Proteste degli agenti

 

Le proteste degli agenti di Polizia Penitenziaria

 

La politica repressiva nei confronti delle carceri segue anche canali subdoli e striscianti. Perché, infatti, assumere provvedimenti impopolari e suscettibili di polemiche e recriminazioni, quando è sufficiente non fare nulla per incrementare il disagio e rendere le condizioni degli istituti sempre più afflittive?

Una volta ogni tanto è bene guardare cosa accade anche dall’altra parte della "barricata" per capire quello che accade. Nella sola ultima settimana di gennaio le notizie riguardanti i problemi della polizia penitenziaria sono rimbalzate da un capo all’altro dell’Italia, delineando una situazione esplosiva.

 

A Cosenza (Gazzetta del Sud 23/1/02) il sindacato SAPPE ha richiesto l’intervento del sottosegretario alla Giustizia Santelli perché le carenze di organico costringono gli agenti, che in molti casi devono ancora godere delle ferie del 2000 e del 2001, a estenuanti turni di lavoro, senza i riposi settimanali.In molti casi devono svolgere più mansioni nello stesso turno a detrimento dei compiti istituzionali.

 

A Milano, nel carcere di Opera (Il Giorno 24/01/2002) gli agenti sono "in rivolta" per protestare a causa degli straordinari e del salario accessorio che non vengono pagati da settembre e nei prossimi giorni la protesta si dovrebbe estendere anche ad altri istituti di pena lombardi, a partire da San Vittore.

 

A Udine (Messaggero Veneto 25/01/2002) i sindacati degli agenti penitenziari del Triveneto denunciano una carenza di organico di almeno 500 unità per far fronte alle attuali esigenze, senza contare l’aggravamento della situazione che potrebbe conseguire all’approvazione della nuova legge sull’immigrazione, che incrementerebbe in modo esponenziale il numero di detenuti.

 

A Imperia (La Stampa 25/01/2002) i rappresentanti sindacali degli agenti si sono rivolti al prefetto per chiedergli di intervenire su una situazione vicina al punto di crisi. Anche qui la carenza di organico rende difficile il controllo della popolazione detenuta in costante aumento.

 

A Bergamo (L’Eco di Bergamo 26/01/2002) è scontro aperto tra i sindacati degli agenti e il DAP per le carenze di organico e sulla vicenda è intervenuto anche il ministro Castelli.

 

A Vigevano (La Provincia Pavese 26/01/2002) gli agenti hanno manifestato in piazza per protestare per la mancata sostituzione dei colleghi in malattia e per l’adeguamento degli organici.

 

A Pistoia (La Nazione 26/01/2002) è scattato l’allarme perché a fronte di una capienza prevista di 70 detenuti, il carcere ne ospita circa 130, sorvegliati da una cinquantina di agenti, mentre l’organico minimo ne prevederebbe un numero almeno pari a quello dei detenuti.

 

A Padova (il Gazzettino 30/01/2002) 250 agenti hanno chiesto il trasferimento a causa dei turni massacranti e delle ferie non godute. Inoltre è da luglio che gli agenti del Carcere Due Palazzi non percepiscono gli arretrati e gli straordinari.

 

Tutte queste problematiche, connesse con l’endemica carenza di organici, finiscono con l’avere pesanti ripercussioni anche sulla vita dei detenuti. Spesso è sufficiente che un paio di agenti si ammalino perché tutte le attività di un istituto di pena subiscano un blocco: chiudono le scuole, si interrompono i corsi culturali e professionali, non funziona la biblioteca, non si può usufruire della palestra o del campo sportivo. In altri termini il carcere diventa vera e propria galera dove i detenuti sono costretti a vegetare per venti ore al giorno in celle sovraffollate. Il risultato è che gli animi si esasperano, cresce il nervosismo sia degli agenti che dei detenuti, aumentano gli atti di autolesionismo.

Se è unanimemente riconosciuto che nei penitenziari italiani c’è un estrema bisogno di educatori, psicologi e assistenti sociali è necessario rendersi conto che, anche se fossero in numero sufficiente, queste figure professionali si troverebbero nella materiale impossibilità di operare efficacemente perché nella maggior parte dei casi lo Stato non riesce nemmeno a garantire i livelli minimi di sorveglianza da esso stesso stabiliti. Eppure non si parla di assumere nuovi agenti, né nuovi educatori e neppure di svuotare le carceri per alleggerire il carico di lavoro degli operatori, anzi, l’obiettivo è mettere dietro le sbarre qualche migliaio di clandestini. A fronte di questa tendenza, i cultori della tolleranza zero, oltre a lodare la tempestività con cui si finisce in galera in America, dovrebbero anche esaminare il "prodotto" delle carceri americane. Perché bisogna sempre tenere in considerazione un fatto: dalla prigione, prima o poi, si esce. Ed è un grave errore dimenticarsi di questo particolare. Se ci si scorda che ogni detenuto, alla fine, ritorna in libertà, non ci si pone nemmeno l’interrogativo su che tipo di persona si desidera che esca. E’ meglio fare uno sforzo e cercare di recuperare socialmente il detenuto oppure lasciare che un carcere repressivo produca belve inferocite delle quali preoccuparsi solo quando saranno ritornate per le strade?

Se la società non si pone questo problema il carcere, lungi dall’essere la soluzione, rischia di diventare il problema. Puntare esclusivamente sulla repressione significa non risolvere i problemi, ma metterli "in banca" nell’attesa che ne escano con i dovuti interessi.

Ma se proprio ci si vuole ispirare ai modelli americani è bene inquadrarli nella loro completezza. E’ vero che in America si finisce dentro per un semplice eccesso di velocità, ma è anche vero che ogni volta che un agente ferma un automobilista indisciplinato lo deve fare con la pistola in pugno. Perché fin troppo spesso l’automobilista scende sparando. Gli americani sono cattivi? No, è semplicemente che una società spietata produce individui spietati.

 

Graziano Scialpi

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