Rassegna stampa 26 luglio

 

Il carcere? Strumento nocivo e superato, di Luigi Manconi

 

Vita, 26 luglio 2004

 

Non vi è alcuna domanda sociale di tutela dei detenuti. Ma siamo di fronte a una tragedia immane. Quando si sente quella che rischia di essere una formula retorica, anche atroce ma pur sempre retorica, come "discarica sociale", ancora non si ha un’idea di cosa il carcere contenga di dolore e orrore: e proprio perché quel termine - discarica - resta un elemento di un paesaggio angosciante, ma comunque conosciuto e quasi familiare.

Dopo di che si scopre che in questo universo chiuso, che è il carcere, la frequenza dei suicidi è fra 17 e 19 volte maggiore di quella oltre le sbarre. E questo ti dà immediatamente la sensazione di avvicinarti a una realtà in agonia, perché la presenza della morte è così incombente. Una tragedia immane di cui si fatica a parlare, dando per scontato che quello sia un mondo a parte, con una sua epidemiologia separata, ma poco interessante: estrema ma lontana.

All’origine di tale situazione c’è una concezione profondamente errata della pena, la cui prima ed essenziale funzione dovrebbe essere quella di impedire la reiterazione del reato. Tutto il resto è largamente superfluo, perché inutile o perché dannoso. Compresa quella categoria di cui tanto ci si riempie la bocca, la rieducazione: ovvero l’emancipazione dal male commesso. Emancipazione che riguarda una dimensione tutta individuale e intima e che non dovrebbe interessare la sfera pubblica.

Poiché, però, questa prospettiva "essenzialista" (impedire la reiterazione del reato), non è condivisa né dai legislatori, né dai cittadini, né dalla gran parte degli operatori carcerari, la sola idea di pena applicabile, e persino immaginabile, sembra essere la detenzione in una cella chiusa: e, lì dentro, come meravigliarsi se ci si ammazza 17/19 volte più di quanto si faccia fuori?

Si tratta di una tendenza strutturale, ma non irreparabile. Oltre la metà dei suicidi avviene nei primi sei mesi (quasi il 20% nei primi 7 giorni). Anche il più ottuso degli operatori, anche il più tetragono dei ministri della giustizia destinerebbe a quella finestra temporale che va da 0 a 12 mesi, energie, risorse, tutele, assistenza psicologica, sociale, materiale e sanitaria. Anni fa fu istituita la struttura detta "Presidio nuovi giunti": dopo molti tentativi, non sono ancora riuscito a ottenere una mappa delle attività di questo presidio nell’insieme delle carceri italiane.

Certo è che non c’è alcuna domanda sociale di tutela dei detenuti. Il detenuto, dal momento che è un soggetto privo di autonomia nell’arena pubblica, è abbandonato. Forse un grande scandalo sulle condizioni disumane in cui vive la popolazione detenuta potrebbe far scattare la scintilla: ma già la cifra dei suicidi, di per sé, dovrebbe essere sufficiente.

Ma così non è. Resto convinto che il carcere nei sistemi democratici sia uno strumento largamente superato. Avrei difficoltà a ritenerlo necessario per una quota superiore al 10% dei circa 60mila detenuti. Alternative? Sul modello dei Paesi del Nord Europa, ma anche degli Usa dove il sistema penale, tuttavia, può essere davvero feroce, si potrebbe pensare a un ventaglio molto più ampio, flessibile, di forme di sanzione non concentrazionaria.

Napoli: detenuto malato "fatto morire come una bestia"

 

Giornale di Calabria, 26 luglio 2004

 

"Nonostante varie richieste, tutte puntualmente rigettate, non gli hanno concesso, viste le sue gravissime condizioni, né gli arresti domiciliari né, paradossalmente, gli arresti ospedalieri. L’hanno fatto morire come una bestia dentro la sua cella, ora pretendiamo sia fatta giustizia".

A parlare così, con rabbia e con la ferma convinzione di voler fare, a tutti i costi, "chiarezza e giustizia" sono i familiari di Francesco Racco, 58 anni, di Siderno, morto nei giorni scorsi per le gravi condizioni di salute nel carcere napoletano di Secondigliano dove era detenuto.

Francesco Racco si trovava in carcere per espiare una pena a dieci anni di reclusione, divenuta definitiva, inflittagli dalla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria perché riconosciuto colpevole di associazione mafiosa e di associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga.

L’uomo era stato coinvolto nell’ambito dell’operazione "Bluff" condotta dalla Polizia di Stato nel febbraio del 2000 contro il presunti affiliati alla cosca Commisso di Siderno alla quale, secondo l’accusa, Racco era legato. Racco, ha sostenuto il suo legale, l’avv. Antonio Speziale di Locri, che sul decesso del suo assistito ha presentato una denuncia alla Procura della Repubblica di Napoli, era affetto da "una patologia renale con gravi implicazioni cardiologiche, per le quali era costretto a sottoporsi a sedute di dialisi trisettimanali".

"Quanto accaduto - ha sostenuto l’avv. Speziale - è di una gravità inaudita posto che con la definitività della sentenza, nell’aprile scorso, Racco, dopo una breve permanenza nel carcere di Locri, è stato tradotto nella casa circondariale di Secondigliano che, in quanto Centro clinico, avrebbe dovuto garantire al condannato tutte le cure necessarie.

A Racco, paradossalmente è stata riconosciuta la gravità delle patologie, ma, contraddittoriamente, si continuava a sostenere la compatibilità, insieme ad altri detenuti comuni, con lo status carcerario normale tant’è che le diverse istanze volte ad ottenere misure restrittive alternative, viste le sempre peggiori condizioni di salute di Racco, sono state tutte rigettate da parte dell’Ufficio di Sorveglianza di Napoli".

Secondo quanto riferito dal legale, al momento della morte Racco pesava appena 39 chili. Anche il trasferimento nell’ospedale Cardarelli di Napoli, deciso dalla Direzione del carcere quando le condizioni dell’uomo hanno subito un ulteriore peggioramento, è risultato vano e Racco è giunto cadavere nel nosocomio. A giudizio di Speziale, la vicenda di Francesco Racco altro non è che "l’odissea di un condannato a morte a conferma che a volte lo Stato esige che i debiti verso la giustizia si paghino con la vita".

Verona: rischio tubercolosi, esami ospedalieri per 740 detenuti

 

Il Manifesto, 26 luglio 2004

 

La scoperta, nella Casa Circondariale di Verona - Montorio, di un caso di tubercolosi allo stadio infettivo in un detenuto veronese, e di due casi "dubbi", ha scoperchiato il calderone di una situazione al limite della sopravvivenza. Una delle tante, probabilmente, visto il sovraffollamento, in costante aumento, che affligge le patrie galere.

Una delle tante che sarebbe di nuovo passata sotto silenzio se Paola Vacca, magistrato del tribunale scaligero, non avesse notato un inspiegabile aumento delle richieste di accompagnamento di detenuti presso le strutture ospedaliere cittadine, e non ne avesse chiesto conto ai dirigenti sanitari del carcere. La risposta del medico responsabile, Gabriella Trenchi, ha sconvolto qualsiasi previsione: 740 dei 750 detenuti stipati a Montorio (dieci hanno rifiutato) sono stati portati in ospedale per essere sottoposti alle radiografie dopo che quella che, in gergo carcerario, viene chiamata la Mantù (correttamente Mantoux) aveva evidenziato che 268 di loro erano entrati in contatto con il bacillo di Koch, responsabile della tubercolosi.

Mentre gli uffici del Gip si premuravano di informare i colleghi della magistratura di sorveglianza e del tribunale, nonché l’Ordine degli avvocati, che ha provveduto ad avvisare i propri iscritti, qualche notizia è trapelata anche dal carcere. Merito della visita compiuta ieri da due esponenti del Prc, la deputata Tiziana Valpiana e il consigliere comunale Fiorenzo Fasoli, che hanno confermato la gravità delle condizioni in cui versano i detenuti e le detenute di Montorio: "In carcere - denunciano i due esponenti politici - c’è un tale sovraffollamento che dalle 14 alle 19 cessa completamente l’erogazione dell’acqua, perché l’impianto esistente non regge.

Inoltre i turni di lavoro dei detenuti addetti alla pulizia (gli "scopini", ndr) sono stati ridotti, per carenza di fondi, da 6 ore a un’ora e mezza, con la prospettiva di ridurre ulteriormente a turni di mezzora". Il risultato è, oltre evidentemente al luridume che si accumula nelle sezioni, l’assoluta mancanza di garanzie igienico-sanitarie, a fronte di una situazione definita "drammatica, sia per i detenuti che per gli agenti di polizia penitenziaria, costretti a turni e straordinari massacranti con la prospettiva di non essere neanche pagati, perché oltrepassano il monte-ore consentito".

Una popolazione carceraria di oltre 750 persone, con il 60% di detenuti stranieri, 665 i detenuti, 63 le detenute, 29 i semiliberi (detenuti che lavorano all’esterno ma dormono in carcere), per una capienza regolamentare di 250 persone e una capienza tollerabile di 500. Un carcere pensato per i terroristi, quindi una struttura di massima sicurezza tutta cancelli e cemento, costruito negli anni `80 - è una delle "carceri d’oro", massimi costi e minima qualità - e inaugurato solo nel 1993, dove le celle sarebbero per un detenuto e invece ce ne stanno tre, con l’incubo di diventare quattro: "La Costituzione - dicono Valpiana e Fasoli - parla di carcere che rieduca e recupera ma ormai non serve neanche per contenere. Il sospetto è che il ministro Castelli e in generale il governo, con il forte taglio delle spese anche per le carceri, vogliano esasperare la situazione per cominciare a privatizzare davvero. Ormai dentro si vive in condizioni insostenibili, mancano anche i medicinali".

Un’evoluzione, quella verso il privato, che già si vede nei progetti di costruzione di nuove carceri ma che potrebbe interessare anche i servizi: "In Francia - dice Claudio Sarzotti, che ha curato il Rapporto 2004 dell’osservatorio di Antigone, che uscirà prossimamente da Carocci - alcuni servizi privatizzati funzionano. La domanda è: quale privato si metterebbe sulle spalle la gestione di una situazione al collasso come quella italiana?".

Busto Arsizio: dirigente sanitaria denuncia direttrice per mobbing

 

Varese News, 26 luglio 2004

 

Denuncia per mobbing nei confronti della direttrice del carcere di Busto Arsizio. E’ stata presentata venerdì mattina dall’avvocato Francesca Cramis per conto della sua assistita, la dottoressa Cosima Bruzzese, dirigente sanitario dell’istituto di pena. L’azione legale da parte del medico, dimessosi dal suo incarico giovedì scorso, mette il sigillo alla settimana di passione del comparto penale di Busto.

Una settimana cominciata con la visita dei consiglieri regionali Martina e Litta Modigliani, sfociata nella denuncia - dagli stessi presentata sabato mattina presso il Tribunale di Busto - per le presunte irregolarità e per l’ipotizzato scarso rispetto verso i detenuti da parte della direttrice Caterina Ciampoli. Dal canto suo il massimo dirigente del penitenziario aveva dichiarato a Varese News la propria estraneità ai fatti contestati, preannunciando una querela nei confronti dei due consiglieri regionali.

Ma che le cose si stessero complicando era già evidente da giovedì quando sono cominciate a circolare le voci delle dimissioni della Bruzzese. Una convivenza non facile tra loro. Una delle accuse avanzate dai due politici verteva proprio sulle supposte ingerenze da parte della direttrice nella attività sanitaria dell’istituto, fino al punto di negare visite specialistiche ai detenuti.

L’argomento peraltro era supportato da due precedenti esposti presentati dal medico contro la Ciampoli: il primo per "negata autorizzazione a prestazioni sanitarie"; il secondo per violazione della privacy.

"La direttrice - spiega l’avvocato Cranis - avrebbe più volte aperto la corrispondenza privata tra i detenuti e il dirigente sanitario". Precedenti che hanno contribuito ad aumentare la temperatura del disagio, sfociato appunto nelle dimissioni di qualche giorno fa.

"La mia cliente è stata costretta a dimettersi - continua il legale - per la persistenza di un clima minaccioso nei suoi confronti". Su queste presupposti Cosima Bruzzese, che ha preso servizio a Busto il 2 gennaio 2004, ha deciso di compiere il passo più impegnativo, una denuncia per mobbing. Non ha voluto rilasciare dichiarazioni il medico, se non un "Non ce la facevo più" che lascia trasparire il peso di una insostenibile tensione.

Nel frattempo il penitenziario è stato oggetto di una ispezione da parte del Provveditorato regionale: "Segno - commenta il consigliere di Rifondazione Martina - che le autorità competenti stanno valutando attentamente la nostra denuncia. Il nostro obiettivo sono, a questo punto, le dimissioni della direttrice".

Livorno: caso Lonzi, se necessario ricorso a "legittimo sospetto"

 

La Nazione, 26 luglio 2004

 

Maria Ciuffi, madre del detenuto livornese Marcello Lonzi morto nel carcere di Livorno l’anno scorso, avrebbe rischiato di essere investita vicino alla sua abitazione nella zona di San Giusto. Nei giorni scorsi, infatti, la donna ha presentato una querela nei confronti di una persona da identificare. "Nei giorni scorsi — ha dichiarato la donna — sono stata sottoposta anche a prolungati pedinamenti".

Frattanto, l’avvocato Trupiano, il legale che assiste Maria Ciuffi, ha rilevato che nel fascicolo sulla morte di Marcello Lonzi, "ci sono almeno una ventina di fotografie, che la difesa non aveva mai visto, nelle quali si vede il corpo del giovane con ferite profonde e del tutto incompatibili con l’ipotesi della morte accidentale procurata dall’infarto e dalla conseguente caduta".

Trupiano ha inoltre manifestato l’intenzione di far trasferire gli atti del procedimento a un’altra procura "affinché si faccia piena luce sulla morte di Marcello. "Se il Gip rimetterà gli atti al Pubblico Ministero e chiederà un supplemento di indagine invocheremo il legittimo sospetto per poter trasferire l’indagine altrove.

Non credo che la Procura di Livorno voglia fare chiarezza sulla morte di Lonzi". "Mi aspettavo - conclude il legale - che una città di forti tradizioni democratiche come Livorno facesse di tutto per chiarire una vicenda come questa".

Napoli: in Ipm Nisida nasce biblioteca per ragazzi "Elsa Morante"

 

Il Mattino, 26 luglio 2004

 

A Nisida nasce la biblioteca "Elsa Morante Ragazzi". L’Associazione Culturale "Premio Elsa Morante – Onlus" fonda questa nuova sezione all’interno della biblioteca "Dumas" del carcere minorile di Nisida. L’Associazione doterà la Biblioteca di libri di letteratura contemporanea per ragazzi incrementando questo fondo anche con volumi in lingua, in particolare arabo e albanese. "Per i giovani, soprattutto per quelli che vivono disagi, la letteratura sarà matrice di stimoli ed interessi nuovi. È importante per gli adolescenti avere la possibilità di leggere libri per migliorarsi, per nutrire la propria anima a volte stordita da esperienze di vita troppo difficili" spiega il dottor Guida, Direttore dell’Istituto Penitenziario di Nisida.

"Si tratta di un’operazione molto morantiana - sottolinea il Presidente dell’Associazione Culturale Premio Elsa Morante, Tjuna Notarbartolo - la scrittrice romana ha sempre avuto molta attenzione per i giovani, soprattutto quelli difficili, alcuni dei quali lasciano tracce indelebili nelle pagine dei suoi romanzi.

Del resto con questi giovani problematici aveva avuto molti contatti fin da piccolissima visto che il padre era istitutore in un carcere minorile. Mettere a disposizione di questi ragazzi testi che li possano interessare vuol dire nutrirli di esperienze positive e dar loro la possibilità di affacciarsi ad un altro tipo di finestre spalancate sul mondo".

 

 

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