Rassegna stampa 3 novembre

 

Napoli: Prodi; nessun legame statistico tra criminalità e indulto

 

Adnkronos, 3 novembre 2006

 

"Non c’è alcun legame statistico tra gli episodi di criminalità verificatesi in questi giorni a Napoli e l’indulto". Lo ha detto il presidente del Consiglio Romano Prodi rispondendo ai giornalisti al termine del summit svoltosi in Prefettura a Napoli. "Prima di decidere sull’indulto -ha aggiunto il premier- ho previsto ogni aspetto negativo politicamente per me e per il governo e ne ho discusso con il ministro Mastella. Quando però in politica c’è da decidere provvedimenti -ha proseguito Prodi- anche se sono scomodi, bisogna farlo. La situazione di sovraffollamento delle carceri era insostenibile".

Napoli: il premier assolve l’indulto, scontro tra i Poli

 

Il Messaggero, 3 novembre 2006

 

Un totale di 2768 scarcerati e tornati a Napoli da tutt’Italia. Nei dati ufficiali del ministero della Giustizia, i beneficiati dall’indulto che risultato residenti nel capoluogo campano. Pochi, troppi? Il loro ritorno in libertà è collegato alla recrudescenza criminale all’ombra del Vesuvio? La visita di Romano Prodi a Napoli riaccende le polemiche. Proprio il presidente del Consiglio ci tiene a ribadire che "non c’è alcun legame statistico tra i fatti criminosi di questi giorni e l’indulto; nessuna prova quantitativa". Un’affermazione che si attira l’applauso del ministro Mastella, da giorni difensore di questa tesi, che ripete: "Lo sostengo da tempo, non posso che ripetere di condividere l’analisi e le indicazioni fornite da Prodi nella visita a Napoli".

Del resto, nella conferenza stampa il Professore aveva tenuto a precisare: "Non mi tiro indietro e ne porto le conseguenze, perché era una decisione necessaria e la situazione delle carceri italiane era insostenibile". Di più: "Il Governo si è preso carico del provvedimento, ma è stato tutto il Parlamento a volerlo". In coerenza con le posizioni critiche assunte sull’indulto in Parlamento, Antonio Di Pietro si mostra in disaccordo con i suoi colleghi della maggioranza.

E spiega: "Spiace dissentire con Prodi, ma se la matematica non è un’opinione le persone rientrate in carcere, che avevano beneficiato dell’indulto, sono quasi mille. Per logica, se non fossero uscite, ci sarebbero stati mille reati in meno". E poi giù con la sua ricetta: "La giustizia e i processi sono il vero malato da guarire e, se non partiamo da questo, le vicende di Napoli si ripeteranno negli anni". Dalle opposizioni, naturalmente, si scatena una raffica di critiche.

Il portavoce di An, Andrea Ronchi, si dice "amareggiato dalle parole di Prodi". E aggiunge: "Affermare che la situazione non è collegata all’indulto è molto grave. Dire che a Napoli non sarà inviato l’Esercito dimostra che, oltre che in materia economica, Prodi è succube della sinistra radicale e di Rifondazione anche su questo tema". E proprio da Rifondazione partono consensi alle dichiarazioni di Prodi. Giovanni Russo Spena, capogruppo al Senato di Prc, afferma che "l’indulto non ha niente a che fare con la cosiddetta ondata di criminalità a Napoli e i crimini inn quella provincia non sono aumentati". Le iniziative sociali, nella scuola, nel lavoro, sul territorio sono le ricette proposte invece da Russo Spena.

Anche dall’Udeur parte una difesa d’ufficio sull’indulto. In una nota dei parlamentari campani dei Popolari-Udeur si parla di "indegne speculazioni" e si citano dei dati di calo dei reati nell’ultimo anno. Secondo le cifre contenute dal documento dei Popolari-Udeur, gli omicidi volontari a Napoli sarebbero diminuiti da 70 a 53, i furti e le rapine della metà, le rapine di negozi da 849 a 819. Mario Landolfi, coordinatore regionale di An in Campania, sottolinea la contrarietà del suo partito all’indulto. E commenta: "I fatti ci stanno dando ragione".

Maurizio Gasparri, così come Marcello Taglialatela sempre di An, rincarano la dose. "Il presidente del Consiglio non si è evidentemente ancora reso conto di quanto sia drammatica l’emergenza criminale a Napoli, dove tutto serve fuorché una visita di rito. - dice Gasparri - Un segnale potrebbe essere dato, cominciando a revocare l’indulto che ha avuto come unica conseguenza l’acuirsi dell’emergenza criminale". E, per rafforzare le tesi che il ministro Mastella va ripetendo da diversi giorni, da via Arenula si diffondono altri dati. Sono quelli sui reati commessi dopo l’applicazione dell’indulto. Dal luglio al settembre 2006, secondo le statistiche ministeriali, ci sarebbe stata una diminuzione di 5224 reati rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Naturalmente, sono cifre riferite all’intero territorio nazionale. Napoli come parte del tutto.

Napoli: Di Pietro contro Prodi; il legame con l’indulto c’è

 

Ansa, 3 novembre 2006

 

L’emergenza sicurezza a Napoli c’entra eccome con l’indulto varato dal governo. Antonio Di Pietro lo ripete, rivolto a Romano Prodi, nel giorno della visita del presidente del Consiglio in città. Il ministro e leader dell’Idv conferma così l’opposizione, manifestata dall’Italia dei Valori anche in Parlamento, alle misure di clemenza. "Spiace dover dissentire dal presidente Prodi - dice Di Pietro - ma se la matematica non è un’opinione le persone che sono rientrate in carcere e che avevano goduto dell’indulto sono quasi mille. Per logica, se non fossero uscite, ci sarebbero mille reati in meno".

"Il presidente Prodi ha ragione quando dice che le carceri italiane erano al di là di ogni limite - aggiunge il leader dell’Idv - ma il punto è che il provvedimento di indulto, a soli tre mesi dalla sua approvazione, non ha risolto nulla, anzi, ha solo incrementato i reati, senza risolvere il dramma del sovraffollamento delle carceri. Si chieda al direttore di Regina Coeli, per fare solo un esempio, che ha affermato che il carcere romano ha già superato il numero di detenuti pre-indulto: 900 prima del provvedimento, 746 dopo e oggi sono già a 980. La piaga sociale persiste e non abbiamo risolto nulla, anzi".

Di Pietro punta il dito contro "il senso di impunità dilagante che ha creato il provvedimento e su questo dovremmo riflettere seriamente, in particolare sui danni che l’atto di clemenza ha creato per tutta l’organizzazione criminale che continua a farla franca e continuerà a farlo se non partiamo dal presupposto che il vero malato che deve essere guarito è la modalità con cui in Italia si sviluppa il processo, le lungaggini delle sentenze, le prescrizioni (in continuo aumento dall’approvazione della ex-Cirielli), insomma la certezza della pena contrapposta con il senso di impunità che stiamo dando come messaggio e come stile alla malavita". In sintonia con Prodi sul piano previsto per Napoli.

"Il piano di emergenza per Napoli è quindi condivisibile, ma non deve essere un mero spostamento di persone, sguarnendo altri posti di sicurezza - sottolinea Di Pietro - A questo punto dobbiamo affrontare le cose seriamente e prevedere nella manovra Finanziaria in discussione in questi giorni in Parlamento, un riadeguamento delle risorse finanziarie per il funzionamento della giustizia e della sicurezza dei cittadini, a partire dagli uffici dei tribunali, fino al presidio del territorio. La giustizia e i processi quindi sono il primo vero malato da guarire e se non partiamo da questo, le vicende di Napoli si ripeteranno negli anni e i piani di emergenza serviranno solo temporaneamente se non mettiamo mano ad una riforma che a questo punto è diventata la vera emergenza per la sicurezza di tutti i cittadini".

Napoli: da Amato e Minniti un piano contro la criminalità

 

www.osservatoriosullalegalita.org, 3 novembre 2006

 

Il ministro dell’Interno Giuliano Amato e il vice ministro Marco Minniti saranno oggi a Napoli, la città che ha visto in questi giorni una escalation di violenza, nell’ambito della quale è avvenuto l’omicidio a Pozzuoli, di un giovane ed il ferimento di un altro ragazzo con un coltello per motivi di gelosia.

I due esponenti del Viminale saranno accompagnati dal Capo della Polizia Gianni De Gennaro, dal Comandante dei Carabinieri Gianfrancesco Siazzu e dal Comandante della Guardia di Finanza Roberto Speciale, e nel pomeriggio in Prefettura incontreranno gli amministratori locali per la firma del protocollo di attuazione del Piano per Napoli Sicura.

Il piano prevede circa mille uomini in più - tra agenti recuperati da compiti amministrativi e forze nuove - destinati al controllo del territorio strada per strada, più mezzi, a cominciare dalle motociclette per presidiare con rapidità i vicoli della città, e un più stretto coordinamento tra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza per non lasciare porzioni di città scoperte e si farà ricorso alle risorse dell’intelligence. Ci sarà anche un sistema di video sorveglianza per monitorare il territorio 24 ore su 24 e la "Cittadella della Polizia" che nelle intenzioni del Viminale permetterà alle Forze dell’ordine di lavorare meglio, ma segnerà anche simbolicamente la riconquista da parte delle Stato di una vasta zona al centro della città.

Questa mattina, invece, nella Sala Giunta di Palazzo San Giacomo il Sindaco Rosa Iervolino Russo presiederà la seconda Assemblea delle associazioni antiracket napoletane. Partecipano ai lavori rappresentanti delle associazioni, della magistratura, dell’imprenditoria e del commercio, con la presenza del Presidente della Provincia, Dino Di Palma, dell’Assessore regionale alla sicurezza, Andrea Abbamonte e il consulente antiracket del Comune Tano Grasso.

Si tratta quasi di una risposta al clima violento di questi giorni, in cui la criminalità organizzata sembra tenere in ostaggio la città, suscitando anche critiche incrociate dei politici. Fra queste le esternazioni del leghista Roberto Calderoli su Napoli come fogna - stigmatizzate da esponenti di maggioranza e opposizione - e le accuse del deputato di AN, Filippo Ascierto, che ha parlato di 8.000 detenuti messi in libertà con l’indulto (che è stato approvato a maggioranza bipartisan l’estate scorsa, ndr) e di altri che hanno messo in relazione l’aumento dei fatti criminosi con le scarcerazioni per l’indulto.

Il ministero della Giustizia aveva replicato che i reclusi complessivamente scarcerati a seguito all’indulto dagli istituti di pena napoletani (Poggioreale, Secondigliano, Pozzuoli e Opg di Sant’Eframo), secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, sono 1321, mentre in tutta la Campania hanno lasciato il carcere in 2.713. Invece il numero complessivo di italiani residenti a Napoli scarcerati in tutta Italia è pari a 2.768, cui vanno aggiunti 243 stranieri che hanno acquisito la residenza nella città. Un numero quindi ben lontano da 8.000.

Il ministro dell’interno Amato ha invece sottolineato l’azione delle forze dell’ordine, che hanno concluso in questi giorni due importanti operazioni, da un lato arrestando sette pericolosi camorristi collegati forse a numerosi omicidi avvenuti tra novembre del 2005 e febbraio di quest’anno, e arrestando i componenti di una banda criminale dedita al furto di autovetture, con un giro di affari imponente.

Tanto Amato che Minniti parlano di interventi strutturali e non emergenziali sul fronte della sicurezza. "Ma da esponente di questo Governo - sottolinea Amato - lavorerò perché si volti pagina anche sul decisivo fronte dello sviluppo, perché so quanto questo sia importante".

Napoli: l’Italia dei Valori punta il dito contro l’indulto

 

www.centomovimenti.com, 3 novembre 2006

 

L’ondata di violenza che sta insanguinando Napoli in questi ultimi giorni? Per l’Italia dei Valori tra i responsabili di questa carneficina c’è sicuramente l’indulto approvato con voto bipartisan da Casa delle Libertà e Unione (con l’eccezione di Lega Nord e Idv) all’inizio di questa legislatura.

"Che lo scellerato indulto abbia pesantemente influito sulla criminalità napoletana lo dicono quelli che lavorano sul campo: magistrati, forze dell’ordine, sindaco, autorità civili - ha tagliato corto Federico Palomba - sui rapporti tra indulto ed esplosione criminale avremmo preferito che il presidente Prodi non intervenisse, perché in tal modo chiama il Governo dentro una vicenda decisa in Parlamento e non lo avremmo voluto contestare. Per la stessa ragione non sarebbe dovuto intervenire il Ministro Mastella, che deve ancora spiegare al Parlamento ed all’opinione pubblica perché un indulto che, nelle sue dichiarazioni, avrebbe dovuto liberare 12.800 detenuti, ne ha sinora liberati il doppio; per non parlare del bonus di tre anni concesso ad una caterva di inquisiti o inquisibili, compresi i corrotti ed i falsificatori: il più colossale favore fatto da sempre dalla politica alla criminalità".

Sulla stessa lunghezza d’onda si era già espresso Antonio Di Pietro. "Se la matematica non è un’opinione, le persone che sono rientrate in carcere e che avevano goduto dell’indulto sono quasi mille. Per logica, se non fossero uscite, ci sarebbero mille reati in meno. Si chieda al direttore di Regina Coeli, per fare solo un esempio, che ha affermato che il carcere romano ha già superato il numero di detenuti pre-indulto: 900 prima del provvedimento, 746 dopo e oggi sono già a 980. La piaga sociale persiste e non abbiamo risolto nulla, anzi".

Belluno: in carcere troppi suicidi e condizioni al limite

 

Il Gazzettino, 3 novembre 2006

 

Troppi suicidi in carcere e condizioni ai limiti della vivibilità. Il deputato veneto Luana Zanella dei Verdi, come aveva annunciato al Gazzettino, ha presentato un’interrogazione a risposta scritta al ministro della Giustizia Clemente Mastella per sapere "se il Governo non ritenga opportuno attuare con urgenza un accurato monitoraggio della situazione post-indulto degli istituti di detenzione italiani per non far passare sotto silenzio i molteplici problemi ancora ivi presenti" e "se il Governo non consideri necessario programmare un piano di risanamento delle carceri italiane, stanziando gli adeguati finanziamenti, per fare in modo che le normative in materia di detenzione siano rispettate e gli istituti siano in grado di svolgere in maniera adeguata anche la loro funzione di reintegrazione sociale".

Le richieste di Zanella si basano su una serie di situazioni concrete, fra cui il recente suicidio nel carcere di Belluno di un detenuto magrebino, Mohamed Bouakkaz "condannato per droga e altri reati - scrive - era incarcerato da più di due anni e soffriva di disturbi psichici, ciononostante era stato messo in una cella da solo, con lo spioncino chiuso; sempre a Baldenich, circa due anni e mezzo fa accadde un episodio analogo: Massimo Peterle, 30 anni, condannato per violenza sessuale, si impiccò nella sua cella".

Zanella si rifà anche all’appello lanciato da un detenuto con una lettera al Gazzettino "per denunciare la grave mancanza di igiene del carcere e chiedere che i suicidi non passino inosservati". "Nei primi tre mesi del 2006 - conclude Zanella - i suicidi accertati nelle carceri italiane sono stati almeno 14; dal ‘98 al 2005 ci sono stati 1.191 morti, di cui almeno 447 suicidi. Solo nel 2005 i suicidi sono stati almeno 57. Esclusi i 22 decessi per cause non ancora accertate, il dato si avvicina significativamente a quello delle condanne a morte eseguite in Usa nello stesso anno: 60".

Napoli: un parroco; la droga? loro si sentono commercianti...

 

Affari Italiani, 3 novembre 2006

 

"A Scampia è tutto tranquillo, e se sei della zona non ti fanno niente". Don Vittorio Siciliani, parroco della Resurrezione nel quartiere (80.000 anime e quattro chiese) salito alla ribalta della cronaca e raccontato da Roberto Saviano nel suo libro-denuncia Gomorra, parla con Affari dell’emergenza criminale che ha colpito la città. O meglio, "ha colpito il Napoletano, l’hinterland. L’unico fatto che ha interessato la città, la "Napoli bene" è stato a porta San Gennaro", dice Don Vittorio.

 

Ma allora, padre, il suo quartiere non vive quest’emergenza, non abbiamo forse visto in Tv le donne intralciare la polizia che veniva ad eseguire arresti?

"No, Scampia è fuori da quest’area di scontro, e quelle sono immagini di un anno fa. Qua, finché possono smerciare tranquillamente la droga e non li toccano, non succede niente".

 

Scusi, ma allora è facile o difficile fare il parroco da lei, ha per caso paura quando gira per strada?

"Ma no, è facile essere parroco qui. Ci sto da 38 anni, questi ragazzi li abbiamo cresciuti noi e ce lo dicono: ‘Per voi non possiamo che provare il massimo rispetto, non possiamo farci niente. E poi…"

 

E poi?

"E poi loro lo dicono chiaro e tondo: Noi non scippiamo né rubiamo, non facciamo nessun male concreto. Vendiamo droga, e allora? Noi non facciamo altro che esaudire dei bisogni per gente malata che viene da Napoli e da fuori a comprarla".

 

Insomma, si sentono dei commercianti?

"Sì, dei commercianti. Perché per loro, se oggi non vendono più a Scampia, i clienti andranno a comprare da qualcun altro e domani magari la venderà lo Stato".

 

E nessuno gli ha detto che la droga uccide?

"Certo che sì. Ma loro sono chiari: sono quelli che la vogliono a volersela comprare".

 

Senta, un’ultima domanda: Napoli secondo lei uscirà dalla situazione in cui si trova?

"Uscirà se si adottano le misure necessarie, il problema è appunto della città bene; qui a Scampia giri libero, se sei della zona nessuno ti fa niente. Qui vogliono la tranquillità per vendere la droga".

Alessandria: con il progetto "Verdazzurro" aiuto per i detenuti

 

L’Ancora, 3 novembre 2006

 

Il Comune aiuta i detenuti a reinserirsi nella società civile, e loro ricambiano fornendo, dietro pagamento di uno stipendio, la loro manodopera per lavori utili alla comunità. Siamo di fronte ad un chiaro esempio di circolo virtuoso, che per una volta viene pienamente messo in pratica: protagonista dell’iniziativa - denominata "Progetto Verdeazzurro 4", è il Comune di Rivalta Bormida, che anche quest’anno accoglierà due detenuti ammessi al lavoro esterno.

L’iniziativa, sostenuta dalla Regione con un bando a cui possono accedere tutti i comuni, prevede che i detenuti, in prigione per crimini non gravi, e giunti ormai quasi al termine del proprio periodo di carcerazione, tanto da poter godere del regime di semilibertà, vengano assegnati ad un certo numero di Enti locali per partecipare a progetti che potremmo definire ‘di reinserimento attivò, con i quali possono acquisire competenze che potranno servire loro a trovare un lavoro stabile una volta scontata interamente la pena.

A spiegare l’iniziativa in maniera più articolata è il primo cittadino di Rivalta Bormida, Valter Ottria: "Quanto accade, in pratica, è piuttosto semplice: noi abbiamo presentato un progetto, che sulle 72 richieste presentate è stato valutato addirittura al terzo posto su scala regionale. A Rivalta siamo ormai al quarto progetto di questo tipo (il primo era iniziato nel marzo 2004, ndr), e devo dire che in paese l’iniziativa, che inizialmente era stata accolta con un atteggiamento guardingo, è ora circondata da ampio consenso.

I detenuti escono ogni mattina dal carcere di San Michele e si recano al lavoro con mezzi propri. L’orario di lavoro prevede 7 ore al giorno per 5 giorni la settimana per un massimo di 22 giorni al mese, pagati su base giornaliera. I costi della paga e i contributi sono a carico della Regione, mentre il Comune, in base al progetto, può integrare queste entrate con altri benefici: per esempio a Rivalta forniamo loro pasti giornalieri, abbigliamento antinfortunistico e un contributo per le spese di trasporto".

Ovviamente, sono soggetti a diverse limitazioni: "Durante il lavoro non possono uscire dal Comune di assegnazione e non possono utilizzare cellulari. E naturalmente alla sera sono obbligati a rientrare in carcere".

Col tempo, inevitabilmente, si crea un legame tra il soggetto e la realtà locale: "Siamo felici di notare che a Rivalta questo legame ha riguardato sia il paese che i detenuti, che infatti hanno dato disponibilità ad estendere il loro impegno, e al termine del normale orario di lavoro si fermano qualche ora in più per prestare attività gratuita di volontariato. Per esempio, ci aiutano a portare avanti il servizio di raccolta differenziata, danno una mano per la cura delle aree verdi, della zona antistante il cimitero, e per altri compiti di questo genere".

In effetti, il merito dei buoni risultati conseguiti dal progetto "Verdeazzurro" a Rivalta va ascritto soprattutto ai detenuti stessi, che col tempo hanno saputo fare breccia negli inevitabili pregiudizi: "I rivaltesi hanno mostrato di apprezzare la volontà di queste persone di rifarsi una vita - spiega ancora Ottria - e in particolare, qui a Rivalta abbiamo il caso di uno dei detenuti, un ragazzo maghrebino, che ha davvero saputo conquistarsi la fiducia e la benevolenza di tutto il paese, tanto che una volta terminato il periodo della sua condanna cercheremo di aiutarlo a trovare una sistemazione in paese".

Ma per concludere, vediamo nei dettagli come sarà articolato il progetto "Verdeazzurro 4": i detenuti si occuperanno del mantenimento di aree comunali, come il parco giochi del "Fosso del Pallone" e delle numerose aree verdi; quindi, terminati i lavori di ampliamento, si occuperanno della sistemazione dell’area adiacente la residenza per anziani "La Madonnina". Parallelamente, si dedicheranno allo sviluppo di piccole lavorazioni artigianali e alla manutenzione delle strutture sportive comunali. Tra l’altro collaboreranno all’organizzazione di attività sportive culturali o ricreative secondo le direttive del Comune. Ma non è finita qui: i detenuti svolgeranno attività di informazione e orientamento culturale e collaboreranno alla gestione della biblioteca comunale, e alla predisposizione dei locali per il nascente centro culturale "Norberto Bobbio" che sarà ubicato all’interno di Casa Bruni. Infine, è prevista la creazione di un parco pubblico "Docg" (Denominazione di Origine Carceraria Garantita), quale elemento di forte impatto sul paese.

"Nel frattempo, lavoreremo per ampliare i contatti con le aziende, per sensibilizzarle a realizzare stage formativi che andranno a migliorare il bagaglio professionale dei ‘nostri’ detenuti, insieme a corsi che il Comune sta già organizzando nel settore agro alimentare. Il lavoro per queste persone è una forma di riscatto, e da parte nostra vogliamo davvero fare il possibile per recuperarli alla società".

Treviso: "Adozioni a vicinanza", in 4 anni oltre 180 adesioni

 

Redattore Sociale, 3 novembre 2006

 

È già tempo di bilanci per "Adozioni a vicinanza", iniziativa nata nel 2004 dalla Caritas diocesana di Treviso all’interno del progetto "Minori alla porta". Mentre quest’ultimo prevede interventi contro il disagio dei minori (dall’affido all’adozione, di sostegno a minori con genitori in carcere o nomadi, di genitori separati o accuditi solo dalla madre), "Adozioni a vicinanza" riguarda specificatamente il mondo del carcere.

L’obiettivo è creare reti di solidarietà umana per promuovere un crescita sana dei ragazzi che, senza colpa, si trovano a vivere situazioni di disagio. "L’indifferenza dei più e la miseria di certe condizioni umane abbandonate a se stesse, possono generare persone frustrate, sofferenti psichici, ma possono anche degenerare in forme di illegalità, disordine sociale, micro o macro criminalità- si spiegava nella presentazione del progetto -. Facendo leva sui minori e mettendo in campo tutte le risorse possibili, si mira a stimolare la sana crescita dei piccoli e a responsabilizzare i loro genitori nel compito di educatori e cittadini onesti".

È il direttore Caritas Tarvisina, don Bruno Cavarzan, a fare un primo bilancio: "Sono state raccolte oltre 180 adesioni da parte di singoli, gruppi, famiglie e una quindicina di offerte provenienti da autotasse o bomboniere di battesimo o di nozze devolute in nostro favore - spiega -. Gli operatori Caritas hanno seguito circa 50 nuclei familiari con minori, coinvolgendo servizi pubblici, Caritas parrocchiali e associazioni di volontariato. Oltre una decina sono stati sostenuti direttamente dal Centro di ascolto di Treviso.

Le tipologie di intervento si spalmano su diversi bisogni: l’alimentazione (borse spesa, latte, buoni pasto scolastici), la salute della persona (medicine, interventi sanitari), il dignitoso inserimento sociale (doposcuola, testi scolastici, associazioni giovanili, attività estive, campi scuola). Non sono mancati i momenti di sensibilizzazione nei plessi scolastici, nelle comunità, nei gruppi e tramite i mass media locali".

Secondo il direttore si sta configurando una specie di cassa di solidarietà che presenta diversi vantaggi: il valore condiviso della solidarietà gratuita, il pronto intervento nelle situazioni di emergenza, la promozione di una maggiore equità tra chi sta bene e chi manca del necessario, una risorsa concreta per chi, caduto in qualche disgrazia, coltiva la speranza del riscatto. Un’opportunità di crescita e di benessere per tutte le parti coinvolte dal progetto.

"A partire dal poco si può davvero fare molto - conclude don Cavarzan -. È nostra intenzione dunque continuare su tale iniziativa, che poggia sulla generosità e fiducia di chi aderisce, e sull’impegno della Caritas non solo a servizio dei più poveri ma ancor più nel far crescere una vera cultura della solidarietà gratuita, sia come credenti sia come cittadini".

Roma: lascia i domiciliari per tornare in carcere, condannato

 

Ansa, 3 novembre 2006

 

Non rispettare gli arresti domiciliari, anche se per bussare alle porte del carcere e chiedere di tornare in cella, configura il reato di evasione. È quanto sottolinea la Sesta sezione penale della Corte di Cassazione che ha confermato la condanna a 2 mesi di carcere inflitta nel 2005 dalla Corte d’Appello dell’Aquila ad un giovane abruzzese che scontava una pena detentiva all’interno di una comunità terapeutica.

Il giorno dopo il controllo della polizia giudiziaria che verificò la sua assenza dal luogo di custodia, l’imputato si recò presso il carcere di Rebibbia per chiedere di poter tornare in cella. Per giustificare la sua assenza, Renzo D. ha spiegato, infatti, di aver violato gli arresti domiciliari per far ritorno al penitenziario, e non per fuggire. Nella sentenza n. 36532 la Suprema Corte ha bocciato il suo ricorso perché "manifestamente infondato", rilevando che, nonostante l’intenzione di voler consegnarsi alla polizia penitenziaria di Rebibbia, sussiste comunque il reato: lasciare per qualsiasi motivo il luogo di custodia senza un provvedimento dell’autorità giudiziaria è comunque un’evasione. I giudici di Piazza Cavour spiegano, quindi, che "la durata e i motivi dell’allontanamento restano irrilevanti, a meno che non assumono il carattere di vera e propria esimente". Pertanto, "l’affermazione del ricorrente di essersi allontanato dalla comunità terapeutica dove era detenuto, con la precisa e unica intenzione di far rientro in carcere e la sua costituzione a Rebibbia il giorno dopo a quello dell’ allontanamento, non incidono sull’elemento materiale né su quello psicologico del reato". A carico dell’insolito "evaso" la Cassazione ha addebitato le spese processuali e una multa di mille euro da versare alla cassa delle ammende.

Verona: detenuto brucia un lenzuolo, assolto perché depresso

 

L’Arena di Verona, 3 novembre 2006

 

Nella cella del carcere di Montorio stava male, era in difficili condizioni mentali e così incendiò le lenzuola. Un gesto simile solitamente viene punito dalla legge, ma nel caso del detenuto veronese è stato ritenuto un fatto che non costituisce reato proprio per il particolare stato di depressione dell’imputato. Il processo davanti al giudice Valeria Ardito ha fatto emergere questi dettagli della vicenda. Il 26 luglio 2003 il detenuto incendiò le lenzuola per farsi del male. Intervennero gli agenti di polizia penitenziaria che spensero le fiamme e, dopo aver soccorso l’uomo, segnalarono la vicenda alla procura. Anche il pubblico ministero ha ritenuto che non ci fossero gli elementi per condannare l’imputato e ha chiesto l’assoluzione. "Non è colpevole perché era in stato confusionale e di profonda depressione", ha sentenziato il magistrato.

Verona: i sindacati dell'Ulss; troppi infermieri per i detenuti

 

L’Arena di Verona, 3 novembre 2006

 

"Nella casa circondariale di Montorio si verifica una situazione paradossale che stride fortemente con il richiamo, che si alza da più parti, alla razionalizzazione delle risorse e delle spese".

La denuncia arriva dalla Rappresentanza sindacale unitaria (Rsu Cgil Fp, Cisl Fps, Uil Fpl e Fials) dell’Ulss 20, che parla espressamente di "spreco" riferendosi all’assistenza erogata ai detenuti tossicodipendenti. Affermano i sindacalisti dell’azienda sanitaria: "Il decreto legislativo del 22 giugno 1999 trasferisce al Servizio sanitario nazionale i soli settori della prevenzione e dell’assistenza ai detenuti tossicodipendenti in carcere, mentre l’assistenza sanitaria ai detenuti non tossicodipendenti è rimasta, in attesa di essere anch’essa trasferita, di competenza della medicina penitenziaria. A seguito del decreto l’Ulss 20 ha ritenuto di gestire direttamente con proprio personale l’assistenza ai detenuti tossicodipendenti creando, da subito, problemi relativi alla disorganizzazione determinatasi dal fatto che su parte dei detenuti (circa 200 tossicodipendenti) operava il personale sanitario del Dipartimento delle dipendenze (sette infermieri), mentre su tutti gli altri (circa 500) opera il personale sanitario (2-3 infermieri) del ministero di Giustizia".

Si legge ancora nella nota della Rsu dell’Ulss 20: "Giornalmente, a Montorio, si vive il paradosso di vedere infermieri dipendenti dell’Ulss 20 e del ministero di Giustizia percorrere, con due carrelli della terapia, lo stesso corridoio fermandosi di fronte alle stesse celle che ospitano detenuti tossicodipendenti e non a cui assegnare la terapia farmacologia. Da molti mesi la Rsu aziendale, unitamente a Cgil Cisl Uil chiede, senza ottenere alcuna risposta, la cessazione di questo, inutile e ingiustificato spreco di risorse pubbliche.

La soluzione è semplice ed è già stata percorsa da tutte le altre aziende sanitarie territoriali del Veneto. Una semplice convenzione", scrivono i sindacalisti, "con l’amministrazione penitenziaria che si faccia carico, tramite il proprio personale infermieristico, della somministrazione della terapia anche ai detenuti tossicodipendenti. Alla luce delle recenti dei libere regionali che impongono forti contenimenti della spesa, riducendo la capacità delle aziende sanitarie di assumere personale infermieristico e di supporto, lo spreco di risorse da noi denunciato diventa pesante da sopportare per il cittadino, che impotente concorre al mantenimento degli sprechi; per il personale infermieristico dei reparti ospedalieri sempre più ridotto e in difficoltà e, se permettete anche per le rappresentanze sindacali, costrette a chiedere riorganizzazioni che dovrebbero essere viceversa promosse dall’azienda".

Al responsabile del Dipartimento delle dipendenze, dottor Giovanni Serpelloni, abbiamo chiesto di replicare alla denuncia della rappresentanza sindacale. "Ma quale spreco! È la legge a imporre che l’assistenza sanitaria ai detenuti tossicodipendenti venga erogata da personale dell’azienda sanitaria, anche per una questione di responsabilità che deriva dalla somministrazione di farmaci specifici, perché il più delle volte il detenuto tossicodipendente soffre di Aids. E se dopo la denuncia dei sindacalisti ci costringono a rinunciare a questo servizio, chi offrirà assistenza a quelle persone dimenticate da Dio?"

va dalla somministrazione di farmaci specifici, perché il più delle volte il detenuto tossicodipendente soffre di Aids. E se dopo la denuncia dei sindacalisti ci costringono a rinunciare a questo servizio, chi offrirà assistenza a quelle persone dimenticate da Dio?".

Fortemente amareggiata per l’iniziativa della rappresentanza sindacale dell’Ulss 20 si dice la signora Anna Farinelli, responsabile infermieristica del Dipartimento: "Parlare di spreco è un’affermazione gratuita, anche perché i sindacalisti non conoscono la realtà della casa circondariale. Non c’è spreco e soprattutto non c’è e non ci può essere sovrapposizione di mansioni. Gli infermieri dell’Ulss 20 da sei anni sono gli unici autorizzati, sulla base di un protocollo d’intesa siglato dalle due amministrazioni e firmato anche dai giudici di sorveglianza, a somministrare farmaci a detenuti dichiarati tossicodipendenti o affetti da patologie Aids correlate. Diversi sono i percorsi, così come diverse sono le terapie somministrate dagli infermieri libero professionisti che per alcune ore al giorno operano per il ministero di Giustizia".

Lecco: D'Elia; carcere di Pescarenico, un’isola davvero felice

 

La Provincia di Como, 3 novembre 2006

 

"Situazione umana, civile e dignitosa". È questa la conclusione di Sergio D’Elia, segretario alla Presidenza della Camera e segretario dell’associazione "Nessuno tocchi Caino" dopo la visita di ieri al carcere di Pescarenico. "La costruzione della casa circondariale risale al primo dopoguerra e l’ultima ristrutturazione è avvenuta tra il 2000 e il 2004. La capienza regolamentare della struttura è di cinquanta unità, quota che non è mai stata superata. Attualmente ci sono 42 detenuti di cui la metà extracomunitari.

Tra il personale carcerario si contano cinquanta agenti penitenziari e un educatore". Questi i dati diffusi in una conferenza stampa nella sezione provinciale della Rosa nel Pugno con Elisabetta Zamparotti, redattrice del rapporto annuale sulla pena di morte, Luca Perego, segretario provinciale del partito e appunto Sergio D’Elia. Tutti concordi nel presentare la struttura di Pescarenico come modello di buona gestione, umana, sociale e logistica di una struttura carceraria.

Prima dell’indulto il carcere di Pescarenico contava 47 detenuti. Sono venti coloro i quali hanno beneficiato di questa misura e, fino ad ora, nessuno è stato recidivo, cioè ha commesso nuovi reati. "Il carcere di Pescarenico - conferma D’Elia - rappresenta, nel panorama italiano, un’isola felice: non esiste il problema sovraffollamento, ha celle decorose.

Infine esiste, tra personale addetto e detenuti, un clima di rispetto reciproco che favorisce il buon andamento generale della struttura. Stupisce come, a pochi chilometri di distanza, possa esistere una realtà tanto diversa come il carcere di Como dove ad una situazione strutturale decadente si aggiunge una conduzione talvolta disumana dei rapporti umani e sociali. La differenza sta forse nel fatto che l’ex ministro Roberto Castelli è di Lecco è ha promosso i lavori a Pescarnico, conoscendo i problemi della struttura. Probabilmente non aveva pensato di visitare quello di Como".

Del resto, lo stesso Castelli, nel giorno dell’inaugurazione (7 giugno 2004) aveva detto: "Quando ho visitato questo penitenziario mi sono sentito a disagio perché non era degno della nostra civiltà. Oggi la differenza è sostanziale: finalmente si fa giustizia a quei luoghi comuni che dipingono le nostre prigioni come se fossero tutte la Cayenna". Non tutte, è vero, ma sostiene D’Elia: "Non possiamo permetterci di utilizzare l’esempio di Lecco come fiore all’occhiello per nascondere le ben più diffuse situazioni di degrado del sistema carcerario italiano".

E il paragone con Como continua a tenere banco: "Sono stato detenuto in entrambe le strutture e il paragone non tiene - conferma un ex detenuto - Sotto il profilo delle infrastrutture la situazione di Como è un disastro e sotto il profilo umano non ne parliamo. Gli episodi di violenza, che a volte coinvolgono anche il personale carcerario, non si contano e il pestaggio dei due ragazzi di Lecco cui hanno dovuto, in seguito, asportare la milza, non è che la punta dell’iceberg.

A Pescarenico il clima è diverso ". Una sorta di carcere modello, dunque, cui si contrappone una situazione nazionale molto differente: "Si potrebbe sottolineare la mancanza di una sezione femminile, ma è la struttura dell’edificio a renderne impossibile la realizzazione. Oppure l’assenza di un’attività industriale interna che favorisca il reinserimento, ma per il tipo di utenza del carcere, composta da detenuti con pene piuttosto brevi, un’ attività economica interna sarebbe di difficile da sostenere. Eventuali migliorie dipendono, nel caso lecchese, solo da fattori esterni quali leggi nazionali da riformare, la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi".

Gran Bretagna: l’ultima frontiera, galeoni per i galeotti

di Patrizio Gonnella

 

Il Manifesto, 3 novembre 2006

 

Galeoni per contenere galeotti. L’ultima frontiera creativa della detenzione è quella navale. Il Pentagono già aveva fatto ricorso ad alcune unità navali per ospitare per periodi ridotti presunti affiliati ad al Qaeda.

In Olanda, nel porto di Rotterdam, furono allestite alcune navi quali provvisori centri marini coatti per migranti. La decisione del governo inglese di affrontare il sovraffollamento penitenziario con le navi-prigione suggerisce almeno due riflessioni. La prima riguarda l’esportazione delle pratiche repressive emergenziali. Quando si rompe una regola - nel caso in questione quando si mette mano ai diritti umani - sulla base della presunta eccezionale gravità di una situazione, è probabile che l’eccezione divenga poi la norma.

Così le navi-prigione sperimentate prima contro i terroristi islamici dagli americani e poi contro i migranti dagli olandesi ora divengono la risposta ordinaria ai detenuti comuni in Inghilterra e in Galles per fronteggiare l’esubero di detenuti. La vera novità delle navi-prigione sta nell’oggetto della loro carcerazione: i detenuti comuni. È caduta la maschera dell’emergenzialismo: ogni emergenza ambisce a divenire regola. Gli stati di eccezione costituiscono sempre un vulnus irreparabile allo stato di diritto. La seconda riflessione riguarda la funzione storico-politica che si intende assegnare al carcere. Il carcere è un’invenzione della modernità.

Fino al ‘700 vi erano i supplizi. In una concezione progressiva della storia ci saremmo immaginati il lento superamento della pena carceraria. Ma evidentemente la storia per alcuni non è una linea retta. Nella post-modernità sembra che il problema sia solo quello di contenere i corpi. E allora va bene usare tutto lo spazio a disposizione compreso quello marino o aereo.

Fa niente se in una nave-prigione i diritti diventano risibili, se l’isolamento nella stiva diventa la normalità detentiva, se i colloqui con i familiari diventano rari se non impossibili. La pena perde ogni altra funzione se non quella di strumento di neutralizzazione sociale. Per fare questo va bene pure una nave. Ma andrebbe bene anche la pena di morte.

Questa però non è degna della Regina; l’ha espunta perfino la Chiesa dal catechismo. La logica dell’internamento navale è simile a quella del trattamento dei rifiuti o delle scorie nucleari. Si portano lontano, si nascondono sotto terra o in mare. Colui che viola la legge penale in Inghilterra è considerato un rifiuto. Meglio il clemente Mastella che il laburista John Reid.

 

 

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