Rassegna stampa 18 luglio

 

Giustizia: a Roma manifestazione anti-riforma degli avvocati

 

Apcom, 18 luglio 2007

 

Continua la protesta degli avvocati contro la riforma dell’ordinamento giudiziario: oggi manifestazione nazionale a Roma. Alle 10.30 un’assemblea aperta a Roma al Residence di Ripetta, mentre alle 14.30 una delegazione della giunta dell’Organismo unitario dell’avvocatura (Oua) è stata ricevuta in audizione dalla commissione Giustizia della Camera dei deputati, dove è iniziato l’esame finale del ddl Mastella.

A rappresentare l’avvocatura campana ci saranno, tra gli altri, il presidente dell’Ordine forense di Napoli Franco Tortorano e il consigliere dell’Ordine di Santa Maria Capua Vetere Andrea Pugliese. La manifestazione è indetta congiuntamente dall’Oua e dall’Unione delle camere penali italiane. Prosegue intanto fino a domani lo sciopero indetto dall’Oua e iniziato oggi, mentre i penalisti, in astensione già da lunedì 16, continueranno a scioperare fino a sabato 21 luglio.

Avvocati fuori dai consigli giudiziari, costretti a subire una riforma del sistema che non piace nemmeno a larghi settori della magistratura: adesioni altissime, in questi giorni, agli scioperi di protesta proclamati dall’Organismo unitario dell’avvocatura e dall’Unione nazionale delle camere penali. L’adesione agli scioperi fa registrare un tasso medio di astensione che supera il 90 per cento.

E oggi, a circa un anno dalle grandi manifestazioni indette dai professionisti a Roma contro la "riforma Bersani", gli avvocati tornano a protestare nella Capitale, con un’assemblea al Residence di Ripetta. Proseguirà intanto fino a domani l’astensione indetta dall’Oua e comunciata ieri. I penalisti, invece, sono in sciopero già da lunedì e concluderanno la loro astensione sabato 21 luglio.

L’assemblea di oggi nella Capitale è presieduta da Michelina Grillo, presidente Oua, e da Oreste Dominioni, presidente dell’Unione Camere Penali. A rappresentare gli avvocati campani, tra gli altri, il presidente dell’Ordine forense di Napoli Franco Tortorano.

Partecipa anche Roberto Manzione, senatore dell’Ulivo, protagonista la scorsa settimana a Palazzo Madama di una "sconfitta" della maggioranza sul ddl Mastella per aver proposto modifiche appoggiate dalla Casa delle libertà. I giochi per il varo della riforma sembrano fatti: alla Camera la maggioranza può contare su numeri ben più "solidi" di quelli del Senato, ma gli avvocati non demordono: "Le informazioni che arrivano dai Tribunali - riferisce la presidente dell’Oua, Michelina Grillo - confermano come anche in questa circostanza, malgrado le difficoltà purtroppo in taluni Fori frapposte all’esercizio del diritto di astensione da interpretazioni discutibili dei magistrati, gli avvocati abbiano risposto positivamente allo sciopero unitario promosso dall’Oua e dall’Ucpi per ribadire la necessità di avviare riforme che rendano la giustizia italiana degna di un paese civile, per tutelare in modo adeguato i diritti dei cittadini. Cosa che non realizza affatto la pessima riforma dell`ordinamento giudiziario varata dal Senato, che porta con sé l’aggravante di perseguire un antistorico progetto di marginalizzazione del ruolo dell`avvocato".

Il riferimento è all’esclusione dei legali dai consigli giudiziari. Sul presunto rischio che la presenza degli avvocati nei consigli giudiziari consentirebbe agli stessi di esprimere valutazioni sulla professionalità dei giudici dinanzi ai quali esercitano il loro mandato difensivo, il presidente nazionale dei giovani avvocati Walter Militi afferma: "Dietro questa pretestuosa preoccupazione si cela l’intento di mantenere un velo d’opacità sulla professionalità dei magistrati". L’associazione dei giovani avvocati annuncia che ribadirà oggi la sua posizione in commissione Giustizia, anche se "è consapevole che l’iter del ddl Mastella è ormai segnato".

Giustizia: avvocati; riforma scritta "sotto dettatura" dell’Anm

 

Apcom, 18 luglio 2007

 

Dura presa di posizione degli avvocati contro il ddl Mastella di riforma dell’ordinamento giudiziario, ora all’esame della Camera dopo l’ok del Senato. Un invito a tutti i Consigli degli Ordini affinché promuovano "le dimissioni dei colleghi da tutti i Consigli giudiziari e dalle sedi istituzionali, seguendo la strada già percorsa da alcuni Ordini forensi", è stato rivolto dal presidente dell’Unione delle Camere Penali Oreste Dominioni e dalla leader dell’Organismo unitario dell’avvocatura Michelina Grillo. A fornire l’occasione per spiegare la nuova forma di protesta è stata un’assemblea convocata a Roma proprio mentre gli avvocati sono in sciopero.

"Si tratta di uno svilimento delle istituzioni - ha spiegato Dominioni - una patologia dei rapporti tra una politica debole e una magistratura autoreferenziale. Ormai è convinzione diffusa che il decreto sia stato scritto dai rappresentanti del Governo "sotto dettatura" dell’Associazione nazionale magistrati, all’interno di un rapporto dalla natura praticamente sindacale, dove la politica si è posta come la parte debole a fronte della potente forza contrattuale detenuta ed esercitata dai magistrati".

"Non sembra neppure si sia scrivendo una fondamentale legge dello Stato - ha aggiunto il leader dei penalisti - tanto tale rapporto è stato basato quasi esclusivamente su due poteri escludendo di fatto gli altri soggetti appartenenti al mondo della giustizia. Ed è per questo che la nostra protesta si indirizza certamente alle questioni di merito contenute nella riforma voluta dal ministro Mastella, ma soprattutto non dimentica il merito con cui è stata impostata e si appresta ad essere conclusa. Al Senato la partita è stata chiusa, eppure non è chiusa la lotta degli avvocati che nell’autentica battaglia cui sono stati chiamati per impedire la definitiva approvazione di questa vera e propria controriforma stanno dimostrando grande unità, d’intenti e di azioni".

"Una riforma così importante non può essere approvata frettolosamente", ha sostenuto Michelina Grillo, presidente dell’Oua, che ha denunciato "una rapida e perniciosa approvazione del ddl". "C’è stata - ha detto - una vera e propria campagna mediatica tesa ad accreditare questo ddl come il migliore, l’unico possibile. È giusto che si sappia che quella che si sta approvando non è la riforma della giustizia ma un intervento parziale che non risolve nessuno dei problemi che affliggono i cittadini. Rimangono sul tappeto questioni che per noi sono una vera e propria emergenza democratica prima tra tutti la lunghezza dei processi. Noi siamo qui per fare appello all’opinione pubblica, di fronte al palese attacco al Parlamento da parte della magistratura".

All’incontro ha partecipato anche il senatore Roberto Manzione, protagonista di una battaglia in Senato che lui stesso ha definito "immotivata, poiché si trattava solamente di una questione tecnica e condivisa trasversalmente, invece politicizzata a scapito della limpidità e correttezza del Parlamento".

"Di fronte a una politica che va avanti a forza di blitz - ha proseguito Dominioni - ci viene imputato di aver inflazionato l’astensione come mezzo di lotta. In verità è l’Anm ad aver inflazionato non lo sciopero, ma addirittura la sola minaccia di sciopero. Basta che i magistrati minaccino di scioperare, che subito il Governo si presta a una vera e propria legislazione sotto dettatura. Su un’importante questione come questa - ha concluso - non è possibile andare avanti a forza di blitz, bisogna trovare un’intesa nell’interesse della giustizia che anche noi avvocati rappresentiamo". Di fronte all’"assenza degli avvocati nei Consigli giudiziari e alla mancata distinzione delle carriere, l’avvocatura chiede ora uno "scatto d’orgoglio dei deputati, per ridare dignità al Parlamento".

"Ho sentito sulla mia pelle la forza di un’ingiustizia insopportabile: vedere il Governo schierato con una sola delle due parti - ha ripreso Manzione -. Noi avvocati non vogliamo spiare dal buco della serratura, come ci vuole concedere il ministro Mastella, vogliamo partecipare integralmente e simbolicamente nell’amministrazione della Giustizia."

Padova: Cgil; troppi detenuti e carceri in condizioni disumane

 

Redattore Sociale, 18 luglio 2007

 

Sono passati sette mesi da quando il sindacato aveva denunciato la rinnovata condizione di sovraffollamento, soprattutto della nuova casa circondariale. Motivi: condizioni inumane, troppi detenuti, carenze strutturali e di organico.

Sono passati sette mesi da quando, nel gennaio 2007, la Cgil padovana aveva denunciato la rinnovata condizione di sovraffollamento nei due istituti di pena padovani. I motivi della denuncia sempre gli stessi: condizioni inumane, troppi detenuti, carenze strutturali e di organico. In particolare la nuova casa circondariale da poco inaugurata era al centro del mirino perché troppo piccola rispetto alla struttura precedente. Dopo sette mesi la Cgil è tornata ad alzare la voce.

"Quando all’inizio del 2007 abbiamo visitato con una nostra delegazione la nuova sede, poco prima dell’inaugurazione ministeriale e il trasferimento dei reclusi, fummo facili profeti - spiega il segretario del sindacato, Ilario Simonaggio -. La nuova struttura non risponde infatti ai bisogni della popolazione in attesa di giudizio di una realtà come Padova e il Veneto". Secondo il sindacato, la casa circondariale "è in parte da riprogettare e da risistemare per la dignità delle persone e per dare operatività adeguata alle molte funzioni del personale di servizio".

Giampiero Pegoraro, coordinatore regionale per la Cgil del settore penitenziario, aggiunge: "La struttura è stata costruita per contenere 140-150 detenuti, ma fin dall’inizio è stato previsto un margine di tollerabilità che arrivava fino a 180 persone, quindi con un surplus già calcolato di 40 posti. Senza contare che è stato previsto un unico passeggio per l’ora d’aria: uno solo per quasi duecento persone". Per far fronte alle troppe presenze non è neppure possibile, secondo Ornella Favero di Ristretti Orizzonti, mantenere operativa anche la precedente sede, per questioni legate alla scarsità di risorse e personale.

A oggi nella circondariale padovana ci sono 165 detenuti. A Verona, sempre nella casa circondariale, ce ne sono 670, ma secondo le previsioni sfonderanno la quota di 700 entro agosto. Ma contrariamente a quanto si pensa, non è l’indulto la causa di questo male: "Nella casa di reclusione padovana siamo scesi da 750 detenuti ai 450 attuali, quindi almeno qui non ci sono per il momento problemi di sovraffollamento - spiega Favero -.

Non si può dire che è finito l’effetto dell’indulto, anche perché con la recidiva al 20% sono circa 5mila le persone in tutt’Italia ad avere beneficiato dell’indulto e a essere tornate in carcere". La vera ragione del sovraffollamento, dunque, sta soprattutto nelle leggi: una su tutte la ex Cirielli sulla recidiva "che sta dando, purtroppo, i suoi frutti" commenta Favero. E Pegoraro aggiunge: "È stato un bene che sia arrivato l’indulto, ma le riforme non si sono viste e le carceri sono ancora posti disumani".

Rovigo: la Coldiretti promuove la formazione delle detenute

 

Il Gazzettino, 18 luglio 2007

 

Sono 24 le donne detenute nella casa circondariale di Rovigo: 6 per condanna, 18 in custodia cautelare perché indagate o imputate. A 12 di loro un progetto di Coldiretti e Iripa Veneto (l’ente di formazione dell’associazione dei coltivatori diretti) sta offrendo un’opportunità professionale, con il corso "Florovivaista esperto nella composizione floreale" finanziato dal Fondo sociale europeo.

Il seminario "Carcere: dalla pena al riscatto" - venerdì dalle 9.30 nella sede di Polesine Innovazione - tirerà le conclusioni di una buona pratica (l’integrazione attraverso il lavoro) che si avvicina all’esame finale e alla consegna dei diplomi. Iripa e Coldiretti avevano già sperimentato l’iniziativa nelle sezioni maschili delle carceri di Verona e Rovigo, con corsi di formazione per "manutentore" e "tecnico polivalente" (a Montorio, Verona) di aree verdi.

"Sono opportunità che danno speranze a chi sta scontando una pena ma pensa a ricostruirsi la vita che verrà, fuori dal carcere", hanno commentato il presidente provinciale Valentino Bosco e il direttore Germano Ghiraldello di Coldiretti, nella conferenza stampa che ieri nella sede dell’associazione ha illustrato il progetto, riunendo il direttore della locale casa circondariale Fabrizio Cacciabue, il direttore di Iripa Padova e Rovigo Giorgio Rocchi, l’assessore comunale Giancarlo Moschin e Tiziana Fornari, docente del corso per florovivaista. Le lezioni termineranno lunedì dopo un percorso formativo di 300 ore: 200 le ore del modulo professionalizzante tenuto da Tiziana Fornari, diplomata alla scuola internazionale di Arte floreale "Ontoflos".

Altre 100 ore di lezioni - giornaliere, dal lunedì al giovedì - hanno riguardato la legislazione antinfortunistica e la sicurezza (insegnanti Guido Sacchetto e Laura Arduin), informatica e matematica (Sergio Borgato e Marco Mariotti), lingue (Sandra Brunelli) e comunicazione (Andrea Ambrosetti). Dato che sono straniere la maggioranza delle detenute nella casa circondariale di via Verdi, "la prima difficoltà da superare è stata la lingua", ha raccontato Tiziana Fornari. "Poi, a lavoro impostato le corsiste hanno capito che le lezioni le qualificavano a qualcosa di più che alla semplice attività di rivendita fiori.

E nelle creazioni floreali hanno messo in gioco originalità e capacità espressive, dimenticando nel momento creativo il pensiero fisso di trovarsi in carcere". "A fine corso otterranno un titolo di qualifica professionale spendibile sul mercato", ha ricordato Cacciabue citando gli esempi stranieri dei corsi professionali tenuti nelle carceri e aperti al pubblico, per la qualifica degli attestati conseguibili. Nel convegno di venerdì a Polesine Innovazione interverrà anche Gianni Tozzi della cooperativa Millennium, che nel carcere di Rovigo dà impiego a una decina di detenuti con contratti di collaborazione coordinata a progetto, per l’assemblaggio di semilavorati del ciclo di produzione di elettrodomestici e biciclette.

Verona: fra Beppe Prioli; la Chiesa aiuti di più i detenuti

 

L’Arena di Verona, 18 luglio 2007

 

"Il male non si giustifica. Ma non va giudicato, va curato. E per farlo occorre tempo e la possibilità di essere accompagnati ed educati al recupero". Al Santuario del Frassino fra Giuseppe Prioli, per tutti fra Beppe, parla della realtà carceraria e dei problemi dell’emarginazione. L’occasione è quella della festa organizzata ogni mese dall’associazione "La fraternità", cui partecipano anche detenuti in permesso e loro familiari; è stato il francescano a dar vita a questo gruppo di volontari che da anni lo aiutano per arrivare ad avere un carcere "diverso".

"Sono entrato in un carcere per la prima volta quasi quarant’anni fa", racconta, "oggi come allora cerchiamo di operare al di là delle etichette e delle condanne, alla ricerca dell’essere umano che sta vivendo un’esperienza amara e difficile. Organizziamo queste giornate pubbliche di incontro per sensibilizzare la società sul problema che non è legato solo al periodo della detenzione ma anche, e direi soprattutto, alle possibilità di recupero e reinserimento sociale una volta usciti.

La mia esperienza mi ha portato a constatare che quasi mai il carcere risolve: la prigione ferma per così dire il tempo", sottolinea il religioso, "ma il percorso di rieducazione e recupero necessita di un tempo che non si può conoscere prima. Non si può avere fretta". Un invito, dunque, all’accoglienza e all’ascolto che fra Beppe rivolge a tutti, società civile e istituzioni.

"Anche alla chiesa", precisa, "penso che se ogni realtà religiosa accogliesse una persona in difficoltà, mi riferisco a difficoltà in generale non solo a quelle degli ex detenuti, questo sarebbe fare prevenzione vera sul territorio. I problemi vanno affrontati così come le paure. Non si possono non vedere i cambiamenti della società in cui viviamo; la verità è che la paura a volte può far comodo. Ma occorre superarla".

Firenze: "Lo sport rende liberi", torneo all’Opg di Montelupo

 

Comunicato stampa, 18 luglio 2007

 

Un torneo triangolare di calcetto giunto alla seconda edizione, organizzato dall’Associazione Lupi del Monte, con gli internati dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, una iniziativa che unisce, grazie anche allo sport, ciò che è al di là del muro di un carcere. Per questa seconda edizione, che si concluderà il 24 luglio, le squadre in competizione sono tre. In campo, la selezione dipendenti e consiglieri comunali di Empoli, vincitori dell’edizione 2006; analoghe rappresentative dei Comuni di Montespertoli e dell’Associazione Lupi del Monte, la rappresentativa dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario, una squadra composta da internati.

Il torneo è denominato "Lo sport rende liberi", si svolge all’interno dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino ed ha preso il via con la prima giornata il 6 luglio con l’incontro Empoli-Montespertoli (0-1). La seconda giornata, il 9 luglio ha visto in campo Lupi del Monte-Montespertoli (0-1). Oggi, mercoledì 18 luglio, s’incontreranno i Lupi del Monte e Empoli e martedì 24 luglio ci sarà la finale con premiazione della squadra vincitrice. L’associazione Lupi del Monte ha chiesto e ottenuto il patrocinio dalla Regione Toscana per lo svolgimento di questo torneo.

La manifestazione calcistica è stata organizzata con la formula di ‘girone all’italianà, in modo tale che tutte le squadre partecipanti si incontrino tra loro. Ogni giornata prevede lo svolgimento di una gara di 40 minuti (20 minuti per tempo). Alla fine delle tre giornate sarà stilata una classifica che determinerà l’assegnazione delle squadre partecipanti alle finali per il 1° e 2° posto e quella per il 3°, da svolgersi nel quarto ed ultimo giorno della competizione.

Potenza: il procuratore Woodcock chiede il trasferimento

 

Corriere della Sera, 18 luglio 2007

 

Henry John Woodcock, il sostituto procuratore di Potenza titolare dell’inchiesta su Vallettopoli e di altre indagini che hanno creato scalpore come quella che lo scorso anno portò in carcere Vittorio Emanuele di Savoia, ha presentato domanda al Csm per essere trasferito, nell’ordine, in una delle seguenti sedi giudiziarie: Napoli, Milano, Palermo, Firenze e Trieste. La priorità data dal quarantenne magistrato di origini britanniche è dunque quella di tornare in procura a Napoli, dove ha mosso in primi passi in magistratura come uditore. Spetterà ora alla Terza commissione del Csm e, nei prossimi mesi, al plenum di Palazzo dei Marescialli decidere in proposito, dopo aver preso in esame le numerose domande per i posti vacanti di primo grado che stanno arrivando in questi giorni.

Diritti: Roma; i rom si ribellano al "Patto per la sicurezza"

 

Redattore Sociale, 18 luglio 2007

 

Previsto il trasferimento di migliaia di famiglie in 4 nuovi grandi campi attrezzati, che sorgeranno fuori dal raccordo anulare. Najo Adzovic: "È tempo di reagire". Dure critiche alle associazioni che gestiscono i campi.

Non siamo nomadi. Basta con i campi, vogliamo una casa. Le comunità rom di Roma si schierano contro i patti di sicurezza sottoscritti da Amato e Veltroni lo scorso maggio, e che prevedono il trasferimento in massa di migliaia di famiglie in 4 nuovi grandi campi attrezzati, che sorgeranno fuori dall’autostrada del raccordo anulare. "E" tempo di reagire - dichiara Najo Adzovic (Campo Casilino 900) - non possono deportarci e recintarci come cani". Dure le critiche alle associazioni e cooperative che gestiscono i campi "Basta lucrare sulle nostre spalle - dice Graziano Alilovic (Campo La Barbuta) -. Vogliamo case, non campi. Le associazioni ci dicano da che parte stanno".

Quella del diritto alla casa è la prima delle richieste del coordinamento dei rom, riunitosi questa mattina all’Università La Sapienza in un incontro con la stampa. "Chiediamo al sindaco case popolari", dice Meo Hamidovic (Campo Castel Romano). Hamidovic vive al campo di Castel Romano dal 14 settembre 2005. Allora venne sgomberato il campo di vicolo Savini, a Ponte Marconi. Mille persone trasferite a Castel Romano, in quello che si annuncia come prototipo dei villaggi della solidarietà proposti dai patti di sicurezza firmati a maggio, a Roma, dal sindaco Walter Veltroni, da Enrico Gasbarra, Piero Marrazzo e dal Prefetto Serra - oltre al ministro Amato. Undici milioni di euro in tre anni dalla Regione Lazio, quattro milioni dal Comune di Roma e un ulteriore contributo da parte della Provincia di Roma, per rivedere l’assetto dei campi rom. Seimila persone - dichiara il professor Marco Brazzoduro (La Sapienza) - rischiano la "deportazione" in località periferiche e isolate, che saranno definite entro il 23 luglio.

Nel campo rom di Castel Romano vivono mille persone, confinate in 220 container al confine tra Roma e Pomezia, nel mezzo della riserva naturale di Decima-Malafede. Il luogo è talmente isolato che per spegnere un incendio divampato nel campo due giorni fa, a nulla è servito la chiamata ai vigili del fuoco, che non sono riusciti a raggiungere la zona con le autobotti. Il campo è gestito dall’Arci, per una convenzione che ammonta a 750.000 euro annui. "Il villaggio non è attrezzato, siamo senza acqua potabile, non c’è un solo posto all’ombra per i nostri bambini", si lamenta Hamidovic.

L’unica distribuzione idrica, per due ore al giorno, è realizzata con acqua di pozzo non potabile e inquinata. "Alcuni dei nostri bambini si sono già ammalati di epatite, per aver bevuto quell’acqua", dice un trentenne residente al campo. Il primo centro abitato dista 8 km dai container, e le scuole dove i bambini erano iscritti prima dello sgombero da vicolo Savini, distano 20 km. Molti hanno abbandonato gli studi. Anche perché, denuncia Hamidovic, le scuole del XII municipio rifiutano di accogliere i nostri figli.

I rom criticano anche l’atteggiamento securitario con cui si sentono giudicati. "La società dei gage (i non rom, ndr) porta all’annullamento dell’identità - dice Bruno Morelli -. I problemi di microcriminalità esistono, ma sono legati alle condizioni di miseria dei campi e non alla cultura". Morelli si è quindi appellato ai media, perché diano voce alle istanze di "una minoranza etnica e linguistica mai riconosciuta in Italia" e sostengano la lotta dei rom contro i campi, "rimasti soltanto in Italia". Intanto l’amministrazione capitolina va in direzione opposta. Lo scorso 8 luglio, sono infatti arrivati a Roma i cinque funzionari prestati dalle forze dell’ordine romene. Rimarranno per tre mesi, per favorire l’identificazione dei rom.

Droghe: Verona; nasce centro-studi su genetica e dipendenze

 

Notiziario Aduc, 18 luglio 2007

 

Verona sarà al primo posto in Italia nella ricerca sulla genetica dell’alcol e della tossicodipendenza. È stato attivato ieri a San Francisco un accordo scientifico tra il Dipartimento Dipendenze Ulss 20 Verona e l"Ernest Gallo Clinic and Research Center’ dell’Università della California di San Francisco Il dott.

Giovanni Serpelloni, direttore dell’Osservatorio Regionale sulle Dipendenze del Veneto e del Dipartimento Dipendenze dell’Ulss 20 di Verona, in questi giorni in visita di ricerca a San Francisco, ha stretto un accordo di collaborazione con Ernest Gallo Clinic and Research Center Università della California di San Francisco (che annovera fra i suoi ricercatori due premi Nobel) su importanti temi nell’ambito della ricerca sulla genetica dell’alcol e delle tossicodipendenze.

La ricerca avrà tra i suoi obiettivi scientifici l’approfondimento degli studi genetici e dei fattori di vulnerabilità per l’alcol e la tossicodipendenza e studi genetici per comprendere quali siano i migliori e più efficaci trattamenti, che vedranno coinvolte anche le famiglie oltre ai pazienti. Saranno avviati studi relativi ai nuovi trattamenti per l’alcol e le tossicodipendenze che puntino a ridurre craving (irrefrenabile desiderio ad assumere la sostanze) successivi alla disintossicazione, usando, se necessario, anche farmaci innovativi ma sempre con il contemporaneo supporto psicologico e familiare.

Per questi studi verranno anche utilizzate nuove tecniche di stimolazione magnetica e studi biologici sui neuroni per vedere la risposta del cervello alle droghe, in particolare cocaina e alcol, con la finalità di individuare nuovi approcci terapeutici. Ernest Gallo Clinic and Research Center della Università della California di San Francisco metterà a disposizione i propri laboratori, mentre a Verona avrà luogo la parte clinica della ricerca e le elaborazioni su database.

Libia: infermiere bulgare; pena morte commutata in ergastolo

 

La Repubblica, 18 luglio 2007

 

Condannate all’ergastolo. Dopo che le famiglie degli oltre 400 bambini contagiati dall’Aids hanno ritirato la richiesta di condannare a morte le cinque infermiere bulgare e il medico palestinese accusati di avere infettato volontariamente i pazienti e dopo che sono stati pagati alle famiglie gli indennizzi richiesti, la Corte di giustizia di Tripoli ha deciso. E ha commutato la pena capitale in carcere a vita.

"Il Consiglio superiore (delle istanze giudiziarie) ha deciso di commutare la pena di morte in ergastolo" hanno detto all’agenzia di stampa France Presse fonti che hanno chiesto di rimanere anonime. Le cinque infermiere e il medico di origine palestinese, detenuti dal 1999, potrebbero scontare la pena nel loro paese d’origine perché Libia e Bulgaria hanno un accordo di estradizione dagli anni Ottanta.

Fino al momento in cui è arrivata la notizia, dopo le 20, era stata un’altra giornata di pena e di angoscia, segnata ancora una volta dal braccio di ferro del colonnello Gheddafi che ha "usato" il caso per chiedere, pretendere e ricattare. Una giornata segnata però anche da alcuni segnali positivi. Le famiglie dei bambini libici avevano spiegato di aver cominciato a ricevere i risarcimenti in contanti come contropartita per rinunciare alla richiesta di condanna a morte. Ciascuna delle 460 vittime, tra le quali una ventina di madri infettate dai figli, ha diritto a un risarcimento di un milione di dollari, ha detto il loro portavoce Idriss Lagha.

Nel pomeriggio la Fondazione Gheddafi, che ha condotto i negoziati, aveva confermato l’inizio dei versamenti degli indennizzi. Fondamentale nella trattativa anche il ruolo di mediazione della Ue. Questa mattina il commissario Ue alle Commissioni Esterne Benita Ferrero-Waldner aveva auspicato ancora una volta "un risultato positivo" per i condannati: "Dobbiamo ancora essere pazienti. Ma spero veramente che l’Alta corte emetta una sentenza di clemenza". I sei sanitari erano stati condannati a morte l’11 luglio, dopo essere stati riconosciuti colpevoli di aver inoculato volontariamente il virus dell’Aids in 438 bambini nell’ospedale di Bengasi, 56 dei quali sono morti.

 

 

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