Rassegna stampa 16 marzo

 

Venezia: ecco le "bocche di lupo" di Santa Maria Maggiore

 

RadioCarcere.it, 16 marzo 2006

 

Claudio, 42 anni: La cella dove stavo io era grande 6 mq. Dentro ci stavamo in tre. E noi eravamo i più fortunati. Nel carcere di Venezia c’è gente che in celle così piccole ci sta in 5, in 6 e addirittura in 8 detenuti. I letti a castello sono a tre piani e io dormivo al terzo piano. Non più di 40 centimetri dividevano la mia faccia dal soffitto, è come dormire dentro una bara. Lo spazio per muoverci in quella cella era minimo eppure ci passavamo 21 ore al giorno, chiusi, sempre chiusi. Era buia quella cella, anche di giorno. Le c.d. bocche di lupo non facevano entrare la luce e non ci facevano vedere fuori. Le bocche di lupo sono delle lastre che stanno fuori dalla finestra della cella, lastre che ti permettono solo di vedere una piccola striscia di cielo. A noi nel carcere di Venezia il cielo è negato. Ma nel carcere di Santa Maria Maggiore al peggio non c’è fine. Ancora oggi ci sono detenuti che sono costretti a dormire nella la sala giochi. Dieci, quindici detenuti ammassati in questo stanzone. I più fortunati buttati su materassi messi per terra, altri, i meno fortunati, costretti a dormire sulle sedie, con la testa appoggiata al muro oppure sul tavolo da ping pong. Questa scena è normale nel carcere di Santa Maria Maggiore.

Giustizia: Tommaso, un’altra vittima del "diritto di cronaca"...

 

RadioCarcere.it, 16 marzo 2006

 

Due marzo 2006. Tommaso Onofri, 17 mesi, sofferente di epilessia, viene rapito intorno alle 20 dalla sua casa di Casalbaroncolo, frazione del Comune di Sorbolo, in provincia di Parma. Il fatto suscita indignazione. Cattura l’attenzione. Il circo mass mediatico mette le tende. La diretta è senza sosta. Giungono notizie con soluzione di continuità. Vespa apre il suo salotto. Mentana lo segue. Chiacchiere. Le indagini ancorate al nulla. Spunta un pentito. Una meteora insignificante. Le perquisizioni portano alla scoperta di materiale pedopornografico nel computer del padre. Una nuova ipotesi investigativa. La pedofilia dietro il rapimento. Il padre responsabile. L’ipotesi viene data in pasto alla stampa. La segretezza delle indagini è liquefatta. I mass media azzannano la preda. Paolo Onofri, padre di Matteo, cambia ruolo. Il genitore disperato diventa un orribile pedofilo. I mass media lo presentano come il probabile responsabile del rapimento. La pedofilia il movente. Una follia. I mass media inquinano nuovamente un processo. Marta Russo, Cogne e ... precedenti illustri. Pressano gli inquirenti. Acquisiscono illegittimamente notizie che inspiegabilmente fuoriescono dalle Procure. Condannano, distruggono. Minano irrimediabilmente la scoperta della verità. Ci dovremmo chiedere quali le cause e quali i rimedi. Per non giungere alla conclusione che tutto questo è il sacrificio da pagare al supremo diritto di cronaca.

La giustizia emozionale: gli atti e l’oggetto dei processi

nelle rappresentazioni dei mass media

(di Luca Palamara, Sostituto Procuratore della Repubblica di Roma)

 

RadioCarcere.it, 16 marzo 2006

 

I recenti fatti di cronaca giudiziaria (mi riferisco in particolare al rapimento del piccolo Tommaso) ripropongono l’annosa problematica tesa all’individuazione di un sia pur labile confine tra segretezza e riservatezza delle indagini da un lato e diritto di cronaca dall’altro. In altre parole occorre domandarsi fino a che punto sia consentito che elementi acquisiti nello svolgimento delle indagini vengano, quasi in tempo reale, riportati e divulgati dai mass-media. Al riguardo non può non richiamarsi l’art. 114 del codice di procedura penale che individua dei precisi limiti alla pubblicazione di atti e di immagini di un procedimento penale, stabilendo in buona sostanza il divieto di pubblicazione degli atti coperti dal segreto.

Quindi è pacifico che a carico dei pubblici ufficiali (magistrati, cancellieri, polizia giudiziaria etc.) si imponga il riserbo di tutte quelle notizie apprese nello svolgimento delle indagini, la violazione del quale inevitabilmente integra il reato di rivelazione di segreto di ufficio. Stabilito quindi che la pubblicazione degli atti coperti dal segreto è illecita, nel caso di pubblicazione legittima di atti è tuttavia necessario individuare dei precisi limiti al diritto di cronaca giornalistica.

In questo caso il richiamo oltre che alle elaborazioni giurisprudenziali - affermazioni che hanno pacificamente stabilito come il diritto di cronaca deve sempre osservare il rispetto dell’interesse pubblico della notizia, della continenza e della verità dei fatti - non può non andare anche al Codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica (meglio noto come Codice deontologico sulla privacy), pubblicato il 3 agosto 1998 nella "Gazzetta Ufficiale", successivamente è l’Allegato A del Dlgs n. 196/2003 meglio noto come il Codice della Privacy. Dall’osservanza delle norme sopra richiamate ne discende la necessità di un informazione che non si risolva in un mero pettegolezzo ma che viceversa sia rispettosa della sfera privata delle persone direttamente coinvolte.

Genova: ex gangster torna in carcere per un furto di 25 anni fa

 

Secolo XIX, 16 marzo 2006

 

Negli anni ‘70 e ‘80 era stato un gangster di primissimo piano, ma adesso per racimolare qualcosa doveva lavorare come lavascale. E probabilmente ha scosso la testa, quando i poliziotti lo hanno arrestato per fargli scontare quattro mesi di carcere con l’accusa di furto. Perché Luigi Aversano, 53 anni, potrebbe raccontare un pezzo di storia criminale genovese: amico e complice di Cesare Chiti, il "boia delle carceri" luogotenente di Marietto Rossi, e poi coinvolto nell’inchiesta sul sequestro di Sara Domini e "pentito" dopo la morte di Luigi Torchia, rapinatore ucciso e bruciato nelle campagne di Mornese.

Più recentemente era stato protagonista dell’aggressione a un uomo cui addebitava di averlo contagiato con un virus; una storia vissuta quando ormai era uscito dal giro e le prime pagine dei giornali, gli inseguimenti, le sparatorie, i maxi-processi e le urla dalla "gabbia" erano un pallido ricordo. Aversano, che negli ultimi tempi aveva abitato in un palazzone popolare sulle alture di Rivarolo, aveva l’aspetto dimesso e hanno persino stentato a riconoscere in lui il protagonista della rivolta a Marassi durante la quale furono sequestrate cinque guardie, o il criminale indagato per favoreggiamento nell’assalto ai carabinieri (uno, Ruggero Volpi, morì durante il conflitto a fuoco) che permise a Cesare Chiti di evadere e seminare altro terrore.

Ci vorrebbe un’antologia, forse, per raccogliere le sue confidenze sui banditi - alcuni sfiorati dal terrorismo rosso - che misero a ferro e fuoco la Liguria e non solo. Una storia di sangue, romanzesca e irripetibile, che lui stesso aveva deciso di cancellare con un improvviso pentimento nel 1987. "Vorrei rifarmi una vita", ripeteva ai giudici. E però il passato, anche i suoi frammenti più piccoli, ritorna sempre.

Padova: una festa con i figli anche per i papà detenuti

 

Il Gazzettino, 16 marzo 2006

 

Il Comitato per il Telefono Azzurro di Padova organizzerà domani, al carcere Circondariale, e il 20 e 21 marzo, alla Casa di Pena, la festa del papà rivolta alle famiglie il cui padre è detenuto nella struttura carceraria ma che desideri comunque festeggiare la ricorrenza con i propri figli. Grazie al completo appoggio della direttrice Reale e al coinvolgimento dei volontari del Telefono Azzurro, i detenuti dell’Istituto Circondariale, per la prima volta, potranno insomma festeggiare assieme alle loro famiglie la ricorrenza della Festa del Papà.

All’interno del Carcere Penale invece i già oramai collaudati festeggiamenti avverranno grazie alla collaborazione del direttore Pirruccio, che anche quest’anno ha concesso al Comitato per il Telefono Azzurro di Padova la possibilità di creare uno spazio sereno di ricongiungimento delle famiglie. Tramite attività di animazione e di svago creativo, i bambini e i papà potranno rivivere un momento di quotidianità familiare, mangiare, disegnare, dialogare, giocare insieme. Le giornate si propongono di aprire una riflessione sul tema del Carcere e sul disagio vissuto dalle famiglie dei detenuti, con particolare riferimento ai loro bambini, che si trovano ad affrontare una realtà così difficile. Telefono Azzurro da sempre si preoccupa di salvaguardare il diritto imprescindibile di ogni bambino di vivere in un clima il più possibile sereno la propria infanzia e le proprie relazioni familiari, nonostante le difficoltà oggettive date dalla reclusione del genitore. L’associazione è già da anni presente all’interno degli Istituti Penitenziari con il progetto "Ludoteca in carcere": sono stati allestiti ed attrezzati spazi ludici che vanno incontro alle esigenze dei bambini prima e durante il colloquio con il genitore detenuto.

Milano: carcere di Opera, quando in cella si ritrova Dio...

 

Avvenire, 16 marzo 2006

 

Le due certezze nella vita di Andrea sono gli anni di ergastolo che gli restano da scontare e la fede nel Signore. Andrea è detenuto nel carcere di Opera, periferia sud di Milano. Il 14 gennaio 1994 venne arrestato con l’accusa di associazione mafiosa. Nel marzo 2002 la pena è diventata definitiva. Da dodici anni vive negli istituti penitenziari, prima a Vigevano, poi a Opera. Ma tra le mura della cella ha incontrato Cristo. "Anzi - racconta -, riscoperto perché fin da piccolo ho avuto l’esempio di mia madre, una contadina dalla profonda religiosità".

Ad Opera, settore A/S (Alta Sorveglianza), è conosciuto tra i volontari e gli altri detenuti per la sua immensa fiducia nel Signore. "Non rimpiango il passato. Se sono qui è perché Lui l’ha voluto. Ho riscoperto la fede e la salvezza dell’anima. Se fossi rimasto fuori, forse non sarebbe accaduto". In carcere lui ci vive come se fosse in convento. Alla 5,40 recita del Rosario sulle onde di Radio Maria. Quando andrà a dormire, verso le undici, saranno almeno quattro i Rosari recitati. Cambio di frequenza, c’è la Messa su Radio Mater. Le due emittenti sono le compagne con cui trascorre tutta la giornata. La maggior parte del tempo sta in biblioteca a studiare e a meditare. I teologi preferiti sono san Tommaso e Agostino.

"Anche se quest’ultimo a volte è un po’ difficile", ammette Andrea, che ha fatto la quinta elementare. Le medie le ha conseguite in carcere. Risponde alle numerose lettere che arrivano. "Ho dovuto "tagliare" un po’ di persone con le quali mi scrivevo: costava troppo". Ne sono rimaste trenta. Una donna gli chiede di pregare per la figlia malata di tumore. Ma non ha il desiderio di uscire? "La mia pace e la mia libertà le trovo qui, in carcere, nella preghiera, nelle corrispondenze", risponde lui. Cuoco provetto, Andrea negli anni Settanta aprì un ristorante a Varese. Il locale divenne presto uno dei più frequentati. Tra i clienti, anche alcuni mafiosi. E i clienti vanno sempre coccolati. "È vero, ho commesso delle leggerezze. Ma da qui a essere mafioso...".

Andrea emana una serenità innaturale per un carcere. Alcuni lo considerano pazzo ma a lui non importa, continua a recitare Rosari. Anche Ramon, 60enne sudamericano di cui metà trascorsi in carcere, ha sempre pregato. Ma ha ucciso un uomo, ne ha ferito un altro, mentre un terzo è morto di infarto assistendo alla sparatoria. "Non volevo uccidere. Infatti, altre volte sono andato con una pistola giocattolo". Gli è rimasta soltanto una cugina. Sa che sta in carcere perché anche in Sudamerica andava a trovarlo il giovedì, giorno dei colloqui. La cella è un piccolo santuario di immagini che vanno da padre Pio a Giovanni Paolo II.

Ramon prega tutte le sere: "Chiedo perdono per il male che ho fatto. Sbagliavo senza rendermi conto". Con orgoglio ricorda che la domenica, a Messa, ha il compito di leggere sempre la seconda lettura, cosa che farà per i prossimi dodici anni. "Se prima di morire sarò cosciente, chiederò perdono ancora un’ultima volta". Valerio ha scontato già ventidue anni di carcere, in parte in Italia, in parte in un Paese dei Caraibi.

"Ero completamente indifferente verso il Signore finché incontrai un pastore protestante". Parlarono di Dio, della fede. Poi, "mi pose una mano sulla fronte e disse che il Signore avrebbe avuto in serbo qualcosa di bello per me". Al momento, Valerio non ci diede peso, continuò a essere un detenuto ribelle. "Poi capii che gli anni passati a delinquere e a ribellarmi in carcere erano anni sprecati. Era giusto pagare per ciò che avevo fatto". Lentamente cambiò. Per prima cosa scrisse alla moglie rivelandole l’esistenza di un’altra donna conosciuta ai Caraibi e di altre due figlie. Nella sua sezione, da piantagrane per antonomasia, Valerio divenne il più mite. Ora legge la Bibbia, prega, studia e approfondisce la fede. L’unico cruccio, la famiglia, quella italiana, che ancora non crede totalmente alla conversione. "Ci vuole tempo. Li capisco", riconosce Valerio.

Terni: panificatori in carcere con la cooperativa "Gulliver"

 

Il Messaggero, 16 marzo 2006

 

È nata all’interno della casa circondariale di vocabolo Sabbione. La cooperativa di panettieri Gulliver sta muovendo i primi passi. Per ora i soci sono 14: dieci detenuti e quattro esterni; un panettiere che insegna la propria arte, un responsabile che coordina i rapporti con l’esterno, un responsabile del settore commerciale ed un coordinatore tecnico.

Ma come mai si è formata una cooperativa all’interno di un carcere? L’idea non è venuta dal nulla ma ha trovato terreno fertile nell’ambito delle attività che da anni vengono organizzate a vocabolo Sabbione proprio per creare occasioni di inserimento sociale, una volta scontata la pena. Tre anni fa erano partiti dei corsi, che si potrebbero definire di formazione professionale, proprio per panettieri. Si era scelto questo mestiere per l’elevata richiesta, per la facilità di collocare al lavoro persone che sanno il fatto loro. Ed adesso da quell’esperienza l’idea di formare Gulliver, una vera impresa, con persone che vengono assunte a contratto.

Che preparano il loro reinserimento in società fondandolo su un cardine forte che è quello di assicurarsi la possibilità di trovare un lavoro una volta fuori dalle mura del carcere. A dare sostegno un’altra cooperativa: Frontiera lavoro che da tempo opera all’interno della casa circondariale. Quando i detenuti escono lasciano la cooperativa Gulliver per far posto ad altri. Non vengono però abbandonati a se stessi perché sono seguiti anche fuori. "Tutti quelli che avevano frequentato il corso per panettieri e sono usciti da Sabbione hanno trovato lavoro. Cinque sono lombardi e sono tornati a casa, uno è ternano e lavora in un’impresa locale", spiega Luca Verdolini uno degli ideatori della cooperativa Gulliver.

I detenuti panettieri lavorano all’interno di un laboratorio tutto nuovo con macchinari dell’ultimo tipo, 150 metri tutti piastrellati e a norma. Per realizzarlo ci sono voluti centomila euro. Metà li ha forniti il carcere e metà la cooperativa "Frontiera lavoro" nell’ambito della quale è nata Gulliver. Tanti i sogni, i progetti. Uno dei primi, in ordine di tempo, è quello di aprire un punto vendita in piazza Dalmazia dove verranno commercializzati al dettaglio i prodotti.

I soci della Gulliver provengono da tante parti del mondo, ci sarà così anche la possibilità di preparare diversi tipi di pane o di dolci. Si farà il pane indiano, quello arabo. Ma le idee fioccano. L’altra meta da raggiungere è organizzare, proprio per questa ricchezza di diverse competenze, corsi di aggiornamento per i panificatori. Una sorta di polo d’eccellenza. Potrebbero essere i panettieri ternani ad entrare in carcere per aggiornarsi. Uno scambio importante. "La città di Terni comunque è accogliente, c’è disponibilità verso chi ha sbagliato e dimostra di voler tagliare i ponti col passato. E questo è uno dei modi più proficui per evitare ricadute. Questo lo abbiamo notato in tanti settori. La camera di Commercio, ad esempio, è stata molto celere nello sbrigare le varie pratiche che dovevamo portare a termine per aprire un impianto di panificazione all’interno del carcere. Attenzione e disponibilità c’è anche da parte degli imprenditori" aggiunge Verdolini.

Padova: 19 marzo in piazza, ecco il nostro albergo a cinque stelle!

 

Redattore Sociale, 16 marzo 2006

 

Diverse organizzazioni, in polemica con il ministro Castelli, riprodurranno fedelmente in piazza a Padova una cella da 25 metri quadrati invitando a visite guidate. Con momenti musicali, informativi, testimonianze dal carcere.

Radio Sherwood, Ristretti Orizzonti, Avvocato di strada, Il Granello di Senape, Tangram, Coordinamento carcere e città, Cooperativa AltraCittà, Antigone, Ya Basta, Cooperativa Città Invisibile, Laboratorio dei Viaggiatori Sonori, Art Rock Cafè. Sono le associazioni e gli organismi che propongono alla città di Padova un punto di vista inedito sulla realtà del carcere.

L’appuntamento è per domenica prossima, 19 marzo, in Piazza dei Signori (dalle ore 10 alle 18), per l’iniziativa dal titolo "I ‘castelli’ di Castelli: il carcere non è un albergo a cinque stelle". Assieme ai materiali informativi relativi ad una realtà penitenziaria caratterizzata da grave sovraffollamento, da alta mortalità, larga diffusione di gravi patologie ed episodi di autolesionismo ("cui fa da sfondo il progressivo venir meno dei diritti in ragione di politiche di carcerizzazione sempre più feroci", affermano i promotori), verrà allestita una cella del locale carcere giudiziario nelle sue dimensioni reali, completa in ogni sua parte, per farne oggetto di "visite guidate". Quattro letti a castello a tre piani, arredo minimo, un bagno che è anche cucina e dispensa.

Continuano le associazioni che promuovono l’iniziativa: "Venticinque metri quadri previsti per quattro persone in cui debbono vivere dodici o anche più esseri umani: sono questi gli alberghi a cinque stelle di cui si compiace il ministro della giustizia, ingegner Castelli, a fronte di un circuito penitenziario che sfiora le 60.000 presenze essendo previsto per ospitare circa 41.000 detenuti".

Tutto attorno alla cella ricostruita, strutture informative del volontariato, spazi musicali affidati a detenuti in permesso o da poco in libertà, letture di testimonianze dal carcere sui temi degli affetti e delle relazioni con l’esterno, prodotti diversi provenienti dagli istituti di pena, momenti di animazione e azione teatrale organizzati da giovani attori padovani, testimonianze audio e video.

"Per riflettere e discutere delle condizioni di vita, della salute, dell’affettività, di tutti i diritti negati, dei rapporti con il territorio, della necessità inderogabile di un provvedimento di amnistia e indulto", concludono gli organizzatori.

Cassino: un centro Caritas per l'assistenza ai familiari dei detenuti

 

Comune di Cassino, 16 marzo 2006

 

Sarà inaugurato domani, alle ore 17.30, il centro di assistenza Caritas destinato ai familiari dei detenuti ristretti all’interno della Casa Circondariale S. Domenico. La struttura, un prefabbricato realizzato a cura della Caritas della Diocesi di Montecassino, è stata installata su un’area concessa in uso dal Comune di Cassino nel piazzale antistante lo stesso carcere.

"L’area - ha detto il sindaco Bruno Vincenzo Scittarelli - è stata accuratamente sistemata grazie ad un progetto complessivo che ha riguardato anche la sistemazione del tratto iniziale di via Sferracavallo. La struttura sarà di grande importanza per i familiari dei detenuti che fino ad ora erano costretti ad aspettare di poter far visita ai propri congiunti ristretti in carcere, all’esterno, senza alcun riparo, anche per molte ore, patendo ogni condizione atmosferica avversa e la mancanza anche di posti a sedere; e spesso si tratta di persone anziane, o donne incinta e bambini".

L’assessore ai Lavori Pubblici Giovanni Ranaldi spiega che "i lavori, per 100.000 euro finanziati attraverso i BOC, hanno riguardato la sistemazione del parcheggio pubblico, la realizzazione di marciapiedi, pubblica illuminazione e fogne". Il Comune, ha sostenuto il progetto Caritas sin dall’inizio. Lo scorso mese di maggio ha organizzato il progetto di raccolta fondi, promosso dalla stessa Caritas Diocesana, in collaborazione con l’80° Reggimento Roma e la decisiva partecipazione di enti pubblici e scuole. In quell’occasione, la direttrice della Caritas, Rosaria Lauro, spiegò che "questo progetto nasce dalla constatazione che la maggior parte dei detenuti del S. Domenico proviene da molto lontano (il 47% sono immigrati) e che i loro familiari, in attesa di poter entrare per il colloquio, sono costretti ad attese anche di ore, a prescindere dalle condizioni climatiche: pioggia, sole, vento, donne e bambini, anche lattanti, seduti in pietosa attesa su un muretto. Per loro sarebbe importante poter contare su un punto di appoggio in cui avere anche solo un bicchiere d’acqua e una sedia. Colgo l’occasione per ringraziare il Comune e l’80° Reggimento che subito hanno sposato la nostra causa con entusiasmo e partecipazione". La struttura adesso è una realtà, e domani sarà inaugurata alla presenza, tra gli altri, dell’abate D’Onorio e del sindaco Scittarelli.

Padova: la "Giotto" insegna il volley ai detenuti dell’A.S.

 

Volleyball.it, 16 marzo 2006

 

Luigi Schiavon, tecnico del Giotto, assieme al capitano Massimo Botti e a Davide Tovo hanno fatto visita questa mattina ai detenuti del carcere Due Palazzi di Padova, sezione alta sicurezza, che stanno frequentando il corso allenatori promosso dal CSI e Tangram. Schiavon ha dapprima spiegato il ruolo dell’allenatore all’interno di una squadra di pallavolo soffermandosi sull’importanza del gioco di squadra, ed ha poi insegnato i fondamentali del volley alla trentina di detenuti aspiranti tecnici.

"Ero già stato in carcere a parlare di volley un paio di anni fa – ha detto Schiavon -. È stato molto toccante ancora una volta dialogare con questi ragazzi. Quando hai di fronte una persona che per i prossimi venti o trent'anni sa di dover rimanere qui non sai cosa dire. Alla fine lo sport accomuna tutti e a braccio è stato bello condurre questo allenamento particolare. Nella pallavolo come nella vita si pensa al punto successivo, al futuro, imparando da ciò che è stata l’ultima azione, dall’esperienza passata. Questo è il messaggio che ho cercato di trasmettere loro". La collaborazione fra Sempre Volley e CSI - Tangram all’interno del penitenziario padovano proseguirà ancora con altre iniziative.

Usa: eseguita condanna a morte in Texas, la quinta del 2006

 

La Repubblica, 16 marzo 2006

 

Un texano di 32 anni è stato messo a morte la scora notte nel penitenziario di Huntsville, in Texas, con un’iniezione letale. Tommie Hughes, 32 anni, fu riconosciuto colpevole dell’uccisione a scopo di rapina di Foulke Erikintola, una venticinquenne freddata con un proiettile alla testa nel parcheggio di un cinema. Il condannato si è sempre professato innocente e accusò la sua fidanzata di avere premuto il grilletto contro Erikintola e una sua amica con le quali lui e il cugino stavano conversando. "Vi voglio bene. Siate forti e abbiate cura l’uno dell’altra. Vi voglio bene. È arrivata la mia ora. Vi voglio bene. Siate forti", sono state le ultime parole del condannato ai genitori. È stata la quinta esecuzione in Texas dall’inizio dell’anno e la 360esima da quando nel 1982 questo Stato reintrodusse la pena di morte.

Usa: detenuti più felici e più motivati… con i videogiochi...

 

Punto Informatico, 16 marzo 2006

 

Una console di vecchia generazione, dal costo di appena 35 dollari, è diventata l’oggetto del desiderio per le centinaia di carcerati d’un importante istituto penitenziario dell’Oregon. L’accoppiata tra schermi TV e videogiochi d’annata, stando a quanto affermano alcuni detenuti, è il miglior modo per evadere da una cella senza doversela vedere coi secondini: il balocco è diventato il più ambito "premio motivazionale", riservato solo a chi dimostra una condotta ineccepibile. Niente grafica tridimensionale, niente effetti sonori strepitosi e ricchi filmati digitalizzati: i giochi offerti all’interno del penitenziario sono quelli delle console 50-titoli-in-uno, spesso basate su vecchie ma rispettabilissime console ad 8bit.

Randy Geer, responsabile tecnologico dell’istituto Two Rivers, ha dichiarato alla stampa locale che "il videogioco è un ottimo intrattenimento per i prigionieri". "Ne vanno matti", aggiunge, "perché porta un po’ di varietà al di là delle sbarre". L’intrattenimento digitale, per queste persone, è una vera e propria fuga dalla realtà.

La situazione può apparire paradossale, ma il direttore del penitenziario "Two Rivers" di Umadilla ha capito che la tecnologia può fare moltissimo per rendere più umana la vita dei carcerati - a patto che si comportino in maniera corretta. Two Rivers, già da molti anni, offre ai detenuti la possibilità di acquistare schermi LCD da 7 pollici da innestare nei letti a castello per vedere la televisione, così come videogiochi ed altri passatempo.

"Sono esseri umani", ha detto Deer in un’intervista condotta da AP. Da quando la realtà digitale è entrata dentro le celle, il numero di crimini violenti all’interno della prigione è diminuito in maniera significativa. La libertà d’usare i giochi, infatti, viene centellinata con parsimonia ed oculatezza da parte delle guardie.

L’Oregon è forse il primo stato del mondo ad offrire un tale programma motivazionale per il contenimento della violenza all’interno del carcere. Negli anni scorsi, sempre negli USA, lo stato del Missouri ebbe un’idea diametralmente opposta e mise al bando l’uso di videogiochi nei penitenziari. Nel Regno Unito, a due passi dall’Italia, i criminali vengono invece dotati di laptop pagati dallo Stato, equipaggiati di strumenti avanzati ed elaboratori di testo.

 

 

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