Rassegna stampa 18 aprile

 

Roma: 29 associazioni riunite per l’assemblea sull’amnistia

 

Agenzia Radicale, 18 aprile 2005

 

Si è tenuta ieri, sabato 16 aprile dalle 10,30 in poi, nei locali della sede del Partito Radicale, in via di Torre Argentina 76 a Roma, un’assemblea convocata da Marco Pannella per fare il punto sulla proposta di amnistia e indulto. L’incontro, a cui hanno partecipato rappresentanti e leader di 29 tra associazioni impegnate nel volontariato e nello studio delle realtà penitenziarie, sigle sindacali di lavoratori del settore, garanti per la tutela dei diritti delle persone private della libertà, è stato un utile spazio di approfondimento e di scambio di valutazioni, di ipotesi di lotta e campagna per "tentare l’appena possibile amnistia contro il molto più probabile suo affossamento".

Marco Pannella ha subito spiegato le ragioni dell’incontro, ritornando altresì sull’iniziativa non violenta dello sciopero della sete da qualche giorno sospesa e preannunciando una nuova tornata di iniziative sulle questione amnistia. Ha rinnovato, in tal senso, all’assemblea la "supplica" di un’iniziativa più concertata che preveda una mobilitazione a raggio più ampio fino agli stessi detenuti (ai quali chiede iniziative non violente abbastanza "prudenti").

Marco Pannella ha, altresì, evidenziato che l’attuale situazione politica, collimante con una crisi di Governo, potrebbe sbarrare le porte alla discussione in commissione fissata per mercoledì 20 aprile. Un dato da prendere in adeguata considerazione.

Ha poi insistito su alcuni punti essenziali: i provvedimenti deflativi d’urgenza, come l’amnistia, precedono fisiologicamente le riforme strutturali in quanto di esse sono le premesse essenziali; l’iniziativa sull’amnistia non vuole e non deve accendere nell’animo dei detenuti ingiustificate illusioni: essa è stata messa sempre sotto forma di proposta, di comunicazione e di sollecitazione a un atto di buon governo; un provvedimento, quale l’amnistia, è misura oggi necessaria e idonea a combattere effetti perversi della "malagiustizia" che prevede, di fatto, ogni anno, un’"amnistia strisciante" per trecento mila reati che vengono puntualmente prescritti, cartina di tornasole di un sistema carcerario di classe che ammette come propri inquilini solo soggetti poveri, legalmente male assistiti, criminalmente inconsistenti.

L’ipotesi di un proseguimento delle iniziative per l’amnistia è stata sostenuta largamente dalla maggioranza dei soggetti presenti. Per Don Sandro Spriano, cappellano del carcere di Rebibbia, è fondamentale e urgente decongestionare subito gli istituti di pena e i tribunali. Ricorda che le persone che stanno in carcere rappresentano le categorie più disagiate e sfortunate della società, un provvedimento di clemenza rappresenterebbe un atto di misericordia e perdono che potrebbe sanare tante situazioni.

Il Garante per la tutela dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Roma, il Prof. Luigi Manconi, appena terminato uno sciopero della fame di 48 ore a sostegno del provvedimento di clemenza, si dichiara favorevole a proseguire le iniziative nonostante la crisi politica che in questo momento si delinea al Governo, sostenendo come, per opportunità e contingenza del momento particolare questo provvedimento sia sempre trascurato, sottolineando a sua volta come un’amnistia rappresenti un passaggio necessario e preliminare alle riforme strutturali.

Antonella Barone, educatrice del carcere di Padova, collaboratrice della rivista "Ristretti Orizzonti", pur dichiarando un certo scetticismo sugli esiti di tali iniziative, sottolinea l’urgenza di un provvedimento di clemenza non soltanto per la condizione dei detenuti ma anche per chi, come lei, opera in condizioni di emergenza che troppe volte rendono il loro lavoro impossibile.

Vittorio Antonini, Presidente dell’Associazione Papillon – Rebibbia, constata un progressivo disinteressamento della politica al tema della clemenza e propone una mobilitazione pacifica sia all’interno delle carceri, ma soprattutto fuori coinvolgendo e sensibilizzando quante più persone possibili a 360 gradi, non disdegnando centri sociali, tifoserie e personalità.

Per Irene Testa, segretario dell’Associazione radicale "Il Detenuto Ignoto" la mobilitazione deve invece avvenire essenzialmente all’esterno delle carceri, cominciando dai soggetti presenti all’assemblea con l’emanazione di un documento comune rivolto al partito trasversale che si oppone all’amnistia, unitamente a una dichiarazione collettiva di digiuno a oltranza da parte dei rappresentanti di questi soggetti. Giuseppe Forlano, rappresentante del Gruppo Abele di Torino si fa portavoce del presidente Don Luigi Ciotti annunciando la collaborazione dello stesso a sostegno delle iniziative. Rita Bernardini, tesoriera di Radicali Italiani sostiene che il regime carcerario in Italia è letteralmente illegale; l’amnistia e l’indulto costituirebbero un atto riparatore alle violazioni in corso, come quella che vede carcerati malati in aids conclamato, mentre ci sono precise norme che affermano che tale condizione è assolutamente incompatibile con il regime carcerario.

Ricorda come pochi giorni fa il re del Marocco ha concesso la grazia a più di 7000 detenuti per ragioni umanitarie nei confronti di detenuti affetti da malattie croniche, donne incinte o che allattano, persone anziane, e prigionieri che hanno già scontato la gran parte della pena.

Si chiede, l’esponente radicale, se i parlamentari italiani siano stati in qualche modo colpiti da questo atto di pietà che loro hanno negato fino a questo momento. Propone, inoltre, che mercoledì prossimo ci si ritrovi in tanti davanti a Montecitorio uniti in una maratona oratoria rivolta ai deputati che devono essere capaci di pronunciare un sì o un no.

Salvatore Ferraro, esponente dell’associazione "Il Detenuto Ignoto" e Radicali italiani, sottolinea come l’amnistia, in quanto atto che estingue il reato, deve essere considerato un provvedimento fisiologicamente di giustizia, prodotto per liberare il sistema giudiziario dallo stagno di procedimenti rimasti inevasi e meccanismi procedurali oramai vistosamente inceppati.

In particolare, Ferraro sottolinea che la scarcerazione di alcune migliaia di detenuti rappresenterebbe un gesto riparatore per quei detenuti per i quali vige un fumus di sospetto sul quantum della pena subita come quelli condannati in "contumacia" (circa il 40%) o gli extracomunitari per i quali, si può dire, che le condanne nascono, prima che nella loro colpevolezza, nelle incapacità strutturali del sistema giustizia di assicurare processi equi.

Anche Ferraro propone un’iniziativa per il 20 Aprile nella forma della maratona oratoria e invita a una "guardia alta" sulla legge ex-Cirielli.

Bruno Mellano del gruppo Radicale al Consiglio della Regione Piemonte, dopo aver ricordato le oltre 150 visite nelle 13 carceri del Piemonte effettuate dal gruppo regionale Radicale, e in particolare le 9 visite dell’ultimo mese, ha sottolineato le differenze di umore nei detenuti tra quello attuale, rispetto a quando ci si impegnava per l’indulto del 2002: i detenuti sono informati e partecipi, ma più scettici e disillusi. Ringraziano Marco Pannella per la sua iniziativa, attendono di essere coinvolti ma sono ben consapevoli della difficoltà politica della battaglia. Mellano ha infine ricordato come anche in Piemonte vi siano gravi segnali di allarme: proprio ieri, il Provveditore regionale alle carceri, il dottor Zaccagnino, ha annunciato il superamento della quota di 5.000 detenuti, mai raggiunta precedentemente.

Diego Galli, responsabile del sito Radioradicale.it, invita a preparare possibili contatti da proporre ai media, esposti da persone disinteressate che possano essere considerate rassicuranti dall’opinione pubblica, che spieghino come la clemenza sia un atto di buon governo. Sergio D’Elia, segretario dell’associazione Nessuno Tocchi Caino, registrando una sostanziale mancanza di applicazione della legge Gozzini, ha insistito sulla connotazione di "atto di buon governo" che deve avere questo provvedimento. Ha, poi, analizzato i dati del Ministero della Giustizia evidenziando come un provvedimento emesso nelle forme dell’amnistia come quella firmata dai Senatori a vita porterebbe a una sufficiente ripulitura di procedimenti e a una riduzione di 15.000 unità della popolazione carceraria: numero sufficiente per avviare significative riforme.

Stefania Tallei della Comunità di Sant’Egidio sottolinea come si stia assistendo a una progressiva e pericolosa sostituzione dell’area educazionale dentro le carceri con apparati di amministrazione penitenziaria sempre meno orientati al "sociale". Stefania Tallei fa riferimento alla legge Meduri, che di questo passaggio di testimone ne è la quint’essenza. Si dichiara favorevole a un provvedimento deflativo della popolazione carceraria anche se mette in guardia l’assemblea dal rischio di creare pericolose illusioni in chi sta dentro.

Patrizio Gonnella di Antigone è d’accordo sull’analisi dell’amnistia quale provvedimento deflativo per tutta la giustizia e non solo per i detenuti. Sottolinea come autentiche riforme strutturali siano possibili solo nel caso in cui si possa lavorare con numeri minimi di detenuti e di procedimenti.

Gonnella indica nel numero di 40.000 (contro i 57.000 detenuti oggi presenti nelle carceri), il numero di popolazione carceraria "utile" per poter avviare significative riforme in campo penitenziario, mentre, in luogo procedimentale, si ritiene ulteriormente necessario un ancora più drastico intervento deflativo.

Il dott. Giulio Stagnini, presidente della Società Italiana Medicina e Sanità Penitenziaria, ritiene che i primi a beneficiare di un provvedimento di indulto debbano essere i detenuti sieropositivi e i tossicodipendenti, non tralasciando, però, lo studio di politiche sociali, per queste categorie, sia prima che dopo la detenzione.

Angiolo Marroni, Garante dei diritti dei detenuti della Regione Lazio, si fa interprete del sempre più crescente disagio e dell’aggravarsi delle problematiche legate alla detenzione all’interno degli istituti regionali, da lui costantemente visitati. Ritiene però che vada mantenuta una certa prudenza a non creare nei detenuti delle aspettative che potrebbero rivelarsi deludenti.

Vincenzo Carrozza, dell’associazione Potamos - filiera della legalità, sottolinea come, oggi, parecchie delle misure alternative abbiano buon esito solo grazie alla grande sinergia prodotta dagli stessi ex detenuti per i quali sarebbe auspicabile una più pregnante normativa in materia di imprese. È favorevole a iniziative e proposte immediate sull’amnistia e, in tal senso, intende mobilitarsi. Riccardo Arena, conduttore di Radiocarcere, trasmissione radiofonica in onda su Radio Radicale, sostiene che l’amnistia è un atto d’ingiustizia che oggi purtroppo s’impone, visto il collasso della giustizia penale. "Condivido nella sua eccezionalità l’iniziativa per l’amnistia, ritengo che debba avere una priorità: l’esigenza delle vittime del reato, degli imputati e delle persone detenute ad avere una futura e rinnovata giustizia penale".

Sergio Segio, esponente dell’associazione Società e informazione ha contribuito in collegamento telefonico, dal convegno tenutosi oggi a Firenze sulle problematiche carcerarie, al dibattito. Tiene a precisare che il carcere è ormai un lazzaretto sociale e, concordando con quanto in più occasioni detto da Marco Pannella, ritiene che il sistema della giustizia e delle penalità ha ormai strutturato un doppio binario: l’uno per gli abbienti, l’altro per i non, o meno, abbienti. Una giustizia, quindi, di classe. Segio sottolinea che l’intera produzione e proposta legislativa di questo governo in materia penale e penitenziaria è tesa a ulteriori strumenti di contenimento e repressione nei confronti delle fasce più deboli: immigrati e tossicodipendenti in primo luogo, ma più in generale verso i poveri e gli emarginati. Un’amnistia è, pertanto, pensabile solo se la si considera come l’apertura di un processo di ripensamento sul carcere inteso come panacea o il prodromo di un percorso simmetricamente opposto, che vada dal penale al sociale. Tra gli ospiti convocati a questa assemblea anche un rappresentante della Fondazione di Villa Maraini, il quale tocca i problemi legati alla tossicodipendenza, e rimarca l’allarme per la condizione delle carceri.

Erano presenti, inoltre, due rappresentanti della cooperativa di ex detenuti Parco Verde, che hanno esposto le difficoltà di reinserimento lavorativo che il detenuto incontra una volta uscito dal carcere. L’assemblea si è conclusa con l’intervento di Sergio Stanzani, presidente di Non c’è Pace senza Giustizia, il quale constata che la situazione in Italia non è democratica, e siamo costretti, come Radicali, a sostenere l’amnistia, che costituisce una soluzione aberrante, in quanto in uno Stato democratico, il cittadino deve avere ragionevoli certezze che la giustizia sia equa e le pene debbono essere commisurate.

 

Relazione e sintesi a cura dell’associazione "Il Detenuto Ignoto" 

Amnistia e indulto: i detenuti di Rebibbia in sciopero della fame

 

Il Manifesto, 18 aprile 2005

 

Da ieri, nel carcere di Rebibbia Nuovo Complesso, centinaia di detenuti sono in sciopero della fame. Accogliendo la proposta delle associazioni interne al carcere - Papillon, Arci La Rondine, Legambiente, Circolo Giano, Nonsolochiacchiere - la popolazione carceraria intende sensibilizzare le forze politiche sul problema del sovraffollamento nei penitenziari e testimoniare la propria solidarietà a chi si sta prodigando per sostenere il progetto di legge sull’amnistia presente in Parlamento.

Al loro appello si sono uniti Luigi Manconi, Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Roma e tutti i componenti dell’Ufficio che, a turno, scioperano per 48 ore. "Dal 1990 non è stato promulgato alcun provvedimento di amnistia - spiegano nelle motivazioni -. All’epoca i detenuti superavano le 40.000 unità, oggi il loro numero si aggira intorno a 55.000, con drammatico peggioramento delle condizioni di vita carcerarie. Da oltre 5 anni, inoltre, le promesse fatte sul provvedimento di amnistia, vengono regolarmente disattese". 

Droghe: Bortone (Cgil); contrastare la cultura repressiva

 

Ansa, 18 aprile 2005

 

La Cgil dice no alla cultura "autoritaria e repressiva" dell’attuale governo in tema di tossicodipendenze e, "nella speranza che il ddl Fini abbia un destino infausto" invita a non abbassare la guardia su questo tema delicato. Introducendo i lavori di un convegno dal titolo "Welfare in catene", organizzato dal sindacato, il responsabile tossicodipendenze della Cgil nazionale, Giuseppe Bortone, ha ribadito il sostegno a una linea "di tolleranza laica e pragmatica, come è da anni quella del sindacato, che riprenda gli esperimenti e le aperture dei più avanzati governi europei". Secondo Bortone bisogna "contrastare due tendenze pericolose: da un lato quella repressiva del ddl Fini e dall’altro quella, gravissima, alla compressione delle risorse destinate ai Ser.T. (i servizi pubblici sul territorio), che oggi si trovano in grande difficoltà".

Al contrario, secondo l’esponente della Cgil, "va sostenuta l’azione degli operatori di frontiera, che agiscono all’interno dei servizi, elaborando un sostegno anche finanziario ai Ser.T.". L’incontro di oggi, al quale hanno partecipato anche numerosi esponenti politici del centrosinistra e operatori del settore, è stata l’occasione per presentare un opuscolo, a cura del "Forum droghe" con il supporto della Cgil, sull’approccio del ddl Fini al tema delle tossicodipendenze. Il testo contiene anche un esame dei consumi giovanili, della situazione dei detenuti tossicodipendenti e dei Sert.

Gherardo Colombo: carceri inadeguate, non rieducano i detenuti

 

L’Eco di Bergamo, 18 aprile 2005

 

Nell’immaginario collettivo, la stagione di Mani pulite evoca perlopiù l’idea di una giustizia intransigente, decisa a perseguire senza troppe esitazioni e distinguo i colpevoli dei reati indagati. Qualcuno tra il folto pubblico può essere perciò rimasto sorpreso, giovedì sera, partecipando all’incontro con il magistrato Gherardo Colombo della Procura di Milano (ma assumerà presto l’incarico di consigliere della Corte di Cassazione a Roma), nel salone della Parrocchia di Santa Lucia, in via Torino: perché in questo incontro - organizzato dai parrocchiani del "Gruppo del giovedì" all’interno della rassegna "Viaggiare, sì, viaggiare... (come pane spezzato, alle mani di Dio)" e intitolato "Dalla vendetta alla grazia: il viaggio dell’uomo in pena" - Colombo, che di Mani Pulite è stato uno dei protagonisti, ha sviluppato una riflessione assai critica sulle nozioni correnti di "giustizia" e di "pena".

Si è soffermato, in particolare, sulle contraddizioni dell’attuale sistema carcerario italiano, "ancora troppo legato - ha detto - a un ideale vendicativo, per cui chi viola la legge dovrebbe soprattutto espiare la sua colpa con una qualche sofferenza, a partire dalla privazione della libertà personale". Rispondendo alle domande poste da Cristiano Gatti, inviato speciale de "Il Giornale" ed editorialista de "L’Eco di Bergamo", il magistrato ha in effetti contrapposto due modelli penali: "Il primo - ha detto - tende appunto ad operare in chiave afflittiva, mentre il secondo mira soprattutto al recupero e al reinserimento sociale del detenuto. Questi due modelli, storicamente, sono stati difesi o criticati sia da un punto di vista laico che religioso: alcuni hanno sostenuto, ad esempio, che nei testi biblici sarebbe presente il principio della vendetta, tipicamente nella modalità della "legge del taglione"; altri hanno fatto notare come, nella Bibbia, l’atteggiamento di Dio nei confronti delle persone colpevoli sia in fondo sempre improntato alla misericordia, e lasci loro aperta una possibilità di pentimento e di riscatto".

In realtà, secondo Colombo, a monte di queste due diverse visioni della giustizia e della pena sarebbero due differenti concezioni della società e, in generale, dei rapporti tra gli esseri umani: una concezione ispirata al principio della "sopravvivenza dei più adatti" tenderà infatti a emarginare i rei (se non proprio a sopprimerli, ricorrendo all’applicazione della pena capitale); una concezione democratica, sensibile al tema della solidarietà interpersonale, dovrebbe invece porre l’accento sulla possibilità, per il colpevole, di reinserirsi a pieno titolo nella società circostante.

Come si sa, questo secondo modello è anche quello prescritto dall’articolo 27 della Costituzione della Repubblica Italiana, quando afferma che le pene "devono tendere alla rieducazione del condannato". "Ma proprio quest’aspetto è in sostanza trascurato o addirittura contraddetto dall’attuale sistema carcerario - ha proseguito Colombo -: è ben noto come molte persone che hanno commesso reati non particolarmente gravi si trasformino in autentici delinquenti durante la permanenza in carcere. Ai costi esorbitanti del nostro apparato penale (per cui ogni detenuto costa giornalmente alla collettività circa 240 euro), non corrispondono evidentemente dei benefici adeguati, dal punto di vista della sicurezza della società. Non solo in nome di un principio d’umanità, allora, ma anche per ragioni pratiche, occorre pensare a degli strumenti che consentano davvero a chi è in prigione di iniziare un graduale percorso di recupero. Occorre, inoltre, una maggior considerazione delle situazioni personali che possono spingere qualcuno a commettere un furto d’autoradio, o altri reati, che non sono però indicativi di una sua reale pericolosità sociale".

Il prossimo incontro della serie "Viaggiare, sì, viaggiare..." si terrà il prossimo 12 maggio: il giornalista de "L’Eco di Bergamo" Carlo Dignola intervisterà il filosofo Carlo Sini sul tema "Itinerarium mentis in Deum". Giulio Brotti

Como: i detenuti al quarto giorno di sciopero della fame

 

La Provincia di Como, 18 aprile 2005

 

Ieri un lieve flessione del numero degli aderenti alla forma di protesta, ma nemmeno del 5%. Ma, fondamentalmente, i detenuti della casa circondariale comasca non mollano: la percentuale di quelli che, da venerdì scorso, sono entrati in un severissimo sciopero della fame - avviato per sollecitare il Governo ad approvare il provvedimento sull’amnistia e sull’indulto e sostenuto in modo categorico secondo le stesse modalità adottate dal leader radicale Marco Pannella - supera ancora il 50% della popolazione carceraria composta da 530 unità, 480 uomini e 50 donne più i tre bambini alloggiati nel nido del settore femminile.

Sabato mattina, durante l’orario delle visite, numerosi familiari e amici, con una certa sorpresa, si sono visti restituire varie forme di alimenti che avevano portato da casa in offerta ai loro congiunti detenuti. Le modalità di questo sciopero della fame, un preciso atto politico annunciato la scorsa settimana ai vari organi di informazione con un comunicato comune, sono chiare: nessun rifornimento di cibo di alcun genere, rifiuto dei pasti preparati in carcere, ammessi soltanto acqua, zucchero e sigarette. Ovviamente, data la presenza in carcere di un medico 24 ore su 24, possibili in qualsiasi momento i controlli del peso corporeo e della pressione sanguigna nel caso si verificasse qualche malore. "La situazione interna è tutt’ora tranquilla: non si è verificato alcun momento di tensione" ha sottolineato ieri sera l’ispettore Breda in servizio al Bassone.

E ha aggiunto: "Malgrado oggi - ieri, ndr - si sia verificata qualche defezione alla protesta, questa sembra destinata a protrarsi anche nei prossimi giorni e con una certa consistenza, Finora, comunque e per fortuna, nessun detenuto si è sentito male". Appare ormai chiaro che esiste, all’interno del carcere comasco, uno "zoccolo duro" di detenuti che ha promosso la protesta e che farà di tutto perché questa si prolunghi nel maggior tempo possibile. Affinché di questo sciopero della fame se ne parli il più possibile. Intanto, stanno arrivando le prime manifestazioni di solidarietà da parte della città.

Sanremo: messaggio del Vescovo; cercate la libertà dentro di voi

 

Secolo XIX, 18 aprile 2005

 

"Questa chiesa è la vostra cella della libertà e la libertà, nella condizione che state vivendo, è quella che potete coltivare nelle vostre coscienze". È con questa espressione che monsignor Alberto Maria Careggio si è rivolto ai detenuti dell’Armea in occasione della funzione religiosa nella cappella del carcere. Una promessa di un mese fa quella che il vescovo ha onorato sabato pomeriggio: voleva celebrare la messa di Pasqua, ma per motivi legati all’aggravarsi della salute del Papa, si era visto costretto a rinviare la visita concordata con il direttore della casa circondariale, Francesco Frontirrè.

"L’incontro con monsignor Careggio ci ha fatto molto piacere. Le sue parole sono state di speranza e per chi vive una situazione del genere la speranza è il percorso più importante e utile", ha detto Frontirrè al termine della funzione cui hanno partecipato decine di detenuti, alcuni dei quali devono fare i conti con condanne anche molto pesanti.

La cappella si trova al primo piano del settore trattamentale. Lo spazio è molto grande, circa quattrocento metri quadrati. La messa ordinaria viene celebrata il sabato, dal cappellano del carcere, padre Federico Uboldi. "Padre Uboldi è una persona squisita, che segue i detenuti anche fuori dagli orari ufficiali. Con lui si confidano, a lui chiedono consigli. Spesso una parola di conforto può essere determinante per superare le difficoltà che comporta il regime di restrizione", spiega il direttore. Ma nel carcere dell’Armea non ci sono solo cattolici. Il 45 per cento dei detenuti è composto da extracomunitari, per lo più maghrebini. la maggior parte di loro è di fede musulmana e Frontirrèè stato uno dei primi direttori dell’amministrazione carceraria a venire incontro alle esigenze delle altre religioni.

"I musulmani hanno a disposizione un locale dove riunirsi per la preghiera. Una volta la settimana, il venerdì. Sotto questo profilo il rispetto del credo altrui è assoluto, così come i sentimenti di tolleranza etnica tra tutti i detenuti. Un fattore importantissimo, soprattutto in un carcere sovraffollato come il nostro". La struttura è stata costruita per un massimo di 190 detenuti, attualmente ne ospita 100 in più. Numerosi i detenuti in regime di isolamento, tra i quali figurano diversi collaboratori di giustizia. "Anche questo tipo di detenuti ha il diritto di professare la propria religione e grazie ad alcune misure tecniche, siamo in grado di farli partecipare alle funzioni religiose anche se separatamente dai detenuti comuni. Il conforto delle fede per loro è ancora più importante".

Lodi: interesse di tutti conoscere quello che accade in carcere

 

Il Cittadino, 18 aprile 2005

 

L’immagine che si ha di una prigione è uno schema freddo e sintetico, uno spazio essenziale, spogliato di ogni riferimento, ove l’anima urla davvero, e potrebbe non esser udita, perché soffocata dalle sue stesse grida, dall’imprecare, sanguinare, chiedere. In questa prigione così oscura, tetra e dura, tanto da divenire un incubo, fino a farti ammuffire più del suo tetto-cratere corroso dal tempo, esiste un’umanità che sopravvive e infine chiede di vivere.

Allora non solo il sistema mediatico dovrebbe prendere in esame questa istanza che non ha nulla di pietistico o vittimistico, affinché divenga una precisa istanza di interesse collettivo, perché nessuno si ritenga autorizzato a non farci i conti. Eppure per crescere, per non piegarsi a quell’infantilizzazione galoppante, a quella desocializzazione che rincorre e rincula a ogni standard di "prisonizzazione", esso deve diventare uno spazio, sì, di privazione della libertà, ma anche e soprattutto un micro gruppo facente parte il macro gruppo ove tentare di recuperare non solo attraverso l’afflizione, ma soprattutto da ciò che in ciascuno incombe: la responsabilità di "ritrovare e ricostruire se stesso".

Rifuggire il nuovo, senza scommettersi, non impegnarsi insieme con gli altri, operatori penitenziari e la società civile, non esponendosi in prima persona per la propria crescita personale e professionale, equivale a non vivere pienamente questa vita che ci precede e osserva, trasfigurando la quotidianità, trascendendo l’umanità stessa. Tutto ciò perché? Per restituirci almeno in parte alla nostra dignità di uomini. Il grande problema sul versante carcerario consiste nel favorire e costruire una cultura nuova più consona allo spirito delle leggi e delle norme, una cultura nuova che permetta anche a chi vive a contatto diretto e quotidiano con il recluso un modo nuovo di concepire e mettere in pratica la propria professionalità e le proprie responsabilità.

Mi chiedo infatti se un carcere che risponde a condizioni strettamente custodialistiche e "prisonizzanti", non sia nell’effetto antitetico allo spirito e alle attese delle leggi stesse.Come può una società non sentirsi chiamata in causa, non avere la consapevolezza che è suo preciso interesse occuparsi di ciò che avviene o non avviene dentro un carcere? Perché volenti o non volenti, esiste un dopo e questo dopo positivo dipende da un durante solidale costruttivo e non indifferente.

Affrontare il cambiamento è una necessità, come affrontarlo è una sfida per l’Amministrazione penitenziaria, per i detenuti, per l’intera società. "Se il carcere permarrà o scivolerà in un sistema chiuso, esso gestirà i problemi del cambiamento e dell’aggiornamento tentando di mantenere lo status quo ripiegandosi su stesso; se invece diverrà un sistema di detenzione aperto agli ideali nuovi e possibili, allora diverrà anche un luogo di reale testimonianza". Vincenzo Andraous 

Enna: tutela dell’ambiente, detenuti e forestali a confronto

 

La Sicilia, 18 aprile 2005

 

"Le funzioni del Corpo forestale della regione siciliana nella prevenzione degli incendi boschivi e nella tutela delle riserve naturali". Questo il tema della manifestazione che ha messo a confronto i detenuti della casa circondariale di Enna e due rappresentanti del corpo forestale, il maresciallo Giuseppe Di Luca e l’agente Riccardo Mancuso. Promosso dalla direttrice del penitenziario, Letizia Bellelli, l’inconsueto incontro è stato l’occasione per affrontare importanti questioni, quali il rispetto e la tutela dell’ambiente e la lotta all’inquinamento. A stimolare il dibattito, anche la proiezione di una videocassetta su una delle più belle riserve naturali d’Italia.

"I nostri boschi - ha detto il maresciallo Giuseppe Di Luca - sono una ricchezza che va tutelata con tutti gli strumenti stabiliti dalla legge. Incendiare un bosco significa arrecare un danno enorme ad una cerchia indefinita di cittadini, per questo lo Stato ha predisposto un complesso sistema di prevenzione e repressione dei reati ambientali". Nel territorio della provincia di Enna, ad esempio, il Corpo forestale è impegnato "nella difesa e promozione di 7 riserve naturali, che costituiscono il nostro insostituibile polmone verde".

Tutela delle riserve naturali e protezione del patrimonio boschivo sono, dunque, un binomio inscindibile. "Con l’approssimarsi dell’estate - ha detto l’agente Riccardo Mancuso - aumenta il rischio che il caldo, l’incuria e, spesso, azioni criminose mettano a repentaglio i nostri boschi. Per farvi fronte, dal 15 giugno, il Corpo forestale appresterà un capillare servizio antincendio, avvalendosi anche dell’ausilio di due elicotteri". Infine, è stato affrontato il tema della lotta all’inquinamento, che, nel nostro territorio "passa dalla repressione di fattori inquinanti, quali gli scarichi industriali illegali, le discariche abusive e l’abbandono incontrollato dei rifiuti".

Soddisfatta della manifestazione anche la responsabile dell’area educativa, Nuccia Micciché. "Primo nel suo genere, con questo incontro abbiamo iniziato un percorso che dovrebbe condurre all’acquisizione del valore della legalità, per favorire il graduale ritorno dei detenuti nella società". Così, la prossima settima gli agenti del Corpo forestale regionale torneranno in carcere per incontrare le detenute. "Il nostro - conclude la direttrice Bellelli - è un impegno costante per far in modo che la pena tenda concretamente alla rieducazione del reo". Pietro Lisacchi

Roma: i famigliari denunciano, a Rebibbia mancano i dentisti

 

Il Messaggero, 18 aprile 2005

 

Alcune famiglie di 300 detenuti di Rebibbia-nuovo complesso si sono rivolte al sottosegretario al ministero della Salute, Cesare Cursi, raccontando i gravi disagi in cui versano i loro congiunti affetti da patologie odontoiatriche non tempestivamente curate per via della carenza di specialisti. Il sottosegretario Cursi, per la gravità della situazione e l’associarsi in alcuni casi delle patologie odontoiatriche con altre malattie sistemiche, si è attivato reperendo professionisti disponibili in modo gratuito e volontario. Il sottosegretario alla Giustizia, Giuseppe Valentino, si è riservato di attivare le procedure per autorizzare i medici all’ingresso in carcere. 

Locri: con un accordo nasce la consulta per gli ex detenuti

 

Il Quotidiano della Calabria, 18 aprile 2005

 

Firmato ieri, nei saloni dello storico Palazzo Nieddu, dal sindaco Carmine Barbaro la convenzione con la società Sviluppo Italia-Calabria, nella circostanza rappresentata da Irene Fusca, finalizzata alla nascita di un Info-Point in grado di garantire,- si legge nella convenzione-, "un servizio informativo e di promozione prevalentemente finalizzato a stimolare la nascita di nuove iniziative imprenditoriali giovanili avvalendosi,in particolare, degli incentivi a favore dell’autoimpiego, (lavoro autonomo, microimpresa, franchising)".

La convenzione non è altro che la naturale prosecuzione dell’intendimento dell’amministrazione locrese che ad inizio d’anno aveva, con delibera poi sottoscritta da un protocollo d’intesa con Sviluppo Italia-Calabria, manifetato l’intendimento di dotarsi degli strumenti idonei a superare l’odierno e naturale gap tecnologico e specialistico che non consente di assolvere "tempestivamente ed efficacemente al duplice ruolo di soggetto promotore, nonché destinatario dei programmi e delle iniziative finalizzate allo sviluppo del territorio ".

Con la nascita dell’Info-Point,- ha sottolineato il sindaco Barbaro - "saremo in grado, meglio e più di ieri, non solo di attivare positivamente idonee progettualità finalizzate a promuovere specifici programmi di sviluppo basati su risorse proprie e comunitarie, ma soprattutto di poter intercettare quelle risorse che i governi nazionali, regionali e, soprattutto comunitari hanno destinato alla promozione dello sviluppo dei territori".

La convenzione è stata sottoscritta con sviluppo Italia-Calabria proprio perché questa ha il compito istituzionale di "svolgere azioni di promozione e di sostegno dello sviluppo delle medie e piccole imprese ed anche degli Enti Locali.". Sviluppo Italia-Calabria - sottolinea la rappresentante Irene Fusca - è in grado di garantire ai territori calabresi "quel giusto collegamento con le istituzioni comunitarie" fornendo loro gli opportuni servizi di informazione , assistenza e consulenza sulle legislazioni, sulle normative, sui programmi, sui finanziamenti, sui bandi comunitari ed in generale sulle politiche ed orientamenti comunitari".

Soddisfatto della stipula della convenzione il sindaco Barbaro, dal momento che l’apertura dell’Info-Point, "proprio per la centralità che Locri ha sul territorio, oltre a darci una concreta mano d’aiuto nella ricerca dei programmi idonei ad agevolare la crescita economica della città, ci consentirà di rendere il comune autosufficiente e di poter creare, nel tempo, una serie di circuiti di alleanze con altri enti locali in modo da evitare quelle anomale concorrenzialità che si registrano e che finiscono col frenare l’attuazione dei diversi programmi messi in cantiere con l’obiettivo di agevolare anche uno sviluppo imprenditoriale in grado di essere competitivo sul mercato e nel contempo di creare occupazione". Infatti, stando a quanto previsto nella convenzione che ha una durata annuale ma rinnovabile, l’Info-Point che Sviluppo Italia-Calabria attiverà a breve dopo una preventiva verifica circa le opportunità che interessano il territorio, sarà impiegato per "fornire il materiale informativo, promozionale sugli strumenti legislativi", nonché assicurare "il supporto tecnico e progettuale" per la ricercare di quei programmi, nazionali o comunitari, attraverso i quali intercettare le risorse economiche che vanno oltre i tradizionali fondi strutturali. 

Roma: associazione dei parenti delle vittime contro l’amnistia

 

Il Tempo, 18 aprile 2005

 

No a qualsiasi ipotesi di amnistia o indulto. Lo hanno ribadito una cinquantina di rappresentanti dell’associazione "Domus Civitas", che riunisce le vittime del terrorismo e della mafia, durante una manifestazione organizzata davanti a Palazzo Chigi. A guidarli, il presidente Bruno Berardi, giunto all’undicesimo giorno dello sciopero della fame "contro ogni provvedimento di clemenza per i detenuti". "Oggi davanti a Palazzo Chigi - ha spiegato Berardi - ho manifestato assieme ad una cinquantina di persone dell’associazione per ribadire la nostra contrarietà ad ogni ipotesi di amnistia o indulto, mettendo in guardia tutte le formazioni politiche dal pericolo che può comportare nel tessuto sociale questo provvedimento.

Solo chi ha debiti con la giustizia può essere favorevole alla proposta di Pannella. Non certo il cittadino comune, che si sente ulteriormente minacciato dall’ipotesi che siano messi in libertà altri delinquenti". Berardi spiega che non ha intenzione di rinunciare alla sua battaglia: "Proseguirò il mio sciopero della fame ad oltranza sino a che avrò sentore che le forze politiche abbandoneranno per sempre l’ipotesi di amnistia o di perdonismo, per la sicurezza dei cittadini".

Roma: impegno per emergenza odontoiatria a Rebibbia

 

Adnkronos Salute, 18 aprile 2005

 

"Allarme denti" nel carcere romano di Rebibbia. Alcuni familiari dei detenuti della Casa Circondariale hanno illustrato al sottosegretario alla Salute, Cesare Cursi, i gravi disagi per circa 300 detenuti affetti da patologie odontoiatriche, che non riescono ad avere cure immediate e adeguate da parte del personale medico odontoiatrico, peraltro carente.

Il sottosegretario si è detto disponibile a reperire professionisti che, gratuitamente e volontariamente, potranno effettuare gli interventi odontoiatrici richiesti, "data la gravità della situazione e dal momento che talvolta le patologie odontoiatriche riguardano detenuti già affetti da patologie sistemiche".

Roma: un’asta on line per le detenute di Rebibbia

 

News Paper 24, 18 aprile 2005

 

RomaOne.it, quotidiano on line della Capitale, lancia una grande asta di solidarietà di otto abiti realizzati dalle detenute di Rebibbia che hanno partecipato al corso di design finanziato da AltaRoma S.p.A. in collaborazione con lo Ied, Istituto Europeo di Design. RomaOne.it, quotidiano on line della Capitale, lancia una grande asta on line di solidarietà. A partire da lunedì 2 maggio, sull’home page del sito sarà possibile acquistare alcuni degli abiti realizzati da otto detenute di Rebibbia che hanno partecipato al corso di design finanziato da AltaRoma S.p.A. e realizzato in collaborazione con lo Ied, Istituto Europeo di Design.

Gli abiti delle detenute, recentemente messi all’asta in pieno centro storico, erano andati in gran parte invenduti. Per questo RomaOne.it ha dato la disponibilità a realizzare, in modo totalmente gratuito, una nuova asta sulle pagine del suo sito web, con il proposito di venderli tutti. I proventi della vendita andranno totalmente a beneficio delle stiliste che hanno realizzato gli abiti, consentendo così la continuazione del progetto di una scuola di design all’interno del carcere femminile romano.

Fotografie e riprese video dei singoli abiti saranno disponibili on line per una settimana a partire da lunedì 2 maggio e chiunque vorrà fare un’offerta potrà inviarla alla mail di redazione (redazione@romaone.it) e sarà automaticamente avvertito dello stato della sua offerta. Per partecipare all’asta basterà visitare l’home page del sito www.romaone.it, dove saranno disponibili tutte le informazioni.

Pordenone: appalto sospetto, lavori per il nuovo carcere a rischio

 

Il Gazzettino, 18 aprile 2005

 

Non c’è pace per il nuovo carcere di Pordenone. E a questo punto il rischio più che concreto è che la struttura che avrebbe dovuto sostituire il vecchio e inadeguato "Casello" venga costruita chissà quando. Una cosa appare certa: è praticamente impossibile che in questa legislatura ci possa essere l’espletamento delle pratiche.

La posa della prima pietra in Comina diventa quindi un sogno. Il perché lo ha scritto il settimanale "L’Espresso" nel numero che è uscito ieri: la procura della repubblica di Roma, infatti, avrebbe messo gli occhi sulle procedure d’appalto espletate per la realizzazione delle Case circondariali di Pordenone e Varese. Non solo. Uno dei consulenti del ministro Roberto Castelli, Giuseppe Magni, sarebbe finito nel registro degli indagati con gravi ipotesi di reato a suo carico. A finire nel mirino della magistratura sarebbe la procedura di appalto gestita dal ministero con la formula del proiect financing, il famoso leasing immobiliare.

Lanusei: il penitenziario dell’800 è inagibile da tempo

 

L’Unione Sarda, 18 aprile 2005

 

Vecchio, piccolo e inadeguato. Il carcere di San Daniele risale al diciannovesimo secolo e prima di essere stato trasformato in casa di reclusione, nel 1865, era un convento. Era l’epoca dell’incameramento dei beni ecclesiastici da parte dello Stato. Oggi i detenuti dietro le sbarre sono una quarantina e vivono in condizioni ben oltre il limite consentito, prima che dalla legge, dalla decenza.

I servizi igienici, per esempio, non sono in stanzini autonomi annessi alle celle ma a vista, all’interno. In pratica è un water alla turca separato dal resto della cella con una semplice tenda: una situazione che oltre a violare la privacy crea pesanti conseguenze sotto il profilo igienico. All’interno del carcere sono quasi inesistenti gli spazi per l’attività all’aperto, escluso il vecchio chiostro dove peraltro il sole arriva solo per due ore al giorno e non è protetto in caso di maltempo. La biblioteca non conta molti volumi. Di buon livello, invece, l’assistenza sanitaria che può contare su un medico in sede per le ore diurne e su tre guardie notturne. (d.ca.)

Rovigo: una partita a pallone in carcere per conoscersi

 

Il Gazzettino, 18 aprile 2005

 

Torna "Un calcio all’indifferenza". Alla settima edizione la popolare iniziativa che unisce sport e solidarietà, nata come incontro calcistico tra amministratori e dipendenti comunali con i detenuti della casa circondariale, col tempo si è trasformata in torneo provinciale con appuntamento annuale. Nelle recenti edizioni ha visto la partecipazione di gruppi sportivi, circoli aziendali, enti e scuole pubbliche, favorendo l’incontro col "pianeta carcere".

Anno dopo anno ha sostenuto tematiche sportive e sociali, promuovendo varie iniziative tra le quali la raccolta di firme contro la pena di morte, la campagna dello scorso anno contro il doping e l’acquisto di palloni contro il lavoro minorile. Continua anche l’attività del laboratorio "Capitan Uncino", che occupa i detenuti nella costruzione di modellini navali, acquistabili da chiunque tramite la Uisp o durante le gare del torneo, che si avvale della direzione artistica di Umberto Vicentin, che presta il suo aiuto gratuitamente.

L’edizione di quest’anno prevede un calendario di undici giornate di cinque partite ciascuna, giocate fino a maggio da varie squadre di professionisti e amatori. Tra i team scesi in campo il Gruppo sportivo del tribunale e quello del 5. Reggimento di Artiglieria, oltre a varie polisportive della provincia che hanno messo a disposizione i loro campi. Il dirigente Uisp Angelo Maffione sottolinea che "è giusto che la realtà del carcere sia sottoposta all’attenzione della gente.

La cosa più importante è il recupero della persona e il fatto di usare lo sport come un canale di comunicazione col mondo esterno, si è dimostrato di grande utilità per i detenuti, che hanno potuto godere della solidarietà delle altre persone". Il maresciallo Mario Fabiano, che partecipa insieme alla squadra dei militari, aggiunge che "entrare per la prima volta in carcere, da "spettatore", è un’esperienza traumatica. È importante non dimenticarsi mai di chi vive tale condizione".

Originale la modalità di assegnazione dei punti (dieci alla squadra che vince, sei a chi pareggia e due a chi perde), pensata per ribadire il discorso sul doping portato avanti dallo scorso anno. Fabiano chiosa che "si è scelto questo sistema per evidenziare che nessuno perde veramente quando gioca per una giusta causa e che bisogna essere campioni con le proprie forze, senza ricorrere a sotterfugi".

Amnistia: Pecorella; è uno strumento dovuto e necessario

 

L’Avanti, 18 aprile 2005

 

Il tema dell’amnistia ritornato in auge dopo la morte del Papa torna a far discutere e, soprattutto, a far sperare i 56.840 detenuti nelle 206 carceri italiane. Ma l’impressione che questa volta si percepisce è quella di un largo consenso a favore del provvedimento. L’auspicio espresso dal Papa, nel 2002, di un atto di clemenza nei confronti dei detenuti si tradusse, l’anno dopo, nel cosiddetto "indultino", una legge che consentì a soli 5.936 detenuti di tornare in libertà (la stima è del 31 agosto 2004). Al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) ancora non è stata fatta una previsione su quanto si alleggerirà il sovraffollamento nelle carceri se il Parlamento deciderà, a maggioranza dei due terzi, un provvedimento di amnistia. Resta da chiarire, infatti, quali tipi di reati si intende escludere dall’amnistia.

Il presidente della Commissione Giustizia della Camera, Gaetano Pecorella, non teme che un eventuale provvedimento di amnistia o di indulto possa creare problemi di sicurezza. Pecorella ha fatto notare innanzitutto che "l’indulto è revocabile" nel caso in cui la persona che ne ha beneficiato torni a delinquere, e che "vivere in 20 mila persone in più nello stesso luogo (vale a dire nelle sovraffollate carceri italiane, ndr) crea una situazione di tensione carceraria e di diseducazione". 

Catanzaro: errori, speranze e sogni dei giovani detenuti

 

Quotidiano di Calabria, 18 aprile 2005

 

Un viaggio per conoscere una realtà diversa. Un viaggio per sfatare credenze popolari. Un viaggio per capire. Così, come anticipato dalle pagine de "il Quotidiano", le telecamere di "Verso Camelot show" sono andate a sentire la voce di giovani detenuti. La loro voglia di continuare a vivere, il loro desiderio di reinserirsi nella società, la speranza di essere accettati. Un viaggio che s’inserisce in "Legalmedia", "progetto che si propone ­ come ha più volte ribadito Gareri ­ di diffondere la realtà della giustizia minorile puntando sulla prevenzione".

Progetto che nasce in collaborazione con il dipartimento per la Giustizia minorile. E l’importanza di questa iniziativa è stata più volte evidenziata dal sottosegretario al ramo, Iole Santelli: "Il mio ­ ha detto dai microfoni di Gareri ­ vuole essere un plauso a questo tipo di giornalismo". Ad una domanda di Gareri sulla possibilità di proseguire il progetto "Legalmedia", giunto al suo penultimo appuntamento, il sottosegretario Santelli ha risposto con un perentorio "sì".

Perché il viaggio di "Verso Camelot show" (in onda lunedì alle 21 su "Oasi Tv) all’interno di due carceri, quello di Catanzaro e quello di Potenza facenti parte del distretto Calabria-Basilicata, non è altro se non il racconto di vita, di errori ai quali si tenta di rimediare attraverso percorsi rieducativi. "L’istituto penale minorile ­ ha detto Angelo Meli, direttore del Centro di giustizia minorile Calabria-Basilicata ­ è l’ultima ratio nella risposta alla devianza minorile. Ci si aspetta delle risposte dal punto di vista pedagogico e psicologico da parte di chi ha un vissuto delinquenziale abbastanza grave". Poi il direttore del carcere di Catanzaro, Francesco Pellegrino e quello di Potenza, Maria Cristina Festa, hanno illustrato le attività dei ragazzi: dall’attività scolastica vera e propria, ai corsi di computer, alle decorazioni su vetro, ai lavori di pelletteria. "Il racconto della vita dei giovani detenuti ­ ha concluso Domenico Gareri ­ dei loro errori ma soprattutto della voglia di farcela è il sunto della puntata. E la voglia di farcela, di reintegrarsi nella società è il loro, ma deve essere anche il nostro traguardo".

Pordenone: nuovo carcere, il caso in consiglio comunale

 

Il Gazzettino, 18 aprile 2005

 

Ennio Martin, Antonino Pagnucco, Vincenzo Romor e Franco Toffolo quando firmarono il documento per chiedere che il consiglio comunale tornasse a parlare della realizzazione del nuovo carcere a Pordenone, erano certamente preoccupati del ritardo del cantiere. Era il 15 febbraio e i tempi lunghi sembravano destinati a chiudersi di lì a qualche settimana. De resto tutto appariva fatto secondo le regole con qualche intoppo in più legato più che altro alla nuova formula scelta per affidare i lavori del nuovo carcere: il project financing.

Due mesi dopo, fatti solo di silenzi, quell’appello a mettere un po’ di fretta alla questione arriva in un consiglio comunale stordito dalla notizia che sull’affidamento dei lavori ci sono dubbi della magistratura. Forti dubbi che hanno portato ad aprire un’inchiesta e a iscrivere sul registro degli indagati con un’ipotesi di reato di corruzione il nome di Giuseppe Magni, consulente del ministro della Giustizia sui temi dell’edilizia penitenziaria. Sul tavolo di Roberto Castelli da tempo c’era la busta con l’unica offerta per la realizzazione del carcere nel nuovo sito della Comina in via Castelfranco dopo il bando di gara pubblicato nel marzo 2004. Una società si diceva pronta a realizzare una struttura per 150 posti compresa la caserma della polizia penitenziaria al costo di 32 milioni di euro. Ora tutto questo ha subito un brusco stop. Niente assegnazione dell’appalto, niente inizio lavori, niente utilizzo del finanziamento. L’unica cosa certa è che chi deve scontare periodi di carcerazione è costretto a dividersi gli spazi inadeguati del Castello che con una capienza di 40 persone spesso ne ospita il doppio.

Una valutazione sulla vicenda arriverà questo pomeriggio dal sindaco Sergio Bolzonello che si è assunto l’onere di rispondere alla mozione che aveva lo scopo di stimolare i parlamentari della provincia ad attivarsi per accelerare i tempi. Parlamentari che nei giorni scorsi hanno già espresso qualche giudizio. Se Edouard Ballaman sostiene che non ci sono dubbi sulla legalità dell’iter seguito dal ministero per il carcere di Pordenone, il sottosegretario Manlio Contento trova conferma "nei sospetti che suggerivano l’esistenza di un problema. Ora il ministro dovrebbe annullare la gara e bandirne una nuova. Bisogna parlare con il ministro Castelli".

Roma: sit-in su amnistia e indulto; il Parlamento decida!

 

Agenzia Radicale, 18 aprile 2005

 

A sostegno dell’iniziativa intrapresa da Marco Pannella per l’ottenimento di un atto di buon Governo su carcere e Giustizia, i rappresentanti e leader di 29 tra associazioni impegnate nel volontariato e nello studio delle realtà penitenziarie, sigle sindacali di lavoratori del settore, garanti per la tutela dei diritti delle persone private della libertà, indicono per il giorno 20 Aprile 2005 alle ore 13.00 presso Piazza Montecitorio un sit-in pro-amnistia, in concomitanza con la discussione del provvedimento in commissione. L’iniziativa mira a sollecitare il Parlamento a prendere una decisione indifferibile sull’atto, evidenziando le intollerabili condizioni di sovraffollamento in cui vertono le carceri italiane e la situazione di cronicizzata inflazione dei processi penali. Gli organizzatori dell’iniziativa invitano, al contempo, rappresentanti delle istituzioni e consiglieri regionali a recarsi nella stessa giornata in visita nelle carceri. Il sit-in avrà carattere pacifico, civile e non violento.

 

Aderiscono

 

Ass. Papillon Rebibbia; Ass. Il Detenuto Ignoto; Ass. Nessuno Tocchi Caino; Radicali Italiani; Ass. Antigone; Ristretti Orizzonti (Padova); Consulta Penitenziaria; Don Ciotti Gruppo Abele (Torino); Ass. Potamos; A Buon Diritto Luigi Manconi; Medici Penitenziari; Coordinamento Ass. Sociali; Villa Maraini; Don Gallo San Benedetto Al Porto; Ass. Arte e Studio in carcere; Coop. Prato Verde; Società Italiana Medicina e Sanità penitenziaria; Comunità S. Egidio; Radiocarcere; Don Sandro Spriano cappellano di Rebibbia; Ass. Non c’è Pace senza Giustizia; Sergio Segio, Associazione società informazione.

Giustizia: a Milano manifestazione contro la legge Meduri

 

Vita, 18 aprile 2005

 

L’iniziativa organizzata da Cgil, gruppo Abele e Ordine degli Assistenti Sociali. Contro "la miopia del governo che considera il carcere un contenitore di vite a perdere" e contro il decreto legge Meduri (in discussione domani alla Camera), Cgil, gruppo Abele, Ordine degli Assistenti Sociali hanno organizzato a Milano una manifestazione di protesta.

In particolare è stato messo sotto accusa l’art. 3 del decreto che trasforma i Centri di servizio sociale per adulti in Uffici di esecuzione penale. Sergio Segio, del gruppo Abele, ha ricordato che di tutti i recidivi, il 12% sono quelli che hanno concluso di scontare la pena affidati ai servizi sociali (400 operatori in tutta Italia), il 27% sono tossicodipendenti e il restante sono coloro che hanno terminato di scontare la pena in carcere.

Il 25% dell’ intera popolazione carceraria (56mila persone a fronte delle 50.219 che hanno diritto a pene alternative) non ha un tetto dove andare una volta libero; oltre il 50% sono immigrati, tossicodipendenti, persone disadattate o con disagio psichico. "L’intera produzione e proposta legislativa di questo governo in materia penale e penitenziaria - si legge in una lettera inviata da Segio a Marco Pannella - è stata tesa a ulteriori strumenti di contenimento e repressione nei confronti delle fasce più deboli: immigrati e tossicodipendenti in primo luogo, ma più in generale verso i poveri e gli emarginati".

Gli strumenti: "enfatizzazione della costruzione di nuove carceri (con ingenti risorse destinate allo scopo in continuità e aggravamento delle scelte del precedente governo)" e "mancata approvazione del regolamento penitenziario e la normalizzazione del 41 bis e del carcere duro". In particolare "la direzione della legge Meduri è di cancellare il sociale e rafforzare il penale", con la delega per la riforma del corpo di polizia penitenziaria "avanza la militarizzazione delle carceri e del personale tutto", la Cirielli-Vitali "cosiddetta Salva-Previti all’esame del Senato porterebbe a 20mila nuovi detenuti" e "finirebbe per squassare il sistema carcerario", l’introduzione del lavoro civico non retribuito per i detenuti ai fini della riduzione della pena significherebbe "togliere dalle strade i gruppi a rischio per trasformarli in esercito industriale di riserva", la modifica dell’art. 27 della Costituzione in materia di responsabilità penale "tende a sminuire la funzione rieducativa della pena a favore di quella retributiva", "per non parlare della legge Fini sulle droghe e dei suoi devastanti e prevedibilissimi effetti".

Giustizia: Segio; il carcere è un deposito di vite a perdere

 

Redattore Sociale, 18 aprile 2005

 

"Il carcere è un deposito di vite a perdere: una volta scontata la pena, il 25% dei detenuti, in gran parte persone disadattate, tossicodipendenti o immigrate, non ha un posto dove andare". In occasione di una conferenza stampa indetta davanti al Cssa di piazza Venino a Milano per protestare contro il disegno di legge "Meduri" (che intende riformare i "Centri di servizio sociale per gli adulti" in "Uffici di esecuzione penale"), Sergio Segio del Gruppo Abele ha snocciolato una serie di dati sui problemi della giustizia e delle carceri: "Il 75% dei detenuti non seguiti dai servizi sociali sono recidivi, contro il 27% delle persone carcerate tossicodipendenti affidate ai servizi e il 12% di quanti seguono un percorso alternativo alla pena con i Cssa (dati del centro universitario "L’altro diritto" di Firenze; ndr). Inoltre, nel corso del 2004, sono stati 50.219 i casi che hanno seguito misure alternative alla detenzione, numero pressoché simile alle 56.068 persone che compongono la popolazione carceraria italiana (dato al 31 dicembre 2004)".

I dati elaborati dal Centro studi dell’associazione "Società INformazione"(disponibile nell’apposita scheda curata dall’agenzia Redattore Sociale), testimoniano il ruolo dei Cssa nel recupero delle persone recluse. Un ruolo che rischia di essere compromesso dal disegno di legge ‘Medurì: "Con questa legge, già approvata al Senato e domani in discussione alla Camera, ci si vuole spostare dal piano sociale a quello penale - dice Segio -. Noi chiediamo di ripristinare il Welfare dei diritti, di reinvertire la cultura del carcere come panacea dei problemi della società e di non nascondere sotto il tappeto problemi come i suicidi o le malattie non curate tra i detenuti. Il carcere è visto come una scorciatoia alle contraddizioni della società". L’intervento di Segio si inserisce nella protesta di associazioni, enti e sindacati promotori della campagna "Carceri, un disastro annunciato", che per domani ha programmato un sit-in davanti alla Camera dei deputati a Roma. (ar)

Roma: domani sit-in alla Camera per dire no alla legge Meduri

 

Redattore Sociale, 18 aprile 2005

 

Torna la protesta contro la situazione carceraria italiana. Sindacati, associazioni e assistenti sociali di nuovo insieme nella campagna "Carceri, un disastro annunciato", per protestare contro le politiche governative sul carcere. Sotto accusa il disegno di legge Meduri (n.5141), che modifica il ruolo dei Cssa (Centri di servizio Sociale per gli Adulti), destinati a diventare "Uffici di esecuzione penale".

"Non accettiamo che si modifichi l’ordinamento penale", protesta Anna Muschitiello, presidente del Coordinamento nazionale degli assistenti sociali, intervenuta questa mattina ad una conferenza stampa di fronte al Cssa di Piazza Venino a Milano. Gli assistenti sociali denunciano come l’articolo 3 della proposta Meduri intenda modificare l’art. 72 dell’ordinamento penitenziario (l.354/75), che disciplina i Cssa, destinati a diventare uffici cui viene affidato un ruolo di "mero controllo dell’esecuzione della pena, che va ben al di là di una questione nominalistica ma tende a cancellare la specificità dei Cssa, eliminando ogni riferimento all’idea stessa di servizio sociale". La protesta contro l’approvazione della legge Meduri continuerà domattina alle 11 davanti alla Camera dei deputati a Roma, in concomitanza della discussione parlamentare del disegno di legge.

Una manifestazione appoggiata dai rappresentanti di varie sigle sindacali: "La situazione carceraria va peggiorando, in particolare a causa delle leggi ex Cirielli e Meduri, tese ad inasprire la detenzione", dice Giorgio Roversi, segretario della Cgil lombarda, cui fa eco il collega Giuseppe Vanacore: "La gravità della situazione carceraria è documentata dagli scioperi della fame in atto nelle carceri di Roma e Como".

Una posizione condivisa da un’ampia base sindacale: "È significativo che abbia aderito al sit-in anche il sindacato Ugl, di posizione vicine al centro-destra", fa notare Floriano Fattizzo del Coordinamento nazionale assistenti sociali. Oltre all’Ordine nazionale assistenti sociali, parteciperanno al sit-in di domani a Roma la fondazione Auxilium di Genova; Caritas Italiana; Federazione Chiese evangeliche; Pronto intervento detenuti; Conferenza nazionale volontariato Giustizia; Comunità di Sant’Egidio; le associazioni "Il detenuto ignoto", Antigone, Giuristi Democratici, Emergency, Gruppo Abele e Società INformazione; le sigle sindacali Cgil Fp, Ugl, Unsa Sag, la Consulta penitenziaria del Comune di Roma e le cooperative sociali Blow-up e Antares.

Piacenza: Csv-Svep presenta volume "Parole oltre il muro"

 

Redattore Sociale, 18 aprile 2005

 

Scrivere, per sentirsi un poco liberi. Lo fanno i detenuti del carcere di Piacenza con i loro articoli, che vengono pubblicati sul periodico "Sosta forzata", e con i loro racconti, ora diventati un libro. "Il volume ‘Parole oltre il murò raccoglie i vincitori delle tre edizioni del concorso letterario che abbiamo indetto in questi anni", dice Carla Chiappini, direttore di ‘Sosta Forzatà e responsabile del progetto "Il carcere nel cuore della città": "Si tratta di un’iniziativa presentata l’anno scorso dal Centro di servizio per il volontariato-Svep di Piacenza, con l’obiettivo di sensibilizzare il territorio alla realtà del carcere, che ci sembrava un po’ abbandonato dalla città". In occasione della conclusione del progetto, il Csv ha organizzato un convegno presso l’auditorium dell’università Cattolica di Piacenza: l’appuntamento è per domani, 19 aprile, alle 17.30. Tra gli ospiti l’ex direttore della Gazzetta dello Sport, Candido Cannavò, autore di "Libertà dietro le sbarre", un libro frutto di 9 mesi di dialoghi quotidiani con i detenuti del carcere di San Vittore di Milano.

Nel cuore dei cittadini: è questo il posto che dovrebbe avere il carcere di Piacenza, secondo i responsabili del Csv-Svep. Per questo hanno creato il giornale dei detenuti e una serie di altre iniziative, racchiuse nel progetto Il carcere nel cuore della città: "Sosta forzata, il giornale del carcere, è stato il primo passo del progetto - racconta Carla Chiappino -. La nostra è una redazione multietnica: albanesi, rumeni, turchi, marocchini, nigeriani e bulgari; in tutto una quindicina di persone. Ma arrivano pezzi anche dalla sezione femminile e dalle scuole del carcere".

L’iniziativa di Sosta Forzata, che esce 4-5 volte l’anno con il settimanale diocesano "Il nuovo giornale", si affianca al concorso letterario per i detenuti, che ha dato vita al libro ‘Parole oltre il murò. "Inoltre - conclude la Chiappino -, abbiamo promosso l’iniziativa "Arrestiamo un libro", con cui gli operatori del Csv si sono impegnati a consegnare le richieste di letture formulate dai detenuti in tre librerie della città, in cui i clienti hanno potuto regalare un libro ad una persona reclusa". L’attività del Csv di Piacenza non è rimasta all’interno del perimetro del carcere: "L’anno scorso abbiamo svolto un’attività con facoltà di Sociologia dell’università Cattolica - dice la Chiappino -: un lavoro coordinato da una docente che ha coinvolto due studenti e due detenuti sul tema dell’affettività. Inoltre, un gruppo di studenti della facoltà di scienze della formazione si è occupato della selezione dei finalisti del concorso letterario". (ar)

Amnistia: An; possibile solo in cambio di pene certe…

 

Il Manifesto, 18 aprile 2005

 

La pietas per il papa appena morto non funziona più e la discussione su indulto e amnistia da ieri è nuovamente seppellita. A mettere la parola fine sul dibattito è stata la riunione di Alleanza nazionale, convocata in tutta fretta dal coordinatore Ignazio La Russa. Ma in realtà sin dall’inizio erano in pochi a credere che con le elezioni alle porte la destra sempre attenta al tema "sicurezza" e tutt’altro che disponibile coi detenuti avrebbe accettato di firmare un provvedimento del genere. Teoricamente la mediazione sarebbe dovuta avvenire ieri pomeriggio in commissione giustizia, dove il presidente, Gaetano Pecorella di Forza Italia, ha proposto il tema. Una legge in discussione teoricamente già c’è, è quella sull’indulto di due anni per tutti i detenuti (in aula dal 4 giugno 2004, su proposta del verde Paolo Cento). Basterebbe lavorare su quel testo e il gioco sarebbe fatto. All’appuntamento considerato da giorni dirimente, però, An non c’era e la Lega neppure. Ignazio La Russa, infatti, aveva deciso di convocare una riunione d’urgenza per decidere il da farsi con tutti i fedelissimi. Ed è stato lui alla fine ad annunciare il risultato: un "no condizionato" che nei fatti chiude il dibattito. "Non abbiamo messo i chiavistelli a doppia mandata alla discussione - ha detto La Russa - se ci sapranno convincere che si va in direzione della certezza della pena, delle lotta alla criminalità, del colpire i recidivi si può aprire uno spiraglio". Insomma la discussione si può fare solo se si abolisce la legge Gozzini, quella che norma le pene alternative al carcere. "Da pazzi - sbotta Paolo Cento - non potremmo mai accettare di sacrificare quella legge nella speranza che forse si apra un dibattito sull’indulto. Mi pare che, a meno di sorprese clamorose, la discussione sia finita".

Che la discussione si sarebbe chiusa con un nulla di fatto l’Unione dice di averlo capito all’inizio della riunione in commissione giustizia, quando si sono accorti che An e Lega mancavano all’appello. "La maggioranza deve spiegare prima di tutto qual’è la sua posizione, e se c’è una reale intenzione di discutere sul tema" ha spiegato subito Francesco Bonito dei Ds. In realtà se per caso la destra avesse detto "sì" per l’opposizione sarebbe stato un bel problema. I Ds sostengono che l’eventuale legge di amnistia e indulto avrebbe dovuto comprendere reati fino al massimo a quattro anni per l’amnistia (cancellazione del reato) e non più di due per l’indulto (riduzione della pena). È comunque un passo avanti: l’ultima proposta di indulto fu affossata dai mille emendamenti della sinistra, sta volta invece il responsabile giustizia dei Ds, Massimo Brutti sottolinea che "l’Unione si è già dichiarata favorevole ad un provvedimento di clemenza che escluda i reati più gravi, come i reati di mafia, quelli finanziari e i reati di corruzione, non vediamo ancora nei partiti della Casa delle Libertà posizioni sufficientemente nette". Già Giovanni Kessler della Margherita, la pensa in modo un pò diverso: "Bisogna pensare ad un provvedimento che costruisca un percorso alternativo per tutti i detenuti, una sorta di affidamento in prova alla fine del quale sia possibile una valutazione. Un provvedimento erga omnes di riduzione della pena. Sono contrarissimo, invece, a tutte le proposte di amnistia".

Che la discussione si sarebbe conclusa con un nulla di fatto lo si capiva già dalla mattina. Il ministro della giustizia Roberto Castelli, in una intervista a Radio 24 aveva fatto sapere di considerare impossibile un provvedimento in questo senso "a meno che non si sacrifichino le riforme ferme in Parlamento": "Io sono contrario innanzitutto perché i cittadini ci chiedono la certezza della pena, e in secondo luogo perché abbiamo pochissimo tempo per varare alcune riforme che il paese aspetta da tanto". Formalmente, comunque, la discussione è stata rimandata a mercoledì prossimo in commissione giustizia.

Bologna: alla Dozza dovrà aprire reparto psichiatrico

 

Papillon Rebibbia Bologna, 18 aprile 2005

 

Nell’audizione consigliare delle 5° Commissioni di Comune e Provincia in seduta congiunta tenutesi questa mattina nella Sede provinciale di via Zamboni, il Direttore dell’area sanitaria, Dott. Paolillo, anche a nome della Direzione della "Dozza", ha responsabilmente posto all’attenzione degli Enti amministrativi l’ultima "tegola" piovuta sul carcere bolognese.

In estrema sintesi si tratta dell’obbligo, esercitato dal Ministero della Giustizia, di applicare dal 1° maggio p.v. una direttiva del 2003 concernente l’istituzione di reparti psichiatrici in quelle carceri in cui sono presenti medici psichiatri all’interno dello staff sanitario. Le intenzioni dell’Ing. Castelli sarebbero quelle di risolvere l’impossibilità degli Opg di ricevere altri detenuti afflitti da psicopatologie, stante l’attuale sovraffollamento e un allarmante aumento delle richieste di ricoveri. A questo obbligo, naturalmente, non seguono i fondi e le risorse umane necessarie alla realizzazione delle nuove strutture.

Il Dott. Paolillo, quindi, dopo aver sottolineato l’iniquità del provvedimento in se prima di tutto sul piano medico e la contrarietà al provvedimento più volte espressa da Direzione e Area sanitaria, ha rivolto un accorato appello a Regione, Provincia e Comune perché si attivino, nelle loro possibilità, a venire in soccorso della "Dozza" stante quest’ultima procurata emergenza. Il rappresentante della Regione rispondeva con l’inevitabile: tempo fa Regione e Dap regionale avevano sottoscritto un protocollo sulla partecipazione dell’Ente alle spese sanitarie carcerarie per applicare, almeno in parte, la riforma Bindi del ‘99 che predisponeva il passaggio della Sanità penitenziaria alle Asl Visto che lo Stato non ha mai provveduto al trasferimento dei necessari fondi perché la riforma potesse essere applicata, la Regione ha provveduto nei limiti delle sue disponibilità finanziarie. Insomma, soldi non ce ne sono più, inoltre l’invenzione ministeriale dei reparti psichiatrici non è mai stata nel protocollo in oggetto.

L’Associazione Papillon di Bologna osserva quanto segue: la direttiva del Ministero testimonia in modo inequivocabile lo stato di degrado umano e di barbarie giuridica in cui governi irresponsabili hanno precipitato il circuito carcerario almeno negli ultimi dieci anni. In un Paese che vorrebbe definirsi civile e democratico il detenuto che mostra psicopatologie è incompatibile con lo stato di detenzione per definizione. Punto.

Se poi vogliamo prendere atto della verità e dell’esperienza sul campo, è innegabile che l’apparire sempre più consistente di patologie psichiatriche negli istituti di pena trova la sua ragione nella regressione psicofisica prodotta dalla detenzione in quanto tale. E che il problema è tanto più allarmante quanto più aumenta l’incivile e disumano fenomeno del sovraffollamento. In sintesi, il carcere non è solo una fabbrica di criminalità, ma anche di gravi malattie mentali nei suoi ospiti, con il grave danno sociale a tutti i livelli che ciò comporta. Come risponde lo Stato?

Inasprendo le politiche penali, dimezzando i fondi destinati al carcerario, promulgando una legge sul mercato del lavoro che precarizza la vita materiale di strati di popolazione sempre più ampi e che di conseguenza rende le pratiche illegali una necessità di sopravvivenza, con la carcerizzazione dell’esclusione sociale facendo del carcere il contenitore del conflitto. Per questione di spazio in questa sede ci fermiamo qui. Come Associazione di detenuti continueremo a promuovere la cultura nelle carceri, a realizzare progetti per facilitare l’applicazione delle misure alternative e a difendere la dignità e i diritti di 57.000 fratelli e sorelle sottoposti a sofferenze inusitate prodotte da una "cultura" securitaria, proibizionista, afflittiva e tribale che mina alle fondamenta i significati più profondi della convivenza umana.. Per concludere, questa comunicazione vuole essere anche un appello a tutta la società civile, alle realtà sindacali e dell’auto organizzazione perché almeno in questa difficile fase si uniscano alle attuali lotte pacifiche dei detenuti perché siano promulgatati i provvedimenti di giustizia (e non di "clemenza" come taluni affermano) di un’amnistia generalizzata di 5 anni e un indulto di 3 anni come prima testimonianza del rapido avvio di una consistente riforma del Codice Penale e dell’Ordinamento Penitenziario. Valerio Guizzardi

 

 

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