Rassegna stampa 26 febbraio

 

Cosenza: detenuto di 28 anni s'impicca in cella di isolamento

 

Ansa, 26 febbraio 2006

 

Un giovane di nazionalità eritrea, M.A., di 28 anni, detenuto in nel carcere di Rossano Calabro, si è impiccato con un filo sottile alle sbarre della cella d’isolamento. I medici del 118, chiamati dagli agenti di polizia penitenziaria, hanno constatato la morte del giovane per soffocamento. M.A., in attesa di giudizio, proveniva dal carcere di Crotone ed era a Rossano da pochi giorni. Era accusato di traffico di clandestini e favoreggiamento della prostituzione. Il sostituto procuratore della Repubblica di Rossano, Alessia Notaro, ha disposto l’autopsia che sarà effettuata domani nell’obitorio dell’ospedale dove è stata trasportata la salma.

Il disagio nelle carceri siciliane, di Sebastiano Ardita

Magistrato, Direttore delle direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dap

 

L’isola Possibile, 26 febbraio 2006

 

La realtà penitenziaria siciliana non presenta elementi diversi da quelli che caratterizzano la situazione nazionale. Seppure in misura inferiore alla media, anche in questa regione sono visibili gli effetti del sovraffollamento, che riduce non solo gli spazi vitali della popolazione detenuta, ma anche le risorse destinate alla vita di tutti i giorni, alla sanità, al trattamento. Gli istituti più rilevanti per entità e caratteristiche dei reclusi rimangono quelli situati nei grandi centri, "Pagliarelli" (1150 detenuti) e "Ucciardone" (750) a Palermo, "Piazza Lanza" (400) e "Bicocca" (218) a Catania. Vi sono poi gli istituti di Augusta e Siracusa che contano rispettivamente 600 e 430 reclusi. Complessivamente in Sicilia sono presenti oltre seimila detenuti, a fronte di una capienza massima che dovrebbe attestarsi intorno alle 4500 unità.

Possiamo tranquillamente affermare che altrove, in altre regioni d’Italia, la situazione è anche peggiore ma non possiamo dimenticare che la Sicilia presenta una sua spiccata specificità, essendo un territorio contrassegnato dalla presenza della mafia e di ampie aree sociali contraddistinte dal disagio e dalla povertà. E sono proprio questi i termini del problema che devono connotare la gestione della realtà penitenziaria.

Per scelta del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria nelle carceri siciliane non sono assegnati esponenti mafiosi, i quali dunque vengono reclusi in istituti del nord, salvo che non abbiano impegni processuali. Per i soggetti di maggiore spessore che siano sottoposti al regime speciale dell’art. 41bis o.p., anche questo inconveniente è stato evitato in attuazione della legge che consente di celebrare i processi a distanza con il sistema della videoconferenza. Il problema principale nel quale tutti gli operatori sono impegnati in Sicilia rimane dunque quello di garantire legalità all’interno della vita d’istituto, di assicurare che non si creino gerarchie criminali, di evitare che i più deboli vengano fagocitati e sottomessi. Non è un mistero che nelle nostre carceri siano presenti in grande quantità immigrati e tossicodipendenti, tanto che le nuove povertà rappresentano oggi la maggioranza dei reclusi.

In questo contesto occorre dunque farsi carico non solo delle questioni che afferiscono alla custodia, ma anche alle problematiche personali di tanti uomini e donne, per evitare che all’uscita dal carcere ripiombino nelle condizioni che li avevano condotti sulla strada dell’illegalità. Per fare ciò, - benché l’attuale condizione possa farlo ritenere velleitario, - occorre lavorare per un carcere costruito attorno all’uomo, un carcere che si ponga in discontinuità con l’attività puramente repressiva e che apra le porte all’impostazione disegnata dall’articolo 27 della Costituzione. Il tempo nel quale trascorre la pena non può essere sprecato ma deve essere impiegato per creare un percorso, per formulare una proposta. Tutto questo fuori da ogni retorica, nella convinzione che chi ha sbagliato deve essere sottoposto a pene certe. Per questa ragione con le circolari del 9 Ottobre 2003 e del 14 Giugno 2005 abbiamo creduto di dovere affermare la sussistenza esclusiva in capo alla amministrazione penitenziaria della responsabilità del trattamento del detenuto, chiedendo a ciascun operatore di rinunciare agli atteggiamenti burocratici e di incrociare le storie personali di ciascun recluso, provando a disegnare il percorso di trattamento sulle caratteristiche di ciascuno.

Nella realtà siciliana sono presenti anche 130 donne detenute, in massima parte espressione di realtà fortemente disagiate, che scontano una pena per reati connessi all’immigrazione clandestina ed alla prostituzione o ad entrambe le problematiche insieme. Non va, infatti, dimenticato che leggi recenti hanno previsto specifiche ipotesi di reato nei confronti degli extracomunitarii non in regola con il soggiorno, mentre vi è ancora una forte incidenza del reato di favoreggiamento della prostituzione commesso da anziane ex prostitute.

La legge, infatti, tutela la condizione formale della prostituzione, non la condizione sociale in cui viene a trovarsi chi esercita il meretricio. Capita, infatti, che le prostitute dimessa l’attività, per sostentarsi continuino a svolgere lavori umili nel mondo che è appartenuto loro, ossia spesso fanno le pulizie presso i luoghi dove si esercita il meretricio, e per questo fatto vengono spesso ritenute responsabili di favoreggiamento della prostituzione, come dire: sfruttate da giovani, carcerate da vecchie. Se dunque al carcere oggi deve chiedersi qualcosa, nella attuale situazione di sovraffollamento e di difficoltà, questo qualcosa deve consistere nella necessità di distinguere il trattamento che si riserva ai soggetti che sono espressione dei poteri criminali forti, da quello che deve riguardare i tanti disagiati che conoscono la realtà della reclusione.

Riuscire ad essere irremovibili con i forti e comprensivi con i deboli consentirà di rendere attuali i dettami della nostra Costituzione. Se al carcere potesse essere consentito di chiedere qualcosa alla società ed alle istituzioni, esso senz’altro dovrebbe chiedere, prima ancora delle risorse, di potere avere l’attenzione della comunità esterna ed il suo sostegno irrinunciabile come contributo all’opera di risocializzazione dei detenuti.

 

Catania - Piazza Lanza

 

Costruita nei primi anni del secolo scorso, la casa circondariale Piazza Lanza di Catania possiede diversi problemi strutturali e di sovraffollamento. Negli ultimi anni alcune aree sono state ristrutturate, in particolare alcune zone presentano oggi il bagno in cella, non obbligando alcuni detenuti a far la doccia in aree esterne. Il carcere dovrebbe essere dedicato agli accusati in attesa di giudizio (con i diversi gradi: imputato, appellante, ricorrente), ma al suo interno troviamo anche dei detenuti "definitivi", che scontano la pena, solitamente di breve periodo.

Le presenze oscillano in media dai 400 ai 500 detenuti, per una capienza regolamentare di circa 240 unità; saltuariamente vengono fatti degli "sfollamenti" che permettono di mantenere costantemente le circa 400-450 presenze. È un carcere in continuo movimento, entrate ed uscite ininterrotte, in cui basta un blitz per stravolgere l’equilibrio stabilito. Nelle celle si arriva ad essere in otto, e non è sempre assicurata la divisione per gravità del reato. Al suo interno sono presenti la sezione femminile (piccola e non ancora ristrutturata), l’alta sicurezza, l’area per i reati a sfondo sessuale (la zona più vecchia dell’intero carcere). Secondo l’osservatorio Antigone, l’assistenza sanitaria è carente, soprattutto per la mancanza di medici specialistici e per la scarsa offerta di interventi trattamentali.

 

Palermo - Ucciardone

 

Costruita nel 1832, la casa circondariale di Palermo mostra tutti i suoi limiti nella struttura. Sono previste delle ristrutturazioni, soprattutto dopo il terremoto del 2002 che ha reso ancora più fatiscenti alcune aree. La capienza regolamentare è di circa 600 unità, ma in media il carcere ospita 700-750 detenuti, che si dividono tra giudicandi e condannati che scontano pene fino a 5 anni. In ogni cella, secondo l’osservatorio Antigone, si sta mediamente in due: l’obsolescenza delle strutture, le condizioni igieniche carenti e i problemi idrici vincolano fortemente la vivibilità dei detenuti. Il reparto sanitario si distingue per disporre di attrezzature mediche specialistiche e per le scarse risorse per i medicinali.

Pesaro: detenuto salvato in extremis da una peritonite

 

Il Messaggero, 26 febbraio 2006

 

"La situazione critica delle carceri pesaresi e marchigiane - intervengono Monica Manenti, consigliere comunale Ds e Deborah Primavera responsabile provinciale Giustizia e sicurezza della Quercia - si inserisce in un quadro nazionale allarmante. Nel carcere di Pesaro sono ristretti 249 detenuti di fronte ad una capienza originaria di 152, aumentata nel tempo soltanto con l’aggiunta di letti. Non sorprende che a fronte di questa emergenza, contraddistinta da una mancanza di risorse umane ed economiche, si verifichino casi eclatanti come quello accaduto al giovane detenuto di Villa Fastiggi che ha rischiato di morire in carcere per una peritonite diffusa da appendicite non diagnosticata. A proposito del servizio sanitario interno agli istituti, è il caso di sottolineare la riduzione da parte del governo del finanziamento (da 110 milioni di euro a 80 milioni nella Finanziaria 2006), servizi e finanziamenti peraltro affidati ad operatori privati piuttosto che al Servizio Sanitario Nazionale.

Bisogna pertanto intervenire su questi punti e sulle leggi recentemente approvate (Legge Bossi-Fini sull’immigrazione e Legge Giovanardi-Fini sulle droghe). In questi anni il Governo ha affrontato il tema della sicurezza spostando l’attenzione sul fronte penale e repressivo piuttosto che su quello sociale e rieducativo, introducendo situazioni di illegalità all’interno dei carceri. Al detenuto che entra in carcere vengono negati importanti diritti civili quali il diritto alla salute, al lavoro, all’affettività familiare e alla qualità della vita. Non basterà comunque la sola azione normativa, occorreranno azioni di governo e culturali per invertire l’approccio alla detenzione e alla sicurezza in genere. In tale quadro gli Enti Locali ricoprono un ruolo strategico e di primaria importanza, proponendo politiche attive per i detenuti e favorendo l’inserimento lavorativo tramite percorsi di formazione professionale e intese con il mondo produttivo locale, profondamente convinte che il lavoro rappresenti una concreta possibilità di riscatto".

Milano: kit per chi entra in carcere; spazzolino, ciabatte e t-shirt

 

Il Giornale, 26 febbraio 2006

 

Ciabattine di gomma, una maglietta XXL da usare all’occorrenza anche come camicia da notte, un asciugamano, uno spazzolino da denti, il dentifricio, una confezione di fazzoletti di carta, un mini-flacone di shampoo e anche carta da lettera, una penna e una busta con il francobollo già incollato. È il "kit di primo ingresso" che da circa una settimana viene distribuito ai detenuti che arrivano al carcere di San Vittore senza portare con sé quegli oggetti che risolvono le prime necessità. Fino ad oggi infatti, e in tutti i penitenziari d’Italia, ai nuovi carcerati non viene consegnato proprio nulla, neanche lo spazzolino da denti. "Le carceri hanno problemi di bilancio e non se lo possono permettere", spiega Stefano Carugo, consigliere comunale di Forza Italia e presidente della Commissione Carceri dove ieri è stata presentata la nuova iniziativa.

Palazzo Marino, così, ha destinato ventimila dei 200mila euro destinati con un emendamento al Bilancio del 2004 a favore delle iniziative nei penitenziari milanesi per finanziare il kit. Che, al Comune, costa circa 18 euro. In un anno, pertanto, conta di riuscire a distribuirne fino a 7-8mila, tante quante sono mediamente le persone che passano da San Vittore prima di essere trasferite in altre carceri. "Ne arrivano - spiega Carugo - circa 15 o 30 al giorno, il sessanta per cento dei quali è un extracomunitario. Molto spesso non hanno il tempo materiale di recuperare quelle cose che possono servire loro immediatamente".

I City Angels da un paio d’anni distribuiscono spazzolino, dentifricio e un mini-shampoo, e ora sarà la stessa associazione ad occuparsi 24 ore su 24 della distribuzione del kit offerto dal Comune. Carta, busta e francobollo, precisa Carugo, "sono un’esigenza emersa dai colloqui con la direttrice del carcere: spesso alcuni detenuti immigrati non hanno altro modo che spedire una lettera per comunicare la loro situazione a parenti rimasti al Paese d’origine, perché a parte l’indirizzo di casa non conoscono neanche il numero di telefono". "Milano - continua il consigliere di Fi - si dimostra all’avanguardia per la sensibilità dimostrata verso i problemi nelle carceri".

E l’attenzione per gli istituti penitenziari della città si è manifestata nel concreto la scorsa settimana anche al carcere minorile Beccaria, dove grazie al contributo di ventimila euro offerto dal Comune è stato possibile ristrutturare e riaprire la falegnameria che era inagibile ormai da diversi anni. Lì i ragazzi che devono scontare una pena potranno imparare a costruire mobili, scivoli per i bambini e molti altri oggetti che verranno acquistati anche da Palazzo Marino per i parchi della città e si perfezioneranno in un mestiere che consentirà loro di reinserirsi nel mondo del lavoro una volta usciti dal carcere.

Giustizia: i 10 anni della legge sulla confisca dei beni alle mafie

 

Redattore Sociale, 26 febbraio 2006

 

Il prossimo 7 marzo sarà il decimo anniversario della legge 109/96 sul riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati alle mafie. "Una legge che ha prodotto importanti risultati di promozione e sviluppo economico e sociale: dalle cooperative di giovani che lavorano sui terreni confiscati in Sicilia, Calabria, Campania e Puglia alle tante esperienze e progetti avviati in tutta Italia", commenta Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, che è stata la promotrice della legge con la raccolta di oltre un milione di firme. L’associazione presenterà dopo le elezioni, nel mese di aprile, un Rapporto sui 10 anni di applicazione della legge, alla presenza di magistrati e forze dell’ordine impegnati nelle indagini patrimoniali, delle istituzioni competenti, di sindaci e di quelle realtà del mondo dell’associazionismo e della cooperazione sociale impegnate direttamente nella gestione dei beni. Il rapporto conterrà anche dati aggiornati sull’utilizzo dei beni confiscati, le storie e le esperienze positive realizzate. Numeri, cifre ed esperienze, quindi, sul riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati alle mafie. La legge "ha prodotto importanti risultati di promozione e sviluppo economico e sociale: dalle cooperative di giovani che lavorano sui terreni confiscati in Sicilia, Calabria, Campania e Puglia alle tante esperienze e progetti avviati in tutta Italia", commenta Libera. Per informazioni: Ufficio nazionale beni confiscati di Libera, via IV Novembre 98 - 00187 Roma - tel. 06.69770330; e-mail beniconfiscati@libera.it.

Immigrazione: Amnesty; 890 minori nei Cpt, scontro col Viminale

 

L’Arena di Verona, 26 febbraio 2006

 

Cpt e minori, Amnesty contro il Viminale. L’altro giorno Amnesty International Italia, con un rapporto dal titolo "Invisibili, minori migranti detenuti all’arrivo in Italia", aveva denunciato che dal gennaio 2002 all’ agosto 2005 almeno 890 minori, accompagnati e non, erano effettivamente stati trattenuti, per tempi anche lunghi, nei diversi centri di detenzione esistenti in Italia (Centri di temporanea accoglienza, Centri di permanenza temporanea e assistenza, Centri di identificazione e Centri di accoglienza). Accusa che ieri il Viminale ha respinto: "Nei Cpt possono essere trattenuti solo gli immigrati destinatari di provvedimenti di allontanamento e poiché il testo unico sull’immigrazione esclude l’espulsione per i cittadini stranieri minorenni la denuncia di Amnesty International è destituita di fondamento". Può accadere però, spiega ancora il Viminale, "che, in occasione di sbarchi massicci, diversi minori siano assistiti inizialmente nei centri di prima accoglienza per il tempo strettamente necessario ad accertarne l’effettiva minore età, con conseguente loro affidamento, in caso di positivo riscontro, ai servizi sociali. Ciò risulta confermato dal fatto che, durante lo scorso anno", conclude il Viminale, " sono stati affidati ai servizi sociali, per il tramite dell’autorità giudiziaria competente, 1.270 stranieri minori sbarcati clandestinamente sulle coste siciliane".

Risposta che non soddisfa Amnesty, che rilancia: "Il comunicato stesso del ministero dell’Interno conferma di fatto che la detenzione di minori subito dopo il loro arrivo, nel caso specifico al fine di accertarne l’effettiva minore età, è una realtà in Italia". Il ministero, inoltre, prosegue, "fornisce per la prima volta ufficialmente un dato sui minori migranti e richiedenti asilo ancora più preoccupante dei casi segnalati alla sezione italiana dell’organizzazione: "1.270 stranieri minori sbarcati clandestinamente sulle coste siciliane, che sarebbero stati affidati ai servizi sociali". Peraltro, aggiunge, "il comunicato del ministero nulla dice in merito alla detenzione di centinaia di bambini giunti assieme alle proprie famiglie e detenuti dopo l’arrivo negli ultimi anni".

Lettere: la quotidianità della vita vissuta dietro le sbarre…

 

Il Messaggero, 26 febbraio 2006

 

Mi chiamo Sonia M. e scrivo da parte di mio marito, E.C., detenuto nella casa circondariale di Roma. È un uomo malato e necessita di cure continue. I carcerati vivono in un regime dove non vi sono forme di reinserimento nella società, aiuti medici, eccetera. Vi sono problemi economici e di gestione che finiscono per abbattere la vita dei detenuti che, è vero, hanno sbagliato ma così vengono ancor più condannati. Da qui deriva che mio marito sta pagando un reato ma la direzione e tutto il resto del carcere se ne fregano che è malato e lo lasciano allo sbaraglio senza cure. Non hanno medicine, qualsiasi malattia viene curata con un’aspirina. Se ci sono patologie gravissime puoi aspettare anche mesi, per fare accertamenti ospedalieri l’iter è lungo. Per quanto riguarda l’area educativa c’è un fenomeno paradossale: gli educatori sono assenti negli aggiornamenti e nell’osservazione, così da non far pervenire in tempo al magistrato di sorveglianza la documentazione per il detenuto, invece per i consigli disciplinari agiscono con tempestività. Si fa a scaricabarile: il magistrato colpevolizza l’educatore, l’educatore colpevolizza il problema del sovraffollamento, alla fine chi ci rimette è il detenuto. Questo non è il carcere rieducativo che prevede la Costituzione italiana. Cosa devono fare i detenuti? Cominciare lo sciopero della fame? Non sarebbe meglio che regnasse più serenità? Nonostante tutto mio marito continua a lottare per il reinserimento credendo in una società più umana. Aiutateci, siamo abbandonati e disorganizzati e quindi chiediamo fortemente un intervento che sappia restituirci dignità, diritto e giustizia alla popolazione detenuta e non vogliamo che i detenuti vengano bombardati con degli psicofarmaci riducendosi come larve umane.

 

Sonia M.

 

Risponde il Direttore del Messaggero. Cara signora Sonia, in questa rubrica do la precedenza alle lettere di chi soffre e naturalmente protesta, perciò oggi la sua lettera è qui, anche se non dice niente di nuovo, dopo diverse lettere già pubblicate sul medesimo argomento. Sì, un particolare mi ha sorpreso e direi stupefatto: ma è vero che i detenuti vengono ammansiti con gli psicofarmaci? Mi sembra enorme, signora, e non so quanto attendibile sia la sua denuncia. Io non ci credo. Sono convinto che qualche persona condannata al carcere sceglierebbe di placarsi con le pillole, anche di sonnifero, dormire, dimenticare, vivere di vita onirica, ma che sia lo stato ad addormentare i reclusi mi sembra fantascienza. Sarebbe anche turpe, questa prevaricazione della volontà di chi non può più ribellarsi e deve solo subire. Che in carcere si perpetui la dittatura non mi sorprende né, le dirò, mi scandalizza. Mi sembra impensabile far governare un carcere dalle decisioni di carcerati, anche se liberamente eletti. Ci siano rigorosi organismi di controllo, questo sì, ma una cosa è la democrazia degli uomini liberi, un’altra la condizione di chi la libertà l’ha persa.

Lettere: un muro che divide sempre di più il dentro dal fuori...

 

La Sicilia, 26 febbraio 2006

 

Volevo aprire questa mia riflessione parlando di "dopo carcere", che è il tema forte che ho scelto, ma l’approvazione della legge "ex Cirielli" mi impone di tornare su questa questione, anche perché se le persone detenute, invece di iniziare un graduale percorso di "avvicinamento" ala libertà, arriveranno a fine pena dopo anni di segregazione con sempre meno alternative, il dopo carcere sarà ben più pesante di quanto lo sia oggi. La ex-Cirielli è però passata, ora non resta che vedere l’applicazione, e chi in carcere o in misura alternativa non si è mai preoccupato della sua condizione o meno di recidività è ora che inizi a farlo seriamente.

Certo ci sarà da far chiarezza, per quanto riguarda l’accertamento della condizione per cui un condannato è recidivo secondo l’art. 99 c. 4 del Codice Penale, perché in realtà la grossa bastonata arriverà proprio a chi ha una recidiva reiterata, i veri "professionisti" del crimine. Eppure lo sanno tutti quelli che conoscono le persone che entrano ed escono dal carcere ripetutamente che si tratta spessissimo di gente senza reddito e senza risparmi. Bene, per la felicità di quei cittadini-gendarmi, che vogliono tutti dentro a pane ed acqua, nella gabbia la cui chiave va buttata via, man mano che questa legge troverà il modo di essere applicata, prenderà forza un rapido percorso verso la società della segregazione, della carcerazione.

Ed è incredibile che in un Paese che ha una ricchezza di volontariato, di attenzione al sociale fatto di associazioni, gruppi che lavorano dedicando a chi sta male anche il loro tempo libero, sia passata una legge che decreta nei suoi principi la costruzione di un grande muro; altro che integrazione, scambio, multiculturalità. Oggi si può dire davvero che hanno innestato la retromarcia sulla legge Gozzini, che è stata l’unico tentativo di applicare la norma costituzionale che immagina la rieducazione, il reinserimento come una possibilità ritagliata sulle persone che compiono reati e non sugli stereotipi dei criminali recidivi, che con chi è in carcere hanno poco a che vedere.

Ecco, in sintesi quello che sta succedendo; siccome il carcere oggi non riesce ad essere efficace nel suo intervento sulle scelte di vita delle persone, e chi esce dal carcere spesso ritorna a fare reati, eliminiamo o riduciamo all’osso le già poche possibilità di dare un senso alla detenzione, di offrire opportunità di crescita. Perfino sui tossicodipendenti vengono ridotte le possibilità di usufruire di misure alternative e benefici. Eppure da sempre si è detto che chi ha problemi di dipendenza deve essere curato fuori, dopo aver constatato che un terzo dei detenuti comunque resta in carcere, si provvede ora a diminuire ancora la possibilità di farli uscire.

Non ha veramente senso questa legge, se non quella di prendere la strada degli Stati Uniti, dove il tasso di carcerazione è altissimo, quanto è alto quello di insicurezza sociale. Noi dell’associazione per la difesa dei diritti dei detenuti, ed ex detenuti, siamo convinti che si possa tornare indietro, magari con una riforma che faccia tabula rasa di tutti questi colpi di mano che non vogliamo credere che rappresentino l’opinione della gran parte degli italiani, una volta che anche su carcere e sicurezza si sia fatto quel lavoro di informazione corretta che la gran parte dei media evita di fare. Senza questa possibilità si tornerà nelle carceri alla violenza che c’era prima della riforma del ‘75, quando benefici non ce n’erano e vantaggi per la buona condotta non esistevano. Si tornerà alle rivolte e a tanti atti di violenza, altro che sicurezza, saranno guai, e non solo dentro le mura delle prigioni italiane.

 

Alfredo Maffi, Associazione "Papillon" di Caltanissetta

Milano: era in semilibertà, è stato ucciso durante una rapina

 

Il Gazzettino, 26 febbraio 2006

 

Un malvivente è morto e un carabiniere è rimasto ferito nella sparatoria avvenuta ieri, verso le 20, nel corso di una rapina ad un supermercato di Cusano Milanino, nell’hinterland di Milano. Nella sparatoria è stato colpito anche un complice del rapinatore. Il carabiniere ferito non è grave. È stato ricoverato all’ospedale Sacco di Milano. La sparatoria è avvenuta all’esterno dopo che i due malviventi, uscendo con ancora le pistole in pugno, hanno incrociato una pattuglia dei carabinieri, che si trovava in zona proprio per uno dei servizi anti-rapine. I malviventi hanno cominciato subito a sparare. Uno dei carabinieri è stato colpito, ma è riuscito ugualmente a dare man forte al collega che aveva ingaggiato il conflitto a fuoco. I due banditi sono stati raggiunti dai colpi sparati dai carabinieri: uno è crollato a terra, morto. L’altro, seppur ferito, ha rapinato un automobilista della sua macchina, si è messo al volante dandosi alla fuga, ma è finito fuori strada. Il malvivente è stato trasportato all’ospedale di Niguarda, dove si trova ricoverato in gravi condizioni.

Il bandito ucciso era Michele Trotta, 35 anni, residente a Nova Milanese, a pochi chilometri dal luogo in cui si è consumata la rapina. Era detenuto nel carcere di Bergamo per reati contro il patrimonio. Usufruiva del regime di semilibertà, che gli consentiva di trascorrere a casa i fine settimana: ogni giorno poteva uscire dal carcere bergamasco dalle 8.30 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 17.30 per lavorare. Il sabato e la domenica, invece, poteva recarsi presso la propria abitazione a Nova Milanese.

Immigrazione: i Cpt non dovrebbero essere strutture carcerarie

 

Il Gazzettino, 26 febbraio 2006

 

"I Cpt non dovrebbero essere strutture carcerarie. Questa di Gradisca d’Isonzo è peggio": così l’onorevole di Rifondazione Comunista Ramon Mantovani che ieri, assieme alla collega dei Verdi Luana Zanella, è entrato in visita al centro di permanenza temporanea.

"Ne ho visti tanti fra Cpt e carceri, ma questo assomiglia più ad una struttura di massima sicurezza. Vederlo rimanda immediatamente alle condizioni in cui i reclusi dovranno vivere per i 60 giorni previsti, privi di ogni libertà". Un altro tassello nel lungo e travagliato percorso che ha segnato l’ultimo periodo per quel che concerne il Cpt, ma ancora una volta un segnale di contrarietà per l’apertura della struttura a sbarre (che sembra davvero imminente, si parla di martedì prossimo ma potrebbe anche essere anticipata). Nella richiesta per l’autorizzazione all’ispezione del centro, fatta dall’assessore regionale Antonaz alla Prefettura venerdì, era specificato che sarebbero arrivati i due onorevoli accompagnati da collaboratori. Era richiesta "altresì ­ si legge nella domanda ­ l’autorizzazione all’ingresso di due consulenti dell’assessorato nelle persone di don Andrea Bellavite e di Gianfranco Schiavone". Ebbene: Alessandro Metz (come collaboratore dell’onorevole Zanella) e i due consulenti sono stati fermati alla porta con un secco niet.

"Lascio qualsiasi riflessione politica all’assessore ­ ha spiegato Gianfranco Schiavone -, ma è chiaro che nel negarci l’ingresso, la Prefettura dichiara la non volontà alla collaborazione nei confronti della Regione".

Chi dentro c’è stato, invece, contesta l’impianto architettonico: "Il carcere è tale ­ ha osservato Luana Zanella - che qui qualsiasi cooperativa venga a gestire il Cpt non può che esercitare un tipo di violenza che è disegnata nella struttura detentiva stessa. Sono spazi non adatti, disumani, da negare anche come carcere. In fondo qui vengono reclusi degli irregolari, non dei criminali. Dovrebbe svolgersi un’attività di tipo amministrativo, atta cioè al controllo dei dati anagrafici. Invece è una prigione".

Secondo l’onorevole dei Verdi è la politica sull’immigrazione che fa acqua da tutte le parti: "Perfino con le leggi vigenti si potrebbero risolvere diversamente i problemi dell’immigrazione. Il nostro è un impegno. Se vinciamo le elezioni nei primi 100 giorni di insediamento al Governo il problema Cpt sarà all’ordine del giorno".

Intanto tutto è pronto per il presidio permanente davanti al centro di permanenza temporanea che inizierà nella tarda mattinata di lunedì e si protrarrà per il tempo necessario: "Mi sento di fare un appello a tutta la comunità isontina ­ ha detto il segretario regionale di Rc, Giulio Lauri ­ affinché partecipi all’iniziativa. È importante farci sentire ancora. Dobbiamo ostacolare in tutti i modi pacifici possibili l’apertura del Cpt. La cultura e la tradizione democratica e solidale delle nostre terre deve emergere in questa occasione".

Ancora una volta ad azzardare è Metz: "La prefettura non mi fa entrare perché continuo nelle mie affermazioni. Ci provocano andando avanti senza tenere in considerazione che due tribunali amministrativi stanno ancora esaminando la documentazione. Alzano una tensione che noi non vogliamo. Semmai il Cpt dovesse aprire, io sento la necessità di fare scappare quelle persone da quel luogo dove la volontà umana è annullata e le persone vengono alienate".

Libro: Arizona, condannati a vivere nel braccio della morte

 

Il Tempo, 26 febbraio 2006

 

Chi sta in galera, generalmente, ha molto tempo libero ed alcuni lo usano per scrivere. Chi di viaggi, come Marco Polo, chi della galera medesima, come Silvio Pellico. Richard Michael Rossi appartiene a questo secondo filone, con una lieve differenza. La sua non è solo una galera: è l’anticamera dell’aldilà, il braccio della morte. Nel libro "La mia vita nel braccio della morte", dato alle stampe per i tipi di Tea e tradotto da Roberta Stabilini, l’italoamericano, condannato per aver ammazzato un tizio al quale tentava di vendere una macchina per scrivere rubata e che non voleva pagare il prezzo pattuito, illustra con ampia dovizia di particolari lo "status" dei prigionieri destinati al patibolo nelle carceri americane. Ne esce un quadro reso abbastanza familiare negli ultimi tempi dai reportage dai carceri iracheni e cubani, di violenza, di sopraffazione e di umiliazione dei prigionieri. La differenza è che il carcere di Michael Rossi non è a Guantanamo, ma in Arizona.

Un carcere di massima sicurezza, con severissime misure restrittive e dal quale, in 99 casi su cento, si esce solo in una cassa di zinco. È un documentato atto d’accusa, quello di Rossi, che tuttavia non riesce a suscitare nel lettore medio quel senso di compassione prima e poi di sdegno che, nelle intenzioni dell’autore, dovrebbero dar ulteriore lena al movimento anti pena capitale. E tuttavia, sia per la povertà dello stile, incapace di colpire l’immaginazione, sia per la ricerca quasi burocraticamente ossessiva dei documenti relativi a norme e leggi carcerarie, sia per qualche contraddizione che affiora qua e là nel teso (in un passaggio Rossi, che afferma l’impossibilità assoluta per i detenuti di comunicare fra loro cita, inopinatamente, frasi di un compagno di reclusione senza spiegare in quale momento tale contatto sia stato possibile) il testo non raggiunge praticamente mai il suo scopo.

C’è anche da dire che il moderno stile di traduzione dall’inglese, troppo fedele alla lettera, non aiuta a suscitare emozioni in chi legge. Sta di fatto che mentre Rossi elenca tutta una serie di situazioni di per sé oggettivamente raccapriccianti, uno si chiede come mai ci siano casi di detenuti che stanno vent’anni in un braccio della morte e rivaluta la presunta lentezza dei processi italiani. Lo stesso Rossi, che si definisce "povero", mentre afferma che i poveri vengono trattati come bestie, senza assicurare loro una assistenza legare adeguata, non spiega come abbia fatto e con quale assistenza a rimandare per vent’anni l’esecuzione. Tutto ciò, tuttavia, non può far dimenticare come le condizioni delle carceri di massima sicurezza americane siano in effetti durissime da sopportare. Celle microscopiche e inadeguate, perquisizioni continue, impossibilità "quasi" totale per i detenuti non solo di poter riunirsi a gruppi, ma anche di comunicare in qualsiasi maniera fra di loro sono tutte condizioni (unite ai lavori forzati sperimentati saltuariamente e con conseguenze talora tragiche) che riducono la persona in una perpetua sottomissione, alla quale o ci si adegua o se ne vedono peggiorare i termini.

Da questo punto di vista Richard Michael Rossi, con la sua documentazione accurata e comprensibilmente maniacale di tutto ciò che accade nei tre metri della sua cella e nel poco spazio accessibile intorno, compone senza dubbio un atto di accusa pesante (che fra l’altro ci si chiede come sia potuto uscire dal carcere, se è vero che tutta la corrispondenza viene accuratamente censurata) nei confronti dell’amministrazione carceraria americana, la cui prima preoccupazione sembra essere – e non è escluso che sia - risparmiare sui costi di mantenimento di detenuti che, alla fin fine, sono destinati alla iniezione di cianuro e non è detto che debbano arrivarci in buona salute. Questa visione cinica della vita dei condannati, illustrata da Rossi più con lucidità analitica che con partecipazione passionale, è documentata da tutta una serie di sentenze e di provvedimenti presi dai vertici che vanno in una sola direzione: "Ridurre al minimo il fastidio e il costo" per una popolazione carceraria che "se sta lì, se lo è meritato".

Non sappiamo quanto il libro di Rossi possa smuovere le acque, nei confronti della pena di morte, più di quanto le abbiano smosse testimonianze, anche recenti, assai più drammatiche. C’è da dire che gli Stati Uniti, da quando nel 1976 hanno reintrodotto la pena capitale rimasta in sospeso per una trentina d’anni, non hanno mai dato segno di volerla abolire ed anche nelle passate settimane due esecuzioni sui cui si era appuntata l’attenzione dei movimenti per la vita sono state eseguite senza che i governatori (ultimo Schwarzenegger) abbiano dato il minimo cenno di incertezza nel rifiutare gli ultimi appelli di grazia. Anzi, è stata rinviata almeno fino ai primi di maggio, la terza esecuzione in tre mesi, quella di Michael Morales, condannato a morte nel 1983 per lo stupro e l’omicidio di una ragazza di 17 anni, sospesa martedì scorso ieri nel carcere di San Quintino, per il rifiuto dei due anestesisti a procedere all’iniezione letale. Un rinvio che però non riuscirà a fermare il boia. Pena di morte, un tema che tuttavia non cessa di essere argomento di dibattiti anche accesi e che il libro di Richard Michael Rossi può contribuire a mantenere alla ribalta anche se, finché non si farà strada nell’"io" dell’americano medio una coscienza diversa da quella che ha portato alla conquista del West, sarà assai difficile un ripensamento da parte sia del Governo di Washington, sia di quelli dei singoli Stati.

Afghanistan: rivolta nel carcere di Kabul, situazione drammatica

 

Apcom, 26 febbraio 2006

 

È ancora drammatica la situazione a Poli Charki, una delle carceri della capitale afgana Kabul, dove ieri sera è scoppiata una rivolta che ha provocato - secondo uno dei prigionieri, un medico - almeno quattro morti e una trentina di feriti. Lo riferisce il sito internet di Peace Reporter, associazione pacifista di operatori della stampa.

"La rivolta è scoppiata ieri sera nel secondo braccio, quello in cui sono rinchiusi i detenuti politici. Ma adesso si è estesa anche al blocco delle donne, molte delle quali sono detenute insieme ai loro bambini. Anche l’esercito è stato allertato, sono fuori dal carcere e ogni tanto sparano, si vede anche del fumo uscire dal primo braccio, quello delle donne", ha raccontato Marco Garatti, chirurgo dell’organizzazione Emergency, che si è recato sul posto quando è trapelata la voce che i rivoltosi avrebbero consegnato i feriti all’organizzazione italiana.

Emergency da anni fornisce assistenza sanitaria ai prigionieri e tra il 2000 e il 2001 ha anche effettuato diversi scambi di prigionieri tra l’Alleanza del nord e i talebani allora al governo. Le autorità di Kabul avrebbero richiesto l’intervento delle forze Isaf (International Security Assistance Force) per sedare la rivolta con l’utilizzo di gas. È probabile che i militari aspettino il buio per intervenire con la forza.

 

 

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