Rassegna stampa 29 giugno

 

Giustizia: oltre all’amnistia aiuti concreti

di don Gino Rigoldi (Cappellano del carcere minorile Beccaria)

 

Ansa, 29 giugno 2006

 

Ci sono molti motivi per progettare un indulto o una amnistia che riducano il sovraffollamento delle carceri italiane. Un primo motivo è certamente quello di osservanza della legge: la Costituzione anzitutto e poi anche la Carta dei Diritti dell’Uomo, leggi fondanti dello Stato che assegnano al carcere il compito della custodia e insieme della rieducazione del detenuto. Questo vale a maggior ragione e con più determinazione per i minorenni. Altri buoni motivi sono insieme quello del senso di umanità, della sicurezza, del non sprecare denaro. In ogni condizione le persone hanno il diritto al rispetto della loro dignità. Anche se giustamente punito, nessuno può essere trattato come un animale.

Chi conosce talune carceri italiane si rende ben conto del senso di questa affermazione. È anche una questione di sicurezza perché se all’uscita un detenuto ha compreso i suoi errori e ha progetti di vita buona e onesta, non solo abbiamo aiutato una persona a cambiare vita ma abbiamo eliminato un pericolo di recidiva. Sprecare denaro per fare illegalità, spregio della dignità delle persone e infine riavere in libertà persone disperate o indurite non è né giusto né utile. Detto questo bisognerà affrontare alcuni problemi concreti. Senza entrare nella definizione degli anni di riduzione dell’indulto o dei reati cancellati dall’amnistia, vanno tenute presenti almeno due questioni. La prima riguarda i detenuti stranieri. Il 37% dei circa 40.000 detenuti già condannati dei quali circa la metà ha contravvenuto al Testo Unico sull’immigrazione.

Messi fuori si riconsegnerà loro il decreto di espulsione con l’impegno ad abbandonare l’Italia o si provvederà direttamente al rimpatrio? In questa seconda ipotesi ci vorrebbe una sorta di ponte aereo per circa diecimila persone.

Nella prima ipotesi avremmo diecimila clandestini in giro per le nostre città, senza la possibilità di pagarsi il viaggio di rientro. Per tutti gli altri, italiani o stranieri, all’uscita potrebbero essere persone che hanno casa oppure no, persone che hanno un lavoro oppure no, uomini e donne che hanno una famiglia oppure nessuno. Questo per dire che, mentre si progetta l’amnistia o l’indulto, occorre anche pensare ad una sorta di "rete di protezione" perché l’assenza di casa, di lavoro, la solitudine preludono a comportamenti come minimo di depressione, ma anche purtroppo alla ricerca dei mezzi di sopravvivenza con modalità che potrebbero essere illegali. Mi parrebbe necessario chiamare a raccolta, insieme con le istituzioni, il volontariato, il privato sociale, la Chiesa stessa che in maniera così autorevole richiede questi provvedimenti per preparare delle risposte di accoglienza a diversi livelli limitando al massimo gli interventi di mera assistenza offendo invece possibilità di lavoro, di abitazioni ad un canone accessibile, persone che possano aiutare l’integrazione sociale. Chiedere il "fuori e basta" mi suona più come retorica che non una vera risposta concreta ai bisogni dei detenuti.

 

Don Gino Rigoldi

Cappellano del carcere minorile Beccaria

Informazione: sono circa 60 i giornali prodotti in carcere

 

Stampa Subalpina, 29 giugno 2006

(Rivista dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte)

 

Sono "Innocenti evasioni", "Spiragli". O addirittura (a Sollicciano) si rifanno direttamente a Gutemberg. Quello della casa di reclusione di San Michele, ad Alessandria, si chiama "Altrove". Sono i giornali dal carcere, cartacei e on line, ormai una sessantina in Italia, spesso testate regolarmente registrate in tribunale e destinate ad una diffusione ampia e Oltre il muro (non a caso, così si intitola quello di Sanremo). Un modo - e un luogo, e un movente - di fare giornalismo che offre proprio ai giornalisti molti spunti di riflessione.

"Un’informazione ristretta ma non per questo meno dignitosa di quella libera", sottolinea Giovanni Rizzo, giornalista alessandrino, direttore responsabile di Altrove, rivista trimestrale registrata in tribunale nell’ottobre scorso, interamente redatta in carcere da dieci detenuti, affiancati da due ‘esterni’ - lo stesso Rizzo e Bianca Ferrigni, giornalista de "Il Piccolo di Alessandria" -, da alcuni volontari e dall’associazione Betel. La redazione è in carcere: 370 reclusi, laddove dovrebbero starcene 245. Un problema comune a tutti i penitenziari, 207 in Italia, che al 31 dicembre 2005 risultavano custodire 59.523 reclusi, 56.719 uomini e 2.804 donne.

In Piemonte sono 13 le strutture carcerarie. In teoria potrebbero accogliere fino a 3.336 persone; di fatto, sempre al 31 dicembre 2005, al loro interno si trovavano 4.535 uomini e 192 donne. Totale: 4.727 ‘ristretti’ nel vero senso della parola, un 40 per cento in più rispetto alla capienza consentita. Il bisogno di comunicare, in prigione, è forte. "I detenuti, che lo desiderano e che vengono ritenuti idonei, frequentano un corso di giornalismo, imparano a fare il giornale, assumendosi anche la responsabilità di non fare uso improprio dei computer, pena l’interdizione dalla redazione - spiega Rizzo -. È stata la direttrice del carcere, Rosalia Marino, a dare impulso a quest’attività, nell’ambito di un progetto di recupero. Importante è anche la collaborazione degli educatori, che svolgono un ruolo di collegamento tra i giornalisti esterni e quelli interni.

La prima difficoltà è quella di vincere l’autocensura: alcuni argomenti, come ad esempio i suicidi in carcere o la sessualità, sono paradossalmente tabù anche nel carcere stesso e i detenuti tendono a non scriverne o a scriverne omettendo gli aspetti più reali, imbarazzanti, ma proprio per questo necessari per fare informazione". La seconda difficoltà è quella del rapporto con il mondo esterno, e non solo perché c’è un muro di mezzo. I media danno risalto alle condizioni di vita carceraria a periodi alterni: grande attenzione in coincidenza di promesse di indulto o amnistia oppure in casi di violenze, rivolte. Poi, il silenzio.

Le riviste nate negli istituti di pena, pur con poca visibilità esterna, pur tra le mille difficoltà, provano a dare continuità all’informazione sulle carceri. E il loro pubblico, oggi, non è composto soltanto dai detenuti e dai loro famigliari, ma anche da istituzioni, associazioni, organizzazioni no-profit, cooperative sociali, librerie. Già, un mondo che si conosce ancora poco, quello del carcere, per più di un motivo. Quando la porta della prigione si chiude alle spalle del condannato, o dell’imputato, con la libertà il recluso perde anche il diritto all’informazione. Nei due sensi: il diritto a ricevere informazioni e anche il diritto di fare informazione.

E pensare che "Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione", ammoniva Giovannino Guareschi. Il papà di Peppone e don Camillo fu giornalista e direttore del Candido; querelato da Alcide De Gasperi per diffamazione e condannato a un anno di reclusione, scontò 409 giorni nel carcere di Parma. "La privazione della libertà, che è l’essenza della pena del carcere, comporta ovviamente una drastica limitazione delle possibilità di comunicare: occorre un vero sforzo di immaginazione per capire cosa significhi - spiega, nel suo libro "Eco di voci murate" (Edizioni dell’Arco, 2004, 146 pagine, 6 euro), Giuliana Bertola Maero, assistente sociale in servizio volontario presso il carcere di Ivrea - Il detenuto vive tutti i giorni e tutte le notti con estranei. Può ricevere le visite dei parenti, quando è così fortunato da averne, e da averli vicini. Non parliamo della telefonata: otto minuti, registrata, tante cose da dire, quale scegliere? E allora non resta che scrivere.

Anche se in carcere la scolarità è mediamente molto bassa, la scrittura è il mezzo di comunicazione più diffuso, e carta da lettere e francobolli sono tra i beni più ambiti e più elemosinati, battuti forse solo dalle sigarette. E sulla carta passa qualsiasi comunicazione. Talvolta sono messaggi semplici, auguri per qualche festa, notizie o ringraziamenti; altre volte sono testimonianze di affetto e di ricordo; ma spesso sono delle riflessioni, talora veri articoli, che meriterebbero ampia diffusione".

Proprio il carcere eporediese ha una sua testata, L’Alba, diretta da una giornalista, Deda Acacia Peyrani, e promossa dall’assessorato alle Politiche sociali del Comune di Ivrea. Anche la casa di reclusione di Fossano ha un suo periodico dei detenuti, La Rondine, supplemento gratuito di una testata storica del cuneese, La Fedeltà. Nella sessantina di testate carcerarie italiane figurano anche 5 giornali redatti in ospedali psichiatrici giudiziari e 7 in istituti penali minorili. Tra questi ultimi l’Albatros, giornale del Ferrante Aporti di Torino, diretto da Antonio La banca

Da "Altrove" e dalle riviste consimili, coordinate da "Ristretti Orizzonti" di Padova (anche on line: www.ristretti.it) negli ultimi tempi è stata formulata una proposta di collaborazione: all’Ordine dei giornalisti, per affermare i diritti delle persone detenute ad essere informate e a fare, a loro volta, informazione, e ai giornalisti, per promuovere momenti di formazione per le redazioni interne alle carceri.

Una giornata nazionale di studi su questi temi - "Dalle notizie da bar alle notizie da galera"- si è tenuta di recente anche a Padova. Vi hanno partecipato operatori carcerari, dell’Ufficio del Garante per la Privacy, dei detenuti, dell’Ordine nazionale e della Giunta della Fnsi. Obiettivo: l’istituzione di una Carta per l’informazione giudiziaria.

"Esistono già regole e principi per l’informazione giudiziaria, ma è utile la proposta di una specifica Carta", ha affermato Mauro Paissan, dell’Authority per la privacy, che ha ricordato i principi, in parte posti dal codice deontologico dei giornalisti del 1998, che devono sovrintendere al delicato lavoro di chi fa informazione giudiziaria: rispetto della dignità della persona; tutela assoluta dei minori e di tutti i soggetti deboli, a partire dalle vittime dei reati; divulgazione dei nomi delle persone indagate o arrestate solo nel rispetto del segreto investigativo; diritto all’oblio (cioè a non vedere riproposta anche a distanza di molti anni la propria vicenda giudiziaria); divieto di far riferimento a congiunti o altri soggetti non interessati ai fatti; divieto di pubblicare foto segnaletiche o foto della persona in manette o in stato di detenzione senza il consenso dell’interessato.

Il vicedirettore di Repubblica, Dario Cresto-Dina, in un convegno a Milano in febbraio ha avanzato altre proposte: che qualche redattore-detenuto, per esempio, possa fare uno stage nella redazione del suo giornale, e che a sua volta un giornalista di Repubblica possa frequentare la redazione di un giornale dal carcere e allenarsi a conoscere più da vicino la realtà della detenzione e a combattere gli stereotipi e le generalizzazioni che imperversano nel mondo "fuori".

 

Per eventuali contributi all’Associazione Betel Onlus di Alessandria:

Conto Corrente Bancario n. 108647 - Abi 01025 - Cab 10400

Via Vochieri 80, Alessandria.

Libri: Torino; il carcere raccontato da lettere e "domandine"

 

La Stampa, 29 giugno 2006

 

"La prego dal profondo del cuore di intervenire perché subisco angherie e ingiurie da molto tempo...". "Signor direttore, mettetemi in isolamento, frustatemi, pane acqua, ma non fate che debba pagare la mia famiglia...". "Che cosa si impara in questo luogo di rabbia, violenza e omertà, dove prevale la legge del più forte?". "Il sottoscritto richiede con il dovuto rispetto e la dovuta umiltà un interessamento..." "Sono B.A., cella 6 3B"... "Mi prendo la libertà di disturbarla". "Illustre direttore sono avvilito...".

Benvenuti in una realtà che è come un romanzo di Kafka, in cui vi condurrà per mano il direttore del carcere Lo Russo e Cotugno, Pietro Buffa. È un viaggio attraverso voci, preghiere, invocazioni e grida di detenuti, contenute in 1316 lettere speditegli negli anni dai carcerati degli istituti dove ha lavorato. Buffa ne ha tratto riflessioni e proposte confluite in un libro: "I territori della pena", pubblicato dalle Edizioni Gruppo Abele, in libreria dal 4 luglio.

 

Il labirinto penitenziario

 

Il direttore vi indaga "la pena nella pena": le vere e proprie pene aggiuntive, non previste nella legge né nelle sentenze, legate a "un mondo talmente saturo di norme da impedire anche a chi ci lavora di conoscerle tutte", e in cui s’assiste al "sedimentarsi disordinato di regole a volte contraddittorie e lacunose". Se le lettere scompongono la quotidianità penitenziaria nelle sue parti più intime, Buffa si domanda come rendere il carcere più aderente allo spirito della legge e descrive "le questioni che complicano a volte all’inverosimile il labirinto penitenziario fino ad allontanarlo dalle funzioni originarie". È un mondo, alla fine, profondamente ingiusto, diviso tra quartieri alti e piani bassi, e dominato da un’esasperante burocrazia e da un’ampia discrezionalità, che se è frutto dell’impossibilità di definire ogni minimo particolare della vita del carcere, genera giocoforza disparità. Così, si dipinge un pur involontario quadro da bolgia infernale.

 

La bicicletta

 

Gli episodi narrati sono centinaia. Nei rapporti fra detenuti, ad esempio, "l’ostracismo di gruppo - scrive Buffa - può scattare per molti motivi, dall’invidia per un’occupazione lavorativa ambita all’avere una buona relazione con lo staff o comportamenti non consoni alle regole non scritte del carcere". Viene creata così "la bicicletta", ovvero "il montaggio lento e paziente del meccanismo in cui la vittima dovrà "pedalare"". Alla fine la direzione non potrà che isolare o trasferire il malcapitato, infliggendogli così di fatto una dura punizione: essere trasferiti - evenienza frequente anche per il sovraffollamento cronico - significa infatti perdere o annacquare i contatti con la famiglia, e con il proprio avvocato. In alternativa, "nascono piccoli reparti di reietti", con detenuti segnati da marchi d’infamia che impediscono ogni socializzazione: "Vengo a lei per esporle la mia situazione avendo problemi di incolumità con altri detenuti, perché devo soldi a molti spacciatori", gli scrive ad esempio C.R. il 24 febbraio 2001. E C.P., il 23 aprile: "Essere costretti 23 ore al giorno all’isolamento non permette una vita dignitosa".

 

Lo straniero non telefona

 

Tutti hanno diritto di telefonare a casa? Sì, ma se si tratta di stranieri può non succedere mai, sia perché se il fuso orario della famiglia è sbagliato non sarà mai presente al momento giusto l’operatore che passa la chiamata, sia perché può mancare per mesi o anni l’interprete che ascolta la conversazione. Un’altra copiosa fonte di lettere e "domandine" all’amministrazione, sono i pacchi. Visto che ogni detenuto può portare con sé solo 8 chili di effetti personali, decine di lettere chiedono di riavere le proprie cose (che invariabilmente non seguono la persona nei continui trasferimenti) o protestano per pacchi spariti nei traslochi. Vuol dire restare anche senza foto dei familiari, e a vestiti adatti alla stagione o a comparire davanti al giudice: "Devo presenziare a una camera di consiglio - scrive M.F. il 2 maggio 2000 - e ho soltanto una tuta, nemmeno in buone condizioni... la mia roba è rimasta nel carcere da cui arrivo, ed è passato un mese". Burocrazia e "domandine" imperano: "Ha inoltrato richiesta per tre pacchetti di sigarette - scrive su un compagno D. R. il 10 giugno ‘98 -. Al rifiuto, ha picchiato più volte la testa contro la porta fino a ferirsi e sanguinare. Dietro a questo vi è una serie di vicende che ne hanno determinato l’esasperazione ... la pila dell’orologio richiesta con domandina da un mese, il pacco di libri Mondadori rispedito al mittente dopo ben tre richieste di ritiro...".

Se tutti vorrebbero lavorare, per avere soldi per sé e la famiglia e per permettersi l’avvocato, oltre che per dimostrare ai giudici la propria redenzione (desiderio generale, in un universo in cui pochissime sono le chance di provarla), la possibilità riguarda un’assoluta minoranza. Anche studiare è per molti una chimera, e la vita coatta quotidiana è piena di ostacoli, per quanto dietro a ogni intoppo ci sia una ragione, un regolamento o una procedura che allunga i tempi. P.S., il 22 febbraio ‘98: "Rientrando dal permesso portavo delle caramelle, un bagno schiuma, uno shampoo, un dopobarba, 4 saponette, due spazzolini da denti. Mi venivano fatti depositare al casellario e non mi venivano più dati, anche se sono generi comperabili tramite domandina". R.I., 5 dicembre ‘99: "Le docce sono nauseanti per la sporcizia e il cattivissimo odore. L’acqua calda è a singhiozzo ed è sporca di ruggine". Z.D., 8 ottobre 2001: "Nonostante vari moduli e domandine mi trovo in situazione da terremotato, nonostante la bronchite. Chiedo la luce nel bagno, la sostituzione del vetro mancante in cella e un tassello per l’armadio che viene giù". C.D., 24 novembre 2000: "Il sottoscritto porge richiesta di avere dal magazzino casellario di codesto istituto le seguenti cose colà già depositate con le relative motivazioni. N. 1 cinghia da pantaloni (vista l’udienza del 20/12/2000 sarebbe decoroso non presentarmi con pezzi di cordino). N. 1 giaccone, perché la mia cardiopatia mi impone di coprirmi molto bene. N. 1 orologio, acquistato tramite sopravvitto alle Vallette ad aprile marzo 2000". M.G., 18 luglio ‘98: "Le invio i torsoli dell’insalata servita, come se al posto di persone vi fossero i maiali dietro ai cancelli".

 

"Ho rotto un vetro"

 

Spesso, scrive Buffa, "Le esigenze di persone spogliate dei loro beni si infrangono sulla necessità di regolare e ordinare il flusso delle cose di cui consentire l’acquisto o la ricezione dall’esterno". P.U., 2 dicembre 2000: "Mia madre mi ha portato una musicassetta, ma l’ispettore dei colloqui ha ritenuto che non fosse del tipo consentito. Ho avuto un momento di debolezza e sconforto causando la rottura di un vetro che ho già risarcito".

Ed ecco il capitolo-salute. Buffa: "Può succedere che un detenuto venga più volte visitato da specialisti pur essendo all’oscuro dei motivi". Oppure, "la limitatezza dei fondi impedisce una maggior frequenza d’accesso di medici specialisti, con il dilatarsi dei tempi d’attesa per le visite". P.G., 22 febbraio 2001: "Da giorni ho un terribile mal di denti, ma non sono ancora stato portato dal dentista per l’estrazione". C.P., 3 aprile 1987: "Chiedo per l’ennesima volta urgentemente una mammografia, perché ho una patologia sospetta al seno sinistro di tipo nodulare, e ho già subito un intervento chirurgico per una neoplasia maligna".

 

Cinque proposte

 

Buffa non esprime giudizi, limitandosi a raccontare ciò che accade. Il suo scopo è "capire quanti problemi sono legati alla pena detentiva, e quanti all’organizzazione del carcere". La volatilità di norme e regolamenti comporta una continua negoziazione, in cui riescono meglio i detenuti con più capacità: persino di scrivere una lettera al direttore, i più deboli non sono in grado. Più c’è povertà e incapacità, meno si sa accedere alle opportunità del carcere, e più frequente è l’autolesionismo. Alla fine del libro, ci sono cinque proposte, possibili risposte ai problemi. Passano attraverso più strade, che alle Vallette già si stanno percorrendo. O, almeno, ci si prova, e qualche risultato si vede. Si tratta di individuare nuove strategie, da "una nuova allocazione delle risorse scolastico-formative" che riduca le discriminazioni, all’attenzione alle manifestazioni di disagio personale, e dai progetti contro il rischio di autolesionismo alla mediazione dei conflitti, alla faticosa integrazione degli stranieri. Il cammino è lungo, gli ostacoli parecchi. Per Buffa, qualcosa si può fare.

Amnistia: tante promesse, vanificate dal quorum dei 2/3

 

Asca, 29 giugno 2006

 

Bisogna risalire a sedici anni fa per individuare il varo dell’ultimo atto di clemenza. Sono del 1990, infatti, gli ultimi via libera ai provvedimenti di amnistia (entrato in vigore l’11 aprile) e di indulto (entrato in vigore il successivo 21 dicembre). Da allora, probabilmente come conseguenza della legge costituzionale del ‘92 che modificò l’articolo 79 della Carta - quello relativo alla concessione di amnistia e indulto -, il Parlamento non è riuscito più varare un atto di clemenza. Tanti i tentativi; l’ultimo è del 12 gennaio scorso, quando fu proprio un voto dell’Aula di Montecitorio a respingere il provvedimento che in quel caso conteneva entrambe le misure di clemenza. Ora se ne riparla.

A rilanciarla era stato lo scorso 2 giugno il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, che, in occasione della Festa della Repubblica, aveva incontrato i detenuti nel carcere di Regina Coeli. "Promuoverò un provvedimento di amnistia e di indulto - aveva detto il Guardasigilli in quella circostanza - quando il Parlamento sarà nel pieno delle sue funzioni con l’istituzioni delle commissioni parlamentari". Ma da allora non è accaduto nulla. La questione resta sempre la stessa, pure al di là della volontà generale delle forze politiche di dare un via libera al provvedimento: la formazione di un consenso che raggiunga il quorum dei due terzi del Parlamento.

Una determinazione che, nei fatti, ha impedito di varare qualsiasi atto di clemenza finito molte volte per questo al centro di un fuoco di fila di veti incrociati. Non a caso l’ultimo atto di clemenza della storia repubblicana è stato varato con la normativa antecedente la legge costituzionale del ‘92. Una riforma che ha incisivamente modificato l’articolo 79 della Carta, prevedendo che siano le Camere a concedere l’amnistia e indulto con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera in ogni suo articolo e nella votazione finale.

Prima del ‘92 l’atto di clemenza si configurava come un decreto presidenziale: una legge stabiliva in modo dettagliato le ipotesi e i limiti di concessione dei benefici in questione, mentre al Capo dello Stato, previa delibera del Consiglio dei ministri, restava il compito di recepire in decreto i contenuti della legge. Anche la scelta di adottare congiuntamente entrambi gli strumenti di clemenza, amnistia e indulto, non ha contribuito negli ultimi anni a superare l’ostacolo imposto dal quorum. Se l’amnistia è un provvedimento generale ed astratto con il quale lo Stato rinuncia a punire un determinato numero di reati, l’indulto, essendo una causa estintiva della pena, in quanto tale presuppone l’accertamento di colpevolezza dell’imputato. E, il più delle volte, la finalità, seppur largamente condivisa, di intervenire per migliorare le condizioni di vita nelle carceri, ha dovuto cedere il passo alle sopraggiunte necessità di evitare colpi di spugna.

Milano: ha 18 anni, è la "volontaria degli ex detenuti"

 

Corriere della Sera, 29 giugno 2006

 

Sono appena usciti dal carcere. Sono soli, senza casa e senza lavoro. E cercano aiuto. In piazza San Fedele, allo sportello di ascolto per ex detenuti, trovano una ragazza bionda, minuta, lo sguardo profondo e la voce ferma. Quella giovane è Monica Frittoli, diciotto anni, studentessa dell’istituto Agnesi. Volontaria e maturanda. Orali lunedì con una tesina sulle carceri.

Il titolo: "La discarica sociale". La scuola e la reclusione, la vita di tutti i giorni e la libertà perduta. "Tutto è nato - racconta Monica - dal corso di formazione penitenziaria che ho seguito durante l’inverno". Tre ore il sabato mattina alla Sesta Opera di piazza San Fedele, i colloqui con i tutor, le visite a Bollate, le lezioni con gli specialisti. E un universo, quello del sistema carcerario, tutto da scoprire. "Finché non si entra in contatto con quell’ambiente, non ci si rende conto di che cosa sia".

La più giovane allieva del corso di formazione, campionessa di nuoto sincronizzato, ricorda il primo impatto con chi vive in prigione: "Una donna urlava contro di me. Era disperata. E io non sapevo che cosa fare". Un passo alla volta, voglia di mettersi in gioco, tanta comprensione. Ora Monica segue gli ex detenuti allo sportello della Sesta Opera e un carcerato nella casa domiciliare del Giambellino. Tante esperienze raccolte in 130 pagine di tesi "per far capire che la realtà delle carceri non è quella che si vede in tv". I confronti: "Bollate è un albergo a quattro stelle, San Vittore una pensione senza servizi". La denuncia: "Con quattro educatori per prigione non è possibile fare progetti".

C’è anche un questionario (Monica lo ha distribuito davanti alle scuole di Milano) su legalità, devianza, conoscenza del mondo carcerario. Risultato: "I giovani non ne sanno niente, mi chiedono se sono pazza. Per fortuna all’Agnesi esiste lo sportello del volontariato". Infine le conclusioni, con una lettera aperta a un carcerato: "Io ti camminerò a fianco, senza giudicare, senza voler trovare spiegazioni e senza volerti curare". Ultimo ripasso, "lunedì tocca a me". Poi i progetti: iscriversi alla facoltà di Servizi sociali alla Bicocca e diventare educatrice a San Vittore: "Una della cose più belle della vita è aiutare chi ha sbagliato".

Amnistia: non piace a Di Pietro; Mastella cerca convergenze

 

L’opinione, 29 giugno 2006

 

Con un indulto fino a due anni gli scarcerati sarebbero poco più di 10 mila. Se l’indulto riguardasse i reati fino a tre anni di pena gli scarcerati salirebbero ad oltre 12 mila. Se infine, oltre agli indulti ci fosse anche l’amnistia, la cifra degli scarcerati si raddoppierebbe e le carceri, che al momento ospitano più di 60 mila condannati, si svuoterebbero di almeno un terzo di detenuti.

A fornire queste cifre è stato il ministro della Giustizia Clemente Mastella nel corso dell’audizione di fronte alla Commissione Giustizia del Senato. Ma quale dei tre provvedimenti potrà essere preso? Il Guardasigilli non ha dato alcuna risposta in proposito. Ha ribadito l’intenzione di non voler procedere a colpi di maggioranza e di ricercare (anche perché la legge lo impone in caso di amnistia) intese bipartisan con l’opposizione. Ma oltre questa affermazione non è andato.

A conferma che la strada indirizzata verso un qualsiasi provvedimento di clemenza in favore dei carcerati è piena di ostacoli. Ieri a sollecitare l’amnistia è stato ancora una volta il leader radicale Marco Pannella. Ma la sua rimane una voce isolata all’interno della maggioranza. Contro il provvedimento è apertamente schierato Antonio Di Pietro, che non perde occasione per indossare le vesti di "ministro-ombra" di Mastella. E, sul fronte opposto, anche parte di An e della Lega si sono già espressi contro qualsiasi atto di clemenza.

Il silenzio di Mastella, dunque, ha una sua precisa giustificazione. Il Guardasigilli, almeno per il momento, può esprimere auspici ma non può assumere alcun impegno preciso su questo terreno. Lo stesso vale per le altre questioni di giustizia sul tappeto. Il ministro, che ieri è stato anche all’assemblea dei penalisti italiani, ha definito improcrastinabile un decreto sulle intercettazioni telefoniche. Ma, a conferma che anche su questo punto le opinioni all’interno della maggioranza sono assolutamente discordi, non ha spiegato quali dovrebbero essere i contenuti del provvedimento.

Contro una limitazione del potere dei magistrati di disporre e diffondere le intercettazioni non gioca solo la solita opposizione dell’Italia dei Valori, per l’occasione sostenuta anche dai gruppi della sinistra più radicale, ma anche la resistenza strenua dei magistrati. Il loro timore è che una qualsiasi regolamentazione delle intercettazioni non sarebbe rivolta solo ad assicurare un maggiore rispetto delle garanzie dei cittadini, ma a ridimensionare il loro potere d’indagine. Di qui le resistenze contro i propositi di Mastella che, dato il peso della lobby dei magistrati sull’attuale governo, appaiono destinate a rendere del tutto vani i propositi del Guardasigilli.

Quest’ultimo, infine, non se la deve vedere solo con il "ministro-ombra" Di Pietro e con la lobby delle toghe, ma anche con la categoria degli avvocati penalisti. La sua partecipazione all’assemblea della categoria non è stata affatto tranquilla. I penalisti non gli hanno risparmiato critiche e contestazioni. Ed ha dimostrato che il ministro della Giustizia si ritrova a gestire una situazione esplosiva, schiacciato com’è da un lato dalle pressioni dei magistrati e della sinistra radicale, dall’altro dalle sollecitazioni degli avvocati a non lasciare marcire il settore con la propria paralisi.

Roma: a Rebibbia pianta limoni in memoria di Tommaso Onofri

 

Ansa, 29 giugno 2006

 

All’interno del carcere di Rebibbia, una piccola pianta di Limone ricorderà a lungo il piccolo Tommy Onori, il bambino di 3 anni barbaramente assassinato nei mesi scorsi dopo un tentativo di sequestro in provincia di Parma. L’iniziativa è di un gruppo di detenuti del braccio G12 di Rebibbia che proprio in questi giorni stanno provvedendo a riorganizzare l’orto interno al carcere grazie alla donazione di piante e sementi arrivata, nelle scorse settimane, dalla Confederazione Italiana dell’Agricoltura (CIA). Ora i detenuti fanno sapere di avere un desiderio: quello di donare il primo raccolto del nuovo orto ai genitori del piccolo Tommy, per dimostrare loro che nessuno ha dimenticato quella triste vicenda. Nonostante le difficoltà legate al sovraffollamento, al caldo e all’attesa di uno sperabile gesto di clemenza, hanno pensato di realizzare questo piccolo ma significativo gesto di solidarietà.

"Nei mesi scorsi, quando non erano svanite le speranze di ritrovare Tommy vivo, i detenuti di tutta Italia fecero sentire la loro voce contro gli autori di quell’orrendo crimine - ha detto il Garante regionale dei diritti dei detenuti Angiolo Marroni - Oggi l’albero di Tommy piantato all’interno del carcere di Rebibbia dimostra all’interno del carcere esiste una grande sensibilità umana che, anche in questa tragica e dolorosa circostanza, si esprime con atti anche piccoli ma concreti e significativi".

Giustizia: Mastella; siamo in crisi, gli uffici prossimi alla paralisi

 

Agi, 29 giugno 2006

 

La giustizia italiana "vive in una crisi strutturale e le ragioni vanno ravvisate nella sua scarsa efficienza". Lo ribadisce il ministro Guardasigilli, Clemente Mastella, nella sua relazione dinanzi alla Commissione Giustizia della Camera. Mastella, sottolineando che la "giustizia è un servizio oneroso che può contare attualmente su risorse limitate", ha citato una serie di dati secondo cui "per la sola gestione corrente dell’esercizio 2006, occorreranno 154,4 milioni di euro per l’amministrazione giudiziaria in senso stretto, 103,5 milioni per l’amministrazione penitenziaria, 22 milioni per la giustizia minorile: in totale non meno di 279,9 milioni di euro".

"Dall’insieme di questi dati - sottolinea Mastella - "emerge con evidenza che gli uffici giudiziari sono ormai prossimi alla paralisi. In una normale azienda qualsiasi amministratore in queste condizioni dovrebbe portare i libri in tribunale".

Padova: nella "Notte Bianca" gli "Acrobati dell’esistenza"

 

Redattore Sociale, 29 giugno 2006

 

Nasce da esperienze di marginalità e disagio quotidiano lo spettacolo "Storie di strada (Luca e dintorni)", una performance che verrà messa in scena per la prima volta nel corso della Notte Bianca padovana di sabato 1° luglio. Nella suggestiva cornice cinquecentesca del Bastione Santa Croce, si esibiranno dunque gli "Acrobati dell’Esistenza", la compagnia nata da un gruppo di incontro di "Avvocati di strada" di Padova, un’associazione gestita da un detenuto in libertà provvisoria, attorno al quale ruotano persone con problemi di dipendenza e con difficoltà di relazione che hanno conosciuto direttamente la "vita di strada".

È composito infatti il gruppo di interpreti, provenienti da diversi contesti sociali ma legati da storie di solitudine e malessere: un detenuto, un ex senza fissa dimora, giovani studentesse e laureate. Spunto di partenza del testo, una lettera pubblicata su "Brontolo", il giornale di strada padovano, scritta da uno degli attori alla madre. Spiega Serena Fiorio, presidente del circolo Arci di Padova "I Fantaghirò", che ha aiutato i ragazzi nella realizzazione scenica: "Nella terapia si utilizza anche il mezzo della scrittura, perché scrivere significa mettere ordine dentro di sé e prendere le distanze dai problemi".

Lo spettacolo del 1° luglio è il risultato di quasi un anno di lavoro: una performance ad incastri scenici, uniti dal filo conduttore della solitudine, della strada, della consapevolezza del disagio quotidiano. Ai testi si accompagnano musiche e canzoni composte da artisti di strada. Un percorso che ha portato alla creazione di una vera e propria compagnia teatrale.

Racconta Serena Fiorio: "Il nome scelto dal gruppo, Acrobati dell’Esistenza, è nato casualmente da un errore di testo nel corso delle prove. I componenti si sono riconosciuti in questa definizione, e avendo bisogno, come gruppo spontaneo, di identificazione, lo hanno scelto per la compagnia".

"Ai ragazzi piaceva molto l’idea di esibirsi in un contesto cittadino così significativo come il Bastione Santa Croce: per loro rappresenta un riscatto, un’esperienza forte di riconciliazione con la città" prosegue la Fiorio. "È importante inoltre che in quel luogo convergano in diverse occasioni altre realtà che lavorano nel mondo del teatro, perché si tratta di una sorta di riconoscimento ufficiale del gruppo". Per le prove dello spettacolo la neonata compagnia è stata ospitata dai Padri Comboniani.

Firenze: l’Opg di Montelupo si apre per la "Festa del grano"

 

Redattore Sociale, 29 giugno 2006

 

Si aprono oggi alla città le porte dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino, per fare spazio all’annuale "Festa del grano", appuntamento consolidato arrivato ormai alla quinta edizione. Cittadini, membri di associazioni del territorio che collaborano con l’Istituto, operatori degli enti pubblici, parteciperanno oggi a questo momento di incontro con i pazienti dell’Opg assistendo a spettacoli musicali e teatrali frutto del lavoro dei laboratori interni alla struttura. La "Festa del grano", dunque, rappresenta un’occasione per aiutare ad abbattere i muri dell’isolamento sociale, per dare ai pazienti - un gruppo di circa 140 persone - la possibilità di socializzare e cominciare ad integrarsi con il territorio, requisiti indispensabili per garantire un adeguato percorso di cura e riabilitazione in preparazione al reinserimento nella vita sociale.

La giornata di oggi ospita anche la premiazione del torneo di calcio a 7 ospitato nel campo interno all’Istituto, un triangolare di calcio disputato nelle scorse settimane tra la squadra mista di dipendenti e consiglieri del Comune di Empoli, la mista del Comune di Montelupo e "I lupi del monte", squadra dei pazienti dell’Opg. "La squadra coinvolge un gruppo di 20 persone - spiega Franco Scarpa, direttore dell’Opg - Lo sport è certamente fondamentale per accompagnare in modo graduale la riabilitazione e favorire un nuovo progetto di vita nella società. L’impegno nel calcio si affianca a quello in altre attività, come la pallavolo e il podismo, promosse dalla polisportiva Lupi del Monte, costituita da operatori e pazienti".

Le attività sportive di podismo e di calcio - si legge nella presentazione della polisportiva - nascono dalle richieste esplicite dei pazienti di fare sport all’aria aperta, ed in luoghi sociali adibiti a questo. Il podismo è importante sia per completare e migliorare la prestazione atletica nella partecipazione alle corse non competitive che si svolgono sul territorio, sia per rafforzare la forma di coloro che partecipano alla squadra di calcio. Il benessere psicofisico legato al praticare un’attività sportiva deriva dal mettersi alla prova, dal raggiungere delle mete e dal finalizzare gli sforzi al successo. E questo determina una profonda fiducia nel proprio operare, tanto da favorire un efficace allenamento alle difficoltà della vita. Per prendere contatti con l’Istituto si può chiamare lo 0571.913098.

Reality in carcere: le perplessità della della Fp-Cgil Veneto

 

Il Gazzettino, 29 giugno 2006

 

La Fp-Cgil Veneto esprime le proprie perplessità nel merito del cosiddetto reality che prenderà l’avvio nel prossimo mese di settembre con l’intento di documentare la realtà penitenziaria con microfoni e telecamere. Mostrare un ambiente dal di dentro non vuol dire automaticamente presentare la realtà, se non vengono chiaramente precisati i contenuti e le finalità che sono alla base di ciò che si vuol riprendere. E di questi intenti, al di là di una generica volontà documentaristica, al momento non vi è traccia tant’è che un’Ansa del 21 giugno 2006 precisa che solo una "sintesi" del materiale filmato sarà trasmesso su Italia 1. Quali saranno i criteri con cui si opererà la selezione di questo materiale non è infatti dato sapere. In assenza di questi presupposti, vi è senz’altro il forte rischio di una spettacolarizzazione delle persone, trasformate gioco forza in personaggi, che sposterà l’attenzione degli spettatori verso l’aspetto emotivo delle immagini piuttosto che indurre qualche forma di pensiero.

Si è quindi persa un’importante occasione per fare una seria inchiesta su un mondo che in pochi anni è passato da 42.000 detenuti agli attuali 61.000 con conseguenze devastanti sulla vivibilità di chi lo abita. Un mondo dove sono in aumento i suicidi, dove si muore cadendo dal terzo piano di un letto a castello, dove l’89% dei detenuti non ha la doccia in cella. Il mancato coinvolgimento nell’ideazione del programma di tutte quelle realtà pubbliche (scuole e servizi socio-sanitari) e del volontariato che da decenni lavorano nelle carceri, rappresenta un’ulteriore conferma di una volontà poco orientata a fare di questo programma un’occasione informativa e pluralistica.

Infine, stupisce che il Dap decida di aprire le porte del carcere dopo aver istituito in tempi recenti una rete di intelligence attivata con metodi del tutto oscuri e le cui finalità investigative appaiono ancora oggi indecifrabili soprattutto per quel che concerne le persone oggetto di tali inchieste segrete. Sarebbe particolarmente grave se questo reality sia l’occasione per un’operazione di facciata volta a rassicurare l’opinione pubblica rispetto a tale preoccupante situazione.

 

Giampietro Pegoraro, Coordinatore Veneto Fp-Cgil

Napoli: "Amnistia subito", concerto al Laboratorio Diana

 

Il Mattino, 29 giugno 2006

 

"Amnistia subito" è lo slogan della Rete creata con questo scopo che parte da una denuncia: le 207 carceri italiane possono contenere 41mila persone, ce ne sono settantamila. "In questi giorni tutti si lamentano del caldo - dice Franz Cittadino - pensate cosa deve essere oggi vivere in una cella con il doppio o il triplo delle persone che dovrebbe contenere".

Per promuovere un provvedimento del Governo due iniziative: domani un’assemblea su "Amnistia e questione carceraria a Salerno" al laboratorio Diana e sabato un concerto all’Asilo politico per raccogliere finanziamenti per le spese legali di esponenti dei movimenti arrestati. "Il 31% dei detenuti in carcere sconta condanne fino a tre anni, il 21% fino a cinque anni: si tratta insomma di reati non gravi spesso legati alla condizione sociale di provenienza per questo c’è bisogno dell’amnistia subito".

Franz Cittadino utilizza i numeri per convincere anche i più riottosi. E sottolinea come ormai sono passati tutti i tipi di elezioni e anche il referendum e dunque è arrivato il momento in cui il Governo Prodi mantenga quanto ha scritto nel programma. "Tanto più - continua l’esponente di Asilo politico - che molte persone si trovano in carcere per leggi molto repressive del governo Berlusconi, come quella sull’uso di stupefacenti. Visto che siamo di fronte soprattutto a reati "sociali" quello dell’amnistia deve essere il primo provvedimento da far seguire, a livello comunale o regionale, da altri come quelli sul reddito garantito o ammortizzatori sociali come i corsi di formazione professionale da svolgere a Salerno come quelli realizzati a Napoli".

Tommaso Onofri: Alessi trasferito a Viterbo dopo pestaggio

 

Ansa, 29 giugno 2006

 

Trasferito nel carcere di Viterbo Mario Alessi, presunto omicida di Tommaso Onofri, il bimbo rapito il 2 marzo trovato morto un mese dopo. Alessi, 44 anni, non è stato rinchiuso in uno dei bracci della casa circondariale, ma in una delle quattro celle del reparto centrale d’infermeria, guardato a vista da due agenti di polizia penitenziaria. La decisione è avvenute perché nel carcere di Parma il muratore siciliano avrebbe subito un violento pestaggio da parte degli altri detenuti.

Droghe: legge "Fini"; aveva 2 spinelli, condannato a 4 anni

 

La Stampa, 29 giugno 2006

 

Adesso in tribunale due spinelli valgono quattro anni di carcere: ne sa qualcosa l’immigrato che ieri, a Torino, si è sentito infliggere questa pena da un giudice che ha applicato tutti i meccanismi previsti dalla nuova legge Fini-Giovanardi sulla droga e dalla ex Cirielli in materia di imputati recidivi. La notizia della sentenza non è passata inosservata nel mondo politico.

Donatella Poretti, della Rosa nel Pugno, ha chiesto al ministro della Sanità Livia Turco di "bloccare la legge con un decreto, in modo da annullarne gli effetti negativi", e sulla stessa scia si è posta l’Aduc (associazione di tutela di consumatori): "Quanti giovani - dice il presidente, Vincenzo Donvito - dovranno finire in galera per questo tipo di reato prima che venga creata una nuova normativa?"

Dal centrodestra replica Maurizio Gasparri (An): "La sinistra ragiona in base a una logica scellerata. Vuole sabotare una legge sacrosanta che lotta contro la diffusione dell’uso di stupefacenti e salvare uno spacciatore dalla galera. Vergogna". Lo straniero, un marocchino di 27 anni, il mese scorso fu bloccato dalle forze dell’ordine subito dopo avere passato a un conoscente 0,7 grammi di hashish, una quantità che permette di confezionare un paio di "canne" o poco di più. "L’acquirente - si era giustificato - è un mio amico. "Io avevo preso dieci euro di fumo", e gliene avevo consegnato la metà". Per l’immigrato, sposato con una ragazza italiana e padre di un figlio di pochi mesi, scattarono gli arresti domiciliari.

Al processo, il giovane è stato giudicato sulla base della "Fini-Giovanardi", che punisce lo smercio di qualsiasi sostanza con il carcere dai sei ai vent’anni. Esiste anche l’"ipotesi lieve" (da uno a sei anni) che però, in questo caso, il giudice Gian Andrea Morbelli non ha applicato: l’imputato, infatti, ha un precedente per reati contro il patrimonio, e la ex Cirielli prevede che l’attenuante non possa essere considerata prevalente sulla recidiva. L’unico sconto praticato al marocchino è stato quello del rito abbreviato: diversamente gli anni da scontare sarebbero stati sei." Queste leggi - commenta l’avvocato difensore, Gianluca Vitale - riempiranno le carceri di stranieri e di tossicodipendenti per fatti di minima gravità".

 

 

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