Interviste di "Ristretti"

 

Una casa per ricominciare

A Vigevano, in provincia di Pavia, un progetto innovativo di housing sociale per dare alloggio a chi non può permettersi un vero affitto: famiglie povere, ex tossicodipendenti, immigrati e, naturalmente, ex detenuti

 

(Realizzata nel mese di gennaio 2004)

 

A cura di Marino Occhipinti

 

Una casa a canone ridotto per chi non può permettersi di pagare un vero affitto e, anche per questo, fatica a lasciarsi l’emarginazione alle spalle: famiglie indigenti, ex tossicodipendenti, persone con disturbi psichiatrici, immigrati e, naturalmente, ex detenuti appena usciti dal carcere. Il programma di housing sociale realizzato a Vigevano, in provincia di Pavia, è originale perché non attinge agli alloggi popolari del Comune (dei quali ormai, in tutta Italia, c’è grande carenza), ma convince alcuni proprietari di immobili a mettere a disposizione i loro appartamenti per dare una mano ai concittadini più deboli. Con una formula di finanziamenti inedita che ci spiega l’Assessore alle Politiche sociali e servizi al cittadino della città di Vigevano, Matteo Loria

 

Per chi si trova in carcere e sta per accedere a una misura alternativa, oppure è giunto al termine della pena, è fondamentale disporre di un’abitazione per rientrare dignitosamente nella società. Ci racconta il programma di housing sociale sviluppato dal suo assessorato?

Credo che la nostra rappresenti una concreta proposta di reinserimento anche per le persone che hanno affrontato la dura esperienza del carcere. Il progetto è stato elaborato dal servizio Politiche per la casa, in collaborazione con un’associazione che si occupa di corsi di formazione e aggiornamento. Per le buone prassi che contiene, la Regione Lombardia l’ha considerato "progetto pilota", presentandolo direttamente alla Fondazione Cariplo nell’ambito dei loro programmi di finanziamento. L’intento è quello di offrire un sostegno e una mediazione di garanzia per far accedere al mercato degli alloggi i cittadini che si trovano in situazione di svantaggio e in fase di integrazione sociale.

 

Chi sono i destinatari del vostro progetto?

Cittadini in situazione di emarginazione, con scarse risorse personali, in difficoltà economica e privi di alloggio, per esempio ex carcerati, ex tossicodipendenti, persone con disturbi psichiatrici e comportamentali, immigrati extracomunitari… L’amministrazione pubblica e i servizi sociali affrontano ogni giorno l’emergenza casa e il disagio che la difficoltà di reperire un alloggio provoca alle famiglie. In particolare, il problema riguarda nuclei familiari che subiscono una temporanea diminuzione del reddito o che vivono situazioni di incertezza economica. Anche se sono in grado di sostenere il costo dell’alloggio, inciampano sull’integrazione sociale e l’accettazione da parte del territorio: permangono infatti barriere culturali e psicologiche nei confronti di chi vive un disagio sociale, mentre invece il mercato del lavoro riesce ad accogliere e a integrare queste persone grazie a opportuni interventi di sostegno.

 

Quindi, fra i vostri obiettivi, c’è anche la sensibilizzazione del territorio?

Certo, intendiamo promuovere fra i cittadini una mentalità dell’accoglienza, della solidarietà, della responsabilizzazione sociale e dell’interculturalità, aggregando chi già opera su queste tematiche (strutture pubbliche, organismi del volontariato, centri accoglienza, associazioni di stranieri) con chi deve ancora maturare consapevolezza, responsabilizzazione e capacità di intervento attivo (imprese, cittadini, associazioni imprenditoriali, organismi rappresentativi dell’offerta di alloggi).

 

Qual è il vostro piano di lavoro per concretizzare tutto questo?

Creare un organismo misto pubblico-privato con la costituzione di un "Fondo di garanzia solidale" che aggreghi tutti gli interlocutori coinvolti e attivi strumenti di mediazione e facilitazione nell’accesso al mercato degli alloggi. Ci occuperemo del monitoraggio della domanda e dell’offerta di alloggi, dell’analisi e della selezione delle candidature, della facilitazione dell’incontro fra domanda e offerta, per costituire un fondo di garanzia che sostenga l’accreditamento della domanda di alloggi sul territorio.

 

Quanto vi costerà realizzare il programma e come contate di reperire le risorse?

I costi complessivi sono ingenti. Abbiamo previsto una spesa approssimativa di circa 370 mila euro: come amministrazione comunale abbiamo contribuito con un importo di 90 mila euro. Ma è soprattutto grazie al finanziamento della Fondazione Cariplo, pari a circa 200 mila euro, che siamo riusciti a mettere in piedi il programma.

 

La Regione Lombardia ha considerato la vostra iniziativa un "progetto pilota", ci ha riferito prima. Che cosa lo rende così innovativo?

Possiamo definirlo originale perché cerca di attivare un’iniziativa inedita per questa area di bisogno, e anche innovativo per tanti aspetti: la formula della partnership, le modalità di rilevazione del fabbisogno, la soluzione proposta, la sinergia della rete territoriale da attivare, l’approccio sistemico al fabbisogno individuato… E soprattutto perché il progetto tende a dare autonomia ai destinatari, superando cioè le prassi tradizionali di assistenza. Inoltre l’intervento avviene in prospettiva: l’accompagnamento non si limiterà al primo momento di incontro tra domanda e offerta, ma realizzerà un’azione continuativa per i successivi tre anni di monitoraggio. Il nostro programma ha un’ultima peculiarità: è replicabile, perché il modello progettuale, strategico e operativo proposto dal nostro assessorato, così come i dati di monitoraggio sull’evoluzione e gli esiti dell’iniziativa, saranno accessibili nell’intero territorio regionale per garantire la massima trasferibilità dell’esperienza.

 

Quali sono i vostri partner?

Il nostro partner istituzionale è la Regione Lombardia, rappresentata dall’Assessorato alla Famiglia e alla Solidarietà sociale. Poi abbiamo coinvolto i proprietari di immobili, le associazioni di volontariato e quelle delle categorie produttive.

 

È stato difficile convincere i proprietari di immobili a mettere a disposizione i loro appartamenti?

Abbiamo stipulato delle convenzioni laddove, come Comune, ci siamo resi garanti rispetto ai proprietari, che così ci hanno fornito la loro dichiarazione di disponibilità degli alloggi. Poi abbiamo definito le condizioni d’uso degli immobili, la durata e le condizioni economiche. Su quest’ultimo punto abbiamo voluto andare oltre svolgendo delle azioni "positive" nei confronti dei proprietari, per concorrere all’abbassamento dei costi rispetto a quelli di mercato, altrimenti il progetto non avrebbe trovato attuazione. L’amministrazione comunale si è impegnata a concedere un rimborso ai proprietari disponibili, e loro hanno naturalmente presentato la documentazione che prova il valore della ristrutturazione effettuata. Questo rimborso non potrà comunque essere superiore, per l’intero periodo considerato, al valore locativo secondo i canoni stabiliti dagli accordi locali nel febbraio del 2000. Ai proprietari viene inoltre riconosciuto un contributo integrativo di circa 50 euro per metro quadro, oltre al rimborso totale dell’Ici per il periodo d’uso degli alloggi. Gran parte delle somme le attingiamo man mano dal "Fondo di garanzia sociale", nel quale confluiscono le rate dell’affitto versate dai destinatari degli alloggi. Quindi in realtà, seppure solo in parte, il progetto si autofinanzia.

 

Quante sono le abitazioni e come sono strutturate?

Siamo riusciti ad avere, in comodato gratuito per otto anni, un’abitazione in zona centro di 50 metri quadri e sei in zona periferica per un totale di 300 metri quadri. Ma abbiamo dovuto lavorare parecchio: per la ristrutturazione degli immobili, per esempio, siamo riusciti a ridurre il prezzo di mercato di circa 50 euro a metro quadro, facendolo passare da 500 euro a 450 euro.

 

Come vi siete regolati per definire i canoni di locazione? Può farci qualche esempio?

I canoni di locazione sono stati definiti dagli accordi locali sottoscritti per la città di Vigevano il 21 febbraio del 2000, dai quali derivano queste cifre: per un appartamento composto da due locali più servizi di recente ristrutturazione, in zona centro, la locazione annua è di 3500 euro, le spese annue di 500 euro. Per un alloggio, sempre di recente ristrutturazione, ma composto da tre locali più servizi in zona periferica, la locazione annua è invece di 2950 euro, le spese sempre di 500 eurol’anno. I destinatari degli alloggi versano quindi un canone ridotto, come segno concreto e stimolante di autonomia economica, che andrà a costituire parte del "Fondo di garanzia solidale".

 

Quali sono i criteri di assegnazione degli alloggi?

Le modalità di accesso sono regolate dalla Convenzione di cui vi dicevo all’inizio, e le persone ammesse a beneficiare del progetto sono individuate da un’apposita commissione che valuta secondo precise priorità: la situazione di persona cosiddetta svantaggiata, la mancanza di un alloggio, la precarietà della situazione abitativa, la gravità della sua situazione economica.

 

L’assegnazione della casa ha una durata pari alla validità della Convenzione, cioè otto anni, oppure si tratta di un "primo intervento" in attesa che i beneficiari trovino una sistemazione completamente autonoma, così che possiate poi dare la stessa possibilità ad altre persone disagiate?

A conclusione del terzo anno, raggiunta l’autonomia, i destinatari del progetto saranno indirizzati e sostenuti nella ricerca di una sistemazione definitiva pur continuando - eventualmente - ad avvalersi di tutti i contributi di legge previsti per la generalità dei cittadini. I soggetti più deboli potranno essere inseriti nella graduatoria per l’assegnazione di alloggi pubblici. E se alla fine si verificheranno queste circostanze, potremo estendere il programma di housing sociale a un numero di persone doppio rispetto a quello iniziale: non più a quattordici, dunque, ma a ventotto cittadini.

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