Vita - 14 novembre

 

Un figlio scrive al padre carcerato
"Caro papà, io non ti difendo più"

 

Quella che segue è la lettera di un figlio stanco e deluso a un padre che ha passato metà della sua vita in carcere: una lettera severa, che pubblichiamo perché dare voce anche ai figli, alle mogli, ai parenti, è utile, è importante, spinge a una riflessione profonda e impietosa e a una più forte assunzione di responsabilità delle persone detenute nei confronti dei propri famigliari.

 

Ornella Favero

 

Non credo che potresti capire il disagio che ho provato in tutti questi anni, dal canto mio, non ho mai manifestato obiezioni sul tuo modo di gestire le varie opportunità che la vita ti ha offerto. I figli crescono, e col passare del tempo cominciano a farsi spazio nella mente tanti pensieri e tanti dubbi. Ho avuto la fortuna di avere accanto quella grande donna che è mia madre, mi ha fatto da guida fino ad ora, e lo farà sempre. Mi ha cresciuto lei, si è spesso annientata per farlo e nonostante la sua poca cultura, è stata in grado di tirarmi su con sani principi.

Anche tu hai fatto la tua parte, predicando bene e razzolando male. Un figlio ha bisogno di attenzioni costanti, e non basta una lettera o un regalo per soddisfare un bisogno così necessario. Molte, troppe volte sei mancato, e nonostante tutto ti sono sempre stato accanto, ti ho sempre difeso, ti ho sempre innalzato a idolo… (...) Ora ho smesso. Ho smesso di star male per te. Ho smesso di pensare a te come ad un padre.

Tu non mi conosci, non sai niente dei miei modi di fare, delle mie passioni e dei miei pensieri. Non mi sei stato sufficientemente accanto per dire che mi conosci, eppure credi di poter gestire i miei sentimenti nei tuoi riguardi come meglio ti aggrada. I figli sono pezzi di cuore, si dice, e non appigli. Quante volte avremmo potuto stare assieme? Quante volte avremmo potuto giocare? 

Quante volte avremmo potuto chiacchierare del più e del meno? Quanti compleanni, o eventi simili, abbiamo perso? Troppi, e sono troppe le lacune. E tornare indietro non si può. Hai passato una buona pane della tua giovinezza nelle carceri e sei cresciuto, col passare degli anni, con una mentalità troppo egoista. Tutto ti è dovuto.

Pensi forse che me ne sia fregato qualcosa delle belle macchine? Pensi che se tu fossi stato un semplice "facchino", mi sarebbe importato qualcosa agli occhi della gente? Credi che fare insieme il tragitto da una parte all’altra dell’Italia, per poi essere lasciato lì, dai nonni o tra sconosciuti, equivale a dire fare un viaggio assieme?

No papà, ti sbagli se credi che tutto ciò possa essere sufficiente. Quando avevo bisogno di te non c’eri. Ora sono grande, o, per lo meno, mi so arrangiare. Non ho altro da dirti adesso. Forse un domani sarò io a cercarti, ma fino ad allora, per favore, lasciami vivere in tranquillità. Sono un uomo oramai, e non più un ragazzino. So quello che faccio. Riguardati. E non odiarmi per questa lettera.

 

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