Rassegna stampa 6 dicembre

 

Criminalità: Castelli, i cittadini vogliono un giro di vite...

 

Agi, 6 dicembre 2004

 

Alle misure contro la criminalità "bisogna dare un giro di vite, non per crudeltà o perché siamo forcaioli ma perché i cittadini vogliono percepire più sicurezza". Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, interviene a "Radio Padania Libera" e rassicura sul fatto che il governo è impegnato a fondo su questo fronte. "Da tre anni - lamenta - sono massacrato dalla sinistra, dai giornali benpensanti e da certi ambienti cattolici perché non concedo indultini o amnistie, ma non si può da un lato accusarci di essere aguzzini e dall’altro invocare sicurezza nelle strade".

Castelli ricorda quindi come alcune persone vengano arrestate anche 7-8 volte in un anno per poi uscire dal carcere e per quanto riguarda i minori, "c’è chi viene arrestato anche 25-26 volte in 12 mesi. Lasciamo perdere però i minori - aggiunge - ci stiamo occupando anche di questo problema ma la situazione è diversa". Interventi servono invece per i maggiorenni recidivi.

Castelli difende poi anche la legge Bossi-Fini che consente il rimpatrio degli extracomunitari condannati. "La popolazione carceraria - dice - che oggi è di 55 mila unità, tende a salire di 2 mila unità l’anno. Non riusciremmo a costruire penitenziari con questo ritmo.

Visto che un terzo dei detenuti sono cittadini extracomunitari, è stato quindi giusto decidere di rimandarli a casa loro se non hanno commesso reati molto gravi. Da un lato non è diminuita la sicurezza, dall’altro si tiene sotto controllo la popolazione carceraria che ora è stabile". Oltre 2.300 persone (circa 200 al mese), "sono già state mandate a casa. Se nelle carceri non ci fossero 18-20 mila extracomunitari, la situazione sarebbe molto migliore".

Venezia: il professor Wladimiro Dorigo e il sindaco Costa...

 

Il Gazzettino, 6 dicembre 2004

 

Il professor Wladimiro Dorigo è compassato e serissimo, di fianco al sindaco di Venezia Paolo Costa, che lo ha ospitato ieri a Cà Farsetti. Non emette sentenze, pesa le parole, come sempre ha fatto in questi giorni, anche nell’appello al presidente della Repubblica. Sa che per la salvezza di suo figlio Paolo, minato da uno sciopero della fame di 70 giorni che ha ridotto a 56 chili un uomo di un metro e 80 d’altezza, non può e non deve irritare i palazzi, quegli stessi centri del potere che da cinque anni ignorano una chiara ed elementare richiesta della Corte europea per i Diritti dell’Uomo. Che impone all’Italia di adeguarsi, perché il processo per cui Paolo Dorigo è stato condannato non è stato un "giusto processo". Eppure il professore ha voluto mettere in chiaro di essere "colpito, sorpreso e commosso" per l’attenzione che l’opinione pubblica ha nei confronti del caso di Paolo.

Cioè di un detenuto che ha scontato quasi tutta la pena (11 anni su 13), comminata in misura pesantissima per un attentato contro la recinzione della base d’Aviano, per la quale si era sempre dichiarato innocente, e che per ottenere esami medici, sempre negati, ha scelto strade estreme. L’ultima iniziativa parte da un gruppo di personalità di eccellenza, che si sono dichiarate "testimoni" di questa battaglia di giustizia.

Ci sono il premio Nobel Josè Saramago, Claudio Abbado, Enzo Biagi, Mario Luzi, e poi, tra gli altri, Massimo Cacciari, Ermanno Olmi, Leopoldo Elia, Vittorio Gregotti, Luca Ronconi, Andrea Zanzotto. "Siamo testimoni vigili del diritto di Paolo Dorigo alla salute e a un giusto processo, secondo quanto sanciscono la costituzione italiana e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ricordando che la corte di Strasburgo ha sentenziato nel ‘99 la necessità di ricelebrare in questo caso un nuovo processo".

Il sindaco Costa ha assicurato che la pratica è sul tavolo del Quirinale e del ministro di Grazia e Giustizia, che ha promesso una risposta. Intanto è stata fissata il 20 dicembre l’udienza al tribunale di sorveglianza di Perugia per esaminare l’istanza di differimento della pena.

Decalogo per Pianosa, di Ruggero Barbetti

(Commissario straordinario Parco Nazionale Arcipelago Toscano)

 

Elba Oggi, 6 dicembre 2004

 

Dieci presupposti per un Parco protagonista del recupero ambientale dell’isola di Pianosa. A metterli nero su bianco e farceli pervenire è Ruggero Barbetti, commissario straordinario del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano. Si parla infatti da un po’ di tempo di riportare un certo numero di detenuti in quella che in passato è stata una delle isole carcere italiane...

Facendo seguito alla riunione del 2 dicembre presso la Prefettura di Livorno e riguardante il recupero ambientale di Pianosa, si ribadiscono le seguenti riflessioni in merito all’utilizzo di soggetti in esecuzione di pena detentiva o sottoposti a misure, con l’obiettivo di porre il Parco come protagonista attivo e fulcro del progetto di recupero dell’Isola di Pianosa:

1) la presenza di detenuti sull’Isola di Pianosa dovrà riguardare solo quelli definiti "a bassa pericolosità" e il loro numero oltre che concordato non potrà che essere contenuto. Tale presenza e le attività che verranno messe in atto non dovranno entrare in contrasto o porre limiti di qualsiasi natura, né alle funzioni del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e delle Forze dell’Ordine delegate alla sorveglianza delle aree protette a terra e a mare; né al libero accesso all’isola di Pianosa secondo le forme già autorizzate dal Parco; né alla continuazione del turismo contingentato permesso dal Parco ed a tutte le attività ad esso collegate; né alle attività scientifiche, di ricerca e didattiche autorizzate dal Parco. Inoltre, le attività dei detenuti e dell’Amministrazione Carceraria non potranno limitare ed entrare in concorrenza con le attività pubbliche e private presenti e già autorizzate dal Parco.

2) La presenza dei detenuti non dovrà comportare nessun impedimento per le attività ed i progetti di fruizione turistica del mare e per le attività scientifiche e di ricerca in ambiente marino autorizzati dal Parco Nazionale.

3) La presenza di detenuti non dovrà diventare l’occasione per ricostituire su Pianosa un nucleo stabile di abitanti legati alle attività carcerarie, compresi i familiari del personale di sorveglianza, ed il personale di supporto ai detenuti dovrebbe essere limitato solamente a quello di sorveglianza ed amministrativo.

4) Le attività di recupero ambientale dei detenuti dovranno essere concordate con il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e da questi autorizzate.

5) Si dovrà concordare con il Parco Nazionale, e ridotto al minimo indispensabile, il traffico di veicoli a motore, anche per non causare disturbo alla fauna.

6) Visto il delicatissimo ambiente dell’isola e la presenza di numerosi endemismi vegetali protetti dalle normative europee, nazionali e regionali, di specie animali di grande interesse e rarità incluse nelle varie "liste rosse" di protezione e che l’isola, oltre ad essere totalmente compresa nel Parco Nazionale, è totalmente inserita in Sic, Zps e Sir per la sua importante funzione di sosta per i flussi migratori dell’avifauna, ogni lavoro che comporti un intervento sull’ambiente (ripristino ambientale, sentieristica, forme di agricoltura) dovrà essere concordato ed autorizzato dal Parco Nazionale e dovrà svolgersi sotto la sorveglianza del Corpo Forestale dello Stato e/o del personale del Parco.

7) Si ritiene che l’attività dei detenuti debba in primo luogo rivolgersi alla bonifica dei siti inquinati e dei rifiuti eredità della precedente attività carceraria, così come individuati dall’Arpat nello "studio tecnico e ambientale sul territorio dell’Isola di Pianosa" commissionato da questo Ente Parco ed alla realizzazione e ripristino di fognature, depurazione e reti idriche e dei servizi indispensabili a consentire una costante presenza umana sull’isola nel pieno rispetto dell’ambiente di Pianosa e ad impedire nuovi sprechi di risorse ed inquinamenti.

8) Eventuali interventi di ripristino dell’attività agricola e di formazione professionale ad essi collegati, dovranno essere concordati con questo Ente Parco, svolgersi nei terreni individuati come zona "C" nel Piano del Parco e non interessare le aree dell’isola dove è in corso una marcata rinaturalizzazione o quelle più vicino alle zone di nidificazione dell’avifauna marina. Si ricorda inoltre che questo Parco Nazionale ha aderito all’iniziativa "Ogm free" per evitare l’introduzione in agricoltura di Organismi Geneticamente Modificati.

9) Solo dopo una valutazione dell’impatto di eventuali attività zootecniche sull’ambiente, si potrà consentire eventualmente una concordata reintroduzione di animali da allevamento, con particolare attenzione alle specie zootecniche toscane considerate a rischio.

10) Gli eventuali interventi di restauro di edifici dovranno essere conformi alle "Norme tecniche di attuazione per la ristrutturazione e per la riqualificazione ecocompatibile degli immobili nell’isola di Pianosa", approvate dal Parco Nazionale nel 2001, e volti essenzialmente al restauro e al recupero dell’esistente. Inoltre questa dovrà essere l’occasione per la bonifica di macerie presenti, tetti in eternit e per la demolizione di manufatti e superfetazioni che stanno pericolosamente degradando.

Si rappresenta inoltre che questo Ente Parco è oltremodo interessato ad utilizzare soggetti in esecuzione di pena detentiva, o sottoposti a misure alternative, anche all’Isola d’Elba per la pulizia ed il ritiro dei rifiuti delle banchine stradali (dentro e fuori l’area protetta), per la manutenzione dei punti sosta realizzati dal Parco Nazionale e per altri interventi di bonifica ambientale da concordare.

Roma: 70 mila in corteo contro la legge Bossi-Fini

 

La Provincia Pavese, 6 dicembre 2004

 

No alla violenza, sì ad un mondo fatto di tante razze, di persone uguali anche se di culture diverse. Con questo slogan è iniziato e si è anche concluso pacificamente il corteo dei migranti nella capitale. Sono arrivati a Roma in 70mila, secondo gli organizzatori, per dire no alla legge Bossi-Fini, alle "leggi razziste" in materia di immigrazione, alle restrizioni nei rapporti di lavoro. Molte le adesioni alla manifestazione: Prc, Verdi, Fiom-Cgil, Arci, Emergency, Sincobas, Rdb.

"Siamo qui perché vanno superati i diritti di cittadinanza per arrivare ai diritti universali uguali per tutti, indipendente dal posto dove una persona è nata", afferma il parlamentare europeo Vittorio Agnoletto. Gli organizzatori della manifestazione chiedono al governo di Berlusconi di chiudere i centri di permanenza temporanea perché peggiori delle stesse carceri dove almeno i detenuti mantengono i loro diritti.

"La chiusura dei Cpt sarà il primo atto se vinceremo nel 2006 da fare - dice Paolo Cento dei Verdi - dobbiamo cancellare questa vergogna che purtroppo fu pensata dalla legge Turco-Napolitano i cui contenuti sono stati degradati dal governo Berlusconi". Stessa cosa per la Bossi-Fini che va necessariamente abrogata "perché è una legge razzista, xenofoba e basata sull’esclusione sociale", aggiunge Gianfranco Pagliarulo, senatore dei comunisti italiani.

Senza dimenticare che "oggi metà della forza lavoro nel settore metalmeccanico, soprattutto nel nord-est - aggiunge Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom - è fatta di migranti: chi dice no ai migranti dice una cosa ingiusta e falsa. Oggi nella economia del nostro Paese, ma anche di tutti gli altri Paesi industrializzati, la forza lavoro fatta di migranti è insostituibile".

Il corteo dei migranti, che saranno ricevuti lunedì al Viminale, ha portato avanti una richiesta esplicita: "permesso di soggiorno, un diritto per tutti" e un no a tutte le guerre perché "non c’è la guerra giusta - dice un volantino del "comitato 4 dicembre" - ma c’è solo la guerra come distruzione e come morte".

Così, da piazza della Repubblica fino piazza Venezia dove, sulle note di "Peace and Love" di Bob Marley, si è chiuso il corteo e ci si è dati appuntamento al 18 dicembre, di nuovo tutti a Roma accanto alle tre confederazioni sindacali, Cgil, Cisl e Uil, per chiedere il diritto al lavoro, il diritto al voto, i diritti di cittadinanza attiva per porre fine alla piaga del lavoro precario, quando non "nero" e di ogni discriminazione razziale.

Ma già domani, una delegazione dei 1.200 immigrati di colore del Ghana e della Sierra Leone sarà ricevuta al Viminale per sollecitare, dopo tanti mesi, l’asilo politico. Ed il Pontefice ha deciso di dedicare al tema dell’integrazione culturale il suo messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2005, fissata per il 16 gennaio del prossimo anno.

Cagliari: sciopero della fame per i detenuti malati…

 

L’Unione Sarda, 6 dicembre 2004

 

Sciopero della fame in solidarietà dei carcerati di Buoncammino, e un sit-in permanente fino a quando non arriveranno risposte concrete da parte delle autorità regionali alle condizioni di disagio nel carcere cagliaritano.

Inizia oggi alle 9, davanti al carcere, la protesta di un gruppo di dieci studenti universitari della facoltà di Scienze Politiche, di un sociologo e del presidente nazionale detenuti non violenti, Evelino Loi, che si asterranno dal cibo per rivendicare una condizione umana per i carcerati.

"All’interno di Buoncammino c’è un degrado assoluto: vivibilità ridotta delle celle, insufficienza degli spazi di socialità, una struttura obsoleta e fatiscente, assenza di manutenzione, precarietà delle condizioni igieniche": questi i capi d’accusa, elencati da Roberto Loddo, uno degli studenti che parteciperà allo sciopero della fame, e componente del comitato 5 novembre, che insieme alle associazioni Detenuti non violenti, Oltre le sbarre, Carovana sarda della pace e Auser, hanno organizzato la forma di protesta.

Dai dati del ministero della Giustizia, il carcere cagliaritano ha una capienza di 353 detenuti: "Ne sono presenti 405, con un tasso di tossicodipendenza del 30 per cento ? evidenzia Loddo ? Inoltre 32 sono sieropositivi, 149 soffrono di patologie psichiatriche e i casi di epatite B e C sono 161".

Per questo le richieste avanzate dalle associazioni sono chiare: "Chiediamo che i detenuti malati, con pene minime, possano ricevere assistenza sanitaria, all’esterno delle mura del carcere, in edifici appositi", spiega Evelino Loi.

Gli altri cavalli di battaglia dei manifestanti sono l’istruzione e le pene alternative. "Si deve introdurre nuovamente nelle carceri la divisione tra scuola elementare e media, oltre alla possibilità di studiare anche per le superiori o per l’università - prosegue il presidente nazionale detenuti non violenti -. Chiediamo anche che i detenuti con pene da scontare brevi vengano ospitati in case di accoglienza, nelle comunità o nelle strutture di risocializzazione, passo necessario per il reinserimento nella società e per una condizione di vita migliore per il detenuto".

Per questo lo sciopero continuerà fino a ottenere risposte dalla Regione (dal presidente Soru e dalla commissione regionale per i diritti umani) e dal prefetto.

Arborea: casa accoglienza, senza elettricità da 2 anni…

 

L’Unione Sarda, 6 dicembre 2004

 

Esattamente due anni fa veniva inaugurata ad Arborea la casa di accoglienza "Nostra Signora di Bonacatu" per il recupero sociale dei detenuti. Una prigione all’area aperta in cui si finisce di scontare la pena lavorando nei campi. All’inaugurazione furono tanti i politici e le istituzioni, con in testa il ministro della Giustizia Roberto Castelli e le autorità che fecero a gara per tagliare il tradizionale nastro.

A due anni dall’inaugurazione rimangono solo il sudore dei detenuti nei campi e la caparbietà di don Giovanni Usai, anima di questo progetto. Alcune strutture della casa-fattoria aspettano ancora di essere completate, ma la cooperativa agricola, sui cui ruota il progetto di don Usai, va avanti spedita.

In questa stagione i ragazzi ospiti nella fattoria stanno per concludere la loro pena: hanno seminato, lavorato e messo in vendita tre ettari di lattuga verde, due ettari di meloni, uno e mezzo di angurie, uno di cavolfiori, uno di carote. Il tutto commercializzato nello stand del mercato di Oristano e nei supermercati della Sardegna. La novità della cooperativa "Il Samaritano" è la produzione di prato: se ne è lavorato circa tre ettari, andati subito a ruba. Con il lavoro, la cooperativa è riuscita a portare nelle casse sociali circa duecentomila euro, cifra che permette non solo la gestione dell’azienda agricola, ma anche di poter dare ai detenuti lavoratori una busta paga.

"Quando entrano qui diventano soci a tutti gli effetti di una cooperativa no profit, e sono in grado di autosostenersi onestamente pagando, dalla busta paga mensile, vitto e alloggio", spiega don Giovanni Usai, fra una pausa e l’altra del lavoro nei campi. "Così la pena viene scontata in maniera utile al detenuto e alla società: sicuramente il modo più concreto di applicare il principio costituzionale della rieducazione".

La casa di accoglienza Nostra Signora di Bonacatu è stata la prima di questo tipo in Sardegna, seguita dalla struttura di don Ettore Cannavera che ospita, però, principalmente giovani sino a 25 anni :"Ce ne vorrebbero tante di queste case lavoro", racconta don Giovanni, "perché è soprattutto con il lavoro che si può ridare un senso alla vita dei detenuti, spesso sempre più abbruttiti dall’ozio del carcere".

L’idea della riabilitazione tra i campi venne a don Giovanni esattamente dieci anni fa, nel 1994, quando, svolgendo il compito di cappellano nel carcere di Isili, si rese conto che i detenuti non avevano alcun punto di riferimento: spesso l’ozio li vinceva, avvilendo il loro corpo e impoverendo la loro anima: "Sono sempre più numerosi i detenuti che chiedono di poter essere ammessi alle pene alternative, ma purtroppo le strutture per accoglierli sono davvero troppo poche", sottolinea don Giovanni.

Alla casa fattoria di Nostra Signora di Bonacatu non ci sono solo detenuti che devono scontare pene alternative, ma anche tanti ex che con il lavoro cercano di reinserirsi nella società. Il legame affettivo con la casa fattoria si fa subito forte e duraturo: "Quei pochi che sono scappati sono stati quasi sempre extracomunitari, impauriti di essere rimpatriati subito dopo aver scontato la pena".

La casa fattoria va avanti, ma sono tanti i progetti ancora non realizzati per mancanza di finanziamenti dagli enti pubblici: un piccolo stabilimento per la trasformazione delle orticole, un valido centro di condizionamento e una struttura per l’allevamento di pernici. Problemi anche per avere una linea elettrica propria: Don Giovanni lancia a questo proposito un appello: "È da tre anni che aspettiamo che l’Enel ci colleghi ad una valida linea, visto che utilizziamo ancora quella vecchia di un privato".

Parma: detenuti in permesso trovano un nuovo tetto

 

Gazzetta di Parma, 6 dicembre 2004

 

L’Associazione volontari carcerari per ricominciare con la collaborazione di Ali - Associazione accoglienza per le libertà - ha inaugurato, in viale dei Mercati 14, una casa d’accoglienza per carcerati in permesso premio. Emilia Agostini Zaccomer, presidentessa dell’Associazione volontari carcerari per ricominciare, spiega come è nato questo progetto: " Noi crediamo fermamente che ogni uomo, ogni cittadino debba avere la possibilità di essere aiutato.

Per questo, dal 1991 la nostra associazione si occupa di dare sostegno ai carcerati. Molti detenuti, soprattutto quelli in condizioni economiche disagiate, restano isolati perché le famiglie non hanno la possibilità economica di venire a Parma per i colloqui. Già da qualche anno abbiamo ottenuto dai benedettini in comodato gratuito una casa d’accoglienza, in borgo Pipa 5, dove i famigliari dei detenuti sono ospitati gratuitamente. Un altro diritto dei detenuti è quello di usufruire, rispettando i tempi e le modalità legislative, dei permessi premio.

Per fare ciò, tuttavia, essi devono restare in città e dire dove intendono andare. Non avendo famigliari o conoscenti a Parma molti detenuti sono così costretti a restare in carcere, perdendo un’importante occasione ricreativa. Per fare fronte a questa situazione abbiamo pensato di creare questa casa d’accoglienza che si occupa di ospitare i detenuti che, ottenuto il permesso, non sono in grado di indicare una struttura esterna di riferimento.

La casa può accogliere fino a tre detenuti contemporaneamente. A turno, noi volontari ci preoccupiamo di tenere aperto l’appartamento e di accogliere gli ospiti. In questo appartamento i detenuti possono anche ricongiungersi coi famigliari".

"Il nostro lavoro è molto difficile - ha continuato la Zaccomer - , la città tende ad accantonare il problema delle carceri. Spesso ci si scorda che le carceri non sono fatte di mura ma di uomini con gli stessi diritti umani di chi vive fuori. Per portare avanti il nostro lavoro abbiamo bisogno di risorse umane, di volontari, di amici e di sostenitori. Anche le risorse economiche sono necessarie. La casa d’accoglienza è finanziata, oltre che dagli stessi volontari, dalla Fondazione Cassa di Risparmio. Il ministero alle Politiche sociali ha approvato il nostro progetto ma deve ancora far prevenire il suo contributo".

L’associazione Ali accompagna i carcerati e si occupa del loro reinserimento in società una volta finita la pena. All’inaugurazione sono inoltre intervenuti alcuni cappellani del carcere, don Matteo Visioli, che ha benedetto l’appartamento, don Celso, Tiziana Mozzoni, assessore provinciale alla Sanità e ai Servizi sociali e Adriana Gelmini, rappresentante di Cittadinanza attiva e Tribunale per i diritti del malato. Marcella Saccani, vice presidente della fondazione Cariparma, aggiunge: "Credo si debba rilanciare una discussione sul carcere. Non dobbiamo considerare il carcere come una realtà distante da noi e dalla nostra città. I volontari che lavorano con i detenuti sanno quale enorme potenziale sia nascosto negli istituti penitenziari. Quello che ci auguriamo è che la società se ne accorga e si attivi per valorizzarlo. L’Associazione volontari carcerari per ricominciare sta già facendo un grande lavoro, noi come fondazione Cariparma speriamo di poterla sostenere".

Spagna e Italia: il carcere-tortura senza l’amore…

 

L’Unione Sarda, 6 dicembre 2004

 

Negli ultimi anni da latitante, la mia paura non è mai stata la prigione, né la polizia, o l’Interpol, e neanche quella di essere riconosciuto, catturato o ucciso. Temevo di rimanere di nuovo solo, senza una donna da amare, da cui farmi amare. Sono stato in un carcere spagnolo (Soto del Real) a Madrid: oltre 1800 persone che non soffrivano affatto di sovraffollamento. Sino a trent’anni fa, la Spagna era una dittatura, eppure il sistema penitenziario spagnolo è più avanzato di quello italiano. Ma è di una innovazione in particolare che voglio parlarvi: quella che permette ai detenuti di mantenere vivo il rapporto di coppia attraverso il cosiddetto "colloquio intimo".

In Spagna questi colloqui avvenivano una volta al mese. C’era la possibilità di un ulteriore colloquio trimestrale, concesso in base al comportamento, anche se in altre carceri del Paese le visite intime avvengono regolarmente ogni 15 giorni. Il tutto all’interno del penitenziario, gestito e controllato da appena due funzionari, i quali consideravano normale che una moglie o fidanzata visitasse il proprio compagno per avere qualche ora d’intimità.

Sta di fatto che l’ambiente era tranquillo, erano pochi i detenuti che facevano uso di tranquillanti o sedativi per alleviare lo stress. Qualcuno ha detto: il sesso non è tutto. Ma senza sesso io penso che la vita non sia niente. Non capisco come possano i nostri legislatori far finta di niente di fronte al grave problema che affligge la popolazione carceraria italiana. Non parlo di sovraffollamento, liberazione anticipata, o indultini con doppio filo. Non pretendo di essere messo in libertà se ho commesso un reato. Ma penso che la forma più atroce di castigo sia l’astinenza sessuale forzata a cui siamo esposti, con le varie tensioni, angosce e paure che da questa derivano.

A noi, e alle nostre donne, questo viene aggiunto come una pena supplementare a quella già inflitta dal Tribunale. È provato che la privazione - voluta e non - dell’attività sessuale, causa seri problemi sia fisici che psichici. Inoltre, questo sistema condanna la coppia alla disgregazione e alla rottura della convivenza: le nostre compagne pagano più del dovuto per un reato non commesso da loro. Mi viene da chiedere perché si parli tanto di reinserimento nella società, se per anni ci è stato negato anche il più elementare degli istinti umani.

Perché non ci allineiamo con i paesi d’ Europa che, con esito positivo, da anni adoperano il sistema dei colloqui intimi? Il giorno che termineremo la condanna, avremo anche seri problemi nell’affrontare con l’altro sesso un regolare rapporto di coppia. Problemi legati alla lunga astinenza affrontata nella detenzione, espiata senza sapere se la persona che ha condiviso le nostre sofferenze è disposta ad aspettarci.

 

Andrea Brughitta

 

La ringrazio per la pacata franchezza con cui rende pubblica una sofferenza umanissima. Quasi sempre celata dal pudore di chi la vive e dall’indifferenza o l’ignoranza altrui. Per i lettori meno attenti alle cronache: Andrea Brughitta, 42 anni, di Gergei, sta scontando una condanna a ventidue anni e mezzo per omicidio e rapina.

"Un reato gravissimo, ma fu un incidente", ha scritto a L’Unione. Evaso da Rebibbia durante un permesso, fu latitante in Sudamerica e poi in Spagna dove fu catturato nel 2003 ed estradato in Italia. Ha davanti a sé undici anni di carcere. Ha sbagliato ed è giusto che paghi. Ma è giusto che la detenzione diventi anche una tortura?

 

 

Daniela Pinna

Varese: convegno Uisp, giù i muri della disinformazione

 

Varese News, 6 dicembre 2004

 

Il detenuto è sotto l’occhio della guardia, la guardia sotto l’occhio del direttore, il carcere è sotto l’occhio del popolo. Non c’è forse un modo più efficace per esprimere il concetto: il luogo in cui i condannati scontano la loro pena è lo specchio di una civiltà. Ma se al popolo, o comunque a gran parte di un popolo, poco o nulla importa di come si vive in un carcere, che cosa significa? "Significa che ci si ferma a discutere dei problemi viabilistici e di questioni ambientali, invece di pensare che realizzare un nuovo carcere può vuol dire garantire una vita migliore ai detenuti".

Nessuno si risparmia al convegno organizzato al De Filippi dalla Uisp, Unione Italiana Sport per Tutti, con il patrocinio di Regione, Provincia e Comune. Gli interventi hanno un "peso specifico" pari all’aria che si respira nelle celle della maggior parte delle carceri italiane.

Il convegno, uno dei tanti organizzati dalla Uisp sull’argomento, aveva lo scopo di andare "oltre il silenzio" e affrontare il tema della "disinformazione del /sul carcere". L’obiettivo è quello di riuscire a fare in modo che il muro che divide chi sta dentro da chi sta fuori diventi una sorta di vetro trasparente, che consenta di vedere ciò che accade da una parte e dall’altra. Immagine metaforica, sia ben inteso. La sostanza è cercare di aiutare gli ex carcerati, o quelli in regime di semi libertà, a rientrare a far parte della società civile.

"Varese fa la sua parte come può - spiega il presidente della Uisp varesina Paolo Cassani - le istituzioni si stanno muovendo, i volontari non sono molti ma quelli che ci sono lavorano da tempo. Il livello di disinformazione però è ancora altissimo. Ed è su questo punto che ci proponiamo di lavorare, perché il punto di partenza per i passi successi".

Si comincia dallo sport davvero per tutti, quindi educazione motoria per chi vive la maggior parte del tempo in una cella, ma si prosegue con il dopo-carcere, la nuova vita.

"È questo il vero nodo – ha spiegato Wiliam Malnati, assessore ai Servizi Sociali di Varese. Ma spesso parlare di carcere vuol dire parlare di una struttura ingombrante, che è meglio costruire un "po’ più in là".

Invece dentro c’è un mondo che aspetta di uscire. Il Comune ha avviato da poco un programma in collaborazione con i Miogni per dare un’abitazione ad ex detenuti ma non è tutto: con un progetto finanziato dalla Cariplo l’Amministrazione comunale sosterrà gli ex detenuti nella ricerca di un lavoro, dando loro borse di studio, e nella ricerca di una casa, con micro-crediti.

Moltissimi gli interventi al convegno Uisp, anche non programmati: il più atteso quello del professor Carlo Alberto Romano, docente di criminologia all’università degli Studi di Brescia. A lui è toccato ripercorre le strade della disinformazione sulla vita in carcere. Ed è stato il professor Romano a sostenere la tesi, riproposta più tardi da Giovanni Martina di Rifondazione Comunista, che il carcere dovrebbe restare in città, unico modo per non "rimuovere il problema" e favorire la comunicazione tra detenuti e liberi cittadini. Una tesi che forse non difenderà l’ambiente ma che riporta al centro del problema l’uomo.

Roma: avvocati e detenuti con la passione di suonare

 

Il Messaggero, 6 dicembre 2004

 

Un bel luogo comune che però è vero? La musica aiuta, con la musica si vive meglio, si riesce a ridere e a sorridere, si dimenticano, almeno per un po’, tanti problemi. E la musica può aiutare davvero tutti, per esempio due categorie che si muovono sullo stesso piano ma su dimensioni opposte, cioè in libertà e in carcere.

Stiamo parlando di avvocati e di reclusi, e per la semplice ragione che a Roma esistono due gruppi, Libra Band e Presi per caso: il primo è formato da avvocati, il cui emblema è la bilancia della legge, il secondo definisce con ironia le condizioni in cui si trovano i suoi elementi, cioè un pugno di ospiti di Rebibbia.

Andiamo in ordine, non senza premettere che entrambe le formazioni se la cavano assai bene. La neonata Libra Band riunisce dieci avvocati-musicisti, che hanno raccolto l’eredità della scomparsa Lex Band. Specializzati in cover, hanno in repertorio canzoni di qualità, da Frank Sinatra a Paolo Conte, e sono un pianista e vocalist (Fabrizio Gallo, che nel 1968 vinse lo Zecchino d’Oro e non ha più perduto il vizio), tre chitarristi (Giulio Lastei, Ivan Mendoza e Francesco Salvi), un bassista (Emanuele De Lucia), un batterista (Luigi Pedullà), un percussionista (Andrea Ricci ), una vocalist (Raffaella Vitale) e due coriste (Melania Elia e Loredana Bognanni).

Pochi giorni fa hanno suonato al teatro Manzoni (un trionfale tutto esaurito con 250 persone rimaste in strada senza poter entrare, ma ci sarà un bis nel 2005 al più vasto teatro Orione), stanno preparando il loro primo album e nel frattempo prendono iniziative umanitarie con l’associazione Giovanna D’Arco Onlus per aiutare a costruire una casa-scuola a Lodonga, nel nord dell’Uganda.

E la concorrenza? I Presi per Caso sono una rockband nata otto anni fa nelle mura di Rebibbia, che da allora si è mossa "per portare le nostre storie fuori dalle mura". Proprio quest’anno, dopo stagioni di difficoltà e grazie a permessi della magistratura, sono riusciti a suonare all’esterno dando al Teatro Sette ben 23 repliche di Radiobugliolo , "musical carcerario" scritto e musicato da Salvatore Ferraro , membro della band dal 1998. Poi hanno inciso i brani del musical (sette canzoni intense, intriganti e ben suonate: Scacchi ner cielo, La perquisa, Valium Swing, Pippo, Se fossi ‘n guirty, Tottì , Cristo Gospel ) in un cd, prodotto dall’associazione di detenuti Papillon, che ha per copertina un disegno fatto apposta da Pablo Echaurren.

La formazione? Con Ferraro (piano, chitarra, ukulele) ci sono Armando Bassani e Claudio Bracci alle chitarre, Stefano Bracci al basso e Arnaldo Giuseppetti alla batteria (ma la band varia se qualcuno esce dal carcere, o entra) e quanto ai cantanti non ce n’è uno fisso: il posto è aperto a chiunque, purché abbia un solo requisito, essere libero.

Quelli della Libra dicono che sarebbero felici di suonare a Rebibbia insieme ai Presi per Caso, e se mai dovesse succedere, beh, sarebbe molto bello. Purché qualcuno dei Presi non sia finito dentro proprio per colpa di un avvocato della band avversaria...

Romania: italiano detenuto per droga, digiuno Radicali

 

Repubblica, 6 dicembre 2004

 

Prosegue lo sciopero della fame della tesoriera di Radicali Italiani Rita Bernardini e del militante antiproibizionista Gaetano Dentamaro, iniziato il 2 dicembre, "aiutare le istituzioni ad accelerare le procedure per il rientro in Italia di Maurizio Trotta, l’imprenditore rinchiuso in carcere da oltre due anni in Romania perché trovato in possesso di 11 grammi di hashish.

"Un primo risultato è stato conseguito: oggi i familiari - si afferma in una nota dei Radicali italiani - hanno finalmente saputo dalla Farnesina che le carte riguardanti l’estradizione del loro congiunto sono arrivate in Italia e che il Ministero della Giustizia ha avviato le formalità per il perfezionamento della procedura del trasferimento in Italia".

Napoli: schiaffeggia la figlia, un mese di carcere

 

Il Mattino, 6 dicembre 2004

 

Un mese di carcere e 2.300 euro. Da oggi tanto potrà costare a mamma o a papà schiaffeggiare il proprio figlio senza motivo. Senz’altro così è stato punito dalla Corte di Cassazione, sentenza 46775/04, Vittorio D.G., papà napoletano, quarantanove anni, che prese a ceffoni la propria figlia, Maria Chiara, perché disegnava cuoricini nella sabbia.

Per quel gesto, infatti, gli ermellini della Quinta sezione penale hanno deciso di infliggergli la condanna esemplare a un mese di reclusione, senza condizionale, più il pagamento delle spese processuali di cinquecento euro (alla cassa delle ammende) e di 1800 euro alla moglie che si era costituita parte civile contro il marito insieme con la figlia schiaffeggiata.

La Corte di Cassazione ha infatti ritenuto così grave quel ceffone alla ragazzina da escludere nel comportamento "l’esercizio dello ius corrigendi" (ovvero, il diritto di educare che rientra nell’esercizio della potestà dei genitori). E con una sentenza, come del resto è accaduto già numerose volte con altre pronunce, la Suprema Corte ha rimodellato codice e regole di comportamento dei genitori verso i figli.

La vicenda si è svolta nell’estate del 2002 a Napoli. Vittorio D.G., padre di due figlie, non sopportando che la primogenita Maria Chiara si sporcasse disegnando cuoricini sulla sabbia, l’aveva aspramente rimproverata schiaffeggiandola. Ma non l’ha passata liscia: la moglie Marina ha immediatamente denunciato il suo comportamento, costituendosi parte civile. Condannato per il reato di lesioni personali dal tribunale di Napoli (due mesi di reclusione, con le attenuanti generiche), Vittorio D.G. è stato poi condannato ad un mese di reclusione, senza condizionale, per "percosse" dalla Corte d’appello di Napoli nel giugno 2003.

L’uomo, inutilmente, si è rivolto alla Suprema Corte e ha tentato di rivendicare che non poteva essere ravvisata una "responsabilità penale" nella reazione che aveva avuto nei confronti della figlia. La Cassazione ha infatti giudicato "inammissibile" il suo ricorso e ha invece stabilito che era giusta la decisione dei giudici di merito in quanto la "responsabilità del padre per il reato di percosse è congrua ed esente da vizi". Per gli ermellini, insomma, non c’è possibilità di alcuna attenuante per quel padre che ha schiaffeggiato una figlia soltanto "perché stava disegnando sulla sabbia, insieme con la sorella, dei cuoricini con la parola mamma".

Una nuova sentenza che arriva in un percorso già tracciato dagli ermellini e che sembra, sempre più, riscrivere le modalità di comportamento dei genitori italiani in tema di educazione dei figli. Qualche esempio? Fu annullata, tempo fa, dalla Cassazione la condanna che era stata inferta a un chirurgo romano che aveva offerto uno spinello al figlio. In quel gesto gli ermellini ravvisarono infatti soltanto una "semplice provocazione".

Così come, va ricordato, fu annullata la condanna per maltrattamenti che era stata inferta ad un padre che era solito sgridare con veemenza la figlia che si rifiutava di fare le faccende di casa. Ma in altri casi non ha fatto sconti la Suprema Corte. Come quando richiamò, qualche anno fa, alle proprie responsabilità i genitori di uno studente veneto che aveva ferito a scuola un suo compagno di classe con una gomma da cancellare. Quel padre e quella madre furono infatti condannati a risarcire con venticinque milioni di vecchie lire la famiglia del ragazzo colpito da loro figlio.

Padova: i detenuti lavorano a San Giorgio in Bosco…

 

San Giorgio in Bosco Notizie, 6 dicembre 2004

 

Dallo scorso mese di aprile il Comune di San Giorgio in Bosco dispone di nuovo personale, affiancato ai due cantonieri, per la manutenzione degli immobili di proprietà comunale, delle scuole e delle strade, la gestione del verde pubblico e per tutto quanto di manuale c’è da fare per mandare avanti la complessa macchina comunale. Si tratta di due persone che hanno dato prova di grande volontà di fare, competenza, affidabilità, due signori gentili, in definitiva degli ottimi lavoratori e ottimi colleghi di lavoro per i nostri cantonieri.

Un’unica particolarità: alla sera, terminato il lavoro, non tornano in famiglia, ma prendono la strada di Padova e, all’altezza del casello di Limena svoltano in Via Due Palazzi, verso la Casa di Reclusione. Si tratta infatti di due detenuti, due persone che hanno commesso un errore nel corso della loro vita ed ora, avviati alla fine della loro pena, sono autorizzati ad uscire dal carcere durante la giornata per svolgere attività lavorativa. Il Comune di San Giorgio in Bosco ha deciso infatti di aderire ad un programma di rieducazione (il cosiddetto art. 21), giungendo a firmare una convenzione con la Casa di reclusione, per "la fornitura di manodopera composta da detenuti condannati da adibire in qualità di operai ad opera di manutenzione stradale e degli edifici pubblici comunali".

Sono solo quattro in tutta la provincia i comuni che hanno aderito alla convenzione con il carcere: Padova, Galliera Veneta, Limena e San Giorgio in Bosco e si spera che l’esempio sia seguito da molti altri. "Fino a poco tempo fa il problema dei detenuti non rientrava nel programma elettorale dei sindaci – ha detto Leopoldo Marcolongo parlando al convegno "Per una nuova cultura sul carcere" svoltosi a Padova il 23 aprile scorso – e San Giorgio in Bosco è stato l’ultimo comune dopo Padova, Limena e Galliera Veneta a stipulare una convenzione con il Carcere per l’impiego di detenuti.

L’esperienza mi sembra positiva e, pensando che nella Provincia ci sono altri 100 Comuni, se tutti ne prendessero coscienza sarebbe possibile un recupero forte dei detenuti che non vengono dalla luna ma sono nostri cittadini che possono avere sbagliato, ma che i sindaci hanno il dovere di inserire nella loro lunga lista di problemi sociali. Non quindi un carcere – castello inaccessibile, ma un condominio del nostro paese, abitato magari da persone con qualche problema in più, ma dove non manchi mai la speranza".

Roma: mercatino natalizio per la spesa dei detenuti

 

Roma One, 6 dicembre 2004

 

Gli inquilini di Rebibbia, l’8 dicembre esporranno i loro manufatti a Sant’ Angelo Romano. Un’esposizione aperta al pubblico sostenuta dall’assessore Filoteo Recchioni. Il ricavato dalle vendite, per far acquistare olio e caffè ai detenuti

Un mercatino di oggettistica e di arte figurativa realizzata dai detenuti di Rebibbia, provenienti da 126 paesi, per la festività dell’Immacolata. La mostra, dove esporranno i loro manufatti, si svolgerà al castello di Sant’Angelo Romano, che per l’occasione, l’8 dicembre, resterà aperto dalle 9 di mattina fino alle 19.

Un progetto di solidarietà, infatti, l’intero ricavo effettuato dalle vendite, verrà utilizzato per l’acquisto di generi di prima necessità. La presidente dell’Inner Wheel, Fausta Iannaccone Ammaturo, sostenitrice dell’iniziativa, ha specificato che, " con gli oggetti da loro realizzati, che tra l’altro hanno prezzi contenuti, i detenuti, potranno acquistare dolciumi, olio, caffè e pasta". L’invito esplicitato ai visitatori, in pratica, è quello di contribuire alla spesa dei detenuti spontaneamente.

"Se poi i visitatori - ha infatti aggiunto la Iannaccone Ammaturo - oltre ad acquistare qualche oggetto, segnaposti, centrotavola o giocattoli, volessero portare dei generi alimentari, saranno benefattori due volte". L’opera a fin di bene, ha unito insieme oltre all’assessore alla cultura di Sant’ Angelo Romano, Filoteo Recchioni, anche il cappellano del carcere di Rebibbia, Don Roberto, che ha sostenuto la partecipazione popolare. "Partecipare alla mostra - ha detto Don Roberto - sarà un atto di bontà cristiana verso chi è troppe volte dimenticato".

Germania: boom di criminali detenuti "over 60"…

 

Il Messaggero, 6 dicembre 2004

 

In Germania si registra un autentico boom della criminalità over 60, un fenomeno da mettere senza dubbio in relazione anche con il trend demografico che registra un graduale e costante invecchiamento della società. "Mai prima d’ora si erano avuti così tanti ladri, truffatori e criminali anziani", scrive nel suo ultimo numero il settimanale Der Spiegel, secondo cui nel 2003 sono stati individuati quasi 150 mila criminali dai 60 anni in su.

E arrivando sempre più anziani in carcere, alcuni Laender hanno pensato bene di allestire prigioni ad hoc particolarmente attrezzate e funzionali alla vi a di chi ha superato abbondantemente i 60 o 70 anni. Così il settimanale porta l’esempio del penitenziario per anziani di Singen, situato in un bel quartiere cittadino con case con giardino. Più che un carcere sembra una casa di riposo con le finestre che hanno sì le grate ma anche vasi di fiori. E nell’ora d’aria i detenuti possono anche giocare a bocce o a pallone.

Brescia: dopo tagli finanziaria cittadini meno sicuri

Di Emilio Del Bono, Parlamentare della Margherita

 

Giornale di Brescia, 6 dicembre 2004

 

Anche alla luce di un recentissimo ed inquietante fatto avvenuto in una zona a noi assai vicina (mi riferisco alla rapina subita in casa propria dall’industriale Marangoni), ritengo sia importante richiamare l’attenzione dei lettori sui gravissimi tagli alla spesa per la sicurezza e l’ordine pubblico che il Governo sta introducendo con la Legge finanziaria.

Infatti, le indicazioni fornite dai documenti governativi parlano di una riduzione di oltre il 10 per cento degli investimenti per il potenziamento dei servizi e delle infrastrutture dell’amministrazione della Pubblica Sicurezza e per la formazione e l’addestramento delle forze di polizia, e di un clamoroso taglio del 73 per cento dei finanziamenti necessari per assicurare alla Pubblica sicurezza i mezzi operativi e strumentali (che inciderà pesantemente sulla manutenzione di locali, automezzi e impianti tecnologici e di comunicazione, sugli acquisti di apparecchiature per le indagini di polizia scientifica e per i servizi di polizia stradale, addirittura sulle dotazioni di vestiario e sulle spese per il riscaldamento).

Quanto ai Carabinieri, si prevede una riduzione di oltre il 21 per cento delle spese per mezzi operativi e strumentali. Anche le spese per lo sviluppo informatico dell’organizzazione giudiziaria e quelle per attrezzature ed impianti dell’amministrazione penitenziaria e della giustizia minorile verranno tagliate del 26 per cento.

Alle riduzioni di spesa si aggiunge poi il blocco delle assunzioni nel comparto della sicurezza - Interno e Difesa - che, in barba alle solenni dichiarazioni di guerra al terrorismo e alla criminalità, porterà entro il 2008 ad una riduzione di circa 30.000 unità tra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, e 12.000 uomini delle Forze armate in meno. Sono certo che con questi pochi ma eloquenti dati i cittadini potranno facilmente misurare la distanza che corre tra le parole del Governo e i fatti: dai manifesti "Città più sicure" alla Finanziaria "Cittadini più insicuri".

Siracusa: ex reclusi discriminati nell’accesso al lavoro

 

La Sicilia, 6 dicembre 2004

 

"Ho una madre di 40 anni invalida al 100 per cento, un fratello handicappato ed una sorella minorenne che adesso è in un collegio. Ho sbagliato a delinquere. Non voglio più finire in carcere per mantenere la mia famiglia". A parlare è Peppe, 20 anni. Vende frutta al mercato.

La licenza per venditore ambulante non gli è stata concessa perché è pregiudicato con procedimenti penali in corso. "Da quando sono uscito dal carcere non frequento più gli ambienti e gli amici di prima - dice. In molti mi aiutano e sono grato anche alle forze dell’ordine che mi lasciano in pace anche se non sono in regola.

Sono soprattutto riconoscente ai componenti della mia famiglia perché mi danno i soldi per comprare la verdura che poi metto in vendita. Con il ricavato, 20 euro a giornata, ne compro dell’altra all’ingrosso confidando nella speranza che vada tutta venduta". Beppe, come un amico che lo accompagna, si alza alle 5 del mattino per poi avere lo spauracchio di vedersi cacciato dal mercato. "Non voglio sussidi ma voglio lavorare - dice.

So di aver sbagliato ma fino a quando dovrò pagare? Mi avevano assunto come carpentiere e il datore di lavoro sapeva che non avevo esperienza. Mi ha licenziato appena un mio parente ha detto che ero stato in carcere".

"Chi esce dal carcere si dovrebbero vedere aperte anche le strade del reinserimento nella società - dice Lucia. Ma chi è accusata di affiliazione a una cosca mafiosa, come nel mio caso, non può avere nemmeno un’attività lavorativa in proprio anche se da anni ho tagliato ogni legame con la criminalità".

"Cercavo di mettermi in proprio in una società - dice Maurizio - ma mi hanno accusato di sottrarre soldi al socio. Sono pregiudicato. Non so dire quanto questo fatto ha influito sulla decisone del giudice che ha dato ragione al mio socio incensurato?". Ad Augusta c’è solo un’attività commerciale che ha offerto lavora anche a chi è stato in galera. È un panificio in via Matteotti, "Ho sempre cercato di aiutare gli ultimi" - ha detto il proprietario.

Lettera dal carcere: qui ci sono giovani che non stanno bene…

 

Famiglia Cristiana, 6 dicembre 2004

 

Caro padre, sono un detenuto, assiduo lettore della sua rivista che viene distribuita in carcere. Ho letto nella rubrica "Lo specchio della salute" l’articolo sul diritto d’essere curati dei carcerati. Io sono affetto da "epatite C’e da una patologia rara, la "porfiria cutanea tarda".

Ho un accumulo di ferro e, prima che mi arrestassero, ero in cura presso il reparto di ematologia del Policlinico di Napoli. Nel carcere dove mi trovo ci sono seri problemi sanitari, dovuti allo scarso finanziamento da parte delle autorità competenti.

Non chiedo che, per la mia malattia, mi venga scontata la pena: la mia patologia non giustifica il reato che ho commesso. Chiedo, però, il diritto alla salute, perché - come ho letto in quella rubrica - lo sancisce la Costituzione. Io ho cominciato ad avere problemi con la giustizia da quando avevo 13 anni. E di carceri ne ho conosciute tante. Quello in cui mi trovo ora è assurdo: sembra di essere in Turchia. Qui dentro esistono detenuti di serie A e di serie B, alla quale io appartengo. Ci sono i privilegiati, che al minimo problema vengono ricoverati in ospedale; e quelli come me che, invece, possono morire tranquillamente, tanto sono delinquenti...

Qui sono reclusi dei giovani che hanno fatto uso di stupefacenti e hanno commesso piccolissimi reati. Non stanno bene psichicamente. Vengono riempiti di pillole e sonniferi, e rimangono tutto il giorno in cella, a dormire. Li tengono qui, come se questo fosse il posto adatto per "guarire" i loro problemi. La direzione e il sistema sanitario fanno finta di nulla: la galera viene utilizzata al posto di terapie o luoghi di cura. Soluzione che pare vada bene a tutta la società. Questi miei compagni non possono reagire né difendersi: sono stati abbandonati dalle loro famiglie e non hanno alcuna disponibilità di soldi. Io sento le loro "urla del silenzio". E per questo le ho scritto.

 

Lettera firmata

 

L’attenzione alla condizione dei carcerati non può lasciarci indifferenti. Sia personalmente, sia come rivista. Per coerenza con il nome che portiamo, "famiglia cristiana", il nostro orizzonte si allarga a tutti coloro che consideriamo come fratelli e sorelle. In particolare, in questo abbraccio, che nasce dalla generosità del cuore, vogliamo includere i fratelli e le sorelle che sono in maggiore difficoltà. Non dimentichiamo, poi, che la dottrina cattolica tradizionale ci insegna che, per riconoscere i veri credenti, bisogna guardare anche alle "opere di misericordia corporale" che essi fanno.

Sono queste che stabiliscono la differenza tra coloro che si limitano a invocare: "Signore, Signore", e coloro che, invece, fanno davvero la volontà di Dio. E che sono – come leggiamo nel racconto del giudizio universale (cfr. Matteo 7,21) – cittadini a pieno diritto del Regno dei cieli.

Tra le opere canoniche di "misericordia corporale" è inclusa la visita ai carcerati. Oggi, certo, i regolamenti carcerari non permettono le visite spontanee, salvo in condizioni molto regolamentate (ma anche queste opportunità non vanno sottovalutate: esistono associazioni di volontariato che permettono a chi ha tempo da dedicare e buona volontà di entrare nel carcere e di fornire mille piccole forme di aiuto ai detenuti). Possiamo, tuttavia, visitare i carcerati in molte forme, non puramente simboliche. Anzitutto, non escludendoli dalla comunità umana. Rifiutiamoci, intanto, di chiudere le orecchie e di distrarre l’attenzione, disinteressandoci di ciò che avviene in carcere, come se la vita che vi si svolge riguardasse degli "alieni". Se non possiamo materialmente visitare i carcerati, lasciamo, almeno, che siano loro a visitare noi, con le notizie che li riguardano. A cominciare da quelle relative alla loro salute.

L’articolo della rubrica "Lo specchio della salute", cui si fa riferimento nella lettera (cfr. FC n. 8/2004), denuncia, senza mezzi termini, il degrado dei servizi sanitari a disposizione dei carcerati.

Tagli impietosi nei bilanci hanno portato alla diminuzione di professionisti sanitari, di farmaci disponibili, di interventi preventivi. Le prigioni ridotte a serbatoi di malattie virulente, perché non trattate o trattate in maniera inadeguata, dovrebbero preoccuparci almeno per motivi egoistici, quand’anche fossimo insensibili a quelli umanitari.

Quelle patologie, infatti, sono destinate a travasarsi dal carcere al resto della società. Così sta avvenendo per ceppi di tubercolosi resistenti agli antibiotici. Per non parlare, poi, del pericolo che costituiscono per la società le malattie psichiche che il carcere non ha saputo curare o che ha indotto: quelle persone malate costituiscono un pericolo per sé e per gli altri.

Anche se le ragioni della carità cristiana o della giustizia non riescono a indurci a prendere sul serio la questione della salute dei carcerati, basterebbero le considerazioni di salute pubblica. Ci rendiamo conto che il nostro potere di convincere gli amministratori ad ampliare questo capitolo di spesa è poco più che velleitario: si gioca tutto sulla "pressione" che possiamo fare con l’informazione e sull’esortazione che fa appello al comune sentire morale. Ma promettiamo al lettore che ci ha scritto e ai tanti lettori che abbiamo nelle carceri che, come giornale, non perderemo occasione per far sentire la loro voce e per perorare la loro causa.

Catanzaro: la prima comunità ministeriale per i minori

 

Vita, 6 dicembre 2004

 

Alla cerimonia presente il sottosegratario Iole Santelli, il presidente della Giunta regionale calabrese Giuseppe Chiaravalloti e Rosario Priore, capo del Dipartimento della Giustizia minorile "Sottrarre il minore alla classica cultura del carcere per aggiungere l’ausilio di strutture diverse che siano extramurarie, cioè al di fuori dell’ istituto vero e proprio, e orientate all’integrazione sostanziale con la comunità esterna": è questo, per il sottosegretario alla Giustizia Iole Santelli, il ruolo della Comunità ministeriale minorile, modello di recupero, inaugurata stamani a Catanzaro.

"Il numero di persone inserite nella comunità, per questo, - ha detto Santelli - deve necessariamente essere molto ristretto perché il modulo educativo è fatto, appunto, per numeri limitati. Tutto ciò da una parte per cercare di far compiere un percorso completo e dall’altra parte, con un numero ulteriormente ridotto, per quanti si trovano in una situazione ancora più provvisoria".

"La comunità ministeriale - ha detto ancora Santelli - funzionerà attraverso il legame con i servizi e con l’autorità giudiziaria". Alla cerimonia di inaugurazione della struttura calabrese, i cui locali sono stati benedetti dall’Arcivescovo metropolita di Catanzaro - Squillace, mons. Antonio Ciliberti, oltre al sottosegretario Santelli, hanno partecipato il presidente della Giunta regionale calabrese Giuseppe Chiaravalloti e Rosario Priore, capo del Dipartimento della Giustizia minorile.

La struttura è predisposta per l’accoglienza di dieci ragazzi dai 14 ai 21 anni di sesso maschile, sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria nella forma del collocamento in comunità. Nello stesso stabile un’area è adibita all’accoglienza temporanea dei giovani, per una capienza massima di quattro unità, in comunità filtro, in attesa che vengano assegnati definitivamente presso la struttura comunitaria.

Gottardo (Carabinieri): non trasformeremo le città in bunker

 

Corriere Della Sera, 6 dicembre 2004

 

"I cittadini possono fare affidamento sui carabinieri. Molti ne sono consapevoli e ci offrono collaborazione. Ma io mi appello a tutti. In certi casi una loro segnalazione può essere preziosa". L’invito alla collaborazione è del generale Luciano Gottardo, comandante dei Carabinieri, intervistato dal Corriere della Sera.

Tra i principali temi affrontati, l’emergenza criminalità in Campania. "C’è una guerra dentro la criminalità napoletana. I clan si combattono per stabilire una supremazia. (...) Qualcuno vorrebbe militarizzare la città: non credo che sia la soluzione opportuna. Si rischia di creare ancora più allarme. La risposta efficace si basa sull’attività investigativa come ha sottolineato il ministro dell’Interno Pisanu. È aumentata l’azione di contrasto delle forze dell’ordine e con essa gli arresti. E c’è un altro buon segno. Cresce il numero delle denunce per estorsione.

La gente ha più fiducia e collabora". Il comandante dell’Arma non ripone molte aspettative nei collaboratori di giustizia: "Il fenomeno del pentitismo che ha riguardato la mafia è difficile da ripetere. Qualcuno ha fornito un minimo di collaborazione in Puglia e in Campania. Molto scarsa in Calabria dove i clan sono legati da vincoli famigliari".

La prevenzione resta l’arma di contrasto più efficace: "C’è chi suggerisce la soluzione facile: mettiamo un poliziotto e un carabiniere a ogni angolo. La città diventerebbe un bunker. E la gente avrebbe ancor più la sensazione di essere in pericolo. Ciò che facciamo è sorvegliare con attenzione, muoversi in collaborazione con le altre forze dell’ordine, incrementare i servizi di intelligence e, in estrema sintesi, prevenire ed essere vicini ai cittadini".

Tra le preoccupazioni, il terrorismo interno e quello islamico. "Gruppi estremisti molto ideologizzati - spiega Gottardo - stanno cercando nuove leve. Pericolosi e imprevedibili i nuclei anarchici. Ma seguiamo con attenzione anche i nuovi fenomeni di illegalità "politica" che si esprimono nelle cosiddette spese proletarie".

Quanto al fondamentalismo islamico, "un gruppo di nostri specialisti segue attentamente il fenomeno. Controlla i movimenti sul territorio nazionale da e per l’estero. Sviluppa attività informativa per individuare la rete dei contatti. (...)

Sappiamo che i terroristi si mimetizzano nelle grandi città, ma possono nascondersi anche nei piccoli centri, dove svolgono una normale attività lavorativa, entrando in azione all’occorrenza". Il generale lancia infine una proposta: "Una banca dati nazionale del Dna sarebbe uno strumento investigativo formidabile. I nostri specialisti hanno risolto alcuni casi importanti con l’esame del Dna. Una catalogazione generale però richiede ai fini di una corretta gestione delle informazioni un apposito provvedimento di legge - conclude Gottardo - che tuteli anche la privacy".

Cagliari: sit in di protesta di fronte al carcere…

 

Vita, 6 dicembre 2004

 

La manifestazione è incominciata questa mattina e proseguirà a oltranza. È iniziato stamane alle 9, e proseguirà ad oltranza, il sit-in davanti al carcere cagliaritano di Buoncammino per denunciare le condizioni dei reclusi nel penitenziario. Rappresentanti delle associazioni "Oltre le sbarre" e "Detenuti non violenti", del Comitato 5 novembre e del Cagliari Social Forum stanno manifestando con striscioni e cartelli per chiedere la liberazione immediata dei 32 tossicodipendenti e sieropositivi, dei 161 affetti da patologie psichiche ed un’indagine sui 149 detenuti colpiti da epatite B e C.

Assieme ad una decina di studenti della facoltà di Scienze Politiche, stanno attuando la protesta con lo sciopero della fame a turnazione per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni, in particolare sulle condizioni di vivibilità del carcere che ospita per il 30% detenuti tossicodipendenti.

In serata, dalle 17 in poi, i promotori dell’iniziativa "Inferno a Buon Cammino" promuoveranno due assemblee popolari davanti al penitenziario e sotto il Palazzo del Consiglio Regionale in via Roma per sollevare le istanze, promosse a livello nazionale dalla biblioteca "Papillon" del carcere romano di Rebibbia, di passaggio della sanità penitenziaria al servizio sanitario nazionale, della chiusura dei centri di detenzione permanente e l’applicazione di misure alternative alla detenzione per pene inferiori ai 3 anni.

Verbania: detenuti al servizio degli anziani indigenti

 

Vita, 6 dicembre 2004

 

Otto ristretti del carcere di Verbania, lasceranno le loro celle l’8 e il 9 dicembre per dedicarsi al volontariato. Puliranno le pareti di una casa di cura per anziani e tinteggeranno gli alloggi di alcuni vecchietti indigenti: otto detenuti del carcere di Verbania, lasceranno le loro celle l’8 e il 9 dicembre per dedicarsi al volontariato. Con la prospettiva, in futuro, di lavorare come imbianchini a tempo indeterminato per una delle due ditte che hanno aderito all’iniziativa benefica.

Il progetto, nato dall’idea di due poliziotti penitenziari, è piaciuto al capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), Giovanni Tinebra, che ha deciso di promuoverlo, come era già accaduto l’estate scorsa ad Arona. In quella occasione, quando 20 detenuti di Verbania avevano ripulito le spiagge di Arona, due imprenditori si erano complimentati con Tinebra proponendogli di dare lavoro ai detenuti come imbianchini.

L’idea si concretizzerà nei prossimi giorni: otto detenuti, condannati per furto o per spaccio di droga, ai quali restano da scontare 2-3 anni di pena, saranno accompagnati da 14 agenti prima presso la casa di cura per anziani "Villa Serena" a Lago d’Orta San Giulio, poi in alcune case di pensionati indigenti, a tinteggiare le pareti.

Giuseppe Castorina, l’imprenditore, che assieme a Maurizio Cattaneo, fornirà il materiale e coordinerà il lavoro di ripulitura dei detenuti parla di una iniziativa "straordinaria" dal punto di vista dell’impegno sociale, ma allo stesso tempo guarda più in la: "Il nostro intento - dice - è quello di creare una manovalanza occasionale da utilizzare per un tempo determinato di 30 giorni in base alla legge Smuraglia.

Così si aiuterebbe il piccolo artigiano a incrementare il suo lavoro e allo stesso tempo si aiuterebbero i detenuti e questi, se ritenuti validi imbianchini, potranno essere anche assunti a tempo indeterminato: in questo modo avrebbero una reale possibilità di inserimento nella società "

I C.S.S.A. diventeranno "Uffici di esecuzione penale esterna"?

 

Redattore Sociale, 6 dicembre 2004

 

La proposta di legge riguardante la "Delega al Governo per la disciplina dell’ordinamento della carriera dirigenziale penitenziaria" stravolge il carattere operativo delle strutture di Servizio sociale presenti nel sistema penitenziario e ne mette a rischio la funzione. La denuncia è dell’Ordine Nazionale degli Assistenti Sociali, che ha evidenziato le proprie preoccupazioni in un documento, stilato in occasione dell’audizione alla Commissione affari costituzionali avvenuta lo scorso 25 novembre.

Al centro della discussione l’art. 3 della nuova proposta di legge, secondo cui gli attuali Centri di servizio sociale dovrebbero cambiare il loro nome in Uffici di esecuzione penale esterna; il che solleva secondo l’Ordine "ben più che delle riserve formali". C’è infatti il rischio che "la modifica predisposta vada nettamente al di là di un cambio di denominazione e possa dequalificare professionalmente l’attuale struttura di servizio sociale, trasformandola in un contenitore di attività e di operatori".

Preoccupa l’Ordine che siano stati eliminati tutti i riferimenti al servizio sociale, sia relativi alla struttura che agli operatori che in essa svolgono le attività di competenza. Ad esempio, sottolinea, scompare la qualifica del Centro come struttura di servizio sociale, "senza apparente preoccupazione per la conseguente perdita del significato culturale" oppure si indicano "gli Uffici" come soggetti che direttamente svolgono, propongono, controllano i vari interventi, cassando l’attuale definizione che precisa come tali interventi siano realizzati "a mezzo del personale di servizio sociale"; manca inoltre secondo l’Ordine un riferimento agli interventi che il servizio sociale svolge in moltissime circostanze definite per legge in favore dei detenuti, anche di coloro che non vengono al momento considerati per l’applicazione di un’eventuale misura alternativa.

Ma "la cosa che appare davvero enorme" è che i nuovi Uffici di esecuzione penale esterna saranno disciplinati "con regolamento adottato dal Ministro ai sensi dell’art. 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400" (disciplina delle attività di Governo), come spiega la presidente Paola Rossi: "Ciò potrebbe azzerare tutte le previsioni sull’organizzazione dei Centri di servizio sociale contenute nel vigente Regolamento di esecuzione dell’Ordinamento penitenziario (Dpr 30 giugno 2000, n. 230), ciò in favore di un nuovo modello organizzativo-operativo di cui nulla viene detto, nemmeno a grandi linee, ma che è - evidentemente - così diverso da quello attuale da richiedere un regolamento totalmente nuovo e adottato in una forma quanto meno inconsueta per una siffatta materia".

Secondo l’Ordine la proposta di legge in questione, intervenendo sulle metodologie operative specifiche del servizio sociale, "introduce delle modifiche che rischiano di alterare il ruolo professionale degli assistenti sociali e mettere in discussione il significato stesso della presenza di tali operatori nel sistema penitenziario".

Un esempio per tutti: l’intervento dell’operatore, nei casi degli ammessi alle misure alternative, viene limitato alla funzione del controllo sull’esecuzione del programma, ignorando quella dell’aiuto, che spiega Paola Rossi "è assolutamente fondamentale in un rapporto di servizio sociale".

"Infatti, ciò che distingue il controllo svolto da un operatore professionale di servizio sociale da quello, ad esempio, di polizia, è che nel primo caso l’accertamento di un’eventuale difficoltà del condannato di rispettare le prescrizioni e gli obblighi assunti non si esaurisce mai nel semplice rilevamento e nella contestazione dei fatti, ma comprende anche un’azione professionale di aiuto che valga a sostenere il condannato nelle difficoltà incontrate e lo determini a reagire in modo più adeguato e costruttivo". L’Ordine chiede dunque che sia soppresso l’art. 3 della proposta di legge, dissolvendo così preoccupazioni "che appaiono tutt’altro che infondate".

Favara: processi lumaca, il nemico da sconfiggere

 

L’Avanti, 6 dicembre 2004

 

"Nonostante la diminuzione delle pendenze e delle nuove cause iscritte a ruolo, i procedimenti continuano ad avere tempi lunghi". Che il grande malato della giustizia italiana rimanga, anche quest’anno, il processo penale che vede allungarsi i tempi nei quali si mette la parola fine ai procedimenti, nonostante siano diminuite le pendenze e anche le nuove cause iscritte a ruolo, lo ha confermato il procuratore generale della Corte di Cassazione, Francesco Favara, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario.

Nel gennaio 2002 un uomo è stato assolto per non aver commesso il fatto dopo aver trascorso sedici mesi in carcere con l’accusa di violenze carnali e lesioni. L’anno prima, a febbraio, un condannato all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso la moglie fu lasciato libero dopo sette anni dietro le sbarre. A giugno dello stesso anno un giovane di venticinque anni è stato riconosciuto innocente dopo aver trascorso sei anni e quattro mesi in carcere, come presunto omicida. Tre casi di clamorosi errori giudiziari, citati nel rapporto Eurispes sulle storie di ingiusta detenzione. Secondo un calcolo compiuto dall’istituto di ricerca nell’arco degli ultimi cinquant’anni sarebbero quattro milioni gli italiani vittime di svarioni giudiziari: dichiarati colpevoli, arrestati e solo dopo un tempo più o meno lungo, rilasciati perché innocenti.

Un dato che al ministero dl Giustizia non confermano, e che è stato ricavato da un’analisi delle sentenze e delle scarcerazioni per ingiusta detenzione nel corso di cinque decenni. Dal ‘92 c’è la possibilità per gli innocenti ritenuti colpevoli e poi rimessi in libertà, chiedere e ottenere un risarcimento per in giusta detenzione. Negli ultimi anni, rivela il rapporto Eurispes, basato sulle cifre fornite dal ministero del Tesoro, i casi di indennizzi concessi sono in continuo aumento: erano centonovantasette nel ‘92, trecentosessanta nel ‘93, quattrocentosettantasei nel ‘94.

Fino ai settecentotrentotto del ‘99 e ai quasi millecinquecento del 2004. Nel ‘99 i risarcimenti hanno superato i 14 miliardi di vecchie lire, quasi il triplo rispetto al ‘92. La media degli indennizzi per persona varia da 18 al 20 milioni di vecchie lire a domanda. Ma dipende dai casi: un ex sindaco ha ottenuto 50 milioni di vecchie lire come contributo riparatore per la sua ingiusta detenzione.

A un assessore siciliano, dopo trentotto giorni di carcere e venticinque di arresti domiciliari, è stato assegnato un risarcimento di 250 milioni di lire. L’Eurispes registra che il pagamento più alto concesso per un errore giudiziario a un ex imputato è di 400 milioni di vecchie lire, andati a un avvocato palermitano che rimase tre mesi in carcere con l’accusa di associazione mafiosa prima di essere scarcerato.

Nel maggio 2001, un uomo, in cella a Palermo per cinque anni e un mese, accusato di aver commesso quattro omicidi e di essere un affiliato alla mafia, fu risarcito con 350 milioni di vecchie lire. Negli ultimi tre anni c’è stata un’impennata di domande presentate da extracomunitari: un quarto delle richieste di risarcimento arrivate alla Corte di appello di Firenze proveniva da immigrati. A marzo 2001 due albanesi a Torino hanno ottenuto 550 milioni in due di risarcimento dopo aver trascorso un anno in carcere con l’accusa di violenza carnale.

La Procura più "generosa" con gli ex carcerati ingiustamente detenuti è Napoli: a partire dal ‘92 sono circa cinquecento i risarcimenti decisi dai giudici partenopei, quasi il 10 per cento del totale. Le sentenze di indennizzo sono state duecentosettantanove a Roma, duecentodieci a Milano. Appena tre a Campobasso. In complesso nelle procure del Sud hanno concesso finora più della metà dei risarcimenti totali, contro il 24,4 per cento del nord e i1 21,5 per cento del centro Italia.

I dati statistici del Pg evidenziano, infatti, che "nel periodo 1° luglio 2002-30 giugno 2003, accanto a taluni aspetti positivi, quali la consistente contrazione delle pendenze (5.743.906, pari al meno 3,3 per cento) e delle sopravvenienze (6.049.664, pari al meno 3,5 per cento), un profilo negativo costituito da una accentuata riduzione dei procedimenti definiti (5.852.271, pari al meno 4,6 per cento)". In pratica, avverte il Pg, "la diminuzione del carico di lavoro al 30 giugno 2003 è dovuta, più che ad un aumento della produttività, alla riduzione dei procedimenti sopravvenuti nel periodo di riferimento".

 

 

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