Newsletter n° 8 di Antigone

 

Newsletter numero 8 dell'Associazione "Antigone"

a cura di Nunzia Bossa e Patrizio Gonnella

 

L’editoriale di Patrizio Gonnella: Il detenuto ridotto a fascicolo

L’Osservatorio Parlamentare, a cura di Francesca D’Elia

La recensione, di Tilde Napoleone

Rapporto 2003 Dipartimento di Stato Usa su diritti in Italia, di Patrizio Gonnella

Brevi, a cura di Nunzia Bossa

L’editoriale: Il detenuto ridotto a fascicolo, di Patrizio Gonnella

 

Un paraplegico che si impicca in carcere dovrebbe fare notizia, dovrebbe indignare l’opinione pubblica, dovrebbe far scattare una inchiesta sulle responsabilità di chi non lo ha curato e non lo ha scarcerato. Un uomo costretto alla sedia a rotelle, e chiuso in galera, pone una quantità di domande. Come ha fatto a impiccarsi? Perché non era assistito o piantonato? Come mai era in carcere? Perché non era in ospedale o a casa? Come mai la magistratura di sorveglianza non ha deciso più rapidamente se sospendergli la pena? A chi può far paura un invalido totale? Se il sistema penitenziario non riesce a trattare i casi limite, ci si può immaginare cosa farà della vita di coloro che possono essere (mal) trattati senza troppe delicatezze, in quanto sani, immigrati, tossicodipendenti.

La vita nelle galere italiane è sempre più difficile. Le carceri sono sprofondate, dopo il dibattito estenuante sulla clemenza che ha partorito il ben poco efficace indultino, in una opacità pericolosa. In una situazione di sovraffollamento grave - 55 mila detenuti per 42 mila posti letto - la condizione di salute psicofisica del singolo detenuto viene completamente dimenticata. Non vi è più traccia del trattamento individualizzato, non ci si può più occupare di uno solo, le pratiche sono troppe, i detenuti diventano fascicoli. La magistratura di sorveglianza, per difetto di interesse e per eccesso di lavoro burocratizzato, ha rimosso la questione dei diritti fondamentali. Per cui può accadere che un detenuto cinquantenne, malato grave, rinchiuso indebitamente in un centro clinico dell’amministrazione penitenziaria, non se la senta più di attendere un piccolo atto di giustizia che gli consentirebbe di andarsi a curare fuori dal carcere, e decida di ammazzarsi.

Pochi giorni fa a Palermo un detenuto comune, cardiopatico, è morto in carcere. I suoi compagni hanno a lungo protestato. A Parma, Calisto Tanzi, in quanto cardiopatico, in carcere non ci è andato. Il diritto alla salute e il diritto alla vita sono fortemente a rischio nei penitenziari italiani. La riforma del 1999, che prevedeva che la medicina penitenziaria passasse al servizio sanitario nazionale, è rimasta lettera morta. La situazione è così allarmante che la Camera ha avviato una indagine conoscitiva. Il suicidio avvenuto a Opera può essere risarcito solo se si decide seriamente di rispondere a qualcuna delle domande precedenti. Ossia, se si individuano le responsabilità, se si chiudono le prigioni-ospedali, se si passano le competenze mediche ai medici esterni, se se si impongono tempi certi alle decisioni della magistratura, se si creano nuove figure di garanzia e promozione dei diritti delle persone recluse.

Lo Stato deve ridurre il tasso di violenza insita nel sistema, introdurre meccanismi di mitezza e umanità. Se lo Stato abdica a questo ruolo rinuncia a essere lo Stato di tutti e si trasforma progressivamente in strumento di vendetta sociale a protezione dei soliti noti.

Osservatorio Parlamentare, a cura di Francesca D’Elia

 

Secondo via libera del Consiglio dei Ministri al ddl Fini sulle droghe

 

Il disegno di legge Fini sulle droghe, in data 5 marzo, ha ricevuto il nuovo OK  dal Consiglio dei Ministri; il progetto, già licenziato dal CdM il 13 novembre scorso, ha infatti avuto il secondo via libera dopo che la Conferenza delle Regioni si è espressa, infine, in senso favorevole. Confermata l’abolizione della distinzione fra droghe "leggere" e "pesanti" (in quanto considerate comunque dannose); il divieto d’uso e impiego di sostanze stupefacenti, anche per consumo personale; confermato anche il limite quantitativo, spartiacque tra l’applicazione di sanzioni amministrative (se la quantità è inferiore al limite fissato) e le sanzioni penali (nel caso la quantità sia, invece, superiore allo stesso). Le sanzioni amministrative prevedono: sospensione della patente di guida, del porto d’armi, del passaporto, del permesso di soggiorno per motivi turistici; fermo amministrativo del ciclomotore in uso; e, in caso di recidiva, obbligo periodico di firma, divieto di condurre veicoli a motore, divieto di allontanarsi dal comune di residenza. Le sanzioni penali prevedono (per le ipotesi meno gravi, si badi bene!) la pena da uno a sei anni di reclusione; si può arrivare, però, anche a 20 anni di carcere. Per chi commette un fatto di lieve entità, viene introdotta un’alternativa alla reclusione, e cioè lo svolgimento di un lavoro di pubblica utilità, possibilità però revocabile in caso si violino gli obblighi connessi al lavoro da svolgere. Si può accedere alla terapia di recupero già a partire dalla disposizione della custodia cautelare in carcere; la reclusione può quindi essere evitata, andando agli arresti domiciliari e sottoponendosi al programma terapeutico. Nella proposta, inoltre, si configura un nuovo sistema di rapporti fra enti pubblici e strutture private, e si prevede l’istituzione di Albi regionali, ai quali le strutture private di recupero, munite dei requisiti indicati dalla legge, si devono iscrivere onde poter stipulare convenzioni con le Regioni (per le terapie di recupero) e con il Ministero della  Giustizia  (in relazione alla sospensione dell’esecuzione della pena). Alle comunità è riconosciuta la possibilità di certificare la dipendenza da droga e di predisporre il piano terapeutico, la cui certificazione era invece prima affidata in esclusiva ai Sert, i servizi pubblici per le tossicodipendenze. In Parlamento non vi è comunque alcuna traccia della proposta Fini, che non è stata ancora depositata al momento in cui si scrive (26/3/04).

 

Commissione di indagine sulla sanità penitenziaria: audizione di Sebastiano Ardita, Direttore dell’Ufficio "detenuti e trattamento" del D.A.P.

 

Il 23 marzo, nell’ambito della commissione di indagine sulla sanità penitenziaria delle Commissioni Giustizia e Affari Sociali, si è svolta l’audizione del responsabile della Direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, Sebastiano Ardita. Preoccupanti i dati che ha diffuso in relazione alla quota pro capite destinata alle spese sanitarie per il cittadino libero e quella esistente per il cittadino detenuto: storicamente, afferma, tale quota è stata sempre molto più elevata per il soggetto in detenzione rispetto a quello in stato di libertà; calcolando in migliaia di euro le quote, ad esempio, nel 1995 al cittadino detenuto veniva destinata una spesa pro capite pari a 1.846 euro, a quello libero una pari a 839 euro. Nel 2003, data di ultima rilevazione, le quote si sono sostanzialmente sovrapposte; infatti, al soggetto in stato di detenzione vengono erogati 1.498 euro e all’individuo in libertà 1.378 euro. Quanto avvenuto si spiegherebbe, da un lato, in ragione della costante crescita della popolazione detenuta sul territorio nazionale (pari a circa 2 mila unità annue, all’epoca di riferimento); dall’altro, in ragione della crescita esponenziale dei costi per prestazioni sanitarie, in particolare per le prestazioni orarie di medici ed infermieri. A fronte dell’accresciuta domanda di un servizio di sanità penitenziaria, si riscontra, allo stato, una consistente contrazione del budget disponibile, per lui "dato tendenziale", riferibile ad un fatto storico e non ad un approccio di carattere politico. Per la sanità cresce costantemente la spesa annuale per i cittadini liberi mentre decresce - dal 1995 ad oggi - quella per i detenuti. Come riferisce poi Ardita nel corso dell’audizione, la caratteristica dei soggetti seguiti dal servizio sanitario penitenziario sarebbe la loro comune appartenenza (salvo alcune eccezioni) ad una fascia sociale particolarmente bassa, rispetto alla quale l’erogazione di servizi sanitari, all’esterno, spesso risulta carente: frequentemente, i neodetenuti entrano in carcere con patologie gravissime perché trascurate o non rilevate all’esterno. Ardita spiega l’attività aggiuntiva di intervento in tema di sanità che gestisce l’ufficio da lui diretto:  presso la direzione generale dei detenuti, vi sarebbe uno staff con i migliori medici che operano nel nostro sistema sanitario penitenziario, come il dottor Starnini, medico infettivologo di grande impegno medico-scientifico. Questo staff, guidato dalla dottoressa Brunetti (responsabile del reparto sanità) ha elaborato le linee guida di conoscenza e di intervento prioritarie nel settore. Lo staff ha prima studiato il livello di compromissione della salute e gli strumenti utilizzabili sul territorio nazionale; poi ha individuato i criteri per rendere attuale ed immediata la conoscenza di questo stato di salute, avviando un processo di informatizzazione delle cartelle cliniche sanitarie. Il processo, in fase sperimentale, è già presente in Emilia Romagna e renderebbe possibile conoscere in tempo reale le condizioni sanitarie in capo ai singoli istituti e la gravità delle patologie esistenti. Il metodo della cartella clinica informatizzata  dovrebbe essere reso operativo entro 6 mesi su tutto il territorio nazionale, così facilitando l’individuazione delle esigenze sanitarie di ciascuna realtà periferica sulla base delle reali esigenze. Informatizzando il sistema, quindi, si potrebbe conoscere, all’interno di ciascuno istituto, suddivise per categorie cliniche chiare, quali siano le patologie presenti e quale il grado di queste patologie. Ardita ha inoltre richiamato la situazione del settore "tossicodipendenze": circa 1/3 dei detenuti presenti sul territorio nazionale ha sofferto o soffre di patologie legate alla tossicodipendenza; per i soggetti in questione sarebbe necessario un tipo di scelta penitenziaria diversa, sia dal punto di vista sanitario, che trattamentale. Dal 2002 sarebbero stati incrementati gli "Icatt" (gli istituti di custodia attenuata), ora 23.  Vi sarebbe l’impegno in un progetto - chiamato "Dapi"-, che tende ad evitare la detenzione in carcere per i tossicodipendenti: in particolare, punta alla creazione di gruppi di lavoro tra forze dell’ordine, istituzioni penitenziarie e ASL per fornire assistenza al giudice prima dell’udienza per direttissima, affinché lo stesso sia messo in condizione di indirizzare il detenuto verso la realtà a lui più idonea, "perché non sempre il carcere per un soggetto malato è la scelta migliore", ha affermato Ardita. L’audizione di Ardita si è quindi conclusa con le sue considerazioni riguardo al necessario deflazionamento dell’ingresso in Opg di soggetti che non siano realmente bisognosi di tali strutture.

 

Affossata la proposta di legge sulla grazia

 

No alla possibilità per il Presidente della Repubblica di concedere autonomamente la grazia ai detenuti. Così si è espressa l’assemblea della Camera dei Deputati che il 16 marzo ha di fatto affossato la proposta di legge Boato che puntava a modificare le norme in materia (in particolare, riconoscendo un potere autonomo al Capo dello Stato, a prescindere dal parere del Ministro della Giustizia). Il provvedimento era stato approvato in Commissione con una maggioranza trasversale tra  deputati di tutti gli schieramenti; accordo che però è saltato in Aula, dove la maggioranza compatta ha approvato un emendamento di A.N. che ha soppresso i nuovi poteri previsti dalla proposta di legge. Dopo il passaggio dell’emendamento, l’opposizione ha lasciato l’Aula per protesta: messo ai voti, il testo del provvedimento è stato quindi bocciato nel suo insieme.

La recensione di Tilde Napoleone

 

Niente Asilo politico. Diario di un console italiano nell’Argentina dei desaparecidos, di Enrico Calamai; Editori Riuniti, 2003

 

Siamo alla metà degli anni ‘70. In America Latina, in piena guerra fredda. Un giovane console, lo stesso autore del libro, viene inviato a svolgere i suoi uffici in Argentina prima, in Cile dopo e poi ancora in Argentina. Poco incline ai servilismi di potere, ma educato al senso dello Stato e alla rigida esecuzione dei propri doveri, il giovane console si trova ad affrontare, quasi all’inizio di carriera, il Cile di Pinochet, l’Argentina dei generali, ma soprattutto l’Italia dell’acquiescenza a tutto questo. E’ infatti questa la nota più dolente del suo diario. Oltre a denunciare la violenza di quei due regimi, che come armi per sopravvivere e riprodursi utilizzavano la cancellazione e la negazione di ogni opposizione, il libro rappresenta una importante testimonianza dell’atteggiamento dei governi occidentali di fronte a quello che stava succedendo. Niente Asilo Politico, è il titolo, perché proprio questa sarà la risposta del governo italiano di fronte alle richieste di protezione da parte dei perseguitati politici italiani o di origine italiana in Argentina. L’asilo politico non sarà concesso, se non in rari casi e questo per non rovinare del tutto i rapporti con il regime dei militari.

In Cile, nel 1973, la violenza è troppo estesa ed evidente. Non si può far finta di niente di fronte all’opinione pubblica italiana che aveva seguito con interesse l’esperimento di Allende. E’ per questo che si preferisce evitare di accreditare un altro ambasciatore, dopo che il precedente si era rifiutato di tornare nel paese. Accreditarne uno nuovo significherebbe riconoscere il Golpe. "Questa sarebbe la soluzione più gradita agli USA", ma la DC, al potere in Italia, capisce che non si può essere così espliciti. Si preferisce una politica "all’italiana", come si ama dire, una politica del doppio binario; si evitano i passi formali di un riconoscimento del regime dei militari, ma non si interrompono i rapporti diplomatici, non si arriva alla chiusura dell’ambasciata. Le ambasciate si riempiono di rifugiati. E’ un problema; la presenza di perseguitati politici nella residenza può diventare un motivo di scontro, di disaccordo con i militari. L’Italia non ostacola l’accoglienza della prima ondata di rifugiati; ma con il tempo l’atteggiamento cambia, non si concede più niente. Il governo italiano diventa più ambiguo e sempre più ammiccante verso quel regime. Enrico Calamai non riesce "a capire la ragione di Stato, perché il governo italiano non li accoglie". Lui è dalla parte dei rifugiati e per questo quasi da subito si troverà ai margini della vita diplomatica, di cui non riuscirà mai ad accettare apparati, convenzioni, prassi. Ancora all’inizio della sua carriera, quindi inesperto, andrà via dal Cile con la sensazione di non aver potuto fare molto per modificare quella dolorosa situazione.

Torna a Buenos Aires, siamo nel 1976. Di nuovo un colpo di Stato. In Argentina l’atteggiamento del governo italiano sarà ancora più ambiguo, più defilato. Da subito si evita di far entrare i rifugiati in Ambasciata. Ancora una volta viene chiesta acquiescenza ed è questa che il governo italiano è disposto a concedere. La città di Buenos Aires è tranquilla. Qui, a differenza che a Santiago – racconta Calamai - non si vedono carri armati in giro; i locali notturni, i ristoranti sono sempre pieni di gente. Ma la repressione è sistematica, anche se invisibile. Le persone scompaiono. A quel punto Enrico Calamai non può più tacere "c’è un solo modo per non essere colpevole anche io: fare qualcosa, estendere i miei privilegi a chi vaga per la città in cerca di aiuto". Si oppone al comportamento degli altri, Console generale, Ministero degli Esteri, governo, ambasciatore, "tutti in sintonia ad evitare di turbare i rapporti con i militari". Trova strategie per superare questo muro e aiutare concretamente tutti quelli che può, mettendo in pericolo la sua vita; utilizza la stampa, sa che ogni notizia deve arrivare in Italia. Solo così infatti, di fronte al rischio che qualche notizia trapeli, cade ogni intralcio e i perseguitati trovano aiuto. Ma la situazione in Italia non viene affrontata veramente.  Anche di fronte alla sparizione di cittadini italiani, il governo non protesta, non convoca l’ambasciatore argentino, non apre i cancelli ai rifugiati. Lui viene isolato; considerato a volte pazzo, a volte un comunista, ormai è indesiderato. I suoi affanni per cercare di rendere il consolato un luogo sicuro, ad un certo punto diventano inutili. Dovrà andare via "senza essere riuscito a organizzare un gruppo di persone disposte a continuare la sua attività umanitaria", senza essere riuscito a far comprendere all’Italia la gravità della situazione. Anche il Pci, da lui interpellato una volta tornato, preferisce far finta di non vedere. Mosca, d’altronde, non ha mai condannato i generali argentini, perché ha bisogno del loro grano. La mattina in cui con amarezza abbandonerà la sede del Pci, Enrico Calamai chiuderà con tutta questa storia, tanto di Buenos Aires non si può parlare. Meglio dimenticare e aspettare il momento in cui sarà possibile lasciare il Ministero degli Affari Esteri "un tunnel durato 20 anni".

Sul rapporto 2003 del Dipartimento di Stato Usa sui diritti in Italia

 

Accuse di maltrattamenti alle forze dell’ordine, prigioni sovraffollate, tempi troppo lunghi di custodia cautelare, lentezza dei processi, violenze sporadiche contro gli immigrati stranieri, sfruttamento del lavoro minorile, traffico di essere umani: sono questi i rilievi che il Dipartimento di Stato statunitense ha rivolto per il 2003 alle autorità italiane. L’Italia, come tutti gli anni, è passata sotto la lente indagatrice degli Stati Uniti, che in un lungo e circostanziato rapporto hanno esaminato e disaminato lo stato dei diritti umani nel nostro Paese.

 

Tortura - Nel rapporto si legge di alcuni casi di abusi di polizia su detenuti, in particolare nei confronti di immigrati. Viene ricordata l’inchiesta genovese a seguito delle violenze di polizia in occasione del vertice internazionale del G8 e un episodio accaduto a Milano nel marzo scorso che ha coinvolto oltre 100 persone le quali hanno denunciato l’uso eccessivo della forza da parte della polizia intervenuta dopo che una rissa era tragicamente sfociata in un omicidio.

 

Carceri - La condizione di sovraffollamento dei penitenziari italiani, 13 mila detenuti in più rispetto ai posti letto regolamentari, viene evidenziata in tutta la sua drammaticità. Vengono ricordati i 72 morti in carcere nei soli primi sei mesi del 2003. Viene positivamente messa in luce la decisione del governo italiano di consentire a organizzazioni non governative di visitare le prigioni.

 

Equo Processo - Nonostante siano stati osservati alcuni miglioramenti sullo stato del processo in Italia, la giustizia continua a essere ritenuta troppo lenta e inefficiente. Nel solo 2003, viene ricordato nel Rapporto, la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato per ben 148 volte il governo italiano per l’eccessiva lunghezza dei procedimenti giudiziari. Le cause dei tempi troppo dilatati sarebbero: l’assenza di limiti effettivi alla durata delle indagini nella fase pre-processuale, l’eccessivo numero di reati minori previsti nel codice penale, la non chiarezza e contraddittorietà di alcune norme, la completa libertà da parte del PM di scegliere su cosa indagare, le risorse insufficienti, il numero inadeguato di giudici.

 

Libertà di stampa - Con freddezza anglosassone viene menzionata la situazione dei media in Italia, il controllo da parte della famiglia del premier di due giornali e sei tv. Viene altresì ricordata la decisione del presidente Carlo Azeglio Ciampi di non firmare la legge Gasparri.

 

Diritto di asilo e immigrazione - Nel 2002, secondo i dati del Ministero degli Interni, sono state approvate 1.270 richieste di asilo, mentre oltre 15 mila sarebbero state respinte. Il 50% delle domande accolte riguarda persone provenienti dallo Sri Lanka, dall’Iraq e dalla Turchia. Inoltre vengono ricordati i ben 42 morti di origine immigrata che vi sono stati in 2 incidenti navali a settembre al largo delle coste italiane. Incidenti che hanno coinvolto 2 boat people stracolme di extracomunitari che cercavano fortuna in Italia.

 

Diritti delle donne - Esiste ancora una sottoconsiderazione delle donne nel mondo del lavoro. Le retribuzioni delle donne sono di media il 26,6% più basse di quelle di un uomo che svolge lo stesso lavoro. La disoccupazione femminile è all’11,4% contro il 6,4% degli uomini. Anche la disoccupazione giovanile è ben più marcata tra le donne (31,4%) che tra gli uomini (24,7%).

 

Diritti dei minori - Vengono stimati tra i 10 e i 12 mila i casi annui di violenza nei confronti dei minori. Tra i 1.880 e i 3000 i minori coinvolti in prostituzione di strada. 431 le denunce di pedofilia on line nei soli primi sei mesi dell’anno. Viene menzionata la sezione speciale di polizia nata ad hoc per contrastare le pedo-pornografia. Infine, ben 31.500 sarebbero i bambini sotto i 14 anni costretti al lavoro.

Brevi, a cura di Nunzia Bossa

 

Con un tasso di 141 detenuti ogni 100 mila abitanti la Gran Bretagna si conferma anche per il 2003 la capitale europea delle prigioni. Inghilterra e Galles vantano, infatti, il primato assoluto nella lista dei paesi con il più alto numero di detenuti rispetto alla popolazione. Seguono la Germania, con 98 detenuti su 100mila abitanti e la Francia.

 

La Svizzera in un referendum popolare ha detto sì all’internamento a vita senza possibilità di liberazione anticipata per gli autori di crimini sessuali pericolosi. Ignorando le raccomandazioni del governo, della maggioranza del parlamento e di numerosi esperti, il 56,8 % degli elettori elvetici ha votato per l’applicazione di questa aspra misura, su un’iniziativa promossa da parenti di vittime di plurimoicidi.

 

In Francia una detenuta del carcere di Fleury Merogis è stata costretta a partorire con le mani bloccate dalle manette. Secondo l’Osservatorio internazionale delle prigioni (Oip), che ha rivelato l’episodio, la donna ha rifiutato che la sorvegliante dell’amministrazione penitenziaria cui era affidata entrasse in sala parto al suo fianco e questa non ha trovato di meglio da fare che metterle le manette, malgrado le proteste del personale ospedaliero.

 

Evasioni più o meno spettacolari:

lo scorso febbraio un gruppo di detenuti è fuggito dalla porta principale del centro di detenzione Polimer di Rio de Janeiro. Non è chiara la dinamica dell’evasione di massa: sono fuggiti ben 49 detenuti sui 74 presenti.

sempre da carceri brasiliane, sono evasi, poi, gli unici due detenuti del penitenziario dell’isola di Fernando de Noronha, nel bel mezzo dell’oceano Atlantico. I due detenuti dovevano essere trasferiti in un penitenziario sul continente, in quanto il carcere dell’isola pare non offrisse condizioni di sicurezza sufficienti, ed in effetti…certo se il trasferimento previsto era presso il centro di detenzione Polimer…Ad ogni modo prima di perdere l’occasione, i due hanno rimosso le sbarre e se la sono filata verso il porto, dove hanno scelto accuratamente la miglior imbarcazione, uno yacht usato per portare i turisti a fare immersioni intorno all’isola. Hanno pensato a tutto, rubando anche due taniche di carburante da altre barche. Le ricerche della marina militare sono state per ora infruttuose.

evasione spettacolare anche dal carcere di massima sicurezza Tihar, a New Delhi: Sher Singh Rana, detenuto per l’assassinio di Phoolan Devi, la celebre Regina dei banditi, è uscito dalla prigione nientemeno che sotto scorta di polizia, ma gli agenti che lo circondavano erano in realtà suoi complici. Questi infatti, in perfetta uniforme, si sono presentati alle 7.00 in punto nell’istituto di pena dichiarando di essere stati incaricati di andare a prelevare il prigioniero per condurlo in tribunale, una camionetta della polizia attendeva regolarmente nel cortile. Una fonte, che ha chiesto l’anonimato, ha dichiarato: "Più tardi ci è venuto un colpo quando un’altra unità di polizia si è presentata all’ingresso della prigione con un mandato di ingiunzione giudiziaria per Rana".

è evaso da solo e senza l’aiuto di nessuno un detenuto negli Stati Uniti a Omaha in Nebraska,  minacciando gli agenti addirittura con una pistola fatta di carta igienica, nastro adesivo e inchiostro nero. È stato ripreso dopo quattro giorni in seguito ad una sparatoria, durante la quale pare siano state usate stavolta armi vere.

a casa nostra, invece, si usano metodi più spicci per evadere: due detenuti del carcere di Isernia, infatti, hanno semplicemente minacciato con una pistola (vera) l’agente di polizia penitenziaria presente al posto di guardia che ha dovuto camminare con i due fino all’uscita dell’istituto di pena, dove ad attenderli c’era un complice a bordo di un’auto. L’agente è stato rilasciato appena i due sono saliti in macchina.

 

A Napoli la condanna di un uomo accusato di omicidio è stata celebrata con manifesti listati a lutto. Così è stata resa pubblica la sentenza per l’omicidio di una donna di 41 anni uccisa a martellate nell’aprile dello scorso anno dall’ex convivente.  Il manifesto, che a quanto pare sarebbe stato fatto affiggere dai familiari della donna laconico, recitava: "Giovanni Agliarulo, Assassino di Patrizia Carteciano è stato condannato a 35 anni di carcere".

 

La Cassazione con una sentenza garantista accoglie il ricorso di un detenuto presso il carcere di Parma, sottoposto al regime del 41 bis che si era ‘ribellato’ all’ordine di servizio con cui la direzione della casa circondariale aveva stabilito che bisognava procedere sistematicamente alla perquisizione dei detenuti, con, scrive la Suprema corte, "le modalità del denudamenti", tutte le volte che gli imputati dovevano entrare nella sala predisposta all’interno del carcere, per la partecipazione a processi attraverso videoconferenza. Il detenuto ricorrente stesso era stato sottoposto, anche più volte in un giorno, a questo tipo di perquisizioni che riteneva vessatorie e ingiustificate. Il suo reclamo era stato rigettato dal magistrato di sorveglianza, ma è stato accolto dai giudici della Cassazione che si sono rifatti ad una pronuncia della Corte costituzionale di 4 anni fa. Non è senza limiti, ribadisce la Cassazione - né riguardo ai presupposti, né riguardo alle modalità in cui viene eseguita - la possibilità di perquisire i detenuti. Il pieno rispetto della personalità e della dignità, oltre che, nei limiti del possibile, del pudore di chi è sottoposto a perquisizione devono essere rispettati.  

 

Storie di ordinaria disperazione:

era uscito dal carcere per essere assegnato agli arresti domiciliari per motivi di salute, un detenuto di 86 anni dell’Ucciardone, ma una volta tornato a casa ha trovato la porta d’ingresso murata con calce e mattoni. L’anziano si è allora rivolto al suo avvocato e poi ha chiamato la questura. L’uomo ha poi appreso dai vicini di casa che il  proprietario del suo appartamento, aveva applicato il drastico provvedimento in quanto il locatario non pagava l’affitto…

un giovane detenuto uscito dal carcere di Bari beneficiando degli arresti domiciliari, non ha trovato nessuno che lo accompagnasse a casa. Senza soldi, con il credito della scheda del telefonino esaurita, ha tentato di raggiungere casa a piedi. Ormai a notte fonda una pattuglia dei carabinieri lo ha fermato alla periferia della città e lo ha arrestato per evasione dagli arresti domiciliari. L’avvocato del giovane ha dichiarato che il suo assistito aveva tentato disperatamente di telefonare con le poche monete che aveva a  disposizione, ma non aveva trovato nessun parente disposto a riportarlo a casa in automobile. 

 

 

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