Verso una carta etica...

 

Verso una carta etica per il carcere

 

 

Sono lieto di pubblicare questo testo provvisorio, in appendice al bel lavoro di Laura Baccaro a documentazione di un percorso che é in atto, e il cui esito non si conosce ancora. Devo a Laura Baccaro un notevole impulso all'elaborazione di questa bozza, e le sono per queste in ogni caso grato.

 

Quello che segue non è un testo giuridico, né come modo di esprimersi, né come contenuto. Certo vi si parla di giustizia, ma a un livello più profondo, quello della coscienza da cui procedono eventualmente i comportamenti verificabili e sanzionabili in base alle leggi.

 

Quello che segue non è neanche un testo ufficiale. Non è ovviamente compito di una istituzione laica come il carcere proporre modelli etici. Tuttavia la laicità di un ambito dovrebbe oggi consistere, piuttosto che nella neutralità e nell'indifferenza, nell’attitudine ad ospitare una varietà di motivazioni etiche (tradizionali o no, religiose o no), a suscitare il confronto tra queste e a sollecitare eventuali convergenze su elementi comuni.

 

Questo non è nemmeno un testo filosofico. L'articolo 27 della Costituzione italiana parla di trattamento "umano", ma la nozione di "umanità", come quella di "persona", o di "natura umana", o di "pena" rinviano a grandi dibattiti e offrono molteplici accezioni, a seconda delle filosofie e dei momenti storici; qui si è voluto partire dalla realtà detentiva quale essa è, con le sue esigenze materiali e morali, e con i compiti e le responsabilità che ne emergono, prima ancora dei diritti-doveri giuridici.

 

Questo testo perciò trae dal basso la sua possibile efficacia persuasiva e la sua eventuale autorevolezza. Nel carcere molte norme sono imposte e vanno rispettate. Molti diritti vengono formalmente riconosciuti. Ma si sente la mancanza di riflessione sulle motivazioni morali che debbono indurre al rispetto delle norme e all’attuazione dei diritti. Si sente più in generale la mancanza di un discorso etico: certo non come imposizione dall'alto, ma come capacità di esplicitare, di far circolare, di discutere temi e problemi fondamentali dell’agire umano, prendendo magari posizione rispetto a questi. Ciò ovviamente con speciale attenzione agli argomenti rilevanti per resistenza reclusa, ma nella consapevolezza che si tratta di temi e problemi pressoché comuni ad ogni tipo di esistenza.

 

Il contenuto di questo testo è stato discusso e fondamentalmente condiviso da un notevole numero di persone che per vari motivi e in vari ruoli hanno esperienza della reclusione.

Esso nasce da, e si rivolge a tutti coloro che sono coinvolti nella realtà detentiva, anche se, come si è detto, in realtà i temi toccati riguardano la vita umana come tale. Il testo dovrebbe essere soggetto a regolare revisione. La sua forma - "temi e domande" - mira a favorire un atteggiamento di esame, e anzitutto di auto-esame, nella direzione di una critica costruttiva del proprio presente, a partire dalle condizioni date: cominciando da ora. I primi cinque punti sono di ordine più generale. 

Verso una carta etica

 

  1. Il tempo è un nostro possesso, prezioso e incerto. Nonostante le dolorose restrizioni che la durata della pena e la situazione di custodia impongono, una certa parte del suo uso dipende ancora da noi. È vero questo? Come vivere pienamente Qui e ora il tempo che ci è dato? Come cogliere le opportunità che si offrono?

  2. Vivere è cambiare, possibilmente in meglio. Probabilmente il cambiamento non avviene se alla consapevolezza della giustizia violata, del torto inflitto, non si accompagna la scoperta della possibilità di una nuova relazione con gli altri, compreso chi ha subito il torto. Si può condividere quest'affermazione? Come, quando, con chi si può instaurare questo nuovo rapporto?

  3. Si può suggerire come un buon principio, quello che la giustizia sia resa, il diritto sia rispettato, il dovuto sia dato senza che venga meno quella spontaneità che fa dell'atto dovuto un atto pienamente umano. È vero questo? In quali situazioni questo si può verificare, nella situazione detentiva?

  4. A fondamento di Qualsiasi processo di auto - educazione e di formazione sta la persuasione che la bellezza, esterna e interiore, la conoscenza, la scoperta della legge e la stessa autodisciplina costituiscono un bisogno profondo della persona, piuttosto che un'imposizione. Si può essere d'accordo su quest'asserto? Che cosa può risvegliare, appunto, Questo bisogno? Che cosa può mettere in moto e accompagnare un processo di auto-coltivazione? Come criticare i "falsi assoluti morali"? Come sconfiggere simulazione, ipocrisia, conformismo?

  5. Un principio, molto semplice e probabilmente universale, per regolare i rapporti è: "Fa' agli altri quello che desidereresti fosse fatto a te", e il suo corrispondente negativo. Questo principio tanto più si arricchisce di contenuto quanto più profondo è il contatto con il proprio bisogno, il proprio desiderio, il proprio corpo: solo così è possibile correlarsi al bisogno dell'altro. Che cosa può frapporsi ad ostacolare questo contatto, questa correlazione? Che cosa è una "giusta distanza" fra le persone?

  6. La conoscenza è un potente mezzo di liberazione e di crescita: istruzione, studio, lettura, cultura. Quale conoscenza? Con quali strumenti? Quali possibilità sono offerte dal carcere, a tutti coloro che ci vivono? Come si accolgono le varie proposte educative e culturali? Qual è il livello della biblioteca?

  7. Le religioni sono, storicamente, e anche attualmente, una significativa componente delle culture umane. Si suggerisce di considerare la religiosità (nelle varie sue forme e tradizioni) come un elemento importante, non tuttavia indispensabile; mentre è imprescindibile una maturità spirituale e morale. È corretto? Quale atteggiamento viene proposto e perseguito durante la reclusione?

  8. Il carcere, molto più di altri ambienti, è un luogo in cui sono presenti molte culture. A di là delle difficoltà di comunicazione, si tratta di cogliere questa pluralità come una ricchezza e un'occasione di scambio. Come conoscere, come far convivere le culture e le tradizioni, nonostante gli antagonismi che spesso esistono fra di esse?

  9. Della compiutezza armonica della persona, della sua dignità, fa parte, secondo molto culture, la capacità di silenzio, di contemplazione, di meditazione. Si condivide questo bisogno? Quale spazio può esservi dedicato nel contesto detentivo? Di quanto silenzio vi si può disporre?

  10. Anche l'attività, il lavoro fanno parte di questa compiutezza. Occorre distinguere tra attività e lavoro? Quali opportunità di lavoro si presentano? Quale parte ha il lavoro, nella vita detentiva, quale significato?

  11. La cura del proprio corpo, l'esercizio fisico, il mantenersi in salute, il gioco, l'attenzione al vestire, al cibo sono espressione di stima di se stessi e manifestano il proprio senso di dignità. Come favorire tutto questo nel giusto equilibrio?

  12. La vita degli affetti interviene in profondità nell'essere, nel pensare e nell'agire umano. La saggezza del vivere è scoperta sia nella relazione con un essere umano d'altro sesso, sia attraverso altre variegate e profonde relazioni. E' vero questo? Le restrizioni della libertà sono evidentemente un ostacolo alla piena esplicazione di questi rapporti, che cosa si può fare per favorirne lo sviluppo?

  13. La famiglia d'origine, insieme con il luogo e la cultura d'origine, rappresenta un legame imprescindibile, che va recuperato e coltivato, anche se spesso si tratta di un rapporto difficile e conflittuale. Vero? In che direzione occorre lavorare in tema di legami originari?

 

Dopo numerose discussioni, confronti, modifiche, ho messo da parte questo testo, "Verso una carta etica" per tutta l'estate, e ho ripreso in mano solo ora, per questa circostanza, Ma questo mettere da parte è stato solo per riflettere sul significato complessivo di questa iniziativa.

Non si tratta del dubbio che questo documento proponga mete troppo alte, idealistiche - potrebbe essere altrimenti? Potrei senza mancare di rispetto proporre ai compagni nell'umano qualcosa che non sia ciò che di più alto e nobile sia stato espresso dall'umanità? C'è invece un dubbio un'obiezione grave, che viene da amici di cui ho altissima stima. Alla base c'è un dilemma: cambiare se stessi, o cambiare le strutture? Oppure: è possibile cambiare se stessi, senza cambiare le strutture?

La risposta implicita in tutto questo testo è: si, è possibile, si può, si deve cominciare da se stessi, qui e ora, E' una posizione che non può essere accettata da chi pensa che la critica delle strutture sia preliminare ad ogni lavoro su se stessi, e questa divergenza riposa su una grande diversità di premesse teoriche, o su diverse visioni dell'uomo e del modo, che sarebbe qui troppo lungo esplicitare, Mi basti solo dire, per quanto riguarda la visione qui rappresentata, che dietro al testo c'è un complesso di pensieri, espressi da autori e culture molti diverse: stoicismo, il platonismo, il confucianesimo, il buddhismo, il cristianesimo, l'islam (dovrei naturalmente rendere conto: quale islam, quale cristianesimo ecc: c'è di mezzo molta mia ricerca e insegnamento, in carcere e fuori).

Tutti pensieri convergenti nell'affermazione della priorità e possibilità di "coltivare se stessi" rispetto a "reggere l'impero", per rifarsi alla tradizione cinese. Ovvero, tutti convergenti nella direzione di un'antropologia fiduciosa nelle risorse della persona nel misurarsi con il negativo che è in noi, con la pressione della comunità e della società.

Una convergenza che mi rassicura anche contro il dubbio, prima che obiezione: sei solo tu adire tutti questo? Allora, dinanzi all'obiezione grave, che ci riporta alla questione iniziale: questo riportare l'impegno al soggetto non costituisce forse una sottrazione di forze ad un impegno politico volto a riformare le strutture? Non rischia di essere un servizio reso all'istituzione così che è, invece che un servizio alla sua critica e forse distruzione? Risponderò con quello che mi ha detto un detenuto, assai consapevole e battagliero, rassicurandomi: no, il lavoro su se stessi rende indipendenti dall'istituzione. In questo senso, anche il silenzio, anzi proprio il silenzio può essere sovversivo. Da ultimo. La "carta etica" potrebbe più modestamente chiamarsi "Temi e domande sulla questione etica in carcere". Comunque è essenziale che ogni asserto sia seguito da un "è proprio vero?".

 

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