Articolo di Luigi Manconi

 

Tossicodipendenze, ritorna l’ortodossia, di Luigi Manconi

 

Narcomafie, febbraio 2003

 

Per quanto riguarda le politiche in materia di droghe e di tossicodipendenze, è irresistibile la sensazione che il tempo sia davvero trascorso invano. In Italia, s’intende, perché nel resto del mondo (in molti paesi del resto del mondo) le cose vanno diversamente. Certo, anche in nazioni dove si erano fatti passi avanti significativi, vengono varate politiche di vera e propria controriforma, ma il quadro italiano è ancora diverso; e ricorda un antico disegno di Altan: "Tutti a parlare di riflusso: devo essermi perduto il flusso".

È esattamente così: è in corso la restaurazione, ma quando mai c’è stata la rivoluzione? È sufficiente sfogliare i giornali di dodici - quattordici anni fa, quando veniva discussa e approvata la legge oggi in vigore, per rendersi conto che il dibattito su droghe e tossicodipendenze, in Italia, è desolatamente arretrato. E desolatamente futile. E desolatamente ripetitivo. Al punto che l’azione di governo sul tema ricorre a tutti (ma proprio tutti) gli argomenti che accompagnarono l’approvazione della legge 162/90 (Testo Unico in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, nda). Sono andato a rivederli, quegli argomenti, e a rivedere ciò che, all’epoca, io e altri vi contrapponevamo (in particolare, nel volume collettaneo Legalizzare la droga. Una ragionevole proposta di sperimentazione, Feltrinelli 1991, scritto con Giancarlo Arnao, Luigi Ferrajoli, Giuliano Pisapia e Marco Taradash).

Quello che segue è una sorta di verbale del conflitto di allora, opportunamente aggiornato e integrato con il verbale del conflitto di oggi.

La legge 162/90 era stata ampiamente "preparata" da un’attività di formazione dell’opinione pubblica, che assunse i connotati e le dimensioni di una vera e propria campagna. In sostanza, quella normativa giungeva al termine di un processo di orientamento della mentalità collettiva che aveva aggregato consenso intorno a un preciso messaggio ideologico - morale. E quale fosse la natura di quel messaggio, è stato chiaro sin dall’inizio. Il fine primario perseguito (o comunque agitato) consisteva nella conquista del consenso intorno alla dichiarazione di illiceità dell’assunzione di stupefacenti.

A questo mirava, con espliciti e ripetuti interventi, l’allora segretario del PSI, Bettino Craxi, che di quella campagna fu il principale ispiratore: "Occorre affermare un principio di divieto che rappresenti almeno una condanna morale e una forma di dissuasione" (28 ottobre 1988). E sull’Avanti, pochi giorni dopo: "È indispensabile dichiarare illecita, e quindi punita, anche la detenzione di modiche dosi".

Puntualmente, quella dichiarazione di illiceità si tradusse nella seguente formula: "È vietato l’uso personale di sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alle tabelle I, Il, III, e IV, previste dall’articolo 14" (art. 13 della l. 162/90). Si tratta, in tutta evidenza, di una declamazione retorica, destinata ad affermare valori attraverso il carattere coercitivo di una norma.

Nel momento in cui quella declamazione diventa il fine principale della legge, i costi che comporta possono essere trascurati. Sono costi materiali, effetti sociali, sofferenze fisiche e psicologiche: prezzi di una mobilitazione ideologica che persegue obiettivi ideologici e che adotta criteri ideologici di valutazione.

E, tuttavia, stile e messaggio di quella campagna richiedono un’analisi attenta. Essa proponeva, così come oggi propone, rappresentazioni semplici e soluzioni semplici, intervenendo su paure antiche attraverso tecniche classiche di allarme sociale. Può farlo perché il Drogato, indubbiamente, è figura che suscita inquietudine: per certi versi più del Delinquente, perché meno prevedibile e meno controllabile di quest’ultimo. Ne consegue che la soluzione per il problema - delinquenza appare, agli occhi della vittima attuale o potenziale, più facile: è sufficiente mettere chi delinque, il prima possibile e il più a lungo possibile, in condizioni di non nuocere.

Per converso, la figura del Drogato evoca l’imponderabile della malattia; e questo mentre la diffusione delle tossico dipendenze fa sì che se ne possa avere esperienza diretta, sempre più spesso: in ambito familiare, parentale, amicale. Facile, perciò, che anche a noi capiti di "incontrare" il tossicomane. Dunque, proprio la complessità della questione e la sua "vicinanza" indurrebbero ad adottare scelte di rimozione: non differentemente da quanto si è fatto e si fa in numerose famiglie nei confronti dell’handicappato fisico o mentale. Ma, nel caso del tossicomane, alla condizione di debole si aggiunge e s’intreccia quella di deviante e di delinquente (almeno potenziale); e la tendenza alla rimozione viene sopravanzata dalla tendenza alla punizione e alla segregazione (basti pensare ai tanti casi di cronaca che vedono protagonisti genitori che denunciano i figli tossicomani, e all’enfasi dedicata loro dai mass media).

A questo corrisponde, nel senso comune, un radicale mutamento di giudizio a proposito del tossicomane: un mutamento che equivale a una riformulazione d’immagine. Nel corso degli ultimi decenni, nella percezione collettiva la figura del tossicomane è stata "ridisegnata": da vittima a fonte di pericolo, da soggetto debole (che va assistito e tutelato) a soggetto minaccioso (che va punito e interdetto). In altri termini, viene attuata un’operazione di "ricollocazione sociale" del gruppo - tossicodipendenti.

In precedenza, nell’opinione di una parte significativa della collettività, la tossicodipendenza come problema sociale e come problema terapeutico non s’identificava, automaticamente, con gli effetti criminali prodotti dalla droga in quanto merce illegale, da procacciarsi illegalmente. Alla fine degli anni Ottanta, tale identificazione si è notevolmente diffusa.

Non poteva essere diversamente, considerata l’enorme crescita dei reati finalizzati all’acquisto e al consumo di droga. È facile comprendere, pertanto, come questa estesa microcriminalità potesse e possa ricadere, drammaticamente, sull’ambiente sociale: e potesse e possa suscitare tra i più deboli (gli anziani, le donne, le persone sole ), e non solo tra essi, sentimenti di paura.

Insomma, alla crescita del numero di donne scippate tende a corrispondere, quasi puntualmente, la crescita del numero di persone per le quali la condizione del tossicomane si riduce alla sua attività criminale. Da qui, la disponibilità ad accettare il trasferimento della figura del Drogato dalla sfera della sofferenza a quella della pericolosità.

La tossicodipendenza come patologia e la tossicodipendenza come sofferenza sociale, le radici psicologiche e il contesto culturale spariscono dal discorso pubblico, denunciati come argomenti "giustificazionisti" e confinati negli allegati dei consulenti scientifici. Ed è proprio questo a consentire la semplificazione, e la criminalizzazione, del problema.

Se sfuma la tossicodipendenza come problema terapeutico e come questione sociale, emerge - fatalmente - il tossicomane come fattore di disordine. Il tossicomane come tipologia deviante e come tipologia criminale. In ultima analisi, il tossicomane come criminale.

La questione sociale viene ridotta a questione di ordine pubblico, il disagio a minaccia, il debole a nemico. È ovvio: il Drogato è più facilmente individuabile, nominabile e controllabile di quanto lo sia la tossicodipendenza come patologia.

E dal Drogato ci si può difendere più agevolmente di quanto ci si possa difendere dalla minaccia astratta della tossicodipendenza. Per attuare quella difesa è indispensabile la stigmatizzazione del tossicomane: attraverso tale processo, il comportamento individuale e la scelta privata - l’assunzione di droga - si trasformano in una categoria sociale. In una categoria sociale pericolosa.

Tuttavia, se considerata esclusivamente in questi termini, la campagna sulla droga di quattordici anni fa e quella di oggi sembrano limitarsi a riprodurre le tecniche tradizionali di mobilitazione ideologica. Non è così. Quelle campagne non si rivolgevano e non si rivolgono solo alle aree moderate dell’opinione pubblica e non utilizzavano e non utilizzano solo messaggi finalizzati a mobilitare moti reazionari, richieste di ordine, istanze regressive.

Quelle campagne si valgono, ambiguamente, anche di messaggi solidaristico-autoritari, dove s’intrecciavano e si intrecciano severità pubblica e controllo sociale, paternalismo istituzionale e punizioni "a fin di bene", pedagogia giudiziaria e disciplina familiare. È una concezione autoritaria della solidarietà, tutt’altro che rara in culture politiche (penso a quelle di sinistra e ad alcune componenti di ispirazione cattolica), dove la preoccupazione per l’interesse collettivo tende a prevalere sulla tutela dell’autonomia individuale. La mobilitazione ideologica, di conseguenza, non presenta il tossicomane esclusivamente come nemico: insiste, piuttosto, sull’immagine del drogato come handicappato, menomato, deprivato. Il tossicomane come non autonomo e, dunque, non più titolare della pienezza dei diritti. Da qui l’opportunità di una normazione che lo ponga sotto tutela e, quando necessario, ne sanzioni la segregazione.

Questo passaggio va sottolineato perché l’interdizione del tossicomane viene proposta come una conseguenza diretta della sua condizione di marginalità/clandestinità. E quella condizione appare una ragione molto forte per confermare l’opera di stigmatizzazione (è un pericolo!) e per "spiegare" le strategie proibizioniste di penalizzazione (un criminale va trattato come un criminale!).

Tutto ciò esclude risolutamente che il consumatore occasionale e il tossicomane possano avere un rapporto razionale - ovvero il meno irrazionale possibile - con le sostanze stupefacenti. Come si è detto, una simile impostazione della questione-tossicodipendenze preparò, consentì e favorì l’approvazione della legge 162/90.

Si tratta di un’impostazione che, nel corso dell’ultimo decennio, ha conosciuto molte contestazioni e non pochi fallimenti: è stata messa in discussione sul piano scientifico ed è stata efficacemente contraddetta da politiche sociali a livello locale e da qualche pur timido (meglio: timidissimo) tentavo di diverso orientamento a livello centrale. Oggi, con il nuovo governo di centrodestra e, in particolare, con l’affermarsi di un asse Fini – Moratti - Castelli, quell’impostazione aspira all’egemonia. Alla base di tale impostazione c’è, come detto, una concezione autoritaria della solidarietà, dove la preoccupazione per l’interesse collettivo è ridotta a difesa della sicurezza (sacrosanta, com’è noto, ma non sufficiente); e la cura per il tossicomane si traduce in un meccanismo d’interdizione - coercizione.

Il presupposto è che il tossicomane sia un individuo incapace di intendere e di volere, di cui si può perseguire la "salvezza" anche senza il suo consenso e contro il suo consenso; e che, dunque, la sola strategia efficace sia quella che surroga la volontà del tossicomane, ne inibisce la residua autonomia, ne assume la piena tutela, sostituendosi a lui. Una frase terribile, spesso ripetuta (il drogato deve toccare il fondo per trovare la forza di uscirne), riassume efficacemente quella concezione della personalità, e delle sue patologie, che ispira il lavoro di numerose comunità e sintetizza un’idea di relazioni sociali e di processi formativi, riassumibile, appunto, nel solidarismo autoritario.

Da qui l’animosità così aggressiva e intollerante nei confronti della strategia della "riduzione del danno". Quest’ultima, infatti, parte da una premessa esattamente opposta: ovvero dall’idea che nel tossicomane sopravviva una qualche capacità di autonomia (poca o molta che sia) e una qualche capacità di scelta (poca o molta che sia). Ne conseguono politiche sociali - adottate anche da molte comunità - che hanno come primo obiettivo quello di tutelare e incentivare le risorse di indipendenza e di "libero arbitrio" che resistono anche nel tossicomane. E ne derivano metodiche e terapie finalizzate a mettere il tossicomane nelle condizioni di non morire; e di sottrarsi, dunque, all’alternativa secca: o l’astinenza o l’eroina di strada. È questa la pre-condizione affinché, in un altro luogo e in un altro momento della sua vita, quel tossicomane possa smettere di drogarsi.

Come si vede, si tratta di due concezioni della terapia (ma anche della persona e della sua tutela) radicalmente diverse. Da molti anni questo è il punto - è in corso il tentativo di privilegiare e di rendere egemone la prima. Oggi l’esperienza di San Patrignano, che di quella concezione è in un certo modo il simbolo, viene assunta dal governo di centrodestra come modello terapeutico e sociale dominante, fino a diventare il solo Metodo Buono, anche per l’intervento pubblico. Dal fatto che tale tentativo riesca o meno, discenderanno numerose conseguenze: nel campo delle politiche sociali e della mentalità collettiva. E non solo per quanto riguarda i tossicomani.

 

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