Inchiesta di "Panorama"

 

Inferno in cella

 

Panorama, 19 luglio 2002

 

Sono oltre 57 mila i detenuti rinchiusi nelle 234 carceri italiane, ben 15 mila oltre i limiti tollerabili. Per risolvere la crisi servirebbero almeno dieci nuovi istituti di pena. Ma è un'utopia. Così la soluzione più probabile sarà l'amnistia.

Altro che 41 bis: i mafiosi in prigione protestano contro le asprezze del regime carcerario a cui sono sottoposti. Fanno lo sciopero della fame. Ottengono che la politica e i giornali parlino di loro. Ma la vera emergenza riguarda i detenuti comuni. Per regolamento dovrebbero essere, al massimo, 42.218. Invece nelle 234 carceri italiane, alla data del 31 maggio, erano 56.537: esattamente un terzo oltre la soglia di tolleranza.
«Da allora sono ancora aumentati di almeno un migliaio di unità» sostiene Giuliano Pisapia, parlamentare di Rifondazione comunista e presidente del Comitato permanente per i problemi penitenziari della Camera.
Le sirene ululano, l'allarme è altissimo: è il livello di affollamento più elevato mai raggiunto nella storia dell'Italia repubblicana. Negli stessi istituti di pena abitavano poco più di 31 mila reclusi nel 1991, sono bastati 11 anni perché fossero quasi il doppio. Gianni Tinebra, direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (DAP), sembra convinto che la situazione debba essere risolta innanzitutto con la costruzione contemporanea d'una decina di nuove prigioni: «Sarebbe necessario» calcola «uno stanziamento di almeno 160-200 miliardi di vecchie lire all'anno per un periodo di 15 anni». Il conto, per le casse dello Stato, sarebbe davvero imponente: da un minimo di 1,2 a un massimo di 1,6 miliardi di euro. In realtà il problema è ancora più grave, perché per 21 prigioni, quelle costruite secoli fa e nelle quali Tinebra sostiene si sia praticamente al di sotto del «limite di vivibilità», è già stata decretata la chiusura: le peggiori sono Varese, Rovigo e Marsala. Si prevede vengano sostituite da altre 21 carceri, i lavori per le prime tre sono già avviati. Ma, è evidente, questo non risolve il problema del sovraffollamento. Come non lo risolve nemmeno lo stanziamento di 830 miliardi di lire (428 milioni di euro) deciso due anni fa e poi rimpinguato da 200 miliardi di finanziamento per la prima costruzione «in leasing».

La procedura del leasing è innovativa e intelligente: a progettare ed edificare la prigione, per conto dell'amministrazione pubblica (che ovviamente stabilisce criteri e caratteristiche dell'edificio), è una banca, alla quale poi lo Stato paga un canone d'affitto.
«Il nuovo meccanismo abbatte i costi e riduce i tempi di costruzione da 15 anni a 30 mesi» assicura Giuseppe Magni, sindaco leghista del Comune di Calco (Como) e da un anno consulente per l'edilizia carceraria del ministro della Giustizia Roberto Castelli. Anche se questi tempi fossero effettivamente rispettati, però, con gli attuali ritmi di crescita della popolazione carceraria (da quattro anni stabilmente in aumento di 2 mila reclusi l'anno) il sovraffollamento non verrebbe minimamente ridotto.

Forse si potrebbe cercare di razionalizzare l'esistente

 

Secondo Alfonso Sabella, ex direttore dell'ufficio ispettivo del DAP, «esistono sezioni detentive inutilizzate». In una lettera molto polemica, indirizzata al ministero e al CSM subito dopo le sue dimissioni, sei mesi fa, Sabella scriveva che i suoi ispettori avrebbero individuato «alcune migliaia di posti-detenuto, arbitrariamente non sfruttati dalle direzioni degli istituti». E criticava la «paradossale situazione» in cui verserebbero le prigioni ad alta sicurezza, dove i reclusi «vengono allocati in camere singole o al massimo doppie, a differenza dei detenuti comuni che occupano spazi analoghi», ma in numero sempre maggiore. Il ministero potrebbe tenerne conto.

 

Un'altra possibile soluzione, visto l'elevatissimo numero degli immigrati in cella (oggi sono più di 17 mila, quasi un terzo del totale dei reclusi), è quella di cercare accordi con i loro paesi d'origine e trasferirvi gradualmente gli stranieri condannati per reati commessi in Italia. «Stiamo già edificando una prigione in Albania» rivela Magni «e le diplomazie sono al lavoro per fare altrettanto in Marocco».

Anche questa soluzione, però, non potrebbe spegnere in tempi brevi l'incendio delle carceri. E allora? «Allora occorre ripensare tutto il sistema penitenziario» risponde Gaetano Pecorella, deputato di Forza Italia e presidente della commissione Giustizia della Camera. «Penso a un grande dibattito parlamentare sull'inferno dei vivi, come quello avviato da Filippo Turati agli inizi del secolo scorso». Intanto, però, servono soluzioni veloci. Pecorella ne propone due: «La depenalizzazione dei reati minori» suggerisce «perché chi va in carcere per delitti minori spesso impara a commetterne di più gravi.

 

E un'amnistia per i reati più lontani nel tempo e che provocano meno allarme sociale». Anche in Francia, dove si contavano 49 mila detenuti in gennaio, aumentati a 55 mila in giugno, l'improvvisa alta pressione carceraria ha aperto un dibattito sull'amnistia. E si è accesa la polemica: si teme un incremento della criminalità. «Per evitarlo» dice Pisapia «proprio pochi giorni fa, il 10 luglio, ho presentato un disegno di legge insieme a Giovanni Russo Spena. Prevede un'amnistia "condizionata" per chi abbia commesso reati puniti al massimo con cinque anni di reclusione: la clemenza è subordinata al fatto che, nei cinque anni successivi all'approvazione della legge, il detenuto liberato non compia reati». Chi esce e torna a delinquere, insomma, è sottoposto a una spada di Damocle: il rischio di tornare in carcere per scontare tutta la pena, anche per il reato «perdonato». In compenso, poiché ogni detenuto costa 200 euro al giorno, e gli amnistiabili sono 12 mila, si risparmierebbero 876 milioni di euro all'anno. Con quei soldi, forse, si potrebbe cercare una via d'uscita. Dall'inferno.

 Se questi sono ancora uomini

 

Carmelo fa lo sciopero della sete. Mohammed si cuce la bocca con la molla. Un ex tenore implora di poter vedere la madre morente: l'inviata di «Panorama» ha trascorso tre giorni a San Vittore. E lo racconta.

 

Mohammed l'egiziano s'è cucito la bocca con la molla della penna biro. Le sue labbra hanno sputato sangue nero per ore. Adesso sta chiuso nella fogna delle anime, in una cella del reparto dove portano quelli col cervello spappolato. «Qui o ti ammazzi o ammazzi quel bastardo del poliziotto. Così ho pensato: la mia bocca è quella del poliziotto. È sua la pelle che sto infilzando, è lui che urla al mio posto, è suo il sangue che mi schizza in gola».
San Vittore, prigione immortale. Tomba di vivi. Carcere che da sempre dev'essere demolito, venduto, ma che non si chiude mai. Galera-paese che oggi più che mai assume l'anima e i peccati di tutte le carceri d'Italia: il sovraffollamento, il dolore, il caldo, i suicidi. La speranza. Mohammed parla tra le sbarre. La bocca tumefatta. «Per gli agenti ci sono cuori negri e cuori bianchi. Vedi quello lì? Era uno straccio ieri sera.
Ma l'hanno vestito. Io no. Mi lasciano senza mutande per farmi sentire un animale». Una coperta sventola tra due sbarre. È un sos. Qualcuno rantola, un altro vomita. E d'improvviso l'odore inconfondibile del carcere ti entra nelle vene.
Arriva il direttore, Luigi Pagano, uomo libero e liberale. Se è per questo ogni giorno lui incontra bocche cucite, gole tagliate, braccia spezzate. Morti. «Ieri si è impiccato un marocchino: il suicidio rimane la nostra vera sconfitta». «È un uomo che pensa prima agli uomini» mi ha detto di lui Gianni Fumagalli, l'educatore che sarà il regista di questo viaggio dentro il carcere milanese. Ma Pagano parla anche dei suoi successi: «Il sovraffollamento? Oggi ne abbiamo dimessi altri 100. Entro poco dovremmo arrivare a 1.100. Il che riporta San Vittore a carcere circondariale con detenuti solo appellanti. Gli altri li mandiamo a Opera e Bollate». Il direttore è il primo cittadino di San Vittore.
Ci abita perfino, prigioniero dei suoi prigionieri e di una grande contraddizione. È con passione furente il direttore di un carcere che trova inutile e ingiusto. «Ci vorrebbero pene più utili: l'uomo del delitto non è mai quello della pena. Una soluzione? La nuova legge Smuraglia. Oggi regala sgravi fiscali agli imprenditori che impiegano detenuti».
A scortarci è una giovane psicologa, Daniela Antonucci. Si arriva alla famosa rotonda: ha una cupola e un altare in mezzo. Di domenica è una chiesa per la messa, adesso è il cuore del carcere. Babele di agenti, di neri, di facce livide, di stampelle, di passi, di dolore. La dottoressa cammina dentro questa bolgia dantesca come un piccolo Virgilio invisibile. Niente può più stupirla.
Nemmeno Rahid. Un agente strizza il braccio del somalo, scalzo e quasi nudo. Il busto innaffiato di sangue. «Ho anche bevuto varechina: voglio infermeria». Poche parole e il ragazzo scompare con la testa bassa.

 

Il penale, luogo di detenuti definitivi, è il regno della vecchia e mitica guardia. Intorno a un tavolo un vero gentiluomo: camicia Ralph Lauren, mocassini Tod's, una quasi laurea in scienze politiche, due diplomi in informatica: più di vent'anni per spaccio internazionale. È Maurizio Agosta. «Ho usato bene il mio tempo, ma quando uscirò la parte più bella della mia vita sarà andata». Stessa colpa per Santino Stefanini, uno dei pezzi forti della banda Vallanzasca passato dal Beccaria alla galera vera. Per sempre. «Sono evaso due volte e due volte mi hanno beccato». Pino dipinge donne e furori che si ammirano sulle pareti dell'atelier di San Vittore.

Proprio come Marco Medda, l'ergastolano mito. Qualche omicidio di cui l'ultimo in galera. Tra loro una faccia familiare. Troppo. «Come sta De Bortoli?». Panico. È proprio Diego, vent'anni fa tipografo al Corriere della sera. Scriveva poesie, poi un giorno ha accoltellato la moglie. Diego era un angelo. Così sembra rimasto. Come si fa a condannare un uomo per cinque minuti di follia? O a non condannarlo?
Di fianco al penale la redazione de Il due notizie. Qualcosa che ogni carcere vorrebbe avere. «Prima c'era Magazine 2, il periodico che si è conquistato perfino un premio nobile come Il Premiolino. Adesso c'è questo foglio che raccoglie tutte le news del carcere. Qui con la tivù si sa tutto del fuori e niente del dentro. Chi voglia sapere del nostro dentro può cercare sul sito www.ildue.it».
Emilia Patruno, giornalista di Famiglia Cristiana, è direttore volontario di un drappello originale di giornalisti. Francesco Ghiringhelli, ex brigatista, Sisto Rossi, autore fra l'altro di Piccole celle in legno, Ivano Longo dichiarato, inutilmente, incompatibile col carcere per sieropositività e per intelligenza. E molti altri. In preparazione il cd con le ricette e la cucina del carcere.
Titolo: Avanzi di galera. A pochi metri dalla redazione, il laboratorio di pelletteria dove il direttore Luigi Pagano e la cooperativa Ecolab hanno fatto davvero l'impossibile: 12 detenuti artigiani e pagati in busta paga. Quindicimila pezzi ordinati solo dal gennaio all'aprile del 2002. Clienti di lusso. Da Armani jeans all'Inter di Massimo Moratti. Ad altri. Ma di luci l'inferno di San Vittore è pieno.
C'è il laboratorio del vetro che Santo Tucci e Tihomir Lozzina hanno fondato con la piccola cooperativa Ali; c'è la bottega di falegnameria, ci sono 280 volontari. C'è il terzo raggio completamente restaurato con docce nelle camere e biblioteche e sale computer. C'è il sogno di Pagano. E di molti come lui: un carcere senza il carcere.

 

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