L'Interlocutore

 

Editoriale

 

Stefano Dell’Acqua

 

Le esperienze pratiche conducono ad un arricchimento delle proprie idee e convinzioni e il volontariato in carcere sotto questo aspetto non fa eccezione.

Dico questo in merito ad una questione complessa, quale è l’esigenza di andare a fondo sul tema del ruolo e dell’azione del volontariato: è un vasto discorso che coinvolge le svariate attività fatte "dentro", il giornale carcerario, l’istruzione e ogni attività di formazione, gli stessi semplici colloqui.

Si può ripercorrere il filo di un ragionamento che è proprio il frutto della concretezza, di pur piccole esperienze se vogliamo ma che col tempo inaspettatamente arricchiscono di un "metodo".

Prima ancora dei contenuti specifici o tecnici da trasmettere o anche parallelamente ad essi, è forse un passaggio obbligato riflettere sulle modalità di comportamento in una tale situazione.

C’è molto spesso l’occasione per toccare con mano quanto qualunque attività venga svolta diventi in realtà solo un tramite, un pretesto: essa non è da intendersi come un fine primario, ma una occasione per riscontrare qui più facilmente e chiaramente forse che altrove, il vecchio adagio di Immanuel Kant, per il quale è un imperativo morale agire "in modo da considerare l’umanità sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro sempre come scopo e mai come mezzo".

Il fine vero è la persona.

Pur buone intenzioni possono scoprirsi deleterie, in quanto, se non altro, proprio con questo principio entrano in contraddizione: è giusto impostare con chi è detenuto un rapporto sulla differenza di moralità?

Credo che non ci si debba atteggiare né da redentori, né da salvatori (nel caso si sia visti come tali da qualcuno "dentro" bisogna pur spiegargli l’equivoco), atteggiamento che porterebbe dritti ad essere percepiti come portatori della supponenza dei "giusti" e in quanto tali in qualche modo "superiori".

Non è in discussione il fatto di manifestare i valori in cui si crede, più che altro la questione è il "metodo": come essere più credibili nel farlo?

Non certo in un modo che si serve delle indubbie differenze con i detenuti per creare distanze e barriere, anche magari al di là della nostra stessa volontà.

L’essere percepiti come chi ascolta, come chi si sforza di capire situazioni che fondamentalmente conosce ben poco, come chi si pone sullo stesso piano dei numerosi e diversi "ospiti" con cui entra in contatto, questa è la maggior cornice di dignità che si può dare ai propri valori umani e religiosi.

Già una prima condanna è stata inflitta dalla giustizia ordinaria dello Stato: essa, giusta o sbagliata che sia stata, è comunque un dato ormai acquisito, mentre la vera questione per il volontario è il suo contributo alle problematiche della vita carceraria.

Una seconda condanna talvolta è già costituita dalle condizioni della carcerazione nei suoi vari aspetti, in tutto quello che il detenuto incontra tra condizioni sanitarie, burocratiche, offerta di effettive possibilità di formazione e di istruzione.

Il volontario si deve aggiungere nel decretare "seconde condanne"? Sento questo come un errore in cui si può facilmente cadere (non c’è cosa più facile che dir male dei detenuti, per gli errori che compiono, per i problemi che causano ), ma che bisogna cercare con attenzione di evitare.

E’ forse banale ricordare che, benché la detenzione sia una condizione per massima parte pressoché di scarsa mobilità fisica, essere "ristretti" non dovrebbe però tradursi in una condizione di immobilità affettiva, psicologica o intellettuale: proprio per questo, in un sistema carcerario che è spesso più orientato sul presente (nell’attrezzarsi per far trascorre meglio la detenzione) piuttosto che sul futuro (attraverso un massiccio impegno per la formazione), non può mancare la riflessione sulla responsabilità dell’ azione che i volontari svolgono negli istituti di pena.

 

 

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