I Ricominciati

 

Fine pena… inizio di pene nuove…

Come nel gioco dell’oca, si ritorna indietro, si ricomincia, si riparte da zero

 

di Fiorenzo Binali

 

Qualche mese fa una donna si è gettata da un ponte vicino a Trieste: la notizia forse è passata inosservata per la maggior parte dei lettori dei quotidiani, ma non per le detenute della Giudecca, che hanno riconosciuto subito il nome e cognome di una donna, uscita qualche tempo prima dal carcere.

Parlare del "dopo", di quando il cancello si chiude dietro le nostre spalle e noi siamo fuori, nel mondo "libero", è un argomento complicato, dove risulta facile scoraggiarsi e perdersi fra tutti i problemi che si riscontrano nel fine pena, cioè in quella fase della vita di un detenuto che dovrebbe rappresentare invece la fine del "problema dei problemi", la carcerazione. Prima di addentrarci in questo significativo momento che tutti i 56.000 detenuti che affollano le nostre carceri sognano quasi tutte le notti come il raggiungimento di una specie di nirvana, forse non perfettamente consci di ciò che effettivamente sarà, proviamo ad analizzare ciò che normativamente è previsto per favorire ed aiutare le persone in questo passaggio.

L’Ordinamento Penitenziario al Capo 5 art. 45-46 indica l’assistenza pre e post-dimissioni in modo vago ed evanescente, e forse per questo si tratta di un’assistenza raramente attuata. Diverso è invece il caso dell’affidamento in prova, dove il detenuto viene costantemente seguito e monitorato dagli assistenti del CSSA, così come nei casi di semilibertà ed art. 21 dove avviene una graduale preparazione all’impatto con la società esterna.

Inoltre, più che una norma specifica, bisognerebbe aver presente un importante passaggio della nostra Costituzione, l’articolo 2: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili (…) e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale".

Il fine pena è la gioia per la fine di un incubo, ma può rappresentare anche l’inizio di un altro incubo. Un elenco, non certo esaustivo, dei problemi che franano addosso a una persona che esce dal carcere è, non a caso, molto lungo:

mancanza di affetti, amicizie, legami familiari, e difficile ricostruzione dei rapporti sociali;

perdita della residenza, visto che molti hanno la residenza nell’istituto di pena, ma anche elementare mancanza di un luogo dove dormire;

mancanza di un minimo di disponibilità economiche per le prime necessità e per gli spostamenti: a volte dal carcere si esce con qualche sacchetto, quelli neri per le immondizie, con i propri effetti personali, e basta;

mancanza di un lavoro, a volte anche per le persone che erano in affidamento ai servizi sociali con un discreto lavoro, ma poi si vedono messi "alle strette" da quelle cooperative che danno lavoro solo a detenuti, e non anche ad "ex";

assistenza medica, che a volte viene a mancare, se la persona perde la residenza che aveva fuori o in carcere;

mancanza di un "punto" di riferimento al di fuori del carcere, che finisce per sembrare quasi un luogo "sicuro" rispetto a tutte le insicurezze del "dopo";

crisi di identità per chi, senza rapporti affettivi, deve raffrontarsi con un ambiente fortemente critico per i suoi trascorsi.

Tutte queste situazioni, tutte queste "mancanze" incidono spesso in modo indelebile sulla psiche dell’ex-detenuto, portandolo a volte a commettere azioni disperate, tragiche, autolesioniste, ad emarginarsi e a reiterare reati contro una società che non lo sa accogliere o forse non lo vuole accogliere.

Non esistono statistiche dettagliate sul percorso post-carcerario, né un’indagine significativa del comportamento tenuto dai DIMESSI. I cosiddetti "eventi critici", suicidi, tentati suicidi, atti di autolesionismo, vengono monitorati dal Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria per la popolazione detenuta, ma che cosa succede poi agli ex detenuti non interessa quasi più nessuno. Le notizie sono quelle raccolte da ex-compagni e da operatori che agiscono nell’ambito carcerario, e quello che emerge è che gli "eventi critici" nel dopo carcere continuano, eccome, solo che spariscono dalle statistiche: si tratta di suicidi, a volte morti violente, morti per overdose, emarginazione totale con conseguente abuso di alcool e droghe, commissione di nuovi reati, vite ai margini nelle schiere dei senza fissa dimora, tutte situazioni per le quali a volte l’unica soluzione sembra tornare ad accettare di "essere ingaggiati" da associazioni criminali.

Non sono in molti a occuparsi di questi problemi, visto il profondo vuoto normativo riguardo all’assistenza agli ex-detenuti ed al loro reinserimento. Proliferano in Italia e nel mondo associazioni ed enti pronti a portare il loro aiuto morale ed economico in ogni angolo remoto del pianeta, ma per i mali che si incancreniscono sotto i nostri occhi spesso preferiamo girare il capo e guardare oltre.

Rimane comunque la solidarietà sociale di tanti assistenti volontari e le varie associazioni (poche e con pochi mezzi) che con i loro interventi all’interno delle carceri durante l’esecuzione della pena ed anche dopo riescono in qualche modo a favorire il reinserimento delle persone detenute, ma sono sempre gocce in un mare di abbandono, anche perché il volontariato è spesso "sbilanciato" all’interno delle carceri molto più che sul territorio.

Ma se si vuole davvero fare una seria attività di accompagnamento "morale e materiale" all’uscita dal carcere, oltre allo "zainetto" per le prime emergenze, utilissimo anche se un po’ deprimente e che sa di cassetta del pronto soccorso, bisognerebbe per lo meno intensificare i colloqui nei sei mesi precedenti l’uscita, monitorare i bisogni e attrezzarsi sul territorio, per rendere più efficace la rete di sostegno alle persone scarcerate (o per "inventarla", dove non esiste).

A Padova sta per partire una iniziativa importante di assistenza ai senza dimora, gli "Avvocati di strada", su modello del servizio che già lavora da anni con successo a Bologna. Una ricerca, svolta sul territorio nazionale, dice che circa il 30 per cento dei senza fissa dimora ha avuto a che fare con il carcere: forse allora, torniamo a dirlo, preparare una uscita il più impossibile "indolore" dal carcere vuol dire contribuire a non allargare le fila di una delle categorie più deboli della società, quella che non ha una casa né punti di riferimento.

 

Gli obiettivi più urgenti

Uno Sportello che si occupi attivamente delle persone che stanno per finire la loro pena.

Una rete di sostegno che individui tutti i bisogni di queste persone, dall’affiancamento nei primi passi fuori, alla ricerca di un alloggio, all’aiuto quando piombano addosso multe, divieti, cancellazioni di residenze e tutto quello che fa assomigliare il "Dopo carcere" a un percorso a ostacoli, dove è più facile rischiare di sfracellarsi che di superare le tante barriere che si incontrano.

 

 

 

Vite a metà… metà dentro e metà fuori

La dimensione del tempo, nel mondo esterno, è schizofrenica e compressa, tanto quanto in carcere è lineare e dilatata

 

di Francesco Morelli

 

Sono in articolo 21 (lavoro all’esterno) da circa sei mesi e da allora la mia vita è decisamente cambiata. In meglio ovviamente. Detta questa cosa che è la più importante, devo dire che l’uscita dal carcere (dopo quasi 14 anni), è stata uno shock, non forte come l’entrare in carcere ma ugualmente forte.

Dopo una settimana di euforia totale, dove tutto mi sembrava bellissimo, ho iniziato ad accorgermi che la dimensione del tempo, nel mondo esterno, è schizofrenica e compressa, tanto quanto in carcere è lineare e dilatata. Naturalmente io non c’ero più abituato, sia per gli anni vissuti "fuori dal mondo", sia perché dal 1990 al 2004 la società ha aumentato di tre volte i propri ritmi.

Il motivo più scontato è che la vita costa molto cara e quindi le persone devono lavorare il triplo per potersi mantenere. Ai miei occhi estranei appare anche un’altra ragione però: oggi le persone vogliono molte più cose, rispetto a qualche anno fa…

Ogni giorno, per arrivare nel posto dove lavoro, attraverso alcuni chilometri della periferia di Padova: è tutto un susseguirsi di negozi, agenzie, autosaloni, centri estetici, centri commerciali, studi di consulenza o intermediazione e così via. Ogni tanto una casa viene sventrata e a tempo di record appare una nuova vetrina… qualcuno porterà pure del denaro in questi posti… alla faccia della crisi economica! Dappertutto gente frenetica e scontenta.

Poi il tragitto termina, per fortuna, e arrivo in ufficio, o meglio… in convento, visto che la stanza dove lavoro è in un’ala della "Casa Comboni". Qui c’è la redazione esterna di "Ristretti Orizzonti" che funziona come base per la gestione del sito, come ufficio-stampa, ma soprattutto è un posto dove arrivano persone che non hanno soldi, ma in compenso hanno tanti problemi e fanno fatica a trovare chi le aiuta gratis.

Questa di dare attenzione a chi la chiede, è la parte più bella del mio lavoro. Quando sei in articolo 21 (ma anche la semilibertà è molto simile) devi trovare motivazioni e soddisfazioni in ciò che fai, altrimenti sei destinato a durare poco…

 

La Sezione Semiliberi

Da quando sono stato ammesso al lavoro esterno, ho lasciato - dopo otto anni - la mia cella; mi hanno messo in un cameroncino con altre quattro persone della sezione semiliberi, che si trova fuori del muro di cinta del carcere. Durante la settimana la sezione serve solo da dormitorio e i celloni denunciano la scarsa attenzione che i compagni possono dedicarci (le celle delle sezioni normali di solito sono tenute con cura, perché ci trascorri quasi tutta la giornata).

Nei fine settimana invece la sezione si anima, perché nelle giornate non lavorative possono uscire solo i detenuti semiliberi che fuori dal carcere hanno un riferimento abitativo, cioè una casa. Su 60 persone quasi 50 rimangono dentro…

Comunque l’atmosfera rimane diversa rispetto alle sezioni detentive: in positivo, perché i compagni hanno "un piede fuori", quindi interessi, prospettive, esperienze più varie da raccontare; ma anche in negativo, perché il lavoro assorbe tutte le energie, nessuno ha tempo e voglia per studiare (oltre tutto nella sezione non esiste alcuna attività culturale, e neanche la messa domenicale), è raro vedere dei libri o dei quotidiani.

Inoltre paradossalmente c’è più povertà qui che non nelle sezioni normali, tanti compagni lavorano part-time e fanno fatica a mantenersi all’esterno, altri hanno una famiglia e le destinano tutto ciò che riescono a guadagnare, altri non sanno gestire i pochi soldi che hanno.

 

Il programma di trattamento

Non tutti gli articoli 21 sono uguali, lo stesso vale per le semilibertà. La differenza è data da ciò che è previsto nel cosiddetto programma di trattamento.

Quello che ho io è considerato buono, in quanto trascorro fuori del carcere 13 ore al giorno, di cui 8 destinate al lavoro e 5 per i tragitti e i pasti. Il "programma" è individualizzato, però non in relazione alla durata della pena, quanto invece alle risorse che una persona ha sul territorio; se hai una famiglia, una abitazione dove stare, puoi uscire alle 6:00 del mattino e rientrare in carcere alle 23:00, anche se sei un ergastolano. Poi ci sono compagni che fuori non hanno niente (molti sono stranieri, ma ci sono anche italiani in questa situazione) e che passano in sezione tutto il tempo non strettamente necessario a fare il lavoro cui sono assegnati. Terminano la pena senza aver sperimentato la vera natura della semilibertà, che dovrebbe (almeno nel nome) consentire un 50% di vita normale.

 

Il lavoro

Come ho detto prima, faccio un lavoro che ha aspetti molto interessanti, quindi sono poco rappresentativo della condizione media di semilibero e articolo 21. Nella maggior parte dei casi la possibilità di uscire dal carcere è già di per sè la massima aspirazione, quindi per arrivarci si accetta tutto e di più.

Anche tra i lavoratori liberi queste dinamiche ci sono: ci si adatta a tutto, si è perennemente "sotto ricatto" di licenziamento, e via di questo passo, però chi è in misura alternativa vive nel perenne terrore di essere "chiuso", che vuol dire dover stare in carcere per almeno altri tre anni, prima di poter sperare in una nuova uscita.

E per essere "chiusi" a volte è sufficiente avere una discussione con il datore di lavoro e che questi faccia una telefonata al carcere, o al magistrato di sorveglianza raccontando il suo punto di vista: è ovvio che crederanno a lui e non al detenuto. La sera rientri e il mattino seguente ti comunicano che non puoi più uscire… i motivi arriveranno in seguito, scritti e controfirmati…

Stando così le cose è difficile lamentarsi quando gli orari di lavoro si prolungano di 30-40-60-minuti senza risultare in busta paga, o quando lo stipendio arriva con settimane (a volte mesi) di ritardo, o quando le licenze devono essere trascorse andando a lavorare!

Sulle ferie è opportuno aprire una parentesi, perché nel 2000 una sentenza della Corte Costituzionale ha chiarito che anche i detenuti ne hanno diritto, e questa previsione è stata estesa a chi è in articolo 21 (che a tutti gli effetti continua ad essere un detenuto).

Per i semiliberi si è creato un vuoto normativo (non sono né detenuti né lavoratori liberi) e la prassi che si è affermata vuole che le ferie siano concesse tenendo conto in primo luogo delle esigenze dell’azienda che dà lavoro. Una cosa ovvia? Il problema è che il lavoratore semilibero deve poter far coincidere una licenza alle ferie programmate dall’azienda, altrimenti deve stare in carcere… e le licenze hanno durata e frequenze stabilite dal magistrato. Se la ditta chiude tutto agosto, il semilibero può usufruire al massimo di due settimane di licenza, le altre due settimane le deve trascorrere per forza in sezione. Questo perché nei programmi di trattamento manca la previsione che una persona possa uscire, per dei periodi, anche senza doversi per forza dedicare al lavoro: potrebbe doversi occupare della famiglia, della propria salute, della manutenzione della casa o di altro ancora, ma, appunto, non è previsto.

Tutto questo non viene considerato abbastanza importante, da rientrare nelle regole dalle misure alternative, ci sono i permessi, le licenze… però non li puoi avere subito, vanno richiesti con preavviso e possono arrivare o non arrivare…

 

La salute

La libertà viene prima della salute e, poiché ammalarsi significa stare in carcere finché si è guariti, un semilibero non si ammala mai … tranne quando crolla fisicamente. In poche settimane ho visto un compagno trascurare un raffreddamento finché è diventato una polmonite, un altro ignorare i "segnali" di una cardiopatia finché ha avuto un infarto, io stesso ho portato avanti per mesi un’ernia, finché si è strozzata (i medici dicono "incarcerata"… pure lei!) e hanno dovuto operarmi d’urgenza. Farsi curare, anche volendo, non è semplice. I "programmi di trattamento" non contemplano la possibilità che una persona si assenti dal lavoro per andare da un medico a farsi visitare. Anche i permessi premio "per motivi di salute" non sono previsti da nessuna parte. Così succede che, anche se ogni giorno esci dal carcere e ti muovi liberamente per lavoro, quando stai male devi rivolgerti al medico penitenziario. Quindi arrivano tre o quattro agenti, perché serve una scorta, vieni ammanettato, caricato su un cellulare e trasportato all’ospedale. Arrivi al Pronto Soccorso con le manette e il "guinzaglio", gli agenti entrano in ambulatorio mentre il medico ti visita, quindi ti rimettono sul furgone e ti riportano in carcere. Solo quando arrivi in "matricola" possono toglierti le manette. A questo punto, se dalla visita è risultato che puoi tornare a lavorare, saluti la scorta (la buona educazione vuole che ci si scambi un "arrivederci"!?!), esci da solo dal carcere e te ne vai in città. Percorrere una strada a piede libero, quando 10 minuti prima ci sei passato rinchiuso nella gabbia di un cellulare, fa una certa impressione, credetemi.

 

I pasti

Il primo banco di prova, per chi esce in semilibertà, è riuscire a sopravvivere con quello che guadagna con il proprio lavoro. Finché sei dentro questo non ce l’hai ben chiaro in mente. Mi viene da sorridere, leggendo il "programma" che mi hanno fatto, dove sta scritto: "Consumerà i pasti fuori dall’istituto…". In sei mesi di pasti veri ne ho fatti ben pochi, spesso col pretesto di non avere tempo, ma soprattutto perché costano troppo… sono in borsa-lavoro, quindi guadagno poco, però non dipende solo da questo: in giro per la città è difficile trovare una trattoria, pizzeria dove con 10 euro ti danno da mangiare. Metti di fare una cena da 10 euro e altri 10 spenderli, durante la giornata, per qualche panino, una coca cola, i biglietti dell’autobus… metti che sei pure un fumatore (io non fumo, grazie a Dio…) e ti piaccia il caffè… A fine mese il bilancio della tua "sopravvivenza" è in rosso: hai bisogno di 5-600 euro e la maggior parte dei compagni assunti in convenzione, part-time, borse lavoro, non guadagna tanto. Ognuno si arrangia come può… la soluzione più gettonata è di comprare qualche scatoletta al supermercato e consumarla direttamente sul posto di lavoro. In carcere, al rientro, non si può portare nessun alimento e nemmeno si trova ancora la cena della "casanza", che viene distribuita alle 16.30! I pasti vanno necessariamente consumati fuori dall’istituto… ognuno, poi, faccia come può. Chi ha una casa ovviamente non spende tanto per i pasti, ma ha altre e ben più consistenti spese.

 

Il "tempo libero" e gli affetti

Per molti questo problema non esiste, perché al termine dell’orario di lavoro rimane solo il tempo per tornare (rapidamente) al carcere. L’avere una famiglia vicino di solito consente di ottenere qualche ora supplementare, o anche la domenica libera, da trascorrere con i propri cari. Io non sono in queste condizioni e devo basare le considerazioni che faccio su ciò che dicono o che tacciono, senza riuscire a nascondere però la verità, i compagni che lo sono.

Il rapporto con la famiglia di origine è quello più stabile, magari non entusiasmante, ma in grado di reggere ai condizionamenti della semilibertà, dopo aver retto a quelli ben più pesanti della detenzione. Invece tra i compagni e le famiglie formate (mogli, conviventi, figli) spesso c’è la disillusione, per una misura alternativa, magari attesa a lungo, che si rivela deludente dal punto di vista della ricostruzione del rapporto affettivo. Il marito-padre, che durante la "vicina lontananza" della detenzione era così attento e speranzoso del futuro da semilibero, adesso arriva stanco dal lavoro e ha solo un paio di ore, prima di dover tornare al carcere. Fa del suo meglio per essere allegro, ovviamente… poi vengono fuori i problemi: la licenza che non arriva, l’impossibilità di fare programmi a medio - lungo termine, i soldi che non bastano mai… A dire il vero quest’ultimo assillo è comune a tanta gente libera, ma credo valga la pena di sapere quale trafila deve compiere un semilibero per far arrivare del denaro alla propria famiglia: lo stipendio viene versato, con assegno circolare, alla direzione del carcere. Il "cambio" dell’assegno in contante richiede un’attesa di 8-10 giorni. A questo punto bisogna fare una "domandina", chiedere di poter spedire un vaglia alla propria famiglia. Ancora qualche giorno di attesa e il vaglia, di solito, viene autorizzato (spesa tra i 2,50 e i 5 euro a seconda dell’importo). Il vaglia arriva e il semilibero stesso (!), o un suo famigliare, può andare alla posta per farlo cambiare… sono soldi sudati due volte! E chi non ha una famiglia, o c’è l’ha lontana? Il "programma" vieta di frequentare, fuori dal carcere, pregiudicati, quindi anche altre persone che si trovano in misura alternativa, cioè i compagni con i quali dormi ogni sera. E fare amicizie vere fuori non è semplice, per il poco tempo a disposizione, per la diffidenza della gente, per tante ragioni… I più cercano di "mimetizzarsi", di frequentare persone che non sappiano del necessario ritorno serale al carcere, ma dopo un po’ bisogna pur spiegare i motivi per cui, ad una certa ora, si "scompare"… A volte la "compagnia" più facile da trovare è quella dell’alcool.

 

 

 

Una donna spezzata

Come può una persona semilibera costruire relazioni del tutto nuove se non le è data l’opportunità di vivere una vita "normale"?

 

di Giulia

 

Uno dei problemi che nascono quando una persona diventa semilibera è quello di come far fronte alle difficoltà che la vita "reale" esterna pone all’uscita dal carcere. Vivendo in reclusione completa per alcuni anni, ci si fa un’idea del fuori che non è quasi mai corrispondente al vero. Nel senso che, quando si entra in carcere (non parlo di quando si entra per due – tre – sei mesi, ma comunque anche lì quando si esce le cose non sono certamente uguali a quando le hai lasciate) si lascia fuori una realtà, e se ne ritrova un’altra sconosciuta, e questo accade a livello dei rapporti, familiari e non, a livello lavorativo, a livello di rapporto-confronto su ogni cosa, persino sulla moneta e sui prezzi – se parliamo per esempio di persone che sono state tratte in arresto e condannate prima che entrasse in vigore l’euro.

Partiamo allora dal presupposto che il soggetto "semilibero" vive una condizione di equilibrio, o non equilibrio sarebbe meglio dire, schizofrenico, per motivi che ben conosciamo: non si è né carne né pesce, né ristretto totale né libero totale. E dunque l’innato bisogno di identificazione, che fa parte di ogni essere umano, non essendo ben definito con chi identificarsi, finisce per scatenare questa specie di schizofrenia. Il fatto di trovarsi a confrontarsi con una realtà sconosciuta produce infatti un vero caos interiore.

Ma andiamo per passi: inizialmente l’euforia dell’essere fuori, seppur con condizionamenti, è una bella sensazione: non importa se devi per forza percorrere quel tratto di strada anziché sceglierla tu per raggiungere il posto di lavoro - non importa se non puoi andare a mangiare in quel dato posto piuttosto che in quello più vicino a dove svolgi la tua attività - non importa se hai i minuti contati al rientro e non puoi fare una passeggiata - importa che sei fuori… ma… ma… ma… tutto questo a mano a mano che prosegui la semilibertà e la tua pena scivola come è normale verso il termine, non può più essere quel "non importa". Perché? perché una persona ha anche bisogno di relazioni interpersonali che esulano dall’attività lavorativa. Tutte le persone hanno la loro vita, composta anche da questo tipo di relazioni. Molti di noi non vivevano nella città in cui scontano la pena o in cui beneficiano della semilibertà. La famiglia poi per chi ce l’ha vive da un’altra parte, per chi non ce l’ha si tratta di costruire relazioni del tutto nuove, e qui sta il casino - e il problema.

 

Un’emotività che per anni non è cresciuta, se non a ritroso

 

Come può una persona costruire relazioni del tutto nuove se non le è data l’opportunità di vivere una vita "normale"? Forse dopo un periodo trascorso in semilibertà la misura alternativa dovrebbe diventare automaticamente l’affidamento, e questo avvicinerebbe la persona alla vita normale, in maniera che il giorno che terminerà la pena detentiva non si troverà così sprovveduta, persa di fronte alla realtà. Una realtà che, vorrei ricordarlo ancora una volta, non sarà certamente quella lasciata all’ingresso in carcere, né quella che si è ricordata per anni, né quella che si immaginava nel ricordo.

Abbiamo parlato di equilibrio schizofrenico, ma si deve anche parlare di inadeguatezza. La persona semilibera vive un sentimento di inadeguatezza, e questo reca insicurezza, e l’insicurezza non è mai stata alleata della costruzione di una vita: spesso poi non porta all’azione, ma al rimandare sempre qualunque scelta, perché ci si sente non all’altezza – inadeguati appunto. E questo vale per tutti i campi, dall’emotivo al razionale, ma proprio l’affidarsi a una eccessiva razionalità è la conseguenza dell’insicurezza emotiva, o ancora peggio, può essere quello che si ostenta per non apparire deboli.

Chi ha un equilibrio emotivo è abbastanza forte psichicamente, riesce a realizzare cose concrete, perché è quasi scontato che una serenità interiore sia alleata di una "fluidità di vita". Fluidità e serenità che non hanno in molti anche fuori, qualcuno dirà. Vero. Il fatto è che per le persone che per anni vivono in cattività come noi detenuti nel caso specifico questo equilibrio emotivo, che per alcuni anche prima potrà essere stato precario, di fatto in carcere e a causa del carcere si è sfilacciato, deteriorato, frammentato, e per rimetterlo in sesto certamente non basta solo volerlo.

Di fronte a una emotività che, a causa della negazione di qualsiasi possibilità di esprimerla, perché compressa, controllata e autocontrollata per anni, non è cresciuta se non a ritroso, e cioè relegata a una fase infantile – l’individuo si trova nella realtà della vita indifeso e dunque nel caos e nell’insicurezza. Questo non è certamente il fine di una detenzione, anzi pare il contrario: il carcere interviene sulle, se vogliamo minime, sicurezze, sugli equilibri che già c’erano, li distrugge e pretende di sfornare uomini migliori – che non siano più attori attivi dell’insicurezza sociale.

Non è in questo modo che dal carcere possono uscire persone mature e "cresciute": bisogna allora pensare a delle alternative vere, a una gradualità di un percorso che non freni la crescita interiore delle persone, ma che anzi permetta loro di misurarsi con una vita non artificiale: un percorso che preveda tutte le possibilità date dalle misure alternative, a partire da quella un po’ anomala che è la concessione dell’articolo 21 per il lavoro esterno, alla semilibertà, all’affidamento, che dovrebbe però intervenire presto, quando una persona ha dimostrato di sapersi gestire e ha bisogno solo di un po’ di "normalità".

 

 

Precedente Home Su Successiva