Carcere ed enti locali

 

A Roma vanno in stampa le "pagine gialle" del rapporto tra carcere e territorio

 

Si chiama "Piano permanente cittadino per il carcere" ed è la prima pubblicazione del genere in Italia. Statistiche sugli istituti di pena della Capitale, servizi e risorse sul territorio, la normativa e l’intero panorama delle politiche finora realizzate in materia. Lo ha promosso l’assessorato alle Politiche sociali, con l’aiuto del volontariato penitenziario, di enti locali, operatori penitenziari e sociali e il contributo dei detenuti

 

A cura di Marino Occhipinti

 

Trecentocinquanta pagine che spiegano nel dettaglio quanto, finora, la Capitale ha messo in campo per i suoi detenuti. Il "Piano permanente cittadino per il carcere", realizzato dal Comune di Roma, è una pubblicazione unica in Italia. L’ha promossa l’assessorato alle Politiche sociali, che nella sua elaborazione ha coinvolto la Consulta penitenziaria cittadina (composta dalle associazioni che operano in carcere) e 220 rappresentanti d’istituzioni, enti locali, terzo settore e degli stessi detenuti. Il Piano ha durata triennale, fino al 2006, ed è una miniera di informazioni. Contiene le indicazioni degli enti e dei servizi pubblici e privati che intervengono in carcere, la normativa e le risorse esistenti sul territorio. Inoltre cinque capitoli sono dedicati al piano per l’intervento socio-sanitario, per le pari opportunità, per la formazione e il lavoro, per la cultura, la scuola e lo sport, e per i minori sottoposti a misura penale.

Nel Piano non potevano mancare le statistiche sugli istituti di pena di Roma e provincia: a dicembre 2003, le presenze erano 4153, di cui 1430 stranieri e 1092 tossicodipendenti, 344 donne, 19 le madri con figli fino a tre anni (solo una italiana), 421 i detenuti sotto i venticinque anni e ventotto ultrasettantenni. Quindici i transessuali, tutti stranieri.

Luigi di Mauro è il coordinatore del Piano e il presidente della Consulta per i problemi penitenziari di Roma. Noi gli abbiamo chiesto approfondimenti su questa iniziativa, e lui ha rilanciato, proponendoci di collaborare per ampliare il progetto ed esportarlo in altre città.

 

Come nasce il primo Piano permanente cittadino per il carcere?

È noto l’impegno civile della città di Roma e della sua Amministrazione verso i più deboli e gli emarginati, compresi i detenuti. Per questo, circa sette anni fa, venne istituita la Consulta permanente per i problemi del carcere, composta da una sessantina di organizzazioni del terzo settore, laiche e cattoliche, che si è distinta anche in ambito nazionale per il suo forte e – in molte occasioni – determinante impegno per i diritti delle persone detenute e degli operatori-lavoratori del carcere. La Consulta ha scelto un approccio propositivo e costruttivo: così, attraverso il Consiglio comunale, è stato avviato il percorso che, dal Workshop in carcere del 2000, ci ha condotti all’istituzione del Garante dei diritti dei detenuti e al Piano permanente per il carcere.

 

Quali sono gli obiettivi che volete conseguire con la creazione del Piano?

Lo scopo è favorire e integrare gli interventi per il diritto alla salute dei detenuti, l’avvio di percorsi di reinserimento sociale, la possibilità di partecipazione a corsi di formazione professionale per l’inserimento lavorativo. E poi incoraggiare l’accoglienza, la cultura e le pari opportunità dei cittadini adulti e minori detenuti o in affidamento ai Servizi sociali del Ministero della Giustizia nel nostro territorio comunale e provinciale.

 

Ci sono motivazioni particolari che vi hanno spinto all’ideazione del Piano?

La realtà carceraria del nostro Paese si sta trasformando con la stessa velocità della nostra vita sociale ed economica. Questi processi tanto rapidi spesso ci rivelano l’inadeguatezza delle nostre risposte, non più capaci di cogliere l’aspetto qualitativo del cambiamento e quindi poco aderenti alla realtà. E se questo capita negli ambiti della società più garantiti e tutelati, quelli inseriti nella rete produttiva, i settori del disagio e della precarietà rischiano un’emarginazione ulteriore. Anche perché sono sempre meno sostenuti dalle risorse statali. Oggi, nelle carceri, i soli meccanismi della giustizia e di un sistema penale rapidamente invecchiato non riescono più a fronteggiare le esigenze che si presentano quotidianamente. Così il sistema continua a riprodurre emergenze: sovraffollamento, mancanza di lavoro, restringimento dell’area trattamentale, riduzione degli interventi a sostegno della salute e delle cure per le tossicodipendenze, aumento dei suicidi.

 

Ed è su queste emergenze che intendete intervenire?

Sì, il nostro lavoro si inserisce qui. Per superare le politiche delle emergenze e avviare una programmazione. Si tratta di un esempio concreto d’integrazione del territorio con le istituzioni, ed è frutto dell’esperienza, della professionalità e del serio impegno degli oltre duecento delegati che hanno dato un apporto fondamentale alla realizzazione del Piano. Insomma, abbiamo aperto alla città le porte del carcere.

 

Come si sono svolti i lavori?

Sono durati da ottobre a dicembre del 2003, con riunioni di Commissioni e le rappresentanze dei detenuti all’interno degli istituti. Ci si è concentrati a individuare e rimuovere le cause dell’esclusione, per la grande maggioranza dei detenuti, dai programmi di reinserimento e di accesso ai benefici della legge Gozzini, ormai privata del suo spirito originario. Sono stati elaborati livelli mirati d’intervento, cercando non solo di far coincidere le aspettative con ciò che è corrisposto, ma anche approfondendo le esigenze di sicurezza che sono il vero ostacolo per tanti interventi.

 

Quali sono i prossimi passi per rendere operativo il Piano?

Ora, su proposta del Consiglio comunale, deve essere presentata e approvata la delibera che istituisce l’Ufficio di Piano: un organismo autonomo, cui partecipano più assessorati e più istituzioni. Nei primi due anni prevediamo la sottoscrizione dei protocolli d’intesa, l’individuazione delle priorità, l’organizzazione e la realizzazione degli interventi. Il terzo anno il Piano diventerà un "sistema", cioè lo strumento ordinario attraverso il quale garantire i diritti essenziali alle persone detenute e un costante adeguamento all’evoluzione dei problemi.

 

È un’esperienza che si potrebbe esportare in altre città, secondo lei?

Anche se il Piano è cittadino, promosso dal Comune di Roma grazie all’impegno dell’assessore Raffaela Milano e del Consiglio comunale, lo abbiamo esteso agli istituti di Civitavecchia e Velletri, che ospitano un migliaio di detenuti, uomini e donne. E questo in accordo con gli assessorati competenti e con l’Amministrazione penitenziaria. Adesso mi aspetto i vostri commenti e anche la vostra collaborazione perché – e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sembra disponibile – è mia intenzione trasferire questa esperienza romana (la Consulta penitenziaria, il Workshop e il Consiglio comunale in carcere, il Garante dei detenuti e il Piano cittadino) in altre parti d’Italia. Perché non partire proprio da Padova?

 

Sarebbe un buon inizio e non ci lasceremmo sfuggire un’opportunità simile. A Roma ci sono altre iniziative interessanti e progetti nel sociale dai quali le altre città potrebbero prendere spunto?

La nostra Amministrazione comunale guarda molto al sociale. Per esempio, l’Assessorato alle Politiche per la promozione dell’infanzia e della famiglia sta arredando le aree verdi degli istituti penali della città, mentre la delegata del sindaco alle Politiche per l’handicap ha avviato un corso di formazione per assistenti domiciliari e dei servizi tutelari, rivolto ai detenuti che svolgono attività come "piantoni" (quei reclusi che assistono i compagni non autosufficienti). Inoltre l’Assessorato provinciale al Lavoro e alla qualità della vita inizierà un percorso di sostegno medico, psicologico e di reinserimento per i detenuti transessuali. Del "kit delle 48 ore" per chi esce dal carcere si è già parlato molto, e ora l’Assessorato alle Politiche sociali sta avviando un servizio di sostegno e cura per i detenuti con problemi di salute mentale, in collaborazione con le Asl. Infine, il delegato del sindaco ai rapporti con le università, il professor Tullio De Mauro, si è impegnato a creare le opportunità per avviare corsi di laurea breve all’interno degli istituti di pena.

 

Suonano come tante piccole riforme nascenti.

Il nostro percorso ha come obiettivo, a breve termine, di migliorare le condizioni di vita nelle carceri, e sperimentare una diversa esecuzione penale che si basi su una presa in carico congiunta del territorio e del Ministero di Giustizia. Per chi ha compiuto reati legati all’uso o allo spaccio di sostanze, per le donne con bambini, per le transessuali e gli omosessuali, per gli anziani, i malati, i portatori di handicap fisico o psichico, per i giovani adulti, non si può prevedere il carcere, ma un modello di recupero veramente efficace, come quello previsto per i minori con il DPR 448 del settembre 1988, che fa riferimento alla più moderna normativa della giustizia minorile.

 

Hanno detto del Piano:

 

Sebastiano Ardita, direttore della Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria

"Il nostro impegno è rendere la detenzione diversa da come ce la presentano oggi i media, e per fare ciò l’Amministrazione penitenziaria ha necessità di collegarsi con l’esterno. Il carcere è un luogo dove non ci si può dividere sul tema del reinserimento: le azioni improntate solo alla sicurezza, al rigore e al carcere preventivo rischiano di ricadere sui più deboli. Il labirinto per giungere alle misure alternative non è patrimonio di tutti. Il nostro scopo è fornire a ciascuno una possibilità. Quello di Roma è un Piano in difesa dei soggetti deboli, un fatto che deve essere centrale nella nostra azione. Guai se il carcere dovesse corrispondere al disagio sociale".

 

Rosa Rinaldi, vicepresidente della Provincia di Roma

"Il primo cambiamento da affrontare in tema di politiche per il carcere deve essere la differenziazione del circuito penale, attraverso la costruzione di interventi efficaci di reinserimento sociale per le fasce di detenuti più deboli. Quelli che nella detenzione portano con sé, più che pericolosità per la sicurezza, grandi problemi di disagio sociale".

 

Raffaela Milano, assessore alle Politiche sociali del Comune di Roma

"Il Piano sociale del carcere è stato simbolicamente nominato "XXI Municipio di Roma", per sottolineare come quella degli istituti di pena non sia una realtà isolata dal resto della città".

 

Luisa Laurelli, presidente della Commissione Servizi sociali del Comune di Roma

"Il Piano rende sistematica la questione carcere e pone obiettivi precisi sui quali ognuno di noi sarà chiamato a misurarsi. Oggi abbiamo politiche attive che contano su una rete di rapporti tra operatori e istituzioni, un fatto importante in periodi di tagli, e recentemente abbiamo effettuato numerose visite nei penitenziari di Roma".

 

 

 

Cosa fai nel tuo tempo semilibero?

A Firenze, il centro Attavante offre ai detenuti in permesso o in misura alternativa uno spazio di relazioni sociali. Dove si svolgono attività culturali e formative, ci si incontra con i propri familiari e si trascorrono le ore "critiche" che separano la giornata lavorativa dal rientro in carcere

 

di Marino Occhipinti

 

Il loro problema, paradossalmente, è il tempo libero dal lavoro. Quello che per tutti gli altri è svago, relax, ore da dedicare a se stessi e ai propri affetti. Per i detenuti che fruiscono di misure alternative, invece (semilibertà, affidamento, detenzione domiciliare), o di brevi permessi dal carcere, le relazioni sociali rappresentano spesso un autentico scoglio. Ed è proprio nel tempo del non-lavoro che può giocarsi la riuscita o il fallimento di un progetto di reinserimento alternativo alla detenzione.

A Firenze, dove i detenuti "fuori" sono circa 350 sul territorio comunale e 600 nella provincia, l’assessorato alle Politiche del lavoro, immigrazione e Area carcere ha aperto una struttura per le persone semilibere che non hanno una casa e una famiglia: qui possono trascorrere le ore al termine della giornata di lavoro e prima del rientro serale in carcere. Del centro diurno Attavante abbiamo parlato con Marzia Monciatti, che ha promosso questa iniziativa quando era assessore alle Politiche del lavoro del Comune di Firenze. Cogliamo l’occasione per augurare buon lavoro al nuovo assessore, Lucia De Siervo, che intervisteremo al più presto per conoscere le future iniziative del suo Assessorato.

 

Sotto certi aspetti il centro diurno Attavante è probabilmente la prima struttura del genere in Italia: ce la fa conoscere meglio?

Il centro è un grande appartamento che può accogliere fino a venticinque persone. Appartiene al Comune di Firenze, che per la sua gestione ha stipulato una convenzione con l’Associazione volontariato penitenziario (Avp). Attavante, nelle intenzioni iniziali, fornisce sia servizi diretti a chi li chiede (cucina, lavanderia, punto studio), sia attività rivolte a persone in affidamento, in permesso, semiliberi ed ex-detenuti. Abbiamo notato che si riesce soprattutto a fare questa seconda cosa, cioè corsi strutturati per detenuti, piuttosto che gli interventi diretti, anche perché il centro è in zona periferica, più vicino al carcere di Sollicciano che al centro di Firenze o alle altre zone della città, dove in genere sta chi è in misura alternativa (la sezione semiliberi è in centro).

 

Quali sono gli obbiettivi che volete conseguire?

Il fallimento di molte misure alternative dipende dall’assenza di spazi di socializzazione.

Prendiamo il caso delle persone semilibere, le cui giornate si snodano esclusivamente tra il lavoro e il rientro serale in carcere. La solitudine, la povertà di relazioni, il ricorso all’alcol, diventano cose normali e, in questo modo, le persone non possono ricostruirsi un ruolo sociale. Con il centro Attavante vogliamo offrire un’accoglienza e un’occasione di relazioni alle persone in misura alternativa o che potrebbero fruirne, laddove soffrano di un grande svantaggio sociale. Così potranno rientrare in contatto con un ambiente sociale equilibrato, grazie a un reinserimento graduale assistito e il proseguimento del lavoro personale già avviato. Inoltre intendiamo dare sostegno psicologico alle famiglie dei detenuti, per ricucire rapporti logorati dal periodo di carcerazione, e offrire appoggio e sostegno agli studenti che intendono proseguire gli studi iniziati dietro le sbarre.

 

Quali servizi pratici fornisce il centro e quali attività si svolgono all’interno?

Cinque o sei persone usufruiscono dei servizi pratici: cucina, lavanderia, un posto dove studiare. Una psicologa cura attività settimanali di counselling per cinque persone, prevalentemente semiliberi, mentre una laureata in psicologia ha appena iniziato il tirocinio da noi. Si svolgono poi gli incontri fra i detenuti in permesso e senza appoggi abitativi a Firenze con i loro familiari, che sono facilitati dalla vicinanza col carcere. Inoltre ci sono i corsi: formazione per quindici volontari (tenuto dall’associazione Il Varco); informatica e lavoro d’ufficio per dieci persone detenute o in misura alternativa (su fondi europei messi a bando dalla Provincia e con progetto vinto dall’Agenzia formativa Infogroup, con la partnership di un pool di enti, tra cui Avp e Comune); fotografia (grazie all’associazione Scarcer-Arci). Al centro lavorano due persone in affidamento, con borsa-lavoro, e ci è stata infine concessa la possibilità di effettuare riunioni sistematiche di due associazioni che si occupano di carcere (Scarcer-Arci e Il Varco), mentre la sede viene utilizzata anche per le riunioni del Coordinamento regionale volontariato penitenziario. In prospettiva verranno realizzati un progetto con finanziamento del Centro servizi volontariato per attività sportive, di bioenergetica e di counselling psicologico. Inoltre verrà realizzato un corso di criminologia dalla onlus Ares che si occupa di carcere e un corso di auto-aiuto dell’associazione Aisme, impegnata sul fronte della salute mentale.

 

Avete coinvolto perfino colossi come la Cassa di Risparmio e l’Ikea. Come ci siete riusciti e quali aiuti vi hanno fornito?

La Fondazione Cassa di Risparmio è da tempo in contatto con l’Avp, della quale ha già finanziato altri progetti. Si tratta di presentare progetti credibili e soprattutto di instaurare un rapporto di fiducia. L’Ikea l’ho coinvolto direttamente io come assessore: mi sono presentata chiedendo un aiuto e l’ho ottenuto. Sono stati molto gentili, probabilmente ha giocato anche il fatto che l’Ikea ha uno stile attento alla solidarietà, anche perché c’è da dire che è un’impresa appena sbarcata a Firenze e quindi sta cominciando ora a intessere i suoi rapporti con la città.

 

Una domanda più ad ampio raggio: state applicando – e come – la legge 328 e i Piani di zona, che dovrebbero essere gli strumenti legislativi e operativi più interessanti in tema di carcere?

Nel 2001 è stato realizzato un progetto sul carcere che è nato proprio all’interno del Piano di zona: un centro di accoglienza esterno, per detenuti in affidamento e in permesso. Lo stesso Attavante nasce da un finanziamento regionale dedicato al carcere. Abbiamo anche fatto incontri di programmazione tra la zona e gli uffici penitenziari. Il problema però è il seguente, almeno qui in Toscana: il Piano di zona è un atto generale, dove cioè confluisce l’intera programmazione sociale di un’area, con tutte le sue urgenze e le sue priorità. E di solito queste urgenze riguardano altri settori, piuttosto che il carcere: anziani, bambini, minorenni, disabili, il problema della casa, gli immigrati…

 

Vuole dire che nell’agenda degli amministratori il carcere non è considerato una priorità?

È difficile strappare attenzione e soprattutto risorse concrete per i detenuti, dato che tutte le questioni sociali vengono messe nello stesso paniere. Direi che ciò che era destinato al carcere viene risucchiato da altre priorità. Abbiamo proposto che la Regione, a livello di Piano regionale sociale – e quindi andando oltre il Piano di zona –, predisponga linee di finanziamento per progetti esplicitamente destinati al carcere. Oppure, in alternativa, abbiamo chiesto alla Regione di inserire negli schemi programmatori dei Piani di zona delle riserve (anche piccole!), su cui si possa progettare per il carcere. Da notare che, nella programmazione, le zone che hanno carceri si attivano, al contrario delle altre, perché prevale la comoda via di considerarsi esentati dal problema se il problema non sta sul proprio territorio. Ma in realtà ogni zona socio-sanitaria ha dei detenuti o delle persone in misura alternativa sul proprio territorio, anche se si finge che non esistano.

 

L’A.V.P. (Associazione di volontariato penitenziario) nasce nel 1984 per l’assegnazione di fondi ministeriali destinati ai detenuti indigenti (Opera Carlo Naldi). È un’associazione che da oltre dieci anni opera nelle carceri di Firenze e Prato e nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino. Ha sede presso il Tribunale di sorveglianza di Firenze e ha ottenuto in locazione dal Comune di Firenze, dal giugno 2001 e quindi in convenzione, lo spazio di via Attavante 2, destinato alle attività del Centro ricreativo e sociale.

 

La legge n° 328 dell’ottobre 2000, più comunemente conosciuta come "legge quadro sull’assistenza", si limita a definire la cornice dei possibili interventi di assistenza ed a stanziare le risorse, rimettendo poi alle regioni il compito di emanare la normativa di dettaglio.

 

Il Centro Attavante è una iniziativa sperimentale, che ha naturalmente suscitato consensi, ma anche qualche polemica. Due in particolare le questioni che destano più perplessità: il fatto che la presenza nel centro viene disposta come parte integrante del trattamento e quindi vi è un obbligo per i detenuti in misura alternativa di frequentarlo; l’accesso alla struttura, che è riservato a detenuti ed ex detenuti e non aperto a tutti, come alcuni vorrebbero. La discussione è naturalmente aperta, speriamo di ricevere altri contributi che aiutino a migliorare i servizi offerti e ad estendere l’esperienza ad altre città.

 

 

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