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Ma cosa spinge un semianalfabeta come me a frequentare Ristretti Orizzonti? Ho imparato a confrontarmi, anche duramente, con gli altri Una redazione dove si impara a discutere, a misurarsi con le opinioni degli altri e a rimettersi in gioco
di Maurizio Bertani, giugno 2008
In occasione dei dieci anni dalla fondazione e dall’uscita del primo numero di Ristretti Orizzonti, cerco di esprimere le sensazioni che provo rispetto a questa esperienza. Come detenuto ho già scontato circa trent’anni di carcere, ma solo da un anno e mezzo mi trovo inserito in questa redazione, come volontario, anche se conoscevo da tempo la rivista, perché ricevevo ogni numero già dal 2003. Dal mio arrivo nel carcere di Padova, nell’ottobre del 2006, ho fatto il possibile per entrare nel gruppo della redazione, e quando ci sono riuscito, ne ero contento all’inizio, sicuramente lo sono ancor di più oggi. Ma cosa spinge un semianalfabeta come me a volere frequentare la redazione di un giornale come Ristretti Orizzonti? Devo onestamente ammettere che il mio ingresso nella redazione di Ristretti Orizzonti aveva, come spinta iniziale, tre diverse motivazioni: la prima era l’opportunità di uscire da una cella di detenzione, che diventa giorno dopo giorno sempre più stretta, la seconda, fare qualcosa per avere una relazione di sintesi comportamentale favorevole, e come terzo motivo e non certo ultimo l’eventuale possibilità di accedere ai benefici penitenziari. Del resto, considerate le mie condizioni di detenuto, non ritenevo per niente peregrine queste motivazioni. Ricordo che, i primi giorni in redazione, al mattino facevo un po’ quello che volevo, ma preferibilmente, considerato che negli ultimi anni mi ero appassionato all’uso del computer, mi dilettavo a capirne ogni giorno una nuova funzione, e questo di per sé era gratificante; poi al pomeriggio si affrontavano le discussioni di redazione, discussioni che anche adesso portano poi a scrivere le proprie opinioni, e a tutti credo piaccia dare un senso ai propri pensieri e alle proprie azioni, e poi magari scriverli, questi pensieri. Nelle riunioni pomeridiane, all’inizio mi sembravano tutti un po’ matti: si discuteva dei temi più diversi, come i problemi della giustizia, le vittime di reati e di comportamenti delinquenziali, le condizioni di vita in carcere, l’emergenza criminalità, tutti quegli argomenti che di volta in volta trovavano risalto sugli organi di informazione, e che noi volevamo approfondire a modo nostro, e ognuno diceva la propria opinione, che spesso non collimava con le mie. Ma ogni pomeriggio, finita la discussione, dovevo tornare in cella, e non ci tornavo mai da solo, perché portavo con me pensieri di altre persone, detenuti e volontari, e questi pensieri mi ponevano davanti ad una scelta. O non interessarmene più di tanto, oppure iniziare un confronto dove riuscire a capire, a ragionare sulle affermazioni degli altri, e questo è quello che ho fatto, e che mi ha portato, piano, piano, a modificare il mio modo di pensare. In passato non avevo nemmeno mai considerato le mie vittime, ritenendo a torto che le vittime fossero solo quelle legate a fatti di sangue. Finché in un incontro con i ragazzi delle scuole che partecipavano al progetto “Il carcere entra a scuola”, una insegnante ci ha parlato del dramma che ha vissuto quando è stata presa in ostaggio durante una rapina in banca, reato che mi tocca personalmente, essendo io in carcere proprio per questo. A dire la verità non avevo mai nemmeno pensato di poter essere un omicida mancato, certo giuridicamente non mi si può accusare di questo, ma avendo nella mia vita spesso usato armi, o comunque portato con me armi, moralmente devo considerarmi proprio uno che avrebbe potuto uccidere, e tutte queste riflessioni, in modo naturale, mi hanno portato ad una presa di coscienza e a una riconsiderazione di tanti momenti della mia vita.
Discussioni feroci, ma con grande rispetto reciproco
Un altro aspetto che mi ha impressionato subito fin dai primi giorni è stato il fatto che, durante gli incontri pomeridiani in redazione, ognuno poteva esprimere il suo parere, e arrivare anche a discussioni feroci e violente dal punto di vista verbale, ma un secondo dopo la fine delle discussioni, era come se non fosse successo assolutamente nulla, e le persone presenti erano disponibili verso gli altri come prima. Questo per me, che ho un carattere scontroso e permaloso, appariva fuori dalla norma, poiché se trovo da ridire qualcosa anche di banale, con una persona che magari stimo e ritengo un amico, in ogni caso quasi sicuramente non gli parlo per una settimana, e quindi non riuscivo a rendermi conto del perché le cose in redazione andassero in modo diverso, eppure avveniva, e tuttora avviene, che il confronto, anche duro, si ferma lì e non ha strascichi. Questo mi ha spinto ad una analisi attenta sia del mio modo di pensare a volte radicale, che delle difficoltà che incontro spesso nel confrontarmi con gli altri. Credo così di avere imparato ad accettare di discutere con un gruppo, cosa che non avrei mai fatto solo pochi anni fa, e di aver cominciato a cambiare radicalmente il mio modo di pensare. Certo sarei stupido se dicessi che le motivazioni iniziali non hanno più senso, ce l’hanno eccome, ma oggi ci sono anche altre cose che hanno valore, tra queste elencherei l’importanza di lavorare e ragionare all’interno di un gruppo, e di accettare, pur discutendone, le opinioni degli altri, a volte spesso smussando gli angoli del mio radicalismo, per arrivare a condividere opinioni non mie, perché le ritengo giuste. L’ultimo punto che mi ha veramente colpito è quello che ho sentito dire da una volontaria, che è anche direttore del nostro giornale, e che suona più o meno così: “A me non interessa né sapere il reato della persona, né le motivazioni che la spingono a frequentare Ristretti Orizzonti, capisco benissimo che molti vengono qui perché magari pensano di uscire in permesso prima, o per altre motivazioni simili, ma a me va bene lo stesso, perché sono convinta che a forza di discutere e di riflettere sulle cose, magari anche a forza di fingere di voler rimettere in discussione il proprio passato, qualcosa alla fine rimane in testa, ed alla lunga le persone sono obbligate a ragionare su se stesse e sui propri errori”. Io credo che questo concetto non solo risponda profondamente al vero, ma sicuramente vada anche oltre le sue aspettative. Tutto questo l’ho trovato in questa redazione, che quest’anno festeggia i suoi dieci anni, e mi piace pensare che, come ogni anniversario, venga festeggiato al meglio. Da parte mia posso solo portare in dono queste due righe di considerazione di come vivo io questa esperienza, e certo non posso esimermi dal ringraziare tutti quelli che mi hanno preceduto, detenuti e volontari, che hanno fatto in modo, sacrificando il proprio tempo, che tutto questo diventasse un’importante realtà. Rispetto all’esperienza che sto vivendo come detenuto all’interno della redazione di Ristretti Orizzonti, oggi posso affermare di avere un solo e grande rammarico: che questa attività non sia allargata anche ad altre realtà, perché vorrei che quello che ha dato a me, fosse dato al più alto numero di detenuti possibile. Felice compleanno a tutta la redazione, detenuti e volontari, a tutti quelli chi mi hanno preceduto e a coloro che “purtroppo” mi seguiranno. |
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