Radio carcere

 

Carceri del sud, l’altra latitudine del diritto

 

Storia di una strana "emigrazione" verso le carceri del nord

 

di Francesco Morelli

 

Giovanni è arrivato nel carcere di Padova da pochi giorni e ancora non è riuscito a capire bene come funzionano le cose "qui al nord", perché la detenzione finora l’aveva trascorsa tutta nelle carceri della Puglia, passando da Bari a Lecce, da Foggia a Lucera, da San Severo a Turi, fino ad approdare nella Casa Circondariale di Taranto, dove è rimasto per cinque anni.

 

Giovanni, come mai sei venuto in un carcere così lontano da Foggia, dove abita la tua famiglia? Se non sbaglio, hai chiesto tu di essere trasferito…

Ho fatto quasi undici anni di carcere e, durante questo periodo, ho chiesto tante volte di essere trasferito al nord - in un qualsiasi Istituto, non necessariamente a Padova - perché sentivo raccontare, dai compagni che c’erano stati, che qui si può scontare la propria pena in modo più costruttivo e più sereno.

 

Questa possibilità ti è mancata, nelle carceri della Puglia?

Il problema principale è che in molte zone del sud, Puglia compresa, le carceri sono dimenticate dalla società esterna: chi è fuori sta fuori e chi è dentro sta dentro. Fuori c’è tanta povertà, la gente ha già i suoi problemi, deve arrangiarsi per vivere. Quindi, quando un detenuto esce fa molta fatica a trovare qualcuno che lo aiuti e spesso, invece, trova persone che si approfittano della sua condizione di bisogno, per farlo lavorare sottopagato, oppure per coinvolgerlo nuovamente in faccende illegali.

 

Un’esperienza che ti è capitata personalmente, intuisco…

Sì, nel 1996 terminai la pena e mi ritrovai fuori, dopo 6 anni di carcere, con la moglie e un figlio da mantenere. Mi misi subito a cercare un’occupazione e riuscii a trovarla grazie all’interessamento di un famigliare, ma senza far sapere al datore di lavoro che ero un ex detenuto. Così iniziai a lavorare come muratore; senza contratto, s’intende. Il capo-cantiere mi promise 60.000 lire giornaliere, pagate al termine delle otto ore di lavoro. Però questo sistema durò solo una settimana, poi venne a sapere che ero stato in carcere: allora mi disse che la ditta aveva problemi finanziari e, se volevo restare, dovevo accontentarmi di 40.000 lire al giorno. Sperava che me ne andassi, ma io avevo un assoluto bisogno di guadagnare e rimasi.

Nelle settimane successive la situazione peggiorò ulteriormente, perché con la scusa che dovevamo recuperare del lavoro arretrato cominciai a rimanere in cantiere per 9 ore, poi per 10, fino ad arrivare a 13 ore: venivano a prendermi con un pulmino alle sei di mattina e mi riportavano a casa alle sette e mezza di sera. Alla fine, visto che resistevo ancora, smisero di pagarmi a giornata e per qualche settimana lavorai senza prendere soldi, con la promessa che alla fine del mese mi avrebbero dato tutto. Invece, alla scadenza, cercarono di darmi solo un acconto di 150.000 lire, che non accettai: mi dovevano 900.000 lire e ne avevo bisogno per sopravvivere, dell’acconto non sapevo che farmene. Per un altro mese continuai ugualmente il lavoro, prendendo degli acconti alla fine della settimana, poi non ne potei più e mi dedicai ad altro… Dopo due settimane da che avevo lasciato il lavoro di muratore ero di nuovo in carcere! In tutto, rimasi in libertà per meno di tre mesi.

 

L’impatto con il mondo esterno, in effetti, può essere durissimo per chi ha trascorso diversi anni in carcere: non era possibile un percorso di reinserimento più graduale, magari attraverso una misura alternativa, una semilibertà, un affidamento ai servizi sociali?

Per quanto ne so io in Puglia ci sono pochissime possibilità di avere delle misure alternative alla detenzione. A Taranto, ad esempio, ci sono una quindicina di semiliberi su 900 detenuti, mentre l’articolo 21 non esiste proprio: i Tribunali di Sorveglianza sono poco propensi a concedere le semilibertà, anche perché è molto difficile trovare chi è disposto ad assumerti. Non ci sono le cooperative sociali, come qui al nord, e del resto la disoccupazione rappresenta un grave problema anche per la gente incensurata, figuriamoci per noi detenuti…

La situazione si è fatta ancora più pesante da quando il contrabbando di sigarette è praticamente scomparso. Fino a qualche anno fa questa era un’attività abbastanza tollerata, che dava da vivere a molte famiglie povere: c’era chi scaricava le sigarette dai motoscafi, chi le trasportava, chi vendeva le stecche per le strade, e spesso a vendere erano i ragazzini, o anche le persone anziane, non c’erano soltanto i grandi trafficanti, di cui parlano sempre in televisione. Adesso tutta questa gente si trova senza reddito e per vivere dovrà pur fare qualcosa d’altro…

 

Per quanto riguarda la vita dentro il carcere, che impressione ti ha fatto il passaggio da Taranto a Padova?

Arrivando qui mi è sembrato subito che la pena sia stata alleggerita, perché nel carcere di Taranto si vive una situazione di tensione perenne da ormai 10 anni. Tutto è iniziato nel marzo del 1993, quando fuori delle finestre delle celle montarono dei pannelli di vetro opaco che impedivano sia la vista sia il passaggio dell’aria. Ad agosto, con un caldo insopportabile, dopo diversi tentativi di accordo con la direzione per farli togliere, ci fu una ribellione e i pannelli finirono tutti buttati giù, con un danno di centinaia di milioni. Da lì iniziarono a trasferire a forza la maggior parte dei detenuti, mentre al carcere arrivò una squadretta di agenti addetta a mantenere la disciplina "con ogni mezzo". Ancora oggi restano delle regole assurde da rispettare, ad esempio quando cammini in un corridoio devi stare sulla destra, attaccato al muro; se incontri un compagno non lo puoi salutare, devi tenere sempre le mani dietro alla schiena e stare in fila indiana.

 

Ma non avete provato a rivolgervi alla direzione, oppure al Magistrato di Sorveglianza?

Il problema è che hai poche occasioni per parlare con loro. Inoltre, tra gli stessi detenuti, c’è la regola di non denunciare mai gli eventuali pestaggi subiti, perché chi lo fa è considerato un infame e relegato al reparto "precauzionale". Poi sono anche successi dei gravi episodi, fuori del carcere, che hanno contribuito a peggiorare il clima interno: un agente è stato ucciso in un agguato, il comandante è stato picchiato, il direttore e il magistrato sono stati minacciati.

 

Non entrano dei volontari, o comunque delle persone esterne all’istituzione?

Non entra nessuno, io almeno non ho mai visto nessuna persona "esterna", tranne gli insegnanti della scuola, che comunque ha iniziato a funzionare solo l’anno scorso.

 

Quindi non c’è nemmeno la possibilità di ricevere un aiuto nel momento in cui si devono fare i permessi, non c’è una Casa di accoglienza per chi non ha una famiglia che lo accoglie?

No, non c’è nessun aiuto e nessuna Casa di accoglienza. I pochi fortunati che escono in permesso vanno in famiglia e chi non ha un posto dove andare non esce.

 

Nella vita quotidiana quali sono le restrizioni che pesano di più?

Rispetto a quello che ho visto qui, a Taranto non è consentita la socialità, nemmeno nelle occasioni di festa come Natale o Pasqua. Sei in tre o quattro persone per cella e la tua giornata la trascorri tutta lì, tranne il momento dell’aria (tre ore scarse al giorno). La palestra, il campo sportivo, la "saletta" ricreativa ci sono ma, dopo il 1993, il loro utilizzo non è più consentito.

Sono proibiti gli orologi da polso di tutti i tipi (l’ora la vedi solo alla televisione), come pure le cinture dei pantaloni e degli accappatoi (si sostituiscono con strisce di lenzuolo), i giubbotti e le giacche (anche in pieno inverno puoi coprirti solo con un maglione). I prodotti considerati "articoli di lusso" non sono consentiti: i gelati, i dolci, il pesce; ma anche deodoranti, dopobarba, etc.

 

Credo sia superfluo chiederti se qualcuno può usare un computer in cella…

Non solo il computer, non ci sono nemmeno le macchine per scrivere, anzi anche le penne diverse dalla BIC blu non sono consentite. Se ti trovano in cella una BIC nera fanno rapporto allo spesino, perché solo lui è autorizzato ad usarla e quindi solo lui può avertela data.

Dopo un periodo di buona condotta

anche la telenovela è stata scarcerata

 

Intervista a Paola Brolati, attrice, regista, sceneggiatrice di "Un posto al fresco"

 

a cura di Elton Kalica

 

Dopo l’ultimo ciack, dopo l’arduo lavoro di montaggio, è terminata la telenovela realizzata nel Carcere due Palazzi di Padova dai detenuti. "Un posto al fresco" è il titolo scelto, che richiama la ormai celebre telenovela italiana "Un posto al sole" per dare l’idea dell’interminabilità del tempo in carcere, ma che sottolinea anche la condizione reale del luogo, appunto "al fresco" (a proposito, ma da dove mai verrà questa espressione?).

Il progetto si chiama "Detenzione e soap" ed è sostenuto dall’Assessorato agli Interventi sociali della Regione Veneto. È stato realizzato da "L’uovo di Paperoga" e "Tangram", due associazioni impegnate nel sociale e attive nel mondo del carcere, ma è giunto all’obiettivo voluto soprattutto grazie al lavoro dei detenuti della sezione di Alta Sicurezza e della sezione Attenuata della Casa di Reclusione e dei detenuti della Casa Circondariale di Padova, in tutto una cinquantina, sotto la guida di Paola Brolati, attrice teatrale e cinematografica.

Lei, il suo lavoro di regista nel carcere Due Palazzi lo ha cominciato tempo fa con una quindicina di detenuti della sezione di Alta Sicurezza, realizzando in breve tempo un’opera teatrale intitolata "Ridere dentro". Lo spettacolo venne messo in scena presso l’auditorium del carcere ed ebbe un grande successo. Il successo è stato ripagato con la continuità di questo progetto. Così i detenuti hanno potuto continuare a lavorare, imparare le battute e qualcuno magari sognare i riflettori abbaglianti di un grande set di Cinecittà. E finalmente, dopo ore intere di evasione mentale dalla realtà carceraria, dopo sforzi e sogni mescolati con le perfette inquadrature delle sbarre onnipresenti, è giunto il momento di vedere l’anteprima del loro lavoro, di essere i protagonisti almeno per qualche ora. Di questa esperienza abbiamo parlato con Paola Brolati.

 

Come è cominciata la tua attività in carcere?

La mia decisione di impegnarmi in iniziative artistiche col carcere risale al 1996. Avevo fatto un ragionamento tipo: mi piace il teatro, lavoro in situazioni sociali disagiate, e mi piace lavorare con le donne. Quindi il contesto che conglobava di più queste cose era un carcere femminile. Lì è stato tutto molto bello, poiché si era formato un gruppo di lavoro di detenute abbastanza stabile. Abbiamo organizzato vari spettacoli, questi spettacoli hanno partecipato al concorso che si tiene a Mestre che si chiama "Piccoli palcoscenici". Una volta abbiamo ottenuto il terzo premio e un’altra ci è stato assegnato il premio speciale. Ogni anno lavoravamo su dei testi scelti da noi, tipo favole, leggende etc. Tutte le volte che abbiamo partecipato a queste rassegne, la giuria è venuta dentro il carcere. Insomma abbiamo fatto un buon lavoro che è stato sostenuto anche dall’amministrazione, dal "Centro donna" di Mestre, dalla Cassa di Risparmio di Venezia e dal Comune. Poi sei passata ad un’altra "sponda", quella dei detenuti di Alta Sicurezza di Padova.

Dopo questa bella esperienza teatrale di sei anni al carcere della Giudecca ho staccato e ho fatto pausa per un anno intero. Il carcere femminile era come un collegio, e poi erano tutte donne, sia le detenute, sia le agenti. Quando mi è stato proposto di fare la stessa attività di teatro comico in un carcere maschile e per giunta di alta sicurezza, sinceramente ho avuto paura. Non sapevo se accettare oppure rifiutare. All’inizio dovevamo essere in due, io e un ragazzo, che però quando ha sentito "Alta Sicurezza" ha detto subito di no. Così sono rimasta sola, ma non mi sono lasciata trasportare dalla paura. Ho deciso di accettare.

 

Sempre con un po’ di preoccupazione, o no?

Nel primo incontro con i detenuti dell’Alta Sicurezza, quando sono venuta a presentare la cosa, ero un po’ intimorita. Non sapevo che cosa aspettarmi, come comportarmi, come mi avreste accolta e non avevo idea di come avrei gestito quella situazione. Devo confessare però che ho trovato tutti simpatici quasi subito. Si è creato un buon rapporto. Ricordo degli episodi divertenti, successi durante i primi incontri. Per esempio una volta che stavamo facendo "Otello", io dovevo fare la moglie di Jago che era il traditore, e quando stavo per dire la mia battuta, stavo per dire appunto che la colpa era di mio marito Jago, "la colpa è di… ", sento una gomitata di dietro. Dico "che cosa succede? Lasciami finire la battuta", e Gianni Barrosco mi fa "Eh, ma tu mi stavi per sputtanare!". Mi diverto ancora nel ricordare questo episodio, poiché c’è la sovrapposizione tra realtà e finzione.

 

Che rapporto avete creato in generale con i detenuti?

Una cosa che mi colpiva moltissimo era che spesso qualcuno non veniva perché non gli avevano permesso di fare la doccia - e qui si tratta anche di una visione particolare del rapporto uomo-donna. E quelli che venivano erano tutti ben vestiti, profumati e soprattutto molto educati e cordiali. Questo rendeva gli incontri non solo gradevoli per noi, ma ci metteva di fronte a delle responsabilità e degli obblighi. Ad esempio, se ci trovavamo ad avere un problema, tipo un appuntamento di lavoro, sapendo che ci stavano aspettando i detenuti rinviavamo l’appuntamento per non saltare la giornata in carcere.

 

In che cosa consisteva questo lavoro con l’Alta Sicurezza?

Nel 2001 io ho cominciato con un corso di teatro nella sezione Alta Sicurezza che si chiamava "Ridere dentro". Era fatto per impostare un po’ le basi teatrali e le gestualità per proseguire poi col progetto. Alla fine abbiamo realizzato lo spettacolo teatrale che era fatto di pezzi comici noti. C’erano dentro pezzi di Massimo Troisi e di Lello Arena. Abbiamo anche voluto rispettare le provenienze dei detenuti, quindi abbiamo inserito degli sketch in siciliano, in napoletano e in veneto. La messa in scena ha avuto un buon successo, nel senso che è venuta parecchia gente dall’esterno e dall’interno. Ci siamo divertiti.

 

Poi non vi siete più fermati?

In seguito a questo abbiamo deciso di chiedere dei contributi alla Regione, che riguardano le attività sportive e quelle culturali. Abbiamo presentato un altro progetto di attività di teatro: sono venuti degli amici da Milano che sono Antonio de Luca, Andrea Tognasca e Fabrizio Lupano, che lavorano già professionalmente nella televisione - non a caso lavorano a Milano - e ci hanno dato una mano.

 

I famosi collaboratori di "Aldo, Giovanni e Giacomo"?

Sì, Fabrizio Lupano era il regista, Antonio e Andrea sono poi quelli che hanno scritto il testo e la sceneggiatura. Così abbiamo continuato con questo nuovo progetto chiamato "Un posto al fresco". L’idea che ha generato questo titolo, è nata dal semplice fatto che la detenzione e le telenovele hanno una cosa in comune - non finiscono mai. In questo modo abbiamo scelto di trovare una forma scherzosa, presa da una telenovela già esistente.

La sceneggiatura si basa su una trama che comprende un direttore, amante delle telenovele, che invita i detenuti a farne una. In realtà "Un posto al fresco" è la preparazione di una telenovela. Il momento interpretato è quello che vede l’inizio. Cioè, ai detenuti viene dato il compito di fare una telenovela, e questi cercano di capire come si fa: leggono il copione, vedono se riescono a fare una certa parte, hanno dei dubbi. Per esempio gli extracomunitari dicono: "Ma come? Qua ci sono tutte parti solo per italiani!", quindi devono immedesimarsi ad esempio in un commercialista di Rovigo, e s’ironizza abbastanza su questa cosa. Poi emerge la necessità di fare un corso con lo scopo di italianizzare gli stranieri. Si fanno delle domande come cantare la canzone di Toto Cotugno - Sono un italiano - poi i soliti luoghi comuni - spaghetti, calcio, l’arbitro cornuto - e altre cose comiche di questo tipo. Alla fine è venuto fuori un cortometraggio di venti minuti che adesso viene presentato a vari concorsi ed è decisamente bello. Noi l’abbiamo adesso proiettato nella sede della nostra associazione - che è "Fuori posto", a Mestre - ed è stato molto apprezzato. In questo lavoro so che avete coinvolto anche altre sezioni, oltre all’Alta Sicurezza.

Partiti sull’onda di quel successo, con i contributi concessi dalla Regione, abbiamo deciso di allargare il progetto e di coinvolgere varie sezioni del carcere, quindi di continuare quell’idea della telenovela a puntate. Siamo stati autorizzati ad andare al circondariale, in attenuata e in Alta Sicurezza. Avendo tre posti in cui andare l’abbiamo articolata in questo modo: con quelli dell’Alta Sicurezza le riprese che riguardano un comitato di base, il direttore, il suo vice, l’educatore, lo psicologo, i quali valutano due gruppi che stanno preparando delle telenovele. Da un lato c’è il gruppo della Custodia Attenuata e, dall’altro, il circondariale. Così il comitato di base deve decidere qual è il migliore. Poi ad un certo punto il direttore cambia idea e dice: "Qua si vedono le crepe, non è più divertente per cui è meglio che facciamo un corso di taglio e cucito". E alla fine i fondi saranno dirottati sul taglio e cucito. La telenovela si compone di due storie. Una è realistica e parla di un ragazzo rumeno che viene in Italia a cercare fortuna. E l’altra è una storia surreale: la storia di uno che vuole entrare in carcere. Uno che si è convinto di dover prendere sei mesi di riposo dalla vita e per questo deve entrare in carcere, e alla fine ci riesce, ma per uno scambio di persona perché lo prendono per un altro che era evaso.

 

Qui in carcere i problemi non mancano mai. Quali sono gli ostacoli che vi hanno creato più difficoltà?

Abbiamo avuto dei problemi, per esempio ad un certo punto hanno chiuso la Custodia Attenuata. In un primo momento non c’era stato dato il permesso di girare con l’Alta Sicurezza, poi quando abbiamo terminato la prima fase, metà dei protagonisti sono stati trasferiti in altri istituti, e cosi abbiamo dovuto prendere dei nuovi – che però non avevano la preparazione dei primi. Il circondariale poi, per la sua natura non ha detenuti "fissi", e quindi dovevamo cambiare continuamente le persone.

 

Adesso che le riprese sono terminate, a che cosa state lavorando?

Dopo quella prima fase piuttosto confusa del circondariale dove non c’erano detenuti stabili, dopo il lavoro con l’Alta Sicurezza, con tutte le difficoltà che abbiamo incontrato, dopo i trasferimenti di massa, siamo riusciti a portare a conclusione tutte le riprese. Nel momento in cui quest’opera è diventata più ricca, la realizzazione di un video con delle parti teatrali, è intervenuto Adolfo Azzilli con le sue competenze: regista, cameraman, montaggio, insomma una risorsa insostituibile. Per non parlare della sua presenza maschile che equilibra la mia, poiché secondo me è più giusto che ci siano un uomo e una donna. Adesso siamo nella fase finale che riguarda il montaggio..

 

Quando potremo ammirare le capacità artistiche dei detenuti?

Cercheremo di proiettare anche qui in carcere il lavoro finito, così che i ragazzi possano vedersi in questa nuova esperienza che è la telenovela. Poi, sicuramente, faremo una proiezione nella nostra sede a Mestre. Ci sono molti soci che apprezzano questo tipo di lavoro e sono interessati alle rassegne che noi facciamo continuamente.

 

E una partecipazione a qualche concorso?

Perché no? In caso ci sia qualche concorso, sicuramente parteciperemo. Antonio lo sta già facendo con "Un posto al fresco": se avremo successo, verremo poi a girare qualche centinaio di puntate, come una vera e propria telenovela sudamericana.

 

 

Precedente Home Su Successiva