Rassegna stampa 1 agosto

 

Indulto: Napolitano; bene la rapidità del Parlamento

 

Ansa, 1 agosto 2006

 

Ha deplorato ancora una volta l’eccessiva durata dei processi. Ha sollecitato l’individuazione di pene alternative al carcere. Ma, soprattutto, invocando il superamento di un’ormai storica contrapposizione tra politica e giustizia, ha invitato i magistrati ad avere pazienza rispetto ai tempi di una politica in difficoltà a causa di un "delicato equilibrio post-elettorale". Insomma, parlando come presidente del Consiglio superiore della magistratura, Giorgio Napolitano ha sollecitato piuttosto severamente gli operatori della giustizia a fare la loro parte per ricostruire un clima di armonia istituzionale piuttosto che a pensare a nuove agitazioni o proteste.

Il Presidente della Repubblica ha preso la parola ieri mattina per salutare i consiglieri uscenti, da lui ricevuti al Quirinale. Oggi si insedierà il nuovo consiglio, a cominciare dal nuovo vice-presidente, Nicola Mancino. A questo proposito Napolitano ha detto di aver molto apprezzato la velocità con cui il Parlamento ha nominato i nuovi membri laici del Consiglio e ha individuato in questa "puntualità istituzionale" una delle chiavi per ristabilire un ordinato rapporto tra i diversi organi costituzionali. E ha ricordato come i "numerosi pareri" espressi nello scorso quadriennio dal Consiglio su diverse tematiche attinenti all’ordinamento giudiziario abbiano suscitato "polemiche e tensioni". Si trattava di tensioni che recavano "il segno di un clima di aspra contrapposizione politico-istituzionale". "Ebbene - ha sostenuto il Presidente - si deve e si può auspicare il superamento di tale clima come condizione non solo di un più feconda dialettica politica e parlamentare, ma anche di un più sereno rapporto tra le istituzioni". Nel fare l’elogio della "puntualità istituzionale" come uno dei modi per ristabilire "una rigorosa osservanza della ripartizione delle funzioni tra i vari organi costituzionali", Napolitano ha rivolto la sua irrituale raccomandazione ai giudici. "Nel momento attuale - ha detto - si richiede anche una realistica e rispettosa comprensione delle difficoltà del Parlamento, quali risultano da un delicato equilibrio post-elettorale".

Proprio ieri mattina, prima di ricevere i rappresentanti dell’organo di autogoverno dei magistrati, il Presidente aveva firmato la nuova legge sull’indulto. Il provvedimento è stato subito pubblicato sulla "Gazzetta Ufficiale" oggi in edicola, che porterà all’entrata in vigore immediata e non dopo 15 giorni: in giornata potrebbero uscire i primi detenuti. L’indulto ha suggerito a Napolitano alcune riflessioni. "L’approvazione nei giorni scorsi - ha osservato - di un provvedimento di clemenza e di urgenza volto a lenire una condizione intollerabile di sovraffollamento e di degrado nelle carceri sollecita ancor più Governo e Parlamento a procedere decisamente, con misure efficaci, sulla via tanto della durata dei processi, quanto dell’ulteriore ricorso a pene alternative alla sanzione detentiva". Insomma, un intervento eccezionale può servire a fronteggiare un’emergenza, ma sono le condizioni stesse dell’emergenza che vanno rimosse: "Vanno finalmente affrontate, in modo organico, le cause remote e attuali della sofferenza del presente modello penale". Napolitano, quindi, suggerisce di approfondire la riflessione sul tema di pene alternative al carcere, quando possibile. E ribadisce, comunque, che il problema principale resta quello della durata eccessiva dei processi in Italia. È un problema che complica anche la convivenza del sistema italiano assieme agli altri sistemi europei.

Napolitano ha ricordato come dalla commissione europea sia stata indicata "l’assoluta necessità per il nostro Paese di individuare strumenti idonei per evitare che i ritardi nelle decisioni costituiscano un elemento problematico per la presenza dell’Italia e della sua giurisdizione all’interno del panorama europeo ed internazionale". Ma ha subito aggiunto che "l’eccessiva durata dei processi non è soltanto un grave problema di collocazione internazionale dell’Italia, ma è, prima di tutto, una gravissima anomalia del nostro ordinamento interno". In altre parole, l’eccessiva durata dei processi produce innanzitutto forme di grave ingiustizia sociale.

Indulto: Caritas; garantire l’accoglienza per chi esce

 

Redattore Sociale, 1 agosto 2006

 

"La Caritas Ambrosiana metterà a disposizione le proprie risorse anche nel mese di agosto ma il ruolo primario di assistenza dovrà essere degli enti locali. Solo così si potrà garantire un futuro a chi usufruisce del provvedimento". È quanto scritto in una nota della stessa Caritas Ambrosiana, che richiama l’attenzione, dopo l’approvazione dell’indulto, sulla necessità di strategie comuni per garantire l’accoglienza a chi esce dal carcere.

"Riteniamo positiva - spiega don Roberto Davanzo, direttore di Caritas Ambrosiana - la concessione dell’indulto in particolare perché allevia il preoccupante sovraffollamento degli istituti penitenziari italiani, dove spesso non si riesce a garantire un minimo di dignità alle persone detenute. Ci auguriamo che questo provvedimento aiuti a rileggere gli strumenti della pena. In una logica riabilitativa della persona auspichiamo che si studino le vie anche per pene alternative al carcere".

Ma l’uscita dal carcere di tanti detenuti dovrà impegnare tutti a un grande sforzo per riaccogliere queste persone nella società. Caritas Ambrosiana partecipa ad una riunione, convocata al Provveditorato Regionale per l’Amministrazione Penitenziaria, per capire, insieme alle Istituzioni, come costruire opportunità per le persone che usciranno dagli istituti penitenziari.

"Riteniamo primario il ruolo delle istituzioni pubbliche e degli enti locali per garantire accoglienza e sostegno a chi esce dal carcere - conclude don Roberto Davanzo -. Da parte sua Caritas Ambrosiana, insieme alle altre associazioni di volontariato e alle organizzazioni del privato sociale, farà la sua parte in particolare mettendo a disposizione sportelli di ascolto e di orientamento".

Indulto: agli enti locali responsabilità della prevenzione sociale

 

Redattore Sociale, 1 agosto 2006

 

"L’approvazione definitiva del provvedimento di indulto è una prima vittoria della lotta pacifica iniziata nove anni fa dalla Papillon e da decine di migliaia di detenuti. Una lotta sostenuta dalla Chiesa Cattolica e a fasi alterne anche da tante associazioni laiche e religiose e da tanti sindacati degli operatori penitenziari. Una lotta che non si è mai arrestata davanti alle tante demagogie, alle truffe (tipo quella dell’indultino), alle provocazioni e alle continue ritorsioni punitive contro chi denunciava pacificamente la drammatica realtà delle carceri (rapporti disciplinari, trasferimenti punitivi, denunce, negazione delle misure alternative, ecc.)". Così commenta l’Associazione Papillon il provvedimento d"indulto appena approvato. "Per la prima volta nella nostra storia repubblicana si sta avviando un reale processo riformatore del sistema penitenziario senza che ciò sia preceduto da un ciclo di lotte violente all’interno delle galere. E ciò è accaduto nonostante l’assenza di un vasto movimento di opinione che all’esterno delle carceri si mobilitasse realmente a favore delle nostre richieste".

Un primo risultato da cui partire per spingere in avanti "il processo riformatore attraverso un’accelerazione della riforma del Codice Penale, sia sul piano delle depenalizzazioni che dell’abrogazione dell’ergastolo; una limitazione ferrea dell’uso della custodia cautelare in carcere: un’applicazione integrale ed uniforme della Legge Gozzini su tutto il territorio nazionale; l’approvazione definitiva e l’applicazione della Legge di riforma della sanità penitenziaria, una legge che vieti qualunque forma di ritorsione (disciplinare, amministrativa o penale) contro quei detenuti che in forma individuale o collettiva ritengano necessario protestare pacificamente; una legge che preveda la facoltà di ricorso ad ogni livello, fino alla Cassazione, da parte dei detenuti verso tutti quei comportamenti, provvedimenti e pronunciamenti dell’amministrazione penitenziaria e della Magistratura di sorveglianza che si ritenga siano lesivi dei Diritti del singolo o della collettività dei detenuti". È lungo l’elenco delle priorità secondo l’associazione che chiede al Governo e al Parlamento di stanziare immediatamente tutte le risorse necessarie per aumentare gli organici di tutti gli operatori penitenziari

Ma un appello va anche agli enti locali. "Ci auguriamo che sappiano essere all’altezza dei nuovi compiti che l’inizio di questo processo riformatore gli pone davanti, aumentando e qualificando realmente l’uso di risorse economiche destinate alle grandi periferie urbane, all’integrazione dei migranti, all’assistenza sanitaria e psicologica per i tossicodipendenti, allo sviluppo di attività culturali, formative e lavorative per gli ex detenuti e per tutti i soggetti socialmente svantaggiati. Ogni ente locale deve sentire in modo nuovo la responsabilità della prevenzione sociale e deve quindi essere disposto a superare tutte quelle stanche e obsolete procedure che molte volte impediscono di avere risultati apprezzabili e duraturi, i soli che contribuiscano ad aumentare realmente la sicurezza quotidiana dei cittadini. Tutti, dentro e fuori dalle carceri, dentro e fuori dalle Istituzioni, dobbiamo operare affinché l’indulto sia soltanto il primo di una lunga serie di importanti risultati sulla strada di una Giustizia più Giusta".

Indulto: Bologna; per la Dozza è un provvedimento insufficiente

 

Redattore Sociale, 1 agosto 2006

 

È ancora una volta il sovraffollamento il problema principale del carcere della Dozza di Bologna: negli ultimi sei mesi i detenuti sono ancora aumentati, arrivando a 1059 persone (sei mesi fa erano 1045). L’indulto? È un provvedimento comunque insufficiente, che non risolve certo la situazione. La denuncia arriva da Vito Totire, presidente dell’associazione Medicina Democratica, all’indomani del rapporto semestrale dell’Ausl sul carcere bolognese della Dozza. "Gli effetti dell’indulto non saranno affatto risolutivi - ha commentato Totire -, e lo vedremo tra sei mesi, dal prossimo rapporto. Noi siamo favorevoli all’indulto, ma lo avremmo riservato a un profilo di reati diversi da quello che il Parlamento ha deciso. L’uscita di 150, 200 o 300 persone dalla Dozza ridurrebbe la popolazione carceraria, che arriverebbe a 909, 859, 759. Il fatto è che la capacità ricettiva della struttura è di 483 persone. Si dovrà ricorrere a un altro indulto o vogliamo finalmente mettere mano a un piano concreto di ristrutturazione e di gestione?". Per chi rimane dentro, poi, la situazione rimane al limite del "maltrattamento" (celle in teoria singole occupate da due o tre persone, i servizi igienici usati anche per lavare le stoviglie, i cortili in cui si consuma l’ora d’aria pieni di rifiuti); e proprio lo spazio è il primo requisito per la riabilitazione e la risocializzazione.

"La ristrutturazione della Dozza - prosegue Totire - non è più rinviabile, nemmeno dopo questo indulto. Il ministero di Grazie e giustizia deve presentare un piano di ristrutturazione dell’edificio che risponda a requisiti minimi di igiene edilizia oggi inesistenti". Non solo: secondo Medicina Democratica è necessario ampliare il campo di osservazione dei detenuti Hcv positivi (che sono 76), Hbv positivi (2), Hiv positivi (18) e ai casi di Aids conclamato (un detenuto), oltre a migliorare le condizioni sanitarie: negli ultimi sei mesi ci sono stati tre casi di tubercolosi polmonari e cinque casi di scabbia, oltre a molti alcolisti cronici. Medicina Democratica chiede inoltre all’Ausl di allargare la sua attività di monitoraggio anche all’interno del Centro di permanenza temporanea: "che cos’è di fatto il Cpt - sottolinea Totire - se non un luogo in cui viene rinchiuso e privato della libertà un certo numero di persone? E come altrimenti si chiama un luogo simile se non carcere?".

Indulto: presto fuori 15mila detenuti, ma il Paese si interroga

 

Redattore Sociale, 1 agosto 2006

 

La stima del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria è di 12.700 detenuti che godranno dell’indulto. Nella capitale la misura sarà applicata a circa 1/3 dell’attuale popolazione carceraria: si parla di oltre un migliaio di detenuti

"L’altro indulto": dalla prossima settimana usciranno dai penitenziari di tutta Italia circa 15mila detenuti, fra cui 5mila stranieri, secondo i dati dell’associazione Antigone. E poi tossicodipendenti, poveri, malati anche gravi beneficeranno dello sconto di pena di 3 anni, approvato dal Parlamento. Per quanto riguarda gli immigrati, ancora non si conosce il destino degli irregolari: se verranno accompagnati verso l’espulsione oppure no. Incerto anche l’avvenire per i malati: non esistono strutture di cura ad hoc per loro, quindi dovrebbero trovare un posto negli ospedali o nelle Residenze sanitarie assistenziali. Punto interrogativo anche per i detenuti anziani, che hanno superato i 60 anni e, una volta usciti, si ritroveranno senza pensione e senza casa, spesso privi anche di riferimenti affettivi.

La stima del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria è di 12.700 detenuti che godranno dell’indulto. Nella capitale la misura dovrebbe essere applicata a circa 1/3 dell’attuale popolazione carceraria: si parla di oltre un migliaio di detenuti. Da Regina Coeli dovrebbero uscirne 150 inizialmente; invece a beneficiare dell’indulto dovrebbero essere almeno la metà delle 410 detenute della sezione femminile di Rebibbia.

Domani in Campidoglio, presso la Sala dell’Arazzo alle ore 12, il Comune di Roma presenterà un Piano straordinario per l’accoglienza, l’assistenza, il sostegno al reinserimento sociale dei più fragili. Le iniziative verranno illustrate dall’assessore alle Politiche sociali Raffaela Milano, l’assessore alle Politiche del Lavoro Dante Pomponi, il nuovo Garante per i detenuti del comune di Roma Gianfranco Spadaccia e il Responsabile del Piano Cittadino per il carcere Lillo Di Mauro.

Indulto: De Robert: carcere non è soluzione a problemi sociali

 

Redattore Sociale, 1 agosto 2006

 

"L’indulto non basta e il carcere non può rappresentare la soluzione ai problemi sociali: in cella si vegeta, la struttura è un luogo di contenimento del disagio, della criminalità e basta. E a chi critica anche questa misura, rispondo che da sempre si esce da un penitenziario e non si sa dove sbattere la testa". Lo afferma convinta Daniela De Robert, giornalista del Tg2, da oltre vent’anni volontaria a Rebibbia attraverso l’associazione Vic (Volontari in carcere). È autrice di "Sembrano proprio come noi Frammenti di vita prigioniera", reportage vincitore del Premio Biocca, pubblicato da Bollati Boringhieri Editore.

 

L’indulto cambia qualcosa rispetto alla fine ordinaria della pena, al momento dell’uscita dal carcere?

"I detenuti si troveranno esattamente come adesso, quando ci chiedono i soldi per il biglietto del treno o dell’autobus, altrimenti non saprebbero come andare a casa, dove mangiare e dormire... È un problema cronico di chi esce dal carcere, dove entrano sempre di più persone con disagio sociale, che hanno difficoltà a vivere".

 

E gli immigrati?

"Solo lo scorso anno hanno varcato la porta dei penitenziari 9.800 immigrati, entrati illegalmente nel nostro Paese, quindi condannati non per aver commesso un reato ma per una violazione alla legge Bossi-Fini. Non sappiamo se per loro scatterà un mandato di espulsione dopo l’indulto: ma non sono criminali".

 

Un commento alla lettera scritta al ministro Mastella dalla mamma di un tossicodipendente, preoccupata per il ritorno a casa di suo figlio…

"Il carcere non può risolvere i problemi sociali; ha ragione la signora. Capisco il suo criterio: sapere che il figlio stava in carcere le dava sollievo, ma sarebbe comunque riuscito. Ma il penitenziario non può essere un tappeto sotto il quale si nasconde la polvere. Questa mamma vive il suo dramma, ma bisognerebbe ripensare come affrontare il disagio sociale, psicologico, border-line, di tanti detenuti malati di mente, alcolisti, tossicodipendenti".

 

Quale scenario vi immaginate allo scattare dell’indulto? Quali le vostre richieste in proposito?

"Nei giorni scorsi abbiamo lanciato un appello alle istituzioni e alla società civile. Il Parlamento ha votato l’atto di clemenza, una boccata d’ossigeno per le carceri piene all’inverosimile. Ma oltre 12mila poveri ed emarginati si troveranno fuori dal carcere senza una rete capace di accogliere...L’associazione Vic, che conta oltre un centinaio di volontari, chiede proprio a istituzioni, enti locali, privato sociale di attivarsi per sostenere chi in questi mesi uscirà dal carcere. Che una rete del genere al momento non esista è fin troppo evidente: c’è qualcosa, ma è insufficiente rispetto alle necessità".

 

Quindi è altrettanto evidente che l’indulto non basta…

"All’indulto sono, siamo favorevoli. Ma se a questo non seguono riforme sostanziali non solo della giustizia ma delle politiche sociali, i problemi si ripresenteranno. L’indulto fa cessare in carcere condizioni di vita intollerabili (ad esempio, 5 detenuti che vivono in una stanza singola in condizioni umane e igieniche indecenti), ma da solo non basta: va accompagnato da una politica precisa. Da sempre i detenuti si ritrovano sistematicamente fuori all’improvviso, senza nessuna preparazione; adesso si verificherà un concentrato di queste situazioni. Molti ultra sessantenni rimangono dentro anche se potrebbero usufruire della detenzione domiciliare, perché non hanno casa né pensione e anche perché non esistono case di riposo del genere".

Indulto: Colmegna; un'occasione da sfruttare fino in fondo

 

Redattore Sociale, 1 agosto 2006

 

"L’idea che anche i detenuti possono uscire dal carcere è per noi molto significativa e dovrebbe sollecitare sempre più a pensare anche a pene che siano qualcosa di diverso e alternativo al carcere. Ma l’uscita di questo gran numero di detenuti dovrebbe soprattutto impegnarci a un grande sforzo per cercare di dare ospitalità a queste persone, che devono poter ritrovare un proprio spazio sociale. Molti di loro non possono contare su una dimora o su riferimenti certi: si tratta di una vera e propria emergenza umanitaria da sollecitare fortemente, perché alla base di questo provvedimento non dovrebbe esserci l’idea di far uscire le persone per farle rientrare subito, ma la volontà di farle uscire per far loro ricostruire e riqualificare i propri diritti di cittadinanza e, quindi, la possibilità di reinserimento nella società". Così il presidente di Agesol, don Virginio Colmegna.

Da parte sua Licia Roselli, sempre di Agesol. Spiega: "Da anni ci battiamo perché le carceri siano un luogo dove scontare la pena e iniziare a ricostruire una nuova forma di cittadinanza. Ma oggi il più delle volte non è così. Il sovraffollamento e, nei mesi estivi, il caldo eccessivo, impediscono di fatto quasi ogni intervento formativo all’interno degli istituti di pena. Accogliamo di buon grado questo atto di clemenza, che giunge in un periodo, quello estivo, in cui le carceri sono al limite della vivibilità. Ma ricordiamo che a Milano molte delle persone che dovrebbero uscire (circa 600 tra San Vittore, Bollate e Opera) scontano pene imputabili semplicemente a un disagio sociale, che un welfare locale e un territorio più ospitale avrebbero potuto tranquillamente evitare. Per questo crediamo sia necessario attivare subito progetti di accompagnamento sociale per chi si ritrova da un giorno con l’altro sulla strada, senza un luogo dove andare e senza punti di riferimento sicuri. Noi del privato sociale siamo pronti a fare la nostra parte fino in fondo ma da soli non ce la possiamo fare. Comune, Provincia e Regione si devono attivare fin da subito per non vanificare questa grande opportunità".

Indulto: Milano; SOS del Comune… per noi è un salasso

 

Il Giornale, 1 agosto 2006

 

"L’indulto è passato ma adesso chi paga?". La domanda sorge spontanea, direbbe il noto giornalista tivù Antonio Lubrano. Anzi dovrebbe sorgere, si potrebbe dire, perché in realtà né il premier Romano Prodi, né i suoi ministri sembrano essersela posta. "Fanno tutti i grandi - attacca allora il vicesindaco Riccardo De Corato -, poi a rimanere con il cerino in mano sono sempre i sindaci". E lui, vice di lungo corso nei nove anni dell’amministrazione Albertini e oggi riconfermato al fianco di Letizia Moratti, per i "pacchi" in arrivo da Roma ha ormai un fiuto da segugio. Le risorse, Finanziaria dopo Finanziaria, sono sempre di meno e la coperta si accorcia.

Con il risultato che anche l’ultimo provvedimento salva-detenuti diventa un’emergenza per Palazzo Marino. "Il problema - spiega il vicesindaco - è che la legge non ha previsto i fondi necessari per il reinserimento degli ex detenuti. E così a pagare saranno ancora i Comuni che di soldi non ne hanno più". Un contrattempo che scoraggia certo De Corato che, nei panni dell’onorevole, presenterà un’interrogazione parlamentare per chiedere al governo di "sostenere concretamente gli enti locali". "Caritas e associazioni di volontariato - spiega il vicesindaco - hanno già cominciato a chiedere al Comune di trovar loro casa. Ma noi come facciamo? Abbiamo già il problema di sistemare anziani e famiglie disagiate con portatori di handicap. Se Prodi non interviene saremo costretti a distogliere le risorse da altri progetti o attività assistenziali ugualmente o forse ancor più importanti.

Oppure attingere dal fondo di riserva, con un danno per gli altri servizi da fornire ai cittadini". Problema complesso. "Non è solo la casa. Ci vogliono anche assistenza sanitaria, corsi di formazione, un lavoro. Altrimenti chi esce torna a delinquere e in un attimo siamo punto e a capo".

Per non parlare dell’ormai endemica carenza delle strutture carcerarie milanesi. Che, per ammissione di tutti, riceveranno un minimo sollievo dal provvedimento, per poi riprecipitare nell’emergenza. "Noi una soluzione l’avevamo trovata - ribatte De Corato -.

La cittadella della giustizia con nuova prigione e tribunale nell’area della caserma Perrucchetti in via Forze armate. Il governo Berlusconi l’aveva già inserita in Finanziaria. Un’operazione a costo zero con la vendita di San Vittore. Ma poi il sovrintendente aveva bloccato tutto vincolando il carcere. E tutto è finito lì, con 1.400 carcerati anzichè 800". Sbagliato anche il periodo. "È chiaro - aggiunge - che la maggior parte di chi esce è gente dedita alla rapina, allo scasso, al furto in abitazione. Ovvio che la città deserta e gli anziani lasciati soli diventino prede ideali. Era già previsto un incremento dei servizi delle forze dell’ordine, ne aggiungeremo degli altri. E così il governo fa la bella figura, ma a pagare sono sempre i cittadini".

Condivide le preoccupazione, ovviamente con un taglio diverso, Andrea Fanzago, numero due dell’Ulivo a Palazzo Marino e uomo da sempre impegnato nel volontariato. "La situazione a Milano - le sue parole - è drammatica a prescindere. Ovvio che ora con l’indulto è destinata a peggiorare.

Il Comune in questo settore ha ridotto drasticamente le risorse, ora sarà ancora più in difficoltà. Comunque bisognerà vedere con che tempi e con che riflessi quest’operazione inciderà. Chiaro che è necessario capire quanti sono quelli che usciranno e soprattutto di che cosa hanno bisogno. Poi si predisporranno piani di intervento complessivi. Tenendo conto della grossa rete di volontariato coordinata dall’Osservatorio carcere in collaborazione con l’Agenzia solidarietà e lavoro. E il nostro emendamento presentato la scorsa legislatura quando avevamo chiesto alle aziende municipalizzate di riservare posti di lavoro per i percorsi protetti destinati a chi lascia il carcere. Bene, quale occasione migliore per provarci?".

Indulto: riforme, quel monito del Quirinale da raccogliere

 

Il Messaggero, 1 agosto 2006

 

Il monito del Capo dello Stato a politica e magistratura non poteva essere più forte e chiaro. Se l’indulto serve a lenire una condizione intollerabile di sovraffollamento e di degrado delle carceri (e mette la parola fine a una polemica demagogica tra reati di serie A e B) ha detto ora bisogna ridurre la durata dei processi e rivedere il sistema delle pene. Giorgio Napolitano ha parlato ai più alti rappresentanti delle Istituzioni: Governo, Parlamento e Consiglio Superiore della Magistratura, in occasione del passaggio di testimone tra il vecchio e nuovo organo di autogoverno dei giudici, subito dopo aver firmato il provvedimento di clemenza che contribuirà a rendere meno umiliante la vita dei detenuti. E così mentre la magistratura si accinge ad applicare la riduzione di pena a chi ne avrà diritto, il potere legislativo e il potere esecutivo vengono invitati ad eliminare le cause del sovraffollamento delle carceri e della "sofferenza del sistema".

Il Presidente le ha individuate nell’eccessiva lunghezza dei processi e nelle troppe condanne fatte scontare in carcere invece di ricorrere alle pene alternative. Quanto alla lunghezza dei processi egli l’ha definita una "gravissima anomalia" del sistema Italia e con tutta onestà una tale definizione appare assolutamente benevola rispetto alla assai più triste realtà della giustizia italiana. Se la cautela che il Capo dello Stato deve osservare nei suoi interventi giustifica appieno l’eufemismo della sua definizione, si può e si deve dire che l’anomalia di cui egli parla è in realtà qualcosa di assai più grave ed avvilente. Un solo dato statistico è più eloquente di ogni altra considerazione: il 36 per cento dei 61.264 detenuti è in attesa della sentenza definitiva. Ma, più in generale, le lentezze, i ritardi, le lacune, il lassismo della giustizia italiana hanno raggiunto dimensioni impensabili. Indagini, processi, cause civili che potrebbero concludersi nel giro di poche settimane durano anni e anni e si concludono quando la vittima del reato o il danneggiato in sede civile non ha più speranze di essere risarcito.

Ma l’aspetto più grave non è tanto quello della lentezza dei meccanismi giudiziari quanto piuttosto il fatto che questo stato di cose sia entrato ormai nel Dna dei nostri giudici, in quello degli avvocati e di tutti gli operatori di giustizia: cancellieri, segretari, periti, consulenti, e quanti altri affiancano il magistrato nel difficile compito di amministrare ed applicare la legge. Al punto che la tattica temporeggiatrice del difensore, finalizzata solo a perder tempo e ad allontanare il più possibile il giorno della resa dei conti per il suo assistito, è diventata prassi comune ed accettata da tutti, persino dalla pubblica accusa. Ecco allora che una indagine preliminare o un intero processo che potrebbe essere definito in tempi brevissimi garantendo il primato della legge e il principio della certezza della pena, segue l’iter normale dei tempi perduti, dei rinvii alle calende greche per finire spesso sotto la mannaia della prescrizione. Tutto ciò tra la tolleranza e l’indifferenza di tutti.

Il Capo dello Stato ha sottolineato invece come il sì delle Camere all’indulto debba sollecitare ancora di più Governo e Parlamento a procedere decisamente e con misure efficaci. Quali esse siano è difficile prevedere in un sistema ormai contaminato dal lassismo e dalle lentezze procedurali elevate a sistema di vita. Di certo non è pensabile cambiare la mentalità di magistrati educati a convivere con la lungaggine del processo. Si potrebbe forse pensare di allevare nuove generazioni ed evitare che esse vengano contaminate dai loro "padri". Ma allo stesso tempo si dovrebbero selezionare collegi o sezioni di tribunale capaci di affrontare con mentalità nuova il processo penale sul modello di quanto è stato fatto nel settore civile, laddove i giudici onorari aggregati sono riusciti a smaltire in breve tempo il pauroso arretrato accumulato dai colleghi togati.

Una tale riforma spetta però al potere politico e dipende dalle scelte che vorrà fare anche in vista delle prossime scadenze sulle complesse questioni che attengono alla entrata in vigore dell’ordinamento giudiziario. E infatti non è mancato, nel discorso di Giorgio Napolitano, un riferimento ai rapporti di nuovo tesi tra politica e giustizia. Riprendendo quanto disse nel suo discorso di insediamento, il Capo dello Stato ha ripetuto l’invito a superare il clima "di aspra contrapposizione politico-istituzionale" al fine di creare "un più sereno rapporto tra le istituzioni". Dopo un periodo di pace apparente c’è infatti nuova tensione tra Unione e toghe e la parola sciopero è tornata a riecheggiare tra i componenti dell’Associazione Magistrati per protestare contro la decisione presa dal Senato di non discutere prima della pausa estiva il disegno di legge che sospende la riforma Castelli.

Non è forse un caso che il Presidente della Repubblica si sia detto persuaso che il Parlamento saprà "farsi carico delle inderogabili esigenze di intervento legislativo nelle materie di giustizia". Ed ha chiamato in causa anche "l’insostituibile funzione del Csm", che è quella di concorrere a una più efficace amministrazione della giustizia facendosi garante dell’autonomia, dell’indipendenza e della dignità della magistratura. La parola ora al nuovo Consiglio Superiore, al Sindacato dei Giudici, al Parlamento. Se ognuno farà la sua parte, la giustizia italiana si affrancherà dai suoi mali, altrimenti continuerà nella sua lenta e irreversibile agonia.

Indulto: Duccio Scatolero; le vittime? in Italia non hanno diritti

 

Redattore Sociale, 1 agosto 2006

 

Duccio Scatolero, criminologo dell’Università di Torino, spiega come in Italia le vittime dei reati non siano considerate in alcun modo come soggetti portatori di diritti, dignità e necessità specifiche alle quali rispondere.

 

Come giudica l’attuale provvedimento di indulto, se si pone nella prospettiva delle vittime dei reati?

Al centro del sistema giudiziario italiano c’è il reo. Solo a lui la nostra legislazione pare interessata. A volte, ciclicamente, compare un altro soggetto: il cittadino insicuro che chiede controlli, polizia, repressione. Nel dibattito di questi giorni sull’indulto il "cittadino insicuro" ha avuto modo di dire la sua, come se orde di criminali usciti dalle carceri fosse pronta a ri-commettere reati. Il terzo soggetto, la vittima, invece non compare mai. Non è rappresentato. E così il provvedimento di indulto approvato, utile di per sé anche se con caratteristiche che mi paiono criticabili, non porta con sé una riflessione o un provvedimento che ponga attenzione sulle vittime. Questa attenzione in Italia non c’è mai stata. Il primo passo avrebbe dovuto essere il semplice riconoscimento della vittima di un reato come soggetto portatore di diritti e di domande alle quali bisogna dare risposte. In realtà tutto invece si regge esclusivamente sulla logica della sanzione. Come se la pena inflitta al colpevole portasse consolazione e risarcimento per chi ha subito reati. Alla fine di un processo penale, magari concluso con una condanna, le vittime dei reati, o i parenti delle vittime si accorgono che il destino del reo non sfiora, non intacca il loro disagio, la loro sofferenza. Ma c’è di più. Se per caso non esiste il colpevole perché non è stato individuato, e il reato resta senza autore, allora la vittima scompare del tutto. Semplicemente non esiste più.

 

Eppure le associazioni delle vittime spesso sono interpellate, intervistate…

L’esperienza ci dice che spesso le vittime compaiono sulla scena del dibattito solo nella loro immagine più esasperata: magari chiamate a commentare sentenze ritenute "buoniste". La loro rabbia e la loro delusione mostrano la "faccia" cattiva e feroce, ma il tutto resta sempre all’interno di un discorso legato al circuito penale. Oggi esistono già importanti settori della magistratura e del mondo giudiziario in genere che si pone il problema di come permettere alle vittime una qualche rappresentanza efficace. Spesso vengono anche proposte sollecitazioni in merito al mondo della politica, ma i legislatori, di qualunque governo siano, fino a ora non hanno saputo fornire risposte.

 

Esistono all’estero esperienze alle quali guardare?

In Italia sul tema delle vittime siamo praticamente fermi. Ma non così nel resto d’Europa o addirittura negli Stati Uniti dove accanto a una politica fortemente repressiva, esistono però iniziative d’avanguardia per quanto riguarda le vittime. In Francia, Germania, Gran Bretagna esistono servizi pubblici di aiuto e supporto alle vittime. E sottolineo pubblici, non delegati a comitati, associazioni, gruppi di rappresentanza. E si tratta di servizi a carattere sociale, non si consulenza giuridica. Il danno subito dalle vittime è materiale, psicologico, sociale. Chi ha subito un reato è colpito nella propria dignità, a volte nei propri affetti più cari. Il "dopo" può diventare una realtà in cui è difficile vivere. Un servizio di carattere sociale a sostegno delle vittime interviene a prescindere da quanto avviene in campo giudiziario. Accompagna e sostiene, in termini psicologici, ma anche, quando necessario, materiali. In Italia invece di tutto questo non c’è traccia e il "pendolo" oscilla tra una richiesta di maggior sicurezza e repressione e le proposte di amnistia e indulto per le condizioni disumane delle carceri. Un pendolo tutto incentrato su chi ha commesso reati e che non lascia spazio a chi i reati li subisce.

Indulto: Gonnella; adesso ci vogliono delle riforme strutturali

 

Redattore Sociale, 1 agosto 2006

 

"Dopo l’indulto," - dichiara Patrizio Gonnella, Presidente dell’Associazione Antigone - "come ha detto il Presidente Napolitano, ci vogliono riforme strutturali. Nei prossimi giorni, con le migliaia di scarcerazioni dovute all’indulto, si tornerà ad una situazione di quasi normalità penitenziaria. È questa un’occasione unica e impedibile per mettere mano a un progetto di riforma complessiva del sistema. Se non ora quando?"

Riforme del sistema penale:

nuovo codice penale da adottare entro due anni (prima che si riaffollino le carceri) che riduca le fattispecie di reato, riduca le pene, diversifichi le sanzioni;

abrogazione della legge ex - Cirielli sulla recidiva;

abrogazione della legge Fini - Giovanardi sulle droghe e contestuale depenalizzazione di tutte le pratiche di consumo;

abrogazione della legge Bossi - Fini e depenalizzazione di tutto ciò che riguarda la condizione giuridica dello straniero.

Riforme del sistema penitenziario:

approvazione della legge istituiva del difensore civico nazionale delle persone private della libertà;

riconoscimento del diritto di voto per le persone in esecuzione penale e per gli ex - detenuti;

nuovo ordinamento penitenziario per i minori;

esclusione dal circuito carcerario dei bambini figli di madri detenute.

Azioni di carattere amministrativo:

applicazione della legge Bindi sulla sanità del 1999;

attuazione della legge Smuraglia sul lavoro del 2000;

applicazione piena e incondizionata del Regolamento di esecuzione entrato in vigore il 20 settembre del 2000.

Indulto: Sant’Egidio; guardiamo all’altra faccia della medaglia

 

Redattore Sociale, 1 agosto 2006

 

Chi conosce la condizione delle carceri italiane ha accolto con favore l’approvazione dell’indulto. Un provvedimento di clemenza atteso da tempo che tuttavia da solo non è in grado di risolvere i problemi, perché la vera sfida è quella della rieducazione e del reinserimento. E il punto è capire se il nostro Paese è realmente in grado di farsi carico di questo impegno. I dati sui detenuti che beneficeranno dell’indulto fanno pensare: 15mila persone (5mila stranieri), tra cui molti tossicodipendenti, persone povere e anche malati. Una volta usciti dal carcere, troveranno una situazione precaria perché non esistono strutture di cura e i punti di riferimento scarseggiano. Una vera emergenza che diversi enti locali stanno cercando di affrontare. A Roma, se ne parlerà oggi in un incontro in Campidoglio, dove sarà presentato un Piano straordinario per l’accoglienza, l’assistenza, il sostegno al reinserimento sociale dei più fragili.

A chiarire i termini della questione è stata Stefania Tallei, coordinatrice del volontariato in carcere della Comunità di Sant’Egidio. "Finalmente l’indulto è arrivato, con tutte le polemiche che ci sono - ha detto in un’intervista a Redattore Sociale - credo che il modo migliore di aiutare i detenuti a reintegrarsi è accoglierli. Oggi manca una reale accoglienza degli ex detenuti, la loro rieducazione e risocializzazione. Mancano un tetto, un lavoro, servizi a cui rivolgersi".

La Comunità di Sant’Egidio si dice comunque "contenta per l’indulto approvato: l’abbiamo desiderato, chiesto e voluto da tempo insieme ai detenuti, a papa Giovanni Paolo II, ai vescovi, ai cappellani". Per la Tallei, l’urgenza è soprattutto quella dei poveri e dei malati gravi: "Alcuni sono allettati con piaghe da decubito, altri con tumori gravi: dovrebbero passare dal centro clinico dell’ospedale a un ospedale o una Rsa". Altri sono "senza casa e non hanno un approdo, hanno perso i legami con le famiglie o mantengono con queste relazioni difficili. Molti ragazzi sono cresciuti in istituto, orfani, o sono tossicodipendenti: persone che vengono dalla strada e alla strada rischiano di tornare. Speriamo che le città li accolgano, anche se saremo alla vigilia di Ferragosto".

Una speranza fatta propria anche dal Sindacato del personale di polizia penitenziaria, attraverso le parole del segretario generale Roberto Martinelli: "È necessario che gli organi istituzionali territoriali fronteggino l’uscita anticipata di tante persone dal carcere fornendo un valido supporto sociale che li allontani dalla vita criminale e delinquenziale, altrimenti tra sei mesi - e forse meno... - tornerà tutto come prima".

Indulto: Bologna; dal Garante un appello per l’accoglienza

 

Redattore Sociale, 1 agosto 2006

 

Sono almeno 300 le persone detenute che, per effetto dell’indulto, usciranno in questi giorni - anzi, stanno già uscendo - dal carcere bolognese della Dozza. La cifra - "assolutamente credibile" - è stata confermata stamani da Maria Longo, magistrato di sorveglianza, nel corso di una conferenza stampa in Comune per illustrare un progetto di alfabetizzazione alla Dozza. Qui, al 30 giugno scorso, su 1074 detenuti 590 risultavano essere cittadini non comunitari (di cui 53 donne). Di fatto, poi, la conferenza è sfociata in uno "scambio" di vedute sul tema dell’indulto: da una parte l’avvocato Desi Bruno, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale per il Comune di Bologna, dall’altra il magistrato Longo.

"L’indulto supplisce a una situazione di emergenza umanitaria nelle carceri - ha sottolineato Desi Bruno - ; come Garante rilancio un appello, e cioè che tutta la città si mobiliti per le persone che usciranno in questo periodo. Sono persone accomunate da una situazione di disagio sociale, di difficoltà; si è tanto parlato in questi giorni di persone "eccellenti" che potrebbero uscire dalle carceri italiane, noi invece parliamo dei non eccellenti. Tutti quelli che escono - ha aggiunto l’avvocato Bruno - dovrebbero poter contare sui servizi esistenti, per non sentirsi abbandonati. Penso agli immigrati: la quasi totalità è destinata all’espulsione". Per il Garante, l’auspicio è che l’indulto "diventi un momento di riflessione sulla marginalità sociale che entra in carcere, e che oggi esce". Per Maria Longo, "se è verissimo che il carcere di Bologna soffriva per via di un pesante sovraffollamento, forse l’indulto non era il modo per alleggerire la situazione". Per il magistrato di sorveglianza, il rischio è per le tante persone "che verranno re-immesse nel tessuto sociale senza un progetto, senza un accompagnamento. Questa è la mia angoscia. Prevedo che questa gente, che in questi giorni viene scarcerata, presto la vedremo tornare dentro. Dal governo - ha concluso Maria Longo - mi aspettavo altre misure, e a lungo termine".

L’assessorato ai Servizi sociali del Comune di Bologna sta già lavorando, con i propri operatori, "per stilare progetti minimi - dice la vicesindaco Adriana Scaramuzzino - ; un progetto straordinario di questo genere non è stato accompagnato da una previsione di spesa. Non possiamo neppure assumere del personale, per accogliere e fare accompagnamento. Chi esce domani potrebbe anche non sapere di aver diritto a dei buoni pasto; ci stiamo muovendo, quindi, con le risorse a disposizione". Per quanto riguarda invece l’alfabetizzazione, a partire da settembre saranno nuovamente disponibili cinque insegnanti per insegnare l’italiano agli immigrati detenuti. Fino all’anno scolastico passato, erano presenti alla Dozza altrettanti insegnanti elementari, venuti poi meno per decisione del Csa (il Centro servizi amministrativi, l’ex Provveditorato) che, in seguito alla riforma Moratti, ha ritenuto di non poterli mantenere, attribuendo agli enti locali ogni compito in materia di educazione degli adulti. Dopo un confronto con il dirigente del Csa e gli assessori competenti "ci siamo rivolti alla vice ministro per l’Istruzione Mariangela Bastico - spiega Milli Virgilio, assessore alla Scuola del Comune - chiedendo con urgenza l’assegnazione di insegnanti per rispondere al diritto all’alfabetizzazione, che è un reale contributo alla rieducazione di chi è in carcere, alla socializzazione. Abbiamo trovato risposta in sede di organico di fatto; in questo modo, da settembre, potremo ripristinare alla Dozza le cattedre di alfabetizzazione".

Indulto: enti locali e associazioni stanno preparando le risposte

 

Redattore Sociale, 1 agosto 2006

 

Quali le conseguenze dell’indulto? Mentre escono i primi detenuti che usufruiranno del provvedimento da poco approvato dai due rami del Parlamento, enti locali e associazioni di affrettano a predisporre servizi e risposte, Non senza preoccupazioni per una rete di accoglienza forse non preparata e colta di sorpresa dall’esito del dibattito parlamentare.

Per ciò che concerne la Regione Lazio, oltre ai 1.200 detenuti attualmente in misura alternativa che usufruiranno dell’indulto, ne usciranno altri 1.500 nei prossimi giorni. Il garante regionale, Angiolo Marroni, propone "un piano straordinario di accoglienza, concertato tra le istituzioni, gli enti e le associazioni" per garantire ai detenuti in uscita "un livello dignitoso di vita ed evitare allarmismi: vogliamo evitare che i detenuti usciti dal carcere vengano lasciati a se stessi, con potenziali rischi relativi anche alla sicurezza sociale".

Il Ministero, il Provveditorato regionale (Prap), le Direzioni carcerarie, la Regione, le Province ed i Comuni sedi di istituti penitenziari, gli enti preposti e le associazioni di volontariato, dovrebbero insieme concertare un programma di inserimento per i circa 1.500 detenuti (400 Rebibbia Nuovo Complesso - 100 Rebibbia Penale - 100 Regina Coeli - 150 Rebibbia Femminile - 200 Viterbo - 180 Civitavecchia - 150 Frosinone - 80 Velletri - 60 Cassino - 15 Rieti - 20 Latina) che usciranno nei prossimi giorni dagli istituti penitenziari della regione. I dati sono stati ricavati interpellando i singoli istituti penitenziari del Lazio.

Secondo Marroni, il programma dovrebbe prevedere innanzitutto "un alloggio, seppur temporaneo, e la garanzia del cibo. Contestualmente bisognerebbe programmare un graduale reinserimento sociale nel mondo del lavoro coinvolgendo anche le imprese e le cooperative sociali. Sono queste - a mio giudizio - le linee guida su cui operare affinché gli effetti dell’indulto non abbiano ricadute negative". E il garante regionale aggiunge: "Si sta diffondendo un clima di allarme sociale che non ha ragione di esistere, a patto che la situazione venga governata con la necessaria calma e serenità da parte delle istituzioni preposte e con una visione verso una prospettiva che offra serie opportunità di accoglienza e di inserimento".

Roma: dal Comune un "Piano cittadino operativo sull’indulto"

 

Redattore Sociale, 1 agosto 2006

 

Sarà attivato dal Comune di Roma uno sportello dedicato all’assistenza delle persone che beneficiano dell’indulto ma sono prive di risorse sociali e familiari. Ampliata di 50 posti la rete di accoglienza temporanea; garantito un supporto di segretariato ai detenuti stranieri per le pratiche amministrative necessarie alla regolarizzazione. Sono alcune delle misure promosse nell’ambito del "Piano cittadino operativo sull’indulto", presentato questa mattina in Campidoglio. Il piano straordinario messo a punto dall’amministrazione comunale si propone di assistere e facilitare il reinserimento sociale dei detenuti in condizioni di fragilità che usciranno dal carcere in occasione dell’indulto approvato dal Parlamento. Assistenza, quindi, ma anche reinserimento sociale, hanno sottolineato - presentando il Piano - l’assessore alle Politiche sociali Raffaela Milano, l’assessore alle Politiche del lavoro Dante Pomponi, il nuovo Garante per i detenuti del comune di Roma Gianfranco Spadaccia e il responsabile del Piano cittadino per il carcere, Lillo Di Mauro.

Sportello. Per tutto il mese di agosto sarà attivo il numero di telefono dello sportello dedicato (06.69190417), dal lunedì al venerdì, ore 9-18, istituito presso il Pronto intervento detenuti (Pid) del Comune. Rivolgendosi agli operatori, si potranno formulare le richieste di sostegno e assistenza. Ma la rete partirà già all’interno degli istituti penitenziari, che grazie all’aiuto dei volontari garantiranno la presenza di "un operatore del servizio per definire piani personalizzati di sostegno al reinserimento prima dell’uscita dal carcere".

Ampliamento della rete di accoglienza temporanea. Oltre ai 50 posti in più per il transito, disponibili altri posti di accoglienza dedicati a mamme con bambini e a persone con particolari fragilità (ad esempio anziani e malati) nell’ambito della rete comunale.

Kit delle 48 ore. Sarà consegnato a tutti i detenuti in difficoltà economica; contiene supporti di prima necessità e informazioni utili. Le Ferrovie dello Stato si sono dichiarate disponibili a raddoppiare i titoli di viaggio gratuiti per consentire ai detenuti di raggiungere le loro case e le loro famiglie.

Continuità delle cure sanitarie. L’Assessorato alle politiche sociali e della salute ha chiesto ai direttori generali delle Asl romane di individuare un proprio referente per garantire la continuità dell’assistenza alle persone che necessitano di cure sanitarie prolungate. Da parte sua l’Agenzia comunale per le tossicodipendenze affiancherà i servizi sociali nella presa in carico di persone con problemi di dipendenza patologica. Invece la rete degli "Amministratori di sostegno" potrà supportare, su indicazione dei Giudici tutelari, le persone che escono dal carcere in situazioni di disagio psichico.

Indulto: Law; adesso serve una carta dei diritti del detenuto

 

Comunicato stampa, 1 agosto 2006

 

Plauso per l’intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano dopo l’approvazione parlamentare dell’indulto esprime la Law (Legal Aid Worldwide), la associazione nata per garantire la tutela giurisdizionale dei diritti dell’uomo. "Al tempo stesso la LAW, come dichiara la sua Presidente, Avv. Laura Guercio, "sottolinea però come sia cruciale in un generale processo di garanzia dei diritti umani porre attenzione ad una sostanziale riforma del sistema carcerario attenta a tale tutela. In assenza di una simile riforma, infatti, si riproporrebbero purtroppo in tempi brevissimi e in modo aggravato quelle stesse tragedie a cui l’indulto ha inteso dare sia pur parziali soluzioni".

La Law si sta facendo promotrice in queste settimane di una Carta dei Diritti del Detenuto da proporre alla adozione della legislazione italiana e in prospettiva come base di apposite convenzioni internazionali. La Carta recepisce punti quali l’effettiva separazione tra detenuti in attesa di giudizio e condannati; l’obbligo dell’amministrazione a rimuove gli ostacoli che di fatto impediscono di usufruire del diritto alla salute; la forte affermazione che la detenzione possa essere inflitta e scontata solo nel pieno rispetto delle differenza di età, di genere e di vulnerabilità del detenuto, soprattutto per quanto riguarda i minori, gli anziani, le donne, i malati psichici o fisici, le persone soggette a dipendenza. La Carta sostiene altresì che, in democrazie avanzate e in Stati impegnati concretamente nella tutela dei diritti dell’uomo, retribuzione del crimine e rieducazione vadano considerate in un rapporto dialettico finalizzato al reinserimento sociale. Ciò implica ovviamente che la detenzione non possa essere a vita.

Un punto cruciale sollevato dalla Carta è quello di prevedere e realizzare il diritto-dovere alla formazione e all’aggiornamento del personale penitenziario sulla tutela dei diritti dell’uomo e la richiesta che sia prevista dall’ordinamento l’istituzione di un soggetto terzo rispetto all’amministrazione penitenziaria, un garante con adeguati poteri.

La Carta prevede infine la tutela dei rapporti familiari dei detenuti, con particolare riguardo al loro diritto alla genitorialità, e, altresì, il diritto dei conviventi alla tutela della loro relazione con il detenuto. Più in generale, si afferma che la persona umana conserva pienamente anche nella condizione di detenzione il suo diritto inalienabile alla manifestazione della propria personalità, nell’affettività come nell’espressione del pensiero, nella pratica religiosa come nell’attività lavorativa, e si sottolinea come per non lasciare tali diritti confinati al loro mero riconoscimento teorico, sia compito dell’amministrazione garantire standard accettabili per il loro esercizio.

 

Simona Lanzellotto

Responsabile Ufficio Stampa di L.A.W.

Via Bruxelles, 59 – 00198 Roma

Roma: venti borse di studio a favore degli ex detenuti

 

Redattore Sociale, 1 agosto 2006

 

"Metteremo a disposizione 20 borse lavoro a favore di ex detenuti attraverso un bando dedicato". Lo ha annunciato oggi in Campidoglio l’assessore capitolino alle Politiche per le periferie, lo sviluppo locale, il lavoro, Dante Pomponi, durante la conferenza stampa di presentazione del "Piano cittadino operativo sull’indulto", messo a punto dall’amministrazione comunale per assistere e facilitare il reinserimento sociale dei detenuti in condizioni di fragilità che usciranno dal carcere in occasione dell’indulto approvato dal Parlamento.

"È necessario programmare gli interventi con attenzione e agire fuori dall’emergenza, pianificando le attività e impegnando ogni risorsa disponibile in quanto si tratta di un tema di grande rilevanza sociale e umana, che ha riflessi anche in materia di sicurezza", ha proseguito Pomponi, rilevando: "Solo se riusciamo a garantire prontamente la reintegrazione delle persone che escono dal carcere possiamo ridurre i casi di recidiva solitamente così diffusi".

Il Piano prevede la presenza nelle carceri romane e presso le strutture di accoglienza comunali degli operatori Col carceri (Centro orientamento lavorativo), uno sportello nato nel 2003 per offrire servizi di informazione e consulenza sul mondo del lavoro, della formazione professionale e della creazione d’impresa.

Indulto: fuori anche senza una condanna definitiva?

 

Redattore Sociale, 1 agosto 2006

 

Tutto pronto per l’ora X in una Procura che, anticipando il lavoro da giorni e anche richiamando personale dalle ferie, senza attendere istanze difensive ma di propria iniziativa ha già selezionato fascicoli, ricalcolato pene e preparato 2000 fax da far partire oggi per scarcerare altrettante persone dalle celle e dagli arresti domiciliari. Ma è proprio vero che l’indulto gioverà soltanto ai detenuti definitivi? In teoria sì ma in pratica no, almeno a giudicare dalla raffica di istanze (già 20 solo in poche ore ieri) formulate ai giudici da difensori di arrestati in carcere non in esecuzione di una pena definitiva, ma in forza di una misura di custodia cautelare (in attesa di processo o con condanne di primo grado) per reati compresi nell’indulto.

Niente affatto peregrina è la ragione di queste istanze, giacché trova fondamento nel secondo comma dell’articolo 273 del Codice di procedura penale, che regola le condizioni generali alle quali il magistrato può applicare misure di custodia cautelare a un indagato: "Nessuna misura può essere applicata se sussiste una causa di estinzione del reato ovvero una causa di estinzione della pena che si ritiene possa essere irrogata". E il condono è appunto una causa di estinzione della pena.

Il caso interessa i detenuti non definitivi in carcere per un reato (da indulto) per il quale siano stati ad esempio condannati in primo grado a una pena fino a 3 anni; oppure che siano in carcere per un reato per il quale è prevedibile che l’eventuale pena, in caso di condanna, non vada oltre i 3 anni. Ebbene, in questi casi - argomentano difese e buon senso - il detenuto dovrebbe essere scarcerato per l’impossibilità (in presenza dell’indulto di 3 anni, cioè appunto di una delle cause di estinzione della pena evocate dall’articolo 273) di mantenergli applicata la misura della custodia cautelare in carcere. Facile prevedere difformità di decisioni nei giudici: ma sarà difficile motivare il trattenimento in cella di chi, con condanne non definitive fino a 3 anni o addirittura in attesa di processo con prognosi di condanna a 3 anni nel più sfavorevole dei casi, si vedrebbe, una volta che fosse definitivamente condannato, condonare comunque l’intera pena.

Del resto, il combinarsi dell’indulto ad altri istituti allarga gli spazi difensivi di riduzione del danno per chi in processi futuri (ma per reati commessi prima del maggio 2006 e ricompresi nell’indulto) tema di rischiare in concreto fino a 13 anni. Fantagiustizia? No, aritmetica con un paio di variabili. Già ora la concessione di attenuanti generiche, o di quelle per un danno risarcito, riducono di un terzo la pena rischiata in concreto, portandola da 13 a 8 anni e 8 mesi. Scegliendo poi il rito alternativo del giudizio abbreviato, l’imputato si assicura in caso di condanna lo sconto automatico di un terzo, e da 8 anni e 8 mesi approda a 5 anni e 10 mesi. Tre li leva ora l’indulto. E si scende a meno di 3, sotto i quali al posto del carcere si può essere affidati ai servizi sociali.

Roma: malata terminale di aids da giorni in attesa del ricovero

 

Comunicato stampa, 1 agosto 2006

 

Malata conclamata di Aids, in gravissime condizioni di salute, una detenuta sta vivendo la fase terminale della sua malattia in una cella del carcere di Rebibbia Femminile, in attesa che qualche ospedale di Roma decida di ricoverarla accogliendo le istanze in tal senso avanzate dal carcere. Protagonista della vicenda una donna, Cinzia, che oltre che da Aids è affetta anche da altre gravi patologie. Del suo caso si sta interessando, ormai da giorni, il Garante Regionale dei Diritti del Detenuti Angiolo Marroni.

A quanto risulta all’Ufficio del Garante la donna sta vivendo questi ultimi giorni in condizioni difficili: non è ricoverata nel Centro clinico del carcere ma viene tenuta in una cella, assistita dalla solidarietà delle "concelline" (le sue compagne di cella). Ormai la detenuta non si alza quasi più dal letto ed ha bisogno dell’aiuto delle compagne per assumere i farmaci e per mangiare. Da giorni è in attesa che qualche ospedale di Roma risponda alla richiesta di ricovero avanzata dalla Direzione del Carcere. Alcuni nosocomi hanno risposto alla richiesta dicendo di non avere posti a disposizione. Altri, più semplicemente, non hanno mai risposto. Su sollecitazione del Garante dei detenuti è intervenuto l’assessorato regionale alla Sanità che ha interessato della vicenda gli IFO. La situazione è tutt’ora in evoluzione.

"Cinzia non deve più stare nella sua cella né in carcere" ha detto il Garante regionale dei diritti dei detenuti Angiolo Marroni ricordando che, lo scorso anno, una detenuta di 21 anni malata di Aids conclamato e dichiarata da tempo incompatibile con il regime carcerario per le sue precarie condizioni di salute, morì a Rebibbia Femminile a causa della varicella contratta nel carcere. "Io credo - ha aggiunto Marroni - che Cinzia ha diritto, come ognuno di noi, di vivere con dignità, in un ambiente adeguato, la malattia che la sta spegnendo".

 

 

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