Anno Giudiziario 2006

 

Intervento del ministro Castelli all'inaugurazione in Cassazione

 

27 gennaio 2006

 

Signor Presidente della Repubblica,

Autorità presenti,

Signori e Signore,

oggi siamo qui chiamati a celebrare l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario in forma innovativa rispetto agli anni passati. Si suole dire che ci sono casi in cui la forma è sostanza. Certamente la forma odierna vuole sottolineare le profonde innovazioni introdotte dalla L. 150 del 25.07.2005 che riforma, così come ha voluto la settima disposizione transitoria della Costituzione, l’Ordinamento Giudiziario. Oggi sono convenuti qui tutti i soggetti che la nostra Magna Charta indica nel titolo IV quali attori del sistema Giustizia. Lei Signor Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, il Presidente della Suprema Corte quale massima carica dell’ordine della magistratura, il Ministro della Giustizia espressione dell’Esecutivo che agisce su mandato del popolo sovrano e ultimo, ma non ultimo, il rappresentate dell’Avvocatura espressione del diritto inalienabile alla difesa che ogni cittadino possiede così come richiamato dall’art. 111 della Costituzione, che regola il giusto processo. Ecco quindi il profondo significato che il legislatore ha voluto conferire a questa cerimonia, non formale parata di autorità, ma momento di incontro e di confronto pubblico, esercizio concreto di quella leale collaborazione tra poteri dello Stato più volte richiamata dalla Corte Costituzionale. Con questo mio intervento, stabilito dal Consiglio Superiore della Magistratura con delibera del 1.12.2005, intendo ribadire che in questi cinque anni di attività, spesso ardua e faticosa, ma anche ricca di proficuo lavoro e traguardi raggiunti, due sono stati gli obiettivi che mi sono prefissato. Il primo è stato il rigoroso rispetto dei principi contenuti nella nostra Carta Costituzionale relativi alla suddivisione dei poteri. Essi, come per qualsiasi altra manifestazione inerente l’estrinsecazione della sfera di libertà, non possono mai essere dati per scontati ma vanno difesi giorno per giorno.

Mi sia consentito, quindi, di richiamare parole scritte ormai qualche secolo addietro da John Locke, ma più che mai attuali nel contesto storico che il nostro Paese sta attraversando: "Il potere legislativo non è solo il potere supremo della comunità politica, ma è anche sacro e inalterabile nelle mani nelle quali la comunità lo ha una volta collocato, e nessun editto di nessuna altra persona, quale che sia la forma in cui è concepito o il potere dal quale è sostenuto, ha la forza e l’obbligazione di una legge, se non riceve la sanzione del potere legislativo, che il pubblico ha scelto e designato". Ho sempre difeso questo principio, cardine di ogni società democratica, avvalendomi appieno dei poteri conferitimi dagli articoli 107 e 110 della Costituzione, ma anche cercando di agire nel pieno rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. È noto che, nella originaria stesura del testo di riforma dell’Ordinamento Giudiziario, Lei, Signor Presidente, ha ravvisato elementi di incostituzionalità. Posso assicurarLe in questa sede solenne che se ciò è avvenuto, non è certo perché il legislatore abbia tentato scientemente di forzare la Costituzione, bensì perché agendo su un terreno come Lei stesso ebbe a dire "di grande rilievo costituzionale e di notevole complessità", non essendo la scienza giuridica una scienza esatta, ci siamo trovati di fronte ad interpretazioni diverse. Colgo l’occasione per sottolineare come il Parlamento abbia voluto accogliere appieno i Suoi rilievi, modificando o addirittura abrogando quelle parti da Lei ritenute incostituzionali. Mi piace citare questo episodio che va letto non come scontro tra istituzioni, ma come occasione di esercizio di quelle garanzie che evitano la promulgazione di leggi incostituzionali che violino i principi fondamentali della nostra democrazia. Il secondo obiettivo, altrettanto importante, che riguarda da vicino i cittadini italiani, è quello relativo alla riduzione dell’eccessiva durata dei processi, fatto questo che costituisce non soltanto una violazione del principio del giusto processo, ma anche un grave "vulnus" alla competitività del sistema Paese. In un quinquennio di oggettiva difficoltà per l’economia europea in generale ed italiana in particolare nel quadro del rispetto del rapporto deficit PIL imposto dall’UE, il Governo ha dovuto predisporre per il 2006 tagli anche al Dicastero della Giustizia, ma ha comunque assicurato a questo settore una percentuale sul PIL in linea con quella degli altri paesi europei.

Non potendo pertanto agire sulla leva finanziaria, abbiamo cercato di incidere sia sul piano dell’efficienza e dell’ammodernamento del sistema, sia sul piano dell’innovazione normativa. In generale, sul piano della razionalizzazione delle risorse, mi piace citare il costo medio giornaliero delle intercettazioni telefoniche, passato da 80 a 20 Euro, la drastica diminuzione dei costi unitari per la stenotipia, l’accordo fatto con Poste Italiane

S.p.A. che ha permesso nel 2005 di gestire in modo informatizzato 1 milione 700 mila notifiche, l’impiego di 771 milioni di euro per l’edilizia giudiziaria, cifra che supera del 50% quella spesa nella scorsa legislatura, l’avvio del processo telematico, in fase di avanzata sperimentazione in 7 tribunali italiani e, in uno di essi, in fase già parzialmente operativa. Ricordo, infine, l’ideazione, la costruzione e la sperimentazione, in collaborazione con il Consiglio Superiore della Magistratura, di un efficace strumento telematico che valuta l’efficienza degli uffici giudiziari. Ciò è stato reso necessario dalla considerazione che disaggregando i dati nazionali, emergono differenze di efficienza assai notevoli tra uffici giudiziari.

Vi sono infatti alcune realtà in cui il processo civile di primo grado ha una durata media di 300 giorni ed altre in cui il medesimo processo dura 1500 giorni. È stato, pertanto, assolutamente necessario munirsi di uno strumento che consentisse di analizzare approfonditamente la realtà dei singoli uffici, al fine di intervenire con efficaci correttivi. Sul piano normativo, in questa legislatura, è stata approvata dal Parlamento una serie di norme che non è azzardato dichiarare senza precedenti rispetto a qualsiasi altra legislatura repubblicana. La riforma dell’Ordinamento Giudiziario, la riforma del Diritto Societario, la riforma delle procedure concorsuali e la riforma di una parte significativa del Codice di Procedura Civile costituiscono infatti un corpus di riforme, che certamente contribuirà da un lato a ridurre la durata dei processi e dall’altro a incrementare la competitività del sistema Italia. Una domanda si impone inderogabile: si poteva fare di più? La risposta non può che essere affermativa, poiché fa parte della natura dell’uomo, nel momento in cui sottopone alla visione critica il proprio operato, individuare i ritardi, gli errori, le previsioni sbagliate.

Allora altri quesiti occorre porsi.

Abbiamo fatto ciò che era necessario?

Abbiamo dato risposte esaurienti ai cittadini?

A queste domande si può rispondere guardando dentro di sé, ma

ciò non è importante.

Importante sarà il giudizio che a breve darà il popolo sovrano.

 

 

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