Intervista a Roberto Castelli

 

Intervista al ministro della Giustizia Roberto Castelli

di Giovanni Tamburino

 

Le Due Città (Rivista dell’Amministrazione Penitenziaria), ottobre 2001

 

Sulla delicata questione del lavoro per i detenuti ed ex detenuti il ministro della Giustizia Castelli ha risposto ad alcune domande, sottolineando non solo l’importanza di valorizzare le capacità professionali delle persone detenute, ma anche individuando alcune interessanti prospettive di inserimento lavorativo.

 

Signor Ministro, esigenze di specializzazione, concorrenza sempre più agguerrita, grande rapidità di aggiornamento, produzioni sempre più sofisticate: queste caratteristiche del mondo della produzione e del lavoro minacciano di espulsione anche i lavoratori "normali". Se lo scenario è questo, non sarà utopia l’obiettivo del lavoro in carcere?

Le osservazioni della domanda sono assolutamente vere, però nelle aziende, soprattutto quelle manifatturiere, sopravvivono ancora attività che richiedono doti quali l’attenzione, la capacità di fare un lavoro ripetitivo, la precisione dei movimenti, senza però grande professionalità. Questo potrebbe essere il primo passo, dopodiché nulla osta che i detenuti possano imparare ad eseguire lavori più complessi ad alto contenuto di professionalità. Non ho bisogno di ricordare che nelle carceri esistono anche persone di grande intelligenza. Quindi le difficoltà che ci sono per allargare il lavoro in carcere mi pare siano di altro tipo.

Lei ha individuato nelle isole penitenziarie uno dei luoghi in cui l’innesto di nuove esperienze lavorative può aprirsi ad importanti prospettive. È un’ipotesi stimolante, e per certi versi nuova e ardita, alla quale i nostri lettori sono senza dubbio interessati.

 

Le isole sono l’ideale per lavori di tipo agricolo e ambientale. Certamente noi pensiamo ad un modello di detenzione completamente diverso da quello per le quali le isole erano state attrezzate. Ho avuto modo di vivere direttamente la realtà delle colonie penali che mi sembrano un esempio assolutamente positivo per offrire un lavoro ai detenuti. Le isole si prestano perfettamente per questo modello.

Certo, occorre trovare un accordo con gli enti locali, poiché non è certo mia volontà quella di mettermi in contrasto con essi, ma sono convinto che una soluzione si possa trovare. Ciò che veramente mi dispiace è che sono state smantellare strutture perfettamente funzionanti e, in alcuni casi, modernissime, con grande spreco di denaro pubblico.

 

In alcuni istituti penitenziari il lavoro è una realtà: Milano Opera, ad esempio, ma anche la Gorgona, Trieste e in altre carceri, soprattutto del Nord. Lei pensa che dipenda prevalentemente da condizioni esterne, come le caratteristiche dell’economia locale o degli atteggiamenti dell’imprenditoria oppure ritiene che pesi di più il fattore interno, inteso come capacità dell’Amministrazione di provocare, "inventare", le occasioni di lavoro come farebbe un imprenditore?

È noto che le idee camminano sulle gambe degli uomini, per cui anche in questo caso l’iniziativa dei singoli è molto importante. Certo le condizioni al contorno sono fondamentali. Infatti lei cita tre casi paradigmatici: due penitenziari sono inseriti in un contesto socio-economico favorevole dove addirittura, nel decennio trascorso, si è determinata una cronica carenza di manodopera, almeno per un certo tipo di attività; il terzo è per l’appunto una colonia penale che, come dicevo prima, si presta molto bene per il lavoro dei detenuti.

 

La recente legge Smuraglia, approvata da tutte le forze politiche, si propone di incrementare il lavoro carcerario grazie a un regime di favore promesso ai datori di lavoro. È la strada giusta o ve ne sono altre che secondo Lei sarebbero più efficaci?

Sicuramente la legge Smuraglia è un notevole passo in avanti per facilitare il lavoro dei detenuti, ma non è certamente la molla decisiva. Il vero impulso deve essere dato dalla forte volontà di realizzare questo progetto. Occorre superare una continua serie di ostacoli legati alle abitudini, alle esigenze culturali, alle procedure regolamentari, alla carenza di fondi e di personale - perché in realtà far lavorare i detenuti in Italia costa molto - e, infine, a questioni normative per le quali, mi sembra, siano maturi i tempi per un loro superamento.

 

In quasi tutti i Paesi europei il lavoro penitenziario è remunerato molto meno che in Italia. In compenso, i detenuti che lavorano sono percentualmente molti di più. Vi è chi pensa che quella sia la ricetta giusta. È anche la Sua opinione?

Questo è uno dei punti dolenti più delicati, poiché implica posizioni ideologiche. È prevalente, infatti, presso una imperante corrente di pensiero, che remunerare poco i detenuti significa sfruttarli. È del tutto evidente che un datore di lavoro a parità di costo preferisce un non detenuto, con il risultato che poi per questi ultimi manca il lavoro. La legge Smuraglia va ad ovviare parzialmente a questa situazione, ma non è sufficiente. Io credo che occorra cominciare a porsi il dato che il lavoro, oltre che essere educativo e a creare grandi opportunità di reinserimento per i detenuti, possa anche essere una forma di risarcimento nei confronti della società e pertanto che sia valido il principio per il quale esso sia meno remunerato rispetto agli standard contrattuali.

 

 

 

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