Inchiesta nelle scuole di Treviso

 

 Il 27% degli studenti di Treviso favorevole alla pena di morte

 

Redattore sociale, 5 maggio 2004

 

Si è concluso ieri con il convegno "Voci di fuori, voci di dentro" il progetto "Educare alla cittadinanza", promosso dal Laboratorio scuola e volontariato del Centro di servizio per il volontariato di Treviso, in collaborazione con l'Istituto penale minorile e il Centro servizi amministrativi.

Il progetto, partito lo scorso autunno, si è articolato in un vero e proprio percorso di confronto sui temi della devianza e della legalità, della libertà e della necessità di regole tra ragazzi detenuti e studenti, che ha coinvolto, oltre ai minori in carcere, sette istituti superiori della provincia per un totale di oltre 200 alunni.

Educatori del carcere e insegnanti hanno elaborato insieme un questionario, che è stato poi proposto agli studenti e ai detenuti con l’obiettivo di capire quali comportamenti essi ritengono leciti o illeciti, quali punibili e con quali pene. I ragazzi del minorile invece sono stati intervistati sugli stessi temi, attraverso colloqui personali.

I dati, particolarmente interessanti, sono riferiti naturalmente ad un campione limitato di studenti ma appaiono rappresentativi di una più diffusa percezione: il 27% dei ragazzi si dichiara favorevole all’introduzione della pena di morte (i contrari sono il 57%, gli incerti il 17%), il 67% è favorevole al carcere a vita, in generale le sofferenze e le privazioni inflitte ai carcerati vengono considerate "giuste" mentre si registra una certa diffidenza verso possibili pene alternative alla detenzione in carcere, che è percepito dai ragazzi come un luogo necessario di espiazione più che di rieducazione.

Per quanto riguarda la percezione della gravità dei comportamenti devianti, vengono considerati particolarmente gravi i reati contro la persona, mentre sono sottostimati i reati contro la collettività (dall’abuso edilizio al lavoro nero, dall’evasione fiscale all’esportazione di capitali all’estero) e lo spaccio di droghe.

Come hanno reagito i detenuti dell’Istituto penale minorile trevigiano (l’unico del Veneto) di fronte alle stesse tematiche? Da parte loro, per lo più stranieri, è difficile giudicare i propri comportamenti come vere è proprie violazioni di una legge penale, così come percepire il carcere come rischio concreto del loro agire deviante. Infrangere la legge, per loro, è la conseguenza naturale di una condizione di povertà materiale alla quali si sentono condannati, di un inserimento nel mondo del lavoro particolarmente difficile, di un percorso di regolarizzazione della propria posizione irto di ostacoli.

E’ significativa la loro reazione emotiva di fronte a temi come l’ergastolo ("una misura che non permette di dimostrare il proprio cambiamento") e la pena di morte ("una barbarie che uno stato civile non può permettersi di adottare, se non a prezzo di una assimilazione con chi commette il reato"). A conclusione del convegno, studenti e detenuti hanno avuto l’opportunità di trascorrere un pomeriggio di festa insieme, naturalmente dentro le mura del carcere: un’ulteriore possibilità di riflessione e confronto diretto tra le diverse esperienze.

 

 

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