Spostare palle di cannone

 

Spostare palle di cannone

 

 La Stampa, 3 aprile 2004

Non solo la pena come lavoro afflittivo, senza alcuna pratica utilità: nel nostro Paese, l'idea di impiegare i condannati in opere di pubblica utilità (strade, costruzioni rurali), e nel dissodamento di terre incolte, o di territori malsani, piace sia a riformatori illuminati che a repressori efficientisti

 

Un Paese civile non si dimentica dei suoi carcerati. Non elude il problema della condizione di coloro che la sua giustizia ha condannato a vivere in una quotidianità che - tranne pochissime eccezioni - vede negate civiltà, umanità, dettati costituzionali (art. 27 della Costituzione: "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato").

Un Paese civile non rimuove, giocando a scaricabarile, il grave disagio di coloro che vivono e lavorano nel pianeta carcerario. E altresì non rinuncia ad interrogarsi sul problema delle carceri qui e ora. Senza ignorare però che la realtà odierna giunge da un passato assai più vicino di quello che comunemente s'immagini. Come risulta dai solidi lavori di ricerca riuniti nell'importante volume Le colonie penali nell'Europa dell'Ottocento, appena pubblicato da Carocci, che raccoglie gli atti di un convegno internazionale organizzato dall'Università di Sassari (Dipartimento di Storia) e dal Parco Nazionale dell'Asinara.

Anna Capelli, nell'introduzione, mette a fuoco la circolarità dei periodici dibattiti sulla questione carceraria che - punto A - "partono dalla constatazione che il carcere, così com'è, non assolve i suoi obiettivi. E, a seconda dei punti di vista e dei momenti, ciò significa che l'istituzione non è abbastanza punitiva o, specularmente, non è sufficientemente rieducativa". Da qui l'accordo unanime - punto B di ogni ciclico dibattere - nel riformare: chi premendo di freno e chi, al contrario, spingendo sull'acceleratore. Passo ulteriore in questa liturgia, spiega la Capelli, è la presa d'atto - punto C - che i riformatori precedenti hanno fallito proprio laddove i loro successori di adesso, intendono mettere mano (regolamenti vecchi, strutture fatiscenti, etc). Da qui - punto D ma, al tempo stesso, ricominciamento del tutto - l'intenzione di riformare "partendo dalla constatazione che...". Ovvero ritorno al punto A, in un ragionamento che, avvitandosi su se stesso, non offre via d'uscita e che, tuttavia, deve avere qualche motivo per "imprigionarsi" in questo modo. E la ragione sta forse in una contraddizione continuativamente elusa, dall'Ottocento al Novecento ai giorni nostri: quella di "una cultura liberale che fonda il sistema espiativo sulla negazione della libertà o che propugna l'isolamento proprio per il suo valore risocializzante".

Queste contraddizioni risultano particolarmente palesi quando si lascia parlare la storia penitenziaria. Proprio come fanno diverse ricerche, presentate nel volume, che si soffermano sulle realizzazioni - nell'Ottocento - di colonie agricole penali in diversi paesi europei. Il miraggio delle colonie penali attira in quegli anni l'attenzione anche dei governi italiani che devono confrontarsi con le realtà delle "popolazioni oziose delle carceri" senza, peraltro, individuare altra soluzione se non l'adozione del "lavoro penale". Vale a dire quella fatica corporea improduttiva sancita dall'"Hard Labour" inglese sotto forma di "shot drill" (spostare palle di cannone da destra a sinistra e viceversa), "stone breaking" (spaccare pietre), e altre piacevoli e sadiche nefandezze. Quali obbligare i condannati a "trasportare pesanti macigni da un luogo all'altro e riportarli indietro, azionare pompe da cui l'acqua torna alla sua fonte, etc".

Dunque pena come lavoro afflittivo, senza alcuna pratica utilità. Una filosofia penitenziaria che per buona parte dell'Ottocento costituisce la norma nei paesi europei. Nel nostro Paese, davanti a questi brutali scenari, l'idea di impiegare i condannati in impegnativi lavori di pubblica utilità (strade, costruzioni rurali), e successivamente, nel dissodamento di terre incolte, o, più spesso, di territori malsani e malarici, piace sia a riformatori illuminati che a repressori efficientisti. Così, prendendo lo spunto da alcune precedenti esperienze avviate sotto il Granducato di Toscana, si avvia nel 1880, alle porte di Roma, in località Tre Fontane, una discussa esperienza di bonifica di una vasta tenuta di proprietà di trappisti francesi. Come raccontano nel loro saggio Monica Calzolari e Mario da Passano, il luogo dove viene inviata, sotto strettissima scorta, a lavorare una prima pattuglia di detenuti è conosciuto come la "Tomba". Una dozzina di monaci sono già morti, in pochi anni, nel tentativo di bonificare quelle terre impiantandovi decine di migliaia di eucalipti. Ritirati i monaci - che rimangono amministratori e proprietari della tenuta pagata al Demanio una cifra ridicola - ad occuparsi dei 500 ettari della proprietà giungono duecento detenuti provenienti dai bagni di Civitavecchia, Orbetello e Piombino. I prigionieri, scortati da decine di guardie, lavorano ogni giorno per dieci ore, incatenati gli uni agli altri, nei campi. Dormono per sette ore, incatenati al letto, in padiglioni comuni.

Usufruiscono quotidianamente di due razioni di pane, una di minestra di magro e due volte al mese di minestra con carne di bue. Queste centinaia di lavoratori incatenati impiantano foreste di eucalipti, curano frutteti e vigneti, allevano polli e mucche svizzere (del loro latte, venduto dalla centralissima latteria Serafini, si rifornisce il Quirinale e la Roma che conta). E, soprattutto, i nuovi arrivati si ammalano di malaria e ne muoiono. Esattamente come accade ai detenuti della colonia agricola collocata nel 1875 a Castiadas, nei pressi di Cagliari.

Un'esperienza che, assieme a quelle delle colonie penali dell'Asinara e di Isili, viene raccontata in un saggio - denso di dettagli e mosso come un romanzo - di Franca Mele. Mentre di altre colonie per "coatti" parla con ricchezza di particolari Daniela Pozzi che, tra l'altro, si sofferma sulle tristi prodezze di un ineffabile delegato carcerario, tale Raffale Santoro. Un direttore che, oltre a razziare delle cose pubbliche e delle povere risorse dei suoi detenuti, li convince a stare buoni, e a tutto subire. Sino a millantare una prossima amnistia che giungerà a proclamare motu proprio, affiggendo tanto di manifesto falsificato. Ovviamente dovrà scapparsene. A Parigi. Inseguito da quella stessa giustizia di cui è stato così infido servitore.

 

 

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