Parliamone

 

La sicurezza a modo nostro

Fermate il mondo… voglio scendere

Un mondo in cui imperano i concetti di “comune sentire” e “allarme sociale”,

e si è trattati da alieni se si usano parole come buon senso, pietà, dubbio

 

di Ornella Favero

 

“Ministro Amato, mentre voi preparate un pacchetto di misure urgenti contro la criminalità, politici e intellettuali ex o post comunisti si baloccano con Cesare Beccaria, filosofeggiano sui delitti e sulle pene, sdottoreggiano sull’uomo buono rovinato dalla società. Non le pare che ci sia un certo deficit culturale nel modo in cui la sinistra ragiona e affronta i temi della sicurezza?”: questa è una delle domande che il giornalista Massimo Giannini ha rivolto al Ministro Amato in un’intervista per Repubblica.

Sono anch’io giornalista, solo che il mio è un lavoro particolare, cerco di insegnare a dei “delinquenti”, o “ex delinquenti”, con cui faccio un giornale in carcere, le regole di un giornalismo dignitoso, responsabile, corretto. È un mondo ben contraddittorio, questo, dove giornalisti-detenuti scrivono spesso in modo sobrio ed equilibrato (leggere, per credere, le testimonianze del sito www.ristretti.it) e giornalisti-liberi pongono domande che contengono già una intera gamma di pregiudizi, stigmatizzazioni superficiali che portano a un frettoloso appiattimento della realtà.

Un mondo dove si pensa di punire i graffitari con la galera, e poi magari succede come vicino a Padova, che sul giornale si legge “Il papà fiamma gialla minaccia i carabinieri” che hanno fermato suo figlio mentre imbrattava un muro (Gazzettino del 5.9.07): come dire che se i graffitari sono “figli di qualcun altro” è giusto punirli, ma se poi scopriamo che sono “figli nostri”, magari come in questo caso figlio di un Sottufficiale della Guardia di Finanza, la galera non va più bene.

Un mondo dove si chiedono più controlli delle Forze dell’ordine sul territorio, e però quando i carabinieri sono appostati dietro una curva, poi siamo noi bravi cittadini a segnalare agli automobilisti che incrociamo che c’è un controllo, ed è meglio che non si facciano beccare.

Un mondo dove se una ragazzina rom ci ruba la borsetta con cinquanta euro, il suo è un reato di “allarme sociale”, e se invece la Banca ci consiglia i bond Parmalat e ci ritroviamo in migliaia senza risparmi, qui non c’è allarme sociale, per carità.

Un mondo dove nostri connazionali fanno in un colpo sei omicidi in una città della Germania, e però qui in Italia pensiamo che “i buoni siamo noi” e i cattivi quelli che vengono dall’est, con il gene della malvagità.

Ve li diamo noi i numeri!

 

Sono mesi, ormai, che vediamo come statistiche e numeri sulla criminalità, il dopo indulto, la recidiva possono essere usati con straordinaria disinvoltura: tanto, se un giornalista o un politico ci dicono che gli ex detenuti indultati viaggiano in fuoriserie perché i furti d’auto sono aumentati del 77% o che dopo l’indulto ci sono stati 300.000 reati in più, chi è in grado lì, su due piedi, di smontare quel dato? E se lo facciamo due giorni dopo, puntigliosamente, ma con i pochi mezzi che abbiamo, a poco serve, visto che l’effetto ormai è stato raggiunto. Ricordo una campagna elettorale di anni fa per il sindaco di Roma, in cui uno dei due candidati diceva al suo avversario di fronte alle telecamere, sistematicamente e con decisione: stai mentendo. Poi non spiegava, prove alla mano, in cosa consistesse la menzogna, ma non importa, l’effetto era già stato raggiunto. Sulla sicurezza, stessa musica: un cittadino non è più in grado neppure di capire se ha paura “ragionevolmente”, perché c’è da aver paura, o ce l’ha perché gli dicono che viviamo in un mondo terrificante, dove circolano liberamente 23.000 criminali in più, cioè quelli usciti con l’indulto. E nessuno si sogna di spiegare anche che molte di quelle persone sono ritornate in famiglia e stanno lavorando e stringendo i denti, e tanto meno ricorda che buona parte degli indultati era già fuori in misura alternativa, e ancora, che molti avevano ormai residui di pena di pochi mesi e che comunque sarebbero usciti, e anche abbastanza rapidamente.

E pure sul dato della recidiva degli indultati, si sommano allegramente i numeri di quelli che sono tornati a commettere reati con quelli che sono sì usciti con l’indulto, ma sono stati “raggiunti da provvedimento dell’autorità giudiziaria”, e quindi sono rientrati in carcere per reati commessi in passato, che nulla hanno a che fare con la concessione dell’indulto. Ma in questo orrendo calderone dell’informazione, tutto fa brodo.

 

Quelli che si fanno la galera: gli “ultimi giapponesi”?

 

Quando abbiamo sentito sbandierare in tutti i TG i dati, secondo i quali in Italia i tempi medi di permanenza in carcere, anche per reati gravi, sono minimi, mi sono poi guardata intorno nella nostra redazione in galera, e la domanda che mi è venuta spontanea è stata: ma voi che siete qui dentro da anni, chi siete, gli ultimi giapponesi, i polli che non sapevano che in galera per i reati commessi non ci sta ormai più nessuno?

Allora siamo andati a guardarci un po’ i dati, e qualche legittimo dubbio ci è venuto: si fa la media del tempo passato in galera in custodia cautelare per i diversi reati, e sembra che anche per reati gravi la custodia cautelare duri pochissimo, ma viene però il sospetto che, nel fare queste medie, non sia stato considerato il fatto che molti presunti autori di reati vengono scarcerati perché non viene convalidato l’arresto, molti altri poi saranno assolti: dunque, questi che di galera ne hanno fatta poca perché innocenti, come risultano lì dentro? Risultano che, per fare un esempio, un sequestratore sembra che si faccia mediamente due anni di custodia cautelare, ma io non ho mai visto nessun sequestratore scarcerato dopo poco, se non perché il Tribunale del riesame ha decretato che quello forse non doveva neppure essere arrestato. Allora che idea dà, alla gente, una fredda statistica da cui risulta che un sequestratore potrebbe anche farsi meno di un mese di custodia cautelare, se non andiamo a spiegare che quello probabilmente è stato messo fuori perché il reato proprio non lo aveva commesso, o aveva comunque responsabilità marginali? E così, vengono fuori notizie del tipo “Sconti di pena, il catalogo è questo: meno di due anni di carcere per una rapina, sette per un omicidio”, come scrive quello che chiamano un “autorevole” quotidiano, La Stampa di Torino. Ma hanno davvero un senso questi numeri? E ha un senso per esempio fare delle medie e individuare delle categorie come l’omicidio, che non è un reato così semplice da definire e punire, perché ogni storia di omicidio è davvero una storia a sé? E come si può fare una media degli anni che passano in carcere gli omicidi, mettendo insieme chi uccide in famiglia, a chi uccide durante una rapina a chi uccide in una rissa? E ci siamo mai domandati perché in paesi come la Germania l’omicidio, se commesso da persona incensurata, viene più spesso punito con il piccolo ergastolo, cioè una pena massima intorno ai quindici anni, quindi ben più bassa delle nostre, senza che nessuno si scandalizzi? Sono tanti interrogativi che ci poniamo perché, a differenza dei giornali e delle televisioni “veri” noi abbiamo ancora la capacità e la voglia di avere dei dubbi, e di presentare la realtà in tutta la sua complessità.

In fondo, “frequentando” le galere da volontaria e da giornalista, questa è la cosa che ho imparato: che se conosci il disagio da vicino, le tue paure per lo meno diventano meno irrazionali, più controllabili. E poi ancora ho imparato che non voglio avere l’ipocrisia di parlare solo di “disagio”, voglio parlare proprio del “male”, perché in carcere c’è anche tanta gente che ha scelto di fare del male, e voglio però dire che, se conosci il male da vicino, ti accorgi che il male e il bene nella realtà non sono così chiaramente separati e definiti, come vorremmo, e ci sono un sacco di persone che hanno fatto del male, e però hanno dei tratti di umanità e sensibilità, che possono essere recuperati per ridare un senso alle loro vite e maggior sicurezza alle nostre.

Sì, perché sarebbe anche ora che si riflettesse se sono davvero utili alla comune sicurezza le affermazioni di chi spinge la gente a credere che tenere le persone più tempo in galera garantisca a chi sta fuori, in libertà, una vita meno esposta a rischi.

Perché non è così, non è affatto così. Ci sono i numeri, a dire il contrario, a dire che, tra chi si fa la galera fino alla fine, torna a commettere reati il 69%, e tra chi invece esce prima, ma gradualmente, con le misure alternative, la recidiva è del 19%. Un dato che non ripeteremo mai abbastanza, e comunque, al di là delle statistiche, dovrebbe essere il buon senso a far capire, se raffreddiamo i toni e torniamo a ragionare, che una persona che cominci un percorso di ritorno nella società, controllato e con tappe chiare, sarà meno incattivita, spaesata, priva di riferimenti di una, scaraventata fuori dalla galera a fine pena, a fare indigestione di libertà e di solitudine.

 

La giustizia è mia e me la gestisco io

 

E invece no, il comune sentire dice: galera. Per l’ubriaco che, alla guida della sua macchina, uccide: galera. Nessuno si sogna di pensare, per esempio, che fare servizio di volontariato in un ospedale per persone traumatizzate in incidenti stradali è una pena molto più significativa.

Mi ha colpito, giorni fa, la folla che aspettava inferocita la sentenza per il rom che, alla guida ubriaco, ha ucciso una giovanissima ragazza italiana. A parte il fatto che, purtroppo, ci sono decine di italiani che uccidono nelle stesse condizioni, e in galera non ci passano neppure un giorno, varrebbe la pena sempre di fare i conti con il nostro passato. E per esempio ricordare quando gli americani, ossessionati dalla xenofobia, linciavano non solo i neri ma anche tanti italiani. Gli episodi più noti sono quelli di Tallulah (1899) nella Louisiana e di New Orleans (1891), dove tre immigrati di origine siciliana vennero accusati di aver ucciso lo sceriffo del luogo e incarcerati, ma una folla di migliaia di persone, in un clima anti italiano sempre più violento, non volle aspettare il processo, diede l’assalto alle carceri, prese i tre e li impiccò e, ancora non soddisfatta, completò questo orrore crivellandoli di colpi.

Giancarlo De Cataldo, magistrato e scrittore di romanzi noir, scrive nell’introduzione alle sue storie di carcerati e carcerieri, “Minima criminalia”: “Il senso ultimo degli apparati repressivi dello Stato dovrebbe risiedere proprio in questo: nell’interposizione di una forza fredda, terza, neutra, estranea, imparziale, fra chi è stato ferito nei sentimenti più profondi e chi, di questa ferita, è il responsabile. È persino ovvio che il comune sentire sia ostile a concetti come rieducazione, reinserimento sociale, risocializzazione. Sta a noi, ai tecnici, fare da cuscinetto fra la voglia di forca e l’impunità”. E invece oggi sul comune sentire è orientata tutta l’informazione, e a ruota va la politica, e da lì nascono i “pacchetti sicurezza” che servono alla “gente” la solita pietanza, -carcere e ancora carcere.

A proposito dell’omicidio del tifoso laziale

Danni collaterali

Se si vuole questa benedetta sicurezza, con le modalità con cui tutti

la invocano, non ci sono molte alternative: nel dubbio si spara

 

di Graziano Scialpi

 

Una sfiga nera! Non ci sono altre parole per commentare l’uccisione del ventottenne Gabriele Sandri, avvenuta domenica 11 novembre in un autogrill dell’autostrada presso Arezzo. Una sfiga mai vista… E chi poteva mai immaginare che quelle persone che si azzuffavano nell’area di servizio di domenica mattina erano italiane? Chi mai poteva pensare che a sonnecchiare sull’auto che si stava allontanando dall’autogrill a zuffa terminata (ribadiamolo bene), ci fosse un bravo ragazzo italiano, lavoratore, con un sacco di amici e, come se non bastasse, con un fratello avvocato? Ma se tutto, ma proprio tutto faceva pensare che si trattava di rumeni o, in subordine, di albanesi che, al solito, cercavano di andarsene impuniti…

Ma porcaccia di una miseriaccia, se solo Gabriele Sandri si fosse invece chiamato Mircea e fosse stato un rumeno, non importa se onesto e incensurato, ma rumeno, tutta questa confusione non ci sarebbe stata. Le partite di calcio si sarebbero disputate senza problemi, gli ultras non avrebbero assaltato i commissariati e non ci sarebbe stato tutto il can can mediatico di questi giorni. Anzi, probabilmente non avremmo neanche saputo che gli avevano sparato nel collo mentre dormiva sul sedile posteriore dell’auto. Che diamine, se i telegiornali avessero riportato la notizia sarebbe stato solo per elogiare il poliziotto e ribadire la pericolosità dei rumeni. E invece no… era italiano, dannazione… Ma non poteva starsene a casa sua a dormire?

D’altra parte, diciamocelo chiaramente una volta per tutte, se si vuole questa benedetta sicurezza, con le modalità con cui tutti la invocano, non ci sono molte alternative: nel dubbio si spara. E quando si sparacchia allegramente, perché così vuole l’opinione pubblica, o perlomeno questo riferiscono i mass-media, bisogna accettare una certa percentuale di “danni collaterali”. Se si vuole la sicurezza è così. Durante un incontro nelle scuole, alcuni mesi or sono, un ragazzo ha avuto l’onestà intellettuale di dichiararlo a chiare lettere: lui voleva la sicurezza e in nome di questa sicurezza auspicava che fosse abrogata ogni inutile e deleteria garanzia costituzionale. Non gliene fregava proprio niente se, nel mucchio, sarebbe finito in carcere anche qualche innocente. Per lui era un prezzo che si poteva e si doveva pagare in nome della SICUREZZA.

Gabriele Sandri è rimasto vittima di questa logica. Vittima di un clima di terrorismo psicologico (altro che gli ultras…) a cui gli italiani sono sottoposti quotidianamente ormai da qualche anno. Vittima di un clima da “non se ne può più”, che richiede “misure drastiche” e magari “appendiamoli per i piedi”. Un clima che ha spinto un poliziotto, non un giovane appena assunto, come si voleva far credere nei primi momenti, ma un agente con dieci anni di esperienza, a sentirsi in dovere di sparare in una situazione nella quale nessuno correva pericoli immediati. Perché, ricordiamolo ancora una volta, la zuffa era terminata e i contendenti se ne stavano andando sulle loro gambe e con le loro auto. E se anche la rissa fosse stata in corso non sarebbe stato comunque legittimato a sparare, altrimenti ci dovrebbero essere sparatorie e morti in ogni stadio, ogni domenica, e in ogni discoteca, ogni sabato sera.

È questa la verità che quasi nessuno osa dire. Già domenica, a pistola ancora fumante, alcuni noti giornalisti hanno subito messo le mani avanti: non dimentichiamo che i poliziotti sono lì per proteggerci e garantire la sicurezza. Nessuno lo dimentica, il problema è cosa si intende per sicurezza e che prezzo bisogna pagare per questa sicurezza e quante vittime innocenti si possono accettare in nome di questa sicurezza. E il problema ancora più drammatico e insormontabile è che a denunciare il clima terroristico di cui è rimasto vittima Gabriele Sandri, e di cui è rimasto vittima anche il poliziotto, dovrebbero essere proprio quelli che questo clima lo hanno creato e lo alimentano ogni giorno. Un clima di paura, di odio, di vendetta. “Se tutti sanno che in Italia non c’è la certezza della pena e che nessuno va in galera, è naturale che i rumeni vengano in Italia a rubare e a rapinare”, ha esclamato durante la stessa trasmissione il direttore di un noto giornale. Peccato che la sua testata sia proprio una di quelle che con maggior forza propagandano per il mondo questa menzogna. Una menzogna che non ha nemmeno la scusante della buona fede.

Alcuni giorni fa, mentre partecipavo ad una trasmissione radio sul carcere, ha chiamato un ascoltatore di evidenti simpatie leghiste il quale denunciava con indignazione il fatto che i “serenissimi”, che avevano dato l’assalto al campanile di San Marco a Venezia, erano stati condannati a sei anni di carcere e li avevano scontati tutti, fino all’ultimo giorno, anche se avevano un lavoro, moglie e figli. Cosa potevo rispondergli? Gli ho espresso la mia sorpresa nel constatare che, stando così le cose, nel suo movimento politico tutti sanno che la pena è certa in Italia, lenta ad arrivare magari, ma inesorabile, anche se quotidianamente urlano il contrario.

Che dire? Al di là delle facili ironie, fatti come quello di domenica lasciano solo sconcerto e dolore. E se provo pena e compassione per il ragazzo morto e i suoi familiari, provo una grande compassione anche per il poliziotto che lo ha ucciso. Voglio pensare che è una persona onesta e pulita, rimasta anch’essa vittima di questo clima terroristico, che ora dovrà portare sulle spalle un pesante fardello per il resto dei suoi giorni. Non gli auguro “pene esemplari” o “la galera”, ma solo di riuscire a convivere con la propria coscienza, in un paese impazzito che sta imboccando un sentiero lungo il quale prevedo ci saranno sempre più “danni collaterali” come il povero Gabriele.

Fuori tira una brutta aria

Ho paura del futuro

Mai come ora le misure alternative sono state al centro di attacchi, da destra

e da sinistra, e se ho imparato da tempo a convivere con la precarietà della

mia condizione di “detenuto extra-carcerario”, adesso l’ansia di dover

tornare in carcere si è fatta palpabile

 

di Francesco Morelli

 

Voglio confessarvi una cosa: HO PAURA DEL FUTURO. Cerco di non farci caso, di respingere il pensiero, di nasconderlo in un remoto angolo della coscienza, ma alla fine rispunta sempre, per tormentarmi.

Ho paura della povertà. Ogni giorno spio dalla finestra gli anziani che, molto dignitosamente, “pescano” nel cassonetto dell’immondizia la frutta avvizzita e gli yogurt scaduti scartati dal supermercato: non hanno l’aspetto di “barboni”, sono pensionati, abitano nelle case popolari, ma ugualmente non ce la fanno coi soldi.

Ho paura di essere aggredito. Ho 43 anni, però nel 2005 sono stato operato al cuore e non ho più recuperato le energie di prima, quindi riesco bene a capire come può sentirsi in pericolo un anziano per le vie della città: ci sono tanti giovanotti, stranieri ma anche italiani, pieni di energia e spesso sguaiati: basta una spinta e cadrei rovinosamente, non ce la faccio neanche a correre…

Mi dico e mi ripeto che non è logico, perché invece dovrei essere tra quelli che “mettono paura”: un detenuto che sconta la sua pena fuori dal carcere, tra la gente, “in incognito”…

La signora anziana che abita sul pianerottolo e ogni tanto mi bussa per chiedere se ho del prezzemolo non immagina neanche lontanamente “cosa” sono.

La giovane mamma che dal palazzo di fronte mi saluta con la figlia in braccio e le insegna a fare “ciao” ai gatti appostati sul mio davanzale non immagina neanche lontanamente “cosa” sono.

Il postino, il panettiere, la cassiera del supermercato, il benzinaio, il cingalese che vende fiori all’incrocio non immaginano neanche lontanamente “cosa” sono.

Tutte queste persone si fidano di me, non hanno timori particolari, mi trattano come qualsiasi altro vicino di casa, o conoscente, o cliente: osservano che lavoro, che non disturbo, che vado a fare la spesa, che esco in passeggiata con la bicicletta, e tanto gli basta per ammettermi nella comunità delle “persone normali”.

Si sbagliano – ovviamente – perché in realtà appartengo a un “altro mondo”, fatto di prescrizioni da rispettare, di orari ferrei, di frequenti rapporti con la polizia, gli assistenti sociali, i tribunali. Appartengo a una “comunità” che convive con quella delle “persone normali” in maniera di solito molto discreta, di cui pochi (al di fuori di chi ne fa parte e di chi se ne occupa, per professione o passione) conoscono l’esatta geografia.

Prima dell’indulto in Italia eravamo quasi 50.000, vale a dire come una media città di provincia interamente abitata da persone condannate e ammesse alle “misure alternative”; oggi siamo poco più di 7.000 e, a Padova, circa un centinaio.

Pochi padovani sanno che probabilmente ogni giorno incontrano qualcuno di noi, a volte ci parlano, ci chiedono merci e servizi, chiacchierano con noi di tempo e politica: la nettezza urbana e il verde pubblico sono curati da cooperative che impiegano i detenuti, lo stesso vale per la pulizia e la manutenzione negli ospedali, per lavanderie, ricliclerie e discariche.

Questo succede da anni e in tante altre città: i detenuti, dopo aver scontato una parte della pena in carcere, cominciano ad uscire… prima con brevi permessi, poi durante il giorno con l’obbligo di rientro la sera, infine con misure più ampie, come la detenzione domiciliare e l’affidamento in prova ai servizi sociali.

Un sistema introdotto circa 30 anni fa, che nel tempo è stato più volte ritoccato, che spesso è oggetto di dispute tra chi lo ritiene eccessivamente permissivo e chi lo ritiene troppo rigido, ma che sostanzialmente ha funzionato e funziona: dentro le carceri sono diminuiti conflitti e disperazione; fuori dalle carceri sono diminuiti gli ex detenuti che tornano a delinquere.

Ecco l’ultima paura: dover tornare in carcere. Mai come in queste ultime settimane le misure alternative sono state al centro di attacchi, da destra e da sinistra, e se ho imparato da tempo a convivere con la precarietà della mia condizione di “detenuto extra-carcerario”, adesso l’ansia si è fatta palpabile. Mi sento impotente, in balia di giochi più grandi di me, dove 10 anni di impegno sociale e “buona condotta” non contano più niente.

In questo momento tira una bruttissima aria, per tante persone che “la gente normale” non sopporta più: che gli stranieri vadano al loro paese, che gli zingari spariscano, che i mendicanti siano internati in istituti, che i condannati stiano in carcere…

Poi, a ben guardare, molta “gente normale” non la pensa proprio così… soltanto che molti politici “ci marciano” per accaparrarsi voti e molti giornalisti “ci marciano” per vendere di più, ma così il livello di esasperazione cresce senza più nessun controllo, mentre l’intolleranza e l’egoismo diventano elementi di aggregazione contro i “diversi”.

Mi sbaglierò, spero tanto di sbagliarmi, ma se c’è mai stato un momento nel quale le persone più “deboli”, meno integrate, hanno dovuto veramente temere per il loro futuro, questo è quel momento.

La legge Gozzini è a rischio

Dal carcere, le storie positive non fanno notizia

Ma ci sono, e sono tante, e quasi tutte sono legate alla speranza

e al senso che dà alla detenzione la legge Gozzini

 

Si respira sempre di più odio e voglia di vendetta, nella società libera, e in carcere tra le persone detenute cresce l’ansia che nessuno, “fuori”, abbia più voglia di riaccogliere chi ha commesso reati, ma ha anche iniziato un faticoso percorso di reinserimento. C’è quella legge, così importante, che permette a chi sta in galera di avviare un lento rientro nella società fatto di piccoli passi, che vanno dai permessi premio alle misure alternative alla detenzione, e di coltivare in ogni caso la speranza che ci sia sempre un’altra possibilità nella vita, ed è la legge Gozzini. Una legge che va difesa con forza, perché in questi anni ha permesso a migliaia di persone di ricostruirsi una vita, nonostante la galera.

La Gozzini ha consentito il ritorno a una vita

normale di migliaia di persone

 

di Marino Occhipinti

 

Si sta molto discutendo in questi giorni sulla vicenda che ha visto coinvolto Cristoforo Piancone, l’ex brigatista condannato a diversi ergastoli per aver ucciso 6 persone e che, dopo aver scontato circa 25 anni di pena, nel 2004 era stato ammesso alla semilibertà. Ogni mattina usciva di giorno per lavorare e la sera rientrava in carcere, un comportamento impeccabile fino a pochi giorni fa, quando è stato arrestato dopo una rapina in banca. I fatti li conosciamo tutti, giornali e TG non fanno altro che parlarne, e i politici cercano di correre al riparo promettendo di cambiare, inasprire o addirittura abrogare la legge Gozzini, che dal 1986 consente alle persone detenute di accedere alle cosiddette misure alternative alla detenzione.

In questi giorni di polemiche vengono crocifissi i Magistrati di Sorveglianza e perfino gli operatori penitenziari, accusati di non valutare attentamente gli elementi oggettivi e soggettivi necessari alla concessione delle misure alternative. Probabilmente si ritiene che i benefici penitenziari vengano concessi con troppa disinvoltura, basterebbe invece esaminare i numeri per capire che non è così, anche perché gli elementi dei quali i magistrati tengono conto sono molteplici, e non si limitano esclusivamente alla buona condotta o alle relazioni di educatori e psicologi, come invece si vorrebbe far credere.

Ciò che è accaduto è grave: mette in allarme l’opinione pubblica, può offendere la memoria delle vittime, e sta mettendo a repentaglio una legislazione prudente ed equilibrata. Anche sulla base di notizie distorte o almeno incomplete, si cerca di demolire una legge che sì, è innegabile che in questo caso abbia mostrato dei limiti, ma che nel complesso funziona eccome. La mia non è una “difesa d’ufficio” – quando un beneficio penitenziario “fallisce” siamo noi detenuti per primi a porci degli interrogativi, e spesso le nostre considerazioni non sono per niente tenere – ma è necessario distinguere il singolo episodio, pur gravissimo, dalla complessità e anche dai pregi di una legge che, soltanto negli ultimi 10 anni, ha consentito il ritorno ad una vita normale di 500.000 persone che con buona probabilità, altrimenti, sarebbero tornate a delinquere.

Diverse ricerche e statistiche hanno infatti stabilito che i detenuti che scontano la loro pena in carcere fino all’ultimo giorno tornano a commettere nuovi reati nel 68.45 per cento dei casi, mentre la recidiva è meno del 20 per cento per coloro che rientrano gradualmente in società, attraverso una misura alternativa, quindi con un percorso di accompagnamento controllato.

Viene da sé che non si tratta soltanto di una questione di numeri nudi e crudi (su 7.304 persone ammesse alle misure alternative nel 2007 soltanto 10, con una percentuale dello 0.14 per cento, ha commesso nuovamente reati), ma i benefici penitenziari possono essere considerati i migliori produttori di quella sicurezza sociale invocata, in questo periodo più che mai, a furor di popolo.

Il recupero a una convivenza civile di chi ha commesso reati rappresenta senza ombra di dubbio il miglior strumento di tutela della società, tenere invece in carcere una persona fino alla fine della condanna produce un apparente ed illusorio senso di sicurezza, mentre in realtà il problema è soltanto rimandato: un giro di vite alla legge Gozzini non comporterebbe quindi la diminuzione dei reati, ma semmai un quasi sicuro aumento.

Certezza di una giustizia rapida, non certezza della galera

 

di Elton Kalica

 

Oggi si dice che la società non crede più al recupero di chi commette reati. Sentire questa affermazione mi causa una sensazione di apprensione, perché so che sono tanti a pensarlo e, se poi si parla del recupero di persone che hanno ucciso, al dubbio si unisce la paura che il crimine si possa ripetere. È istintivo avere paura, sentirsi insicuri, ma sono troppe le cose di cui abbiamo paura e spesso dimentichiamo le cose positive che aiutano a vivere meglio noi e chi ci sta vicino.

Sono in carcere da diversi anni, e qui dentro ho constatato che alcuni detenuti non hanno la capacità e la voglia di cambiare – succede per esempio che delle persone hanno dei forti problemi psichici e non sono in grado di controllare le proprie tendenze violente – ma credo che questo sia dovuto a un sistema che non funziona tanto bene e che a volte non riesce a distinguere le persone con gravi problemi psichici e di autocontrollo da quelle che sono in grado e che hanno la voglia di cambiare. Conosco però anche decine di persone che, nonostante abbiano commesso un reato grave, hanno imparato a controllare i propri istinti, hanno interiorizzato i valori giusti della convivenza civile e adesso escono ogni mattina per andare a lavorare, rispettando gli orari, le regole e le persone. E io sono sicuro che non potrebbero far male nemmeno a una mosca.

Il problema è che si fa sempre un gran baccano quando trovano un detenuto in semilibertà che commette rati, ma non si parla quasi mai delle centinaia di persone che invece, grazie alle misure alternative al carcere, come la semilibertà, sono riusciti a lavorare, a formarsi una famiglia e a costruirsi un futuro nella legalità.

Il sospetto è che, quando si parla di certezza della pena, si faccia un grande errore. Si dice che bisogna tenere le persone in galera fino all’ultimo giorno, ma in questo modo si vuole impedire di fatto ai condannati di ritornare nella legalità, come se mollare la gente a fine pena significasse maggior sicurezza per i cittadini. Mentre secondo me certezza della pena deve significare processi più rapidi e che abbiano una fine certa, perché quasi sempre invece viene data la possibilità ai ricchi di portare avanti per anni i procedimenti penali andando in prescrizione; bisogna allora avere l’onestà di chiedere per tutti certezza della giustizia, e dei suoi tempi, e non certezza della galera.

In un clima di odio e “fastidio sociale”,

la galera non è mai abbastanza

 

di Sandro Calderoni

 

Sento spesso dire che per buona parte della società neppure l’ergastolo è quasi mai una pena proporzionata alla gravità del reato, ma che cosa significa una pena proporzionata? Pena di morte? Occhio per occhio, dente per dente? Io sono un delinquente e ho vissuto buona parte della mia vita in un ambiente, dove la violenza e la vendetta erano il motore di qualsiasi azione. Ma la nostra non era una vita da uomini, era piuttosto una lotta per la sopravvivenza tra bestie feroci. E allora devo dire che mi fa star male l’idea che oggi questa sia la strada che la società vuole percorrere: perché io che l’odio l’ho vissuto sulla mia pelle spero tanto che i miei figli non debbano vivere in una società in cui vige la regola della vendetta.

A me sembra che molti giornali, e soprattutto le televisioni, abbiano un peso enorme nel costruire un clima di odio e “fastidio sociale” per intere categorie di persone, e credo che noi detenuti siamo spesso il bersaglio di questo tentativo continuo di “coltivare” la cattiveria umana spingendo i cittadini a tornare a desiderare un mondo fatto di “giustizia fai da te”: le reazioni violente della gente alla condanna del giovane Rom che, ubriaco, ha travolto e ucciso quattro persone mi hanno fatto pensare che questa è una strada che fa paura, perché io sono sempre più convinto che “più odio vuol dire meno giustizia”.

Ma è preoccupante anche il fatto che oggi molte persone, che dicono di non volere la pena di morte, poi battono i pugni sul tavolo perché chi ha un “fine pena mai” non abbia neppure una sottilissima speranza di poter tornare alla vita, e alla libertà, dopo anni e anni di galera. Ormai, ogni fatto di cronaca si trasforma in una occasione per sparare a zero contro una legge che permette ai detenuti di ritornare gradualmente nella società. Adesso tutti pensano che la soluzione alla insicurezza sia smantellarla, tenendo la gente in galera fino alla fine, ma sono pochissimi quelli che hanno il coraggio di fare un bilancio serio, e di dire che il senso di umanità verso i condannati, anche quelli col “fine pena mai”, è una garanzia per tutti: certo, lo è per noi che stiamo in carcere, e per i nostri famigliari, che spesso sono le nostre prime vittime, ma lo è anche per i cittadini “per bene”, perché vivere in una società che sa riaccogliere è una scuola di umanità, di equilibrio e di serenità che, alla lunga, costituisce una garanzia di maggior sicurezza per tutti.

Nuove categorie di reati?

Ma quali sono i reati che suscitano più odio nella gente?

 

In carcere qualcuno commenta: “Vuol dire che ci stringeremo nelle celle per far posto per qualche settimana anche ai mendicanti e ai lavavetri”. Sui giornali si legge che verranno colpiti più duramente i “reati che suscitano più odio nella gente”, e per chi sta pagando per le sue colpe con la galera (perché qualcuno, checché se ne dica, la galera se la fa, e tanta) suona strana questa idea del reato valutato sulla base dell’odio: per esempio, viene da chiedersi, suscita più odio l’industriale che avvelena l’ambiente con liquami maleodoranti o il tossicodipendente che ti ruba il motorino? Ecco, le testimonianze che seguono provano a portare un punto di vista particolare sull’“allarme sicurezza” di questi giorni, perché arrivano da quelli che sono la causa prima dell’insicurezza.

Quei reati compresi nella “fascia rossa dell’odiosità”

 

di Graziano Scialpi

 

Nei primi cinque mesi del 2007 sono morte 469 persone nei cantieri e nelle fabbriche italiane, a causa del mancato rispetto delle norme di sicurezza. Ogni giorno muoiono quattro lavoratori, domeniche comprese, spesso lasciando orfani e vedove privi di sostentamento. Sempre nei primi cinque mesi del 2007 sono rimasti invalidi, più o meno gravemente, oltre 7mila lavoratori. E queste sono solo le cifre ufficiali, che non tengono conto dei morti nei cantieri in nero, che vengono scaricati nei fossi ai bordi delle strade. Ma di questa strage quasi nessuno parla, nessuno grida per queste vittime innocenti, assassinate mentre cercano di mantenere onestamente la famiglia. E, soprattutto, nessuno paga per questi morti. Tutto passa in sordina di fronte al vero problema: gli odiosi lavavetri ai semafori!!! i graffitari che imbrattano i muri! i ladruncoli che stanno a piede libero perché i processi sono troppo lenti!

E così il governo si appresta a varare l’ennesimo “pacchetto giustizia”, con un nuovo criterio adottato per stilarlo, cioè “l’indice di odiosità”. Mi limito a sottolineare gli aspetti più eclatanti che, chissà perché, sono sfuggiti a tanti. Chiunque si intenda un po’ di giustizia sa bene che in Italia il problema non è la certezza della pena, che è inesorabile, ma la lentezza dei processi. Un ladro preso sul fatto, viene condannato solo dopo sei o sette anni (e allora sì che sconta certamente la pena) e nel frattempo se ne sta fuori, dando la falsa idea di impunità. Ora pare che faranno una legge che prevede il processo immediato in questi casi. Ma allora, verrebbe da dirsi, non è vero che la lentezza dei processi è una “necessità cosmica” contro la quale non si può fare nulla. Allora, se lo vogliono, i politici possono fare in modo che i processi vengano celebrati immediatamente. Sì, è la risposta implicita, “ma solo per quei reati compresi nella fascia rossa dell’odiosità”, cioè rapine e furti. In tutti gli altri casi i processi continueranno con la loro lentezza esasperante. Perché la lentezza dei processi è una necessità politica. I ladruncoli restano a piede libero perché spesso i processi vengono volutamente rallentati in modo che i reati da colletti bianchi, i reati alla Parmalat per intenderci, possano andare in prescrizione. Se si velocizzassero tutti i processi, tante “brave persone” rischierebbero di finire dentro. Ma con questo “pacco sicurezza” verranno processati subito solo i ladruncoli e i tossicodipendenti, salvaguardando i “ladri eccellenti”. Non solo. Siccome i giudici saranno costretti a dare la precedenza ai microcriminali, i macrocriminali potranno presumibilmente contare su ulteriori rinvii e ulteriori ritardi che consentiranno di arrivare alla tanto meritata prescrizione, quell’amnistia permanente di cui ha beneficiato buona parte degli imputati di tangentopoli e i cui tempi sono stati ulteriormente decurtati dalla legge ex Cirielli. Così il “pacco sicurezza” otterrebbe probabilmente due obiettivi: mettere dentro chi ruba il portafoglio, lasciare fuori chi svuota l’intero conto corrente.

Albanesi tutti barbari e italiani tutti mafiosi?

 

di Elton Kalica

 

Un qualsiasi cittadino albanese, oggi, con i giornali che dopo il duplice omicidio di Gorgo al Monticano, definiscono un intero popolo come barbaro, dovrebbe considerare un imbarazzo essere nato al di là dell’Adriatico. Un cittadino albanese in galera, come me, dovrebbe addirittura nascondersi sottoterra per la vergogna. Però mi incuriosisce sapere se gli italiani si vergognano di essere tali perché dei loro conterranei hanno appena fatto una strage a Duisburg uccidendo sei persone, oppure se hanno voluto non essere mai nati in Italia dopo la strage di Erba dove una famiglia intera fu trucidata dai vicini di casa solo perché disturbava. Nella mia cella conservo sempre dei giornali per lavare i vetri e sono andato a sfogliarli, trovando diversi duplici omicidi, ne cito qualcuno. A Catania il 16 febbraio, in una rissa, due ventenni vengono freddati con una pistola calibro 9 da un metronotte. Il 24 febbraio, a Frosinone un quarantenne uccide a colpi di fucile i suoi vicini di casa, madre e figlio. A Voghera il 29 giugno una ex guardia giurata uccide a fucilate due vicini di casa, zio e nipote.

Ho elencato questi fatti orribili soltanto per affermare che uccidere non è caratteristica di un intero popolo, ma di singoli individui, che si dimenticano quanto preziosa è la vita umana, e decidono di toglierla al prossimo, chi per denaro e chi per odio. E allora gli albanesi non possono sentirsi sotto accusa per quello che hanno fatto a Treviso quei due criminali, così come gli italiani non sono tutti potenziali assassini perché qualcuno ogni tanto uccide i propri famigliari o vicini di casa.

Io sono in galera, ho commesso un reato grave sequestrando una persona, non ho ammazzato ma ho infranto le regole della società e soprattutto ho causato dolore a un essere umano come me. Sicuramente i miei genitori si vergognano di me, e si sentono in colpa per aver in qualche modo fallito nella loro missione educativa. Probabilmente non me la perdoneranno per il resto della loro vita, e non la perdoneranno neanche a se stessi. Ma in quello che ho fatto io non vedo alcun collegamento con il mio popolo, con la mia origine, con i miei geni, e nessun albanese può dire di vergognarsi a essere mio conterraneo perché io ho fatto questo.

Nello stesso modo, credo che anche molti onesti cittadini italiani sarebbero d’accordo con me, perché basta ricordare che qui in carcere ci sono parecchie persone condannate per avere sequestrato persone e richiesto denaro in cambio, e sono quasi tutti italiani, ma non per questo rappresentano l’Italia. Dunque, chi sarebbe disposto a dire che il sequestro di persona è scritto nel DNA degli italiani? O la mafia? O l’omicidio? E di sequestratori italiani, di mafiosi italiani, di pluriomicidi italiani le carceri son piene. Quando si uccide, che a farlo siano albanesi, rumeni, cinesi o italiani, la ferocia è sempre uguale, segnata sempre dall’indiscutibile orrore di distruggere una vita umana.

Non servono nuove leggi emergenziali

Questione sicurezza: decisioni sull’onda di vecchie e nuove emergenze

 

Le discussioni feroci di questi giorni sulla sicurezza dal mondo “libero” arrivano anche al carcere, suscitando non poche ansie: chi sta “dentro” sa bene che gli umori di quelli che stanno fuori possono avere un grande peso sulla vita dei detenuti. Le testimonianze che seguono stanno a dimostrare che di sicurezza si parla anche in galera, e sono un invito a riflettere se davvero l’illegalità sta tutta dalla parte di quei “cattivi”, destinati a popolare sempre di più le nostre carceri.

Nuove leggi emergenziali non risolverebbero i problemi

 

di Franco Garaffoni

 

Io sono detenuto, il mio tempo è scandito, in buona parte, dai notiziari tv. La cella non mi permette di guardare il mondo, e mi aggrappo allora alla vita esterna leggendo giornali e guardando telegiornali. A volte paragono la prigione a una malattia, e io sono un malato tenuto in vita da tutto quello che percepisco del mondo esterno, non ho una idea mia, autonoma dei fatti, di come cambia la vita quotidiana, non posso vedere niente direttamente, vivo una “non vita” e sono informato solo da quello che apprendo dai mezzi d’informazione. E qualche volta ho la sensazione che sui mezzi di informazione si tenda a creare un mondo più angosciante di quello vero.

Stando qui dentro ho visto periodicamente riempirsi le carceri per qualche “emergenza” e però i problemi restare gli stessi. Sembra che nessuno abbia più voglia di dare una risposta civile, umana al problema della sicurezza, che chiaramente esiste, ma che non più tardi di 50 anni fa affliggeva anche noi in senso inverso. Quante famiglie sono andate all’estero per fare i mestieri più umili e sottopagati, quanti soprusi hanno dovuto subire, la Germania e la Svizzera non ci hanno accolti, ci hanno tollerati, le miniere del Belgio hanno contato i nostri morti, come oggi nei nostri cantieri contiamo tante vittime, spesso proprio tra i lavoratori stranieri, o facciamo a finta di non vedere le condizioni disumane in cui lavorano 15 ore al giorno i raccoglitori di pomodori al sud. Ma di questo, di cui spesso mi raccontano i miei compagni di galera stranieri, in tv o nei giornali cosa leggiamo o vediamo? Un trafiletto o pochi secondi di trasmissione. Io credo di essere consapevole che mi sto facendo la galera perché mi sono arrogato dei diritti che non avevo, però ho l’impressione che oggi per tanti che stanno fuori, liberi, tutto sia un diritto, inteso come pura ed egoistica soddisfazione dei propri desideri, un diritto da garantire accusando lo straniero, il povero, l’emarginato di ogni malessere sociale.

La politica dovrebbe spingere le persone a pretendere il rispetto dei propri diritti, ma anche ad assumersi i propri doveri, e poi premiare chi nella società se li assume. Io dal carcere penso che questo possa essere un modo per iniziare a cambiare qualcosa, la consapevolezza che non possiamo pretendere dagli altri se non rispettiamo noi per primi le regole con i nostri piccoli comportamenti quotidiani. Per esperienza personale so che la libertà di un individuo non è assoluta, e ho pagato per non aver accettato i limiti della mia libertà, ma so anche che leggi emergenziali e più arresti non risolvono nulla. Ci vuole un po’ di buon senso, e pensare sempre a quello di cui invece noi spesso non siamo riusciti a ricordarci, che ogni libertà finisce dove inizia quella altrui.

Un sindaco che non sarà mai eletto

 

di Sandro Calderoni

 

In questo periodo quello che mi colpisce, guardando la TV dalla galera, è il grande senso di legalità che i cittadini italiani hanno scoperto. Vedo iniziative dei vari sindaci di città e paesi che emanano ordinanze per venire incontro alle richieste della cittadinanza. E allora via dagli incroci i lavavetri, anzi a Padova via anche i venditori di fiori, i parcheggiatori abusivi e i graffitari, non solo… toglierli dalla vista è poco, bisogna multarli, ma anche questo sembra poco, e qualcuno parla già di sbatterli in carcere.

Per far passare il tempo più in fretta, ho pensato di mettermi nei panni di un sindaco, magari solo per un breve tempo, il tempo necessario per realizzare il mio progetto, e soddisfare il forte bisogno di legalità che la maggior parte dei miei concittadini esprime, perché è troppo comodo togliere solo quello che può destare ripugnanza o fastidio, la legalità deve essere vissuta nella sua interezza, e nessuno più di noi, che stiamo pagando per averla violata, sa che non ci sono vie di mezzo. Per questo invitiamo a riflettere sul fatto che forse è troppo comodo pensare che illegali sono solo i nostri furti e le nostre rapine. Noi stiamo pagando, con anni di carcere, nonostante qualcuno pensi che in galera nel nostro paese non ci sta nessuno, ma le multe e la galera allora dovrebbero essere date a tutti coloro che commettono atti illegali, cominciando dall’imprenditore che dà lavoro in nero, alla casalinga che assume la domestica o la badante non in regola, a chi acquista materiale dai venditori abusivi, a chi scarica musica da internet, a quelli che usano violenza psicologica in famiglia, a chi riceve favori da persone con cariche istituzionali, a chi dice: “Lei non sa chi sono io!!!”…

Ho l’impressione che, se si mettesse in atto questo progetto, avremmo le città e i paesi spopolati e probabilmente si riproporrebbe in tempi urgenti il problema del sovraffollamento nelle carceri, ma di sicuro quelli che rimarrebbero avrebbero finalmente la certezza di vivere in una solitudine assolutamente sicura.

Gli ex-detenuti girano in fuoriserie?

 

di Flavio Zaghi

 

La tolleranza zero viene invocata come la ricetta per rendere sicure le nostre città, e noi che stiamo in galera ne vediamo già i frutti, al punto che oggi il carcere è diventato una discarica sociale, dove vengono rinchiuse tutte quelle persone che non si vorrebbe vedere nelle nostre belle città.

E già si discute di mettere dietro le sbarre anche i mendicanti che in qualche angolo di piazza fanno la questua con troppa insistenza. Persone più che altro brutte, che procurano fastidio quando vai a fare la spesa e ti si parano davanti chiedendo qualche spicciolo. Io penso che si potrebbe fare qualcosa di più utile per questi poveracci che mandarli in galera, a spese della stessa collettività che si indigna e non vuole più dare qualche spicciolo, ma che in questo modo deve poi mantenere in carcere queste persone pagando le tasse.

Mi incuriosisce anche capire qual è il concetto di legalità che hanno i cittadini, che invocano politiche di questo tipo. Io mi domando se è legale o meno usare la cocaina, e mi riferisco a quella sostanza che, se è spacciata sulle piazze, diventa una piaga, mentre se è consumata in qualche festino da politici e attricette, allora non è più un fatto da galera come lo è stata per tanti di noi. E come mai io, che sono in carcere, non vedo mai arrivare gli imprenditori che fanno lavorare nei cantieri operai stranieri e clandestini e li stipano come bestie in “appartamenti” a 300 euro a posto letto, non vedo arrivare quelli che avvelenano i fiumi con gli scarichi delle loro fabbriche, né quelli che evadono per miliardi il fisco?

É appena iniziata in parlamento la discussione sul “pacchetto sicurezza”. Essendo noi stati causa di insicurezza quando eravamo fuori, e conoscendo per esperienza diretta il mondo dell’illegalità, ci piace verificare i dati che vengono divulgati sull’emergenza criminalità, perché i numeri, se non sono comunicati in modo corretto, vanno a scapito non solo di chi come noi è detenuto, ma anche di coloro che, avendo una pendenza aperta con la giustizia, temono di veder azzerare buone leggi, come quelle che prevedono per chi ha commesso un reato un graduale rientro nella società, in nome di emergenze che spesso non sono tali. Su “Italia Oggi”, un quotidiano che si occupa di economia e politica, ho letto un articolo: “Indultati allo sbaraglio: gli ex-detenuti girano in fuoriserie. Scarcerati in anticipo, si danno ai furti d’auto”: + 72,92% da agosto a dicembre del 2006, rispetto al 2005. Il dato è a dir poco allarmante e credo che se non fosse perché sono qui dentro, sarei già corso alla finestra per vedere se mi hanno fregato la macchina. Passa qualche giorno e mi capita di leggere un articolo sul Sole 24 Ore, che dice che i furti d’auto in Italia sono diminuiti. I conti non tornano, e allora vado a controllare il rapporto annuale sulla criminalità diffuso dal Ministero dell’Interno e leggo: “…con furti di autoveicoli intendiamo l’insieme dei furti di autovetture, di ciclomotori, di motocicli e camion”.

Dunque i furti d’auto nel 2006 risultano essere in calo, ma ci sono in circolazione molti motorini in più. Vado avanti nella lettura del rapporto e mi accorgo così che c’è stato sì un incremento di furti, ma di motorini. Allora forse non è così vero che gli ex detenuti viaggiano in fuoriserie.

 

 

Precedente Home Su Successiva