Un volontariato "minore"?

Società ed esecuzione penale: un volontariato "minore"?

 

Volontariato: una forza emergente L'uomo è l'essere più perfetto del creato, ma è ancora oggi poco conosciuto: problematico, capace di egoismi supremi e terribili nefandezze ma anche di slanci di grande generosità. Come tale è un animale sociale perché vive tra gli altri e con gli altri intessendo rapporti a volte critici, a volte costruttivi; alternando odio ed amore, individualismo e solidarietà.

Il volontariato è l'espressione più genuina della parte migliore dell'uomo, di quella positiva, e risponde alla domanda diffusa di solidarietà che è tanto più intensa quanto più grandi sono le difficoltà che caratterizzano la vita dei singoli e dei gruppi, cosi ricca di sconfitte più che di vittorie, di diseguaglianze più che di giustizia.

Il volontariato è la parte migliore, quella positiva di una società conflittuale, che genera malessere ed emarginazione. Per questo giustamente la nostra carta costituzionale si è ispirata al principio di solidarietà. Basti ricordare gli articoli 38 sul diritto all'assistenza sociale di chi non ha mezzi, l'art. 53 sul dovere di concorrere alle spese pubbliche in ragione della capacità contributiva, l'art. 27 che carica la pena anche di finalità risocializzanti e sollecita i condannati a collaborare per il loro recupero sociale. Il volontariato è anche il momento di raccordo tra la fantasia del singolo e la libera iniziativa da una parte e la garanzia delle istituzioni pubbliche dall'altra. In tal senso il volontariato anticipa, integra, completa, sostiene l’opera istituzionale senza mai prevaricarla né sostituirla. Guai se le due entità si confondessero e si identificassero. L'opera istituzionale è lenta, poco efficiente, burocraticamente organizzata, è legata a schemi e procedure rigide fissate con legge. Come tale non si può permettere slanci di generosità, inventiva, altruismo, libertà. Non può arrivare dove arriva il volontariato o se arriva, arriva tardi. Il volontariato è anche espressione della primigenia vocazione sociale dell'uomo, che non sempre è lupo nei confronti dei suoi consimili, ma fratello o almeno concittadino.

Il volontariato CERCA e poi aiuta, l'istituzione si limita a rispondere, quando risponde, ai bisogni espressi e segnalati più o meno insistentemente. Il volontariato non è e non deve essere il risultato di uno stato assistenziale che noi rifiutiamo né il prodotto automatico di meccanismi economici e di mercato perché neghiamo recisamente che il volontariato sia riducibile ad un commercio. Il volontariato è invece la caratteristica di uno "stato di diritto a fini sociali" che costituisce l'ultima spiaggia dopo la grave crisi dello "welfare state". È il prodotto della generosità di coloro che sono consci di appartenere ad un tutto e che sanno come il benessere dei singoli assicura il benessere di tutti.

Siamo cosi di fronte ad una forza viva che traccia delle strade nuove, che traina e non si fa trainare, ad un PROTAGONISTA SOCIALE nel senso più vero della parola, espressione massima della libertà e della volontà dell'uomo. Schiller disse che è la volontà che fa l'uomo grande o quello piccolo. Nella visione kantiana il volontario vede  "ogni uomo non come mezzo ma come fine di ogni sua azione". Tutto ciò è ricompreso in una visione laica, giuridicamente riconosciuta, del volontariato. Certamente vi è anche una dimensione etica e religiosa perché l'amore cristiano non è altro che la solidarietà laica trasferita nel sociale. Siamo di fronte ad un vero esercito in marcia che si occupa di molte cose, dei problemi degli "ultimi", di coloro che non contano nulla, che presentano solo problemi, che costano soltanto perché non producono, che disturbano la sensibilità della maggioranza e che pertanto sono inesorabilmente emarginati. La società è come una maratona. Chi è veloce è in testa e corre veloce, chi tribola è al centro del "ventre molle", chi è in coda arranca e finisce per essere travolto. Il volontariato si situa nella dimensione della comunicazione sociale con azioni complesse fatte non solo e non tanto di "dare" ma anche di idee, giudizi, consigli, ordini, critiche, regole, norme.

L'aspetto relazionale è a sua volta importante per le emozioni, le motivazioni, i bisogni, i sentimenti, l'interesse del volontariato.

 

Volontariato: una forza legittimata

 

Non bisogna ridurre il volontariato a distributore di minestre agli affamati. Chi crede una cosa del genere sottovaluta un fenomeno e non ha capito nulla della nuova realtà che è così evidente da essere riconosciuta da varie leggi. Fra le quali quella nazionale quadro n. 266 del 1991 e quella regionale della Lombardia n. 22 del 1993 che hanno riconosciuto il valore sociale del volontariato quale espressione di partecipazione, solidarietà, pluralismo. Tale riconoscimento è di importanza capitale che deve essere sottolineata ancora una volta sopra tutto oggi di fronte a problemi gravissimi non soltanto economici, ma sociali come l'aumento della criminalità legato ad una acuta crisi di legalità, al venir meno di valori tradizionali, al trionfo dell'egoismo. Tutto ciò crea una separazione sempre più netta tra i "buoni" ed i "cattivi", aumenta il disagio sociale e quindi l'emarginazione che genera l'illegalità, l'idea che i più deboli - la maggioranza - siano vittime di chi gestisce il potere economico che coincide con quello politico.

È la giustizia sociale vera ed effettiva la grande assente e purtroppo molto diffuso è il convincimento che tutto si risolverebbe con un controllo di polizia sempre più rigido: è di moda oggi il "metodo Giuliani" ma si tratta di una illusione. La vera politica dell'ordine pubblico ha sopratutto bisogno di una politica sociale degna di questo nome, vale a dire di una effettiva giustizia sociale che diminuisca l'emarginazione, il bisogno, la protesta.

L'azione della polizia è indispensabile in tale quadro ma il suo ruolo non è esclusivo ma integrativo perché riguarda il contrasto alla criminalità organizzata e professionale. Non si può né si deve usare la polizia contro chi delinque solo perché ha fame, ha bussato invano a molte porte, ha chiesto un lavoro e gli è stato negato, è perseguitato ed ha dovuto fuggire.

Sostenere il contrario è antistorico ed irrazionale oltre che privo di effetti positivi. Ed è contrario alle leggi vigenti.

Infatti fin dal dpr 616 del 1977 si decise di trasferire all'ente locale le funzioni riconducibili all'assistenza sociale essendo emersa la necessità di una indispensabile integrazione sul territorio degli interventi sul disadattamento sociale di prevenzione generale e di recupero-reinserimento sociale dei singoli condannati. In materia si deve conoscere il lungo ed elaborato documento approvato il 19 1 1982 dalla Commissione nazionale per i rapporti con le Regioni su "Disadattamento sociale e delinquenza: ruolo degli enti locali, delle regioni, del Ministero nella prevenzione e nel recupero. Rispettivi interventi ed integrazione reciproca". Altro documento rilevante è la delibera della stessa commissione in data 10 marzo 1994 su "Partecipazione sociale ed esecuzione penale - Linee di indirizzo in materia di volontariato".

Il sigillo definitivo è stato apposto con la legge n 142 del 1990 sulle autonomie locali che ha affidato all'art. 9 al Comune la competenza per le funzioni amministrative riguardanti il settore dei servizi sociali.

Il vero ed unico gestore della politica sociale locale è attualmente il comune. È ormai tempo che si smetta di pensare allo Stato centrale in questa materia. Pertanto la comunità locale è fortemente coinvolta e responsabilizzata. La conferma si trova nello statuto comunale approvato con delibera del 14 maggio 1996, da pochi purtroppo conosciuto: l'art.2 dice che l'attività dell'ente si ispira ai "valori di giustizia, solidarietà, pari opportunità, responsabilità individuale e sociale"; concorre alla "realizzazione della piena parità giuridica, sociale ed economica"; garantisce a tutti i cittadini "uguali opportunità di accesso e di fruizione dei servizi pubblici"; "opera per l'attuazione di efficienti servizi sociali"; "promuove lo sviluppo del volontariato... valorizza le manifestazioni di solidarietà"; "stimola la funzione sociale della cooperazione e degli enti senza fine di lucro". L'art. 52 crea la consulta per la vita sociale mentre l'art. 53 riconosce il "valore delle libere forme associative... ne favorisce l'attività, nel rispetto della loro autonomia". Non si tratta del libro dei sogni, ma di principi sacrosanti che varranno negli anni futuri del terzo millennio e che dovranno essere fatti conoscere e difendere. La consulta sopracitata deve "promuovere la crescita qualitativa delle realtà associate... sviluppando una forte integrazione nella vita sociale"; favorisce confronto nella "realizzazione di progetti attinenti alla qualità della vita"; " valorizza le risorse delle associazioni per migliorare l'efficacia degli interventi di carattere sociale" esprime pareri sugli interventi di politica sociale, realizzati in città"; favorisce la "crescita di una comunità solidale per prevenire emarginazione, disabilità, dipendenza"; propone iniziative di " integrazione sociale".

Non si può dimenticare infine il Protocollo d'intesa firmato a Milano il 22 febbraio 1999 tra la Regione ed il Ministero di G.G. tendente a favorire l'applicazione del principio di cui all'art. 27 cost. sulla pena che deve tendere alla rieducazione o meglio al positivo reinserimento sociale del condannato, operazione fondata sulla necessaria collaborazione delle istituzioni, del privato sociale e del volontariato.

Viene auspicata "la più ampia intesa" tra gli organi del ministero, della Regione e degli enti locali per la realizzazione di precisi programmi di intervento. Si tratta di un documento di portata storica, che non ha precedenti, di contenuto molto ampio, che finalmente apre un'epoca nuova. Si deve segnalare il cap. 3 secondo cui "il trattamento delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale... comporta il coinvolgimento in termini coordinati ed integrati... delle regioni e degli enti locali"; la Regione si impegna a tradurre operativamente quanto previsto dalla normativa vigente, creando le condizioni per attivare un "efficace rapporto di collaborazione tra amministrazione penitenziaria... ente locale ed organizzazioni di volontariato". Gli interventi non devono avere solo contenuto economico assistenziale ma essere anche "elementi di un programma di trattamento globale",

 

Esecuzione penale e società

 

La società libera è pertanto chiamata a gestire in proprio e direttamente il fenomeno della devianza specie se di modesto rilievo penale (pene non superiori a tre anni a seguito della legge 145/1998).

Emerge ormai nettamente la concezione di uno STATO PARTECIPATO dove le persone ed i gruppi non sono sudditi ma cittadini, membri attivi di una comunità e non soggetti passivi di un intervento. In tale nuovo concetto di Stato l'esecuzione penale non è più compito esclusivo della amministrazione penitenziaria ma diventa autentica espressione delle politiche sociali. I cittadini sono chiamati a farsi carico di una esecuzione penale rinnovata nei suoi principi, valori e prospettive che avverte la necessità di coordinarsi e di integrarsi con il sistema locale dei servizi.

Occorre pensare, realizzare e potenziare una Rete di servizi, tutti con pari dignità, senza confusione di ruoli e di competenze, capace di occuparsi dei bisogni più diffusi, tipica di uno Stato sociale che vuole occuparsi anche dei cittadini più indifesi, contro uno Stato - mercato od uno Stato - impresa in cui prevale la legge del più forte, nel quale il debole diventa sempre più debole. Da tutti i protagonisti di queste impresa, Stato, enti locali, privato sociale e volontariato si deve quindi esigere una nuova cultura, disponibilità, solidarietà, assunzione di responsabilità, pienezza di collaborazione, competenza e professionalità» capacità di programmare insieme, di interagire reciprocamente.

Deve finire il tempo del pubblico che operava ed opera separatamente, a compartimenti stagni, dove ciascuno agisce da solo, ignorando gli altri. È questo un sistema tipico di una burocrazia ormai malvista e condannata dalla gente, legata al potere inteso, nel senso deteriore del termine, come un'entità astratta e separata che sta sopra, contro e non a favore dei cittadini. Un'entità senza anima e senza cuore. Il potere oggi deve essere inteso e gestito come strumento, non come fine a se stesso, per rendere un SERVIZIO ai cittadini che infatti non vogliono più essere considerati sudditi ma protagonisti.

 

Il nuovo concetto di pena

 

Occorre abbandonare i facili luoghi comuni e gli atteggiamenti emotivi, comprensibili ma improduttivi e convincersi che la repressione pura e semplice della devianza mai è stata capace di risolvere i problemi, anzi li ha aggravati. Sopra tutto ha creato un carcere altamente criminogeno vera fabbrica di emarginazione e di delinquenza, un carcere che non serve a costruire niente di buono di positivo, che crea soltanto problemi, costoso e di difficile gestione. Occorre pensare alla PENA UTILE, produttiva per chi la infligge e per chi la subisce, a costo di rinunciare alla pena-carcere quale unica soluzione. Il carcere è stato mitizzato, demonizzato e ne abbiamo abusato con effetti deleteri.

Occorre ripensarlo a fondo, vederlo come un servizio utile per la società; usarlo con moderazione e soltanto nei confronti di coloro che sono delinquenti professionali, che hanno fatto scelte di vita definitive e che non sono la maggioranza. Per gli altri bisogna insistere per sanzioni non detentive, più idonee a punire si ma favorendo percorsi individuali di recupero sociale, anche se con contenuti giustamente afflittivi, quali l'affidamento al servizio sociale, la semilibertà, la libertà controllata, il lavoro sostitutivo, nelle quali all'opera di controllo si aggiunge anche quella di aiuto,

Nessuno deve perdonare niente: chi sbaglia deve subire una sanzione, soltanto deve essere quella giusta, adeguata al caso singolo

Siamo ormai di fronte ad "un'area penale esterna", diffusa sul territorio, più ricca di risultati positivi, che si affianca all'area tradizionale penitenziaria, quella interna. È in questa area esterna che la società tutta diventa protagonista perché è chiamata a condividerne la gestione in modo diretto. D'altra parte se la pena deve tendere, come è giusto, al recupero sociale del condannato che offra la propria disponibilità, l'operazione non può che avvenire con il pieno consenso e l'intervento della comunità libera. Non può essere un'operazione imposta dall'esterno e dall'alto; sarebbe un fallimento annunciato. Non vi può essere riabilitazione se difetta il pieno consenso sociale, se manca il ristabilimento del patto sociale, infranto dal reato, tra il reo e la società.

 

Il volontariato nell'area penale

 

Sul fronte suddetto c'è' un volontariato che raccoglie i cittadini più sensibili, aperti e coraggiosi, che sentono veramente come cittadini la solidarietà, come cristiani la carità verso il fratello che ha sbagliato ma può essere riportato all'ovile.

È questo un volontariato selettivo, che pochi si sentono di affrontare, che richiede anche una speciale preparazione giuridica ed umana. I condannati sono "ultimi fra gli ultimi", i marginali estremi. Sono utenti ostici, in posizione di difesa, spesso aggressivi come capita a chi si sente isolato, rifiutato, etichettato.

È un volontariato di frontiera, fortemente specializzato, a volte pericoloso. Avvicinare i detenuti, comunque i condannati, è difficile e tutt'altro che gratificante perché significa compartecipare in un certo modo al dolore, alla disperazione di chi ha commesso reati e si sente riprovato, emarginato, solo con la propria colpa. Significa interessarsi degli aspetti più crudi, dolorosi, tragici della vita. Sono ben rari i momenti felici che si registrano, come quando (e non sempre avviene) il soggetto aiutato viene recuperato e reinserito socialmente, dopo mesi, anni di lavoro, di fatiche, spesso di delusioni, sconfitte, incertezze. È sempre in agguato un pericolo grave: il volontario può farsi coinvolgere dalle vicende del condannato e perdere così lucidità e autonomia di giudizio. Non si deve confondere con il condannato; non si deve far strumentalizzare, non deve perdere il senso della sua missione che consiste nel dare sostegno morale ed aiuto per il reinserimento, non per giustificare il reato che giustamente reclama sempre la condanna. Il volontario condanna il reato; è soltanto vicino al reo se questi chiede sinceramente un aiuto per redimersi.

In altri termini il volontario deve essere così attento ed intelligente da scoprire se la richiesta di aiuto e di collaborazione del condannato è autenticamente sincera. Non vi è dubbio che il volontario al riguardo è il primo giudice in ordine di tempo e gli si richiede un giudizio prognostico, sia pure umano ed atecnico. In questa ottica il volontariato penitenziario lascia il campo della genericità, si avvicina alla semiprofessionalità, ha bisogno di una lunga formazione e di continui aggiornamenti.

Occorrono personalità ben strutturate, spessore umano notevole, freddezza e buon senso; capacità di dominare le proprie emozioni e quelle altrui; sopra tutto una lunga esperienza. In questo settore è impensabile quindi l'impegno saltuario, la improvvisazione degli interventi.

Diversamente si ottengono soltanto cocenti delusioni e sconfitte. Un'opera del genere è marginale dal punto di vista della quantità ma fondamentale qualitativamente perché dà corpo e futuro alla nuova concezione della pena che deve punire sì ma tendendo se possibile al reinserimento; fa del volontario la punta avanzata della società libera che non può più disinteressarsi della esecuzione delle pene. Per questo il volontariato dell'area penale non è certo " minore" se non quantitativamente ed è destinato a crescere. È invece "maggiore" qualitativamente, richiede doti particolari, è "difficile" da gestire, è poco gratificante. Sul piano psicologico, emotivo, si differenzia dagli altri volontariati che sono "maggiori" numericamente perché più facilmente gestibili in quanto si occupano di categorie disagiate ma "buone" perché suscitano tenerezza, compassione, come minori, anziani, ammalati, poveri, ecc. che sono innocenti e non entrati nell'area penale. Come tali non suscitano sentimenti di ripulsa, riprovazione, timore come invece avviene per i condannati.

 

L'Associazione Carcere e territorio

 

È di questi problemi, è su questo fronte che l'associazione Carcere e territorio di Brescia, nata nel 1997, si impegna, sulla base di uno statuto che all'art. 2 indica i seguenti fini:

 

sensibilizzare la pubblica opinione sulle tematiche della pena e del carcere e dei rapporti con il territorio

promuovere intese interistituzionali sui problemi specifici tra l'amministrazione penitenziaria, la magistratura, gli enti locali, le forze politiche, il privato sociale ed il volontariato

promuovere iniziative per favorire l'assistenza sanitaria dei detenuti ed in particolare dei tossicodipendenti

organizzare nelle carceri attività culturali, sportive, ricreative, lavorative

promuovere progetti finalizzati all'inserimento dei condannati nel mondo del lavoro potenziare le misure alternative alla detenzione formazione ed aggiornamento degli assistenti volontari.

Possono essere soci non solo singole persone fisiche e giuridiche, ma anche enti, associazioni, cooperative, consorzi, ecc. (art. 3 dello statuto).

 

Siamo consci che si tratta di una scommessa. È un impegno serio ed anche rischioso: che però qualcuno deve pur iniziare ad assumersi. La storia inizia sempre con dei pionieri ed alla fine giudicherà. Siamo all'inizio del terzo millennio. Ma come tutte le imprese nuove, ardue, spinose è originale, stimolante perché si interessa dei mali sociali estremi, vale a dire dei reati; della patologia della comunità che giustamente chiede di essere curata e, se non guarita, almeno controllata e ridotta nei limiti fisiologici della tollerabilità.

 

 

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