Spazio libero

 

Il teatro in luoghi “di confine”

Diario di bordo: Memorie di Teatro e Carcere

Incontro con Donatella Massimilla, regista, presidente

del Cetec, “Centro Europeo Teatro e Carcere"

 

di Alessio Guidotti

 

Sono in un parco alla periferia di Roma, un grande quartiere, costruzioni nuove. Il parco è bello grande ed ospita una serie di spettacoli, io sono qui perché mi ha invitato a vedere un suo spettacolo Donatella Massimilla, regista, presidente del Cetec, Centro Europeo Teatro e Carcere. 15 anni di teatro e carcere dal 1989 a San Vittore con “La Nave dei Folli”, poi la sua esperienza e le sue capacità la portano a lavorare in contesti europei. Sempre teatro e sempre nei luoghi del disagio. In carcere ci ha lavorato moltissimo, di sé dice: “Ho fatto la semilibertà al contrario”.

Stasera sarà qui a presentare “Diario di bordo”, uno spettacolo in cui racconta questi 15 anni di “memorie di carcere e teatro”. La sua compagnia oggi è in formazione “illustre”, reciterà con lei sul palco Luigi Povelato, ex-detenuto, 71 anni portati egregiamente, e poi Angelo Aparo, psicologo al carcere di San Vittore, accompagnamento musicale dal vivo. “Provo a cantare De Andrè”, mi dice, e ci riesce benissimo. Poi ci sono Francesca Romana Nascè e Gilberta Crispino, artiste romane che da alcuni anni collaborano con Donatella nel suo lavoro con detenuti ed ex-detenuti. Assisto alle prove, mi colpisce con quanta precisione e durezza Donatella si muova sul palco. Ripassano le parti e lei è attenta, precisa, sa cosa vuole da ogni attore, sa tenerne in considerazione l’emozione, si occupa di quello che il tecnico audio non riesce a mettere a livello, deve tenere tutto sotto controllo, manca poco all’inizio dello spettacolo.

È interessante vederli così sulla scena dal vivo, mentre sullo sfondo scorrono immagini di tanti anni fa: riconosco Luigi, è più giovane, vedo filmati di detenuti in abito da scena, immagini della Nave dei Folli durante qualche rappresentazione. Il racconto di Donatella trasmette le sue emozioni, le fa vivere a noi spettatori e ci dà continui spunti per riflettere ancora sull’importanza indiscutibile dell’arte nei percorsi di crescita individuale, ed allora anche il “non luogo” del carcere si trasforma e prende forma: diventa una specie di “casa per artisti senza tetto”.

Lo spettacolo, il diario di bordo, le memorie si snodano in un viaggio a ritroso, viaggio che serve a lei, a Donatella, e alla compagnia oltre che a noi del pubblico, serve a loro per “sapere perché un regista di teatro inizia a lavorare in carcere, prima con le donne poi con gli uomini, e perché uno di loro, libero già da anni, continua a fare teatro”. Si riferisce a Luigi Povelato, che sorride ripensando a quando aveva 25 anni di carcere da scontare e gli proposero di fare teatro. “Faccio qualcosa per passare il tempo”, e invece fu l’inizio di un grande amore, la scoperta della passione di recitare, di studiare le parti preparando la cena (Luigi era cuoco della sezione penale del carcere), e ripassare “Otello”, che interpretava meravigliosamente preparando il soffritto.

Li hanno visti in molti maestri e personaggi illustri del teatro, gli attori-detenuti della “Nave dei Folli” diretti da Donatella Massimilla. Uno di loro fece notare a Donatella che lei faceva “teatro nell’a-sociale”, cioè “fuori dal sociale”: quando, durante lo spettacolo, Donatella racconta questo episodio, il suo viso si illumina.

La poetessa Alda Merini ha scritto e dedicato alle donne detenute, e alla “Nave dei Folli”, dei versi toccanti: “…forse la durezza delle leggi potrà nulla contro la speranza che c’è in ognuno di noi… ci sono bellissimi fiori che vivono avvinghiati ad una sbarra…”. Lo spettacolo si avvia alla conclusione, colgo nel pubblico l’entusiasmo, lo stupore, anche se alcuni conoscono già lo straordinario lavoro che in tanti anni Donatella ha fatto con i detenuti. Deve far riflettere come si sia creata una realtà attraverso la quale il carcere viene raccontato in modo diverso. Ed è interessante anche che stasera abbia interpretato le canzoni di De Andrè Angelo Aparo, psicologo che nel carcere di San Vittore si occupa di trasgressione. Da anni in quel carcere, infatti, ha dato vita a degli incontri su questo tema tra detenuti e studenti, che incontrano artisti e uomini di cultura.

È bello vedere che l’arte può avvicinare realtà diverse, rompere barriere. Dal carcere possono uscire voci e persone, belle ed inaspettate, “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…”, recita una canzone di De Andrè, quasi a sottolineare che è proprio dalle situazioni di difficoltà, di disagio, che abbiamo occasione di tirar fuori una imprevedibile spinta creativa di vita: fiori, appunto…

La ricerca di artista nei luoghi del disagio ha portato Donatella ad interagire con personaggi come Rui Frati (Teatro dell’Oppresso), ad entrare in contatto con realtà come Escape Artist, compagnia di artisti ex-detenuti inglesi, osannati dallo stesso Pinter. Lei ha contribuito in prima persona alla storia e allo sviluppo del Teatro e carcere in Europa, anni fa ha fondato il CETEC, una cooperativa sociale che, in particolar modo attraverso le arti ed i mestieri dello spettacolo, mira al reinserimento sociale dei detenuti e porta avanti progetti di prevenzione del bullismo ed educazione alla legalità.

Con lei abbiamo parlato della sua storia, dei suoi progetti.

 

Come riassumeresti, con una sola parola, 15 anni di teatro e carcere?

Vita.

 

Cosa ti ha spinto a fare teatro in un carcere?

La voglia di mettere in pratica “dentro” quello che avevo imparato fuori…

 

Il laboratorio teatrale è un’occasione di ricerca e di sviluppo interiore. Non pensi che possa anche essere un modo di raccontare il carcere?

Un modo di reinventare con metafore e visioni “altri luoghi” rispetto al carcere.

 

Oltre al carcere hai lavorato in altri luoghi, di “confine”?

Sì, lavoro da sempre al “confine”, al margine, al limite, anche quando lavoro con attori apparentemente non emarginati… il segreto è scoprire e rivelare la loro diversità.

 

Quale è, a tuo giudizio, la situazione del teatro e carcere in Italia e in Europa?

Purtroppo confusa, ma il discorso è troppo lungo. Per me inizia nel 1991, data in cui con l’associazione Ticvin società Teatro abbiamo promosso il primo convegno nazionale su Teatro a carcere al Teatro Verdi di Milano, e nel 1994 il primo Convegno Europeo, creando una vera e propria rete di esperienze, il PAN (Prison art network), che comprende realtà europee ed Università. La stessa Università di Manchester, dove si è tenuto il secondo Convegno europeo nel 1996 presso il loro dipartimento di Teatro e Carcere, sta ora promuovendo e sviluppando PAN come progetto pedagogico e confronto di metodologie in Europa.

Io ho sempre lavorato in condivisione con gli altri sia in Italia che all’estero, ho sempre creduto agli scambi di esperienze e di lavoro. Ho partecipato da pioniera a programmi della Cee come “Caleidoscopio e Cultura 2000”, riuscendo a vincerli e a creare connessioni forti fra i diversi paesi. Ma in Italia siamo molto provinciali, si guarda spesso al proprio orticello, a volte chi ha più visibilità tende a cancellare la storia e la memoria del lavoro precedentemente fatto dagli altri, oppure si dice di lavorare a un progetto nazionale ma in realtà lo si fa da soli, facendo finta di promuovere coordinamenti. Scusa la punta di amarezza, ma la nostra realtà, che ha promosso e realizzato tanto, non è stata nemmeno invitata a partecipare alla commissione e al tavolo di lavoro fra Ministero di Giustizia ed Eti, un’esclusione ingiustificata, mentre poi siamo invitati a partecipare a riunioni europee di grande importanza… ma questa è l’Italia… la memoria è a breve termine. Forse per questo ho creato “Diario di bordo. Memorie di Teatro e Carcere”. Una possibilità performativa di raccontare a viva voce, con capitoli diversi e successivi, la storia del teatro e carcere, non solo la nostra a San Vittore, ma anche quella nazionale ed europea.

 

Quali differenze hai notato, con gli altri paesi europei, riguardo le pratiche artistiche in carcere?

 

Tantissime. Ti parlo di più dell’Inghilterra dove addirittura esiste un intero dipartimento Universitario di Teatro e Carcere. In Italia le diverse realtà di teatro in carcere hanno un approccio veramente di tipo più artistico, sperimentale… loro sicuramente più trattamentale, di arte-terapia. Ma hanno anche un rispetto per il lavoro degli artisti incommensurabile, li ritengono complementari e non in conflitto con i loro diversi approcci metodologici. Dico questo alla luce del mio lavoro nell’Ospedale Psichiatrico di Cambridge dove, invitata per alcuni anni come “visitor director”, ho ricevuto una grande libertà di azione da tutti i membri dell’equipe di arte-terapia, votati allo psicodramma e alla danza terapia in particolare, per poi assumere il ruolo di regista straniera ospite che ha prodotto, con periodi intensivi di laboratorio teatrale (uno su “Scarpette rosse”, un altro su “Pinocchio”), risultati a loro parere molto importanti e straordinari per i loro pazienti-detenuti.

In Inghilterra si avvicinano di più alla nostra modalità artistica proprio gli Escape Artist di Cambridge, con cui collaboro da dieci anni e più, di cui fanno parte attori ex-detenuti impegnati in repertori teatrali da Pinter a Shakespeare. Poi molte compagnie nascono come possibilità di reinserimento sociale con tantissime rappresentazioni che “raccontano il carcere”. Una di queste a Londra – Clean Breack Company – è una compagnia fondata da attrici ex-detenute e dalle loro insegnanti. Gestiscono anche una scuola di teatro che si pone fra il dentro e fuori come riferimento importante, pensiamo ad esempio alle giovani detenute ex-tossicodipendenti in carcere, ma che continuano, uscite dal carcere, ad essere fortemente a rischio di ricaduta. Un’esperienza davvero interessante, e la città di Londra ha dato loro l’edificio, una palazzina intera, in cui hanno uffici, sala prove.

Ci sarebbe anche da parlare di Irlanda del Nord, Germania, Spagna, tutti paesi dove ho lavorato più volte dentro e fuori le carceri come artista ospite di festival o per progetti pedagogici europei. Lo sto facendo per un libro-intervista che uscirà fra poco, insomma meglio lasciare un diario di bordo anche come testimonianza scritta. Oppure si rischia di fare come il pittore che Baricco descrive in una pagina che amo molto di “Oceano Mare”: dipingeva sulla sua tela bianca in riva al mare con l’acqua salata… dipinti stupendi, ma del tutto invisibili.

Il mio dialogo con Donatella è stato lungo, è un’artista che ha molto da raccontare, molta voglia di fare, soprattutto crede veramente che l’arte abbia un’importanza particolare in tutti i contesti dove ci sono situazioni di disagio fisico o psichico. Perché tutti, dentro e fuori dal carcere, dentro e fuori dagli ospedali psichiatrici, abbiamo gabbie e muri da superare.

 

 

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