Rassegna stampa 27 agosto

 

La "Gozzini" è una delle poche leggi che funzionano... da 22 anni!

Intervista di Chiara Bazzanella a Stefano Zanini (Presidente Camera Penale di Verona)

 

Ristretti Orizzonti, 27 agosto 2008

 

Che cosa ne pensa del disegno di legge proposto dal senatore di Alleanza Nazionale, Filippo Berselli, che prevede modifiche alla legge penitenziaria del 1975 e al codice di procedura penale, in materia di permessi premio e di misure alternative alla detenzione?

L’Unione Camere Penali ha già preso posizione su questa proposta di legge, avanzando al riguardo non poche preoccupazioni. Si tratta di una proposta che, in nome della sicurezza, mira a introdurre restrizioni pesanti alle leggi in vigore, in una direzione che non potrebbe che portare a un ulteriore sovraffollamento delle carceri. Ad esempio, l’articolo 47 della legge n. 354 del 1975 prevede che se la pena detentiva inflitta non supera tre anni, il condannato può essere affidato al servizio sociale fuori dell’istituto per un periodo uguale a quello della pena da scontare. La recente proposta di abbassare da 3 a un anno il limite di tempo, non può che significare un aumento del numero dei detenuti.

 

Per quale motivo, secondo lei, questa paura delle misure alternative alla detenzione?

C’è un malinteso di fondo, che fa apparire i benefici previsti dalla legge del ‘75 come regalati dalla Magistratura. Ma non è così: la Magistratura concede tali benefici con una certa parsimonia. In un articolo di Repubblica dell’8 agosto, Donato Capece, segretario generale del Sappe (sindacato autonomo di polizia penitenziaria) ha dichiarato che: a fine luglio i detenuti erano quasi 55 mila, mentre la capienza delle carceri è di 42.950 posti. Servono interventi strutturali a cominciare da una più ampia applicazione della misura alternativa dell’espulsione per i detenuti extracomunitari con pena sotto i due anni.

Da un lato viene avanzato un disegno di legge per ridurre la possibilità di applicazione di misure alternative, dall’altro chi lavora nelle carceri chiede che tali misure vengano utilizzate maggiormente per combattere il crescente fenomeno del sovraffollamento.

Secondo Berselli ai magistrati che, in applicazione delle norme, riconoscono benefici ai detenuti si richiede una difficile prognosi sulla condotta che questi terranno. Ma questo non è vero perché i magistrati non danno i benefici senza criterio o con superficialità. I permessi premi non sono regalati ma concessi, e prevedono determinati comportamenti del detenuto, che non li riceve certo in maniera automatica.

 

Nessun rischio per la società, se vengono applicati tali benefici?

Sono i dati stessi a parlare. Nel 2007, su 7 mila misure alternative concesse, le revoche ammontano allo 0,14%. Nel 2007 tra l’altro ne sono state concesse poche per effetto del post indulto che ha diminuito il numero dei detenuti che potevano godere di tali benefici, ma se si guarda al 2006, su 40mila misure concesse, le revoche sono state 66, pari allo 0,16%. Le recidive in misura alternativa sono pari allo 0,16%. Un dato irrisorio e importantissimo, di cui non si tiene conto. Non bisogna marciare sui pochi casi in cui chi godeva di un permesso premio ha commesso ulteriori reati. Si tratta di casi isolati, mentre i dati sono del tutto a favore della Gozzini.

 

Crede che sarà accolta la proposta del senatore di An?

Il disegno di legge di Berselli potrebbe fare presto a essere presentato in aula, ma si spera che si tratti di una boutade. Si tratta di una proposta inaccettabile. Non fosse che per il fatto che mira a una totale soppressione della scarcerazione anticipata (al momento di 45 giorni per ogni semestre trascorso con una buona condotta per un totale massimo di 90 giorni all’anno). La scarcerazione anticipata è uno strumento che porta i detenuti a serbare una buona condotta, a evitare risse e scontri con gli altri reclusi e con gli agenti penitenziari. Sopprimere questo beneficio rappresenta un passo del tutto ingiustificato, oltre che un oltraggio alla stessa Costituzione italiana secondo cui il fine della pena è di essere rieducativa. I 45 giorni insegnano al detenuto che un buon comportamento è un modo per iniziare quell’inserimento sociale cui la pena deve tendere.

 

Perché questa proposta di legge?

In nome di una necessità della sicurezza ingigantita e ingiustificata. L’emergenza sta più nei 1200 morti all’anno sul lavoro (con costi per l’Inail di 45 miliardi di euro annui) e nei 5.500 morti sulle strade, che nell’ingiustificata necessità di garantire il carcere a persone con pene brevi. Il nuovo pacchetto sicurezza ha introdotto modifiche al comma 5 dell’articolo 656 del codice di procedura penale, che prevede la sospensione entro 30 giorni per condanne brevi non superiori a tre anni (esclusi determinati reati come associazione a delinquere di stampo mafioso, violenza sessuale, etc.). Il nuovo pacchetto sicurezza prevede che la sospensione non avvenga nemmeno per furti aggravati e incendi o reati commessi da persone di diversa nazionalità. Ciò significa che le carceri saranno sempre più piene di stranieri, con furti equiparati a violenza sessuale e schiavismo, reati per i quali attualmente non opera la sospensione dell’ordine di esecuzione. Un provvedimento di facciata che non tiene conto dei dati concreti.

 

E quali sono i dati concreti?

Le carceri sono sovraffollate e il sistema delle misure cautelari è da rivedere. Su 55mila detenuti oltre 20 mila sono in attesa di processo. 20 mila persone in custodia cautelare rappresenta senz’altro un’anomalia, un dato che stride anche con la presunzione di innocenza. Inoltre il 38% dei detenuti passati per la detenzione preventiva vengono poi prosciolti. In Italia c’è un uso massiccio della custodia cautelare che rappresenta un grande costo (32mila euro all’anno per detenuto contro i 24mila della Germania).

Dal 2001 è stato istituito l’uso del braccialetto elettronico del quale però non viene fatto uso. Perché non iniziare a usare di più la misura degli arresti domiciliari? Dosando meglio le misure cautelari si può concretamente ridurre il sovraffollamento, senza sacrificare le esigenze cautelari.

In un articolo uscito Sul Corriere della Sera del 21 agosto, è stata fatta luce su un altro aspetto fondamentale: il ricambio degli imputati stranieri in prigione arriva al punto che nei primi cinque mesi del 2008 ne sono entrati oltre 9.000, ma l’85% sono rimasti dentro meno di una settimana. L’articolo prosegue riportando l’ultima relazione del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) al ministro, in cui è scritto: "Il fenomeno si presenta come realmente dirompente per l’organizzazione penitenziaria, occorre chiedersi se una permanenza così breve per un numero così alto di detenuti soddisfi le esigenze processuali e quelle di difesa sociale sottese all’applicazione di misure cautelari, in considerazione, anche, dell’assenza di una procedura effettiva di espulsione".

 

Si parla di costruire nuove carceri per combattere il sovraffollamento. Cosa ne pensa?

L’ipotesi di nuove carceri prevede la spesa di molti soldi per la struttura e per il personale, in un momento in cui il bilancio del Ministero della Giustizia è sempre più magro, a cominciare dai tagli di 300 milioni di euro in tre anni disposti con il decreto Bersani del 2006.

 

Sembra che ci sia un po’ di confusione. Con proposte politiche non sempre aderenti alla realtà…

Tutte contraddizioni che verranno affrontate nel dibattito parlamentare. In ogni caso la Gozzini è una legge del 1986, in vigore da 22 anni. In Italia è una rarità che una legge rimanga intatta per così tanto tempo, il che non può che significare che è sempre stata considerata una buona legge.

Non si tratta di essere buonisti a tutti i costi, ma di fare i conti con bilanci e scopi di Stato. Bisogna garantire la sicurezza ai cittadini. E lo si fa anche garantendo un trattamento sanzionatorio umano e rieducativo in vista di un benessere generale. In questo modo è tutta la società a guadagnarne. Se si pensa solo a una pena afflittiva è più probabile ottenere la delinquenza. Mentre il detenuto deve avere la possibilità di predisporre il terreno per quando uscirà, con la ricerca di un lavoro, di una casa, e di quella serie di contatti e punti di riferimento fondamentali per non tornare a delinquere una volta fuori.

 

Chiara Bazzanella, Ufficio Stampa Associazione "La Fraternità"

Giustizia: a proposito dei suicidi e degli altri morti in carcere

di Valter Vecellio

 

www.lucacoscioni.it, 27 agosto 2008

 

Nel momento in cui lo Stato priva della libertà un cittadino e lo rinchiude in un carcere, si fa massimamente garante della sua sicurezza e della sua incolumità. Ma nelle carceri italiane si verificano qualcosa come 3.650 tentativi di suicidi l’anno.

Come nella famosa Ballata del Miché di Fabrizio De Andrè. Quando hanno aperto la cella/era già tardi perché / con una corda al collo / freddo pendeva Miché…". Si chiamava Giuseppe Pistorino, doveva scontare una condanna all’ergastolo per omicidio. Era detenuto nel carcere di San Gimignano. Ha preso un lenzuolo, lo ha ridotto in strisce, e si è impiccato. Qualche giorno prima, nel carcere di Sollicciano un ragazzo di 26 anni, incensurato, coinvolto in una inchiesta su truffe telefoniche, si è impiccato usando i lacci delle scarpe. Che un ragazzo in carcere da qualche giorno (carcerazione preventiva, dunque), incensurato, sia giunto alla conclusione che l’esser detenuto era qualcosa di più orribile del morire, dà il segno, la misura di che livello di mostruosità può raggiungere il carcere. Dalla Toscana, all’Abruzzo. Uno scarno flash dell’agenzia Italia riferisce di un tentato suicidio, nel carcere di Sulmona, sventato dal tempestivo intervento degli agenti della polizia penitenziaria: "Aveva ricevuto comunicazione di una difficoltà in ambito affettivo, per questo ha tentato il tragico ultimo gesto, quello che almeno dieci detenuti delle carceri italiane mettono in campo quotidianamente...".

Questa volta è andata bene; ma rileggete bene il flash di agenzia: nella notizia, contiene una ulteriore clamorosa notizia: "…ha tentato il tragico ultimo gesto, quello che almeno dieci detenuti delle carceri italiane mettono in campo quotidianamente per sfuggire…". Significa che nelle carceri italiane si verificano qualcosa come 3.650 tentativi di suicidi. Non ci si deve stancare mai di dirlo: nel momento in cui lo Stato priva della libertà un cittadino e lo rinchiude in un carcere, si fa massimamente garante della sua sicurezza e della sua incolumità.

Dunque la responsabilità di ogni suicidio in carcere, per qualsivoglia ragione sia fatto o tentato, è da imputare allo Stato. Se poi dovesse essere confermato che ogni anno nelle carceri italiane sono circa 3.600 i tentati suicidi (ma ne basterebbero la metà, un quarto, un decimo), si assisterebbe a un qualcosa di inaudito; e che effettivamente, non viene udito, ascoltato: lo si apprende infatti, come per inciso, in un flash di agenzia. Passiamo alle cifre ufficiali.

Nel 2007 quelli che vengono rubricati come "atti di autolesionismo in carcere" hanno riguardato 3.687 detenuti: 1.447 uomini italiani, 2.066 stranieri; 117 donne italiane, 57 straniere; e si continua a morire: nei primi sei mesi del 2008 i suicidi sono stati almeno 23 suicidi, un’altra trentina di detenuti sono morti per altra causa. Nel 2007 i suicidi sono stati 45: 43 gli uomini, di cui 16 stranieri. Altri 76 sono morti per cause più o meno "naturali".

La maggioranza dei suicidi riguarda persone in attesa di giudizio, con pochi giorni di detenzione alle spalle. "Perché", spiegano gli esperti, "quello dell’ingresso in carcere è il momento più sconfortante". Percentualmente, in carcere ci si uccide diciotto volte di più che all’esterno. L’anno in cui si sono registrati più decessi è stato il 2001: 69 suicidi su 177 morti dietro le sbarre; dal 2002 allo scorso anno invece, la media dei detenuti che si è tolto la vita in carcere si è mantenuto tra i 50 e i 57 casi.

Il più giovane risulta essere Mihai, un ragazzo rumeno di vent’anni, che si è impiccato nel carcere di Viterbo. Il più anziano è Michele Greco, soprannominato "il Papa" della mafia: scontava un ergastolo nel carcere romano di Rebibbia; aveva 84 anni. Trenta decessi sono avvenuti in quello che viene definito "il quadro doloroso ed inquietante della detenzione nelle galere italiane": dalla detenuta di nazionalità colombiana, incinta di sei mesi, morta nel carcere della Giudecca di Venezia (arrestata per aver fatto da "corriera" della cocaina in cambio di 1.400 euro), al tossicodipendente che si suicida preso dallo sconforto perché gli erano stati rifiutati gli arresti domiciliari.

Si muore per suicidio, si muore in seguito a malattia; ma decine di morti vengono incredibilmente rubricate "per cause non accertate"; e come sia accettabile che si possa morire in una struttura dello Stato, e non si sappia neppure perché o cosa ha determinato il decesso, evidentemente è qualcosa di inaccettabile. I decessi legati al mondo delle carceri non riguardano solo i detenuti. Cresce l’allarme suicidi tra gli appartenenti alla polizia penitenziaria: 64 in dieci anni (1997-2007), già cinque nel 2008. Secondo il Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria "sembrerebbe emergere che i recenti episodi di suicidi di appartenenti alla Polizia Penitenziaria, benché verosimilmente indotti dalle ragioni più varie e comunque strettamente personali, sono in taluni casi, le manifestazioni più drammatiche e dolorose di un disagio derivante da un lavoro difficile e carico di tensioni". La situazione attuale: i detenuti in attesa di condanna definitiva sono il 55,32 per cento, oltre il doppio della media europea, che sfiora il 25 per cento.

Complessivamente, nelle carceri italiane sono stipate (dati aggiornati al 15 luglio) 54.605 detenuti, a fronte di 42.890 posti regolamentari. Negli ultimi sei mesi, i detenuti sono aumentati di quasi seimila unità: un aumento progressivo dovuto essenzialmente all’effetto provocato da due leggi: la ex Cirielli sulla recidiva; e la Bossi-Fini sull’immigrazione. Gli stranieri detenuti sono 20.458 (il 37,4 per cento del totale), mentre nel 2000, prima dell’approvazione della legge Bossi-Fini, la percentuale era del 29,31 per cento. Si tratta soprattutto di persone originarie del Marocco, della Tunisia, della Romania e dell’Albania.

Oltre 1.800 sono detenuti per irregolarità nell’ingresso nel nostro paese. Le donne detenute sono 2.385 (4,3 per cento del totale), 70 sono i bambini con età inferiore ai tre anni in carcere con le loro madri; 23 le detenute in stato di gravidanza. I detenuti impiegati in attività lavorative sono 13.326 (il 27,4 per cento del totale); di questi, 11.717 lavorano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria (perlopiù "scopini", scrivani, porta vitto); 1.609 sono impiegati per conto di ditte private. I corsi di formazione professionale in carcere, sono stati 556 per un totale di 6.465 detenuti (13,3 per cento). In molte carceri il discorso della riqualificazione e della formazione è improponibile per la "semplice" ragione che non dispongono di aule e spazi idonei alla didattica.

Giustizia: il 41-bis è già una tortura, e il pdl vuole inasprirlo

di Patrizio Gonnella (Presidente Associazione Antigone)

 

Il Manifesto, 27 agosto 2008

 

Il Pd vuole riaprire l’Asinara e Pianosa per mandarci i mafiosi sottoposti al regime duro di cui all’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Il Pdl vuole rendere quel regime ancora più duro e meno controllato dalla magistratura di sorveglianza. Non oso immaginare quale potrebbe essere la proposta dell’Italia dei Valori. Alcuni mesi fa era intervenuto un giudice californiano, D.D. Sitgraves, per dirci che in Italia c’è il rischio di tortura a causa del tanto venerato 41 bis.

Il 41 bis è un regime penitenziario pesantissimo che proprio a causa della sua estrema durezza la Corte Costituzionale ha affermato che debba necessariamente essere temporaneo. L’isolamento prolungato a cui i detenuti sono sottoposti produce effetti irreversibili di de-socializzazione e de-localizzazione. I vetri divisori ai colloqui, la negazione di ogni forma di socialità, la chiusura di ogni rapporto con l’esterno sono giuridicamente e costituzionalmente tollerabili solo se limitati nel tempo.

Eppure a destra come a sinistra ci si indigna quando, dopo sedici anni di regime, un detenuto viene derubricato (questa è la terminologia carceraria) a detenuto AS (regime poco meno duro del 41 bis). Pare che il 41 bis sia l’unica arma del diritto a disposizione delle forze investigative contro la mafia. Agli inizi degli anni Novanta, ossia a pochi anni dalla sua introduzione, un funzionario dell’amministrazione penitenziaria italiana nel rispondere agli ispettori del Comitato europeo per la prevenzione della tortura di Strasburgo, affermava che il 41 bis serviva a far parlare i detenuti. Una pratica che assomiglia tanto alla tortura. Tortura che in Italia non è reato. Quando si parla della Cina lontana la retorica dei diritti umani si spreca. Orge di parole in libertà.

Gasparri che si erge a difensore dei diritti umani è come Diabolik che prende il posto dell’ispettore Ginko. I diritti umani vengono così ridotti a merce e dialogo da salotto. I diritti umani sono invece una cosa seria. Ecco un breve elenco: il diritto alla casa delle popolazioni rom e sinti, il diritto all’integrità personale di chi viene fermato e arrestato e senza motivo malmenato, il diritto alla vita dei bambini innocenti chiusi in galera insieme alle loro madri, il diritto alla salute di chi vive in prigione senza luce naturale e quando esce dal carcere gli fanno male gli occhi.

I cultori dei diritti umani in Cina sappiano che in alcune carceri italiane si vive in sei in sedici metri quadri, si dorme al terzo piano di un letto a castello in celle dove ai tre detenuti manca lo spazio per stare contemporaneamente tutti e tre in piedi, si può restare chiusi in cella sino a venti ore al giorno.

Sappiano anche che se dovesse essere approvata la contro-riforma dell’ordinamento penitenziario presentata dal presidente della commissione Giustizia del Senato, Filippo Berselli, le galere scoppierebbero e non di salute. Eliminare gli sconti di pena della liberazione anticipata significa tornare alle carceri dei primi anni Settanta, alle rivolte, alle violenze, all’insicurezza quotidiana. Berselli è dello stesso partito di Gasparri e della Meloni, quelli dei diritti umani in Cina. Siccome noi riteniamo che i diritti umani appartengano a tutti, nessuno escluso, abbiamo deciso di proporci come noi stessi i primi difensori dei diritti delle persone private della libertà.

Per questo, visto che il parlamento non ha ancora istituito un organismo indipendente di controllo dei luoghi di detenzione, abbiamo dato vita al difensore civico di Antigone. Chiunque voglia segnalarci casi o questioni può farlo scrivendoci in Via Principe Eugenio, 31 a Roma (cap 00153) o inviando una mail a difensorecivico@associazioneantigone.it.

Giustizia: intervista al ministro Alfano; questa è la mia riforma

di Mario Giordano

 

Il Giornale, 27 agosto 2008

 

"Noi la riforma della giustizia la faremo". Il ministro Angelino Alfano ha avuto una giornata lunga. È stato al Meeting di Rimini a parlare di carcere, poi a "Vedrò", in Trentino, dove ha registrato uno speciale Omnibus sul caso Tortora. E l’agenda Alfano? "È pronta". La porterà in Sardegna al presidente Berlusconi? "Credo che gliela porterò il 28 a Roma, al Consiglio dei ministri". Ce la anticipa? Il ministro fa una pausa. "È la prima volta che accetto di parlarne in modo organico", sospira. "Mi deve concedere una premessa". Prego. "Noi la riforma la faremo. Non ci lasceremo scappare l’occasione. E metteremo alla prova chi davvero vuole il cambiamento e chi no".

 

Che cos’è? Un messaggio al Pd?

"Credo che la giustizia oggi sia la linea di confine del riformismo. E il Pd deve decidere se continuare a nutrirsi di anti berlusconismo o dare un contributo al cambiamento del Paese".

 

Una cartina di tornasole per Veltroni, insomma.

"Veltroni è a un bivio. Vedremo che cosa sceglierà".

 

Questo si chiama decisionismo...

"Direi dialogo e decisioni".

 

Un ossimoro. Come ghiaccio bollente.

"No. Le decisioni senza dialogo sono sbagliate: prima di decidere bisogna sempre dimostrarsi disponibili al confronto. Ma il dialogo senza decisioni non porta da nessuna parte. Si trasforma in un enorme bla bla".

 

Ci sono segnali positivi in questo senso: le dichiarazioni di Pisapia, di Latorre.

"Ci aggiunga anche Violante e Ayala...".

 

I magistrati, però, sono sulle barricate.

"Così vedremo la capacità del Pd di essere autonomo rispetto alle posizioni dei magistrati".

 

Il dialogo con i magistrati è impossibile?

"Noi siamo pronti al dialogo con chiunque. Ma per dialogare occorre che si voglia davvero riformare il sistema".

 

Altrimenti?

"Altrimenti noi ascoltiamo le ragioni di tutti. Ma poi non ci fermiamo".

 

Premessa chiara. E i contenuti? Cosa c’è nell’agenda Alfano?

"Se si dovesse fare l’indice...".

 

L’indice?

"Ogni agenda ha un indice. Al primo posto ci sono gli obiettivi ordinamentali".

 

Parole difficili. Che significa?

"I compiti del Csm, l’aspetto funzionale e quello disciplinare".

 

Si è parlato di un Csm diviso in due.

"Mettiamola così: di fronte ad alcune voci che riguardavano la riforma del Csm si sono registrate chiusure a riccio che ritengo inopportune".

 

Molto diplomatico. Intende dire che l’ipotesi dei due Csm non è da escludere?

"Esatto. Non è da escludere".

 

Però...

"Però bisogna vedere come si procede sugli altri aspetti, in particolare su quello che riguarda la distinzione delle carriere. È un tutto che si tiene".

 

Quindi siete disposti a discuterne?

"Sì. Ne discuteremo".

 

Passiamo al secondo punto dell’agenda?

"È il processo civile. Che prevede l’e-justice".

 

L’e-cosa?

"L’e-justice, la giustizia telematica, con la notifica elettronica e altre importanti innovazioni tecnologiche".

 

Basterà a mettere ordine in quel disastro?

"No. Infatti prevediamo anche la semplificazione dei riti (ce ne sono 30: troppi) e la mediazione, cioè l’accelerazione dei processi e la risoluzione di alcuni di loro per via extragiudiziale".

 

E il processo penale?

"È il terzo punto dell’agenda. Vogliamo che sia efficace, rapido ed equo".

 

Ha detto niente. Ma come si fa?

"Innanzitutto garantendo parità di accusa e difesa davanti al giudice che dev’essere realmente terzo".

 

Sbaglio o stiamo parlando della separazione delle carriere?

"Non vorrei usare quell’espressione".

 

La usano tutti.

"I nomi hanno la loro importanza, ma è la sostanza che conta. Ai cittadini non interessano le definizioni: interessa l’effettiva parità di accusa e difesa di fronte a un giudice che sta al di sopra delle parti e non ha alcun collegamento con esse".

 

Ripeto: non ha alcun collegamento con le parti.

"Esatto: nessun collegamento".

 

E l’obbligatorietà dell’azione penale sarà abolita?

"No. Sarà riformulata".

 

Che cosa significa?

"Significa rifare quello che abbiamo appena fatto con la legge che ha stabilito un criterio di priorità fra i reati, in base all’allarme sociale che essi creano".

 

Quindi state pensando di fissare, periodicamente, la priorità fra i reati?

"Il solco è già stato tracciato".

 

In quel solco si prevedono margini di discrezionalità da parte degli uffici periferici. Verranno mantenuti?

"Assolutamente sì".

 

L’agenda prevede anche un quarto punto?

"Sì, riguarda l’efficiente gestione della spesa della giustizia".

 

E da dove cominciate?

"Dalle carceri e dalle sedi disagiate".

 

Per le carceri che cosa si prevede?

"Ho lanciato alcune idee, come quella di espellere subito i detenuti stranieri condannati a meno di due anni".

 

Quanti sono?

"4.200. Siglando accordi con i loro Paesi e spedendoli a casa liberiamo posti che sono equivalenti alla costruzione di otto carceri di media grandezza".

 

Otto carceri? Rimandando piccoli spacciatori e affini a casa loro?

"Esatto".

 

Si è parlato anche di braccialetto elettronico.

"In altri Paesi ha funzionato. Non sono aumentate le evasioni. Perché in Italia ci dobbiamo rinunciare?".

 

Al Meeting ha detto "mai più bimbi nelle carceri".

"Sì. Trovo disumano che i bimbi debbano sopportare il trauma delle carceri. Bisogna pensare a strutture alternative per le madri".

 

E per quanto riguarda le sedi disagiate?

"Provvederemo subito a coprire le cosiddette Procure di frontiera. Subito. Con un decreto. Questo è il primo punto nel nostro timing...".

 

C’è anche un timing...

"Ogni agenda ha un timing".

 

Quindi si comincia subito con il decreto per le sedi disagiate. E il secondo punto?

"Il secondo punto è la riforma del processo civile. Presenteremo un disegno di legge collegato alla Finanziaria, quindi passerà in autunno".

 

Poi toccherà al processo penale.

"Esatto. Fra Natale e Pasqua comincerà la riforma del processo penale con norme ordinarie. E nel frattempo avvieremo anche l’iter per quegli interventi che richiedono invece una legge costituzionale".

 

Conclusione fra cinque anni?

"La nostra coesione ci fa sperare in tempi molto più rapidi".

 

Di Pietro dice che la riforma della giustizia non è la priorità del Paese. Che cosa risponde?

"Evidentemente lui è fra quelli a cui va bene quest’andazzo. A lui vanno bene i processi lenti, l’incertezza della pena, i risarcimenti che dobbiamo pagare per le nostre inefficienze, le carceri sovraffollate...".

 

Magari non gli vanno bene, ma pensa che ci siano altre urgenze.

"Altre urgenze? Dimentica che noi ci siamo già occupati di sicurezza, di economia, di rifiuti a Napoli e che non stiamo trascurando nessuno dei settori del Paese, come il gradimento popolare dimostra".

 

A proposito di gradimento popolare. In molti, anche fra i nostri lettori, si chiedono quando i magistrati saranno responsabili dei loro errori...

"Ho appena finito un dibattito su Tortora...".

 

Appunto. Non sarebbe il caso di ricordarlo punendo i magistrati che sbagliano?

"Su questo tema c’è già stato un referendum con il quale il popolo ha espresso la sua idea".

 

Ma quel referendum è stato tradito! La responsabilità dei magistrati non c’è mai stata...

"Questo intendevo dire. La questione deve rimanere aperta perché, di certo l’idea che chi sbaglia paga in qualsiasi settore tranne che in magistratura è un’idea che il popolo non ha dimostrato di gradire".

 

La Lega ha proposto l’elezione diretta dei pm: lei è d’accordo?

"Il rapporto fra giudici e pm, come abbiamo detto, fa parte della nostra agenda. Per cui saremo disponibili ad ascoltare la proposta degli alleati leghisti".

 

Ma per il momento l’agenda non la prevede?

"No".

 

Prima parlava di efficiente gestione della spesa. Ma come farete fronte ai tagli tremontiani?

"Eliminando gli sprechi, allocando meglio le risorse e creando un fondo speciale con i proventi che derivano dai beni confiscati ai mafiosi".

 

Lo stesso su cui vuole mettere le mani Maroni?

"Ce lo divideremo equamente fra ministero della Giustizia e ministero dell’Interno".

 

A quanto ammonta quel fondo?

"Teoricamente i beni confiscati alla mafia sono stimati in un miliardo di euro. Bisognerà vedere quanto si riuscirà a realizzare".

 

I tagli alla giustizia a quanto ammontano?

"Sono stimati in 200 milioni di euro".

 

Che effetto ha fatto a lei, siciliano, la polemica su Falcone?

"Stavo rileggendo proprio in questi giorni l’intervista del giudice Falcone a Marcello Padovani. Sono convinto che lui sia un monumento morale della nostra storia patria. E mi pare siano chiarissime le cose che ha detto sui contrasti del Csm e sulle correnti del giudice".

 

Anche perché non le ha solo dette...

"Infatti. Le ha dette, ripetute e scritte".

 

Qualcuno, a proposito dell’agenda Alfano, ha parlato di ritorno alla bozza Boato. È così?

"Ripartire da alcuni elementi di quella bozza è un’idea di buon senso. Perché buttare a mare il lavoro svolto? Lo metteremo a frutto".

 

Quella bozza fu molto contestata. E, a quanto pare, lo è ancora...

"Certo. A chi vuol lasciare tutto così com’è, non va bene nemmeno ripartire dai punti condivisi...".

 

E quindi?

"Quindi gliel’ho già detto: noi andremo avanti. Abbiamo le idee chiare. E sono le idee sulle giustizia che il presidente Berlusconi ha sempre espresso, in tante legislature".

 

Che intende dire?

"Che il mandato popolare è chiarissimo. Non è generico. È per fare quella riforma".

 

Una riforma cui la magistratura si opporrà in tutti i modi. Ha sentito Cossiga? Dice che le toghe vi salteranno alla gola e consiglia al premier di espatriare in Svizzera...

"Ma io sono fiducioso che chi rivendica sempre l’autonomia e l’indipendenza della magistratura allo stesso modo riconosca l’autonomia e l’indipendenza del legislatore. Che, non dimentichiamolo, è espressione del popolo sovrano".

Giustizia: ecco il "piano" del ministro Alfano in cinque punti

 

Asca, 27 agosto 2008

 

Braccialetto elettronico - Introdotto per legge nel gennaio del 2001 come alternativa alla detenzione in carcere (ma solo con il consenso del condannato), di fatto non è mai decollato: 15 mesi dopo l’avvio della sperimentazione erano attivi sono 13 kit. Attualmente non vi sarebbe alcun braccialetto in funzione su una "provvista" di circa 450-500 kit, il cui funzionamento è garantito da Telecom Italia che nel 2006 ha stipulato un contratto di gestione con il ministero dell’Interno. Il Guardasigilli Alfano ipotizza che, in caso di condanne a pene detentive domiciliari con l’uso del "braccialetto", ci sarà un decremento della popolazione carceraria alla stregua del buon risultato ottenuto in Francia (e su questo si sarebbe confrontato anche con il ministro Rachida Dati). Da sciogliere il nodo se a intervenire, in caso di violazione, saranno sempre polizia, Gdf e Carabinieri oppure anche la polizia penitenziaria. Su questo punto i sindacati dei "baschi azzurri" sono divisi: il Sappe è favorevole, mentre l’Osapp è scettico.

Più lavoro ai detenuti - Il lavoro è uno strumento rieducativo e un disincentivo a delinquere, dice Alfano. Tuttavia a lavorare sono solo 11mila, detenuti, di cui appena 600 non alle dipendenze del Dap. L’obiettivo è creare una banca dati dei detenuti lavoratori alla quale possa attingere il mondo dell’impresa.

Espellere 4.300 detenuti stranieri - Sono stati condannati a pene non inferiori ai due anni e occupano uno spazio di otto carceri di media grandezza. In base a quanto previsto dalla legge Bossi-Fini possono essere espulsi. Con accordi bilaterali - secondo Alfano - potrebbero terminare di scontare la pena nel loro Paese di origine.

No ai bimbi in cella - La legge prevede che i bambini al di sotto dei tre anni stiano con le madri detenute. Attualmente ce ne sono 50, e per lo più sono rom. Si vuole trasferirli in case-famiglia, senza sbarre e con agenti non in divisa. In funzione ce n’è una a Milano. Alfano punta ad aprirne una ad Agrigento, utilizzando i beni confiscati alla mafia, e presto una terza anche a Roma.

Nuovo regolamento per le detenute - Lo diramerà presto il Dap per rendere meno afflittiva la vita alle donne recluse, con più visite dei familiari in carcere, in particolare da parte dei figli.

Giustizia: Di Pietro; bracciale elettronico? esternazione estiva

 

Asca, 27 agosto 2008

 

"Prosegue la politica delle esternazioni estive da parte del governo in materia di giustizia. L’ultima è di poco fa, del ministro Alfano che per evitare l’affollamento delle carceri propone il braccialetto elettronico". Lo afferma l’onorevole Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori.

"Ma se è vero, come è vero, che i detenuti sono in maggioranza extracomunitari senza fissa dimora, da quale abitazione il braccialetto elettronico dovrebbe impedir loro di muoversi? Piaccia o non piaccia - conclude Di Pietro - c’è un solo modo per dare sicurezza ai cittadini, aumentare i nuclei carcerari, in modo da poter ospitare tutte quelle persone che l’autorità giudiziaria ha condannato alla pena detentiva. Insomma, è una proposta assurda".

Giustizia: Latorre (Pd); fare tesoro nostra cultura garantista

 

Il Giornale, 27 agosto 2008

 

"La riforma della giustizia va fatta, e penso ci siano i margini per un accordo se si mette al centro il rapporto tra cittadino e giustizia, cultura garantista e equilibrio dei poteri". Secondo Nicola Latorre, vice presidente dei senatori democratici, il Pd deve saper raccogliere la sfida e presentarsi all’appuntamento con la bozza Alfano con un proprio pacchetto di proposte condivise. Una cosa, avverte, deve essere chiara: "A fare la riforma deve essere il Parlamento, non la magistratura, l’avvocatura o gli imputati".

 

Cosa vuol dire, senatore Latorre, che la magistratura non deve condizionare il dibattito come è successo altre volte?

"Ci vuole un confronto costruttivo anche con i magistrati, come con gli avvocati. Ma se la politica deve evitare di usare la clava, deve anche respingere toni e minacce corporative".

 

Ma il Pd è in grado di fare proposte condivise e di dialogare?

"Sono convinto che saremo in grado di trovare una sintesi tra sensibilità anche diverse. D’altra parte anche nel campo del centrodestra ho sentito dire cose differenti. Lo scenario è ancora confuso, ma non c’è niente di sconvolgente: aspettiamo la bozza Alfano, e vedremo. È un tema doveroso da affrontare, che si trascina da 15 anni e ha segnato tutta la vicenda politica italiana, dividendo il Paese e mettendo in discussione garanzie ed equilibrio dei poteri".

 

Per colpa di chi?

"Anche per responsabilità della politica, perché favorire lo scontro sulla giustizia ha agevolato l’uso politico dello strumento giudiziario da parte di magistrati politicizzati e da parte di forze sia di sinistra che di destra. È ora di uscire da questa anomalia italiana, a partire da alcuni principi da condividere: l’autonomia del potere giudiziario non va messa in discussione. Ma deve esserci un principio di responsabilità: se un chirurgo mi rovina la vita con un’operazione sbagliata, paga. Perché un magistrato che mi rovina la vita per un suo errore o dolo non deve pagare? È una condizione necessaria proprio per preservare l’autonomia".

 

Separazione delle carriere sì o no?

"Non sono certo tra chi grida al regime. Penso solo che questi punti vadano esaminati alla luce della loro efficacia, non ideologicamente: se il pm può fare solo il pm e il giudice il giudice, la situazione migliora o non c’è il rischio che aumenti il corporativismo e l’impronta più poliziesca della magistratura d’accusa? Forse sarebbe più funzionale il contrario: obbligare alla rotazione, impedire che uno faccia il pm per più di 10 anni, dimenticandosi di essere anche un magistrato, improntato all’equilibrio e alla terzietà. Piuttosto, bisognerebbe evitare un eccesso di contiguità tra magistrati di primo e secondo grado: ogni livello di giudizio deve essere autonomo".

 

Ma il Pd è in grado di aprire un dialogo sulla giustizia, superando le proprie divisioni e sopportando la guerriglia che vi farebbe in casa Di Pietro?

"Credo che il Pd debba far tesoro della miglior cultura garantista della sinistra. Certo con Di Pietro c’è una distanza notevole: ed era una delle ragioni per cui ero contrario all’alleanza con l’Idv. Ma la riforma della giustizia non ha lo scopo di indebolire la lotta alla corruzione o di creare salvacondotti per chissà chi. Quindi non vedo perché dovrebbero spaventarci gli strepiti in materia".

 

E sul federalismo, dialogo o no?

"Il federalismo fiscale è il necessario compimento di una riforma avviata proprio da noi nel 2001. Ma il centrodestra non può usarla per scegliere chi è bello e dialogante o chi è brutto e centralista nel Pd. Così come sbaglierebbe chi nel Pd pensasse di usarla per dividere Berlusconi e la Lega. Niente rapporti privilegiati o giochi tattici per destabilizzare l’altro schieramento su riforme così importanti. Piuttosto, sarebbe ora che il governo ci dicesse qualcosa sul merito, perché non possiamo discutere di cose generiche. E il principio di partenza deve essere l’unità nazionale, e il diritto di tutti gli italiani, dal Nord al Sud, a servizi essenziali di pari livello".

Giustizia: Osapp; l’affollamento? causato da leggi criminogene

 

Agi, 27 agosto 2008

 

"Se il ministro della Giustizia non intende dare ascolto alle nostre indicazioni, almeno presti attenzione alle parole del Presidente della Comunità delle Opere quando sostiene che è tempo, com’era in origine e come è tuttora in altri paesi europei (Spagna e Germania su tutti), che la Polizia Penitenziaria recuperi anche una funzione attiva e decisamente propulsiva sul terreno della rieducazione". Così il segretario generale dell’Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria (Osapp), Leo Beneduci, risponde alle dichiarazioni che il Guardasigilli Angelino Alfano ha rilasciato oggi al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini.

"Al ministro - continua Beneduci - ricordiamo come l’intero sistema sia sorretto dagli agenti di Polizia Penitenziaria, e che gli operatori, i cosiddetti educatori, non siano più in grado di dare l’impulso a quella funzione attiva che Scholz auspica anche per noi, perché di fatto non sufficienti. Se ci si convince di questo, si capisce quanto sia determinante comprendere il problema dei detenuti, costretti a patire le condizioni di un sovraffollamento giunto ormai alla soglia della tollerabilità".

L’indulto, ricorda l’Osapp, "è stato un esperimento fallimentare, anche se vogliamo ricordare come dagli anni 70 ci siano state ben 8 provvedimenti di clemenza", ma "la questione non sta tanto nelle misure che si adottano per svuotare le carceri, utili certo nei momenti di grave disagio, ma soprattutto nelle misure che incentivano gli ingressi e che inaspriscono ogni possibilità di redenzione del detenuto".

A tal fine, "al ministro della Giustizia che parla oggi di recidiva, intendendo coloro che sono stati riarrestati dopo il provvedimento del 2006, suggeriamo - osserva Beneduci - di focalizzare l’attenzione su misure legislative fatali, quali la legge ex Cirielli o la Bossi-Fini, o la Fini-Giovanardi, che nelle scorse Legislature hanno sbarrato la strada ad ogni via di recupero".

Dunque, se il ministro Alfano "vuole dar nuovo impulso ai piani che ha annunciato, nella prospettiva di un recupero della funzione a cui il carcere deve ambire e che ha ormai perduto, ci auguriamo - conclude Beneduci - che logiche particolaristiche come queste non siano più al centro di un progetto di riforma del quale siamo esclusivi interpreti".

Giustizia: Osapp; il "braccialetto" è iniziativa non lungimirante

 

Agi, 27 agosto 2008

 

"Condividiamo le perplessità di Di Pietro su l’intenzione del ministro Alfano di implementare l’utilizzo dei braccialetti elettronici quale misura alternativa alla custodia cautelare in carcere". Si esprime così il segretario generale dell’Organizzazione Sindacale Autonoma di Polizia Penitenziaria (Osapp), Leo Beneduci, a proposito dell’ultima iniziativa proposta oggi a Rimini dal responsabile della Giustizia per risolvere il problema del sovraffollamento nelle carceri.

"Al ministro - spiega Beneduci - chiediamo coerenza e lungimiranza in quanto escludiamo che una misura come questa, tra l’altro prevista dal codice fin dal 2001, possa dare i suoi frutti. Condividiamo i dubbi di Di Pietro - aggiunge - non tanto per l’assurdità della proposta, quanto che a tale iniziativa si attribuiscano concreti effetti pratici, sia in termini di maggiore sicurezza per la collettività, sia di sicuro effetto per alleviare il sovraffollamento, quando l’ordinamento la contempla per chi ha il domicilio, e solo su base volontaria".

Tra l’altro, continua l’Osapp, "come ha tenuto a precisare il Presidente di Idv, fermo restando la scarsa praticità della misura nei confronti dei detenuti stranieri, che rappresentano il 40% dell’attuale popolazione penitenziaria, e che per la maggior parte dei casi è senza fissa dimora, ci chiediamo quale effetti di deterrenza potrebbe avere nei confronti di un affiliato alla criminalità organizzata di basso livello".

Giustizia: Uil; inutile costruire nuove carceri, soluzioni sono altre

 

Il Velino, 27 agosto 2008

 

"Con sofferta riflessione sento la necessità di sottolineare pieno dissenso rispetto alle ultime dichiarazioni dell’onorevole Di Pietro in materia di Giustizia. Definire, infatti, l’ipotesi paventata dal ministro Alfano del ricorso a strumenti elettronici per il controllo di soggetti ammessi a pene alternative come mere esternazioni estive lo colloca fuori dalla contemporaneità. Invocare, poi, tout court la costruzione di nuove carceri, quale risposta all’emergenza giustizia, alimenta una deriva giustizialista di cui il Paese non ha proprio alcuna necessità".

Così Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Pa Penitenziari, esplicita nettamente il dissenso alle posizioni espresse dal leader dell’Idv sull’ipotesi di costruire nuove carceri. "Nel Paese di Cesare Beccaria ben altre e alte sono le risposte che la società si attende dai propri parlamentari. Ancor più quando - sottolinea Sarno - hanno esercitato in nome del Popolo Italiano la Giustizia. A meno che non voglia sottendere che il ricorso alle custodie cautelari o alle carcerazioni preventive debbano essere l’ordinario e non lo straordinario".

"Noi gridiamo forte il nostro dissenso verso chi crede di poter ammassare persone nelle galere per poi buttare la chiave, visti i tempi biblici della definizione dei processi. Siamo consapevoli, ma lo è anche Alfano - aggiunge il segretario generale della Uil Pa Penitenziari -, che il riscorso ai braccialetti elettronici non è la soluzione esaustiva. È, di contro, una delle soluzioni possibili atte a deflazionare, nell’immediato, il grave sovrappopolamento degli istituti penitenziari.

In fondo - prosegue Sarno - non tutti i detenuti sono stranieri e non tutti i detenuti sono privi di dimore dove poter scontare eventuali pene alternative. D’altro canto appena oltre i nostri confini nazionali tali strumenti sono in uso da tempo. L’onorevole Di Pietro ben sa che i tempi medi per la costruzione di nuove carceri sono incompatibili con la necessità, avvertita e reale, di una risposta concreta all’emergenza giustizia. E comunque dovrebbe anche dirci chi, come e quando andrebbe a gestire le nuove strutture". La Uil Pa Penitenziari giudica, inoltre, interessanti e condivisibili le dichiarazioni del ministro Alfano rese al meeting di Rimini in materia penitenziaria.

"Trovo molto interessanti, condivisibili e degne di attenzione le riflessioni che il ministro Alfano ha reso ieri a Rimini. La possibilità di espellere detenuti stranieri condannati. Il problema dei bambini detenuti con le madri; il lavoro quale strumento riabilitativo e rieducativo; la necessità di determinare percorsi trattamentali finalizzati al reinserimento effettivo sono temi che ci trovano assolutamente attenti e disponibili al dialogo e al confronto.

Sempreché - conclude il segretario generale - in tutto ciò non sfugga la necessità di riordinare, riorganizzare e rammodernare l’amministrazione penitenziaria anche attraverso una piena valorizzazione degli operatori penitenziari. Ovviamente priorità assoluta riveste, per noi, un nuovo assetto del Corpo di Polizia penitenziaria, a partire dall’istituzione della direzione generale del Corpo".

Giustizia: Sappe; più misure alternative, ma col "braccialetto"

 

Il Velino, 27 agosto 2008

 

Soddisfazione per le parole del Guardasigilli al Meeting di Cl ieri a Rimini la esprime Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, la prima e più rappresentativa organizzazione di categoria che da tempo chiede a gran voce l’adozione del braccialetto elettronico per il controllo dei detenuti con pene brevi da scontare.

"Accogliamo molto favorevolmente gli interventi che il ministro della Giustizia Angelino Alfano, di concerto con il capo dell’Amministrazione penitenziaria Franco Ionta, intende adottare per risolvere il problema del sovraffollamento delle strutture penitenziarie del Paese", afferma Capece "È noto che - aggiunge - da sempre sosteniamo, e per molto tempo lo abbiamo fatto in solitudine, di rendere stabili le detenzioni dei soggetti pericolosi affidando però a misure alternative al carcere la punibilità dei fatti che non manifestano pericolosità sociale, potenziando quindi l’area penale esterna e prevedendo per coloro che hanno pene brevi da scontare l’impiego in lavori socialmente utili all’esterno del carcere con l’introduzione del sistema di controllo del braccialetto elettronico in dotazione al Corpo di Polizia penitenziaria".

"Una nuova politica della pena, che preveda un ripensamento organico del carcere e dell’Istituzione penitenziaria con al centro un nuovo ruolo professionale e operativo della Polizia penitenziaria, adottando anche procedure di controllo mediante dispositivi tecnici come il braccialetto elettronico, è necessaria e indifferibile - sottolinea Capece -.

E sarà quindi massima la nostra collaborazione al ministro Guardasigilli Alfano e il capo Dap Ionta per realizzare una nuova politica penitenziaria del Paese". Il Sappe ricorda di avere recentemente organizzato a Bologna un Convegno nazionale proprio sul tema "La polizia penitenziaria nell’esecuzione penale esterna e l’uso del braccialetto elettronico", al quale parteciparono il presidente della commissione Giustizia del Senato Filippo Berselli, i parlamentari Raisi, Garagnani e Li Gotti, il nuovo capo dell’Ufficio per il coordinamento dell’attività internazionale (Ucai) del ministero della Giustizia Stefano Dambruoso e l’assessore alla Sicurezza del Comune di Bologna Libero Mancuso.

Aggiunge Capece: "L’ampliamento delle misure alternative alla detenzione e dell’area penale esterna e l’adozione del braccialetto elettronico di controllo dei soggetti detenuti che vi accedono dovrà necessariamente prevedere un nuovo ruolo della Polizia Penitenziaria, e cioè svolgere in via prioritaria rispetto alle altre forze di Polizia la verifica del rispetto degli obblighi di presenza che sono imposti alle persone ammesse alle misure alternative.

Se la pena evolve verso soluzioni diverse da quella detentiva anche la Polizia Penitenziaria dovrà spostare le sue competenze al di là delle mura del carcere. Il controllo sulle pene eseguite all’esterno, oltre che qualificare il ruolo della Polizia Penitenziaria, potrà avere quale conseguenza il recupero di efficacia dei controlli sulle misure alternative alla detenzione.

Il braccialetto elettronico ha finora fornito in molti Paesi europei una prova indubbiamente positiva. Efficienza delle misure esterne e garanzia della funzione di recupero fuori dal carcere potranno far sì che cresca la considerazione della pubblica opinione su queste misure, che nella considerazione pubblica, non vengono attualmente riconosciute come vere e proprie pene".

Giustizia: un decreto per delimitare i superpoteri dei sindaci

di Angela Manganare

 

Il Sole 24 Ore, 27 agosto 2008

 

Previsto un elenco accurato e dettagliato di situazioni su cui gli amministratori possono intervenire senza rischio di ricorsi al Tar.

Possono combattere il degrado che nasce da spaccio di droga, sfruttamento della prostituzione, accattonaggio per mezzo di minorenni, fenomeni di violenza legati all’abuso di alcol. Possono mettere fine a "comportamenti che danneggiano il patrimonio pubblico", a "situazioni che determinano lo scadimento della qualità urbana", "all’incuria e all’occupazione abusiva degli immobili". Hanno le mani libere se vedono che il "decoro urbano" è "alterato" dalle bancarelle che vendono Borsette taroccate o da chi, più semplicemente, si macchia di "illecita occupazione di suolo pubblico".

I sindaci non hanno che l’imbarazzo della scelta: i nuovi poteri attribuiti dal decreto ministeriale che individua l’ambito di applicazione dell’articolo 6 del pacchetto sicurezza (decreto legge 92/2008) coprono tutti gli aspetti della piccola e media criminalità.

Quando il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha presentato il provvedimento ai sindaci ha detto di aspettarsi da loro "creatività". Ma, leggendo le due pagine di decreto, anche quelli a corto di idee troveranno qualche spunto senza difficoltà. Il provvedimento è infatti un elenco accorto di situazioni di pericolo su cui gli amministratori possono intervenire.

Il punto e) dell’articolo 2, ad esempio, torna su prostituzione e accattonaggio (menzionati già al punto a) per specificare che quando la prima è "su strada" e il secondò è "molesto" vanno puniti se offendono la "pubblica decenza", "anche per la modalità con cui si manifestano". Una puntualizzazione che forse chiude un discorso lasciato a metà: nel Consiglio dei ministri dell’11 luglio era infatti in programma la discussione di un disegno di legge contro la prostituzione in strada - cofirmato da Maroni e dal ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna - che poi non è stato presentato (anche se alla fine del mese il ministro Carfagna aveva pronto un nuovo testo da presentare alle Camere).

Certo è che il decreto completa quanto previsto dal decreto legge sicurezza e fornisce una copertura giuridica importante: ai nuovi provvedimenti dei sindaci non può succedere quanto accaduto a quello dell’agosto 2007 contro i lavavetri di Firenze. L’ordinanza del sindaco e presidente dell’Anci, Leonardo Domenici, che tenne banco un’estate intera, venne ritirata non per le polemiche politiche, ma per la minaccia di annullamento del Tar della Toscana.

Fino a questo momento, infatti, i poteri dei sindaci erano definiti in modo così vago che il giudice amministrativo aveva gioco facile a definire illegittime le iniziative dei singoli. Adesso non è più così. Il decreto ministeriale non tralascia niente: così come richiesto dal Dl 92, definisce anche i concetti di "incolumità pubblica" e "sicurezza urbana". Con la prima "si intende l’integrità fisica della popolazione". Con la seconda "un bene pubblico da tutelare attraverso attività poste a difesa, nell’ambito delle comunità locali, del rispetto delle norme che regolano la vita civile, per migliorare le condizioni di vivibilità nei centri urbani, la convivenza civile e la coesione sociale".

 

Zanonato (Anci) serve più moderazione, troppe ordinanze fantasiose

 

"È assolutamente vietato danneggiare o rubare cartelli che recano messaggi di divieto". Pena, in provincia di Trento, una multa fino a 428 euro. A meno di un mese dalla firma del "decreto sicurezza" del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che ha ampliato il potere d’ordinanza dei sindaci in materia di sicurezza e decoro pubblico, sono numerose in tutt’Italia le ordinanze attuate o annunciate per i prossimi giorni.

Talmente tante che l’Anci, l’associazione dei Comuni italiani, ha pensato di mettere a punto un portale, on-line da settembre, in grado di raccogliere i provvedimenti e ordinarli in un database consultabile da tutti gli enti locali. Lavoro non semplice, considerando che in tutto il Paese i Comuni sono 8.101, e ogni giorno si ha notizia di qualche sindaco che presenta una nuova norma.

L’ultima, in ordine di tempo, è quella che interessa Torino: "Vietato mangiare e bere per strada e abbandonare i rifiuti prodotti da queste attività". La sanzione è una multa che va dai 25 ai 500 euro o la denuncia penale. Il provvedimento riguarda le principali vie del borgo di San Salvano, un area ad alta intensità di immigrati in cui "si registrano ripetuti episodi di schiamazzi o comunque di disturbo della quiete e delle occupazioni delle persone". Commentando l’ordinanza, il primo cittadino del capoluogo piemontese, Sergio Chiamparino, ha sottolineato come "ci siano locali da anni oggetto di interventi dei vigili per la presenza di persone che creano disagio e, a volte, veri e propri attentati alla sicurezza urbana".

I locali, dunque, non potranno fornire bevande da consumare fuori e dovranno prendere una serie di provvedimenti: ingrandire i bagni, dotarsi di cestini esterni per la raccolta di lattine e bicchieri, sorvegliare i clienti che stazionano sul marciapiede. Diversamente rischieranno la riduzione dell’orario di apertura e persino il ritiro della licenza.

Scorrendo la lista dei provvedimenti da nord a sud, in molti hanno paventato il rischio che, sciogliendo le briglie alla fantasia delle amministrazioni locali, si possa giungere al caos normativo. Per evitare la confusione che verrebbe a crearsi a causa di disposizioni diverse da territorio a territorio, il vice presidente dell’Anci, Fabio Sturani, ha ricordato che "si potrà cercare un’uniformità per argomento, senza però arrivare a ordinanze fotocopia".

Il decreto dà ai sindaci nuovi poteri, ma questo, per Sturani, non esclude che le decisioni possano essere coordinate: "In questa prima fase è comunque da mettere nel conto questa situazione, un po’ di fantasia non stupisce e non guasta".

Nei prossimi giorni dovrebbe tenersi un incontro fra Anci e Governo per decidere come impiegare i 100 milioni dì euro stanziati dal decreto Maroni, ma intanto i Comuni continuano a fare da sé. Come Brescia, dove dai primi giorni di settembre diventerà attuativo un pacchetto di ordinanze messo a punto dal vicesindaco, Fabio Rolfi, che prevede, oltre a multe salate per i clienti delle prostitute, il foglio di via per le lucciole ritenute "socialmente pericolose" anche se comunitarie, presidi di guardie giurate in prossimità dei distributori di benzina e possibilità di denunciare per favoreggiamento chi affitta case per incontri sessuali.

Fra i più perplessi sull’effettiva efficacia del decreto, il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, secondo cui l’impostazione data da Maroni "mi sembra po’ superficiale, poiché si corre il rischio di creare solo confusione. Non servono più poteri - ha aggiunto - ma più risorse con cui aumentare la presenza e là conoscenza sul territorio".

Fra i rischi messi in evidenza dal partito dei dubbiosi, quello dimettere troppo sotto pressione le polizie locali, costrette a un superlavoro e a ruoli per i quali mancano conoscenze e specializzazioni. Ieri nel merito è entrato anche il sindaco di Padova e responsabile Anci per la sicurezza, Flavio Zanonato, che, di ritorno dal Meeting di Rimini, ha spiegato al Sole 24 Ore: "La questione è duplice. Innanzitutto bisogna capire quale sia il problema, e in un secondo momento chi sia deputato ad applicare la normativa, poiché non sempre, con la repressione, si possono risolvere situazioni che invece richiederebbero maggiori sforzi nell’educazione alla cittadinanza e nella prevenzione. L’ordinanza, infatti, deve essere commisurata con le esigenze del territorio, ma anche con chi la deve applicare, al contrario tutto si risolve nelle solite grida manzoniane".

Ma Zanonato ci tiene soprattutto a sottolineare il carattere "sperimentale" del decreto Maroni: "In questo primo mese di operatività abbiamo assistito a ordinanze curiose. Non è però con un provvedimento isolato che un’amministrazione può risolvere situazioni complesse. Se, per esempio, i fedeli musulmani intralciano una strada durante la preghiera, non è vietandone semplicemente la sosta che si può dire di aver cancellato il problema, bisogna anche pensare a una sistemazione alternativa per chi ha il diritto di pregare. Per questo mi auguro un utilizzo molto moderato di questo strumento, e a settembre l’Anci cercherà di dare ai sindaci indicazioni in questo senso. In più, a garanzia della libertà dei cittadini c’è il Tar, a cui tutti si possono rivolgere".

Milano: detenuto ghanese morto, l’intervento dell’educatrice

 

Ristretti Orizzonti, 27 agosto 2008

 

Vorrei completare l’articolo di "Ristretti" che ho letto oggi nella consueta Rassegna stampa per rendere merito, anche se di professionalità si tratta, ai diversi attori dell’ultima, triste vicenda umana di Okyere Nana Mensah.

Sono l’operatore dell’area pedagogica che ha partecipato alla rete di supporto che è stata attivata dal responsabile del nucleo ospedaliero della polizia penitenziaria ed ha visto coinvolta anche una operatrice del Naga che ha potuto avere un colloquio con il signor Okyere prima che morisse.

È importante che si sappia che i fatti sono avvenuti così perché solo attraverso l’impegno spontaneo e professionale di chi è vicino alla sofferenza, nel caso specifico un sovrintendente di polizia penitenziaria, avviene quotidianamente il miracolo dell’umanizzazione della pena, messa costantemente a repentaglio da corsi e ricorsi storici e dalla stupidità umana.

Questo è tutto, volevo dirlo non per dire "bravo" a qualcuno, ma perché è stato possibile far credere ad una persona che ora non c’è più, che tutti eravamo coinvolti nel suo ascolto e, per noi operatori tutti, che solo insieme possiamo svolgere il nostro lavoro. Tutto il resto è chiacchiera.

 

Barbara Campagna, Area Pedagogia C.C. San Vittore

Trento: muore detenuto 29enne, nel carcere sfiorata la rivolta

di Davide Varì

 

Liberazione, 27 agosto 2008

 

Ieri mattina un altro detenuto è morto nel carcere di Trento, morto per infarto dicono le note ufficiali. Una struttura, quella del capoluogo, ereditata niente meno che dall’impero austro-ungarico. Un carcere che risale quindi all’800, tanto per intenderci lo stesso secolo in cui un certo Silvio Pellico scriveva Le mie prigioni, prima grande denuncia del sistema carcerario.

Da allora molto è cambiato, certo, ma i detenuti nelle carceri della Repubblica italiana continuano a morire come mosche - nel 2007 sono morte 126 persone e le condizioni igienico-sanitarie sono sempre più gravi e preoccupanti. I dati, infatti, parlano fin troppo chiaro: le carceri italiane fanno ammalare di scabbia, di tbc e di epatite. C’è chi parla di una bomba sanitaria innescata e pronta ad esplodere. Ma le autorità si comportano come se nulla fosse: ignorano il problema e tirano a campare. Ieri, l’ennesima vittima.

Una volta appresa la notizia della morte del detenuto, nel carcere triestino è partita una protesta. Alla notizia del decesso, i detenuti si sono infatti rifiutati di entrare dopo l’ora di aria. Una protesta rientrata dopo le rassicurazioni del vicequestore di Trento, Renato Senso, il quale ha informato che sulla salma del deceduto verrà eseguita l’autopsia che chiarirà, si spera, i motivi del decesso.

Franco Corleone, già sottosegretario alla giustizia e attuale Garante dei detenuti del Comune di Firenze parla di situazione al limite della sostenibilità: "Da tempo dico che è un miracolo il fatto che nelle carceri non si esprima una reazione e una forma di repulsione per i trattamenti incivili e disumani cui sono costretti i detenuti. Per quel che riguarda Trento - continua Corleone - mi ero occupato del problema del nuovo carcere, ma ancora siamo a zero. Ci sono carceri che andrebbero chiuse e basta. Savona, Favignana, Pordenone e Trento, ovviamente, sono del tutto inadeguate e generano drammi come quello di ieri. E in tutto questo ci ritroviamo in una situazione del tutto simile a quella precedente l’indulto".

 

Uil: rientrata la protesta dei detenuti, ma servono agenti

 

"Grazie all’intervento, efficiente ed efficace, del magistrato di sorveglianza e del dirigente dell’istituto di pena la protesta messa in atto stamane da una cinquantina di detenuti stranieri è rientrata e presso la Casa Circondariale di Trento è ritornata la calma". Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Pa-Penitenziari, commenta così la fine dell’emergenza determinatasi preso il carcere cittadino di Trento cominciata intorno alle 11 di stamane quando un gruppo di detenuti stranieri, dopo aver fruito dell’ora d’aria, si è rifiutato di rientrare nelle celle.

Un detenuto trovato morto in cella e nel carcere scoppia la protesta. È accaduto a Trento, all’interno del vecchio penitenziario asburgico, struttura fatiscente e sovraffollata, dove l’altra sera i compagni di cella hanno trovato privo di vita Rachid Basiz, algerino di 29 anni, clandestino, appena trasferito dal carcere di Pescara per scontare una condanna per droga. "Infarto" dice il medico, "Morte naturale, nessun segno di violenza" conferma il pm di turno (che pure ha disposto l’autopsia) ma nel carcere si diffonde la voce sempre più insistente che l’algerino non abbia ricevuto soccorsi adeguati: "Non l’avete curato" urlano i detenuti.

"Voglio esprimere - aggiunge Sarno - la mie più vive congratulazioni al magistrato, al direttore, al personale della Polizia penitenziaria ma anche alla Polizia di Stato e ai carabinieri per aver gestito al meglio una situazione oggettivamente difficile e pericolosa. La morte di un essere umano non può mai lasciare indifferente alcuno, ancor più quando avviene in ambito penitenziario. Essa però non può e non deve essere il pretesto per originare proteste immotivate e violente. La cause della morte del detenuto saranno accertate nelle sedi competenti anche se abbiamo ragione di ritenere che siano conseguenti a cause naturali".

"Bene hanno fatto, quindi - afferma Sarno -, il magistrato e il direttore ad adottare la linea della fermezza intimando, senza trattativa alcuna, ai protestanti di far immediato rientro in cella". Il leader della Uil Pa-Penitenziari non manca di denunciare le condizioni critiche in cui versa il carcere trentino: "Non sarà certo un caso se appena pochi mesi fa tutte le organizzazioni sindacali della Polizia penitenziaria hanno ritenuto dover protestare e denunciare lo stato di abbandono e fatiscenza della struttura. Voglio sperare che il nuovo carcere sia pronto ed efficiente in tempi accettabili. Io stesso nel lontano 1992 ebbi modo, già allora, di denunciare le deficienze strutturali dell’attuale istituto. Credo che sia anche necessario riflettere sulla circostanza che solo una decina di agenti (15 compreso le unità in servizio nei vari uffici) stamane era in servizio a custodia dei circa 120 detenuti presenti (la capienza massima prevista è di 90 detenuti) . E nelle ore pomeridiane e notturne le presenze di unità preposte al controllo precipitano paurosamente attestandosi a pochissime unità. Quanto accaduto oggi è ulteriore motivo per accelerare il confronto con il ministro Alfano per la rideterminazione delle piante organiche. So che il ministro sarà nella zona in queste ore, non mancherà certo di portare personalmente la sua vicinanza e solidarietà al personale penitenziario duramente provato dagli eventi di stamane".

 

Radicali: detenuto che muore è sconfitta per tutti

 

"Una persona che muore in galera è una sconfitta per tutti e in primo luogo per le istituzioni". Lo sostiene Rita Bernardini, leader dei Radicali e membro della Commissione Giustizia della Camera, in merito alla protesta avvenuta stamani nel carcere di Trento.

"I dati aggiornati al 13 agosto che ci sono stati forniti dal direttore Gaetano Sarrubbo - spiega Bernardini riferendosi al penitenziario di Trento - indicano una presenza di 115 detenuti, 37 italiani e ben 78 stranieri a fronte di una capienza complessiva di 90 posti. Inoltre, per quanto riguarda gli educatori, la pianta organica ne prevede 4 mentre ne sono stati assegnati solamente 2. Da non sottovalutare il fatto che solo 24 detenuti hanno una condanna definitiva. 50, infatti, sono imputati, 36 appellanti e 6 ricorrenti. I detenuti tossicodipendenti sono 36 (10 italiani e 26 stranieri) di cui 8 (5 italiani e 3 stranieri) in trattamento metadonico. Se uniamo a questa situazione di sovraffollamento, di disagio e di carenza di personale, la fatiscenza dell’edificio, credo che sia facile per tutti rendersi conto che la Casa Circondariale di Trento è una polveriera che rischia continuamente di esplodere".

Oltre al sovraffollamento e alla carenza di agenti e di educatori, una cosa che i Radicali affermano di aver constatato nelle visite compiute il giorno di Ferragosto in 18 istituti penitenziari, è che "alla persona che fa il suo ingresso in carcere non vengono mai consegnati né il regolamento dell’Istituto né l’Ordinamento penitenziario che, per gli stranieri, dovrebbe essere tradotto nelle varie lingue del Paese di provenienza". Questa, sottolinea Bernardini, "è una piccola riforma che il ministro della Giustizia potrebbe fare subito affinché i detenuti conoscano i propri doveri ma anche i diritti umani elementari che nemmeno in galera possono essere negati".

Sulmona: agente rimosso perché "troppo umano e rispettoso"

 

Agi, 27 agosto 2008

 

Un agente di Polizia Penitenziaria in servizio nel carcere di Sulmona è stato rimosso dall’incarico nel reparto osservazione perché aveva avuto un "comportamento umano" nei confronti dell’ex governatore della Regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco, durante la detenzione in custodia cautelare per il caso delle presunte tangenti nella sanità abruzzese. La denuncia, con una nota inviata alla direzione del carcere, arriva dalla Segreteria generale del Siappe (Sindacato Italiano Autonomo Polizia Penitenziaria).

"In relazione a quando accaduto nella Casa di Reclusione di Sulmona oggi si è avuta conferma di una grave forma di mobbing nei confronti del personale di polizia penitenziaria iscritto a codesta sigla sindacale. Da toni e modi adottati dall’Amministrazione del carcere - si legge nella nota - il comportamento di un agente è stato oggetto di una valutazione non consona a quelli che sono gli standard nei rapporti tra chi comanda e i sottoposti. In particolare l’agente è stato sollevato dall’incarico senza alcuna motivazione confortata da dati rilevanti: unica colpa riscontrata è l’aver avuto un atteggiamento troppo umano e rispettoso della persona, nonostante abbia svolto questo compito con grande professionalità per ben 10 giorni consecutivi".

"Questo fatto altro non è - secondo la segretaria generale del Siappe - che la punta di un iceberg costituito da violazioni degli accordi sindacali, procedure concorsuali sulla mobilità interna e rapporti disciplinari, che da diverso tempo vedono come destinatari i dirigenti del Sindacato Italiano Autonomo Polizia Penitenziaria. Per questo invitiamo la Direzione della Casa Reclusione di Sulmona ad avviare un incontro chiarificatore al fine di capire quale sia stata la natura dei provvedimenti adottati. Diversamente - concludono dalla Segreteria generale - sarà nostra cura investire dei problemi rilevati nel carcere di Sulmona anche il ministro della Giustizia On. Angelino Alfano, per il tramite di esponenti politici vicini alla nostra sigla".

Verona: il sindaco Tosi (Lega); campi di lavoro per i detenuti

 

L’Arena di Verona, 27 agosto 2008

 

La riforma della giustizia è uno dei nodi cruciali non solo di questo Governo Berlusconi, ma anche dei rapporti tra gli alleati, in particolare tra Forza Italia e Lega. E ieri a Rimini il sindaco Flavio Tosi ha avuto modo di ascoltare dal ministro della Giustizia Angelino Alfano il programma per le riforme e l’ha promosso a pieni voti.

 

Sindaco, sulla Giustizia tra Lega e Forza Italia ci sono stati nei mesi scorsi momenti di tensione, ora invece?

Ho sentito dal ministro proposte molto positive che condivido. Se al Governo non si perdono dietro le intercettazioni, la separazione delle carriere e altre proposte simili ma si concentrano sui problemi sentiti dalla gente allora va bene. E mi riferisco alla necessità della certezza della pena, a tempi più rapidi per i processi penali e civili, alla possibilità che gli stranieri possano scontare la pena nel loro Paese d’origine: questo chiedono i cittadini. Da Alfano ho sentito cose concrete, in particolare per dare di nuovo sostanza al valore rieducativo della pena stessa.

 

Più lavoro per i detenuti?

Sì, i detenuti devono lavorare, sia per aiutare la loro famiglia, sia per contribuire alle spese per il loro mantenimento, sia per favorire il loro reinserimento sociale, sia per risarcire le vittime dei loro reati. Oggi invece questo aspetto è molto marginale.

 

Vale per tutti?

No. Sono certamente positivi e degni di rilievo gli eventi di detenuti che vogliono riabilitarsi e recuperare un loro ruolo lavorativo nella società: vi sono però reati di tale gravità ed efferatezza, come quelli di Gorgo al Monticano, della signora Reggiani e del piccolo Tommy, per i quali anche in presenza di pentimento la pena deve essere espiata per intero.

 

Il carcere è pieno di chi compie reati minori, però...

Questo è uno dei problemi. Con la certezza della pena chi viene condannato a 6 mesi o a un anno, deve scontarli sul serio, mentre oggi rimane libero e indisturbato. Per questo, in prospettiva, servono realtà carcerarie diversificate. Oggi invece sono strutture standard che accolgono sia il pluriomicida che il piccolo spacciatore. Servono strutture più semplici dove possano esserci campi di lavoro, sorvegliati, meno costosi del carcere tradizionale. E i detenuti che intendono reinserirsi o che hanno da scontare pene brevi, devono fare lavori utili.

 

Per esempio?

Molto spesso i lavori svolti dai detenuti sono fittizi, predisposti appositamente dall’istituzione carceraria. Invece il percorso lavorativo deve essere utile, per tutti: possono fare i giardinieri, asfaltare le strade, fare i cuochi nelle mense, gli artigiani, partecipare alle raccolte stagionali nei campi...

 

E la sorveglianza?

Sono molto favorevole all’introduzione, per chi appunto esce dal carcere per lavorare o per chi è ai domiciliari, del braccialetto elettronico, proposta rilanciata qui a Rimini proprio dal ministro Alfano. Mi pare una misura più intelligente ed efficace del rito borbonico dell’obbligo di firma. Inoltre c’è un serio problema di costi...

 

Vale a dire?

In Italia il costo di mantenimento di un detenuto supera ormai i 100 mila euro l’anno; negli Stati Uniti è di 15 mila. Il nostro è un costo fuori misura e un detenuto che lavora in modo utile contribuisce anche ad abbattere le spese per il suo mantenimento.

 

La presenza dei soldati in città sta aiutando a contrastare i piccoli reati?

Sì, senz’altro è un esperimento positivo a io sono favorevole ad estendere in modo permanente la presenza dei militari nelle città, sul territorio nazionale. A questi soldati, inoltre, dovrebbe essere concessa la possibilità di entrare, alla fine del periodo di pattugliamento, nei carabinieri o nella polizia di Stato.

 

Con il ministro Alfano avete parlato della Corte d’Appello di Verona e della elezione dei pubblici ministeri?

No, non c’è stata l’occasione. E per la Corte d’Appello dobbiamo attendere che vengano razionalizzate sul territorio nazionale: la Sicilia ne ha 4, il Veneto una sola, a Venezia.

 

Un’ultima domanda sulla proposta dell’assessore regionale Donazzan di mettere un tetto alla presenza degli stranieri in aula. D’accordo?

Ma secondo me l’assessore Donazzan ha ragione, ma vorrei chiarire un aspetto. Se in una classe vengono inseriti stranieri che non conoscono l’italiano esiste un problema concreto di apprendimento e quindi è ovvio che non possono essere tanti perché altrimenti la classe non va avanti. Se gli stranieri in realtà sono in città da anni, parlano italiano, anzi anche il dialetto, e non hanno difficoltà di apprendimento, il problema non sussiste.

Cagliari: pericolo di vita per detenuto in sciopero della fame

 

Sardegna Oggi, 27 agosto 2008

 

Detenuto allo stremo a Buoncammino dopo un prolungato sciopero della fame. La denuncia arriva dalla consigliera regionale Maria Grazia Caligaris. Il giovane è in attesa di giudizio e respingendo le accuse mossegli non comprenderebbe le ragioni della prolungata detenzione in carcere.

La Caligaris chiede "un ricovero in una struttura ospedaliera per approfondire, con esami specifici, le cause psicologiche del grave gesto e per ripristinare condizioni fisiche idonee alla permanenza in carcere".

Un detenuto in attesa di giudizio, rinchiuso nel carcere di Buoncammino da un anno e 4 mesi, attua lo sciopero della fame dal 22 luglio scorso e si astiene dall’assumere liquidi dal 17 agosto. Le sue condizioni fisiche e psichiche destano preoccupazione e sono ormai incompatibili con la permanenza dietro le sbarre.

Lo denuncia la consigliera regionale socialista Maria Grazia Caligaris (Partito Socialista), componente della Commissione Diritti Civili, esprimendo preoccupazione per il "grave deperimento organico e per lo stato di depressione ansiosa in cui si trova il giovane detenuto".

Durante la visita in carcere l’esponente socialista lo ha invitato a sospendere la protesta per non compromettere ulteriormente lo stato di salute. "In oltre un mese di digiuno - sottolinea Caligaris - il detenuto, che ha 31 anni ed è alto 185 cm, ha perso 11 chilogrammi raggiungendo un peso di 53 chili. Il rifiuto di acqua e liquidi ha accentuato il processo degenerativo accelerando lo stato depressivo. Il giovane, che non è più in grado di reggersi sulle gambe, è assistito dal compagno di cella. Finora sono stati vani i diversi tentativi di farlo recedere dal proposito autolesionista".

"Non sono più sufficienti - ha sottolineato Caligaris - né le attenzioni dei medici dell’Istituto né degli Agenti di Polizia Penitenziaria. È invece urgente un ricovero in una struttura ospedaliera per approfondire, con esami specifici, le cause psicologiche del grave gesto e per ripristinare condizioni fisiche idonee alla permanenza in carcere".

"Il giovane, respingendo le accuse che gli vengono contestate, non riesce a rendersi conto della prolungata detenzione in attesa del processo. Il suo atteggiamento però può danneggiare in maniera irreversibile le condizioni psico-fisiche. È indispensabile - conclude Caligaris - che i giudici, in casi come questo, individuino soluzioni alternative al carcere in attesa che il processo accerti le reali responsabilità del detenuto. Restano ora incontrovertibili il grave deperimento organico e i rischi per la vita che richiedono immediati provvedimenti".

Massa Carrara: detenuti e agenti insieme in squadra di calcio

 

Il Tirreno, 27 agosto 2008

 

Si chiama Asd Galeotta ed è la sintesi calcistica di come i detenuti possono essere riaccolti dalla società civile. Più semplicemente, la Galeotta è la squadra di calcio nata da un progetto altisonante prima di tutto dal punto di vista sociale dacché nei suoi ranghi sono presenti detenuti, rappresentanti dell’Arma Carabinieri, della Polizia Penitenziaria nonché semplici civili.

Il progetto si è realizzato con l’iscrizione della compagine al campionato di terza categoria. Un traguardo importante che sarà ufficializzato nei prossimi giorni con la presentazione in pompa magna di squadra e dirigenti e che non avrebbe potuto vedere la luce senza l’impegno del direttore della casa circondariale apuana, Salvatore Iodice, fiancheggiato da Lorenzo Porzano e dal sovrintendente capo Antonio Cofrancesco, rispettivamente presidente e direttore sportivo della Galeotta.

Esperimenti simili sono nati a Rebibbia e ad Opera, sennonché, mentre nei casi citati le squadre sono composte esclusivamente da detenuti, nel caso apuano si tratta di una compagine eterogenea ma che racchiude praticamente ogni singola parte del percorso di riabilitazione del detenuto. In sostanza, l’obiettivo è quello di dare la possibilità a chi finisce in carcere di avere un trampolino di lancio che permetta l’immediato inizio di un percorso riabilitativo con la società civile pronta a riaccoglierlo. In questo senso, il direttore della Casa circondariale apuana da tempo ha intrapreso iniziative di spessore.

Roma: Alemanno; ora censiremo tutti i "senza fissa dimora"

 

Il Giornale, 27 agosto 2008

 

aiuto Sono passati quasi cinque giorni, ma il degrado è ancora il sovrano assoluto nel casale lungo la Portuense dove venerdì notte sono stati aggrediti i due turisti olandesi. Ci sono vetri di bottiglie rotte e barattoli arrugginiti che emergono dalla sterpaglia, in ogni angolo escrementi di animali e preservativi usati pronti ad attaccarsi alle scarpe.

All’interno, nell’edificio pericolante, un divano consumato dal tempo, tende-coperte di fortuna e un materasso sdrucito, di fronte al quale un cane bianco e smunto fa la guardia immobile. "È un’area privata, non potevamo intervenire più di tanto", afferma a voce bassa un carabiniere della vicina stazione di Ponte Galeria, quasi giustificandosi. Ma nessuno ha da muovere accuse: in attesa dell’arrivo del sindaco per un sopralluogo, qualcosa di importante si è già mosso.

La Protezione Civile è già al lavoro per recintare i 400 metri dell’area e, a quanto pare, "stanno procedendo a tempi di record, finiranno stasera quando in genere per questo tipo di interventi ci vuole una settimana". Lo dice distrattamente un vigile urbano mentre si affanna a regolare il flusso dei veicoli che spuntano da ogni parte. Perché in un luogo così isolato, sospeso a mezz’aria tra la stazione di Ponte Galeria e i palazzoni minacciosi di Corviale, così tanta gente non si era mai vista.

"Abbiamo diffidato la proprietà di questo stabile - dice Alemanno mentre si avvicina al casale - affinché entro cinque giorni lo metta in sicurezza murandolo o abbattendolo". Non c’è "la padrona di casa" ad accogliere il primo cittadino, "è una signora anziana", spiegano alcuni residenti. Al suo posto ecco invece il fattore, che porta il sindaco a fare un giro approfondito dell’area: lui si informa, vuole sapere esattamente che cosa è successo in quel luogo "dimenticato da dio e dagli uomini", poi si indigna e bolla i due pastori come "bestie che non meritano perdono". In fondo, per dargli ragione, "basta vedere quello che hanno fatto".

È lucido e attento nonostante la febbre Alemanno, ha capito che c’è un "problema nuovo" da affrontare, ma nello stesso tempo pare avere già elaborato le strategie più adatte per venirne a capo: "Occorre dare sicurezza alle aree non urbane - continua - dobbiamo elaborare una strategia ulteriore". Che passa per esempio dall’estendere il censimento dei campi nomadi a tutti i senza fissa dimora, i quali "spesso vivono nel degrado". E poi? "Occorre fare un monitoraggio di tutta la manodopera agricola romana - aggiunge - per capire come viene utilizzata e dove viene alloggiata, evitando che si verifichino situazioni di emarginazione e disagio".

Insomma, tanto per tirare le somme: il sindaco è ben consapevole che "questi fatti possono sempre accadere", l’importante è non far finta di niente, anche quando si tratta di "casi limite". Poi arriva la stoccata all’opposizione, "l’unica che ha frainteso le mie parole", afferma laconico Alemanno, quasi per mettere a tacere una volta per tutte gli spifferi polemici di questi infiniti giorni.

Intorno a lui, per un rapido conciliabolo in attesa dell’incontro di stamattina in Campidoglio con le organizzazioni agricole e la Forestale, ci sono il generale Mario Mori, che guiderà l’ufficio extradipartimentale per la sicurezza e il decoro del Comune, e il consigliere Fabrizio Santori, presidente della commissione Sicurezza. "È importante - ci dice Santori - che il sindaco si sia voluto rendere conto di persona di questo problema. Nessuno prima di lui lo aveva fatto. Questo è solo il primo passo per un’azione davvero incisiva".

Anche alcuni residenti della zona si sono presentati all’appuntamento per esporre ad alta voce le loro preoccupazioni. Michele Marturano, titolare di una pizzeria a Ponte Galeria, spiega per esempio che i cittadini vivono "in continuo allarme, le strade sono piene di prostitute e le case svaligiate". Molti di quei criminali arriverebbero dal vicino Cpt, serbatoio di sbandati senza un luogo preciso dove andare una volta liberi. La "strategia ulteriore" di Alemanno contro il "problema nuovo" dovrà tenere in conto anche questo aspetto.

Droghe: Giovanardi; 1mln e mezzo € per "test" automobilisti

 

Notiziario Aduc, 27 agosto 2008

 

Un milione e mezzo di euro per finanziare un fondo che servirà ad effettuare controlli più rigidi in materia di sicurezza stradale e contrasto agli incidenti causati da automobilisti che guidano sotto effetto di stupefacenti. Un’iniziativa per far fronte alle stragi del sabato sera annunciata dal sottosegretario di Stato della Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega alle politiche antidroga, Carlo Giovanardi.

"A partire da venerdì nei fine settimana partirà un progetto sperimentale che prevede l’utilizzo di unità mobili sanitarie nei posti di blocco predisposti dalle forze dell’ordine per verificare con efficacia immediata la quantità di droga presente nel sangue degli automobilisti", ha detto Giovanardi intervenendo a Viva Voce, trasmissione di Radio 24. L’iniziativa non è l’unica del governo in tema di sicurezza sulle strade.

"A settembre partirà un progetto sperimentale in quattro città pilota, Verona, Perugia, Foggia e Cagliari che prevede un test antidroga per chi si accinge a prendere la patente o il patentino", spiega Giovanardi. Stesso discorso per la legge che prevede l’obbligo di sottoporsi a test per tutti i lavoratori a rischio (ad esempio piloti di aereo e autobus, ma anche i medici) che dovranno sottoporsi all’esame antidroga. Allo studio del governo inoltre una norma che vogliamo introdurre nel disegno di legge sulla sicurezza, che dovrebbe permettere di contrastare i negozi dove vendono le cosiddette droghe furbe e anche i rave party, annuncia Giovanardi. Iniziative bocciate dal sindacato di polizia che bolla come ipocriti gli interventi del governo.

Per Claudio Giardullo, segretario nazionale del Silp Cgil, quelle annunciate da Giovanardi sono manovre di ipocrisia. I controlli sono per noi fondamentali ma se da una parte se ne programmano degli altri dall’altra si fanno tagli per i prossimi 5 anni di 270 mln di euro al personale delle forze dell’ordine. Il taglio di spesa complessiva sulla sicurezza sono di un miliardo di euro per i prossimi tre anni. Bisogna dirlo ai cittadini. I controlli vanno realizzati permanentemente. La prevenzione funziona se si realizza tutti i giorni. Il numero di veicoli viaggianti sta aumentando - conclude Giardullo - la nostra rete autostradale non è sempre all’altezza dei criteri di sicurezza e a fronte di questo il Paese dovrebbe investire di più su questo tema.

Droghe: Firenze; dosi a 10 €, allarme eroina tra i giovanissimi

 

La Nazione, 27 agosto 2008

 

Un boom di consumo di eroina tra i giovani e i giovanissimi. È questo il quadro che è emerso nel corso di una riunione del coordinamento comunale dipendenze.

Un boom di consumo di eroina tra i giovani e i giovanissimi. È questo il quadro che è emerso nel corso di una riunione del coordinamento comunale dipendenze cui hanno partecipato l’assessore alle politiche sociosanitarie e presidente della Società della Salute Graziano Cioni, il direttore della Società della Salute Riccardo Poli e Duilio Borselli responsabile del servizio dipendenze e salute mentale del Comune.

Un dato che ha fatto immediatamente scattare l’allarme perché, come spiega l’assessore Cioni "si tratta di una novità rispetto al quadro consolidato fino a qualche anno fa dove i consumatori tipo di eroina erano persone non più giovanissime. Qui siamo di fronte a un ritorno al consumo di questa sostanza soprattutto da parte di giovani studenti universitari. Una tendenza che, secondo gli operatori, è andata consolidandosi negli ultimi tre anni".

A preoccupare anche l’impennata di persone che si rivolgono ai Sert dell’Azienda sanitaria di Firenze. "In un anno, dal 2006 al 2007 - precisa il direttore della Società della Salute Poli - i consumatori di eroina che si sono rivolti ai servizi sono aumentati dell’8% e, dato molto preoccupante, sono in aumento i giovani e giovanissimi. E se si considera che le persone che si rivolgono ai servizi sono una quota limitata di consumatori, quelli cioè che si rendono conto del problema e decidono di chiedere aiuto, siamo sicuramente di fronte a un dato sottostimato".

In termini assoluti gli utenti che si sono rivolti ai Sert dell’Asl 10 nel 2007 sono stati 493 (107 in più rispetto al 2006) così suddivisi: 381 persone con problemi di abuso e dipendenze da sostanze illegali, 48 consumatori non ancora con problemi di dipendenza, 34 con problemi legati al consumo di alcol e 30 con problematiche diverse (tra cui il gioco d’azzardo, la cannabis e via dicendo).

Ma i dati più significativi emergono suddividendo i 493 utenti per fasce d’età e per tipo di consumo: ebbene nella fascia 15-19 anni il 13% dichiara il consumo di eroina, il 4% di cocaina, il 61% di cannabis e il 21% di alcol; in quella 20-25 anni, dove forte è la componente di studenti universitari, il consumo di eroina quasi triplica balzando al 38%, raddoppia quello di cocaina passando all’8%, si riduce quello di cannabis al 42% e quello di alcol al 7%

Tra le ragioni alla base di questo ritorno dell’eroina sicuramente il prezzo ridotto con cui questa droga viene offerta sul mercato. "Gli utenti dei servizi raccontano di micro dosi da 10 euro - ha spiegato Borselli -: si tratta di droga molto pericolosa e a basso costo".

Per quanto riguarda il modo di assunzione dell’eroina, Borselli ha aggiunto che "si inizia sniffando la sostanza per poi passare, quando gli effetti diluiscono per assuefazione, al classico ‘bucò. Da questi dati emerge un nuovo identikit del consumatore di eroina: non siamo più di fronte al tossicodipendente quarantenne di lungo corso spesso ai margini della società, ma a studenti universitari di 20-25 anni provenienti da famiglie di media cultura e ancora pienamente immersi nella vita sociale". "Di fronte a questa situazione non possiamo che essere preoccupati - ha concluso l’assessore Cioni -. Oltre a lanciare l’allarme, nelle prossime settimane ci attiveremo per individuare efficaci strumenti di informazione e prevenzione mirati".

Gran Bretagna: "castrazione chimica" volontaria per i pedofili

 

Apcom, 27 agosto 2008

 

Dopo la Svezia, la Danimarca, il Canada e alcuni stati degli Usa, ora anche la Gran Bretagna ha introdotto la castrazione chimica per i pedofili, su base volontaria. Lo scrive l’edizione online del "Telegraph". L’iniziativa - avviata già l’ottobre scorso, ma diffusa solo oggi - avrebbe già ricevuto il via libera del governo, sulla base dei risultati ottenuti nei paesi dove la castrazione chimica è già utilizzata. In Svezia e in Danimarca, per esempio, la percentuale dei casi di recidivi è crollata dal 40 al 5 per cento. Il trattamento prevede la somministrazione di medicine che riducono il livello di testosterone, portandolo alle quantità presenti in un pre-adolescente.

Il professor Don Grubin - psichiatra criminale dell’Istituto di Neuroscienze dell’Università di Newcastle, nel nord Inghilterra, incaricato dal ministero della Salute di coordinare la somministrazione del trattamento - ha spiegato che potranno farne richiesta solo i detenuti che hanno finito di scontare la pena. Grubin ha inoltre aggiunto che il trattamento non sostituisce in alcun modo la condanna.

Kenya: un italiano 75enne condannato a 5 anni, per pedofilia

 

Corriere della Sera, 27 agosto 2008

 

Accusato di sodomia e di rapporti orali con bambini un italiano di 75 anni, Medado Caretta, è stato condannato dal giudice Beatrice Jaden di Malindi, in Kenya, a 5 anni di carcere. Il magistrato, nonostante l’età gli ha negato gli arresti domiciliari o il pagamento di una cauzione per attendere l’appello fuori dal carcere. Ma la storia non sembra così semplice. Caretta sostiene di essere innocente, che tutto è stato inventato ed è solo un tentativo di estorsione. Era così sicuro di essere assolto che nei quattro anni di processo è stato in Italia più volte per cure, ma è sempre tornato nelle sua casa di Malindi.

L’incubo di Caretta comincia il 23 luglio 2004 quando alla porta della sua residenza a Kibokoni Estate bussano due ragazzini. Uno ha dieci anni l’altro è leggermente più grande. Chiedono l’elemosina. Lui sostiene di averli fatti entrare in casa, di averli fatti aspettare e di aver a ciascuno di loro regalato 200 scellini kenioti, un paio di euro. Ma la storia raccontata dai parenti dei due piccoli è diversa: secondo loro l’italiano non solo li ha adescati ma dopo averli fatti entrare in casa ha sodomizzato il più grande e ha "succhiato il membro maschile" (testuale dalla denuncia) del più piccolo. Caretta viene messo sotto accusa ma evita il carcere solo in cambio di una cauzione equivalente a 5000 euro. Comincia il processo che viene rinviato un’ottantina di volte. La pubblica accusa, chiama a deporre l’ispettore Kennedy Limera il quale racconta che in quel giorno in due ragazzini stavano giocando davanti alla casa dell’italiano quando l’uomo è comparso in mutande con un sacco pieno di spazzatura in mano. Secondo Limera, Caretta ha invitato i ragazzini a entrare in casa promettendo di offrirgli biscotti e caramelle. I piccoli - secondo questa versione - l’hanno seguito. È stato a quel punto che lui li ha spogliati ne ha violentato uno e ha seviziato il secondo: "Ha perfino fatto notare che questo era circonciso", ha tuonato Limera, senza però portare alcuna prova di quanto stata affermando. È stato a questo punto, ha sostenuto l’ispettore, che Caretta ha regalato i 200 scellini ai ragazzi facendogli promettere che non avrebbero raccontato a nessuno quanto accaduto. Ma loro hanno disobbedito e hanno parlato dell’episodio al direttore della loro scuola, il quale a sua volta si è rivolto alla polizia.

L’avvocato di Caretta ha reagito con violenza verbale: "Tutto inventato per spillare soldi al mio cliente. Infatti la madre di uno dei due bambini, dopo che questi aveva regalato loro 200 scellini, ha minacciato di denunciarlo alla polizia se non avesse pagato 500 mila scellini (5000 euro, ndr)". "Ovviamente mi sono ben guardato dal pagare - ha spiegato Caretta al giudice - e anche dopo la denuncia i parenti dei bambini mi hanno chiesto soldi per ritirarla. Mi sono sempre rifiutato". Ha poi aggiunto mostrando alcuni documenti sul suo stato di salute: "Sono gravemente malato di cuore e non posso avere rapporti sessuali. Figurarsi se rischio la vita per violentare due ragazzini".

Il giudice non gli ha creduto: "Ha analizzato tutte le prove e le analisi mediche: i due ragazzini sono stati violentati". "Si è scordata di provare che è stato Medado a violentarli - ha commentato sarcasticamente un amico dell’italiano che preferisce restare anonimo per evitare ritorsioni -. Quel povero vecchio non potrebbe far male a una mosca neppure se lo volesse. Occorre aiutarlo a uscire dall’inferno dei carceri kenioti".

 

 

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