione attiva sulle politiche che vi riguardano?

Da dicembre 2006 la situazione per le nostre minoranze è sempre più preoccupante, con sgomberi e atti di violenza gratuita. Nasce in questo contesto l’idea di reagire in modo unitario e propositivo. La Federazione si propone di costruire un dialogo diretto con le istituzioni, per promuovere una società aperta e interculturale, l’affermazione della cultura della legalità, il contrasto agli abusi di potere.

 

Il clima politico attuale non sembra favorevole al dialogo. Riuscite a farvi ascoltare?

È molto difficile, ma non impossibile. Purtroppo alcuni passi avanti che erano stati fatti un anno fa, ora sono stati azzerati. In luglio 2007 abbiamo contribuito alla presentazione della proposta di legge 2858 per l’estensione della legge 482 del 1999 sulla tutela delle minoranze linguistiche storiche con il riconoscimento anche delle minoranze rom e sinti. Solo a gennaio 2008, poi, abbiamo partecipato a una Conferenza europea sulla popolazione rom organizzata dai ministeri dell’Interno e Solidarietà sociale. È stato un momento di incontro costruttivo e partecipato: prefetti, politici, forze dell’ordine, organizzazioni internazionali, istituzioni, tutti insieme per affrontare le problematiche concrete che ci riguardano ed elaborare delle risposte condivise.

 

Come vi state muovendo?

Non ci diamo certo per vinti. Crediamo che la questione rom e sinti sia trasversale agli schieramenti politici: non è un fatto di destra o sinistra. Alle ultime elezioni il presidente Nazzareno Guarnieri era candidato per l’Udc, Dijana Pavlovic, consigliera della Federazione, per la Sinistra arcobaleno. In campagna elettorale, poi, abbiamo inviato a tutti candidati premier una lettera in sette punti che riteniamo importanti per la tutela dei nostri diritti. Ora abbiamo chiesto un incontro con il ministro dell’Interno, mentre siamo già stati ricevuti dai prefetti di Milano e di Roma.

 

In quali circuiti internazionali siete inseriti?

Abbiamo partecipato, il 21 febbraio 2008, all’audizione del Comitato dell’Onu per l’eliminazione della discriminazione razziale. Le Nazioni Unite hanno criticato severamente il trattamento dei rom e sinti in Italia. Il 10 luglio eravamo presenti al meeting Osce a Vienna sulle politiche per l’integrazione, per parlare della situazione italiana. Io sono intervenuta come responsabile della Federazione per il settore Diritti e Legislazione, Razzismo e Discriminazione. Ciascuno di noi si occupa di un’area specifica.

 

Quali soluzioni proponete?

Beh, non c’è una ricetta valida per tutti. Si deve sempre partire dal dialogo e partecipazione dei diretti interessati. Di certo prendere le impronte digitali ai bambini, come ha proposto Maroni, non contribuirà all’integrazione nelle scuole. Bisogna invece analizzare quali problematiche impediscono ad alcuni minori di avere un’istruzione. Inoltre, vanno riconosciuti i mediatori rom e sinti, perché i bambini delle nostre minoranze non vengano visti sempre come un ostacolo, ma come una ricchezza. Proponiamo poi un centro di orientamento professionale per adolescenti e adulti, tra i cui obiettivi c’è il recupero e reinserimento nel mondo del lavoro, la progettazione di interventi formativi per il recupero dei lavori tradizionali, la creazione di centri di lingua romanì e di storia e cultura di rom e sinti. Quanto alla casa, vogliamo il superamento dei campi nomadi, con soluzioni abitative adattate alle diverse situazioni, dalla casa alla microarea. E chiediamo la modifica del Testo Unico 380 del 2001 che considera abuso edilizio la sosta di roulotte o case mobili su terreni agricoli.

Immigrazione: morti in mediterraneo, disinteresse e silenzi Ue

 

Il Sole 24 Ore, 29 agosto 2008

 

Il Mediterraneo è teatro di una tragedia senza fine, ma l’Unione Europea, più che indifferente, sembra politicamente paralizzata di fronte ai clandestini naufraghi in mare. Colpisce l’assenza di pronunciamenti anche dopo l’ultimo episodio (71 dispersi), la Comunità pare bloccata nella ricerca di un comune orientamento sulle strategie da intraprendere. Il fatto poi che la maggior parte dei migranti, come ha denunciato il Sole 24 Ore in una serie di servizi, fugga da situazioni di guerra e che quindi sia classificabile come profugo piuttosto che "semplice" migrante sembra non avere rilievo o peso specifico. Neanche il problema del contenzioso con la Libia in via di soluzione (Berlusconi sarà a Tripoli nel week-end) e nemmeno quello del quale nessuno parla - ma che pure esiste - tra Malta e Libia possono fungere da alibi per spiegare l’inattività dell’Europa. In questa difficile estate 2008 Frontex, la forza di pattugliamento congiunta, non è mai partita, nemmeno nelle acque maltesi, le più infide, e trappola mortale del vecchio Mare Nostrum.

Immigrazione: Berlusconi incontra Gheddafi; accordo è vicino

 

Il Sole 24 Ore, 29 agosto 2008

 

Silvio Berlusconi oggi in Libia per incontrare Mouhammad Gheddafi. A confermare le indiscrezioni dei giorni scorsi è stato ieri lo stesso presidente del Consiglio che si è anche detto ottimista sugli esiti della visita:"Stiamo lavorando molto, credo che l’accordò con la Libia sia un traguardo raggiungibile".

"Abbiamo questo patto di amicizia - ha detto il premier - per trasformare la festa della vendetta nella festa dell’amicizia. Abbiamo fatto moltissime riunioni. Spero davvero che riusciamo a trovare l’accordo che faccia dimenticare il passato e aprire il futuro ad una più intensa collaborazione tra Italia e Libia". Da vari giorni una delegazione libica sta trattando con il ministro degli Esteri Franco Frattini e con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta per trovare una via d’uscita allo storico contenzioso e le ultime indiscrezioni parlavano di un gioco al rialzo di Tripoli che, oltre all’autostrada a tre miliardi, avrebbe chiesto aiuti per un piano di edilizia popolare, l’impegno a far rientrare in Libia tutti i beni archeologici e la concessione della pensione agli eredi degli ascari inquadrati tra le truppe italiane nel corso dell’ultimo conflitto.

Ma Roma preme per una soluzione veloce: gli sbarchi di clandestini sulle coste stanno infatti diventando una vera e propria emergenza. Anche ieri più barconi sono approdati sull’isola di Lampedusa, sulla costa siciliana di Ragusa e in Sardegna. Bilancio: 260 immigrati clandestini arrivati in Italia in un solo giorno. Senza contare le tragedie ormai all’ordine del giorno: come quella che si è consumata mercoledì al largo di Malta. A vuoto le ricerche dei dispersi.

Immigrazione: i mediatori culturali in Italia, sono più di 5mila

 

Vita, 29 agosto 2008

 

Questura di Roma, sportello immigrazione. È ora di punta: la coda è lunga e le facce di operatori e clienti sono visibilmente stanche. Ma del girone dantesco che ti saresti immaginato nessuna traccia. Basso il volume delle voci, paziente l’attesa del turno.

"È così da quando sono arrivati i mediatori culturali, prima era un susseguirsi di litigi, risse, insulti. Grazie a loro, stress e ansia di un luogo "a rischio" come questo si sono ridotti a livelli minimi", dice Alvaro Sanchez Castillo, italo-colombiano, uno che se ne intende: da dieci anni coordinatore del servizio di mediazione linguistico-culturale del Cies, Centro informazione educazione allo sviluppo, ente che più di tutti in Italia si occupa di formazione e inserimento lavorativo dei mediatori.

"Il lavoro di mediazione è sempre più richiesto", spiega Sanchez Castillo, "solo nella nostra banca dati ci sono almeno 600 persone, che parlano 80 lingue diverse e trovano impiego in campo giudiziario, socio-sanitario, scolastico, penitenziario, nella Pubblica amministrazione". Ma quanti sono oggi i mediatori d’Italia, come vengono formati, qual è la loro retribuzione e quali le prospettive? A queste e altre domande Vita ha cercato risposta con un viaggio nella galassia della mediazione, "un mestiere", aggiunge il coordinatore del Cies, "dalle potenzialità immense, tanto riconosciuto quanto travisato".

 

Le cifre

 

Proprio il Cies è stato fra gli autori, assieme al Creifos, Centro di ricerca dell’università Roma Tre, dell’unica indagine quantitativa finora effettuata sulla mediazione linguistico-culturale nel nostro paese: un documento presentato nel Dossier Caritas/Migrantes del 2006 e che parla di almeno 2.400 mediatori attivi, il 74% dei quali donne, per il 42% laureati e con un’età media di 35 anni.

"Oggi, a due anni di distanza, dai dati emersi nel XV Forum intercultura di Caritas Roma si stima che il numero di mediatori sia più che raddoppiato, arrivando almeno a 5mila", afferma Franco Pittau coordinatore del Dossier. "Che quello della mediazione sia un settore in continua espansione lo si può vedere dalle varie offerte formative attive oggi", continua Pittau.

 

Professione meticcia

 

"La mediazione è nata come un lavoro compiuto da stranieri per stranieri e oggi nove mediatori su dieci sono tali, ma il numero di italiani è in crescita", chiarisce Pittau. E in crescita sono le possibilità di trovare lavoro. Un esempio su tutti è il master di I livello in Formazione interculturale della Cattolica di Milano, dove l’80% dei 30 iscritti annuali è italiano: "La domanda di mediazione è molto alta, soprattutto nel mondo della scuola e dei servizi sociali" spiega Milena Santerini professoressa di Pedagogia generale e direttrice del master della Cattolica. "I mediatori italiani sono molto richiesti, soprattutto nelle strutture di accoglienza madre-bambino, nelle comunità alloggio e negli altri ambiti socio-educativi".

Straniero o italiano che sia, il mediatore linguistico-culturale è una figura comunque sempre molto richiesta "Ce n’è sempre più bisogno, e in certi contesti, come nei centri di identificazione per stranieri e negli ambienti giudiziari, la presenza di un mediatore è imprescindibile", conferma Sanchez Castillo.

Quanto alle remunerazioni "all’importanza del suo ruolo non corrisponde ancora la dignità che merita", aggiunge l’esperto del Cies. I dati del Dossier Caritas/Migrantes lo confermano: l’89% dei mediatori lavora con un contratto a termine, se non a chiamata. Solo per uno su dieci il lavoro è fisso. "Un dato che va interpretato anche alla luce di una forbice molto aperta fra remunerazioni alte e remunerazione di livello inferiore:", aggiunge Pittau, "da 45 euro lordi all’ora, la cifra che, per esempio, noi garantiamo ai nostri collaboratori, in alcuni casi si arriva a sette euro l’ora".

 

A quando il contratto nazionale?

 

Proprio sul versante "precarietà" gli operatori del settore stanno cercando di migliorare sotto divcersi punti di vista. In questo quadro si inserisce la nascita del primo sindacato dedicato in via esclusiva al mediatore (vedi box), "che oggi è una professione ritenuta indispensabile anche dalle istituzioni ma non riconosciuta in modo idoneo a livello legislativo", spiega Klodiana Çuka, 36 enne albanese, da 20 anni in Italia, responsabile dell’associazione Integra di Lecce e dirigente nazionale del sindacato mediatori del Sei Ugl. "Un primo importante passo per la mediazione sarebbe ottenere un vero contratto nazionale", prosegue Çuka.

A conti fatti, a fianco di una legislazione per ora latitante, oggi la figura del mediatore trova però conforto in una formazione sempre più adeguata, e il raddoppio del numero di impiegati in soli due anni è una garanzia che di lavoro c’e n’è. Per tutti, italiani e stranieri: "La formazione di entrambi, prima in Europa e poi in Italia, è molto più specializzata che nel recente passato", riprende Santerini della Cattolica: "Tutto il mondo della mediazione ha, soprattutto di questi tempi, un obiettivo comune: ottenere una società pluralista, che pensa e si comporta diversamente. Viviamo nell’epoca dell’intercultura, dove le culture "mono" sono solo culture a metà".

Immigrazione: Treviso; tunisino estradato chiede indennizzo

di Enrico Miele

 

Il Manifesto, 29 agosto 2008

 

Arrestato quattro anni fa con l’accusa di terrorismo, Ben Salah Slimane, nel giugno del 2004, venne "sequestrato" dalla polizia di Treviso e rispedito in patria. La sua colpa? Essere un oppositore del regime tunisino. Ora lo stato italiano dovrà rispondere in tribunale per violazione dei diritti umani. E il 24 settembre, il giudice deciderà se riconoscere o meno la richiesta di risarcimento danni fatta dalla moglie e dai quattro figli di Slimane.

La storia ha inizio l’11 giugno del 2004. Quella sera a casa di Slimane si presenta la polizia. L’uomo è ammanettato e portato via sotto gli occhi della famiglia. Giunto dopo poche ora al consolato tunisino, gli viene respinta la richiesta per acquisire lo status di rifugiato politico. Ma le autorità non lo lasciano a mani vuote. Nel giro di poche ore, Slimane riceve prima il decreto prefettizio di espulsione, infine, giunto all’aeroporto di Malpensa, viene rispedito a Tunisi. Nessuno saprà nulla di lui per oltre venti giorni. Poi la notizia: Slimane è in stato di arresto. Rinchiuso in una struttura del ministero dell’Interno tunisino con l’accusa di appartenere al movimento politico-religioso Ennhada, messo fuorilegge dal regime. Dopo due anni, nel luglio 2006, Ali è condannato dal tribunale militare a sei anni di reclusione più cinque di controllo amministrativo, per attività di sovversione dell’ordine costituzionale.

Un nuovo caso Abu Omar? "Lo definirei - racconta l’avvocato della famiglia, Domenico Tambasco - un caso di rendition all’amatriciana". Extraordinary rendition è il termine inglese per designare un’azione "extralegale" di cattura eseguita clandestinamente nei confronti di sospetti terroristi. Ma Slimane lo è? In Italia dal ‘91, prima dell’espulsione il tunisino lavorava da anni come operaio in una fabbrica di Castelcucco, nel trevigiano.

Nella zona è conosciuto tra i connazionali come "Ali l’esorcista" per la sua capacità di scacciare gli spiritelli, noti come finn nella tradizione coranica. Slimane è un islamico, studia il corano, ma ha un difetto, agli occhi della madrepatria: è un fermo oppositore del regime. Per questo finisce nella lista nera. Nel 2004, durante una visita diplomatica, Ben Ali consegna a Berlusconi, allora premier, un elenco di "dissidenti" dei quali il regime gradirebbe il ritorno in patria. Tra loro c’è Slimane, che viene consegnato alle autorità tunisine dopo poche settimane.

"Non è stato rinnovato il permesso di soggiorno - prosegue il legale - a un immigrato che viveva da più di 10 anni in Italia, con un lavoro regolare, una famiglia numerosa e nessun precedente". Dopo la citazione in giudizio, il Viminale si è difeso, motivando il provvedimento con "esigenze imperative" di ordine pubblico. L’appartenenza a Ennhada, quindi, avrebbe giustificato l’espulsione immediata di Slimane.

In realtà, la magistratura italiana non ha prodotto prove della pericolosità di Slimane, mentre tutti gli esponenti di quel movimento hanno ottenuto in Italia lo status di rifugiati politici. "Se era un pericoloso terrorista perché il foglio di via non gli è arrivato dal ministero dell’Interno?" si chiede l’avvocato. La risposta è secca: "Non lo era e come tutti gli immigrati il rimpatrio poteva avvenire solo con decreto del prefetto".

In questo caso però andavano rispettate le garanzie previste dall’ordinamento, come il divieto di espulsione del coniuge di una donna incinta. Senza contare che la destinazione di Slimane è stata la Tunisia, paese nel quale, come denuncia Amnesty in un rapporto dello scorso giugno, "per prevenire la formazione di cellule terroristiche le autorità si rendono responsabili di arresti e detenzioni in violazione della stessa legge tunisina". Sparizioni, torture e condanne sommarie rappresentano la regola. Sono storie di ordinarie espulsioni.

Droghe: test agli automobilisti; favorevole l’89% degli italiani

 

Ansa, 29 agosto 2008

 

L’89% degli italiani dice sì ai test antidroga. Lo rivela un sondaggio condotto da Donna Moderna, il settimanale diretto da Patrizia Avoledo e Cipriana Dall’Orto. Gli italiani dicono di apprezzare questa misura preventiva perché "bisogna fare tutto il possibile per fermare gli incidenti". Il restante 11% degli intervistati ritiene poco utili questi test perché "è impossibile per la polizia fare controlli a tappeto". Il test antidroga partirà, in via sperimentale, il 29 agosto: da mezzanotte alle 8 del mattino medici e infermieri affiancheranno la polizia ai posti di blocco per effettuare esami tossicologi. A risultato positivo scatta il ritiro della patente.

Francia: più consumo d’eroina tra i giovani, sanità in allarme

 

Notiziario Aduc, 29 agosto 2008

 

I segnali volgono al rosso. Il consumo d’eroina, diminuito a metà degli anni 1990 grazie ai trattamenti di sostituzione, è ripartito verso l’alto. Da agosto, autorità e agenzie sanitarie giudicano la situazione allarmante, tanto da diffondere un comunicato congiunto per mettere in guardia "dall’aumento continuo del consumo" della sostanza e "la mancanza di conoscenza dei rischi da parte dei nuovi consumatori".

Il fatto inquietante è che l’eroina non riguarda solo i consumatori tradizionali di oppiacei, di solito oltre i 30 anni, ma si diffonde tra i giovani. Sono due i gruppi implicati nel fenomeno, sottolinea l’Osservatorio delle droghe (OFDT): da una parte, i giovani che vivono in uno stato di grande precarietà residenti in aree urbane, dall’altra, persone relativamente integrate che l’assumono occasionalmente in ambito ricreativo e festaiolo. OFDT imputa la ripresa del consumo d’eroina al venir meno della consapevolezza della sua pericolosità. Per esempio, durante le feste l’eroina viene usata per gestire la perdita d’efficacia degli psicostimolanti (ecstasy, amfetamine, cocaina) e il conseguente malessere.

Israele: in cambio di un soldato Hamas chiede 1.500 detenuti 

 

Apcom, 29 agosto 2008

 

Si complica il negoziato condotto da Israele per ottenere la liberazione di Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito nel giugno 2006 da miliziani palestinesi vicini ad Hamas. Il gruppo estremista palestinese ha infatti irrigidito la sua posizione, chiedendo agli israeliani la scarcerazione di 1.500 detenuti in cambio della liberazione del giovane caporale, che ieri ha compiuto 22 anni. Lo riferisce una fonte governativa israeliana, citata dal quotidiano "Haaretz".

Inizialmente Hamas aveva chiesto la liberazione di 450 detenuti, presentando una lista dettagliata con i nomi dei prigionieri da scarcerare. Alcuni mesi fa il gruppo palestinese aveva quindi richiesto la liberazione di mille detenuti: 450 da rilasciare simultaneamente alla liberazione di Shalit, gli altri in una fase successiva. Ora il gruppo islamista ha ulteriormente inasprito le sue richieste, e, secondo quanto ha detto la fonte, sono stati i mediatori egiziani a riferire al ministro della Difesa Ehud Barak delle nuove condizioni poste dal Movimento di resistenza islamico.

Il capo della Shin Bet (i servizi di sicurezza interna) Yuval Diskin e Ofer Dekel, incaricato dal premier Olmert di seguire il negoziato, hanno detto ieri nel corso di una riunione con i principali ministri del governo che l’improvviso inasprimento delle richieste di Hamas è dovuto al cessate il fuoco tra Israele e il gruppo palestinese, entrato in vigore nella Striscia di Gaza il 19 giugno scorso.

Secondo funzionari della Difesa, anche l’accordo per lo scambio di prigionieri con l’Hezbollah (Israele ha liberato lo scorso mese il terrorista Samir Kuntar e altri quattro detenuti libanesi in cambio della restituzione dei corpi di due soldati sequestrati) ha irrigidito la posizione di Hamas.

La prossima domenica si riunirà comunque un comitato ministeriale presieduto dal vice premier israeliano Haim Ramon per discutere del dossier Shalit, e il premier Olmert vuole che sia stilata una lista di 450 prigionieri palestinesi da scarcerare in cambio della liberazione del caporale. Finora Israele non ha mai preparato una lista di questo tipo, ma ha solo approvato o respinto i nomi dei detenuti indicati da Hamas

Palestina: per mese del Ramadan a Gaza liberati 173 detenuti

 

Infopal, 29 agosto 2008

 

Oggi, la polizia palestinese nella Striscia di Gaza ha dichiarato di aver liberato 120 detenuti dalla prigione centrale di Gaza, in aggiunta a 53 detenuti rinchiusi presso le sedi delle forze di sicurezza interna.

Il decreto di scarcerazione è stato diramato dal primo ministro Ismail Haniyah in occasione del mese del Ramadan. In una dichiarazione alla stampa, la polizia ha reso noto il suo interesse a portare avanti progetti di rieducazione nei confronti dei detenuti della prigione Centrale di Gaza: sono previsti corsi di psicologia, di Corano, di consulenza religiosa, di sport, di artigianato, oltre alle visite delle famiglie.

"Tutto questo - ha precisato - fa parte degli obiettivi volti a costruire una generazione palestinese cosciente del proprio futuro e dell’importanza del ruolo che riveste nella società. Cercheremo di toglierli dal pantano della criminalità per diventare elementi utili alla società". La polizia ha confermato che la maggior parte di coloro che verranno liberati hanno seguito corsi di riabilitazione dentro la pigione.

 

 

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