I rischi che corrono i giovani immigrati e i giovani italiani

 

È facile immaginare che i giovani migranti che finiscono in carcere siano “nati delinquenti”, ma non è così, spesso dietro alle loro storie ci stanno famiglie che mai avrebbero immaginato un destino simile per i loro figli, e soprattutto ci stanno la tentazione della droga, le trasgressioni, il sogno di poter fare “la bella vita” cercando scorciatoie. Tutti comportamenti a rischio che accomunano tanti ragazzi italiani a tanti ragazzi immi­grati, e dovrebbero spingere gli adulti ad essere più attenti e più capaci di ascoltare i giovani, e a non illudersi che nelle loro famiglie “certe cose non succederanno mai”

 

 

Non voglio che mio figlio abbia come riferimento un padre tossicodipendente

 

di Nedian Calliku

 

Quando nel mio Paese, l’Albania, si è scatenata una guer­ra civile, con la forze conservatrici che intendevano far tornare il passato regime per non perdere i loro privilegi, la mia famiglia ha deciso di emigrare. Rimanere in Albania significava mettere a rischio la nostra vita con la prospettiva di un fu­turo incerto. Era il ’97 quando sono approdato in Italia e avevo 13 anni. Mi sono ritrovato cosi sradicato dal mio ambiente culturale e catapultato in una società completamente diversa, che mi ha provocato non pochi problemi di integrazione. Provenivo da un Paese dove il grado di civiltà era ben diverso da quello che ho trovato qui, un Paese dove i rapporti tra le persone avevano come metro di misura principale l’imposizione forzata. Anche quando ho cercato di adattarmi al nuovo sistema di rapporti sociali, nel momento che mi si ponevano i problemi tendevo a voler prevalere con la forza nel modo di affrontarli. Forte dei “valori” assorbiti da piccolo, dove per essere considerato era necessario imporsi sull’altro, ho continuato in questo modo di essere anche qui. Nell’ambiente della scuola all’età di 15-16 anni la trasgressione è l’obiettivo principale di un adolescente: tutto ciò che gli adulti classificano come negativo e da evitare, per noi diventava il meglio che bisognava provare. Approfittare della ricreazione per farsi una canna era facile, ma quando si rientrava in classe la volontà di studiare e la capacita di capire era andata a farsi benedire e s’innescava una dinamica in cui lo studio aveva lasciato il posto alla trasgressione.

Siamo finiti su un piano inclinato che ci portava sempre più in basso, senza avere né la volontà né la capacità di risalire. Ci si sente invincibili quando si comincia ad ingurgitare qualche pastiglia di ecstasy e dopo aver provato ci si rende conto che non se ne può fare a meno, perché finito l’effetto una persona si sente vulnerabile. Allora arriva la cocaina. Ma questa costa ed è necessario cominciare a venderla se si vuole essere in grado di mantenere il vizio. Dalle prime trasgressioni, penalmente insignificanti, ci si ritrova impigliati nelle maglie della giustizia. Quando si arriva a questo livello si è già marcato un punto di non ritorno, perché vendendo droga si imprime un salto di qualità nella propria personalità e ci si trasforma in un essere “onnipotente” a cui tutto è consentito. Ti vogliono bene e ti cercano come un grande, ma lo fanno solo per le tue disponibilità economiche. Cosi senza rendersene conto la vita cambia: droga, alcol ambienti viziosi e si perde il contatto con la realtà fatta di persone normali e pacifiche.

Ed è così che, dominati da alcol e droghe, una festa può trasformarsi in tragedia. Questo è successo a me. Una serata di divertimento, l’esaltazione prodotta dalla cocaina e dall’alcol, si scivola facilmente in una rissa e dai pugni si passa alle bottigliate. In questo frangente trovo un coltello sul bancone e colpisco la prima persona che mi trovo davanti. Questo ragazzo non lo avevo mai visto e se lo vedessi non lo riconoscerei neppure, a causa dello stato in cui mi trovavo al momento dell’episodio. Fortunatamente, nonostante la grave ferita, ora sta bene e ne sono contento. Durante questi anni ho avuto modo di riflettere sulla mia disgraziata vita e non intendo più provocare sofferenze a me, agli altri, alla mia famiglia e a mio figlio. Lui ha nove anni e non voglio abbia come riferimento un padre tossicodipendente che entra ed esce dal carcere. Voglio essere per lui un modello di positività.

In carcere frequento la scuola, faccio parte della redazione del periodico interno e cerco così di dare un significato costruttivo alle mie giornate e di allontanare la cultura negativa che mi ha portato qui dentro. A questo si aggiunge il costante confronto con le scolaresche che entrano in carcere e dialogano con noi detenuti, un dialogo che favorisce l’abbandono di valori negativi e il rafforzamento di un sistema di vita basato sul rispetto delle regole.

 

 

 

 

 

 

Non mi andava di ritornare in Albania da fallito e con un debito da saldare

 

 

di Elton X.

 

Tante storie di emigrazione hanno un denominatore comune: fuggire dalle miserie e dalle guerre del proprio Paese in cerca di una prospettiva migliore, al prezzo di tribolazioni che non sempre sono compensate dai risultati che si riesce a ottenere. Con la caduta del regime dittatoriale del Partito comunista, anche il mio Paese, l’Albania, ha iniziato ad uscire dall’isolamento e la vicinanza all’Italia ha fatto credere alla popolazione che il vostro fosse il luogo del bengodi.

Figlio di una famiglia povera, mi piaceva giocare a calcio ed a detta degli allenatori avrei potuto fare carriera se ci fossero state le condizioni per continuare, ma vedevo che venivano privilegiati i ragazzi che avevano alle spalle genitori benestanti. Le ristrettezze economiche ed il carattere vivace mi hanno portato a trascurare la scuola e a trasgredire la legalità per appropriarmi con piccoli reati di quel poco che altri avevano in abbondanza. Quello che facevamo non era certo per arricchirsi, ma più semplicemente per soddisfare le esigenze naturali di un adolescente: qualche sigaretta, poter portare le ragazze a ballare, alle feste della scuola. Da considerare anche che molte famiglie, compresa la mia, alla fine degli anni 90 hanno perso tutti quei pochi risparmi che avevano racimolato in una vita di sacrifici, e cosi ci siamo trovati in uno stato ancor più indigente. Ho cominciato a lavorare, ma giovane e senza una qualifica potevo farlo solo saltuariamente e senza garan­zie e quando andava bene riuscivo a guadagnare 100 euro al mese: con questa cifra neanche in un paese povero come il mio si poteva intravedere un futuro. A 19 anni, con il miraggio dell’Italia come il Paese che mi avrebbe dato un futuro, ho deciso di emigrare per poter dare anche un aiuto alla mia famiglia. Con molti sacrifici e indebitandomi sono riuscito a racimolare il denaro per il viaggio. Una volta arrivato in Italia mi sono reso conto che la mia condizione non si è mo­dificata molto, perché anche qui trovavo lavoro solo saltuariamente e sempre in nero, in quanto per la giovane età e la mancanza di una professionalità non potevo aspirare ad altro. Non bisogna dimenticare poi che oltre ai problemi di sopravvivenza dovevo anche pensare ad onorare il debito contratto per emigrare, se non volevo mettere a rischio l’incolumità della mia famiglia in Albania. Per risparmiare il denaro dell’affitto ho cominciato a stabilirmi in casa di conoscenti, conducendo una vita sempre più provvisoria, ma non mi andava di ritornare in Albania da fallito e con un debito da saldare, perché saremmo stati a rischio di conse­guenze gravi sia io che la mia famiglia. Ed è con questo rebus che mi martellava costantemente che ho cominciato a frequentare coetanei che vivevano di illegalità e ho intravisto la soluzione dei miei problemi dedicandomi a tempo pieno a queste attività. Con questa scelta la mia esistenza ha cominciato a cambiare perché nelle mie tasche entrava denaro facile e potevo permettermi di frequentare locali notturni, acquistare auto di lusso, che prima potevo solo sognare, vivere il momento euforicamente, senza pensare neanche lontanamente che questa vita facile poteva avere delle conseguenze: avevo saldato un debito, ma per farlo ne avevo contratto un altro ben più oneroso. A questo però non pensavo, la mia convinzione era che la vita che avevo scelto era dovuta al fatto di essere diventato qualcuno e perciò niente mi poteva succedere. A distanza di anni mi sono reso conto che quelle frequentazioni hanno distrutto la mia vita. Ed ora, a 24 anni di età mi ritrovo con una condanna di 26 anni di carcere da scontare e quando avrò terminato la pena sarò una persona adulta che dovrà ricominciare da zero. Sono stato condannato per un omicidio di cui non sono il diretto responsabile, semplicemente perché mi sono trovato insieme al responsabile al momento del delitto. Non solo, ma sono anche stato gravemente ferito e devo ringraziare il destino se sono ancora vivo. Durante questi sei anni di carcere ho iniziato un percorso costruttivo basato sullo studio, che intendo portare a termine con il conse­guimento del diploma. Ho anche scoperto che frequentare la scuola mi consente di dare un significato costruttivo alle mie giornate, oltre a distogliermi dalla frequentazio­ne dei detenuti che oziano, con i quali, volente o nolente, si finisce sempre per dialogare di cose che riguardano il modo di vivere che mi ha portato in carcere e che sono seriamente determinato ad allontanare dalle mie prospettive future. Inoltre frequentando la scuola mi trovo sempre a contatto con i professori, che sono persone che vivono rispettando le regole del vivere civile, e a lungo andare questo modo di pensare influenza anche il mio aiutandomi a ricostruire la mia formazione culturale. Dopo il raggiungimento della maturità la mia volontà sarebbe quella di proseguire con gli studi universitari, e sono fortemente intenzionato a continuare su questa strada, di autentico cambiamento.