Giornalismo dal carcere

 

Uomini Liberi, numero di maggio 2005

(Mensile dalla Casa Circondariale di Lodi)

 

L’incontro della redazione di "Uomini liberi" con Mr. Haiji

Quei detenuti che si tolgono la vita: l’assurdo record delle carceri italiane

Un invito a Guerini. Scusi signor sindaco, ci siamo anche noi

L’aiuto al di là di ogni pregiudizio: ecco la "boutique" della Cagnola

Un percorso tra i delitti e la follia

Quando la fantasia riesce a entrare anche in carcere

Le truffe in tv. Ma la legge è davvero uguale per tutti?

Nel "fine settimana della legalità" l’incontro con un gruppo di ragazzi

Il cineforum, occasione preziosa

La Legge Regionale n. 148 rischia di rivelarsi soltanto una bella favola

La legge 148 a tutela delle "persone ristrette" nei penitenziari

Finalmente qualcuno chiamato a difenderci!

Io, spacciatore "libero professionista" sto distruggendo il cuore di chi mi ama

Il 18 giugno un pomeriggio di festa per il gruppo "Bambini senza sbarre"

La lunga attesa di un permesso ripagata da 12 ore con i familiari

Professione ladro: spiati e intercettati dal maledetto satellite

L’incontro della redazione di "Uomini liberi" con Mr. Haiji, che rappresenta Emergency in Afghanistan

 

Dopo una serie di incontri avuti con alcuni esponenti lodigiani e non di Emergency, fra cui la presidente Teresa Sarti (moglie di Gino Strada) per sensibilizzarci sul tema della pace, con questa acclamazione: Allaho Akbar - Allaho Akbar, "Dio è grande", da parte dei musulmani ospiti della Casa circondariale di Lodi, si è conclusa la visita di un rappresentante della stessa associazione "non governativa" venuto dall’Afghanistan.Sono state proiettate delle diapositive a dimostrazione dell’attività svolta in Afghanistan dal 1999 ad oggi.

Dopo la proiezione tutta la sezione si è dimostrata interessata e coinvolta emotivamente al problema, rivolgendo a Mr. Haiji e al suo traduttore, una serie di domande riguardanti la situazione durante e dopo la guerra. Mr. Haiji si è successivamente intrattenuto con i componenti della redazione di "Uomini Liberi", concedendo un po’ del suo tempo e dettagliando più da vicino il suo vissuto personale e quello della popolazione afghana. Seduti in cerchio per mettere a suo agio Mr. Haiji e rendere più familiare l’atmosfera, abbiamo colloquiato col nostro interlocutore per capire più da vicino il perché di questa guerra.

L’abitudine nel vedere attraverso i media questa terra così arida e incolta, ci ha portato a chiedergli di cosa la popolazione viveva prima del conflitto. Mr. Haiji ci ha spiegato che il suo territorio e in particolare la valle del Panshir, ricca di acqua, è sempre stata fiorente con una produzione agricola rilevante, sufficiente per tutta la popolazione. Da sempre poi sono esistiti giacimenti di petrolio quale materia prima per l’industria e il Paese, per la sua posizione strategica per il Medio Oriente, è sempre stato caratterizzato da un commercio rivolto agli stranieri che lo attraversavano.

Già da questa risposta possiamo evincere la motivazione principale di questo conflitto scaturito sia per impossessarsi dell’oro nero che per avere il dominio su questo importante territorio. Oltre a queste motivazioni, mai dichiarate, abbiamo più volte letto e sentito che l’intervento armato si giustifica con il fatto che il vostro Paese era sottoposto a dittatura ed era rifugio di terroristi, pertanto al fine di portare la democrazia e ricercare i terroristi è intervenuto l’esercito. Ora che esiste un presidente e fra pochi mesi un Parlamento la situazione è veramente cambiata e quali benefici avete avuto?

Con rabbia mista a rammarico ci risponde: "Gli americani hanno dichiarato di essere venuti in Afghanistan per portare la democrazia mentre a tutt’oggi hanno solo distrutto e inoltre ci hanno imposto un presidente che finora, oltre a non essere benvoluto dagli afghani, non ha dato inizio a quegli interventi sociali tanto attesi, sia nel campo sanitario che dell’istruzione, che sono già stati finanziati con gli aiuti internazionali. Come se non bastasse vediamo che chi lo segue da vicino gode di notevoli benefici, mentre tutto il resto della popolazione non ha nemmeno avuto l’occasione di vederlo perché vive isolato e lontano, attorniato solo dai suoi seguaci. Lo scorso 25 aprile mi son meravigliato nel vedere in piazza del Duomo a Milano il vostro presidente della Repubblica intrattenersi con la gente senza alcun problema".

Come ha conosciuto Emergency?". Tornando indietro nel tempo quando svolgevo l’attività di autista, poi con l’inizio dei disordini e delle guerre ho combattuto a fianco di Massud. Per motivi "politici" sono stato rinchiuso in carcere e dimenticato per sette lunghi anni. Ecco che dopo questo lungo calvario, quando i talebani hanno distrutto tutto il Paese, ho conosciuto Emergency che è stata la prima organizzazione a portare soccorso e a impegnarsi nella costruzione dell’ospedale per le vittime della guerra nella valle dal Panshir.

Coinvolto dal senso di umanità che li caratterizza mi sono immediatamente reso disponibile a collaborare con i responsabili e da cinque anni mi occupo della sicurezza degli ospedali che viene svolta per tutta la giornata con personale non armato. Inutile dire che il popolo afghano è riconoscente a Emergency per i suoi interventi nel campo sanitario e sociale".Verso la fine di questo incontro, spinti dall’incredulità nell’aver visto in tv lapidare una donna afghana e sapendo di altre crudeltà che tuttora esistono, gli chiediamo di parlarci delle condizioni sociali e delle "tradizioni" che si nascondono dietro una pseudo cultura.

Haiji rendendosi conto che questo argomento è di importanza vitale anche alla luce della sua esperienza in Occidente, cerca di svicolare il problema affermando che "la situazione sta cambiando e già adesso a Kabul l’obbligo del burka non è più in vigore. È una magra consolazione al confronto della tragica realtà ma per ora ci accontentiamo nella speranza che veramente in tutto il Paese avverrà presto un radicale miglioramento".Al di là di tutto e prima di salutarci gli chiediamo: qual è il tuo sogno nel cassetto?"È mio desiderio che anche da noi tutta la popolazione abbia la possibilità di studiare e essere assistita e che quanto prima lo Stato inizi a creare strutture sociali adeguate".

 

Carlo Bernardi Pirini

 

Quei detenuti che si tolgono la vita: l’assurdo record delle carceri italiane

 

Ci sono tanti modi di vivere, ma anche di morire. Mi soffermo sull’ultimo: morte violenta di malattia con tutte le sfumature di fame, di sete, d’incidenti e di guerra, calpestando delle mine, come abbiamo visto negli incontri con Emergency. Insomma mille modi per morire. Però penso che la più assurda sia il suicidio. Non mi metto a parlare di statistiche, leggendo però i giornali e seguendo i telegiornali mi sembra che i suicidi all’esterno in confronto di quelli che avvengono in carcere siano molti meno. I suicidi in carcere sono come le morti cinesi: non esistono. Sebbene i cinesi siano a migliaia e insediati da parecchi anni in Italia, in tutto il mondo non si è mai visto un funerale o un manifesto funebre di un cinese: che conoscano la formula magica dell’immortalità? Ma anche noi in carcere siamo in parecchi, ben cinquantasettemila e solo venticinque, dall’inizio dell’anno si sono suicidati: solo? Per fortuna gli organi penitenziari hanno intensificato i controlli nelle sezioni, però tutto ciò va a nostro discapito: sapete in che condizioni abbastanza disagiate viviamo? Ne ha un’idea ben precisa chi ha visitato le carceri! Queste intensificazioni ci stanno togliendo l’ultimo barlume di tranquillità che ci era rimasta. Ci si addormenta a fatica dopo la conta di mezzanotte, e dopo mezzora più o meno trac, si accende la luce, non vedono bene chi dorme alla terza branda e così iniziano a "ravanare" con la pila… ma vi rendete conto che è più facile non dormire, ma riposare di giorno! Ma si rendono conto questi parlamentari (e qui apro una parentesi: che sono come i bambini che giocavano alla guerra con i soldati e gli indiani, con la differenza che noi non siamo fatti di plastica né di piombo, ma bensì di carne e ossa e quel che più conta con un’anima e dei sentimenti) che stanno giocando con i nostri destini! Riflettano su come si stanno comportando. Siamo in carcere: chi giustamente e chi no, perché dobbiamo subire l’inverosimile? Perché, perché, perché, continuano a giocare e non prendono le giuste decisioni? Aspettano altri suicidi? Oh miseria ladra, mi sono dimenticato: siamo come i cinesi, non esistiamo. Che allegria: uno spettacolo, un cinema. Complimenti. (C.E.)

 

Un invito a Guerini. Scusi signor sindaco, ci siamo anche noi

 

n Dopo le elezioni ragionali è stato eletto sindaco di Lodi Lorenzo Guerini. La nostra redazione con questo lettera vuol augurargli un buon lavoro.Consapevoli dell’impegno che il sindaco avrà per gestire l’amministrazione di questo comune e per migliorare la situazione della città, vorrei ricordare a Lorenzo Guerini che anche noi che siamo dietro le sbarre della Casa circondariale di Lodi abbiamo bisogno di sentire la sua presenza. Qui tra noi ci sono tante persone che vogliono essere, già oggi e soprattutto domani quando saranno libere, parte della società. Vogliamo riconquistare una vita normale e serena come tutti gli altri cittadini. È per questo che ci serve anche l’aiuto del sindaco. Ci auguriamo che tra i numerosi appuntamenti in agenda vi sia anche l’impegno di venirci a trovare e ascoltare in carcere. Da qualche tempo abbiamo assistito a dei cambiamenti che hanno permesso l’introduzione di una serie di iniziative a nostro favore: corsi di musica, di lettura, d’informatica, calcio e pallavolo, cinema, teatro. Il tutto è reso possibile dalla direzione del carcere e dai volontari che danno la possibilità a noi detenuti di trascorrere il tempo in modo "utile". Restano alcuni problemi che la sola direzione carceraria non può risolvere: la questione della casa o di un alloggio momentaneo per chi ha la possibilità di ottenere un permesso premio o il problema del posto di lavoro. Serve, con l’aiuto anche dell’amministrazione comunale, creare un sistema per aiutarci ad "approfittare" del lavoro esterno (art. 21). Il suo predecessore, Aurelio Ferrari, venne a incontraci e sul tavolo della redazione avevamo iniziato a intessere un rapporto di reciproca fiducia lavorando assieme su proposte concrete: idee a cui ora tocca a lei dar gambe. Spero che la nostra richiesta non resti sulla carta ma venga valutata. Speriamo che decidiate ben presto di essere tra noi in modo che potremo affrontare meglio il discorso accennato in questa lettera. Y.Xh.

 

L’aiuto al di là di ogni pregiudizio: ecco la "boutique" della Cagnola

 

Finalmente è venerdì ecco che arrivano le signore dei vestiti. Come ogni settimana alle 14.00 in punto, una coppia di gentilissime volontarie, con le borse colme di indumenti, entra in carcere per fare visita a chi necessita di un aiuto Molti detenuti al momento dell’arresto non hanno che quanto indossano e prima che riescano a contattare, "se possibile", la loro famiglia, passano svariati giorni. Per chi è fortunato arriva il pacco da casa, mentre per molti la loro unica possibilità è accedere a questo prezioso servizio che senza scopo di lucro viene da svariati anni offerto.Chi sono queste persone che si adoperano con così tanta costanza e disponibilità nel tempo?Il promotore di questa iniziativa è stato il nostro cappellano don Mario Ferrari, che spinto dal desiderio di fare di più per noi ristretti, insieme a Mario Uggè, ha mosso i primi passi verso questa iniziativa che ora vede molti volontari che a turno fanno ingresso nel carcere e distribuiscono quanto a noi necessita. La nostra curiosità ci ha spinto a volerne sapere di più. Mario ci ha raccontato che assieme a Italo inizialmente i capi d’abbigliamento li recuperavano attraverso la Caritas e alcuni negozianti generosi che avendo in esubero materiale lo donavano. Non ultimo funzionava e funziona un passaparola fatto tra amici. In un secondo momento anche la diocesi, attingendo dall’8 per mille, ha messo a disposizione dei fondi: con la partecipazione del vescovo e l’aiuto di amici e parenti dei volontari si è riusciti a tenere viva questa iniziativa per molti anni.Ci sentiamo in dovere di ringraziare gli scout adulti: Rita, Franca, Maria, M. Antonietta, Concetta, Luciana e Mara che si adoperano con costanza utilizzando diverse ore del loro tempo e dimostrando che ancora oggi ci sono persone con valori che vanno al di la di ogni pregiudizio. La redazione di "Uomini liberi"

 

Un percorso tra i delitti e la follia

 

Uno studio partito da una ricerca durata dieci anni presso le case circondariali di Lodi e Milano

Sette saggi per scoprire le radici della criminologia

 

Questo lavoro ha per oggetto il rapporto fra comportamento criminale e malattia mentale, così come esso si è manifestato a una ricerca che è durata oltre dieci anni, presso le Case circondariali di Milano (S. Vittore) e Lodi, nel corso dei quali ho incontrato non meno di tremila detenuti, imputati e condannati per i più diversi delitti. La necessità di un approfondimento deriva innanzitutto dalla personale esigenza di essere di aiuto tanto per coloro che sono stati miei pazienti, quanto per le figure istituzionali che con il contributo delle mie relazioni hanno valutato quegli stessi pazienti; e infine per i miei studenti, ai quali da sette anni insegno Criminologia clinica per il corso di specializzazione di Criminologia, presso l’Università J. Monnet di Bruxelles.Ciò che mi propongo di chiarire riguarda il significato di alcune categorie della psicopatologia, al fine di giungere ad una migliore comprensione di quei tanti casi che spesso e troppo sbrigativamente vengono rubricati nella categoria dei "disturbi antisociali della personalità". Per fare ciò è imprescindibile procedere, seppur in modo succinto, ad una preliminare indagine storica. n 1 - Le comuni origini di psichiatria e criminologia. Tradizionalmente si vuole l’origine della criminologia coincida con l’anno di pubblicazione della prima edizione de "L’uomo delinquente" di Cesare Lombroso, nel 1876. Eppure la possibilità - o la necessità - di concepire una scienza criminologica risale a molto tempo prima che l’antropologia criminale del Lombroso vedesse la luce. Ciò accadde precisamente nell’età dei Lumi, quando il comportamento criminale smise di essere interpretato come fatto nudo e crudo ed iniziò a significare qualcosa che necessariamente doveva rinviare alla personalità di chi aveva commesso quel fatto. Nello stesso periodo, progressivamente, si assistette a una radicale trasformazione del modo di concepire la follia la quale, se fino al allora era interpretata come stravaganza o frutto di stregoneria, solo con l’età dei Lumi iniziava ad indicare il segno di un disturbo della ragione, e quindi malattia mentale. L’Illuminismo, che nasce in Francia dal declino del Barocco e giunge all’apogeo nella seconda metà del ‘700, coincide con una rivoluzione antropologica che trasformerà le società ancora organizzate in modo feudale in società mercantili, con il conseguente consolidamento della classe borghese in tutta Europa. Culto della ragione e mito del progresso porteranno l’uomo a concepire se stesso e il suo mondo in modo radicalmente nuovo; così il corpo, il lavoro, la malattia, ma anche i rapporti interpersonali, il diritto e la sessualità assumeranno significati nuovi e diversi da quelli che per molti secoli avevano dominato la cultura europea. All’orizzonte di questa rivoluzione culturale, così ben descritta da Max Weber ne "L’etica protestante e lo spirito del capitalismo", troviamo ad agire come uno spartiacque l’aderire o meno ad una ideologia che fa delle categorie dell’utile e della dedizione al lavoro due valori fondamentali. Grazie a questo spartiacque da una parte si troveranno i "buoni cittadini", quelli che condividono - o si assoggettano - ad una certa esperienza del lavoro e alla corrispettiva ideologia, dall’altra finiranno coloro che a tale ideologia sembrano non volersi o non potersi adeguare: vagabondi, mendicanti, libertini, ma anche maghi, alchimisti, sifilitici e folli. Questi soggetti, fino ad allora tollerati come elementi invisibili, marginali o folcloristici, iniziano a rappresentare un segno di disordine sociale e un pericolo per lo Stato: un problema la cui soluzione viene individuata con la riconversione dei lebbrosari, divenuti ormai inutili a causa della quasi definitiva scomparsa della lebbra, verso la fine del ‘600. Tali edifici vengono trasformati in strutture di internamento adatte ad ospitare coloro che nella società, rimpiazzando i lebbrosi, costituiscono l’oggetto della nuova esclusione. Parigi, che nella seconda metà del ‘500 aveva trentamila mendicanti su meno di centomila abitanti, verso il 1650 avrà un internato ogni cento abitanti e nessun mendicante circolerà più per le strade.Prima dell’epoca del grande internamento gli ospedali destinati solo ai folli costituivano pochi casi isolati: la Casa dei maniaci di Padova, fondata nel 1400, l’asilo di Bergamo, l’ospedale per i lunatici di Bethleem fondato a Londra nella stessa epoca ed anche gli istituti di Saragozza e Siviglia, in Spagna. L’esistenza di questi ospedali, così come anche una esperienza giuridica della follia, maturata sulla scorta del diritto canonico e del diritto romano, rappresentavano un fenomeno minoritario e parallelo a quello più esteso che si ebbe a partire dalla grande operazione di internamento del XVII secolo. Si tratta di due diverse esperienze della follia: la prima giuridica, analitica, qualitativa; la seconda politica, normativa, sociale. Soltanto nel XIX secolo, con il positivismo dei Pinel, Tucke, Koch, Chiarugi, Lombroso, Garofalo, per dire alcuni, la scienza medica della malattia mentale riuscirà nel compito di riunificare sotto un unico dominio queste due diverse esperienze della follia, facendo coincidere nell’unità di una realtà patologica l’alienazione del soggetto di diritto con la follia dell’uomo sociale. Ma un secolo e mezzo prima che ciò accadesse, un secolo prima che Cesare Beccaria pubblicasse "Dei delitti e delle pene" (1764) ed il medico tedesco M. A. Weikard usasse per primo il termine "Psichiatria" (1773), criminali e folli condividevano già lo stesso destino attraverso l’esperienza dell’internamento. Sostanzialmente il loro destino continuerà a coincidere anche dopo la riforma dei codici penali di gran parte d’Europa, che abolendo la tortura come strumento per ottenere la confessione e soprattutto stabilendo che sia punibile solo chi commette reato nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, inaugura l’epoca dei codici penali moderni. Ciò avveniva in Russia nel 1769, in Prussia nel 1786, in Toscana nel 1786 (revisionato nel 1853) nel Regno delle due Sicilie del 1819; e a Parma, Piacenza e Guastalla nel 1820.Le riforme dei codici penali segnano una radicale svolta nella amministrazione della giustizia. Una analoga evoluzione avviene anche nella amministrazione della follia. Già nella seconda metà del XVIII secolo gli istituti di internamento iniziano ad essere smantellati o riformati ed i loro ospiti tradotti negli istituti penitenziari o nei manicomi. Tuttavia criminali e folli, come nell’epoca dell’internamento, resteranno perfettamente assimilabili fra loro. Per entrambi la stessa causa: la mancata acquisizione di quei valori morali che fondano la coesistenza delle persone normali; gli stessi obiettivi: la presa di coscienza della propria colpevolezza e la interiorizzazione dei valori morali; gli stessi dispositivi coercitivi, e fra questi il lavoro coatto, che diviene da subito lo strumento terapeutico d’elezione, in quanto impegnando il reo/malato in un sistema di sottomissione, ordine e responsabilità, rappresenta il mezzo più idoneo per riportare al rispetto delle leggi morali. Insomma: l’umanizzazione delle pene e la liberazione degli internati dalle catene avviene al prezzo di una oggettivazione del reo e del malato i quali, d’ora in avanti, potranno riacquistare la libertà e la ragione solo dimostrando di essere divenuti coscienti delle proprie colpe. Basterebbe rileggere le pagine di B. Rusch, l’inventore del penitenziario e quelle degli ideatori dei manicomi (Pinel, Chiarugi, Tucke) per accorgerci della impressionante somiglianza dei progetti: il reo è colpevole dei sui delitti quanto il folle della sua follia; il lavoro – detto anche ergoterapia- rappresenta l’unico strumento idoneo ad impegnare il reo/malato in un sistema di responsabilità capace di riportarlo all’ordine dei comandamenti di Dio e ad una sottomissione della propria libertà alle leggi della realtà e della morale. Da questo preciso istante folli e criminali vengono riunificati anche su un piano teorico e la criminologia potrà fare la sua comparsa ufficiale sulla scena delle scienze umane. Se il positivismo segue il solco tracciato dall’Illuminismo, non desta stupore notare come la dottrina dell’"ortopedia morale" trovi fondamento in quegli stessi principi che avevano determinato la rivoluzione antropologica accennata in precedenza. Troveremo ancora gli stessi riferimenti ideologici quando affronteremo la categoria del "disturbo antisociale di personalità". Prima di arrivarci, però, dovremo considerare più approfonditamente le principali dottrine che hanno animato il dibattito psichiatrico e criminologico dell’epoca. Pierluigi Morini psicologo clinico e criminologo,consulente delle Asl di Lodi, Milano e dell’Amministrazione penitenziaria della Lombardia, docente di Criminologia clinica presso l’Università J. Monnet di Bruxelles (1 - continua)

 

Quando la fantasia riesce a entrare anche in carcere

 

Ci sono giorni particolari in galera che ti volano e un po’ ti fanno ritornare bambino, a tal punto quasi di avere rimorsi di coscienza. Sì a tal punto che subito dopo una risata o "una bella socialità", una partita a carte vinta con il solito ben fatto sfottò, una bella discussione dove tra detenuti si trova un punto d’incontro per tutti (questo non è facile con tutte le teste che ci sono) ti senti in colpa!... Vi voglio raccontare la socialità di sabato 14 maggio: il compleanno di Gaetano, il nostro cuoco. Il problema prioritario è il menù: Gaetano insiste per pensarci lui. Anche se di regola i compleanni in carcere non si festeggiano, sfatiamo questo tabù… e và a dà via i ciap la galera!! Tutto pesce… e guai a chi vuol contribuire. Dato che è grande e grosso meglio non contraddirlo. Ore 23. "Gaetano sei sveglio?". "Cosa vuoi rompiballe?", mi risponde Tano che si alza tutte le mattine alle 6.30. "Scusa - gli rispondo con una voce da presa per i fondelli – sei anche maleducato. Io e Carlo avremmo pensato di farti almeno la torta visto che non vuoi che contribuiamo alla spesa". "Va bene però lasciami dormire. Buonanotte!". Sì, perché tutti i giorni, buongiorno, buonanotte, come quando da bambini i nostri genitori ce lo dicevano. Finalmente è arrivato il nostro saturday. Entriamo nella cella 12: aperitivo, partitina a carte e finalmente a tavola. Gaetano si è superato: ha preparato una cena squisita, tutta a base di pesce. Le ore volano ci dobbiamo affrettare per il taglio della torta. Sparecchiamo la tavola. Eccola la torta: bellissima con scritto sopra buon compleanno, ma… porca miseria… le candeline? Dimenticate! Tutto doveva essere perfetto. Non mi perdo d’animo: "Ragazzi, non le vedete, sono accese. Gaetano, Pasquale presto soffiate". E loro soffiano con tutto il fiato possibile, come se le candeline ci fossero state: un cinema! Dovevate vedere l’espressione dei loro occhi, felici come quelli di un bambino gioioso. Non eravamo in galera, ma ad una festa di compleanno. (E.C.)

 

Le truffe in tv. Ma la legge è davvero uguale per tutti?

 

Come ogni giorno, durante il pranzo e durante la cena, io e i miei compagni di sventura guardiamo il telegiornale per essere informati di quello che succede nel mondo. Ovviamente, oltre alle disgrazie, si sentono "certe" notizie da farti venire voglia di strapparti tutti quanti i capelli: non è possibile che gente come Vanna Marchi e tutte le altre persone che hanno tenuto in piedi la famosa truffa derubando a povere persone i risparmi della loro vita, siano libere! Come può una persona cosi meschina essere ancora in libertà! La televisione ha mostrato a tutto il mondo quello che succedeva durante le udienze, i processi: quelle immagini non riuscirò mai a cancellarle dalla mia testa. Quelle povere vittime disperate non facevano altro che piangersi addosso per aver perso migliaia e migliaia di euro o forse anche tutto, persino la casa o la famiglia per paura e soprattutto perché venivano anche minacciate da quel mago nero, che con la sua astuzia e le sue magie si è dileguato nell’aria con una buona parte di bottino.Onestamente non so come queste persone abbiano creduto a tutte le menzogne che trasmettevano in tv quel gruppo di clown. Facendo i pagliacci sono riusciti per anni e anni a sfilare una montagna di soldi finché non sono stati scovati. Ma non riesco ancora a capire se finiranno come noi a gustarsi la libertà a strisce bianche e nere, oppure verranno assolti da ogni accusa perché, come dice Vanna Marchi, "non è possibile che questa signora che come lavoro fa la sarta, mi possa aver dato 320mila euro, cos’è se li è fatti prestare? Ma chi glieli avrebbe dati, quando il suo reddito è minimo? Non è che per caso lei si sta inventando tutto per sfilarmi dei soldi?". Incredibile ma vero: ha persino il coraggio di far ricadere le colpe sugli altri.Se fosse successa a me una storia del genere a quest’ora mi ritroverei in carcere con chissà quanti anni di pena. A questo punto mi vien da pensare per l’ennesima volta che la legge non è uguale per tutti. Ma non esiste solo Vanna Marchi. Ho scelto lei perché quasi tutti i giorni mi rovina i pasti. Un giornale da 100 pagine non basterebbe per scrivere tutti i nomi di quelle persone che ne hanno combinate più di chiunque di noi e tuttora non sono in carcere. Da tutta questa polemica ho capito solamente una cosa: una volta fuori da qui ricomincerò dall’inizio, iniziando a lavorare per guadagnarmi dei soldi in maniera onesta, sudati con le mie forze e con la mia tenacia. Spendere dei soldi puliti deve essere una cosa meravigliosa, e con la certezza che nessuno potrà arrivare al mattino per riportarmi nell’inferno in cui sono oggi... By Jamaica No Problem

 

Nel "fine settimana della legalità" l’incontro con un gruppo di ragazzi

 

Nell’ambito delle iniziative del coordinamento delle associazioni che stanno costituendo a Lodi Libera si è svolto nel mese di maggio il week end della legalità, durante il quale oltre 100 ragazzi e ragazze hanno lavorato suddivisi in sei gruppi di lavoro. Uno di questi ha incontrato la redazione di "Uomini Liberi". Questo il loro racconto.

Oggi abbiamo visitato la Casa Circondariale di Lodi, che ospita circa 80 detenuti in attesa di giudizio. Il comandante ci ha spiegato come si svolge la vita all’interno di essa, la struttura, le regole e i diritti e i doveri dei carcerati. Abbiamo visitato la cucina, la segreteria e le celle (di isolamento e non) e i luoghi di svago. Dopo aver spiegato il funzionamento dei corsi messi a loro disposizione (informatica, inglese, musica, lettura, teatro, cineforum, giornale) i detenuti hanno giocato con noi a calcetto e con alcuni di loro abbiamo potuto parlare delle loro esperienze personali. Le cose che ci hanno colpito sono state:- avere avuto un contatto diretto con i detenuti, che hanno cercato dei rapporti con noi; - aver visitato i luoghi dove vivono; - il fatto che i detenuti devono effettuare un sacco di richieste scritte per soddisfare i loro bisogni principali (richieste per colloqui con amici);- aver conosciuto il sistema carcerario;- il grande rispetto tra personale e detenuti;- i luoghi stretti e il sovraffollamento delle celle non permettono alla persona di sentire e poter vivere i propri pensieri. Un’opportunità importante per poter esprimersi è il giornale redatto all’interno del carcere: "Uomini liberi".Abbiamo capito che è importante dare a tutti un’opportunità di reinserimento nella società e il carcere deve aiutare ogni detenuto a fare questo.

 

Il cineforum, occasione preziosa

 

Dopo le proiezioni scelte dai detenuti un positivo dibattito sui temi proposti dal grande schermo

 

Fra le varie attività proposte dalla direzione del carcere (non sono poche per la verità) vi è anche il cineforum che si è svolto, sicuramente con successo, con la proiezione di alcune pellicole, per altro scelte dai detenuti tra una rosa di titoli proposti dall’educatrice.Buona la partecipazione e ancor più significativi la discussione e il dibattito che hanno seguito le varie proiezioni.Il primo film proiettato è stato "I diari della motocicletta". L’argomento trattato era sicuramente interessante e non ha mancato di appassionarci, anche perché il protagonista del film è un personaggio realmente vissuto e addirittura passato alla storia. Si tratta di Che Guevara, il "Che" che negli anni ‘60 ha rappresentato per molti un mito e che sicuramente ha influenzato non poco il processo di cambiamento sociale culminato poi nei movimenti del ‘68.La sua vita di studente universitario ormai prossimo alla laurea mi ha colpito per la spensieratezza e il senso di avventura che la hanno caratterizzata. Pur provenendo da una famiglia borghese, la sua sensibilità umana gli ha permesso di cogliere, proprio durante un avventuroso viaggio dal Sud al Nord dell’America meridionale, il disagio, la povertà, l’indigenza e la segregazione anche culturale in cui versava l’America del Sud agli inizi degli anni ‘50. La condizione sociale che appare al nostro personaggio, contrapposta da un lato alla grande civiltà di un tempo e dall’altro alla ricchezza economica concentrata nelle mani di pochi che avevano il potere di condizionare interamente l’economia di una nazione, provocherà in lui una crisi profonda che lo porterà a scelte nuove, completamente opposte a quelle per le quali aveva indirizzato la sua esistenza. Il film si ferma qui, ma la vita del Che è continuata ed è finita tragicamente, sempre combattendo contro i sistemi e i regimi capitalistici che sfruttavano la povera gente specialmente nell’America del Sud.Il film ha ben espresso la personalità del giovane Che Guevara, mettendo in risalto come la sua sensibilità si lasci permeare da tutta una serie di situazioni di disagio profondo, ormai al limite della sopportazione, tanto da provocare in lui un radicale cambiamento della sua cultura e conseguentemente dei suoi progetti. Pregevole è la fotografia che riesce a proporre paesaggi bellissimi, unici al mondo e a contrapporre alla bellezza e alla ricchezza della natura la povertà della popolazione aborigena che appare in sequenze vere, naturali, non costruite dal regista. L’esperienza del cineforum si è rivelata certamente positiva, perché, oltre ad un arricchimento culturale, è stata anche l’occasione per un confronto e una discussione tra noi detenuti che oltre ad averci arricchito, non ci ha sicuramente annoiato. Nouk Paul

 

La Legge Regionale n. 148 rischia di rivelarsi soltanto una bella favola

 

Con questa legge la regione concorre a tutelare, di intesa con il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria e il Centro per la giustizia minorile, la dignità delle persone adulte e minori ristrette negli istituti di pena o ammesse a misure alternative o sottoposte a procedimento penale. In particolare promuove le azioni volte a favorire il minor ricorso possibile alle misure privative della libertà, nonché il recupero e il reinserimento nella società delle persone sottoposte a tali misure, coinvolgendo a tal fine le Aziende sanitarie locali (Asl), gli enti locali, il terzo settore e il volontariato.Questa è una meravigliosa favola che porta il nome di: legge regionale n. 148 e come capo primo c’è l’articolo 1 dal titolo finalità, per la ben riuscita illusoria dell’inganno. Ecco che in 12 articoli, tutti con un nome, si sviluppano una serie di proposte e leggi che solamente a leggere, se non sei già in carcere o comunque sottoposto a misure alternative, ti viene voglia di entrarci. Sì, avete capito bene, 12 proposte che vi voglio elencare una ad una, chiamandole per nome e che al loro interno contengono tutto ciò che dovrebbe essere ma che purtroppo non è. Finalità: le premesse sono grandiose. Sistema integrato di intervento, si parla di tutela, di dignità, di recupero: che splendido suono queste parole, eh sì, parole. Segue la formazione congiunta degli operatori: sembra vengano promossi corsi per l’aggiornamento di strategie mirate al recupero; forse quelle vecchie non funzionavano? Chi lo può sapere, non ne abbiamo mai fatto parte! Allora sì, è proprio il caso di pensarne di nuove. Tutela della salute: la salute! Quanto si è detto e poco fatto; d’altronde le condizioni reali ve le abbiamo illustrate, poi come sempre bisogna viverle per crederci; per ora siamo come sempre ammassati, sani e meno sani, tutti assieme come buoni fratelli. Attività trattamentali e socio educative: si favoriscono e finanziano interventi e progetti al fine rieducativo per un prossimo reinserimento sociale, rafforzando il legame famigliare nonché gli interventi di housing sociale; non so nemmeno cosa significa, poco importa tanto sono chimere. Attività di assistenza alle famiglie: meglio che non lo vengano a sapere, disperati come sono finirebbero per crederci, poi la delusione li ucciderebbe. Attività di istruzione e formazione: qualcosa, devo essere sincero, si sta facendo e ne abbiamo parlato molto nei numeri precedenti, più che altro è il volontariato però che si occupa di proporre e organizzare istruzione e formazione, per ora non c’è nemmeno l’ombra, dunque poche spese e molti risultati, il patrimonio è salvo. Attività lavorative: quante battaglie abbiamo sostenuto e tuttora sono in corso per questo benedetto lavoro, risultato: 3 articoli 21 su 70 ospiti circa di questa casa circondariale, tutti gli altri sopravvivono con carità cristiana e per i più fortunati alcuni risparmi sottratti alla famiglia. Funzioni di coordinamento e controllo: problemi di organizzazione che a noi poco interessano, anche perché viviamo quotidianamente questa tragedia, quindi sappiamo dove tutto finirà. Il garante dei detenuti, finalmente una figura che forse… ma qui lascio spazio a Franco, che svilupperà l’argomento perché di fondamentale importanza.Negli ultimi paragrafi si sparla di cifre considerevoli a disposizione per realizzare, poi leggo i giornali e più che tagli non vedo, ma allora cosa pensare, cosa.La triste realtà la conosciamo tutti e noi in prima persona la viviamo costantemente giorno per giorno, ecco perché all’inizio oso chiamare questo articolo 148 una meravigliosa favola. Carlo Bernardi Pirini

 

La legge 148 a tutela delle "persone ristrette" nei penitenziari: dopo le buone intenzioni servono i fatti

 

Ora sono necessarie le norme di attuazione per evitare che gli obiettivi del provvedimento rimangano lettera morta

 

Nella seduta dell’8 febbraio 2005 è stata approvata dal consiglio regionale della Lombardia la legge n. 148 che reca "Disposizioni per la tutela delle persone ristrette negli istituti penitenziari della regione Lombardia". Già il titolo è ambizioso, se poi si scorrono gli articoli di cui si compone la legge, 12 in tutto, vi si leggono tante di quelle positività che basterebbero e avanzerebbero per la soluzione di tutti o quasi i problemi della vita del carcere. Si parla di sistema integrato di intervento, si stabilisce la formazione congiunta degli operatori, si ribadisce il concetto della tutela della salute; si parla quindi di attività trattamentali e socio-educative, nonché della attività di assistenza alle famiglie. La legge tocca poi il tema dell’istruzione e della formazione per poi trattare dell’attività lavorativa. Stabilisce infine le funzioni di coordinamento e di controllo, fa riferimento al garante del detenuto, determina il tempo per i provvedimenti attuativi e chiude con la norma finanziaria di copertura. Ho cercato di evidenziare il contenuto della legge, scrivendo di proposito i titoli degli articoli di cui essa si compone. In effetti sono tutte tematiche discusse e ridiscusse, oggetto spesso di studi e convegni che si concludono quasi sempre con l’affermazione di principi che, rispettabilissimi dal punto di vista ideale, faticano non poco a creare cambiamenti nella gestione delle strutture carcerarie. Anche questa legge corre questo rischio per diversi motivi: in primis perché l’affermazione solenne di una serie di principi ormai triti e ritriti se può avere un grande valore dal punto di vista politico molto meno lo ha dal punto di vista pratico, anche perché è la stessa legge che prevede all’art. 11 che i principi attuativi saranno emanati nel termine di 12 mesi dall’entrata in vigore della legge stessa. Benché scritti nella legge e quindi perentori, questi termini in realtà restano sempre ordinatori e l’esperienza ci insegna che ancor oggi aspettiamo norme attuative di leggi ormai datate. Questo significa che fino a quando non vi saranno queste norme di attuazione questa legge rischia di non produrre altro effetto se non quello di aver messo la coscienza in pace di qualche legislatore e di avergli fatto guadagnare, o perdere, qualche consenso elettorale. Mi viene poi da fare una considerazione che non può essere che pessimistica: a poco o a nulla servirà se non vi sarà, non tanto da parte di chi fa le leggi, ma da parte di coloro cui spetta attuarle, la volontà di cambiare qualcosa, se non vi sarà la cultura di un vero riformismo che, senza nulla togliere alla necessità della pena, senza ulteriori sconti rispetto a quelli previsti dalla legge, sia capace di porre veramente al centro il detenuto che non può, anche se lo volesse, cessare di essere uomo, disposto sì a rinunciare, per il tempo stabilito dalla pena, alla sua libertà, ma non ad abdicare a quelle prerogative che sono l’essenza stessa del suo essere uomo: la capacità di pensare, la voglia di amare, il desiderio di vivere, senza trascurare i bisogni di una serie di piccole cose della vita quotidiana che lo fanno ancora sentire "persona" e non un numero o un soprammobile da collocare or qua or là sempre per determinazione o decisione di altri.

Senza questa volontà di cambiamento nella direzione di una maggiore attenzione verso il detenuto e quindi di una maggior umanizzazione della vita del carcere, a nulla serviranno le leggi ed ancor meno i regolamenti; anzi spesso, per esperienza, sono proprio le leggi e i regolamenti che vengono invocati per negare a volte anche cose ovvie, per concedere le quali non servono leggi né regionali, né nazionali, ma soltanto un poco di umanità e tanto buon senso. Se questa legge servisse anche soltanto a far riflettere chi l’ha voluta e chi ne viene a conoscenza sulla realtà del carcere e sulle problematiche connesse; servisse a far conoscere alla pubblica opinione quali necessità vi sono da affrontare per dare una risposta anche minimale ai bisogni del detenuto e dare alla vita del carcere quel minimo di dignità che spetta ad ogni essere umano, allora questa legge, raggiunga in tutto o in parte gli scopi prefissi poco importa, avrebbe comunque ottenuto un risultato: aver posto all’attenzione pubblica il tema del carcere, aver cercato di farsi carico di capire come funzionano o dovrebbero funzionare i servizi offerti al detenuto, aver cercato, almeno nelle intenzioni, di offrire qualche opportunità in più Se così fosse si potrebbe dire che è valso la pena approvare questa legge, buona o grama che sia. Ermanno Capatti

 

Finalmente qualcuno chiamato a difenderci!

 

Chi è costui? Una nuova figura destinata ad aumentare ancora la burocrazia che i detenuti devono affrontare per ottenere quanto a loro già dovuto? Oppure, come recita invece la legge regionale n. 148 del febbraio 2005, "è istituito il difensore civico a favore delle persone private della libertà personale" e pertanto un nuovo organismo in soccorso delle persone sottoposte a detenzione? Ma vediamo da vicino chi è e che cosa farà il garante dei detenuti.

Su modello di ciò che avviene per il difensore civico dei diritti del cittadino, organo già esistente da diversi anni in tutta Europa avente come fine la tutela dei diritti del cittadino, nonché il controllo e la mediazione fra i cittadini e la pubblica amministrazione, il suo compito primario sarà di garante della corretta applicazione delle norme stabilite dall’amministrazione pubblica che, pur agendo nel rispetto delle leggi, produce, a volte, dei risultati ingiusti.

Anche i detenuti sono cittadini, anche se persone private della libertà personale, i cui diritti sono spesso non sufficientemente salvaguardati per mancanza di organismi di tutela nonché per le difficoltà di gestione di un sistema penitenziario così complesso e carente sotto il profilo strutturale e legislativo, che portano a una incompleta applicazione dei giusti diritti. Ecco nascere l’esigenza di un organismo terzo, specializzato nel difendere i diritti dei reclusi e che ricalchi in toto la funzione del difensore civico generico, come sopra richiamato.

Esso dovrebbe funzionare come mediatore di ogni caso specifico, intervenendo nei casi segnalati dai detenuti oppure anche d’ufficio a tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute, utilizzando come parametro di riferimento le convenzioni internazionali sui diritti umani e le leggi dello Stato. Per il momento però la regione Lombardia, secondo quanto previsto dalla citata legge 148/2005, non ha ancora emanato l’apposito regolamento dove saranno stabiliti compiti, ruoli e funzioni del garante per i detenuti e inoltre a tutt’oggi non è chiaro quali saranno i poteri da delegare a questa nuova figura istituzionale.

L’attuale progetto di legge del consiglio regionale della Lombardia mostra la volontà del legislatore di istituire la figura del difensore civico per i detenuti come un istituto "svuotato" di reali poteri decisionali. Sembra infatti che non potrà avere un rapporto diretto con l’amministrazione penitenziaria e che resteranno ferme le attuali competenze della magistratura di sorveglianza per tutti gli aspetti connessi ai diritti dei detenuti. Il garante delle persone sottoposte a detenzione sarà soprattutto un mediatore che disporrà di "potere raccomandatario". In pratica agirà da intermediario e da acceleratore per la difesa dei diritti dei detenuti, in particolare quelli relativi all’assistenza sanitaria e sociale, di avviamento al lavoro e ai rapporti con i familiari. Ci auguriamo che in tempi brevi e nel migliore dei modi, si concretizzi la proposta regionale del regolamento, con precisi poteri per il difensore civico e che in altrettanti tempi brevi, venga nominato questo nuovo organismo. (Sorriso)

 

Io, spacciatore "libero professionista" sto distruggendo il cuore di chi mi ama

 

Drin… drin… drin… è mattina presto, anche se il sole è già in alto nel cielo.Drin… drin… drin… ancora! Faccio finta di niente, ma il telefono vuole svegliarmi: sarà qualche cliente che avrà solo voglia di sballare… ‘sti bramosi! Sicuramente sarà qualcuno che avrà bisogno di me, ma non voglio alzarmi… "ora che faccio, rispondo o no?". Se rispondo mi tocca andare, perché in fin dei conti nessuno sa aspettare. Senz’altro se non vado… è un cliente perso. E allora rispondo e incomincio la mia giornata dopo aver passato una nottata in bianco perché non è possibile spacciare e non usare per la maggior parte di noi.Di noi spacciatori ce ne sono tanti, o forse anche troppi, ed è per questo che ad ogni chiamata sei sempre pronto.

Poi c’è la voglia e l’egoismo di guadagnare, di fare soldi di essere uno che conta.. La realtà è questa, anche se te ne accorgi quando è troppo tardi o se per caso accade prima, ti ripeto l’egoismo i soldi e la reputazione (che pensi di avere) non ti fanno smettere. Questo "lavoro" mi ha sempre un po’ attirato. Ad un certo punto non so più se si va avanti perché non puoi rimanere senza o solo per abitudine. Più spacciavo più fumavo, più fumavo più pippavo e alla fine quando sei troppo fatto, puoi solamente ritrovarti in galera, oppure schiavo di te stesso. In fin dei conti, solo tu stesso puoi tirarti fuori non conta nessun altro elemento. Mi ricordo che neanche il mio amore, la mia donna riusciva a fermarmi. Arrivavo al punto di vendere più bugie all’aria che droga. E alla fine? Ho perso lei, come ho perso la mia libertà, la fiducia di mio padre e di mia madre, come ho perso la faccia con me stesso e con gli altri. Fai favori a parecchie persone, rischi per gli altri e poi la prendi in quel posto, perché nessuno pensa a te quando sei inguaiato, quando sei solo.Questa è solo una mia riflessione, e alla fine posso arrivare ad una conclusione, posso pormi una solo domanda: perché sto distruggendo il cuore di mio padre? Perché mi sono rovinato? Perché mi sono fregato? Tuttora non lo so, o forse non voglio ammetterlo… o semplicemente lo trovo ingiusto… (Anonimo)

 

Il 18 giugno un pomeriggio di festa per il gruppo "Bambini senza sbarre"

 

Dopo oltre un anno che sono in carcere, oggi è il primo giorno che ho ricevuto una notizia che riesce a farmi felice: l’autorizzazione alla festa che tutti noi del gruppo "Bambini senza sbarre" avevamo chiesto alla direzione. Il pensiero di avere un pomeriggio diverso insieme ai nostri bambini mi riempie di gioia. Il 18 giugno potremo avere la possibilità di stare con i bambini in un ambiente che non è la nostra sala colloqui, ma uno spazio che noi stessi addobberemo per l’evento. Potremo passare tre ore insieme a giocare: lo sto desiderando da così tanto che faccio fatica a credere che sia possibile! Certo non è tornare a casa ma per me che la famiglia è tutto quanto di più caro possa esistere è un qualcosa di meraviglioso, che mi da la forza per andare avanti e mi fa sperare che tutto questo possa finire. Un ringraziamento di cuore a Grazia, che è una volontaria sempre presente e titolare insieme a noi di questa iniziativa, e alla dottoressa Michela De Ceglia, educatrice del carcere di Lodi. Grazie anche al comitato soci Coop Lodi, al CO.GE.D. (Comitato genitori educatrici), all’Unicef di Lodi, all’Agesci, a Bambini senza barriere e all’associazione il Bivacco. (C. B.)

 

La lunga attesa di un permesso ripagata da 12 ore con i familiari

 

Martedì 3 maggio. Siamo in primavera, ma fino ad ieri pioveva come se fosse ancora inverno. Dopo giorni di pioggia finalmente oggi è una bella giornata: dalla mia cella guardo la finestra della cella di fronte e dalle sbarre riesco a vedere che il sole splende come se fosse già estate. Mi preparo per scendere all’aria. Ho appena ricevuto una lettera di mia madre che mi chiede sempre la stessa cosa: hai notizie del permesso? È da un anno che le dico: "Non preoccuparti che questo è il mese buono, questo è il mese buono, ma ancora ad oggi non mi è arrivato niente. Approfittando della bella giornata mi sdraio a terra per godermi questo sole fino all’ultimo.

Comincio a osservare il cielo, apro e chiudo gli occhi quasi accecato dai riflessi del sole. Non mi danno fastidio anzi in poco tempo mi rilasso. Sono stanco, anzi stanchissimo perché non faccio altro che pensare a questo maledetto permesso che ancora non mi arriva. È una giornata caldissima: mi bagno la testa con un po’ d’acqua, vorrei spogliarmi per abbronzarmi un po’ ma non posso farlo. In pochi secondi riesco ad immaginarmi di essere sdraiato in spiaggia e bagnato dalle onde del mare, ma invece sono in una piattaforma di cemento che brucia e bagnato dall’acqua del rubinetto.

Mi basta rilassarmi cinque minuti che il mio cervello comincia a mettersi in moto, si iniziano ad aprire i primi cassetti della memoria, i tanti bei ricordi della mia casetta vicino al mare silenziosa e lontano dal caos cittadino, complice di tante belle avventure e divertimenti. Penso al profumo della mia terra, alle lunghe passeggiate con la mia bella moto da strada, alle belle giornate trascorse sulla moto d’acqua, alle giornate di sole trascorse a giocare in spiaggia, alle lunghe passeggiate sulla battigia per abbordare le ragazze. A volte in un solo giorno riuscivo ad andare in 4 o 5 posti di mare diversi. Penso agli amori estivi intensi e ricchi di belle emozioni.

Mi sento chiamare perché è finita l’aria: un’ora è volata via senza nemmeno accorgermi del tempo passato a pensare i miei ricordi. Appena comincio a salire i gradini mi dimentico tutto ciò che avevo sognato, perché nel mio cervello rimbomba sempre quel maledetto permesso. La testa mi scoppia ad ogni squillo di telefono. Mi batte il cuore ogni volta che un agente pronuncia il mio nome perché sto sempre nella speranza che mi chiami l’ufficio matricola. Cerco di stressare l’educatrice ogni volta che la vedo, addirittura a volte mi sogno il sovrintendente della matricola che mi chiama per notificarmi il permesso-premio.

Mercoledì 4 maggio. Sono in cucina che sto lavorando quando di prima mattina mi viene a trovare l’avvocato. In un primo istante mi preoccupo perché non aspettavo una sua visita. Salutandolo mi tranquillizzo un po’ perché ha tutta l’aria di darmi una bella notizia. Mi comunica che fra qualche ora mi notificheranno il permesso-premio di 36 ore, e che ha già avvisato i miei familiari.

Rimango impietrito della notizia, il mio primo pensiero è rivolto a mia madre immaginando già la sua felicità. Qualche ora dopo mi viene a trovare in cucina l’assistente della matricola e l’educatrice che mi hanno notificato il permesso: sono emozionato, non so descrivere la mia felicità a pensare di abbracciare i miei familiari senza nessun ostacolo che ci divide. Il permesso è di 12 ore non di 36, come mi aveva detto l’avvocato, ma non ci penso più di tanto perché va bene lo stesso. L’attesa di uscire non mi fa dormire.

Sabato 7 maggio ore 9.00. Finalmente è arrivato il momento più atteso, mi trovo fuori dal carcere. Il mio cuore batte come un orologio. Comincio ad incamminarmi verso piazzale 3 Agosto dove ho appuntamento con i miei familiari. Sono emozionato al punto che comincia a scorrermi qualche lacrima. In un istante vengo travolto da abbracci e baci da parte di mia madre e mia sorella, poco distante vedo mio padre che è più emozionato di me. Mi avvicino a lui e ci mettiamo a piangere come due bambini che non trovano la loro mamma. In questo caso non si è perso nessuno perché sono lacrime di felicità. Gaetano Crivello

 

Professione ladro: spiati e intercettati dal maledetto satellite

 

Il tratto d’autostrada della Milano-Laghi che dalla periferia della città porta a Malpensa è, senza ombra di dubbio, uno dei più congestionati d’Europa. Quattro corsie, con le auto e gli autocarri che procedono lentamente formando un unico lungo serpente che semina una scia di gas pestilenziali e inquinanti.Sono le otto e trenta del mattino: l’ora peggiore. Io e il Biondo ci troviamo su di una Punto di colore scuro (naturalmente trovata all’uopo) e procediamo nel traffico. Non ci arrabbiamo, sappiamo fin troppo bene che non servirebbe a niente… e poi non abbiamo premura. Ci stiamo dirigendo all’aeroporto della Malpensa.

No, non dobbiamo partire, dobbiamo lavorare. Uno dei nostri soliti lavoretti: trasferire la proprietà di uno o più oggetti da questo a quello… Due o tre volte l’anno una capatina da queste parti fa parte di una delle cento sfaccettature e alternative della nostra professione. Non serve un piano: s’improvvisa a secondo della bisogna.La nostra meta è il grande parcheggio delle auto, inutile dire perché.Dopo un’ora buona, occorsa per percorrere trenta chilometri, imbocchiamo lo svincolo d’uscita procedendo a singhiozzo fino al casello. La tangenziale che porta direttamente nel cuore della stazione aeroportuale non è da meno e si procede sempre a passo d’uomo.

Distratto e annoiato guardo dentro le auto che ci affiancano. Sono auto di lusso. Alla guida, principalmente, uomini d’affari che devono ovviamente partire. In qualche occasione, quando i personaggi sono più importanti, un compunto autista sta al volante.Arriviamo finalmente alla sbarra che delimita il parcheggio a pagamento. Il Biondo, che sta al posto di guida, preme il pulsante rosso, ritira lo scontrino e la sbarra si alza lasciandoci passare. Molto lentamente procediamo nei vari settori apparentemente alla ricerca di un posto libero, realmente stiamo cercando la nostra vittima: l’auto giusta. Eccola finalmente!

La notiamo quasi contemporaneamente e il Biondo mi dà di gomito. Bella e luccicante come una cometa! È in un settore vicino a dove ci troviamo, ma su tutte le altre si distingue. Troviamo un posto dove parcheggiare, poi con noncuranza, tra un’auto e l’altra, passiamo vicino a quella meraviglia: è una Bmw X5 grigio chiaro metallizzato. Dal numero di targa non dovrebbe avere più di quindici giorni.Uno sguardo veloce all’interno basta per farci capire che appartiene a un professionista. Alcuni fogli sparsi sul sedile posteriore sui quali sono impressi dei disegni di progetti meccanici ci dicono che il proprietario è con ogni probabilità un ingegnere.

Non deve essere lì da molto tempo; la mano passata sul cofano percepisce ancora il calore del motore. Non possiamo intervenire subito, il proprietario potrebbe essere nei paraggi o ritornare per prendere qualcosa che ha dimenticato in macchina. L’esperienza serve anche a questo. Dobbiamo necessariamente aspettare una o due ore per sicurezza. Entriamo nel terminal. L’aria secca del sistema di climatizzazione si fa sentire subito nelle narici. Gente che va e che viene di fretta mi ricorda la "Galleria" di Milano a mezzogiorno.

Hostess, personale di bordo, piloti, personale di terra. Ognuno con il suo compito e ognuno verso la sua meta. Sembra di vedere l’ingranaggio di un orologio di precisione ben oliato. Chi aspetta il proprio volo osserva in continuazione il tabellone o i vari schermi disseminati un po’ dappertutto. La cancellazione dei voli non e poi una cosa rara. Bighelloniamo tra i bei negozi che propongono il made-in-Italy per far passare il tempo. Entriamo nel duty-free a curiosare.

Sappiamo perfettamente che ormai i prezzi non sono più convenienti. Troviamo un bar, ci sediamo a un tavolo e facciamo colazione con cappuccino e brioche. Il tempo che ci serviva ormai è passato. Un’occhiata all’orologio e poi c’incamminiamo verso il parcheggio. Le auto entrano ed escono in continuazione. Nessuno ci nota: ognuno è assorto nei propri pensieri. Ci guardiamo attorno ma niente ci mette in sospetto. Come le altre volte non dovrebbero esserci problemi. Lascio fare al Biondo. Adesso è diventato abile quasi quanto me. Estrae dalla tasca interna un piccolo trapano a batteria con una punta d’acciaio durissimo e in un paio di secondi il blocchetto della serratura salta. Entra veloce ed apre la portiera destra per farmi salire. Il tempo di sedermi al suo fianco ed in altrettanti pochi secondi si ritrova in mano il blocco d’accensione: proprio bravo il ragazzo, saranno passati si e no quindici secondi… "Attenzione, attenzione".

Sentiamo qualcuno gridare. Sobbalziamo letteralmente sui sedili. Ci giriamo da ogni parte, ma niente. In giro non c’è nessuno. Non capiamo da che parte venga la voce. "Parla il Centro di controllo satellitare della International Security. Sappiamo che c’è stata un’effrazione. Chiunque si trovi all’interno dell’auto è pregato di abbandonarla nel più brave tempo possibile. Conosciamo la vostra posizione. Entro venti secondi un’auto-pattuglia con guardie armate arriverà sul luogo... Ripeto... Attenzione, attenzione...". Ci troviamo a fissare il piccolo altoparlante del vivavoce. I suoni provengono da lì. Non c’è bisogno di alcun commento. Come lepri inseguite dai cani schizziamo fuori dalla macchina e, piegati in due, per meglio nasconderci tra le macchine, attraversiamo tutto il parcheggio e guadagniamo l’uscita. Ci voltiamo un’ultima volta e vediamo, in fondo, l’auto-pattuglia raggiungere veloce l’auto da noi abbandonata. Siamo sbigottiti e affranti. Non eravamo preparati a questa nuova diavoleria. Alziamo gli occhi al cielo per cercare quel maledetto satellite. Ci sentiamo spiati, seguiti, intercettati… e chi più ne ha, più ne metta. Ma di questo passo dove andremo a finire? Mi toccherà trovare un altro lavoro… già, ma quale…

 

 

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