Rassegna stampa 13 novembre

 

Pedofilia: castrazione chimica; Paolucci, non risolve problema

 

Ansa, 13 novembre 2004

 

La castrazione chimica non può essere un mezzo per risolvere il problema della pedofilia o per cercare di arginare i danni che questa provoca: a sostenerlo è Luciano Paolucci, padre di Lorenzo, una delle vittime di Luigi Chiatti, commentando la sperimentazione che sarà avviata in Francia dal 2005. A suo avviso servono invece interventi di prevenzione.

Un concetto, quello della prevenzione, nel quale Paolucci crede fermamente. Tanto da non auspicare il ricorso alla castrazione chimica nemmeno per lo stesso Chiatti, il cosiddetto mostro di Foligno che sta scontando una condanna a 30 anni di reclusione per avere ucciso tra l’ottobre del 1992 e l’agosto del ‘93 Simone Allegretti, quattro anni, e Lorenzo Paolucci, dieci anni, venendo arrestato dopo quest’ultimo delitto.

"Per lui non servirebbe a niente" sottolinea con voce convita parlando con l’Ansa. "Luigi - aggiunge - è una persona che va seguita in maniera più particolare, come altri nelle sue condizioni. Anche a Chiatti va data l’opportunità di rendersi conto di quanto fatto. Sarei pronto ad aiutarlo perchè so bene che se ci si dona agli altri si può ottenere qualcosa". "Se si intende la sperimentazione - spiega ancora Paolucci - come una prova per vedere i risultati di certi prodotti o per dare un aiuto ai soggetti che la richiedono può andare anche bene.

Ci si sbaglia di grosso se invece l’obiettivo è quello di trarre dei vantaggi per quanto riguarda il problema degli abusi sui bambini. Sono infatti convinto che la castrazione chimica non possa essere una soluzione e nemmeno il tentativo di limitare i danni". Secondo il papà di Lorenzo, "se non si fanno altre azioni, se non si realizza qualcosa di più costruttivo, che guardi al futuro, è tutto inutile. La castrazione chimica lascia il tempo che trova".

Paolucci - il quale dalla la morte del figlio è impegnato nella tutela dell’infanzia con la sua associazione Marcia degli angeli - torna quindi sul tema della prevenzione che "è tutt’altra cosa come ho sempre detto". "La prevenzione - dice - si fa con l’educazione alla sessualità, insegnando alla gente a far presente le proprie deviazioni, non rinunciando così alla possibilità di essere curati e magari riuscendo a evitare episodi di violenza. Ci dovrebbero essere invece delle strutture apposite per loro. Bisognerebbe poi creare una sinergia tra, ad esempio, il ministero dell’Istruzione e quello della Salute per interagire in maniera molto accorta con i bambini.

Per insegnare loro, nella maniera giusta, come si riconosce una carezza buona da una cattiva. I metodi ci sono, è la volontà di farlo che invece manca". Più in generale secondo Paolucci servirebbe una campagna di persuasione rivolta a tutti "a comportarsi bene verso gli altri".

"E invece non si fa, - afferma ancora - si è perso ogni punto di riferimento buono, non c’è più amore per il prossimo. Tutto è diventato un commercio, anche i bambini o come forse potrebbero esserlo alla fine i farmaci per la castrazione chimica. Mettano serietà in quello che fanno - conclude Paolucci - perché altrimenti ogni iniziativa rischia di lasciare il tempo che trova".

Napoli: Don Ciotti, a Napoli amministratori coraggiosi

 

Ansa, 13 novembre 2004

 

"A Napoli ci sono amministratori coraggiosi, parliamo di persone che rischiano e inventano di tutto, il problema è andare oltre la legalità. La sola legalità non basta c’è bisogno di contemporaneità, è improduttivo accelerare solo in una direzione": lo ha detto don Luigi Ciotti, fondatore dell’associazione Libera, che oggi ha partecipato alla prima conferenza delle associazioni antiracket di Napoli. "È necessario distinguere per non confondere - ha aggiunto don Ciotti - Bisogna far emergere positivo tutte le realtà.

Il Censis afferma che la presenza mafiosa in tutto il sud Italia priva di circa 160 mila/180 mila posti di lavoro, il fatto sconcertante è che il dato si ripete da anni e non cambia" Secondo il fondatore di "Libera", "la debolezza della presenza politica nazionale è uno dei grandi nodi, un problema dell’economia e del commercio. Sono stanco di trovare sempre una costante presenza mafiosa, non se ne uscirà mai se non c’è una contemporaneità e continuità degli interventi". "Non abbiamo bisogno delle forze dell’ordine all’indomani di atti camorristici - ha proseguito perché la continuità è la parola da richiamare con forza".

Secondo don Ciotti, "le associazioni non aiutano il cambiamento quando diventano solo uno strumento per organizzare convegni senza concordarsi con altri e fare in modo continuato un attività sul territorio". All’incontro di stamani hanno partecipato anche il questore di Napoli, Franco Malvano ed il comandante provinciale di carabinieri, generale Vincenzo Giuliani. Malvano ha sottolineato che "negli anni ‘80 la situazione a Napoli era molto più grave di oggi, negli anni ‘90 si presentavano gli stessi problemi ed i cittadini e le istituzioni erano poco collaborative.

Ritengo inopportuno che adesso si parli di allarme quando il sindaco in prima persona ed altri soggetti come Tano Grasso si espongono garantendo la solidarietà, concreta, ai cittadini". "Dall’inizio dell’anno abbiamo controllato 800 mila persone, entro fine anno giungeremo ad un milione, è assurdo che si parli di forze dell’ordine non presenti sul territorio, quando fermiamo 4.500 persone, 2.500 di queste non varcano neppure la soglia del carcere.

La mia non è una critica nei confronti della magistratura ma sono indispensabili leggi più severe". Il gen. Giuliani ha posto l’accento sull’importanza della collaborazione tra associazioni e forze dell’ordine. "Occorre l’impegno e la collaborazione di tutte le componenti per affrontare problemi come quello del racket. I risultati alla lunga arrivano". Giuliani ha sottolineato che "il dato relativo alle denunce sul racket sono in aumento. E questo - ha proseguito - è un dato confortante, sintomatico del fatto che cresce la fiducia della gente. Quando c’è un impegno corale, i risultati non mancano".

Bologna: Cofferati affida "piano sicurezza" al prof. Pavarini

 

Ansa, 13 novembre 2004

 

Dopo aver abolito l’assessorato alla sicurezza istituito dal suo predecessore di centrodestra, Giorgio Guazzaloca, e dopo averne assunto la rispettiva delega, il sindaco di Bologna Sergio Cofferati ha ufficializzato la nomina come consulente del prof. Massimo Pavarini, bolognese doc, docente di diritto penitenziario all’Alma Mater Studiorum ed esperto di fama internazionale, per la definizione di un piano che affronti il problema con una politica "orizzontale".

Pavarini da oggi avrà il compito di elaborare per conto di Cofferati e della giunta di centrosinistra insediata lo scorso giugno un progetto che metta in rete le varie competenze in cui si esercita l’amministrazione locale in raccordo con le altre istituzioni statali e locali e in rapporto con i Comitati e le associazioni che si sono costituiti attorno alle emergenze della città, tra cui sono state citate quelle di Piazza Verdi (il cuore della cittadella universitaria), Piazza Santo Stefano e via del Pratello.

"Ritengo - ha detto Cofferati presentando Pavarini alla stampa - che le politiche della sicurezza siano strettamente connesse con quelle della piena cittadinanza e che per forza di cose debbano essere orizzontali. Per questo abbiamo abolito l’assessorato alla sicurezza, portando quella funzione in capo al sindaco il quale solo può garantire l’attenzione e il coordinamento di funzioni. In me questa convinzione resta molto ferma, come quella di tenere insieme sicurezza e accoglienza".

"Finora - ha detto ancora il sindaco - abbiamo lavorato con pazienza, mentre qualcuno fuori manifestava impazienza e alcuni decidevano di farne un argomento di agitazione politica. È singolare che l’opposizione abbia scoperto l’argomento sicurezza 24 ore dopo la sconfitta elettorale, come se in un giorno fosse potuto cambiare l’assetto della città.

Occorre invece affrontare collegialmente il problema, partendo dai quartieri e dalle associazioni, uscendo dagli schemi tradizionali e ragionando con la complessità del tema". "Comincio a lavorare - ha detto Pavarini - al progetto senza avere in mente un ordine ideale, che non è nemmeno auspicabile, ma un ordine possibile o un disordine più accettabile. Il piano terrà conto delle risorse economiche, professionali e umane disponibili.

La questione è trovare momenti di coordinamento con le forze dell’ordine e con la magistratura, che sono i soggetti forti delle politiche della sicurezza, attorno a un piano condiviso. Senza di questo è impossibile, con l’attuale quadro legislativo, un intervento dei sindaci. Questo bisogna che i cittadini lo sappiano".

Pavarini ha detto anche che Bologna, pur avendo investito molto sulla sicurezza nelle ultime due legislature, di fatto non si è mai data un progetto complessivo, a differenza di altre realtà della regione come Modena e Rimini. Cofferati ha concluso dicendo che ovviamente le emergenze saranno affrontate nella contingenza, ma sempre in raccordo con il piano che dovrebbe essere pronto entro un anno.

Francia: piano di Chirac contro clandestini e delinquenza

 

Ansa, 13 novembre 2004

 

Bloccare l’immigrazione clandestina, ridurre i crimini giovanili, combattere con durezza la violenza con sfondo sessuale e migliorare ancora la lotta alla criminalità. Jacques Chirac, affiancato dal ministro degli interni Dominique de Villepin ha dettato oggi alla scuola nazionale di polizia a Nimes il programma per la seconda metà del suo mandato presidenziale in materia di sicurezza interna e non ha mancato di sottolineare più volte il lavoro svolto dall’attuale ministro, che molti vedono come il suo delfino e comunque il prossimo sostituto dell’attuale primo ministro Jean-Pierre Raffarin.

Uno dei problemi maggiori del primo ministro sembra proprio la difficoltà nel coordinare il lavoro dei ministri più importanti in presenza di un continuo mormorio sulla sua sostituzione. Ora de Villepin sembra il più quotato e il lancio odierno fatto ai progetti di competenza del suo ministero da parte di Chirac avvalorerebbe secondo alcuni osservatori queste ipotesi. Indebolendo ulteriormente Raffarin che per andarsene aspetta comunque la decisione presidenziale.

Una delle piaghe dell’Europa è l’immigrazione illegale: contro di questa il governo francese produrrà in tempi rapidi un piano specifico che porrà gli strumenti per impedire l’ingresso illegale nel paese mentre sono quasi raddoppiate le espulsioni(12 mila) a fronte di un flusso in ingresso di 80-100 mila immigrati. Tra gli strumenti ipotizzati c’è l’introduzione di una carta di identità resa più sicura e il controllo dei dati biometrici in occasione del rilascio dei visti.

Chirac ricorda bene il senso di insicurezza e di timore per forme di criminalità diffuse che si era diffuso nei primi due anni del nuovo millennio che aveva dato fiato alla destra più estrema ed aveva promesso ai francesi che la situazione sarebbe migliorata. Così è stato - merito di Nicoolas Sarkozy prima e di de Villepin poi ha sottolineato Chirac - che vuole però un cambio di passo, un’accelerazione nella capacità di fronteggiare i crimini a cominciare da quelli più odiosi e recidivi per fare sentire più sicura la gente. Ma occorre anche che dalla scuola parta uno slancio che garantisca la prevenzione attraverso l’educazione.

È invece proprio dalla scuola che arrivano i dati peggiori per il presidente: mentre in generale le denunce sono diminuite del 4, 2% nei primi dieci mesi in rapporto allo scorso anno, quelle raccolte nelle scuole medie e superiori hanno visto un aumento di quasi il 13%. Per la delinquenza comune sono in diminuzione quasi tutte le categorie di delitti ad eccezione di quelli contro le persone. E allora occorre per Chirac aumentare la capacità di prevenire, punire duramente quando è necessario, ma prevenire quanto più è possibile, indicando questa scelta come una "linea guida" del suo governo ed una "priorità" in fatto di sicurezza interna.

Il presidente ha chiesto azioni rapide e decise contro la piccola delinquenza, usando anche mezzi diversi da quelli tradizionali del perseguimento e della carcerazione, oltre che impegno assoluto per impedire la recidiva soprattutto per i crimini sessuali. Nell’occasione ha annunciato la creazione di nuove strutture di accoglienza che non sono né carceri né ospedali psichiatrici dove ospitare ex detenuti seriali ancora potenzialmente pericolosi.

Reati ambientali: al Senato sei ddl per inasprire sanzioni

 

Ansa, 13 novembre 2004

 

Sono sei i disegni di legge, ora all’esame delle commissioni Ambiente e Giustizia del Senato, che si propongono di inserire i reati contro l’ambiente tra quelli regolati dal codice penale. Passa per questi testi di legge l’allineamento della legislazione italiana a quella europea per la protezione dell’ambiente attraverso il diritto penale.

Uno dei ddl, presentato dai Verdi, in particolare, intende introdurre modifiche al Codice penale in materia di tutela dell’ambiente e dei beni culturali intervenendo sul titolo IV in modo da dichiarare punibile con multe ingenti o con la reclusione chiunque illegalmente provochi rumori, vibrazioni, infiltrazioni, smottamenti, ovvero abbandoni rifiuti, effettui estrazioni, escavazioni, sbancamenti e captazione di acque, ovvero emetta radiazioni nocive, o immetta o depositi nell’atmosfera, nel suolo, nel sottosuolo, nelle acque terrestri, marine, lacuali o sotterranee sostanze che possono pregiudicare gravemente l’equilibrio dei sistemi naturali.

Con la sentenza di condanna ha ordinato il ripristino dei luoghi a spese del condannato e la cessazione definitiva dell’attività inquinante. Lo stesso trattamento è previsto per chiunque realizzi depositi o discariche di rifiuti solidi urbani o abbandoni rifiuti speciali, tossici e nocivi o per chi, mediante costruzioni, demolizioni, o in qualsiasi altro modo, distrugge o altera anche in modo temporaneo le bellezze naturali o ambientali o paesaggistiche dei luoghi soggetti alla speciale protezione dell’Autorità.

Un altro ddl presentato dall’opposizione, intende introdurre nel codice penale dopo il Titolo IV un nuovo titolo "Dei delitti contro l’ambiente" e istituire un fondo di rotazione per il ripristino e la bonifica dei siti inquinati, considerando illecito ambientale qualsiasi violazione di legge, di regolamento amministrativo o di una decisione adottata da un’autorità competente, che abbiano finalità di protezione dell’ambiente.

La proposta prevede che chiunque introduce, scarica, emette o immette, in violazione di specifiche disposizioni, nell’aria, nel suolo o nelle acque un quantitativo di sostanze o di radiazioni ionizzanti che provochino il decesso o lesioni gravi alle persone è punito con le reclusione da tre a dieci anni e la multa da euro 25.000 ad euro 100.000. Viene inoltre proposto che siano perseguiti penalmente anche il traffico illecito di rifiuti e la frode in materia ambientale.

Oltre a obbligare i colpevoli al ripristino delle aree e dei beni inquinati, il ddl propone di istituire presso il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio un fondo di rotazione per il ripristino e la bonifica dei siti inquinati dal quale possono essere prelevate le somme necessarie al recupero dei siti inquinati nei casi di impossibilità parziale o totale di applicazione del codice penale. Un altro ddl, presentato da esponenti della maggioranza, si propone di introdurre modifiche al Codice penale in materia di delitti contro l’ambiente e prevede disposizioni specifiche per combattere il fenomeno della criminalità in ambito ambientale: chiunque, in violazione di specifiche disposizioni, introduca nell’ambiente sostanze o radiazioni, in modo da determinare il pericolo di una rilevante alterazione dello stato dell’aria, dell’acqua o del suolo, e punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da ventimila a trentamila euro.

La proposta della maggioranza prevede ammende e pene anche per chi eserciti traffici contro l’ambiente producendo commercializzando o trasportando sostanze dannose o pericolose. Inoltre intende perseguire associazione per delinquere contro l’ambiente e associazioni di tipo mafioso, organizzazioni cioè che traggano profitto da reati contro contro l’ambiente, l’assetto del territorio e le bellezze naturali protette, oppure se le attività economiche, le autorizzazioni, gli appalti ed i servizi pubblici, che l’associazione intende acquisire illecitamente in modo diretto o indiretto, siano destinati alla protezione o al recupero dell’ambiente. Un altro ddl infine oltre a prevedere modifiche al codice penale propone di istituire presso i Tribunali Sezioni specializzate per i reati contro l’ambiente e i poteri da parte dei pubblici ministeri di promuovere azioni per il risarcimento dei danni.

Voghera: Litta Modignani (Radicali) visita Casa Circondariale

 

Ansa, 13 novembre 2004

 

"Educatori? Razza estinta": è sintetizzabile in questa frase pronunziata a mezza bocca da un agente di custodia la fotografia della casa circondariale di via Prati Nuovi, nel quartiere Medassino, scattata dal consigliere regionale radicale Alessandro Litta Modignani, che, in mattinata, ha visitato la struttura penitenziaria.

"La situazione che abbiamo rilevato - ha dichiarato l’esponente radicale - è sicuramente migliore di altre realtà. Il carcere vogherese risulta sovraffollato: ha 240 detenuti (5 in trattamento metadonico, 3 sieropositivi), mentre ne potrebbe ospitare esattamente la metà. Gli agenti di custodia sono 190, compresi quelli addetti ai trasferimenti dei detenuti: la pianta organica ne contempla altri 50/60". "Non ho colto particolari segnali negativi - ha aggiunto Litta Modignani - nel settore sanitario.

I detenuti non mi hanno segnalato problemi per il vitto e, sostanzialmente, possono essere definiti buoni i rapporti tra gli stessi e, da un lato, gli agenti di custodia, dall’altro, i dirigenti della casa circondariale".

Il tema grave, accanto a quello della mancata applicazione della Legge Gozzini, "è un coro unanime, che si leva da tutte le carceri visitate", ha sottolineato l’esponente radicale, è l’assoluta mancanza di educatori, il che porta alla totale assenza di attività di studio o di lavoro. "Problema - ha concluso - che intendiamo risolvere, come avvenuto nel vicino Piemonte, istituendo la figura dell’educatore regionale, che possa sostituirsi a quella dell’educatore ministeriale, azione che intraprenderemo come gruppo consiliare.

Nell’immediato, indirizzeremo a Presidente della Provincia di Pavia e Sindaco di Voghera una precisa richiesta: che vengano dirottate verso il carcere attività di lavoro e di studio che possano coinvolgere i detenuti".

Mesina: ormai quasi certa la concessione della grazia

 

L’Unione Sarda, 13 novembre 2004

 

Manca l’ufficialità, ma Ciampi dovrebbe firmare subito. Natale in casa Mesina sarà probabilmente più allegro del solito. Se tutto va bene, tra i partecipanti al cenone dovrebbe esserci anche Graziano. Che torna a Orgosolo dopo quarant’anni abbondanti di galera.

A voler essere precisi precisi, torna se il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, firma il decreto di concessione della grazia. Il fascicolo è sul suo tavolo dall’altro ieri. Gliel’ha inviato il ministro della Giustizia assieme ad un altro dossier, più voluminoso: quello di Adriano Sofri.

In mancanza di una domanda da parte dell’interessato, il Capo dello Stato aveva chiesto a Castelli la cortesia istituzionale di aprire un’istruttoria sull’ex leader di Lotta Continua, in carcere per l’omicidio del commissario Calabresi. Il ministro ha completato la pratica ribadendo però la sua opinione: no.

Ai giornali ha anzi precisato: "Finché io sarò al governo, il mio parere non cambia". Graziano Mesina è finito suo malgrado in questa vicenda. Non si sa quale giudizio abbia espresso il ministro: favorevole o contrario? Fedele a una riservatezza che sconfina con la reticenza, Castelli non ha voluto precisare: "Non ne so niente", ha detto l’altra sera uscendo da Palazzo Chigi.

Insomma, non ha chiarito cosa pensa della grazia a Mesina. Aver presentato in contemporanea due fascicoli solleva qualche perplessità di ordine politico. Il no a Sofri verrà controbilanciato con un sì a Mesina? Oppure Ciampi pronuncerà in autonomia un doppio sì per dimostrare che lo Stato è clemente anche coi detenuti comuni e non solo con quelli politici?

Nel caso di Graziano, orgolese passato alla storia del crimine degli anni Sessanta e Settanta fino a diventare una specie di leggenda, le cose sono però un po’ complicate. Non si riesce a capire se siamo di fronte a una nuova istanza di grazia o se il ministro abbia avuto un ripensamento dopo aver respinto una prima domanda, in agosto.

L’avvocato Enrico Aimi, che sta seguendo la pratica da oltre un anno, sostiene che ad agosto c’è stato un fraintendimento, che quello espresso dal giudice di sorveglianza di Pavia era un parere, come dire?, provvisorio e comunque non definitivo. Vale la pena, a questo punto, rammentare le due folgoranti righette che il magistrato aveva inviato al carcere di Voghera perché fossero consegnate al detenuto Masina Graziano, cella 5, secondo braccio: per dovere d’ufficio, trasmetto copia lettera del Ministero della Giustizia, con la quale si comunica la risoluzione negativa adottata sull’istanza di grazia avanzata dal nominato in oggetto".

Parole chiarissime. Aimi, penalista che occupa anche un seggio di An al Consiglio regionale dell’Emilia Romagna, insiste sulla sua tesi e ribadisce che c’è stata una catena di incomprensioni. "Tutto qui. Siamo finalmente in dirittura d’arrivo". In agosto aveva incoraggiato il suo cliente con un telegramma-scossa: "Io non mi do per vinto, figuriamoci tu".

Ieri ha praticamente replicato con un altro telegramma: "Avevo ragione a dirti che non bisogna darsi per vinti?" Ovviamente non azzarda pronostici, assicura di non sapere quale sia stato il parere del ministro, tanto meno quali siano i tempi burocratici. "Spero comunque che entro Natale arrivi il gesto di clemenza che Graziano Mesina merita.

Ha scontato interamente la pena. E’ un altro uomo rispetto al bandito che riempiva la cronaca nera". Fatti salvi gli scongiuri e le cautele del caso, pare ottimista anche il direttore del carcere di Voghera. Ieri mattina, dopo una videata sulla prima pagina dell’Unione Sarda, si è in qualche modo congratulato con un detenuto che non ha mai dato noia.

"Finalmente è venuto il tempo di dargli una mano". La bella arietta autunnale che tira dall’altro ieri dovrebbe alleggerire la depressione di Mesina. Ad agosto, nel corso di un’intervista, aveva dato sfogo a tutto il suo sconforto. Parlando di come si affronta una giornata in carcere, aveva risposto con lucido furore: "Un grande aiuto arriva dal lavoro, se te lo danno. Io ho fatto l’imbianchino per undici mesi. Non è che diventi ricco, tre euro all’ora, ma almeno passi il tempo".

Anche con l’ergastolo? "Anche con l’ergastolo, a patto che lo si chiami come deve essere chiamato: condanna a morte". Tutto da rifare, tutto da ripensare adesso. Si tratta semplicemente di aspettare con pazienza. Nessuno è in grado di dire come e quando il presidente della repubblica esaminerà la pratica, ma ci sono buone ragioni per ritenere che entro Natale Mesina potrebbe tornare definitivamente libero. A sessantadue anni, dopo quaranta dietro le sbarre.

Bolzano: obbligava i figli a pregare, 3 anni di carcere

 

Ansa, 13 novembre 2004

 

Tre anni di reclusione. È la pena inflitta dal tribunale di Bolzano a un uomo di 57 anni, Claudio Nalin, accusato di maltrattamenti ai quattro dei suoi sette figli che, tra l’altro, avrebbe costretto con la forza a pregare parecchie ore al giorno in una sorta di cappella allestita in casa.

Nel corso del processo il figlio maggiore, Mariano, di 28 anni, aveva accusato il padre di avere costretto lui e i suoi fratelli a dormire sul nudo pavimento, a vivere a pane ed acqua, a pregare a braccia aperte e passare le giornate senza la televisione. L’uomo si recava spesso a vari pellegrinaggi e finanziava suore e frati.

Caserta: morto di overdose, per familiari responsabili agenti

 

Ansa, 13 novembre 2004

 

I familiari del giovane trovato morto lo scorso 31 ottobre ad Aversa (Caserta), nei pressi della Scuola Agenti Penitenziari non credono al decesso per droga del loro congiunto ed accusano alcuni agenti penitenziari intervenuti sul posto. Ora però rischiano anche una denuncia per procurato allarme perché avrebbero organizzato una manifestazione - chiedendo la partecipazione di alcune scolaresche - annunciata anche con un volantino incriminato trovato affisso all’esterno del liceo scientifico di Capua.

Il decesso del giovane, Domenico Palumbo, 25 anni, sarebbe stato provocato o da una sostanza velenosa ingerita o, ipotesi per la quale propendono gli investigatori, da una overdose di sostanza stupefacente.

Avevano affisso manifestini in alcuni istituti superiori chiedendo che gli studenti si mobilitassero in memoria di un ragazzo "massacrato di botte dalla polizia penitenziaria". Per la manifestazione in piazza Trieste e Trento era stata presentata, da un parente della vittima, una richiesta di autorizzazione. La questura ha negato l’autorizzazione e, ieri mattina, solo i genitori del ragazzo sono scesi in piazza ed hanno deposto dei fiori nel luogo del decesso. Il provvedimento della questura è stato adottato per motivi di ordine pubblico. Il 31 ottobre scorso Domenico Palumbo di 25 anni era morto mentre tre agenti di custodia tentavano di bloccarlo dopo che era finito con l’auto contro l’ingresso della polizia penitenziaria di Aversa.

Palumbo era sotto l’effetto di stupefacenti e alcuni ragazzi presenti in piazza accusarono le guardie di aver percosso il giovane. Successivamente l’autopsia ha escluso il pestaggio e (anche se si attendono i risultati definitivi) indicato in cause naturali dipendenti dalla particolare condizione del ragazzo il suo decesso.

Milano: San Vittore, cavoli in cella e zucchine dell’ergastolano

 

Libero, 13 novembre 2004

 

"Non è come nei film americani. Non c’è una mensa comune. In carcere si mangia in cella, chiusi, con orari da ospedale. Il fornello per riscaldare è a 30 centimetri dallo scarico della turca. I coltelli non esistono. La materia prima è scadente". Così si mangia in galera, ma i detenuti non si scoraggiano. I più fantasiosi inventano ricette succulente con gli ingredienti a disposizione, i più geniali costruiscono con pochi oggetti un forno o un frigorifero e i più fortunati si fanno mandare da fuori qualche prelibatezza. Così nascono banchetti e cene improvvisate.

Tutto è raccontato in un Cd in vendita su internet (www.ildue.it). Ricette, espedienti e storie, un po’ buffe e un po’ tristi, che sono state alla base di qualche nuovo piatto nato lì per lì, per caso. Quindici primi, altrettanti secondi e quattro dolci, più il caffè. Con pochi ingredienti, ad esempio, si possono preparare le zucchine in salsa per l’ergastolano.

"Tagliuzzare le zucchine e l’aglio e farli cuocere con acqua olio e sale, per 20 minuti. Dopo passare nel passaverdura, e mescolare tutto con ricotta salata, prezzemolo e pepe. Scolare i fusilli e condirli con la crema verde". Oppure il cavolfiore nel cellone, chiamato così da un carcerato in ricordo della sua prima cena dietro le sbarre: "Si fa bollire un cavolfiore, quasi a fine cottura si versa la pasta, intatto si prepara un soffritto d’aglio, peperoncino ed acciughe. Si scola la pasta con il cavolfiore e si amalgama con il soffritto".

I primi vengono presentati con grande soddisfazione dello chef: "Portate in tavola e " l’ospite" continuerà a non gradire l’ospitalità penitenziaria ma vi sarà grato per avergliela alleviata". Per secondo si può provare i pomodori alla vigliacca. "Prendete 5 bei pomodori, tagliateli a fette e metteteli in una insalatiera su cui dovrete grattare cinque spicchi d’aglio e tagliare a pezzetti 2 - 3 acciughe salate che ripulite e lavate, insieme ad un cucchiaio da minestra di capperi ed un pizzico abbondante di origano, olio d’oliva e aceto aromatizzato al basilico".

Per dolce il menù galeotto propone E quanto ci costa una torta (nome riferito al fatto che il carcerato- pasticcere è esentato a lavare i numerosissimi piatti in cambio della preparazione del dolce). "Impastate 500 g. di farina, 200 g. di burro, 200 g. di zucchero, 3 uova e mezza bustina di lievito. Dopo di che stendetela su una teglia" con sopra un ripieno di ricotta, zucchero, cioccolato fondente e frutta candita. "Ci starebbe bene anche un goccio di S. Marzano (per chi ce l’ha... noi no!)".

E quando solo ingredienti e fantasia non bastano, si aguzza l’ingegno. Quando in cella manca il forno o il frigorifero, c’è qualche Archimede in erba che sin fa venire un’idea. Il forno "era un armadietto di legno foderato all’interno di carta stagnola, con sotto i tre fornellini infilati in tre buchi". L’invenzione era geniale, ma comportava un piccolo inconveniente.

"Puntualmente ogni volta si incendiava, ma solo dopo aver svolto il proprio dovere". Ricette per passare il tempo e per assaporare piatti più gustosi di quelli forniti dalla direzione. Ma anche per imparare un arte. "Oggi, dopo l’esperienza fatta dietro ai fornelli, in carcere per qualche anno, riesco a cucinare una buona varietà di pietanze e devo ammettere con malcelato orgoglio che ricevo pure molti complimenti".

Padova: ospiti d’eccezione a sfida fra Padova e Vibo Valentia

 

Redattore Sociale, 13 novembre 2004

 

Ospiti d’eccezione, per l’inedita sfida in A-1 fra Padova e Vibo Valentia, nove detenuti aspiranti arbitri Csi, in permesso premio, del carcere Due Palazzi di Padova, che seguiranno dal vivo il match della massima serie ed in particolare la direzione degli arbitri Saltalippi e Medici.

La loro presenza al Palasport San Lazzaro si inserisce all’interno del progetto sociale "Due Palazzi", che l’Edilbasso ha avviato assieme ai volontari dell’associazione Tangram, operante nel carcere di Padova. Il secondo appuntamento dell’iniziativa si terrà nell’istituto penitenziario con coach Dall’Olio ed un giocatore che risponderanno direttamente ai quesiti posti dai detenuti.

Saranno accompagnati dagli educatori del Centro Sportivo Italiano di Padova (che sono i loro insegnanti del corso) e dai volontari dell’associazione Tangram che da anni opera nella realtà del carcere padovano e che ha ideato e organizzato il corso.

Per questa lezione "fuori sede" le due associazioni hanno trovato la pronta ospitalità dell’Edilbasso volley che ha riservato i posti a questi particolari allievi arbitri CSI, per seguire al meglio l’operato degli arbitri Fabrizio Saltalippi e Giuliano Medici, designati a dirigere l’incontro di domenica. Questa esperienza al palasport per un incontro di serie A, è un "evento speciale" del corso per arbitri di pallavolo che da aprile ha impegnato una trentina di detenuti in due sessioni di corsi di 50 ore ciascuna. I primi diplomi sono stati consegnati nel giugno scorso, mentre gli allievi di questa seconda sessione riceveranno l’attestato di arbitro di pallavolo CSI, insieme alla divisa e al fischietto, a dicembre.

Roma: a Regina Coeli si è celebrato l’Iftar…

 

Comunità di Sant’Egidio, 13 novembre 2004

 

Il 12 novembre nel carcere romano di Regina Coeli si è celebrato l’Iftar, interruzione del digiuno di Ramadan. Raccolti insieme nella rotonda dell’antico carcere più di 50 detenuti musulmani hanno pregato guidati dall’Imam della Grande Moschea di Roma. Subito dopo la preghiera il digiuno è stato interrotto, come tradizione, dal latte caldo e datteri.

La festa è poi continuata con la merenda e al suono di musiche arabe, con la compagnia dei giovani del movimento "Genti di Pace" della Comunità di Sant’Egidio.

Il vino "Fuggiasco" trova rifugio nei supermercati Coop

 

Vita, 13 novembre 2004

 

I vini prodotti da una coop sociale del carcere di Velletri saranno distribuiti da Unicoop. Tre etichette niente affatto anonime, prodotti speciali perché rappresentano una storia di recupero sociale riuscita. Sono i vini prodotti dalla cooperativa sociale Lazzaria che opera all’interno della Casa Circondariale di Velletri, alle porte di Roma. Vini che grazie a un accordo in esclusiva, siglato lo scorso anno con la Coop, possono essere acquistati nei super e negli ipermercati Coop del Lazio e da oggi anche all’Ipercoop e al supermercato Coop La Rosa di Livorno (al costo di 5 Euro a bottiglia), ed entro Natale, in tutti i punti vendita Unicoop Tirreno della Toscana.

Il novello Fuggiasco è già distribuito anche nei supermercati Coop di Lombardia, Piemonte, Liguria e Umbria. Frutto di un progetto nato quasi per gioco questi vini sono diventati in soli due anni un esempio di recupero sociale unico nel suo genere in Italia tanto che, per la prima volta, lo Stato ha autorizzato una cantina ad imprimere sull’etichetta il sigillo della Repubblica.

Tre le etichette prodotte, dai nomi evocativi e autoironici, che alludono al particolare contesto in cui sono prodotti: lo Chardonnay in purezza si chiama "Quarto di luna", ad immaginare un cielo notturno visto a riquadri dall’interno di una cella, il Sangiovese biologico "Le sette mandate" e il rosso novello (Merlot – Cabernet) "Fuggiasco".

Bottiglie che racchiudono una storia di redenzione sociale che passa attraverso la Coop partendo da un carcere di media sicurezza in cui al momento lavorano quindici persone, tra detenuti ed ex-detenuti, di età compresa tra i 26 e i 60 anni, divisi tra vigne e cantina interne al carcere, per una produzione annuale di oltre 40.000 bottiglie. I vini del carcere di Velletri si trovano nei ristoranti e nelle enoteche della zona di Velletri e in esclusiva soltanto alla Coop che ha già acquistato più della metà della produzione totale per un giro d’affari di circa 100mila euro.

Roma: il giorno del sacco nero, paura del "dopo carcere"

 

Associazione Papillon, 13 novembre 2004

 

Dobbiamo incontrare A.M. Da tre anni, sta scontando una condanna per bancarotta fraudolenta. Stessa condanna anche per il marito, anche lui in carcere qui a Roma, non lontano dalla moglie. L’appuntamento è al femminile di Rebibbia. Non sappiamo ancora che si tratta dì una signora di 52 anni, che ama molto parlare, che ha una risata comunicativa, che non conosce altre carceri italiane, perché, scendendo dall’aereo a Fiumicino, fu presa e portata a Rebibbia a scontare una pena andata in giudicato. Varchiamo le porte del complesso di Rebibbia in una giornata assolata e il pensiero va subito a quelli che sono dentro ma che non si vedono, mentre si succedono nella mente i tanti numeri che fotografano il dramma che si vive nelle carceri del nostro paese: i numeri del sovraffollamento, del non lavoro, dei tanti detenuti tossicodipendenti. A.M. ci raggiunge in un ufficio e cominciamo a parlare, sotto l’occhio vigile dì una ispettrice. A. M. ha scontato tre anni, ha avuto già permessi, spera presto in un regime di semilibertà, appena entrerà nell’ultima fase della sua detenzione. I suoi pensieri sul carcere non prescindono mai dalla sua personale esperienza di vita, che è stata quella di una imprenditrice che si è trovata nei guai, ma che può ancora contare sull’affetto del marito, con cui è sposata da 38 anni, e su quello dei figli, tre dei quali negli Stati Uniti. È una donna consapevole, quindi, di essere stata fortunata prima, e di poterlo essere ancora dopo quando, uscendo dal carcere, non sarà disperatamente sola come tante altre detenute con le quali divide le sue giornate di reclusa. I primi tempi, in carcere, sono tremendi. C’è voluto un anno e mezzo, perché me ne facessi una ragione. Ricordo gli incoraggiamenti dell’educatore e della psicologa che mi ripetevano: "vedrà, se avrà un buon comportamento potrà ottenere delle cose".

 

Lei è una persona che ama molto parlare, comunicare. Il carcere l’ha cambiata?

Forse, parlo più di prima. Non è solo una questione di carattere. Sento che si ha, qui dentro, un grande bisogno di comunicare con le altre persone. In tutti i modi, ogni giorno, bisogna cercare di inventarsi qualcosa di nuovo, che ci tenga vive. E, in effetti, ci inventiamo di tutto. Io, ad esempio, sono disponibile a lavoretti, al volontariato, frequento tutti i corsi, vado a catechesi, dove incontro la catechista e il sacerdote (non andavo in chiesa da venti anni). Se, invece, rimani sola, ti isoli, allora caschi nella depressione, ti imbruttisci e non riesci nemmeno a trovare le risposte per il giorno che uscirai.

 

Si riesce - la domanda è proprio ad una donna - a curare la propria persona, a volersi bene, tutti i giorni?

Dove sono io, le mie compagne ci tengono a tenersi bene. Se ci chiamano all’ufficio comando, ci cambiamo, ci preoccupiamo del vestito. Chi non può permettersene di nuovi, scambia e ricicla quelli delle altre. È generale l’attenzione alle creme, agli abiti, ai giornali di moda, alle ultime novità. Il carcere e il tempo che passa inutilmente.

All’inizio ti chiudi, non accetti il carcere, non accetti la lontananza dalla famiglia. Poi, diventa una necessità ingannare il tempo. Io, dalle otto, quando ci aprono, alle otto di sera, quando ci chiudono, mi sforzo di avere tutte le mie ore impegnate. È una lotta frenetica incredibile, per riempire la vita. Qui a Rebibbia, noi siamo rinchiuse, ma di fatto le celle sono aperte. Io non riesco a immaginare come si possa vivere nelle altre carceri, dove si rimane sempre chiuse, salvo una sola ora al giorno. Deve essere allucinante. Non so cosa sarebbe successo a me, in quelle condizioni. Probabilmente mi sarei adattata, ma sarei cambiata sicuramente e oggi non sarei stata qui a parlare, a chiacchierare. Purtroppo ci sono carceri che sono galere. Vede, riempire la vita, significa anche riempire lo spazio, la vista. Stamane ero in sartoria e avevo di fronte le sbarre. Mi sono avvicinata e ho cercato dì guardare fuori, senza che la sbarra si frapponesse tra me e l’orizzonte. È stata una visione nuova. Dentro, la vista ti si accorcia. Di fronte ad un orizzonte libero, gli occhi si debbono riabituare.

 

Riesce a trovare un senso al carcere?

Ieri sera, abbiamo fatto una discussione con alcune compagne su questo argomento. In alcuni casi - è la mia idea - il carcere ti può spingere ad una visione diversa della vita, ti può abituare a regole di convivenza. Personalmente, all’inizio, non accettavo di essere rieducata. Non capivo cosa mi potessero insegnare. Più tardi, mi sono resa conto che in tante piccole cose forse era necessario che ripensassi a come ero abituata a comportarmi. In ogni caso, il carcere complica la vita del recluso al momento dell’uscita. Quando esci sei marchiato per sempre. Tutto diventa difficile. Se, allora, il detenuto non si inventa qualcosa, se non ha un familiare che possa aiutarlo a ricominciare una vita normale, ha il terrore di uscire. Dove andrà? Cosa farà? Cosa sarà di lei, o di lui? Molte mie compagne hanno voglia di riprovare a vivere, ma hanno paura di lasciare il carcere. Io, quando uscirò, ritroverò la famiglia da cui non mi sono mai allontanata, anche se ci sono voluti tre anni perché potessi risentire la voce di mio figlio al telefono. Io sono comunque un caso un po’ particolare. Prima del carcere avevo tutto, non c’erano problemi per me. L’uscita quindi non mi spaventa. Io uscirò e sarò forse più umana, perché qui in carcere ho scoperto la povertà, il bisogno.

Lascio il femminile di Rebibbia, esco, seguo il perimetro esterno del carcere, per poi rientrare da un’altra parte. Ci aspetta un detenuto, ancora giovane, che ha già scontato molti anni per un reato grave, di cui non si parlerà mai nel corso dell’incontro. G. coltiva ora la speranza dì andare presto a lavorare fuori, in semilibertà. In carcere, con altri quattro compagni, ha messo in piedi un laboratorio informatico che ha prodotto per diversi enti. L’intenzione è di proseguire su questa strada. G. avrebbe anche un sogno, quello di una casa in affitto, ma sa bene che per ora dovrà arrangiarsi e che, ogni giorno, dovrà uscire dal carcere, andare a lavorare e tornare in carcere, senza avere un altro luogo dove cambiarsi. D’altronde," se uno che esce da Rebibbia chiede una casa, è un macello". G. si esprime con molta schiettezza e le sue affermazioni sono tanto più efficaci quanto più espresse nel suo romanesco. Quando parlo di lavoro, sento che per me è fondamentale. La mia esperienza è legata alla decisione di un volontario, nel mio caso un prete, di portare lavoro in carcere. E assurdo che non sia l’istituzione a muoversi. Senza opportunità di questo genere, che faremmo in carcere dalla mattina alla sera? Viene spontaneo, di fronte a queste parole, porre una domanda sul senso del carcere, se il carcere serva a qualcosa. Così com’è, assolutamente no. Nulla a che vedere con il recupero del soggetto. Non se ne parla proprio. Il carcere, così com’è, serve a far mangiare un sacco di gente (avvocati, agenti, giudici), tutto un apparato che sta intorno al carcere ma che non serve assolutamente a nulla.

 

E il discorso delle regole? E il carcere come luogo di socializzazione?

È una storia che avanti da molto tempo. Se ci sono le regole, debbono valere per tutti. Invece le regole sono per alcuni, per le fasce più svantaggiate. Per gli altri le regole non esistono. G. sì è occupato molto di vita carceraria e, grazie ai contatti con ragazzi che stanno in altre carceri, sa cosa significa trovarsi in situazioni invivibili. Ti viene la pelle d’oca a leggere quello che ti scrivono. Nelle carceri nelle quali ci sono luoghi più aperti, più ben gestiti, il rapporto con gli agenti non crea problemi Ognuno fa la sua parte. Tu non mi vedi, io non ti sento. Ma quando, invece, il detenuto sta 23 ore dentro una cella, basta che sbatta una porta e succede il finimondo. La situazione è esplosiva per il sovraffollamento, per quella invivibilità in generale che c’è nelle carceri in questo momento. Già qui, a Rebibbia, l’estate è dura, figuriamoci in altre strutture. Quando parlo di queste cose, dicono che sono un rompiscatole, ma la realtà è quella che dico io.

Il fatto è che qui, a Rebibbia, parliamo con giornalisti, con scrittori. Qui a Rebibbia vengono a girare film, sceneggiati. Bene o male si viene a sapere cosa capita, quali sono gli umori. In altri posti, nulla. Bisognerebbe fare invece il discorso sui suicidi. Poi c’è la questione stranieri. Per loro la vita è cento volte più difficile che per noi. È la gente che soffre di più. Sono abbandonati a se stessi, senza conoscere una parola d’italiano, senza famiglia, senza possibilità di lavoro.

Tra gli stranieri poi, ultimi tra gli ultimi, isolati dagli altri, i transessuali. Insomma la situazione fa acqua da tutte le parti. C’è solo da dire che ha fatto bene il cambio generazionale tra gli agenti. Quelli giovani hanno studiato, sono svegli, capiscono al volo e, proprio perché giovani, sono capaci di dialogare, meglio delle guardie di 50-60 anni, con i detenuti che hanno, più o meno, la loro stessa età. Ma se il carcere spinge a fare autocritica, a raccontare a se stessi quello che si è, qualcosa dovrebbe rimanere. Si, può funzionare.

Ma poi ti ritrovi fuori come un cane, senza 50 mila lire in saccoccia, con la gente che ti schifa. Dopo due giorni, sei da capo. Tra di noi, spesso abbiamo fatto il discorso del sacco nero. Il sacco nero è quello dell’immondizia, dove metti i tuoi panni e poi esci. Appena fuori, lo metti sulle spalle, ti guardi intorno e non hai niente, nemmeno per mangiare. Tu sei fuori e solo. A meno che non ti sia costruito qualcosa prima: ma non è da tutti. Non c’è una struttura che si occupi dite, che ti prenda. Sei completamente fregato.

Venezia: il Premio S. Martino va alla coop. "Il Cerchio"

 

Vesport.it, 13 novembre 2004

 

Il Basket Femminile Venezia Reyer e il Panathlon International Club di Mestre hanno rinnovato la tradizione che vuole la consegna del Premio S. Martino il Buono ad una associazione o a una persona che si sia fattivamente impegnata nel sociale e nel volontariato.

L’associazione prescelta per il 2004 è la Cooperativa Sociale il Cerchio, costituita a Venezia nel 1997. Questa Associazione svolge la sua azione rivolgendosi particolarmente alle problematiche dei detenuti ed ex detenuti. Può contare 102 soci di cui 92 lavoratori e 10 volontari. Attualmente si occupa della bonifica ambientale dell’arenile di Pellestrina, della manutenzione di edifici scolastici della Provincia, della gestione degli impianti sportivi di Sacca Fisola e di S. Alvise, della gestione dei servizi igienici veneziani, di un grande numero di servizi manutentivi della città. L’istituto femminile può vantare un già prestigioso laboratorio sartoriale, una lavanderia (caso quasi unico in Venezia centro storico), in punti vendita di prodotti ortofrutticoli e di artigianato.

Oltre al premio, la Società Reyer assicurerà un punto vendita degli stessi prodotti artigianali all’ingresso del Palasport Taliercio in occasione delle partite dell’Umana Reyer, prima testa di ponte dell’attività commerciale che il Cerchio, per bocca del suo presidente Gianni Trevisan, intende aprire anche in Terraferma.

Il Premio San Martino il Buono, nato 7 anni fa all’interno del Panathlon di Mestre e per una iniziativa del presidente della Reyer Femminile Giorgio Chinellato e del conduttore televisivo Paolo Levorato, è stato attribuito negli anni a:

1997 Associazione Granello di Senape

1998 Avell

1999 Comitato della Croce

2000 Banca del Tempo Libero

2001 Gruppo ANA di Mestre

2002 Mons. Angelo Centenaro

2003 Mario Colcera

La premiazione avverrà domani in occasione dell’incontro di campionato di Serie A1 tra l’Umana Reyer e La Spezia.

Enna: Progetto Sturzo, nella fattoria arrivano primi tre detenuti

 

Vivi Enna, 13 novembre 2004

 

Con il trasferimento dei primi tre detenuti presso il Fondo rurale storico che fu dei fratelli Mario e Luigi Sturzo, sito in Contrada Russa dei Boschi in Caltagirone, giovedì 18 novembre prende avvio il "Polo di Eccellenza di Promozione Umana e della Solidarietà" dedicato alla redenzione del mondo carcerario.

Dopo la firma della speciale Convenzione con il Dipartimento Nazionale dell’Amministrazione Penitenziaria, avvenuta lo scorso anno, il "Progetto Sturzo" forte di un significativo coinvolgimento sociale entra nel vivo della sua operatività.

Prevede la realizzazione di una "cittadella" destinata al reinserimento sociale dei detenuti in fase finale di pena e delle loro famiglie che - fatto unico in Europa - vivranno insieme ai detenuti presso il Fondo per partecipare ad un programma triennale alternativo alla carcerazione in vista di una piena riabilitazione affettiva, morale, sociale, culturale ed economica.

L’esecuzione del Progetto avverrà in distinte e successive fasi. Entro 5 anni, la "cittadella" potrà ospitare una ventina di detenuti regolarmente retribuiti, i quali saranno coinvolti insieme ad altrettanti operai in stato di libertà in attività produttive nei settori dell’agricoltura e della zootecnia.

Prevista la creazione di laboratori di trasformazione dei prodotti, ambienti di socializzazione e di evangelizzazione, tra cui un museo storico dedicato agli Sturzo e un’Università della Promozione Umana per la formazione scolastica e la specializzazione nel campo del terzo settore, del volontariato sociale, del dialogo interculturale.

Giovedì 18 novembre, alle ore 11.30, l’inaugurazione del progetto presso il Fondo avverrà alla presenza dei Vescovi di Caltagirone Vincenzo Manzella e di Piazza Armerina Michele Pennisi, del presidente della Fondazione Salvatore Martinez e del Direttore generale dell’Amministrazione Penitenziaria Sebastiano Ardita. Testimone speciale dell’evento il Presidente mondiale della Prison Felloship International - la più grande organizzazione nella difesa dei diritti carcerari - Ronald Nikkel. Madrina dell’evento l’attrice Claudia Koll.

Da segnalare, infine, la presentazione dell’Opera che avverrà il giorno precedente presso la Cittadella dell’Oasi di Troina nell’ambito del Forum Intrerculturale promosso dal Consiglio d’Europa, che ospiterà per tre giorni (15-17 novembre) rappresentanti di 48 stati europei ed extra europei. Il Progetto Sturzo, infatti, si inscrive nell’ambito del più grande progetto denominato "Città aperte nel mondo" che da Troina va diffondendosi nei cinque continenti come "primo quartiere aperto" dedicato ai carcerati.

 

 

Precedente Home Su Successiva