Rassegna stampa 29 luglio

 

Busto Arsizio: dominicano s’impicca 3 giorni dopo l’arresto

 

Varese News, 29 luglio 2004

 

È un corriere della droga della Repubblica Dominicana, il detenuto che si è tolto la vita ieri sera nel carcere di Busto Arsizio. L’uomo è stato trovato rinvenuto cadavere nella sua cella appeso sembra ad un lenzuolo. Il Pm di Busto Arsizio Polizzi ha predisposto una indagine e, per domani, l’autopsia sul cadavere. L’uomo era stato arrestato il 24 luglio scorso. Uno dei tanti corrieri di droga che atterrano a Malpensa carichi di merce da piazzare sul mercato italiano.

Il domenicano ne aveva dappertutto: nel sottofondo del trolley, nelle suole delle scarpe, negli steak deodorante e i classici ovuli in pancia per un totale di circa tre chili di cocaina. Bloccato dalla Polaria, l’uomo era stato condotto in ospedale a Gallarate per l’evacuazione e poi al carcere di Busto. Ancora ignote le motivazioni del gesto: forse la prospettiva della pena, che in casi del genere, può arrivare anche a 5 anni di reclusione. Il corriere era pero incensurato in Italia e avrebbe potuto godere di attenuanti, in caso di collaborazione. Più probabile allo stato delle cose, una crisi depressiva di chi, forse ha tentato, il viaggio della fortuna e gli è andata male.

Livorno: ancora nessuna risposta per Francesco Pazienza

 

Ansa, 29 luglio 2004

 

Francesco Pazienza, condannato per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna e la bancarotta del Banco Ambrosiano, aveva deciso lo sciopero della fame nel carcere di Livorno, dove si trova rinchiuso, per rendere note "le gravi violazioni subite" a suo parere nel corso della detenzione e chiedere "la declassificazione" dall’Eiv, il regime penitenziario ad alta vigilanza al quale è sottoposto da oltre quattro anni.

"È necessario un morto per avere una risposta?", afferma il difensore Avv. Renato Borzone, sottolineando che l’Eiv (elevato indice di vigilanza) è stato applicato a Pazienza "pur in costanza di un comportamento carcerario che gli organi competenti definiscono, ormai da anni, inappuntabile".

Il difensore rivolge pertanto un appello al mondo politico e dell’informazione di fronte a quello che definisce "lo sconcertante comportamento del Ministero, ancora silente". "Pazienza sta semplicemente chiedendo di ottenere, come suo diritto, una decisione su una sua richiesta, decisione che tarda da ormai un mese e mezzo - sottolinea l’avv. Borzone -.

La curiosa circostanza è che con l’applicazione di questo regime detentivo non accede ai benefici carcerari, benché la legge non lo preveda. Oltre un mese fa - spiega il legale - gli è stato negato dal magistrato di sorveglianza il primo permesso premio che ha chiesto dopo molti anni".

Pazienza è in carcere dal ‘95, anno in cui è diventata definitiva la condanna a 10 anni per il depistaggio delle indagini sulla strage del 1980 alla stazione di Bologna.

Vicenza: l’indultino non si perde per una denuncia

 

Il Gazzettino, 29 luglio 2004

 

Non basta una denuncia a far revocare il cosiddetto "indultino", ma occorre una sentenza di condanna non inferiore a sei mesi. La misura era scritta chiaramente nell’articolo 2 della legge 207/2003, ma finora era rimasta lettera morta perché il Tribunale di sorveglianza aveva interpretato la norma in senso molto restrittivo. A far cambiare idea al collegio è stata la caparbietà dell’avvocato Marco Zanchi, che ha ricordato come non vi sia alcun automatismo di revoca della sospensione dell’esecuzione della pena.

Il caso in questione è quello di una persona già condannata per una serie di furti compiuti in passato, che come molti altri lo scorso anno aveva beneficiato dell’indultino risparmiando gli ultimi 24 mesi di carcere. Qualche mese fa M.B. (queste le sue iniziali) era stato denunciato per il tentato furto di una motocicletta a Jesolo, in circostanze che non sono state ancora chiarite. Per il legale, la partita è tutta da giocare perché a suo dire esisterebbero evidenti contraddizioni nella versione della persona che aveva sporto la denuncia e il fatto in sé, come testimoniato anche da una terza persona.

"Questo, comunque, sarà appurato in un’aula giudiziaria - ha osservato Zanchi - ciò che invece non poteva essere lasciato correre è la negazione della presunzione di non colpevolezza, garantita dalla Costituzione. Se la legge che ha previsto l’indultino prevede la revoca solo in caso di condanna, non vedo perché il mio cliente sia finito nuovamente in carcere pur avendo solamente una denuncia a suo carico e niente altro. Il problema - continua Zanchi - è più importante di quanto sembri perché ci sono decine e decine di detenuti che avevano usufruito dell’indultino che poi sono tornati in carcere solo perché erano stati denunciati. Finora il Tribunale di sorveglianza era stato molto determinato nel difendere questa impostazione, ma ora questo cambio di orientamento crea anche un precedente giurisprudenziale".

È utile a questo punto ricordare che il Governo aveva promosso la scorsa estate un disegno di legge che sospendeva l’esecuzione della parte finale della pena detentiva. In base a questo provvedimento, tutti i detenuti per reati non gravi con meno di due anni di pena residua potevano chiedere e ottenere la sospensione e quindi uscire dal carcere purché osservassero certe prescrizioni e non fossero condannati nei cinque anni successivi a una pena di almeno sei mesi. Questo è il cosiddetto "indultino" che avrebbe dovuto svuotare le carceri da persone che ormai avevano scontato quasi tutta la pena e che avevano qualche speranza di reintroduzione nella società.

Molti di questi beneficiari, però, si sono successivamente macchiati degli stessi reati per i quali avevano subito la condanna ed erano tornati a scontare la pena una volta che il Tribunale riceveva la comunicazione della denuncia dalla Questura. In realtà, come ha dimostrato l’ordinanza di martedì, non esistono automatismi di questo genere e il beneficiario dell’indultino non deve tornare in carcere. Almeno fino a quando non sarà nuovamente condannato.

Civiltà di una nazione si misura dal trattamento dei detenuti

(Detti e contraddetti, di Matteo Perrini)

 

Giornale di Brescia, 29 luglio 2004

 

Il 16 giugno 2004 il Manifesto ha pubblicato la seguente lettera: "I detenuti della prima sezione del carcere di Nuoro segnalano che la struttura di questo istituto è vecchia, decadente, obsoleta e all’interno regna l’anarchia totale. Il gabinetto è scoperto ed è angoscioso essere costretti a espletare i bisogni corporali sotto gli occhi dei compagni che occupano la stessa cella. Come si fa in una situazione simile a preservare quel briciolo di dignità che ci rimane?

La nostra sezione ha tre piani, ma per distribuire il vitto c’è un solo carrello, che viene trasportato a mano attraverso le rampe delle scale. È facile immaginare i disagi che ne derivano: sono relativamente fortunati i detenuti del piano da cui si comincia la distribuzione del vitto. Ai carcerati che arrivano dal continente è difficile poter ricevere visite ed è quindi molto importante per loro l’arrivo di un pacco postale dai propri cari; ma se viene consegnato a distanza di settimane, ciò che vi è di commestibile si deteriora e va buttato".

La grande forza di questa lettera sta nella capacità di raccontare due o tre fatti essenziali, senza perdersi in chiacchiere inconcludenti. Ci chiediamo quanti altri detenuti vivono nella situazione di vergognosa incuria che caratterizza la prima sezione del carcere di Nuoro? Nel 1944, esattamente sessant’anni fa, mi recavo spesso a visitare in carcere, a Ginosa, in provincia di Taranto, una persona cara imprigionata per reati annonari. Da quel che vedo, dopo tanto tempo, nel nostro Paese poco è cambiato per i nostri carcerati. Ed è un disonore per tutti. Nessuno escluso.

Livorno: caso Lonzi, il 31 luglio opposizione all’archiviazione

 

Il Tirreno, 29 luglio 2004

 

Verranno depositati entro il 31 luglio nella cancelleria del Gip i motivi a sostegno dell’opposizione avverso la richiesta di archiviazione del p.m. Roberto Pennisi. Nessun dubbio sulla causa del decesso: Marcello Lonzi è stato picchiato a lungo e con inaudita violenza con manganellate infertegli a partire dal collo fino alle ginocchia. Il dolore e la sofferenza che ne è seguita hanno provocato l’arresto cardio-circolatorio, sicché hanno ben pensato di simulare la disgrazia della caduta sbattendolo violentemente, già morto, con la testa verosimilmente dentro le sbarre della propria cella. Una lunga agonia ha preceduto la morte, a queste conclusioni è giunto il difensore avvocato Vittorio Trupiano che le illustrerà dettagliatamente nei motivi d’opposizione.

Trupiano ha pure stigmatizzato come il p.m. abbia chiesto l’archiviazione pure dell’ipotesi di reato dell’omissione di soccorso e pur in presenza di un "vuoto" di tempo davvero ingiustificabile.

Giustizia e delitti, le scuole per studiare da criminologo

 

Italia Oggi, 29 luglio 2004

 

Studiare da criminologo, occuparsi di delitti, di metodologie e tecnologie, di condizioni o motivazioni che portano al crimine, lo si può fare da poliziotto, avvocato, giudice, educatore, medico, psicologo e finanche da chimico. Il criminologo non solo viene chiamato per scoprire la capacità criminale di un individuo o accertare la sua colpevolezza, ma anche l’idoneità o meno alla carcerazione. E il suo giudizio potrebbe rivelarsi decisivo.

In Italia 500 mila persone, ovvero l’1% della popolazione, ogni anno passano attraverso il sistema della giustizia penale. Di questi, 200 mila passano indenni e non vanno a finire nemmeno in carcere, ma molti devono comunque sopportare processi che durano anche cinque o sei anni.

Altri 200 mila entrano direttamente in carcere e solo la metà riesce poi a uscire e a entrare nel circuito extracarcerario. Il rimanente, gli altri 100 mila, non fanno mai ingresso in un istituto penitenziario, ma vanno direttamente a finire in quel sistema fatto di arresti domiciliari, affidamenti ai servizi sociali, lavoro e residenza in comunità (fonte: ministero della giustizia).

I motivi di questi percorsi alternativi sono diversi, sociali, civili e umanitari, ma potrebbero rivelarsi utili anche dal mero punto di vista economico. Un detenuto infatti costa dai 100 ai 150 euro al giorno al contribuente, per cui "il carcere dovrebbe in ogni caso rappresentare" a detta di Quatranna, dirigente della polizia di stato, "l’ultima ratio, perché non potrà mai essere l’unica risposta a ogni tipo di trasgressione".

E in questo contesto si inserisce appunto l’attività del criminologo, di chi si specializza nella materia criminale e finisce per diventare operatore nell’ambito della sicurezza e dell’investigazione, nell’ambito giudiziario e nel settore penitenziario, nell’ambito dei servizi sociali di prevenzione e reinserimento. "Il nostro lavoro non finisce con la condanna dell’imputato" spiega a Italia Oggi Francesco Bruno, noto criminologo e psichiatra dell’università La Sapienza di Roma, "perché ci occupiamo anche dell’assistenza al condannato e di fornire continui giudizi sul suo grado di pericolosità. La criminologia studia i fenomeni criminali sia dal punto di vista sociale che individuale, sia teorico che sperimentale, senza tralasciare l’aspetto penale. Il criminologo, per esempio, si occupa anche di come funzioni il sistema penale inteso a tutti i livelli e analizza perfino la psicologia dei giudici".

Studiare da criminologo, occuparsi di delitti, di metodologie e tecnologie, di condizioni o motivazioni che portano al crimine, lo si può fare da poliziotto, avvocato, giudice, educatore, medico, psicologo e finanche da chimico.

Lo si può fare al fianco degli investigatori delle forze dell’ordine, al fianco di agenti dell’Interpol perché la materia è diventata sempre più internazionale, diventando quindi operativi nella ricerca di un colpevole. E poi lo si può fare al fianco del tribunale o di uno studio legale, nel valutare la presunta colpevolezza di una persona arrestata o indagata, o naturalmente la sua innocenza. Quindi la materia è vasta e naturalmente delicata.

La prima cosa da fare, dopo la laurea, è seguire un corso di specializzazione, un master o uno stage presso gli istituti più rinomati e le università. Per entrare nel Ris di Parma, nei corpi scelti della polizia o dei carabinieri, servirebbe anche un percorso di leva tradizionale e la richiesta di ferma in uno di questi corpi, a fronte sempre di un curriculum di studi idoneo, soprattutto tecnico.

Per fare qualche esempio sulle possibilità e nondimeno sulla differenziazione delle competenze, l’università di Napoli affronta il tema delle scienze socio-penitenziarie, mentre l’Ateneo di Torino dà una valenza più ampia e più tecnologica al suo corso di specializzazione.

C’è l’università di Castellanza che insegna la criminologia forense, per imparare a ricostruire l’evento delittuoso nella sua dinamica e nei suoi moventi, utilizzando i risultati delle indagini di polizia e le deposizioni di testimoni ed indagati, unendo i saperi delle scienze bio-mediche, psicologiche e giuridiche con le nuove tecnologie. E c’è chi, come l’Istituto Icaa (International crime analysis association), organizza corsi brevi e stage mirati a una specifica questione di criminologia applicata.

 

Criminologia e internet

 

Di questi tempi, il crimine di cui tutti parlano è quello che avviene attraverso Internet. Nella rete vengano infatti cercati, scovati e catturati non solo hacker, ma anche rapinatori informatici e soprattutto pedofili.

Marco Strano, ricercatore presso l’Istituto di psichiatria e psicologia dell’università Cattolica di Roma e research manager di un team di criminologi, psicologi, avvocati e giuristi, dice: "Su Internet si trovano forme criminali emergenti che crediamo si svilupperanno ulteriormente nei prossimi anni. L’aggancio avviene soprattutto nelle chat e, per quanto riguarda i pedofili, utilizziamo strumenti psicologici specifici che fanno scattare l’interazione tra noi e loro. Per esempio forniamo una bambina virtuale, discutiamo di tematiche sessuali e chiediamo l’incontro, ma non è detto che poi si possa arrestare il presunto colpevole mancando la prova del crimine, sempre difficile da verificare. Anche se le nostre tecniche si sono affinate, siamo comunque lontanissimi dal modello americano. Il nostro stesso percorso formativo è confuso e occorrerebbe una riforma organica per renderci maggiormente utili alle forze dell’ordine. I criminologi, a tutt’oggi, non hanno ancora il potere che gli competerebbe nelle indagini e nelle azioni successive alla cattura di un criminale. Andrebbe fatto qualcosa e al più presto".

"In Italia la figura del criminologo si è affermata solo recentemente", spiega Bruno. "Su 50 criminologi attivi in tutta Italia, l’80% è medico. Non esiste un ordine dei criminologi, ma la Società italiana di criminologia che li raccoglie. Cerchiamo di conoscere e capire sia le vittime che gli autori degli atti delittuosi, di prevedere lo sviluppo di certe forme di delinquenza e le reazioni della società. Ma non possiamo mai trascurare l’aspetto giuridico del nostro lavoro, studiando come si producono le leggi penali, se funzionano o no. Cerchiamo di prevedere, ma solo raramente le previsioni sono matematiche. Molto spesso sono psicologiche".

Le opportunità di lavoro che vanno a coincidere con una realtà professionale del genere sono quasi esclusivamente legate alle università. Docenti e professori vengono chiamati dai tribunali per svolgere le consulenze richieste, mentre le attività di investigazione privata sono quasi nulle, visto come è strutturato il nostro processo penale, a differenza di quanto avviene in quasi tutto il resto d’Europa, dove la figura del criminologo è più affermata e nondimeno considerata. Ma oggi, anche in Italia, il sistema sta via via cambiando e le opportunità aumenteranno di conseguenza.

Milano: i papà di San Vittore si raccontano ai figli

 

Corriere della Sera, 29 luglio 2004

 

"Vi offro la mia resa, per ora. Nessuna delle vostre galline verrà azzannata, nessuna pecorella sbranata; ma voi, umani, mi dovete qualcosa. Lasciatemi il cielo stellato da guardare in silenzio e in solitudine, la montagna su cui correre veloce, un orizzonte da ammirare e un ululato da gridare nella notte per incutervi quel sano timore di sapere che né io né voi siamo padroni del mondo".

Finisce così il racconto di Luca Negri, detenuto nel carcere di San Vittore: mi arrendo - sembra dire -, ma non toglietemi tutto. Una richiesta cui risponde l’audio-libro "Il lupo racconta", in cui è finita non solo la sua storia, in versione scritta e recitata, ma anche quelle di altri dieci abitanti de La Nave, reparto a trattamento avanzato per ex tossicodipendenti e alcolisti gestito dalla Asl di Milano.

Un volume dal significato particolare, pensato per i figli dei detenuti, che non a caso esce oggi, alla vigilia della Festa del Papà, e sarà acquistabile, oltre che tramite il sito Internet www.lacuravalelapena.it, al Museo della Scienza e della Tecnologia, dove si inaugura domani uno spazio destinato ai bambini in visita a San Vittore.

 

Colloqui difficili

 

"Sono anni che lavoro in carcere - afferma Emilia Patruno, ideatrice del progetto - e mi capita spesso che i detenuti mi mostrino con orgoglio le fotografie dei figli. Ma so anche che per loro il momento dell’incontro è doloroso: c’è molta vergogna ed è difficile trovare qualcosa di cui parlare, perché in galera non c’è nulla da fare. Ho pensato che una favola potesse rappresentare un buon inizio per un dialogo".

 

Dalle ricette al cd rom

 

La giornalista dal 1999 è impegnata nella direzione del net magazine www.ildue.it, tra le iniziative che hanno fatto della casa circondariale milanese un esempio di carcere aperto, attento non solo alla custodia ma anche al recupero e alla riabilitazione. Negli ultimi anni da San Vittore è uscito di tutto: dal glossario dei galeotti "I pugni nel muro" al cdrom di ricette "Avanzi di galera", passando per le t-shirt confezionate nel laboratorio di sartoria. E ad aprile sarà pubblicato "Kriminal mouse", gioco-libro prodotto in collaborazione con la facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Università Milano-Bicocca.

 

Scuola di scrittura

 

Ora l’attenzione è concentrata su "Il lupo racconta", alla cui realizzazione ha partecipato Francesco D’Adamo, autore di romanzi per ragazzi, nelle vesti di insegnante di scrittura: "Ho aiutato i detenuti a esprimersi, a trovare le parole per comunicare quello che sentivano dentro. Inizialmente ero intimorito dal contesto, ma poi ho trovato molto entusiasmo, una gran voglia di riflettere sulla propria vita tramite la narrazione. Il risultato non sono delle semplici schegge autobiografiche, ma dei veri e propri racconti sviluppati attorno a un nucleo di verità".

 

A notte fonda

 

La più grande soddisfazione, però, è dei detenuti: "Era tarda notte quando ho iniziato a scrivere - ricorda Fulvio -. Nella mia testa era come se stessi vedendo un film che piano piano si svolgeva, era come se mi fossi calato in un mondo fantastico". "Quando scrivevo - spiega Felice - provavo una forte emozione e una grande gioia perché era tutto dedicato ai miei due bambini. L’aspetto più difficile del rapporto con i figli è la perdita di quel filo conduttore che ti permette di essere padre, la possibilità di dire le cose giuste al momento giusto. Questo progetto ci aiuterà a essere noi stessi con chi ci viene a trovare, allevierà lo stress e la fatica degli incontri".

"Ho rivissuto il mio passato con fatica - ammette Giuseppe -, ma avendo due figli l’ho fatto volentieri, per dare un messaggio concreto". "Quest’esperienza - dichiara Gabriele - mi ha fatto ricordare che ho delle capacità. Il punto fermo rimane uno: "Se mi aiuti posso farcela anch’io".

Nisida: teatro dall’Ipm "Al fronte di un sogno, un viaggio..."

 

Il Mattino, 29 luglio 2004

 

Al Fronte di un sogno un viaggio è il titolo dello spettacolo teatral-musicale che si tiene il 29 luglio 2004 al Parco Virgiliano di Napoli. Torna, infatti, per la settima edizione, Mezzanotte nei Parchi, la manifestazione organizzata dal Comune di Napoli che rende i parchi cittadini e periferici luoghi in cui si alternano e si susseguono spettacoli musicali e di cabaret. Lo spettacolo, che vede protagonisti i giovani ospiti della struttura penale di Nisida, apre la rassegna del Parco Virgiliano.

Al Fronte di un sogno un viaggio è già andato in scena lo scorso 14 luglio nel teatro dell’istituto di Nisida. Protagonisti gli ospiti della struttura, i docenti di Arteteca (che hanno tenuto i corsi di formazione teatrale e musicale durante l’anno) e alcuni allievi professionisti provenienti sia dall’Icra Project di Michele Monetta che dai corsi di musica tenuti da Maria Gabriella Marino. Nonostante la rappresentazione sia il frutto dei corsi tenutisi, non è un "saggio" ma uno spettacolo vero e proprio, occasione, per la struttura di Nisida, per presentarsi al pubblico sotto una luce differente.

Per i suoi ospiti è l’opportunità di mostrarsi alle famiglie, agli amici e alle istituzioni come attori e cantanti, interagendo, fino quasi a confondersi, con agli altri giovani che hanno scelto questa come loro professione. "Abbiamo voluto coinvolgere gli allievi professionisti - spiega la coordinatrice dei corsi di formazione di teatro e musica, Maria Gabriella Marino, di Arteteca - per creare un’occasione di confronto tra coetanei che hanno intrapreso percorsi di vita differenti. Una presenza esterna, quando non è vissuta come "invasione", aggiunge valore al lavoro e apre la mente dei nostri ospiti, sottolineando loro, anche, quanto sia importante la perseveranza per raggiungere gli obiettivi che ci si è prefissi. In tutto lo spettacolo - aggiunge - il teatro e la musica si legheranno a doppio filo, proprio per rispettare la filosofia di Arteteca".

Lo spettacolo si compone di varie azioni, unite dal tema unico della guerra e della pace. "In realtà si mettono in scena suggestioni, sogni. Spiega il regista, Pasquale Napoletano: forse perché quando si è in guerra si sogna la pace, insieme a tante altre cose più o meno personali o importanti. Si sogna per andare avanti". I testi dello spettacolo, scaturito dalla collaborazione tra i vari laboratori e dal lavoro comune degli operatori, sono nati all’interno dei laboratori, altri sono rielaborazioni di classici (come "L’opera da tre soldi" di Brecht) messe a punto da Luana Martucci, Olga Cera, Laura Amalfi, Pasquale Napolitano (laboratorio di teatro), altri sono stati scritti da Galo Cadena (laboratorio di musica e teatro). Viene inoltre rappresentata la poesia di Salvatore, uno dei ragazzi di Nisida: la lettera a un caro amico prematuramente scomparso che è ancora un sogno: immaginarlo in un bel giardino.

La ricerca di un copione, lo sforzo interpretativo e di memoria aiutano i ragazzi ad affrancarsi dalla loro condizione, li fa emozionare per il loro stesso lavoro. "Tutto ciò li aiuta a liberare la mente – sottolinea Mariano Caiano, responsabile del laboratorio di percussioni - ma anche le loro anime, che per una sera voleranno oltre le mura di Nisida, lo scoglio di Coroglio e il mare del Golfo". "Lavorare con loro è un’esperienza forte, un confronto continuo, - aggiunge Galo Cadena - Sono esigenti, hanno energie in esubero, voglia di fare e di fare le cose per bene. Non si accontentano di passare il tempo, vogliono imparare e lo dimostreranno sul palco la sera dello spettacolo".

 

 

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