Garçon n° 43

 

Garçon - Il giornale dei ragazzi di Casal del Marmo

(Anno XIII, numero 43)

 

Ricomincia l’attività del giornale

Edoardo

La voce di una volontaria

Mi chiamo Giuseppe

Dalla redazione di Garçon rispondono ai colleghi di “Ristretti Orizzonti”

Occasioni ed eventi

Che cos’è il destino

Ho un ragazzo e che ragazzo!

Il mio primo amore

Sul tradimento

È più doloroso il tradimento di una fidanzato o di un’amica

I giovani secondo me

La noia: perché ci annoiamo?

Parlo della mia migliore amica…

Ed oggi il suo sogno diventa realtà…

Mi racconto

E Vasvia cosa dice in proposito?

La mia storia e la mia vita qui in carcere

Mohamed

La mia famiglia e la mia vita

Racconti della notte

Scrivo la mia storia

Sono ritornato in carcere

Sono venuta in Italia… per stare con il mio ragazzo

Sto per uscire…Quale sarà il mio futuro

Chi sono

20.10.2004

Gli arresti domiciliari

Parla del tuo mondo

L’estate in carcere

La mia vita in carcere

Cos’è per me la paura

Mi presento sono Bajro

Poveri Rom

Ricomincia l’attività del giornale

 

di Isabella

Lunedì 27 settembre. Ieri ho sentito la Freda al telefono: dopodomani ricomincia l’attività del giornalino in carcere, sono felice!! Mi è mancato in questi mesi estivi, mi è mancato dav­vero. Questa mattina mentre ero ferma al semaforo di viale Trastevere, cercando di stringermi la chiusura del casco che mi si allenta sempre, cercavo di capire perché. Cosa mi manca del giornalino? Perché sono così felice che ricomincia? Tanti flash dell’anno passato mi si accavallavano nella mente: immagini, discorsi, risate, litigate, bigliettini che volano, baci furtivi, spintoni prepotenti.

Ecco cosa mi manca: aiutare i ragazzi a scrivere, a rispondere alle domande che Freda prepara per loro, aiutarli a ragionare, a formulare un pensiero, a supe­rare l’imbarazzo di dover raccon­tare la loro storia, di ripercorrere le tappe delle loro giovani vite, i loro reati, gli sbagli e le sofferenze che ne sono derivate. Mi manca poi vederli sorridere quando proviamo a immagi­nare il futuro, a dare consigli a chi legge per evitare che com­piano gli stessi errori, quando mi fanno leggerei bigliettini che ricevono dalle ragazze che si trovano nella sezione femminile, per chiedermi consigli sulle risposte che possono dare.

Mi torna in mente il loro fermento nell’attesa dei colloqui che si tengono il sabato mattina mentre siamo lì, la seria riveren­za che hanno quando entra il comandante per controllare le attività: quante volte io, Giuliana e Franceschina, li abbiamo guardati stupite alzarsi di scatto all’entrata del comandante, levarsi il berretto, rimanere completamente in silenzio, mani dietro la schiena, immobili… quasi non si riconoscono!!

Sono felice che tutto questo mercoledì ricomincerà.

Certo mi dispiace che non ci sarà Karim, ora detenuto pres­so l’IPM di Benevento, man­cheranno Wang e Zu, che tanto si sono impegnati in questa atti­vità grazie all’insostituibile entu­siasmo di Freda, mancherà Daniele con cui ho lavorato parecchio, ma che ora per fortu­na sta in comunità e sta molto meglio e mancherà moltissimo Veronica: non sono mai riuscita ad avere un rapporto stretto con lei, ma rileggo spesso i suoi articoli che trovo molto belli, molto seri, ti permettono di riflettere su un milione di cose. Freda che la sente spesso dice che sicuramente continuerà a scrivere per il giornalino… meno male!!

Sono felice che rivedrò Mat­teo (vi ricordate di lui vero? quello degli occhi neri che splendono anche di notte!!!), sono felice anche se non si vuole mai fare aiutare, sono felice di rivedere Alessan­dro che purtroppo per lui è appena rientrato, Salvatore con il quale si scrivono articoli mol­to interessanti, Sara tra le ragazze più spiritose e vitali che sono mai state in queste stanze e tutti i ragazzi nuovi che si iscriveranno a questa attività.

Tutto questo mercoledì rico­mincerà: il mercoledì pomeriggio e il sabato mattina la stanza che ospita la redazione di Garcon (l’ultima a destra del corri­doio) ricomincerà a colorarsi delle loro voci, delle loro risate, delle loro arrabbiature, del loro baccano, del loro disordine, del fumo delle loro sigarette, del loro acuto sarcasmo, delle loro speranze, della loro adolescen­za, delle loro vite!

Buon anno giornalino Garcon, e soprattutto buon lavoro!

 

 

Edoardo

 

di Isabella

Una domenica d’agosto in palazzina: caldo, svogliatezza, pochi volontari, qualche ragazzo nuovo… (come sempre, come ogni domenica dell’anno ci sono ragazzi nuovi). Io stessa mi chie­do se non avessi fatto meglio ad andare al mare. “Mamma mia quell’albane­se… a pelle mi sta proprio anti­patico!!”. Sono queste le prime parole in assoluto che ho sentito dire da Edoardo. Daniele, destinatario di quel commento, originario di una citta­dina vicino Edoardo e suo amico da sempre, signore e diplomatico come sempre… cerca di abbas­sare i toni: “Ma chi lui? No guarda che ti sbagli! È uno tranquillo. Edoardo insiste: “Sarà… ma non lo sopporto, se solo prova a toccarmi…”.

Lo guardo storto, prima anco­ra di presentarmi ho già deciso che non lo sopporto, che è uno di quelli non recuperabili, il solito bullo, sbruffone, un po’ razzista, caratteristiche che non sopporto.Ricordo ancora che quando quella mattina esco da lì e raggiungo alcuni amici al lago di Martignano, Giuliana (che quella mattina non è venuta) mi chiede (come sempre ci chiediamo tra noi quando qualcuna manca): “Novità stamattina a Casal del Marmo?”. Io le rispondo: “No, niente di particolare. È entrato un ragazzo nuovo, mi sembra si chiami Edoardo… deve essere terribile!”.

Tre mesi e mezzo dopo, un sabato mattina di metà novem­bre, nella redazione di Garçon i riscaldamenti sono troppo alti, manca quasi l’aria, ma quel cal­duccio è piacevole confrontato all’aria di pioggia e vento che c’è fuori. Edoardo è come sempre concentrato sul suo quadernone, ha già risposto a quasi tutte le domande che Freda ha preparato per lui, un agente gli ha appe­na portato due lettere, lui sa già di chi sono… le aspetta da qualche giorno, ma se le mette in tasca e rimanda a dopo la lettu­ra, a quando potrà concentrarsi meglio, a quando riuscirà a dimenticare tutto il resto e dedi­carsi solo a quelle due ragazze che gli hanno scritto.

Da quando frequento Casal del Marmo ho rivalutato la posta cartacea. In un mondo dove tutti comunichia­mo ormai tramite e-mail e sms, ci siamo dimenticati l’emozione di una lettera scritta a penna, la busta, il francobollo, la sbavatura d’inchiostro, lo sbirciare sul timbro postale per vedere il giorno esatto in cui è stata spedita sperare che un po’ del profumo di chi ci scrive sia rimaste intrappolato in quell’inchiostro su quelle righe. A Casal del Marmo tutto questo succede ancora.

“Se solo potessi tornar indietro, non rifarei mai quel che ho fatto!”, questa è solo un delle tante frasi che leggerete negli articoli di Edoardo, sfogliando le pagine del numero Garçon che avete in mano in questo momento. Edoardo è così: serio, maturo, educato, ben più maturo suoi 20 anni, un piacevole osservatore, uno che capisce quando si può scherzare o essere seri. Ha un atteggiamento distaccato rispetto al posto in cui si trova, che non è sicuramente il suo posto. Non si è mai lamentato di essere perseguitato dalla giustizia, ma aspetta semplicemente che questo periodo passi, più in fretta possibile, per chiudere questa brutta parentesi, per poi cominciare a vivere… stavolta per davvero!

Edoardo sa bene il male che ha fatto, anche se non me lo ha mai detto, non credo che passi giorno senza che lui non pensi a tutto quello che è successo. Ma questa consapevolezza è la sua forza. Con se stesso, pri­ma che con gli altri, è sincero. È simpatico, molto carino, ben vestito, gli piacciono gli U2, Venditti, Ligabue e Vasco, spes­so quando è soprapensiero canticchia le loro canzoni, è bravo a giocare a pallone, ha una bella calligrafia, tra l’altro (come lui stesso ha notato) simile a quella della sottoscritta. Quante volte in questi mesi l’ho cercato: quando in palazzi­na la situazione è turbolenta, quando in redazione i ragazzi sono nervosi e non si riesce a concludere nulla, automaticamente e inconsciamente si cerca Edoardo, anche solo per una parola, sicuri che dopo quella parola si riprende fiato, si recu­pera un po’ di energia, si rico­mincia a lavorare.

Quando la domenica in chie­sa decido di seguire attentamente la messa e i discorsi di Padre Gaetano, sperando di riposarmi un po’ dopo la tensio­ne della palazzina, automaticamente e inconsciamente cerco il posto vicino a Edoardo, sicura che con lui si può ascoltare in silenzio, si può commentare a bassa voce, si può cercare la risposta alla domanda di Padre Gaetano, si pub pregare. Non manca mai di rispetto ai suoi interlocutori, non alza mai la voce, assolutamente mai vol­gare. Noi tutti della redazione di Garçon gli auguriamo di uscire presto da qui e tornare in comunità, dove potrà proseguire quell’importante percorso durato tre anni che lo ha portato a essere quello che è oggi. 

 

 

La voce di una volontaria

 

di Sara

Non ero mai stata qui, non avevo idea di quale realtà si nascondesse dietro queste alte mura. La prima volta, è stata in occasione del Carnevale… qualche settimana prima, Isabella mi chiede se ave­vo voglia di andare ad una festa… a “Casal del Mar­mo”! “Una festa in carcere?”, chiedo meraviglia­ta…”. “Sì!”, mi risponde con il suo solito entusiasmo per le cose che le stanno più a cuore. Ed io, come se fosse l’invito più comune, accetto senza pensarci due volte.

Ricordo con intensità il rumore della grande porta di ferro che si chiude alle mie spalle… sono “dentro”! In una stanza abbastanza grande due ragazzi sistemano le luci colorate, quelle da discoteca. Un po’ alla volta cominciano ad arrivare tutti, ragazzi e ragazze, e la festa inizia sulle note della musica sele­zionata da un d.j. d’eccezione: Padre Gaetano. Timidamente, comincio a chiacchierare con qualcuno, presentatomi, qualche istante prima da Isabella (con fare da padrona di casa preoccupata che i suoi ospiti stiano bene). Torno a casa con i volti di tutti stampati nella mente, con le poche parole a loro strappate nell’assordante musica e con coriandoli appiccicati ovunque a ricordo di una festa speciale. Da allora, sono diventate costanti le visite in carcere, scandite dal ricambio dei ragazzi.

A volte, mi sono sentita a disagio, scaturito da una realtà diversa, fino a poco tempo prima a me lontana, in cui sono entrata in punta di piedi e che sto scoprendo un po’ alla volta. Hanno pesanti storie alle spalle, storie che nascondono con grandi sorrisi durante le ore trascorse insieme nelle palazzine, in redazione o in Chiesa, ma che i loro occhi raccontano. Vivono in un mondo sospeso dove indossano una corazza per sopportare le conseguenze di un’adole­scenza difficile, sfortunata. Un po’ alla volta, impari a conoscerli e quando sei fuori li porti con te, ovunque… e, in ogni momento, ti chiedi se il loro umore è basso, se stanno svolgendo le attività, se la cassetta di musica, che hai registrato, possa servire a distrarre per un po’ i loro pensieri.

Parli molto di loro con le persone che ti stanno più vicine ed ogni volta ti rendi conto che, spesso. è la mancanza di opportunità diverse, alternative, e non una scelta precisa che li ha condotti a trasgredi­re. Sei fuori e ti chiedi se sei riuscita a lasciare un po’ di te li dentro, se sei riuscita a raccontarti a loro così come sei, “fuori” e “dentro”. È difficile spogliarli di quella corazza e, allora, tenti di approfittare di qualsiasi momento per raccogliere un sorriso, uno sguardo che sembra severo, un saluto, una stretta di mano sperando di cogliere un segnale. È difficile tro­varlo, forse non è nemmeno giusto cercarlo per avere una “ricompensa affettiva”, forse è presuntuoso pensare di riuscire a far breccia in chi ha imparato ad essere diffidente, in chi è incavolato con il mondo perché pensa che il mondo sia incavolato con lui.

Ma tu continui a stare lì per godere della loro compagnia ogni domenica mattina, per imparare, grazie a loro, che è riduttivo dare un’opinione che riflette una sola verità (una verità parziale), per trascorrere con loro un giorno di festa, per assistere alla partita di calcio del sabato pomeriggio, per scoprirli impegnati a scri­vere gli articoli per la Freda, che tanto adorano e rispettano, per ricordarti dei compleanni sperando che i loro desideri si realizzino. Continui a frequentarli e quando riesci ad intravedere le debolezze, le insi­curezze e la spontaneità tipiche della loro età ti dimentichi quasi dei loro reati… e proprio in questi momenti, riesci a capire il motivo che ti spin­ge ad essere lì!

 

 

Mi chiamo Giuseppe

 

di Giuseppe

Sono di Rosarno, ho 21 anni, prossimo per andare ai maggiorenni. Sono il primogeni­to una famiglia composta da 2 genitori e 4 figli. Mio padre si trova in carcere dal 2000. Mi auguro che quest’anno possa uscire. Mia madre è casalinga e si occupa di tutti gli altri figli. Mi ricordo che quando avevo 13 anni ho avuto la mia prima esperienza sessuale con una ragazza che faceva la prostituta. Fino a 15 anni ho frequentato la scuola fino alla terza media, poi ho smesso di studiare perché non mi andava più di frequentare, perché “non la mangiavo, come si dice”. A 16 anni ho cominciato a lavorare in un forno per necessità economiche. Dopo otto mesi ho pensato che questo lavoro era troppo faticoso perché mi dovevo alzare a mezzanotte per arrivare sul posto di lavoro a mezzanotte e mezza e finivo la mia giornata lavorativa alle ore otto e trenta del mattino.

Per questo motivo ho deciso di abbandonare que­sta attività lavorativa, per recu­perare un po’ di sonno dormivo il giorno, quindi non mi rendevo conto che differenza c’era tra giorno e notte. Quando avevo quasi 18 anni mi hanno arrestato per un tentato omicidio e mi hanno condannato a 4 anni di reclusione e sono stato portato all’IPM di Catanzaro per due giorni ma, visto che in quel periodo il carcere di Catanzaro era sovraffollato, sono stato tra­sferito all’IPM di Potenza dove sono rimasto per tre mesi. Lì ho frequentato la scuola fino al dicembre del 2001 chiedendo nel frattempo di essere avvici­nato all’IPM di Catanzaro per stare più vicino alla mia famiglia. In tutti questi anni di carce­re ho riflettuto a lungo e ho avuto modo di capire che le carceri minorili non aiutano abbastanza i ragazzi. L’autorità giudi­ziaria non si rende conto che un ragazzo qui dentro soffre molto perché è privo della libertà, quindi in poche parole la legge non sa fare altro che condannare senza capire profondamente i problemi che vive il ragazzo in determinate situazioni ambien­tali critiche: ad esempio io provengo da una realtà in cui i gio­vani non hanno molte prospettive per la vita, Rosarno è una cittadina che non offre lavoro come gran parte dei pae­si della Calabria.

Per il mio futuro spero di avere qualche possi­bilità di uscire prima, io mi rendo conto di avere commesso degli sbagli piuttosto gravi, e chi sbaglia deve pagare. Da quando sono in carcere ho riflettuto sui miei sbagli e ho cercato di rime­diare comportandomi bene rispettando tutti le persone che mi stanno vicino e ascoltando i consigli che mi danno per farmi capire tante cose positive della vita. Quando avrò scontato questo debito con la giustizia, troverò un lavoro cercherò di fare l’impossibile per costruirmi una famiglia e vivere onestamente, e se avrò dei figli cercherò di non farli cadere nei miei sbagli. Dentro questo istituto sto svolgendo attività lavorativa e inoltre sto frequentando la scuola per conseguire un diploma che mi potrà essere utile in un futuro. 

 

 

Dalla redazione di Garçon

Patrizia, Marco, Luigi ed Eduardo, rispondono ai colleghi di “Ristretti Orizzonti”

 

di Patrizio

In redazione veniamo alle 9.00 e cominciamo a scrivere degli articoli sulla nostra vita e sui nostri sentimenti, sulle emo­zioni, sulla nostalgia di casa e scrivendo mi sento meglio con me stesso. Io di Freda vi dico quello che sento: è una persona meravi­gliosa, quando sto qui la matti­na mi vola perché è socievole, simpatica inoltre è paziente perché alcune volte ci compor­tiamo male. Non abbiamo alcun contatto con l’esterno perché non pos­siamo uscire, anzi non ci danno il permesso per uscire, per cui l’unico contatto che abbiamo con fuori è attraverso il giornalino: la nostra carta vincente.

Ecco il diario della nostra giornata: ci alziamo alle 8.00, ci prepariamo, puliamo la cella, ci laviamo e ci prepariamo per venire in attività. Finita l’attività, mangiamo e andiamo in cella e ci guardiamo un po’ di tv. Alle tre e mezza ci aprono e andia­mo a guardare i ragazzi che gio­cano a pallone o andiamo al teatro. Finito tutto questo cenia­mo e ci rinchiudono in cella, vediamo un film e ci mettiamo a dormire. La mia giornata ideale non è alzarmi la mattina alle 8.00, bensì verso le 10.30, fare una bella colazione ricca di corn-flakes, un bel panino con la cioccolata, o con burro e marmellata, ed una tazza di latte e cacao… a pancia piena si guarda meglio la realtà!

Mi piacerebbe andare in fale­gnameria, ma non è possibile perché devo andare a scuola, che è obbligatoria. Finita la scuola mi piacerebbe fare un bel pranzo ma se c’è un buon piatto di pasta mi accontento. Dopo aver mangiato, mi piace­rebbe andare a fare una bella partita a pallone (anche se ho il femore rotto), ma prima devo rimettermi in sesto per giocare come giocavo una volta. Anche Sara mi ha detto che gioco mol­to bene, infatti ora non c’è più nessuno che le dedica un goal!neanche Edoardo, nonostante sia molto bravo. Dopo la partita andrei a dormire perché è stata una giornata pesante…

Per me il tempo che sto con mia madre già è tanto, perché fuori ci sto poco; non perché non ci sto bene ma perché ho altre cose da fare… per rovinarmi la vita! Le attività sportive mi piac­ciono molto perché sono molto appassionato di calcio. Le atti­vità culturali, invece, non mi atti­rano tanto perché che me ne faccio della cultura? Io ho biso­gno di cose concrete! In questo momento non sono fidanzato, non durerebbe tanto. Per quanto riguarda la possibilità di incontrare la persona che ho danneggiato, la mia risposta è: no comment! 

 

di Edoardo

Il lavoro in redazione si svol­ge sempre allo stesso modo, si arriva alle 9:00 circa e con gli aiuti della signora Freda e delle volontarie ci troviamo a scrivere articoli sulla nostra vita, sulla nostra famiglia ecc… La nostra coordinatrice, la signora Freda, conoscendola molto poco, posso dire che è una signora piena di vita e pie­na di volontà e, nonostante i ragazzi che vi partecipano, devo dire che alla sua età è molto paziente. Contatti esterni non ne abbiamo perché non abbiamo modo di uscire, tranne quando dobbiamo uscire per fare le cau­se e quindi non abbiamo contat­ti diretti.

L’unico contatto che abbiamo è attraverso il giornalino. II termine Casale è come dire una giornata nella “Fattoria” e penso proprio che non è una fattoria, comunque le nostre giornate si susseguono con lo stesso ritmo. Ci svegliamo presto e ci aprono alle 8.00, ci laviamo, puliamo la cella, rifacciamo i letti, si fa colazione (per modo di dire!) e poi si va in attività. Naturalmente ognuno va alle attività che sceglie: io faccio cuoio. Alle 12.00 si pran­za e poi si rivà in cella fino alle 15.30, poi si va a giocare a cal­cio fino alle 17.30. Alle 19.00 si cena e si ritorna in cella fino a mattina… (che giornata è?).

Purtroppo su questa doman­da non vi so rispondere perché qui dentro io, personalmente, non riesco a pensare ad una giornata ideale… Ritengo il carcere come una punizione e quindi gli orari di colloquio e di telefonate sono insufficienti, ma le cose vanno apprezzate al di fuori anche se quando si è liberi non si pensa alla famiglia. Comunque penso chele telefonate e le visite non cambiano i rapporti. Io sono iscritto alla squadra di calcio di cui sono capitano e comunque risponde alle mie aspettative. Io penso che sei sentimenti sono forti e sinceri resistono anche alle lontananze più “diffici­li” e questo, in questo momento, lo sto provando sulla mia pelle. Io non riuscirei a reggere il confronto tra me e la vittima, non potrei sostenere lo sguar­do, però, se riuscissi a trovare il coraggio, mi metterei alla prova. Per il momento so solo dirvi che se potessi tornare indietro non lo rifarei.

 

di Luigi 

Quando sono in redazione scrivo tutto quello che mi passa per la mente. Scrivo di me e l’atmosfera favorevole mi porta ad esprimere liberamente quello che mi sento dentro che in altre situazioni non esprimo. La Fre­da è una brava donna e ha tan­ta pazienza con noi e con lei passiamo due ore fantastiche. Purtroppo non abbiamo alcun rapporto con l’esterno nel senso che siamo chiusi e non ci danno il permesso di uscire. L’unico contatto che abbiamo è attraverso il giornalino e con ragazzi che vengono a sfidarci nelle partite di pallone.

Ci alziamo alle 8, ci laviamo e mettiamo a posto la cella. Alle 8.30 facciamo colazione, poi andiamo alle attività fino alle 11.30, ora in cui andiamo a mangiare. Poi ci chiudono fino alle 15.30. Nel pomeriggio andiamo o a teatro o a giocare a calcio fino alle 18.30. Poi c’è la cena e subito dopo andiamo in cella dove abbiamo la possibilità di guardare la televisione fino alle 23. Il momento più triste della giornata è proprio la sera perché il buio ci fa diventare infelici e scatena in noi tanti ricordi. La mia giornata ideale sareb­be alzarsi un po’ più tardi, stare due ore con le ragazze, poi pran­zare.

Si va a riposare un’oretta e poi si va a sfogare la rabbia giocando a calcio fino a che non fa sera. Poi una bella cena a base di pesce ed infine avere dei momenti di socialità in un’altra cella. Noi abbiamo la possibilità di un colloquio settimanale con i familiari a cui possiamo telefonare un giorno a settimana. Per me sono sufficienti. Essendo italiano sono agevolato nei con tatti con i familiari. Penso che le attività sono poche e si potrebbe fare qualcosa in più, almeno per me. È difficile tenere in piedi un rapporto con la fidanzata quando si sta in carcere. Difficilmente sopravvivono perché i giornali parlano troppo e con tutta la galera da fare sulle spalle è meglio che si facciano una vita tutta loro. Se incontrassi la vittima del ­reato le spiegherei che l’ho fatto perché avevo bisogno di soldi per drogarmi anche se capisco che sarei molto imbarazzato e la mia giustificazione non la ripagherebbe del reato subito.

 

di Marco

Entriamo alle 9 del sabato mattina, la Freda ha già preparato il materiale per lavorare. Aspettiamo le volontarie che arrivano sempre in ritardo e poi cominciamo, un po’ a rilento a pensare ed a scrivere. A volte la Freda ci suggerisce qualche spunto per stimolarci a scrivere gli articoli, altre volte scriviamo per conto nostro, altre volte ancora ci limitiamo a parlare di tutto un po’. La signorina Freda non ci sono parole per descriverla perché è una persona con tutte le qualità, anche, e soprattutto, la pazienza. Purtroppo non abbiamo contatti con l’esterno e ci piacerebbe averli. Meno male che c’è “Garcon” che ci permette di parlare con tutta l’Italia pur senza guardarci in faccia.

La mattina ci svegliamo alle otto, ci laviamo, ci prepariamo, facciamo cola­zione e poi ci avviamo alle attività per chi ce l’ha. Gli altri restano in palazzina o si raccol­gono nella cosiddetta “sala cinema” fino a che non arriva qualche operatore per darci un po’ di spazio. Dopo le attività c’è il pranzo e la chiusura nelle celle (le nostre stanze) fino alla 15.30/16. Andiamo al campo, se non piove, per le attività sportive (calcio, basket, pallavolo) e vi restiamo fino alle 17,30 ora che fa buio presto. Torniamo in palazzina ed attendiamo la cena facendo, a modo nostro, la socializzazione. Dopo cena si richiudono le stanze ed attendiamo le 21 per vedere la televisione. Così si chiude un’altra stupenda giornata.

Non ritengo possibile fare proposte per organizzare diversamente la giornata perché non posso dimenticare che siamo in carcere, il carcere che annulla qualsiasi forma di progettualità. Per quanto riguarda i rapporti con i familiari attraverso le telefonate ed i colloqui mi pare che sono organizzati alla meglio. Tutte le attività che si svolgono in carcere,chi più chi meno, possono andare, potrebbe capitare di peggio. Non è possibile, a mio avviso, la sopravvivenza del rapporto con la ragazza per la distanza che ci separa ed anche per motivazioni personali. Non sarei capace di intessere un rapporto con la persona danneggiata, non la ritengo per me una cosa fattibile anche perché ‘dipende dai casi e dalle situazioni diverse.

 

 

Occasioni ed eventi

17 ottobre 2004, festival del libro di Pisa, premio letterario “Antonio Zinzula”

Pubblicazione di uno dei racconti premiati

 

di Handy

Aiuto!!! Ho voglia di gridare, mettermi in mezzo al viale immerso nella nebbia notturna e gridare fino a stanare i gatti dai cassonetti, svegliare le papere nello stagno e zittire ogni essere umano presente in questo posto! Mi sento decisamente sotto pressione negli ultimi gior­ni, ad ogni passo sento qualcu­no che pronuncia il mio nome! Andiamo a prendere la colazio­ne? ST! Mi aiuti a scrivere una lettera? ST!!! Mi pulisci questo? ST!! Devi togliere le palline dall’albero! Ok! Dopo lo faccio! L’hai visto? Ti ha parlato di me? Sa quando mi faranno uscire? Se chiedo gli arresti, me li dan­no? Mi compili le domandine per le telefonate? Hai preso i sacchetti? Sì, e prova ad indovi­nare dove te li puoi infilare…! E poi ci sono le lezioni, lo psicolo­go, il bimbo che piange la notte, la gente che ti parla nel cervello senza capire che non è proprio il caso. Non rispondi e allora chiedono ancora più insistentemente, rispondi a una domanda e sei fregata perché poi te ne vomitano addosso altre duemila che sono sempre le stesse, inu­tili, sfinenti, asfissianti richieste di conforto! Ok!

Per un po’ ci posso anche stare, ma adesso se ne stanno decisamente prendendo troppo del mio spazio vitale! E in tutto questo dovrei anche riuscire a pensare un po’ a me! Scusate un attimo, vi ricordo che sono innamorata, dovrei essere io quella che assilla tutti con discorsi cretini, sono io quella da riportare alla realtà, caz… come sono stanca! Saranno le due settimane dì sonno arretrato o l’aria invernale: so solo che mi sveglio ed ho paura di aprire gli occhi perché c’é la cella da sistemare (il male minore), ci sono queste due imbecilli che ti chiedono sempre le stesse cose, perché sono così stupide da non capire neanche le rispo­ste più semplici! E poi c’é un sacco di gente invadente che non mi lascia in pace nemmeno adesso che sto scrivendo! Ebbene sì, dopo una giornata passata ad esaurirmi, l’idiota mi si e appena avvicinata e mi ha chie­sto se sto ancora scrivendo! Caz…

Cervello di pianta grassa, ma, secondo te, con una penna in mano ed un quaderno pieno di parole, cosa faccio? Preparo un piatto di pasta? Costruisco un’astronave per spedirti fuori dal sistema solare? Certo che sto scrivendo, mia piccola sanguisuga!!! Poi vengono e mi dicono che sono dimagrita, che sto proprio bene, che ho una bella faccia… Ma perché nessuno, mai, nemmeno per sbaglio, si ferma a chiedermi come sto? Male, sto male, mi sento i nervi che si attorcigliano ad ogni suono, più cerco di render mi invisibile, più la mia presenza viene notata! Era un sacco d tempo che non mi sentivo così nervosa, strana, sfibrata, esaurita! Vorrei poter pensare un po’ di più a me, ma non c’é uno spazietto dove nascondermi a riposare! Non chiedo tanto. Mi conosco, so che mi basterebbe una giornata da passare sola con me per ricaricarmi, ma non importa a nessuno!!!

Il permesso mi ha resa di buon umore e disponibile e così tutti a chiedere, senza limite, senza ritegno poi, però, quando alla fine sbrocchi, si dimenticano di tutto quello che gli hai fatto e ti chiamano stron… egoista! Quattro ragazze e un bimbo (che adoro)? Ma perché certe persone pensano di essere le uniche con il diritto di incaz… e trattare male gli altri? Dio, un po’ di silenzio per favore! Odio il mio nome, l’ho sentito più volte in questi ultimi gior­ni che nei precedenti vent’anni di vita! Ho appena finito di annunciare che sono stanca e la risposta e stata: “Non mi piaci quando sei così!”. Ma vaf­fa… non ti ho chiesto se ti piaccio o meno quando sono esaurita, volevo solo che tu, inutile creatura, capissi e ti facessi da parte due minuti!

Considerando che mi stracci l’anima da una settimana, non ti piaccio quando sono così? Quando rispondo male, sbuffo e sono decisamente odiosa? Benissimo, allora spiegami perché mi stai ancora appiccicata a riempirmi la testa con le tue bana­lità di stupida ragazzina a caccia di altrettanto stupidi ragazzini? Spiegamelo prima che mi venga voglia di spac­care la faccia a te e a tutto il resto della popolazione di Casal del Marmo! Basta, giu­ro che non sopporto più nessuno! Sono i miei ultimi mesi che mi stanno pesando il doppio dei 3 anni, 6 mesi e 12 giorni passati!!! Voglio dormire! Lasciatemi dormire, vi prego! Doma­ni pomeriggio viene la Freda, spero che nessuno riuscirà ad uccidermi i neu­roni nella mia pic­cola isola felice! Almeno dalla mia signora bionda voglio stare in pace! Basta, chiu­do qui. E la prima volta da quando ho imparato a farlo che scrivere non riesce a rilas­sarmi! Happy free­dom!!! Ahhhhh! Ahhhhh! Ahhhhh!

 

 

Che cos’è il destino

 

di Lorena

Credo che il mio destino, come quello di ogni uomo sia la felicità, la gioia piena che, per me credente, è il giungere alla presenza di Dio e partecipare della sua Gloria. Questo è il desiderio/volere di Dio su ogni uomo, è il proget­to di Dio a cui chiama ogni uomo/donna di buona volontà che accetta di collaborare con Lui alla realizzazione del Regno di Giustizia e di Pace. Accettare, nella piena libertà, di essere oggi. Nelle situazioni di oggi, le Sue Mani, i Suoi piedi, il Suo cuore, il Suo sguardo.

È per ogni uomo una chiama­ta a cui rispondere o ignorare proprio perché il Buon Dio rispetta la sua creatura e quindi la sua libertà, riconoscendo que­sta come la condizione impre­scindibile perché ogni uomo ed ogni donna possano crescere e quindi in modo sempre più responsabile e maturo rispondere a ciò che Lui attende da loro e che solo loro possono realizzare. Infatti come ogni uomo è irri­petibile, unico da sempre e per sempre, così ciò che lui può fare per il Regno di Giustizia e di Pace è un qualcosa che nessun altro può fare. Grazie Signore per averci reso così prezioso ai tuoi occhi. Ma a renderci liberi è la verità su noi stessi, è accetta re, prima di tutto, di lavorare che ci porta ad assomigliare sempre più a Gesù. A prendere posizio­ni, decisioni, a fare scelte guidati dalla sua Parola, alla luce del Suo Spirito.

Lavorare su se stessi è accettare di fare luce in noi, di scoprire quei doni, quelle attitu­dini presenti in noi ma donateci per il bene di tutti, per collaborare al progetto. E un cammino, il conoscere, lento e faticoso ma solo chi accetta questa sfida potrà sentire salire dal profondo del suo cuore il desiderio di una cosa vera, che duri sempre, la risposta alla domanda “Per che cosa esisto? Per che cosa ven­go al mondo?”. per capire vera-mente la profondità del mio cuo­re e per cercare di viverla. Ed in questa ricerca non devo lasciarmi spegnere, abbattere dai miei ma, dai miei se, dal male, dal dubbio, dal pregiudi­zio, dalla cecità e dall’egoismo, perché se guardo Lui e “risco­pro” ogni volta a quale progetto sono chiamata, tutto, anche il male commesso, coopera al mio bene e diventa per me possibi­lità di crescita

E Gesù che si carica del mio peccato e continuamente mi ripete “ Vieni dietro a me a partire da qui”, mi invita a gettare dietro di Lui il mio amore per il vero, per il bene, per il bello ed anche il mio senso di peccato, del mio limite, in una parola il mio io. Ed ogni volta che il mio cuore e la mia mente e le mie forze accettano questo invito sconvol­gente è Pace dentro di me e quindi intorno a me. Ed ecco che la felicità non diventa una fuga dalla vita ma il senso della vita, non è evasione dai problemi e dalle difficoltà ma la maniera giusta per affrontarli. Ecco il mio destino: “crescere” come donna al cospetto del mio Dio, lavorare attivamente e pazientemente per un mondo di giustizia e di Pace , senza impa­zienza e senza saper già e sen­za presunzione perché solo chi ha fatto il mio cuore può riempirlo veramente e definitivamente. Grazie.

 

 

Ho un ragazzo e che ragazzo!

 

di Silvana

Conosco il mio ragazzo da due mesi. Ci siamo conosciuti qui a Casal del Marmo. Lui era un po’ timido… io più di lui, e poi è carino e simpatico. Stava­mo insieme da sei giorni ma io per timidezza non riuscivo a dirgli niente. Sabina faceva da interprete tra me e lui perché io non riuscivo a parlare. Oggi finalmente sono riuscita a dirgli qualche parola. Riusciamo a vederci a teatro, a “Roma per Noi” e, se verrà, anche a messa. Quando sto a scuola qualche volta viene in classe e mi parla un po’, ma quando si avvicina io mi imba­razzo. Sono sicura che lui pensa che domani piove perché oggi finalmente sono riuscita a chie­dergli una cosa e cioè gli ho chiesto con chi stava in cella, lui mi ha risposto “sto con Matteo”.

Per me è un sogno che si è avverato: è molto carino, castano, con i capelli molto corti (se li è tagliati oggi e li ha tagliati anche agli altri). Ha degli occhi bellissimi che danno sul verde e delle labbra molto carnose. Si veste bene e ha un bello stile. Mi piacerebbe uscire con lui la sera, andare in discoteca insie­me, mi piacerebbe andare con lui in vacanza a Montecarlo e fare tante altre cose. Ma purtroppo per il momento siamo qui in carcere e queste cose le posso solo sognare. Uscirò il trenta dicembre e già so che piangerò tantissimo all’idea di lascialo qui solo.

La sera in cella rileggo tante volte una lettera che lui mi ha scritto e parlo sempre di lui con le mie compagne Sabina e Sevala, mentre Sabina ci parla di Edoardo e Sevala di Alan. Speriamo che anche lui la sera parli di me con Matteo. Domani ci sarà teatro e sono felice perché così potrò parlargli; visto che sono timida e non riesco a parlargli, gli altri che conoscono questa situazione mi mettono sempre vicino a lui e io mi spo­sto. Poi lui mi viene vicino e cer­ca di parlare ma non rispondo. Parlo con Sabina nella mia lin­gua e lei traduce in italiano… che fatica essere innamorati!

 

 

Il mio primo amore

 

di Diana

Mi presento: sono Diana, ho 17 anni. Ho trovato il mio primo amore in Germania dove stavo con la mia famiglia. È cominciato così. Avevamo affit­tato un appartamento: io avevo undici anni e ho incontrato questo ragazzo. Era alto, bruno, aveva gli occhi da gatto, occhi che mi hanno subito incantata e mi sono innamorata di lui, ci siamo conosciuti perché i nostri due papà si conoscevano.

Mia sorella si era già messa con il fratello di lui. E dopo un anno lei si è sposata ed io mi sono fidanzata. Gevo era un ragazzo veramente simpati­co, scherzoso, mi voleva bene ed era motto innamorato di me. Quando mi ha dato il primo bacio io mi sono molto vergognata nei suoi confronti, ma lui è stato molto gentile con me. Siamo stati insieme per due anni. Quando però mia sorella ha detto a mio padre che io stavo con lui, sono stata portata immedia­tamente a Roma. È stato il momento peggiore della mia vita quello in cui mi hanno allontanata da lui.

Dopo un anno Gevo è venuto a Roma a cercarmi. Ci siamo incontrati ed io credevo di sognare, mi pareva che non fosse lui. Dentro di me il cuore scoppiava di gioia. Prima di ripartire (si è fermato solo tre giorni) lui mi ha proposto di fuggire insie­me, ma io, anche se soffrivo da morire, non ne ho avuto il coraggio. Oggi sto insieme ad un altro ragazzo che ho conosciuto qui in carcere. Mi piace e insieme abbiamo intenzione di amarci sul serio e di conti­nuare la nostra storia anche quando usciremo anche se lui dovrà restare ancora per qualche tempo.

 

 

Sul tradimento

 

di Alessio

Tradimento per me vuol dire non rispettare una persona che ha fiducia in me. Mi è capitato sia di tradire che di essere tradito però non da una persona a cui volevo bene. Quando ho tradito me lo sono andato a cercare, avevo proprio l’intenzione di farlo anche indipendentemente dalla persona che conoscevo. Comunque per me il tradi­mento è un fatto grave se non è commesso da me, perché io posso tradire ma non sopporto di essere tradito. Mi è capitato di tradire una persona che conoscevo bene da quando ero piccolo, sono stato con la ragazza di un mio amico, però con lui non ne ho mai parlato e non mi sono mai sentito in colpa, anche se qualche volta ci penso.

Il tradimento nel lavoro qual­siasi lavoro sia non si accetta. Una persona che tradisce fa bene solo da parte dell’uomo. L’uomo che viene tradito la prende male perché non accet­ta di essere stato sostituito da un altro e non se lo sarebbe mai aspettato. Per chi tradisce per me vale solo l’indifferenza come puni­zione perché non merita soddi­sfazione. Tradire è per me non rispet­tare i sentimenti di una persona che ti è vicino. Io non sono capace di tradi­re se si tratta di vera amicizia. Non mi è mai capitato di subire o di fare il tradimento, perché ho avuto l’accortezza di scegliere persone di cui mi potevo fidare. Ritengo il tradimento in un rapporto di coppia una cosa immorale. Mi è capitato di tradire e di essere tradito da un amico in situazioni di affari illegali. Non mi sono mai interessato di politica o di guerra per cui non posso parlare del tradimen­to in questi casi.

 

 

È più doloroso il tradimento di una fidanzato o di un’amica

 

di Diana

Ho conosciuto la mia più cara amica quando avevo otto anni, era veramente la mia amica del cuore, ci raccontavamo tutto quello che faceva mo, tutto quello che sapevamo. A 14 anni avevo un fidanzato e solo lei lo sapeva, l’avevo pregata di non dire niente a nes­suno. Dopo un anno di fidanzamento loro sono stati insieme e io nemmeno lo sapevo, non mi hanno detto niente, ma nel frattempo lei continuava a consigliarmi di lasciare questo ragazzo, continuava a parlarmi male di lui, fino a quando un giorno mia cugina mi ha confidato che loro stavano insieme. La mia amica a quel punto ha negato dicendo che mi raccontava queste cose perché era geloso della nostra amicizia.

Poi il mio fidanzato mi ha confermato che era vero e quando l’ho scoperto, sconvolta, lo volevo lasciare… ma non ci sono riuscita, perché lo amavo troppo e ho accettato di continuare a stare con lui pur sapendo che anche la mia amica ci stava ancora.

È trascorso un altro anno durante il quale entrambe stavamo con lui mentre io e lei non ci parlavamo più, fino a quando la mia amica è partita ed è stata via cinque mesi. Quando è tornata è venuta da me a scusarsi, giurandomi di essere pentita di quello che mi aveva fatto. In tutto sono stata fidanzata con questo ragaz­zo per tre anni, alla fine dei quali lui mi ha chie­sto di sposarlo e io gli ho risposto di no; allora lui è scappato a Genova con un’altra ragazza e si sono sposati. Un mese dopo il suo matrimonio voleva di nuovo mettersi con me, ma io non volevo perché era sposato: Sono passati due mesi e mi sono messa con lui ma solo per cinque giorni, alla fine dei quali l’ho lasciato definitivamente. Ora io e la mia amica andiamo di nuovo d’accordo, siamo di nuovo grandi amiche e nes­suna delle due parla più con lui. Sua moglie ogni volta che ci vede ci parla sempre di lui per farci ingelosire e per farci vedere che adesso è suo, ma io so che a lui non importa nulla di lei.

 

 

I giovani secondo me

 

di Marco

La gioventù di oggi io la pro­nostico con l’età media dai 15 ai 17 anni. I giovani seguono la moda: a questa età usano droga, non volontariamente ma per seguire il branco e per farsi più grandi. I giovani in genere non hanno idea di quello che succede nel mondo non se ne interessano, perché non si rendono conto della importanza dell’informa­zione. Gli adulti sono visti dai giova­ni come una generazione distan­te da loro con idee diverse e lontane dalle loro. Per questo i ragazzi non si sentono capiti e agiscono per conto loro in alcu­ni casi sbagliando. I giovani preferiscono il grup­po perché gli dà più forza nei loro pensieri e nelle loro azioni.

L’adolescente intende la famiglia come un qualcosa da contrastare a priori, perché è in una età di ribellione. La gioventù non ha paura di affrontare il mondo perché sot­tovaluta il rischio nell’affrontare le situazioni. Il suicidio non è una cosa rara nei giovani. Penso che ad un gesto così estremo, “dispe­rato” ci si arrivi per varie motiva­zioni: paura e incertezza di affrontare il futuro, poca fiducia a fare progetti a lungo termine. Penso anche che la famiglia alcune volte può portare all’esa­sperazione un giovane tanto da non fargli più vedere una via d’uscita (in alcune situazioni familiari). Gli adolescenti non si sentono responsabili perché, secondo me, nessuno gli ha insegnato ad esserlo: né la famiglia né la società si impegnano in questo.

I ragazzi di oggi hanno vari interessi: sport, musica, giornali. Più di tutti preferiscono, secondo me, la musica perché la vivono come un mezzo per divertirsi e non pensare. Anche lo sport è uno dei principali interessi: gran parte delle volte i ragazzi vanno allo stadio non sempre per seguire l’evento sportivo ma per dar luogo situazioni violente perché, come ho detto prima, devono seguir il gruppo. Per i giovani l’autorità è qualcosa da sfidare e da provocare. Il rapporto che il giovane ha in genere con la scuola è un misto tra “scelta” e “dovere”: ci si va un po’ per imparare, un po’ per nascondersi e fuggire dal mondo del lavoro, ben più impe­gnativo e responsabilizzante. La scuola, quella superiore intendo, non è un’esperienza che di per se ti forma: se sei in gabbia non serve la laurea per crescere perché ci sono altre esperienze nella vita che ti dan­no la possibilità di formarti. Nel complesso penso che la gioventù d’oggi non sia soddi­sfatta di sé, perché brucia le tappe senza fermarsi a pensare al significato ed alle conseguen­ze delle sue azioni.

 

di Edoardo

La gioventù di oggi è molto influenzabile e segue la moda. Ha molta cura della propria persona e del proprio aspetto, la gioventù pensa molto relativamente al domani e non parteci­pa a quello che succede nel mondo. Non ha rapporti e colloquio con gli adulti perché parte da idee e principi completamente diversi. È il loro mondo che li porta a comportarsi di conse­guenza. La gioventù si riunisce in gruppo perché nel gruppo si sente capita, protetta e felice e alcune volte svela i propri pro­blemi e cerca pareri diversi, oggi la gioventù segue più il consiglio di un amico che di un adulto.

Per quanto riguarda il proble­ma relativo alla famiglia io non posso esprimere un giudizio negativo perché, pur avendo genitori separati con i loro pro­blemi, sento che mi capiscono.

La gioventù ha paura di affrontare i problemi che si presentano ogni giorno perché si sente incompresa, spesso lasciata sola, ecco perché poi si rifugiano nel gruppo, perché l’unione fa la forza. Molti giovani non sentono il valore della spesso sono emarginati dalla società e per l’incapacità di affrontare le situazioni quotidiane secondo me i giovani responsabilità ma a volte sono talmente influenzati da quello che accede, che perdono il lume della ragione e preferiscono imboccare strade sbagliate o si danno la morte sempre perché non sentono l’importanza del vivere. Secondo me i giovani di oggi fanno progetti per il futuro ma nella maggior parte dei casi non trovano il sostegno necessario per portarli avanti. Per quanto riguarda me io penso nel domani di costruirmi una famiglia, di avere un lavoro onesto e di essere indipendente e capace di riflettere in modo da non commettere quegli illeciti che mi costringono ad esperienze negative.

Il giovane ha delle proprie idee ma spesso segue quelle degli altri. Per me la televisione è un punto valido se so scegliere programmi utili, divertenti, istruttivi, mi fa spa­ziare in mondi completamente sconosciuti. lo seguo lo sport, la musica italiana e quella napo­letana. La gioventù pensa solo a se stessa e non si cura dei proble­mi degli altri per cui io ritengo che sia un po’ egoista. La gioventù vede l’autorità come una forma di repressione, di condizionamenti della propria libertà a cui tiene molto, secon­do me la scuola di oggi non avvicina i giovani perché è lontana dal loro modo di pensare, essa dovrebbe essere molto pratica vita perché poco cattedratica anche pensando che fuori di essa sentono la ci sono tante altre distrazioni più interessanti per gli scolari. La gioventù ha poca voglia di lavorare mentre preferisce il guadagno facile anche se per averlo finisce male.

Io penso che il giovane di oggi, nonostante tutto è fiero di se, del suo carattere e di quello che fa. Il giovane di oggi si sente soddisfatto quando ottiene Per quanto riguarda me io quello che desidera e cioè desidera la libertà, l’autonomia, il rapporto sessuale e il danaro. lo ho un rapporto di simpatia con le ragazze che fanno parte del mio gruppo ma anche se provo qualche sentimento per una di loro, cerco di conquistarla con il mio modo di fare. Non basta solo l’aspetto fisi­co di una ragazza ma debbo sentirmi a mio agio stando con lei, e condividere i propri pensieri. Io penso che la donna debba avere gli stessi diritti e doveri dell’uomo. Per quanto mi riguarda il mio ideale di donna è la mora, con gli occhi chiari, spiritosa, scherzosa, gentile, dolce e sicura di sé. La droga oggi serve ai giova­ni come rifugio dai loro problemi e della mancanza di figure di riferimento e di sostegno però io penso che la droga non risol­va i problemi perché quando l’effetto finisce i problemi riaf­fiorano e quindi sei costretto di nuovo a ricorrere ad essa.

 

 

La noia: perché ci annoiamo?

 

di Alessandro

Secondo me tra i giovani c’è noia perché questo è un mondo basato sulla falsità e sulle chiacchiere della gente e quindi i giovani non hanno che fare e si drogano. I giovani, parlando, accorciano le parole perché gli viene spontaneo. Sì, sono d’accordo sul fatto che nelle famiglie di oggi c’è poca stabilità. Lo dimostra il gran numero di coppie separate o divorziate. Questo, secondo me, incide molto sui valori e sulla crescita di un adolescente. Io infatti ho i genitori separati da dieci anni. E guardate come e dove mi trovo. Il vuoto nelle idee dei giovani porta questi a condurre vite “sbandate”, compresa la mia! Sono d’accordo sul fatto che la droga, l’alcool, l’andare tutti negli stessi posti, vestire uguali sono il motivo per il quale i giovani di oggi non hanno ini­ziative personali: infatti io vado nei locali dove c’è sempre la solita gente, vestita tutta uguale, in cer­ca degli stessi divertimenti e che usa io stesso gergo.

Se usato bene internet può essere una cosa utile ed intelligente. Se usato in maniera impropria può portare i giovani a “perdersi”. I giovani non cercano di crearsi un passatempo da soli perché implica capacità e sforzo. Questa è una cosa faticosa. Secondo me nei locali ci deve per forza essere musica assordante, altrimenti i giovani non si divertirebbero. La musica che “parla al cuore” la si trova nei concerti di musica leggera, dove c’è tutto un altro genere di pubblico. Alla violenza non è la noia che conduce ma l’alcool. Però all’alcool ci si arriva perché ci si annoia! Io non ho iniziative personali. I giovani che ne hanno però sono disposti ad ignorarle pur di otte­nere dei successi, pur di arrivare a mete di valore apparente e poco reale.

 

 

Parlo della mia migliore amica…

 

di Emina

Io ho tanti amici, ma fra tutti preferisco stare in compagnia di Sevala che è una ragazza che vive nel mio campo. Siamo cre­sciute insieme, da piccole gio­cavamo insieme e, diventate un po’ più grandi, abbiamo comin­ciato a uscire. Sevala è molto simpatica, buona ed io ho molta fiducia in lei. Abbiamo le stesse idee, ci piacciono le stesse cose e ci scambiamo i nostri segreti. Io sono più piccola di lei e lei mi da tanti buoni consigli. A 12 anni siamo andate per la prima volta a rubare, sempre insieme e fin dall’inizio non abbiamo mai avuto paura di quello che ci poteva capitare, anzi ci diverti­vamo.

Ci siamo specializzate in furti di portafogli e così avevamo sempre in tasca qualche soldo per comprarci la Coca. Insieme abbiamo fatto la prima esperien­za di sniffare e siamo state così brave che i nostri genitori non si sono mai accorti di nulla. Siamo talmente legate dalla amicizia che quando ci arrestano finiamo tutte e due in carce­re per tenerci compagnia e darci conforto. Se capita che vengo arrestata solo io mi sento motto triste e sento la sua mancanza. Lo stesso succede quando io sto fuori e lei viene al Casale. Io mi sento perduta, non so cosa fare, non ho iniziativa e mi manca anche il coraggio di affrontare il “lavoro”. Sono da due mesi qui e non ricevo sue notizie, ma io lo so il perché. Lei ha deciso di punirmi perché l’ultima volta che l’ hanno presa e lei è rimasta dentro per un po’, io non le ho mai mandato una lettera, ma io le voglio molto bene e penso sempre a lei. Il fatto è che molte volte la pigrizia supera l’amici­zia!!!

 

 

Ed oggi il suo sogno diventa realtà…

 

di Salvatore

II pomeriggio del 29 ottobre mi sento svegliare, apro gli occhi, era l’assistente che mi dice “Salvatore preparati che devi uscire”. Le prime parole che mi sono uscite dalla bocca sono state “Assistè, ma stai addì veramen­te?”. Sentivo il cuore che batteva a 3000, mi hanno fatto salutare tutti i ragazzi e, con le borse in mano e le pupille piene di lacri­me, sono arrivato in matricola dove c’era l’educatrice che ho abbracciato forte e lì non ce l’ ho fatta a trattenere le lacrime. Sono riuscito a dire solamente “Ma dove vado?” e lei mi ha rispo­sto “Vai in comunità da Padre Gaetano”.

Mentre stavo in attesa che preparavano i documenti è arrivata la direttrice, altri educatori ed operatori che mi hanno salutato dicendomi “Buona Fortu­na”. E così, anche per me, si è aperta quella grande porta che per due anni ho visto sempre chiusa. Sono salito in macchina come un automa, per essere accompagnato in comunità. In quei pochi minuti per la mente mi sono passati tutti i momenti trascorsi in carcere. Arrivato ho avu­to una grande accoglienza da Padre Gaetano e dai ragazzi, la maggior parte dei quali erano stati miei compagni di cella. Mi hanno fatto visitare la comunità, mi sentivo confuso, mi chiedevo se stavo a dormi o ero sveglio, la testa mi scoppiava. Dopo aver sistemato la mia roba ho telefo­nato a casa, a mia madre che non riusciva a credere che stavo fuori, ma, alla fine, ci ha creduto e per la gioia si è messa a pian­gere.

Arrivata la sera, dopo aver cenato e fatto la doccia, mi sono messo a letto e non facevo altro che chiedermi se tutto ciò era veramente accaduto. La notte non ho dormito, non potevo ancora crederci.

Il giorno dopo sono andato a fare una passeg­giata: come era tutto diverso, mi sembrava che tutta la gente mi guardasse, mi sentivo osservato. E così, improvvisamente mi trovo fuori a rivedere le stelle tutte intere, a sentire l’odore dei fiori. Basta vedere cancelli, mura, sbarre, sentire quel fastidioso rumore delle chiavi che facevano venire la pelle d’oca. Tutto que­sto non mi sembra ancora vero perché i quattro anni rimasti sono ancora lì a ricordarmi che ancora non ho saldato il mio debito con la giustizia.

Adesso mi impegno per cer­care di costruirmi una nuova vita con un futuro tranquillo e questa mia felicità la voglio dedicare a quelle persone che mi sono state vicine nei momenti più difficili e mi hanno aiutato a capire i valori della vita. Sento dentro il cuore di volerli ringraziare: Padre Gaetano, l’educatrice Liana, la psicologa Giovanna e la redattri­ce Freda.(sommerio)

 

 

Mi racconto

Tutto è cominciato per gioco e poi… il carcere

 

di Vesna

Avevo 9 anni quando ho cominciato a rubare e l’ho fatto per non essere di meno delle mie amiche, perché tutte anda­vano a rubare, poi compravano i vestiti, facevano lo shopping ed io, senza volerlo, sono diven­tata schiava e complice loro, anche se la cosa mi divertiva, anzi mi piaceva. Non l’ho mai fatto da sola, andavo anche con le mie cugi­ne a fare questa cosa. Ricordo che la prima volta mi sono mes­sa a guardare come faceva la mia cugina a prendere un por­tafoglio a un turista e quando lo ha preso siamo scappate, ma non ho mai saputo quanti soldi c’erano dentro. Debbo confessare che sì, ho avuto tanta pau­ra, mi volevo mettere a piangere, ma la mia cugina mi diceva “Scema, non devi avere paura, non vedi come è facile?”.

I miei genitori mi sgridavano e mi dicevano che se continua­vo ad andare con quelle ragaz­ze mi picchiavano, ma il “gioco” mi divertiva, nessuno mi spin­geva a farlo perché, alla fine, ero io che lo volevo, la voglia era troppo forte per me. Rubare significava non chie­dere più l’elemosina, avere dei soldi tutti per me, potevo anche io fare lo shopping. Sì, sapevo che quando avrei avuto un po’ più di anni andavo a finire in carcere e che non potevo essere sempre fortuna­ta!!! Ma ormai per me era diventata un’abitudine, avevo “la fissa” e non riuscivo a smet­tere, anzi, non ne avevo proprio voglia. Ormai sono sicura che rubo perché voglio rubare così posso fare ed avere tutto quello che desidero: ho infatti capito che i soldi nella vita contano, anzi ti fanno proprio cambiare vita!!!! È anche vero che qualche volta faccio la spiritosa, la coraggiosa, che non penso alle conseguenze, ma, abbiate pazienza, prendetemi così come sono!!!

 

 

E Vasvia cosa dice in proposito?

 

di Vasvia

Io sono molto contenta della vita che ho fatto fino ad oggi, anche rubare per me non è mai stato un problema e sono stata proprio io a decidere di rubare, ma è pure vero che oggi non ne sono più tanto contenta perché devo pagare con il carcere dove, purtroppo, sono già entrata cinque volte e ci sto già per molto tempo. La soddisfazione che provo quando prendo i soldi agli altri è troppo grande e anche adesso che ho una bambina sono convinta che neanche lei riuscirà a fermarmi. Continuerò a divertirmi rubando anche se soffrirò di più a stare in carcere perché sentirò la sua mancanza.

 

 

La mia storia e la mia vita qui in carcere

 

di Natalie

Mi chiamo Natalie e da quan­do ero piccola mi sarebbe pia­ciuto essere un maschio. Del maschio mi piace lo sti­le, come si vestono, come par­lano e quello che fanno. Io vorrei essere biondo e un po’ moro, alto con occhi scuri, ma, purtroppo, sono una donna e mi piacerebbe fare la parrucchiera perché mi piace pettinare i capelli, tingerli, lisciarli, arric­ciarli. Mi piacerebbe avere un negozio di profumeria per ven­dere profumi, shampi, bagno­schiuma oppure vestiti, pantaloni, magie e scarpe. Ma in questo periodo sono qui a Casal del Marmo, vado a scuola elementare con l’inse­gnante Angela, poi frequento la sartoria con l’insegnante sempre di nome Angela. Vado anche al giornalino con Freda, con Sara, Isabella dove mi piace scrivere la mia storia e poi fare Break Dance con l’insegnante Laura insieme alle mie compagne Sara e Emina.

Queste attività mi piacciono molto perché imparo cose nuove che mi aiutano a passare il tempo e quasi mi diverto. Solo una volta o due sono andata in chiesa perché sono musulmana. Allora la domenica mattina non scendo e mi metto a parlare con i volontari. Mi chiudono dentro la stanza e aspetto il pranzo per uscire insieme alle mie compagne. Il menu non mi piace tanto perché sono sempre le stesse cose. Esco tra 19 giorni e non so cosa farò. Vorrei andare a scuo­la, studiare, diventare maestra e tornare a casa mia a Acilia, come donna, s’intende…

 

 

Mohamed

 

di Mohamed

Io sono Mohamed, mussulmano, il più grande della mia famiglia e sono celibe. Adesso voglio fare il rifugiato umano (intendevi politico?), per prendere il permesso di soggiorno per un impegno regolare, ad esempio stu­diare. Ora ho il problema della lingua, perché non parlo bene l’italiano e quindi sto andando a scuola. È la prima volta in vita mia che entro in galera e spesso sono nervoso perché non parlo con la mia fami­glia. Il mio hobby è quello di andare al cinema, sentire la musica, giocare al pallone, scrivere al computer e leg­gere i libri di Freud. Amo la mia patria, non mi piace l’occupazione mili­tare, il razzismo, il terrorismo, ma mi piace parlare di pace per tutti, soprattutto per i bambini. Per ultimo voglio scegliere la buona strada per pren­dere il dottorato in economia: è il mio desiderio più grande.

 

 

La mia famiglia e la mia vita

 

di Bogdan

La mia famiglia è composta da cin­que persone: mia madre, due sorelle (Dana e Mazioara), un fratello (Elori­nel) ed io (Bogdan). Siamo tutti della Romania, ma io e mio fratello abitiamo qui in Italia: io a Roma e lui a Genova. Mia madre fa la casalinga e vive insie­me ad una delle mie sorelle, Dana. L’altra sorella, che è sposata, vive 100 km lontano da casa, a Timisoara. Sono in Italia da due anni: non sono venuto qui per lavorare, ma per rubare. Ho rubato tanto e di tutto, fino a che, a Genova, i carabinieri mi hanno preso e, per ragioni legate alla disponibilità di posti, mi hanno portato qui a Casal del Marmo, dove dovrò stare fino al 13 dicembre. Mia madre non sa che sono qua: non ho contatti con nessuno della mia famiglia. È la prima volta che entravo in carcere, per me non è stata un’esperienza dura… quando esco tornerò a rubare perché per me questo è l’unico modo di guadagnarmi da vivere. Non ho mai pensato di trovarmi un lavoro perché si guadagnerebbe troppo poco. Spero di non tornare più qui: que­l sto è un posto brutto. Una cosa bella però c’è stata: la mia amicizia con Cosmin, un ragazzo rumeno che ho conosciuto qui in carcere con il quale spero di rivedermi una volta che saremo in libertà

 

 

Racconti della notte

 

di Alessio

Quando il sole tramonta comincia la vita. La notte è la parte della giornata che preferisco, è il momento in cui vado a dormire. Al mattino mi alzo, porto la ragazza che sta con me a casa, poi chiamo qualche amico mio e vado un po’ in giro, passo per tutte le comitive, poi mi vado a fare la lampada. Me faccio lascià, verso le 19.30, sotto casa di quella con cui ce stavo e la porto a mangiare di solito a un ristorante cinese che gli piace o al Mec. Poi me ne vado a casa, stavo un po’ con lei e poi, verso le 22.30, la portavo a casa e le dicevo che andavo a casa. Invece mi andavo a preparare per andare a ballare. Dopo essermi preparato mi ritro­vavo con gli amici al bar. Di solito parto con un mio amico e facciamo un po’ di giri, andiamo a prendere qualche ragazza almeno nei locali entriamo prima anche se non serve perché mi conoscono tutti i proprietari dei locali.

Entro alle 24.00, ballo, giro un po’ dentro il locale, bevo, mi drogo poi verso le 5.00 del mattino esco e vado a qualche after che sarebbero discoteche che continuano dalle 5.00 alle 10.00 del mattino. Esco o vado a casa o in albergo o ci ritroviamo al lago di Castelgandolfo e continuiamo lì a ballare. Ci raduniamo tutti con le macchine e mettiamo la musica. Quando siamo arrivati alla frutta andiamo via, io vado via sempre con il mio amico o con gli altri e mi porto una ragazza a casa. Sto un po’ con quella e prima che staccava la mia ex ragazza dal lavoro la mandavo via o l’accompagnavo e poi aspettavo Roberta, la mia ex. La facevo stare un po’ con me e poi la riportavo a casa.

 

 

Scrivo la mia storia

 

di Ionut

Io sono nato a Resita e ho 17 anni. Nella mia famiglia sia­mo quattro fratelli, due maschi e due femmine. Io sono il più piccolo di tutti. Sono andato a scuola per sette anni poi ho deciso di venire in Italia per cer­care lavoro. Sono arrivato a Genova nel 2003 in macchina con altre per­sone. Ho pagato 250,00 euro. Sono passati alcuni mesi, ma il lavoro non c’era. Per avere un po’ di soldi abbiamo cominciato a rubare. Dormivo in una casa vicino al porto e pagavamo l’affitto (600,00 euro) alla padrona. Stavamo tutti in una stanza. Rubavamo nei negozi e un giorno, mentre stavamo alla Coop, rubando, hanno chiamato i Carabinieri che ci hanno portato in caserma dove siamo rimasti tre, quattro ore. Poi siamo andati al C.P.A. Il giudice ci ha mandato a fare la causa in Tribunale dove mi hanno condan­nato a tre mesi. Sono stato tra­sferito a Roma a Casal del Marmo dove mi trovo da quasi un mese. La mia famiglia sa che sono a Roma, ma non sa che sono in carcere. Non mi tro­vo bene, vivo in una cella da solo, ma ho fatto amicizia con altri ragazzi anche rumeni. Vado a scuola per imparare a parlare e a scrivere in italiano. Quando sono al campo mi piace giocare al pallone. Quando uscirò resterò a Roma con qualche ragazzo che ho conosciuto qui e cercherò il lavoro, anche se so che sarà difficile e allora sarò costretto a rubare. Non voglio ritornare in Roma­nia e non ho nostalgia della mia famiglia.

 

 

Sono ritornato in carcere

 

di Karim

Sono uscito e sono andato in comunità da padre Gaetano, dove sono rimasto per 11 gior­ni. Ma da lì sono scappato perché mi mancava la vita di strada (sesso, droga e rock and roll), dove mi sento il “principe di Bel Air”. Sono andato nella mia zona, ho incontrato qualche amico e mi ha detto: “Viene con me”. Ho iniziato a tagliare la cocai­na, a fare le bustine, ho fregato 15 grammi e me ne sono anda­to. Sono andato al bar di sem­pre, ho iniziato a bere, a pippa­re ed è passata l’ora per ritornare da Padre Gaetano. Ero tutto intontito e ho detto: “Ma chi ci vuole andare più?”. Sono andato a Termini, ho incontrato qualche amico con cui sono andato a rubare. Sono stato con qualche amico a ballare hip hop e poi sono andato in discoteca.

Ho bevuto, ho incontrato una ragazza e sono andato a casa mia. Il giorno dopo ero in metro con mio fratello ed ho incontrato una volontaria che mi ha chiesto come stavo. Sono stato contento di vederla. Nel pomeriggio ho tentato di prendere ad un carabiniere in borghe­se una collana d’oro e un’arma: sono stato arrestato, mi hanno menato ed anche io ho menato. Mi hanno portato in caserma dove sono stato tre giorni, da lì sono stato tre giorni a Regina Coeli. Dopo dieci giorni ho fatto tre processi e sono stato portato a Casal del Marmo, dove mi hanno messo in isolamento per una settimana. Alla fine mi hanno trasferito a Benevento all’I.P.M. con tanta rabbia. Dopo quattro mesi e mezzo sono ritornato qui. Sono diven­tato più tranquillo e sereno, il 29 novembre esco e ritorno nella malavita. II primo giorno che esco fac­cio una rapina e ritorno qua, forse! Se tutto va bene, invece, vado in Belgio e Karim ha finito con l’Italia.

 

 

Sono venuta in Italia perché… Per stare con il mio ragazzo

 

di Claudia

Un anno fa sono venuta in Italia, a Firenze, e per un mese sono stata con il mio ex ragazzo. Poi sono torna­ta in Romania per far nascere il mio bambino. Mi sono fermata a casa per altri due mesi e poi sono tornata a Firenze. Da sola. Aspettavo che mi raggiungesse il mio ragazzo ma lui non è mai arrivato perché ha avuto problemi. Nel frattempo in un bar ho visto un bel ragaz­zo moro, con gli occhi castani. Dopo averlo visto un po’ di volte mi sono accorta che mi piaceva così ci siamo conosciuti. Si chiama Davide, ha 21 anni ed è albanese. Lui sta in Italia da cinque anni con suo fratello. Ci siamo fidanzati dopo tre giorni. Andiamo molto d’accor­do e siamo molto felici. Purtroppo abbiamo avuto una brutta esperienza: abbiamo avuto una perquisizione e a casa hanno trovato della droga e siamo stati arrestati. Questo episodio ci ha separati. Lui mi manca molto anche se appena esco voglio tornare in Romania dalla mia famiglia. Nella mia famiglia ci sono la mia mamma e il mio bambino, Alexandru Gabriel. II nome l’ho scelto io perché mi piaceva e Gabriella è il nome di mia madre.

 

 

Sto per uscire… Quale sarà il mio futuro

 

di Patrizio

Io fra due giorni esco ma per ora non so quale sarà il mio futuro, anche se me lo posso immaginare.

Sarà la vita che ho sempre fatto e mi auguro che nel mio futuro non ci siano gli stessi problemi della vita che sto facendo adesso cioè fare avanti e indie­tro dal carcere e stare dalla mattina alla sera sempre a drogarmi. Per il mio futuro non ho ancora idee ma lo immagino non molto bello; ripensandoci, mi piacerebbe andare a lavorare, costruire una bella famiglia e viaggiare tanto perché mi piace vedere il mondo. Spero di riuscirci perché la vita che sto facendo ora non mi piace tanto. Al momento, però, non so prevedere quello che mi succederà anche se capi­sco che tutto dipenderà soltanto da me, dalla mia volontà, dalla mia convinzione che non è possibile costruire un avvenire se non si è convinti che si vuole recupe­rare tutto il passato tanto negativo e distruttivo.

 

 

Chi sono

 

di Adriana

Ciao. Mi chiamo Lacranioara, ma i miei mi dicono Adriana perché non mi piace Lacranioara. Sono nata a Calarasi una piccola città della Romania, che è vicina a Bucarest la capitale, il 9 febbraio 1987, quindi sono nel segno zodiacale dell’Acquario e ho 17 anni. Sono nata in una famiglia con otto bambini. Mio padre è rumeno e mia madre è zingara, due razze diverse. Degli otto bambini, io sono la più grande. Siamo quat­tro figlie e quattro figli. A scuola sono andata per nove anni. Ho cominciato a 7-8 anni nella scuola della mia città: una scuola piccola ma bellissima almeno per me perché lì mi sono fata tanti amici e soprat­tutto ho conosciuto Denis, che all’inizio odiavo ma a cui ades­so voglio bene proprio come a una sorella perché è la migliore amica mia che ormai non vedo da un anno e mezzo. Con la scuola, ho continuato e l’ho fini­ta dopo i nove anni. Ho preso l’attestato delle elementari e della terza media, nove anni in cui sono stata sempre tra i più bravi scolari della classe. Dopo ho iniziato il primo anno del liceo, con il profilo di Filologia Giornalistica, il liceo Danubius che era in centro.

In principio non mi piaceva perché non avevo più gli amici di un tempo, i professori e la scuola che ho frequentato nei primi otto anni. Non era lo stes­so, era tutto diverso e tutti per me erano come stranieri che non mi piacevano per niente. Era tutto strano ed io ho pianto il primo giorno di liceo. Però piano piano, dopo quasi 6-7 mesi ho cominciato ad abituarmi all’ambiente. Ho finito nel 2003 ma avevo ancora tre anni da fare. Per motivi personali molto importanti non ho continuato e l’otto agosto 2003 sono partita per l’Italia ed è quasi un anno e due mesi che ci abito. Di carattere io sono tanto dolce che dura ma non con le persone che meritano. Sono molto romantica e mi piace vivere il passato, nei miei ricordi di ragazzina e soprattutto quanto sento la musica che mi sveglia tutti i miei ricordi belli e i sogni che facevo da piccola. Faccio la dura ma in fondo sono tanto sensibile.

Questo è il mio carattere e da una parte mi piace dall’altra no perché sono troppo buona e quando sei buona gli altri ti chiamano stupido. E così devo imparare ad essere più furba, più intelligente per farmi la vita più bella e un futuro fantastico (magari!). A proposito: nel futu­ro che farò? Non lo so. Sono troppo confusa perché della mia vita personale c’è tanto da rac­contare ma penserò ai miei progetti più importanti per il mio futuro. All’inizio di questo anno ho preso pure l’attestato di un cor­so di Mediatrice Linguistico culturale che è durato quasi sei mesi, con l’associazione Arci. Dopo questo si parlava di un altro più impegnativo per la fine dell’anno che voglio fare.

Ma adesso sono in carcere, sperando che quando esco Io inizio pure io insieme alle altre ragazze. Insomma quello che voglio dire è che in futuro spero e voglio finire la scuola, farmi i documenti, prendere la terza media qui, trovandomi un lavo­ro, dopo di che mi devo sposare con un ragazzo che si chiama Jeafal. Con lui ho iniziato cinque mesi fa ma solo per pren­derlo in giro e per farmi passare il tempo. Alla fine però mi sono innamorata di lui che è un maledetto. E dico così perché lui per forza mi ha preso la verginità con la scusa che mi amava ed ora per questo lo devo sposare per forza. Infatti nella tradizione zingara quello che ti svergina ti deve pure sposare altrimenti diventerai come una puttana. Anche se adesso lo amo non mi vorrei sposare perché sono troppo piccola aspetterei magari fino a 19 anni.

lo farò tutto il possibile per non sposarmi quando esco di qui ma dipende pure dai miei genitori, anche se io sono diversa dagli zingari. E lo dico perché penso diversamente rispetto alle abitudini e alle tradizioni che esistono nella cultura zinga­ra. Uguale il furto, che è il loro lavoro specifico, ma io non rubo perché non mi piace e dico la verità. In cambio eccomi qui perché ho preso il reato di mia sorella e faccio io la galera al posto suo. È la prima volta che faccio la galera e all’inizio non mi piaceva però adesso mi sono abitua­ta perché ho conosciuto delle ragazze con cui ho fatto amicizia, non sono tante ma le voglio bene. Per questo pure la detenzio­ne la vivo benissimo e non ho problemi. Anzi, mi comporto benissimo e vedrete che sarò una delle più brave!!!

 

 

20.10.2004

 

di Emina

Sono nata a Roma. Sono nata il 14.04.1989. Vivo a Roma a viale Marconi, al vicolo Savini. Noi in famiglia siamo in sei: papà, mam­ma tre maschi e io che sono la più grande. Fisicamente sono alta metri 1,71, sono mora con gli occhi marrone scuro. Ho un carattere molto particolare, mi piace prende-re in giro la gente, sono un po’ spi­ritosa, mi piace avere tanti amici e divertirmi con loro. Preferisco stare con i maschi. Io sono in carcere perché ho rubato. Noi stavamo al Corso e io con le mie amiche ho preso un por­tafoglio dalla tasca di un cinese e ci hanno preso sul fatto. Non é la prima volta ma sono stata in carcere già quattro volte. Mi piace rubare e lo faccio sem­pre con le mie amiche in giro. Ho un ragazzo che ho conosciuto fuori e ci siamo messi insieme. Nel futuro vorrei essere come sono e continuare a rubare.

 

 

Gli arresti domiciliari

 

di Ihan

Quando uno sta agli arresti domiciliari, anzi alla permanen­za in casa che per noi minoren­ni è più corretto, non può uscire dalla casa anche se esce dal carcere. A parte il fatto che non posso andare fuori però gli amici possono venire a casa mia, oppure posso andare a lavorare, posso andare a scuola. Debbo comun­que rispettare gli orari. Questa misura alternativa al carcere mi condiziona ugualmente la libertà. Preferisco stare in fami­glia piuttosto che andare in comunità. Se gli arresti domici­liari durano tanto tempo io penso che non si sopportano perché ogni persona ha bisogno della propria libertà. Io penso che siano migliori del carcere gli arresti domiciliari perché puoi stare con la tua famiglia e quin­di soffrire meno. Sicuramente mi organizzerò la giornata impe­gnandomi molto, aiutando in cucina, leggendo i giornali, guardando gli spettacoli televisivi.

 

 

Parla del tuo mondo

 

di Daniela

Mi chiamo Daniela, ho sedici anni e vivo a Roma in un campo nomadi che si chiama Tor di Quinto. Io al campo vivo con mio marito e mia figlia che ha un anno e mezzo. Per essere in un campo si vive bene. Anche se io sto in una baracca sto bene come sto con la mia fami­glia. Io vorrei che le persone mi capissero, perché anche se vado a rubare lo faccio per necessità non per piacere, per mantenere la famiglia. Le persone dovrebbero capire perché so che non è una cosa buona rubare, ma io lo faccio per sopravvivere. Vorrei avere una vita diversa, ma non troppo. Vorrei stare con mio marito e mia figlia come adesso ma solo da un’altra parte. Vorrei vivere in una casa, vorrei lavorare e non rubare, ma lavorare in uno modo normale, come le persone normali. Vorrei stare a casa con mia figlia tutti i giorni. Il mondo si aspetta che io non vada più a rubare ma che vada a scuola, educare mia figlia e non entrare più in carcere, stare a casa con la mia famiglia e fare una vita normale.

 

 

L’estate in carcere

 

di Salvatore

A me l’estate non è mai piaciuta perché è una sta­gione molto calda e afosa. A me il caldo dà talmente fastidio da incidere sul mio stato d’animo. L’estate fuori di qua la trascorrevo andando in montagna con gli amici. All’estate ho sempre preferito l’inverno perché è una stagione fresca e tranquilla; poi anche perché mi piace la neve! Ho trascorso due estati qui den­tro… Passare un’estate qui è molto brutto soprat­tutto per me che già non sopporto la stagione afo­sa quando sto fuori, essere qui mi dà più fastidio. Nel periodo estivo si interrompono le attività, quin­di le giornate sono più lunghe e pesanti. L’unica attività che si svolge è quella sportiva. A me l’estate provoca una sensazione di ansia, stanchezza e divento pigro. In estate mi mancano le serate di pioggia e di aria fresca e la possibilità di trovare un posto dove non ci sia il sole che scotta. Gli amici con cui andavo a fare le vacanze rappre­sentano ciò che mi manca di più. Durante il periodo estivo potrebbero organizzare dei corsi di computer e altre attività che ci impegnano le ore della giornata.

 

 

La mia vita in carcere

 

di Sevala

Mi chiamo Sevala, sto qui da otto giorni e sto male perché mi manca la libertà. È giusto che io stia qui perché non mi sono comportata bene ma mi manca il mio amore. Mi trovo bene con le ragazze, sono simpatiche mentre invece con i ragazzi non mi trovo bene perché si comportano male. Quello che non mi piace è che devo fare tutti i giorni la stessa cosa. La mia educatrice si chia­ma Maddalena, è molto gentile con me e con lei parlo abbastan­za. Quando uscirò mi sposerò con il mio ragazzo, che si chiama Mirsad. Insieme andremo in viaggio di nozze in Spagna dove spero di rimanere. Lui ha diciassette anni, ha i capelli neri e gli occhi verdi, una corporatura normale ed è simpa­tico, aperto e dolce. Ci siamo conosciuti nel campo dove vivia­mo entrambi.

 

 

Cos’è per me la paura

 

di Sabina

Io sono una ragazza corag­giosa, non ho paura di niente e di nessuno. Il carcere per me è paura, soprattutto quando mi ferma la polizia mentre sto rubando e mi portano a Casal del Marmo, e anche mentre prendo il portafo­glio ho un po’ di fifa! Avrei paura se i miei genitori non mi avessero amata, ma invece, da quando sono nata, mi hanno sempre voluto bene. Qualora decidessi di fare qualcosa di importante per me e non riuscissi a farla, avrei paura delle difficoltà che incontro. Io sono fidanzata e quando sto in carcere ho paura che lui vada con un’altra e per questo soffro. Io sono musulmana e credo tanto nelle persone, anche se non le conosco, credo nel mio Dio e credo in me stessa, cioè che sono capace di fare tutto nella vita. Non saprei dire se ho paura del dolore fisico, finora sono stata sempre bene. Non ho paura della morte perché tutti dobbiamo morire, ma mi dispiacerebbe morire gio­vane. Non ho paura neanche dell’amore perché posso dimenticare subito, io odio chi mi odia ma non me ne frega niente. Sono molto coraggiosa e non ho paura neanche del buio. Anche se la mia vita è piena di rischi io la preferisco e non mi fa paura viverla!

 

 

Mi presento sono Bajro

 

di Bajro

Mi chiamo Bajro, sono nato a Mielina, ho venti anni. Vivo a Roma dal 1992 e sono accam­pato in un container nel campo della Muratella. Sto con mia moglie Valentina che ho sposato da un anno, ma ancora non abbiamo bambini. Sono in carcere per la prima volta per un furto, uno scippo (ho preso un portafoglio ad uno straniero) commesso nel 2001. Allora mi hanno fermato ma non mi hanno portato in carcere perché era la prima volta. Il 31 ottobre mi hanno fermato per strada alla Piramide, mi hanno portato in caserma dove hanno verificato che avevo un mandato di cattura per una condanna di cinque mesi. Non ho potuto avvertire nessuno perché sono stato subito portato a Casal del Mar­mo.

Ero molto impaurito, ero preoccupato quando attraverso un grande portone di ferro sono passato in matricola e poi in cella, dove ho trovato un ragaz­zo italiano con il quale mi trovo bene e cerchiamo di andare d’accordo, anche se lui è sem­pre agitato mentre io sono mol­to tranquillo. Non sono mai andato a scuola perché al mio paese c’era la guerra e quando sono venuto in Italia dovevo cercare di fare soldi per vivere. Andavo per le strade a pulire i vetri dei negozi. Riusci­vo a guadagnare così qualcosa. Anche i miei genitori abitano alla Muratella con i dodici fratel­li ed una sorella più piccola. Ancora non ho potuto parlare con mia moglie al telefono perché non mi hanno dato il permesso senza spiegarmi il perché. Spero che venga a fare il colloquio perché ho molta nostalgia di lei e non vedo l’ora di incontrarla. Vivo molto male la mia detenzione e non vedo l’ora di uscire.

 

 

Poveri Rom

 

di Natalie

Ho letto sul giornale che una banda di Rom formata da bambi­ni, ragazze e donne incinte, alla stazione Barberini della metropo­litana, hanno aspettato che le porte si aprissero e le ragazze hanno mandato avanti i bambini che hanno cominciato a spingere le persone per prendere i por­tafogli dalle tasche, mentre un ragazzo faceva il palo. Improvvi­samente sono arrivati i poliziotti che ne hanno arrestati due perché gli altri erano troppo piccoli e sono scappati. I bambini li portiamo perché ci aiutano facendo confusione così che la gente non si accorge di essere derubata. Nelle foto della prima pagina c’eravamo noi che spingevamo, nella seconda fotografia ho visto gli zingari che si difendevano con i pugni e calci, mentre altri che stavano più indietro facevano le corna.

Mi sono molto incazzata leg­gendo l’articolo perché le cose non succedono così. Noi non pic­chiamo nessuno, sono i poliziotti in borghese che odio a morte che ci picchiano e ci fanno pure male. Non è vero che sono i grandi a mandar avanti i bambi­ni, sono loro che ci vanno da soli. Io sono sempre stata il loro capo e loro si preoccupano per me perché sto sempre in carcere e vanno a rubare per farmi soffrire tanto. Abbasso i giornalisti! Ma non vale per me che sono una giornalista speciale… Anche a noi zingari rubano: è capitato a mio padre che gli hanno preso il portafogli con tutti i documenti dalla giacca che aveva messo sulla sabbia mentre faceva il bagno con mio fratello, il portafogli è partito. Ha dovuto fare i documenti tutto daccapo… accidenti ai ladri!!!

 

 

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