Rassegna stampa 30 marzo

 

Giustizia: difensori BR detenuti denunciano trattamenti illegali

 

Apcom, 30 marzo 2007

 

"Le autorità carcerarie applicano ulteriori misure che di fatto costringono gli indagati in una condizione di isolamento e di esclusione dalle attività in comune e comunque in una condizione non rispondente ai dettami della legge".

Lo scrivono in un documento gli avvocati difensori di 12 dei 15 arrestati nel blitz del 12 febbraio scorso relativo alla cosiddetta "Seconda posizione" delle Brigate Rosse. I legali si rivolgono al pm Ilda Boccassini, al gip Guido Salvini, al magistrato di sorveglianza, al provveditore regionale delle carceri e al dipartimento della amministrazione penitenziaria chiedendo "il rispetto dei diritti degli indagati e il ripristino della legalità".

Gli avvocati Giuseppe Pelazza, Ugo Giannangeli, Alberto Covi, Chiara Balbinot, Pierluigi Sodano, Sandro Clementi e Ferdinando Bonon assistono Claudio Latino, Bruno Ghirardi, Amarilli Caprio, Vincenzo Sisi, Alfredo Mazzamauro, Massimiliano Gaeta, Davide Bortolato, Alfredo Davanzo, Alessandro Toschi, Federico Salotto, Massimiliano Toschi, Andrea Scantamburlo.

"Risulta ai sottoscritti - affermano i legali - che il pm Boccassini avrebbe disposto oltre alla censura sulla corrispondenza il divieto di incontro tra gli indagati nonché il divieto di incontro tra gli stessi e altri soggetti che siano a loro volta indagati, imputati o condannati per reati associativi di carattere politico".

Secondo i difensori i responsabili delle prigioni sarebbero andati oltre spiegando che c’è chi è costretto a fare l’ora d’aria da solo, chi può parlare solo con le guardie, chi non può tenere in cella nemmeno il dentifricio o un fornello personale, chi è impossibilitato a svolgere esercizi fisici.

Gli avvocati scrivono di "indebita aggressione al complesso della personalità degli indagati che non può che riverberarsi sulla regolarità dello stesso procedimento" e invitano il pm a vigilare affinché la censura sulla corrispondenza non si trasformi in un vero e proprio "blocco" della stessa. Per i legali le attuali condizioni di detenzione rappresentano la violazione del diritto di difesa.

Giustizia: Giuseppe Soffiantini; ecco perché credo nel perdono

 

Giornale di Brescia, 30 marzo 2007

 

Che cos’è il perdono dopo otto mesi di prigionia ed essere sempre legati a una catena lunga due metri? Come si fa a non perdere la testa? È stata una lezione particolare quella che si è svolta ieri pomeriggio nell’aula magna della facoltà di Giurisprudenza, in via San Faustino. Relatore d’eccezione Giuseppe Soffiantini, l’industriale manerbiese di 72 anni rapito il 17 giugno del 1997 nella sua casa e liberato dopo un lungo calvario il 9 febbraio del 1998. Un’esperienza drammatica, violenta, che ebbe profonda eco a livello nazionale anche per l’efferatezza dei rapitori.

Eppure ieri pomeriggio, davanti agli studenti, Giuseppe Soffiantini era lì, sorridente e pacato, semplice nel parlare. Non a raccontare per l’ennesima volta il dramma personale, della moglie, dei figli, delle persone più care. Ma a spiegare che cos’è il perdono.

Al tavolo con lui, c’erano Carlo Alberto Romano, docente di Criminologia e animatore dell’associazione di volontariato "Carcere e territorio", Livia Copeta di Confcooperative (che, con l’Università, ha promosso l’incontro), il garante dei diritti dei detenuti Mario Fappani e il giornalista Tonino Zana, autore di un libro sulla vicenda dell’industriale. Tema dell’incontro, la "Giustizia riparativa e la tutela della vittima nell’esecuzione penale".

"Il perdono non è augurare all’altro di restare libero nonostante il reato commesso, non è porgere l’altra guancia invitando l’altro a darti un’altra sberla - ha detto -: chi sbaglia deve pagare, ma bisogna dare la possibilità a chi vuole di "recuperarsi".

Il perdono, per Soffiantini, è necessario soprattutto per la vittima: "È stato un percorso necessario: se avessi covato odio e vendetta, sarei rimasto legato ai miei sequestratori per tutta la vita. Il perdono permette di liberarsi dalle violenze subite".

Soffiantini ha accennato alla sua prigionia, alla necessità di pensare ai propri cari e al dialogo con Dio per "non perdere la testa". Nelle sue parole anche il racconto del dialogo avviato con uno dei rapitori, Giovanni Farina, ora in carcere. Dello scambio di lettere, l’ultima delle quali ricevuta proprio nella mattinata di ieri, e dell’ipotesi di pubblicare un libro che raccolga le poesie scritte da Farina: "Non che siano poesie da Giovanni Pascoli - ha sorriso -, ma vedo da parte sua la volontà di elevarsi".

Soffiantini non ha voluto addentrarsi nelle questioni dell’attualità e tanto meno nelle polemiche sull’indulto, ma ha osservato che non è buona cosa pensare di tenere le persone in strutture "fatiscenti e sovraffollate". Avere una situazione carceraria migliore, attuare percorsi di riabilitazione reali, dare l’opportunità di avere un lavoro è, secondo Soffiantini, "un investimento per tutti". E alla domanda sulle reazioni che suscitano queste sue affermazioni tra i suoi amici e nella sua Manerbio replica: "In tanti mi dicono: "Nessun rapporto con quelle bestie lì". Ma io credo che sotto la scorza si trova sempre l’uomo e lì bisogna cercare".

"Un esempio di saggezza che riassume lo scibile di tanti libri sul reinserimento sociale - ha commentato la direttrice delle carceri bresciane, Maria Grazia Bregoli -: spesso ci si dimentica che chi sta scontando la pena ha commesso il reato dieci anni prima ed è una persona diversa. La vendetta e il pregiudizio non aiutano".

Quasi imbarazzata, Bregoli ha espresso ad alta voce il desiderio che Soffiantini vada a raccontare queste cose anche in carcere. Un invito immediatamente accolto e che farà diventare la struttura di Canton Mombello un luogo "aperto" al confronto nelle prossime settimane. Lo ha affermato il garante dei detenuti Mario Fappani, ricordando il Consiglio comunale che si terrà in carcere in maggio per ascoltare la sua relazione annuale. "So che qualcuno ha sollevato polemiche per questa convocazione del Consiglio comunale - ha detto Fappani -, ma io credo che sarà una grande occasione per dire che il carcere esiste e che almeno per un giorno si proverà a conoscere la realtà della detenzione".

Livia Copeta di Federsolidarietà ha accennato dal canto suo alle 103 cooperative di inserimento lavorativo attive nella provincia di Brescia, la maggior parte delle quali si occupano anche di persone uscite dal carcere o in esecuzione di pena. Cooperative che operano all’esterno, ma anche all’interno delle mura delle carceri. Sono il segno di un percorso virtuoso che vede coinvolti diversi soggetti, pubblici e privati. "L’opportunità di avere un lavoro costituisce un pilastro fondamentale per la diminuzione della recidiva - ha affermato Carlo Alberto Romano -. Ma il "pubblico" non può più essere banale committente di progetti, deve diventare protagonista. E la comunità deve essere coinvolta in tale percorso".

Nelle sue riflessioni, è stato posto con forza il tema della giustizia riparativa, un percorso che non mette al centro il reato, ma le conseguenze del reato sulle persone. È un’attività di relazione e centrale diventano la vittima e l’esecutore del reato. "Questo non è buonismo: la giustizia riparativa ha a cuore la vittima e la comunità, e questo viene riconosciuto da tempo dagli ordinamenti più avanzati.

È il nostro legislatore a essere disattento", ha spiegato Romano. Il discorso è un altro: nella giustizia riparativa c’è il rispetto delle persone, di tutte, nella loro dignità e sofferenza. Perché, sono parole di Mario Fappani, la riparazione non è "solo un atto in sé apprezzabile ma è un "riparare le relazioni" e quindi rinsaldare il patto di cittadinanza". Un percorso difficile, ma necessario, per scrostare l’idea che la giustizia debba essere solo punizione ed esecuzione della pena.

Pescara: il Congresso degli Assistenti Sociali della Giustizia

 

Redattore Sociale, 30 marzo 2007

 

Tossicodipendenti, immigrati, malati psichici: sempre più "penalizzato" il disagio sociale. A Pescara il congresso del Coordinamento assistenti sociali giustizia. Muschitiello: "La tendenza è quella di spostare nell’ambito del penale le soluzioni a problematiche e fenomeni sociali".

È l’immagine di un’Italia a due facce quella che emerge dal congresso del Casg - Coordinamento assistenti sociali giustizia in corso nella Sala dei marmi della Provincia di Pescara - una impegnata nel recupero e inclusione sociale dei detenuti, l’altra, politico-istituzionale, preoccupata di reprimere e rinchiudere.

Va dritta al sodo la relazione della segretaria nazionale Anna Muschitiello e lo fa parlando dei 41mila detenuti che dal 1975, per effetto della riforma penitenziaria, hanno potuto usufruire, grazie all’introduzione dei servizi sociali in carcere, di misure alternative alla detenzione con un approccio completamente diverso da quello correzionale proprio dell’istituzione carceraria. Un’evoluzione quella fatta dal legislatore per cui il detenuto doveva essere reintrodotto nella società e non piuttosto tenuto ai margini.

Nell’attuale volontà politica sembra però resistere l’idea della pena e del controllo quali strumenti efficaci ed economici per la lotta alle diverse forme di criminalità. "La tendenza che si è affermata nella politica degli anni appena trascorsi - sottolinea la Muschitiello - è quella di spostare sempre più nell’ambito del penale le soluzioni a problematiche e fenomeni sociali quali: le dipendenze, l’immigrazione, il disagio psichico contribuendo a far crescere a dismisura la popolazione carceraria tanto da rendere necessario l’indulto".

Se da una parte aumentano le misure alternative dall’altra non si assiste ad una diminuzione delle pene detentive, ma anzi negli ultimi tempi numerose leggi hanno "penalizzato" sempre di più il disagio sociale, in particolar modo le leggi Bossi/Fini e la Fini/Giovanardi che, secondo la presidente del Casg, hanno contribuito e non poco ad incrementare gli ingressi in carcere di quelle fasce di soggetti che fino a quel momento non venivano criminalizzati, ma considerati per l’appunto portatori di disagio sociale.

"Se queste leggi non verranno modificate - sottolinea ancora Muschitiello - si rischia di ritrovarsi nelle carceri un numero maggiore di detenuti rispetto all’agosto scorso". L’attuale Governo ha fatto ben poco per modificare le norme che a detta di molti sono considerate delle "leggi vergogna".

"Nonostante il cambio di indirizzo politico - conclude - le soluzioni che si stanno andando a individuare sono sempre e solo di natura repressiva e di controllo. Non è un caso che l’attuale Ministro della giustizia Clemente Mastella, abbia annunciato tra i primi propositi del suo dicastero quello di istituire commissariati di polizia penitenziaria sul territorio con specifici compiti di controllo sulle misure alternative al carcere".

Sulmona: detenuti scrivono ai figli; state lontani dalla malavita

 

La Sicilia, 30 marzo 2007

 

Tenere i propri figli lontano dal carcere e cioè dal loro percorso criminale. È con questo spirito che quaranta su cinquanta detenuti della sezione Alta sicurezza del carcere di Sulmona, esponenti di tutte le mafie, hanno sottoscritto l’appello a scegliere la legalità rivolto dall’ex boss della camorra Mario Savio, recluso nello stesso penitenziario, al proprio figlio, pericolosamente avviato sulla sua stessa strada.

Le parole di Savio, che sta scontando una condanna all’ergastolo, sono contenute in un libro "La malavita - Lettere di un boss della camorra al figlio", scritto con il giornalista Fabio Venditti che ha periodicamente incontrato il detenuto nel carcere di Sulmona, e pubblicato nell’autunno scorso. Il messaggio è che il percorso criminale è comunque perdente: "poi capisci, quando paghi tutto il biglietto, che non sei per niente tu a comandare. Non resta che la sofferenza. E la terribile sensazione del fallimento".

Un appello a cui ora hanno voluto aderire i suoi compagni di detenzione che hanno aggiunto altre parole: "Condividiamo queste frasi e vogliamo appropriarcene perché ognuno di noi è padre e la nostra sfida è quella di tenere i figli lontani dal carcere: la vita è un’altra".

Il documento dei 40 detenuti, che era stato recapitato a Venditti, è ora sul tavolo del ministro Mastella.

Roma: detenuti informatizzano l'archivio dell’autotrasporto

 

Redattore Sociale, 30 marzo 2007

 

Siglano un protocollo per reinserimento lavorativo l’assessore provinciale alla mobilità e il Garante del Lazio. Garantito un periodo di formazione sull’uso di computer, scanner e programmi software.

Nuove opportunità di reinserimento per i detenuti del Lazio dopo il protocollo siglato ieri dall’assessore provinciale alla Mobilità e ai Trasporti, Michele Civita, il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Angiolo Marroni, il direttore della Casa Circondariale di Civitavecchia, Giuseppe Tressanti e il presidente del consorzio "Lavoro & Libertà", Mauro Pellegrini.

I detenuti del carcere di Civitavecchia si occuperanno di informatizzare le oltre ventimila schede che compongono l’archivio dell’Albo dell’autotrasporto della Provincia di Roma. In particolare, il protocollo d’intesa prevede la trasformazione in supporto informatico, all’interno del carcere di Civitavecchia, di oltre 20mila fascicoli cartacei che riguardano rilasci e rinnovi di permessi e licenze per il trasporto sia in conto proprio che in conto terzi.

"Questo accordo permetterà all’Amministrazione provinciale di migliorare la gestione dell’Albo dell’autotrasporto - ha spiegato l’assessore Civita - e consentirà ai detenuti di acquisire una formazione importate in previsione di un futuro inserimento nel mondo del lavoro".

Nei prossimi giorni il Consorzio "Lavoro & Libertà", che ha materialmente avuto la commessa dalla Provincia di Roma, inizierà la formazione dei detenuti coinvolti nel progetto che saranno retribuiti per il loro lavoro. La formazione riguarderà, in particolare, l’uso di computer, scanner e programmi software, in modo da far acquisire ai detenuti la preparazione indispensabile per portare a termine il lavoro.

Il Garante dei detenuti si occuperà del coordinamento del progetto, della definizione degli aspetti operativi e del rispetto dei diritti dei detenuti. "Giudico importante che la Provincia di Roma abbia affidato ai detenuti del carcere di Civitavecchia un compito così delicato - ha detto il Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti Angiolo Marroni -.

La loro responsabilizzazione, il farli sentire parte integrante di un mondo, è uno dei capisaldi del percorso che riporterà queste persone a pieno titolo nella società. Inoltre, la partecipazione al progetto è un’opportunità di formazione per i detenuti che, imparando ad usare il computer, avranno un’opportunità in più in vista del loro approdo sul mercato del lavoro".

Benevento: al via progetto per il reinserimento dei detenuti

 

Gazzetta del Sud, 30 marzo 2007

 

Valorizzare le capacità produttive e relazionali delle persone condannate, in detenzione o in misura alternativa, e dei soggetti liberi che hanno riportato condanne penali. Questo è il principale obiettivo del protocollo d’intesa firmato presso la sede dell’Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe) di Avellino e Benevento (sede di servizio della città sannita) fra lo stesso Uepe ed il Consorzio Amistade, ente attuatore per conto dell’assessorato alle Politiche del lavoro della Provincia di Benevento del progetto di informazione e orientamento al lavoro dei diversamente abili (Siol).

Tenuto conto delle le finalità perseguite da entrambi i soggetti pubblici volte a percorsi di reinserimento sociale dei soggetti, e per attuare nuove forme di collaborazione, il protocollo d’intesa punta a migliorare le capacità produttive e relazionali delle persone condannate che attualmente si trovano in stato di detenzione o che beneficiano di misure alternative al carcere.

In altre parole, si vuole agevolare per tali soggetti un percorso di autodeterminazione nel contesto sociale e lavorativo, stimolando la partecipazione e la progettualità dei servizi pubblici, del privato sociale e del no-profit. La sinergia di intenti tra i due soggetti pubblici (Uepe e Consorzio Amistade) può aprire la strada ad altre forme di concertazione per ridimensionare l’emarginazione dei soggetti più deboli e a rischio di esclusione dal mercato del lavoro.

Massa: una ludoteca in carcere, per i figli dei detenuti

 

In Toscana, 30 marzo 2007

 

Bambini e carcere: un’integrazione possibile grazie alla ludoteca. In occasione della "Festa del papà" i bambini hanno varcato le porte dell’istituto di Massa per festeggiare i propri padri reclusi.

La Direzione della Casa di Reclusione di Massa in collaborazione con il Comitato per il Telefono Azzurro di Massa ha dato vita, nel giugno del 2005, al progetto "Bambini e carcere - Ludoteca in carcere", un’importante iniziativa per rimediare, mediante la realizzazione di una ludoteca, all’impatto traumatico dei giovanissimi familiari dei reclusi con l’ambiente intrinsecamente rigoroso ed impersonale del penitenziario.

Purtroppo il carcere, oltre a colpire il reo, come sanzione legittimamente prevista, incide più o meno direttamente anche sulla vita dei familiari, manifestando i suoi effetti deleteri soprattutto sui piccoli parenti che, ovviamente, non hanno una maturità adeguata per comprendere i motivi e le conseguenze della pena.

Il progetto ha previsto l’allestimento presso l’"Area verde" dell’Istituto di pena massese - uno spazio all’aperto predisposto per le visite dei familiari dei detenuti - di un’area attrezzata all’interno della quale i reclusi, su richiesta, possono davvero entrare in contatto fisico con i propri bambini e, attraverso il gioco, tentare di recuperare quella dimensione di intima familiarità purtroppo interrotta a causa della detenzione.

La ludoteca è stata gestita da un gruppo di volontarie di Telefono Azzurro che si sono occupate di organizzare e realizzare le attività ludiche da proporre a genitori e bambini, in collaborazione con gli operatori dell’Area Trattamentale e dell’Area della Sicurezza del penitenziario relativamente agli aspetti di propria competenza.

L’esperienza è stata condotta in maniera continuativa nel periodo giugno-settembre dell’anno 2005 poi si è interrotta per la mancanza di adeguati spazi interni da adibire al progetto in via permanente. Nell’anno 2006, nonostante sia stato possibile organizzare soltanto un incontro presso la ludoteca per la concomitanza di massicci lavori di ristrutturazione dell’Istituto penitenziario, si è voluto mantenere comunque vivo il progetto realizzando due momenti di comunione ludica tra detenuti e famiglie in occasione della ricorrenza della Festa del papà e del Natale.

Anche quest’anno la Festa del papà, anticipata al 17 marzo per motivi organizzativi, è stata occasione per aprire le porte del carcere ai familiari e soprattutto ai bambini, che hanno così potuto trascorrere con i propri padri detenuti una giornata all’insegna del divertimento e della spensieratezza in un luogo, la sala polivalente dell’istituto penitenziario, attrezzato di tutto punto per dar vita ad un contesto sicuramente più adatto alle esigenze ludiche dei piccoli ospiti. Grazie anche alla collaborazione offerta dal personale dell’Area trattamentale e dell’Area della Sicurezza della Direzione del carcere massese, le volontarie di Telefono Azzurro hanno organizzato tantissimi giochi per i bambini che, tra l’altro, si sono deliziati con la torta gigante preparata per l’occasione.

Come in altre occasioni, i bambini hanno dimostrato di gradire molto questa diversa modalità di contatto con i propri padri, ed hanno potuto godere di un momento di "normalità" insieme ai loro genitori e alle altre famiglie che vivono il problema della detenzione.

Genova: nasce la Rete interistituzionale per il reinserimento

 

www.quotidianoligure.it, 30 marzo 2007

 

Il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti ed ex detenuti sono al centro delle due intese (rispettivamente tra la Provincia, il Comune di Genova e il Provveditorato Regionale della Liguria dell’Amministrazione Penitenziaria e tra Italia Lavoro e la Provincia, capofila di una rete interistituzionale) che presentate oggi, con una conferenza stampa alle 12, in Provincia. Sono intervenuti, per la Provincia, il presidente Alessandro Repetto, e la presidente della Commissione speciale Carceri del Consiglio Provinciale Milò Bertolotto, che ha presentato anche il consuntivo delle iniziative e delle azioni realizzate dalla commissione.

Udine: gli spazi per nuovo carcere ci sono, a sud-ovest

 

Il Gazzettino, 30 marzo 2007

 

Uno spazio per un nuovo carcere nella zona sud-ovest della città. L’ipotesi, di quelle destinate a "far rumore", è contenuta nella proposta di piano regolatore presentata al Comune dal gruppo di progettazione dell’ateneo di Udine, che, secondo quanto riferisce il consigliere comunale Diego Volpe Pasini (Sos Italia), ha individuato un terreno "di riserva", destinato a insediamenti di pubblica utilità in fondo alla zona annonaria, a poca distanza dalla Romanello.

Uno spazio che, secondo il progetto, in una prospettiva di lungo termine, potrebbe accogliere anche un nuovo carcere, nel caso in cui il ministero prendesse una decisione in tal senso. "Uno degli aspetti di grande interesse della proposta di piano dell’Università - dice Volpe Pasini - è l’idea di riservare una zona per costruire un nuovo carcere, nella prospettiva che così decida il ministero e che si trovino i fondi.

In questo modo si potrebbe spostare la casa circondariale dalla sede di via Spalato, che si trova in un’area demaniale inserita in una zona residenziale come quella di viale Trieste. La nuova collocazione in fondo alla zona annonaria, su una superficie più ampia, consentirebbe, poi, di realizzare anche spazi ricreativi per i detenuti come un campo di calcio".

Di questa idea, messa su carta in un documento che ancora deve affrontare tutta la trafila - prima degli uffici e poi della giunta e delle commissioni - per arrivare all’attenzione del consiglio (ammesso che ci arrivi e non sia cassata prima), il direttore della casa circondariale Francesco Macrì confessa di non saper nulla. Ed è inevitabile, visto che di "proposta" ancora non adottata ufficialmente si tratta.

"Attualmente, con 116 detenuti - siamo arrivati in altri periodi anche a 160 -, in via Spalato non ci sono grossi problemi, soprattutto dopo la ristrutturazione avviata nel 2005: ora siamo in attesa che sia finanziato un altro lotto di lavori, da circa 3,5 milioni di euro, che prevede la sistemazione dell’area femminile e della semilibertà, degli uffici e la realizzazione di nuove strutture per i corsi di formazione, sempre dentro l’area. Certo, la costruzione di un carcere fuori città garantirebbe maggiori spazi. Ma di un eventuale spostamento della struttura non si è mai discusso: una decisione simile spetta al ministero di Giustizia. Per ora stiamo bene così".

"Quella proposta dall’ateneo è un’ipotesi ambiziosa che condivido - dice Volpe Pasini - come appoggio altre scelte suggerite dall’università: la creazione di un parcheggio interrato al posto della Dormisch o la realizzazione di un unico comparto fra le aree ex Domenichelli e ex Atm". Ma la proposta dell’ateneo (oggi i progettisti contano di riuscire a consegnare anche l’ultima parte, la relazione) crea qualche perplessità nella maggioranza comunale.

C’è chi sottolinea come alcune ipotesi mettano in discussione situazioni già consolidate o cozzino contro progetti che hanno già iniziato il loro iter, come quello del centro commerciale nell’ex birreria o quello del polo per uffici, negozi e case nell’ex Domenichelli. C’è chi rimarca che la proposta dell’ateneo è un documento interlocutorio che dovrà passare vari placet prima di approdare in aula e che non è affatto scontato che alcune ipotesi non siano bocciate. Con questi chiari di luna, è possibile che la "rivisitazione" del progetto annunciata dall’assessore Cavallo non sia solo una boutade di commissione. Intanto, il 23 aprile ci sarà il consiglio comunale chiesto dalla minoranza sull’urbanistica.

Napoli: la Via Crucis? facciamola assieme ai ragazzi di Nisida

 

Il Mattino, 30 marzo 2007

 

Vite al margine, errori da seppellire sotto le macerie di un passato troppo breve e troppo intenso. Gioventù che chiamano bruciate. "Ma nessun errore, anche il più grave, - dice don Paolo Auricchio - può segnare una vita per sempre". Domenica prossima il carcere di Nisida, almeno per un giorno, non sarà più un’isola.

È la prima volta che succede: il penitenziario minorile apre le sue porte ai fedeli. In occasione della giornata mondiale della gioventù, la diocesi ha organizzato la via crucis a Nisida. "In questo luogo dove la speranza sembra che non vi abiti - dice il responsabile della pastorale giovanile, Gennaro Guardascione - i giovani vogliono portare una luce di incoraggiamento, quella che si fonda su Gesù Cristo, crocifisso e risorto".

Fin dentro il carcere arriverà la croce, portata in spalla dai giovani delle parrocchie dell’area flegrea e dai giovani detenuti. "Parteciperanno - spiega don Gennaro Guardascione - oltre 600 giovani dai 14 ai 28 anni, 68 parrocchie, dalla San Vitale di Fuorigrotta alla chiesa di Sant’Antonio di Monte di Procida". Guidati dal vescovo di Pozzuoli, Gennaro Pascarella, centinaia di ragazzi saliranno domenica, alle 18, in pellegrinaggio fino all’istituto penale minorile.

"L’intento - sottolinea il presule - è manifestare il desiderio della Chiesa di voler essere vicina a quei giovani che purtroppo si trovano a vivere la dolorosa esperienza del carcere". Ma cosa dicono i ragazzi detenuti? "Guardano all’iniziativa - spiega il cappellano di Nisida, Paolo Auricchio - con molto attenzione". Tuttavia, è dal 1994, racconta il cappellano, "che sono con loro. E dopo tanti anni, i messaggi dei ragazzi sono sempre gli stessi: chiedono azioni concrete soprattutto all’uscita dal carcere.

Anni fa ho conosciuto Pippotto (al secolo, Domenico D’Andrea arrestato a 23 anni per l’omicidio dell’edicolante dei Colli Aminei, dopo una "carriera criminale" avviata a 13 anni, ndr). Anche lui avrebbe potuto trovare una direzione. Perché non si ripeta la sua storia, come quella di tanti altri ragazzi, le istituzioni devono fare molto di più".

Torino: la squadra di calcio va in visita al "Ferrante Aporti"

 

Asca, 30 marzo 2007

 

Nella tarda mattinata di venerdì Gianni De Biasi e una delegazione della squadra, composta dall’immancabile Jimmy Fontana, Oscar Brevi, Fabio Gallo, Diego De Ascentis e Massimo Taibi, hanno incontrato una ventina di giovani detenuti del Ferrante Aporti, il carcere minorile che è adiacente al Centro Sisport dove si allena tutti i giorni il Toro.

Il primo a spezzare l’iniziale momento di emozione è stato il mister che ha voluto incoraggiare questi giovani: "La vita fuori continua e spero che prima possibile possiate respirare anche voi la libertà". Dopo uno scambio di battute tra i ragazzi e i giocatori, in cui si è discusso di sport e vita sociale, il gruppo si è spostato sul campo di calcio del carcere, dove la delegazione granata ha donato ai detenuti, tra i quali c’erano tre ragazzine rom, palloni e felpe marchiate Torino FC.

Il gesto più bello e sentito è stato quello di Fabio Gallo che ha regalato la felpa che indossava come segno di grande sensibilità. C’è stato anche uno scambio di battute in siciliano tra Taibi e un ragazzo palermitano che ha destato molta simpatia tra i presenti. Oltre ai reclusi hanno partecipato all’incontro alcuni addetti ai lavori del Ferrante Aporti, molti dei quali di fede granata, i quali hanno gradito intrattenersi con i loro idoli per parlare di calcio e di Toro.

Droghe: consumatori inviati ai Ser.T.?; la Federserd è pronta

 

Notiziario Aduc, 30 marzo 2007

 

Se l’ipotesi contenuta nella bozza della nuova legge, di inviare ai Ser.T. invece che alle Prefetture i consumatori di droga sarà confermata, i Servizi pubblici per le tossicodipendenze sono perfettamente in grado di gestire la situazione: parola di Alfio Lucchini, presidente di Federserd (federazione nazionale servizi per le dipendenze), che però avverte: tutto questo ha un costo.

Commentando all’Ansa quanto trapelato dalla riunione della Consulta nazionale sulle tossicodipendenze, a proposito del ddl di riforma della normativa antidroga che il ministro Paolo Ferrero sta preparando, Lucchini precisa innanzitutto che l’invio ai Ser.T., secondo l’ipotesi illustrata in Consulta, non sarebbe generalizzato. Per i consumatori sotto i 18 anni, è previsto un percorso presso i Ser.T. in stretto rapporto con la famiglia del minore; per le persone sopra i 25 anni, l’idea è quella di comminare multe proporzionali al reddito.

Per la fascia 18-25 anni, che è quella più vasta (l’età media delle persone segnalate è di 23 anni), si sta valutando di migliorare il dispositivo attuale che prevede il coinvolgimento della Prefettura: "la conclusione -spiega Lucchini, che è anche membro del Comitato scientifico istituito sempre dal Ministero della solidarietà sociale - potrebbe essere quella di spostare anche questa fascia di consumatori sui Ser.T., mi è sembrato che questa sia l’intenzione di Ferrero".

Se questo indirizzo sarà confermato, Federserd si dichiara favorevole: "non vedo problemi i servizi pubblici e le Asl, con l’ausilio del privato sociale possono costruire momenti di accoglienza, educazione sanitaria, prevenzione e quant’altro".

In Lombardia, racconta, "è stata fatta una sperimentazione territoriale che ha visto protagonisti Ser.T. e strutture private, in accordo con le Prefetture, coinvolgendo 5.000 consumatori di età compresa fra 14 e 26 anni, e che ha avuto ottimi esiti, con una grande adesione da parte dei ragazzi". Alcuni di questi, consumatori particolarmente problematici, hanno poi cominciato un vero e proprio percorso terapeutico. "Le professionalità nei Ser.T. ci sono tutte: dagli assistenti sociali agli educatori, dagli psicologi ai medici".

Il problema, però, è quello delle risorse: per finanziare questo progetto, ad esempio, la Regione ha speso in 5 anni 900 mila euro. Già ora, conclude, il sistema di intervento è in grande sofferenza dal punto di vista finanziario e degli organici; occorrerà quindi uno sforzo ancora maggiore per ottemperare ai nuovi compiti.

Droghe: Roma; dieci progetti del Comune per l’inserimento

 

Redattore Sociale, 30 marzo 2007

 

Nuova iniziativa inserita nel Piano regolatore sociale: orientamento, formazione e inserimento lavorativo attraverso tirocini e borse lavoro.

Un grande progetto per gli ex tossicodipendenti e per il loro recupero nel mondo del lavoro. Lo lancia il Comune di Roma in collaborazione con la Regione Lazio. Il piano è articolato in 10 progetti, 5 a rilevanza cittadina e 5 a rilevanza territoriale (uno per ogni Asl) e vedrà coinvolti direttamente Asl, Municipi, associazioni, cooperative, e mondo del lavoro.

Una ulteriore iniziativa inserita nel Piano Regolatore Sociale della città di Roma, promosso e gestito dall’Agenzia Comunale per le Tossicodipendenze e finanziato grazie a fondi stanziati dalla Regione Lazio per un totale complessivo di 1.740.526 euro. Il senso di tutti questi progetti che messi insieme dovrebbero comporre appunto un quadro unitario di intervento è chiaro.

Comune denominatore di tutti i progetti è infatti quello di promuovere e favorire l’inclusione sociale, attraverso l’inserimento lavorativo, di persone ex tossicodipendenti. Il piano è stato presentato questa mattina in Campidoglio dall’Assessore alle Politiche Sociali e Promozione della Salute Raffaela Milano e dal Presidente dell’Agenzia Comunale per le Tossicodipendenze Ignazio Marcozzi Rozzi il Piano Cittadino per il reinserimento socio-lavorativo di persone ex-tossicodipendenti o con dipendenze da droghe o da alcol, che ha preso il via i primi di marzo e si concluderà a settembre 2008, con una durata complessiva di 18 mesi.

All’incontro sono intervenuti tra gli altri, l’Assessore alle Politiche del Lavoro e delle Periferie Dante Pomponi, il Direttore dell’Agenzia Comunale per le Tossicodipendenze Guglielmo Masci, rappresentanti delle ASL, dei Municipi e delle associazioni e cooperative partner del Progetto.

"Il Piano - ha dichiarato l’Assessore alle Politiche Sociali e Promozione della Salute Raffaela Milano - prevede tre fasi principali: informazione e orientamento al lavoro, selezione e formazione e inserimento lavorativo attraverso l’attivazione di tirocini formativi e borse lavoro. Ma per raggiungere l’obiettivo di un reale reinserimento sociale e lavorativo bisogna vincere molte diffidenze e superare i pregiudizi.

Anche per questo rivolgo un appello al mondo dell’impresa e del lavoro della nostra città, perché ci aiutino a offrire nuove opportunità di lavoro e quindi di autonomia a queste persone". "Bisogna creare una sinergia tra le Reti sociali e le associazioni datoriali - afferma Dante Pomponi, assessore alle Politiche del Lavoro e delle Periferie - perché deve cambiare l’approccio con le persone che hanno vissuto o stanno vivendo problemi di dipendenze. Dobbiamo spostare l’attenzione e cominciare a considerarle come una possibile grande risorsa anche e non solo nel mondo del lavoro."

Droghe: tra chi è "segnalato" tre volte più alto rischio di morte

 

Redattore Sociale, 30 marzo 2007

 

 

Overdose la causa di metà dei decessi, uno su dieci muore in incidenti stradali, uno su venti si suicida. Più a rischio chi usa eroina e cocaina. I dati di uno studio su 3.000 persone presentato alla Conferenza degli esperti.

Tra i soggetti segnalati alla Prefettura di Bologna per uso di droghe leggere nel decennio 1990-2000 la mortalità è stata di tre volte maggiore rispetto alla popolazione di riferimento. E i soggetti segnalati per uso di eroina e cocaina hanno manifestato un rischio di decesso più elevato rispetto a chi consuma cannabinoidi.

"Ne consegue che, in fatto di droga, le politiche di prevenzione basate sulla sola repressione non sembrano essere efficaci". Sono questi i risultati di uno studio citato alla Conferenza degli esperti sulle tossicodipendenze da Raimondo Maria Pavarin, responsabile dell’Osservatorio epidemiologico metropolitano dipendenze patologiche dell’Ausl di Bologna e pubblicato sul libro "Uso e abuso di sostanze" (Carocci Editore 2006).

La ricerca fa riferimento a una parte dei soggetti segnalati al Nucleo operativo tossicodipendenze (Not) della Prefettura di Bologna dal 1990 (anno in cui è entrata in vigore la legge 162 che ha introdotto sanzione amministrativa e segnalazione al Prefetto per chi fa uso di sostanze) al 2000. Si tratta di quasi 3.000 persone (al 90% maschi), residenti nella provincia di Bologna, e che rappresentano circa il 50% del totale di quelle segnalate nel decennio.

Dall’indagine emerge che le segnalazioni che le forze dell’ordine fanno alla Prefettura non incidono nell’abbassare la mortalità: anzi, il rischio di decesso risulta elevato (soprattutto per chi fa uso di droghe pesanti, ha precedenti penali ed è disoccupato) e concentrato nei primi anni dopo la segnalazione, mentre le cause di morte sono per la maggior parte per overdose (la metà dei decessi), incidenti stradali (uno su 10) e suicidi (uno su 20).

Altro dato rilevante scaturito dall’analisi è che i soggetti inviati a colloquio ai Not hanno caratteristiche molto diverse dagli utenti dei Ser.T. (Servizi pubblici per le tossicodipendenze): l’età media è più bassa (sui 25 anni), non si sentono tossicodipendenti e in parte sono consumatori occasionali del weekend o giovani alle prime esperienze, fanno uso soprattutto di droghe leggere (al 72% cannabinoidi), il 27% lavora e il primo abuso avviene a 18 anni.

"A tale scopo si segnalano due necessità - commenta Pavarin -: ridurre al minimo il tempo che trascorre dalla segnalazione da parte delle forze dell’ordine al colloquio coi Not, questo in relazione all’elevato rischio di mortalità nel periodo di tempo immediatamente successivo alla segnalazione, e indirizzare i soggetti che non vengono inviati ai Ser.T. ai servizi di consulenza psicologica e prevenzione, soprattutto in relazione all’elevato rischio di mortalità per suicidio e incidenti stradali".

Tornando ai decessi, durante il decennio di osservazione preso in considerazione dalla ricerca di Pavarin sono morte 91 persone (il 3,1% del campione di riferimento). E da quanto risulta dallo studio, "l’andamento del tasso di mortalità totale è aumentato fino al 1998 per poi calare". Il maggior rischio di mortalità "riflette anche i criteri di selezione in base ai quali vengono fermate le persone dalle forze dell’ordine: chi gira di notte, chi frequenta determinati luoghi, chi frequenta determinate compagnie, chi viaggia di più, chi si fa notare, chi infrange più facilmente le regole…", continua Pavarin.

Secondo l’Osservatorio epidemiologico europeo sulle dipendenze emerge che circa 50 milioni di persone negli stati dell’Unione Europea hanno provato una droga illecita in qualche momento della propria vita. Il consumo di stupefacenti tra i frequentatori dei locali notturni è molto più elevato e, tra questi, si riscontra una netta prevalenza di giovani relativamente benestanti, che abitano in centri urbani, per i quali il consumo di stupefacenti si combina con quello di alcolici.

Droghe: Veneto; l’Assessore Valdegamberi contro Ferrero

 

Comunicato stampa, 30 marzo 2007

 

Dura presa di posizione dell’Assessore alle Politiche Sociali della Regione Veneto Stefano Valdegamberi, dopo la riunione della Consulta Nazionale sulle Tossicodipendenze convocata ieri a Roma in cui il Ministro Paolo Ferrero ha illustrato le sue indicazioni con la proposta di abolire la legge Fini Giovanardi.

"Le posizioni espresse dal Ministro Ferrero - afferma Valdegamberi - sono inaccettabili senza possibilità di alcuna mediazione. Non si può introdurre in modo così superficiale la depenalizzazione e l’abolizione delle sanzioni amministrative per chi usa droga. Partiamo da principi opposti per la lotta alla droga.

Questo Assessorato è contrario all’uso di qualsiasi tipo di droga e rifiuta la demagogica distinzione tra droghe leggere e pesanti creando falsi convincimenti nei giovani che possano esistere droghe meno pericolose di altre. Tutte le droghe - sottolinea Valdegamberi - sono pericolose e dannose e dobbiamo dire ai nostri giovani un semplice e chiaro messaggio: la droga non si deve toccare, mai e senza alcuna mediazione.

L’uso di droghe deve restare un illecito e chi utilizza droghe deve avere ben chiaro che sta facendo una cosa pericolosa per la propria salute e quella degli altri che è giusto sanzionare. Vanno rilanciate politiche serie e di sostegno soprattutto alla famiglia, programmi di comunicazione che parlino chiaro e che dicano ai giovani che drogarsi oltre ad essere dannosissimo è anche un disvalore, che il successo e il falso benessere che si rincorre attraverso le droghe è una perdita inestimabile dei valori principali e propri della persona umana oltre che della propria spiritualità.

Questi sono i fondamentali valori e principi che stanno alla base di una vera lotta alla droga. Concordo pertanto con le posizioni espresse da Don Benzi della Comunità Papa Giovanni XXIII e dalla Comunità di San Patrignano che da sempre costituiscono un esempio significativo di coerenza ed operatività costruttiva.

Auspico pertanto - conclude l’Assessore Veneto - che le Regioni rilancino una proposta alternativa a quella che ci è stata presentata dal Ministro Ferrero perché completamente intrisa di uno spirito di rinuncia della lotta alla droga che non ci può appartenere in alcun modo".

Stati Uniti: in Texas eseguita un’altra condanna a morte

 

Agr, 30 marzo 2007

 

Roy Pippin, un americano di 51 anni, è stato giustiziato questa notte nel carcere texano di Huntsville. L’uomo era stato condannato per aver partecipato al rapimento e all’assassinio di due membri di un’organizzazione di trafficanti di droga. Si tratta del 12esimo condannato a morte giustiziato quest’anno negli Stati uniti, dove oltre 3.300 detenuti attendono nei corridoi della morte. Tutte le esecuzioni, tranne una, sono avvenute in Texas.

 

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