Parliamone

 

Cosa si pensa in carcere del male commesso fuori?

 

È una domanda, anche una provocazione che ha posto al nostro giornale Giovanni Maria Pavarin, Giudice di Sorveglianza a Padova. Abbiamo cercato faticosamente di dare delle risposte, accettando l’invito a mettere alla prova la nostra capacità di discutere apertamente e con spirito critico di certi fatti che scuotono l’opinione pubblica e che in carcere sembrano invece passare sotto silenzio

 

a cura della Redazione

 

Qualche tempo fa, prendendo parte qui a Padova a un convegno sulle politiche di riduzione del danno e di recupero sociale (“Per una nuova cultura sul carcere”), il Magistrato di Sorveglianza Giovanni Maria Pavarin ha lanciato una “sfida” alla nostra rivista: un invito, cioè, ad avere il coraggio di affrontare nelle nostre pagine argomenti per noi “scottanti”, dicendo apertamente cosa pensiamo di fatti di cronaca particolarmente gravi, che suscitano sconcerto profondo quando non orrore nell’opinione pubblica.

“Faccio un esempio”, ha precisato Pavarin cercando di mettersi nell’ottica di noi detenuti. “Ogni volta che succede un fatto di cronaca nera, i giornali si avventano sulla vicenda e noi restiamo sconcertati e diciamo: già ci capivano poco prima, figuriamoci adesso! Per essere più credibili, per farci capire, dobbiamo cominciare a dire la verità, e per verità intendo il dire le cose come stanno. Quanto bello sarebbe se la redazione di Ristretti Orizzonti, giornale diffuso in tutta Italia, pubblicasse anche quello che si dice all’interno del carcere quando fuori capita un grave fatto di cronaca nera! Perché non far sapere alla gente che anche chi è in carcere riprova il male che viene commesso fuori? Leggo sempre degli articoli interessanti e bellissimi, tutti nell’ottica di chi è asfissiato perché è dentro. Ma cerchiamo anche di far capire a chi è fuori che chi è dentro continua ad avere una coscienza, un cervello e un’anima”. L’invito del magistrato di Sorveglianza, in definitiva, è quello di fare del nostro giornale “un luogo in cui il lettore esterno capisce che anche chi ha commesso un grave reato non è comunque una belva; che anche lui ha dei sentimenti, che dà, di un fatto di cronaca nera, lo stesso giudizio di esecrazione, di riprovazione e di condanna che esprime la pubblica opinione. E allora sì che la pubblica opinione si sconcerta, e dice: ‘Ma come? Anche quello che è condannato la pensa come me?’. E allora forse comincia davvero a distinguere il peccato dal peccatore…”.

 

Ornella Favero: Io credo che dobbiamo accettare la “sfida” del Magistrato di Sorveglianza e affrontare apertamente il tema che ci propone: allora, quali sono qui dentro i commenti e le reazioni sui fatti di cronaca che succedono all’esterno, e come ne parlano i detenuti?

 

Paolo Moresco: Nei quasi due anni che ho passato in carcere mi è capitato di rado di sentire commenti su fatti di cronaca, ma sono portato a pensare che, più che da reticenza, ciò dipenda dallo stacco piuttosto netto che si viene a creare fra dentro e fuori, e che riguarda un po’ tutto e tutti. Faccio un esempio. Nei giornali popolari, in cui ho lavorato per anni, vige da sempre la regola delle “cinque S”: Sesso, Sport, Salute, Soldi, Sangue. Sono infatti questi gli argomenti-chiave su cui si gioca la costruzione dell’intero prodotto e la sua presa sul pubblico. Ebbene, qui in carcere le S si riducono sostanzialmente a tre: si sente parlare di Salute (tutti o quasi lamentano qualche acciacco e qualche vera o presunta trascuratezza medica), di Sport (come e più di fuori) e di Soldi, ma più con accenti “mitici” che con riferimento al loro valore reale (euro, costo della vita, ecc.). Di Sesso, invece, non si sente parlare quasi mai, e di Sangue (cioè di fatti di cronaca nera) forse ancora di meno. Se poi questo silenzio dipenda da reticenza o da distacco un po’ ottuso dalla realtà esterna, come almeno in parte sono portato a pensare, credo che sia una delle cose che potremo chiarire in questa discussione.

 

Sandro Calderoni: Per me è molto difficile giudicare o anche solo commentare fatti simili a quelli per cui io stesso sono stato giudicato. E ho l’impressione che sia così per la maggior parte dei detenuti, a meno che si tratti di reati che suscitano anche fra noi particolare ripugnanza, come quelli commessi su bambini. Di fronte a fatti del genere allora la reazione c’è, sì, e se ne discute. Ma su cose che, facendo una certa vita, sono successe o potevano succedere anche a noi, non è facile riuscire a metterci nei panni di chi sta “dall’altra parte”, di chi giudica.

 

Fiorenzo Binali: La maggior parte dei commenti su fatti di cronaca che mi è capitato di sentire si riferiva a reati commessi da detenuti fuori dal carcere perché in permesso, o in misura alternativa. E ne ho sentito parlare con l’intento più che altro di sottolineare, con disappunto, come i mass media si occupino in abbondanza dei pochi detenuti in permesso o in semilibertà che commettono reati e mai, ma proprio mai, dei tanti che - pur godendo degli stessi benefici - non solo non commettono nuovi reati, ma si attengono disciplinatamente alle severe prescrizioni che gli vengono imposte. In generale ho comunque l’impressione che fra noi detenuti, più che a riflettere sulla maggiore o minore gravità di reati analoghi a quelli per cui la maggior parte di noi è finita dentro, si tenda a parlare di reati clamorosi ma di genere completamente diverso, come quelli finanziari e politici. E a far discutere, più dei reati in sé, è l’entità delle pene che per essi vengono comminate e che - a torto o a ragione - vengono giudicate ingiustamente inferiori rispetto a quelle inflitte per reati ampiamente “rappresentati” in galera come lo spaccio, il furto, la rapina.

 

Marino Occhipinti: Il più delle volte io di commenti proprio non ne faccio, di fronte a certi episodi di cronaca particolarmente clamorosi. Ciò non vuol dire, però, che non mi tocchino dentro e non mi inducano sensazioni amare. E tanto più ciò accade, ovviamente, quando sui giornali o in televisione si parla di un reato simile al mio per gravità. Se mi capita di vedere le immagini del funerale di una persona morta in determinate situazioni io ci sto male, perché so che a mio tempo una circostanza simile l’ho provocata anche io. Il fatto che non abbia voglia di parlarne con altri, di esprimere giudizi, non significa insomma che la cosa non mi faccia star male, anzi. Penso che una reazione simile alla mia l’abbiano anche altri, specie se autori di reati altrettanto gravi, e che si debba stare attenti a non bollare il loro silenzio come cinico disinteresse.

 

Graziano Scialpi: Il grave fatto di sangue, se sei dentro per un reato analogo, lo rapporti alla tua situazione e ci stai male. Va anche detto però che questa reazione emotiva è accompagnata da una sorta di sospensione di giudizio, dal momento che certe notizie - e noi, per esperienza personale, ce ne rendiamo conto più di altri - il più delle volte arrivano alterate dalla retorica degli organi di informazione, che molto raramente riportano in modo corretto la “storia” che c’è dietro a ogni grave fatto di cronaca. Quel che mi sorprende di più, però, è che in galera passino sotto silenzio fatti di cronaca ormai “normali”, come le rapine in villa, in cui c’è una sproporzione incredibile fra l’allarme sociale che suscitano e i rischi a cui espongono le vittime (sette-otto persone che ti piombano a casa armate…) e il risultato finale: il più delle volte si concludono con bottini ridicoli.

 

Sandro Calderoni: Sono d’accordo con Graziano, anch’io disapprovo le rapine in villa, dove vengono usati armi e metodi talvolta molto violenti, e nella maggior parte dei casi con risultati molto scarsi. E poi non trovo giusto che una persona che ha lavorato una vita per avere la casetta e l’automobile venga derubata in quel modo, come succede spesso.

 

Ornella Favero: Scusate, ma non ho capito: allora sarebbe giustificato quello che, alla fine, si porta via un sacco di soldi? Mi sembra molto debole, come opinione…

 

Graziano Scialpi: No, non si tratta di giustificare niente e nessuno. Voglio solo dire che queste rapine in stile “arancia meccanica” sono molto più inquietanti di quelle messe in atto dai classici rapinatori di mestiere, che quanto meno hanno la freddezza e la lucidità di calcolare i rischi e le conseguenze delle loro azioni. Io mi chiedo: ma che testa hanno queste persone che vanno a rischiare 20 anni di galera per poco o niente, e magari alla fine ci scappa anche il morto? Al di là  di queste considerazioni, fatti del genere mi sembrano la prova più lampante che la politica delle pene sempre più severe non serve a nulla.

 

Ornella Favero: Questo però mi sembra più che altro un discorso sul “buon ladro”, e non credo abbia molto a che vedere con l’argomento di questa discussione, che parte da un invito a riflettere e a confrontarci su atteggiamenti e comportamenti molto precisi. Che io ora cercherò di prendere di petto, perché se no continuiamo a girarci intorno… A proposito di rapine in cui ci è scappato il ferito o il morto, per esempio, mi è capitato più di una volta di sentire giustificare l’uso delle armi dicendo che… quella persona, la vittima, in fondo “se l’è cercata” perché ha reagito; e tanto più “se l’è cercata” se, a rimanere a terra, è stata una guardia giurata o simili. Mi sembra un’argomentazione del tutto inaccettabile. La sfida consiste appunto in questo: nel mettere alla prova la nostra capacità di discutere apertamente e con spirito critico di certi fatti che scuotono l’opinione pubblica e che sembrano invece passare sotto silenzio in carcere. Credo che il dottor Pavarin si renda conto perfettamente che in galera di certi argomenti si parla difficilmente con il compagno di cella, e perciò il suo invito alla discussione si riferiva non tanto ai singoli detenuti quanto a noi come giornale, visto che ci siamo guadagnati credibilità proprio per la nostra capacità di affrontare argomenti difficili, che non di rado rappresentano dei tabù per i detenuti.

 

Graziano Scialpi: Per capire la riluttanza a esprimersi su certi argomenti, è necessario fare una premessa. In galera, per una questione di educazione, di omicidi e di altri reati gravi possono parlare solo quelli che ne sono stati protagonisti. Faccio un esempio: mi è capitato spesso di sentire persone appena entrate in carcere che, per lamentarsi della condanna ritenuta troppo pesante o delle norme disciplinari troppo severe, sono sbottate nella classica frase: “Non ho mica ucciso nessuno, io!”. Be’, dopo un po’ si rendono conto pure loro di trovarsi in un posto dove ci sono molte persone che hanno ucciso, e allora cominciano a pesare parole e giudizi con molta più attenzione. E non per paura, come potrebbe essere indotto a pensare chi non conosce il carcere, ma per rispetto. Perché una volta che le hai conosciute, che le hai scoperte sotto l’aspetto umano, ti accorgi che sono persone pure loro, a volte anche migliori di altre che sono dentro per reati meno gravi.

 

Ornella Favero: Su questo concordo pienamente, e infatti da quando “frequento il carcere” mi guardo bene dal dare giudizi troppo affrettati, perché so che dietro a un reato, anche il più grave, c’è la storia della persona che lo ha commesso. Questa consapevolezza non mi fa però ritenere meno grave il ricorso alle armi durante una rapina, o l’omicidio. Il fatto che, conoscendo l’autore di un grave reato, io possa apprezzarlo come persona, non vuol dire insomma che io consideri meno grave il suo reato… E infatti per me non sta proprio in piedi una giustificazione tipo: ma se quello se ne stava buono e non reagiva non gli succedeva niente. Questo è il problema da discutere: cioè se tu, per soldi, sei disposto a mettere in gioco la vita di un’altra persona.

 

Sandro Calderoni: Certo, bisogna tenere conto che se una persona va a fare una certa cosa sa anche a che tipo di rischi può andare incontro. Magari fa di tutto per evitarlo, ma se va in banca armato non può non metterlo in preventivo, il rischio di una sparatoria… Resta il fatto che io non me la sento di giudicare altre persone per cose che sono capitate o avrebbero potuto capitare anche a me. E penso che per gli altri sia la stessa cosa.

 

Ornella Favero: Ho capito, ma tu non ti giudichi? Perché penso sia proprio questo a cui vuole arrivare il magistrato.

 

Paolo Moresco: A parere mio il magistrato, più che una revisione critica del passato, ci chiede una visione critica del presente (e d’altra parte che credito si può riconoscere a una revisione critica del proprio passato che non sia preceduta, e supportata, da una visione critica del proprio presente?), e capisco e anzi apprezzo l’intento con cui ce la chiede. Si rende conto che siamo immersi in un frullatore dove gira sempre la stessa aria e dove tutto rischia di diventare “normale”, per adattamento ambientale molto più che per scelta. È un rischio nei confronti del quale noi che partecipiamo alle attività, che dovrebbero essere anche “trattamentali”, come la redazione di questa rivista, siamo in qualche misura immunizzati, per i continui ricambi d’aria che ci giungono dall’esterno (volontari, ospiti, ecc.), ma che incombe invece gravemente su quelli - la maggior parte di noi - che vivono la loro carcerazione per intero nel chiuso della propria cella e della propria sezione. Come fanno, queste persone sotto vuoto spinto, a maturare una visione critica del presente?

 

Marino Occhipinti: Personalmente, da quando mi trovo qui, ho sentito un’infinità di volte il rapinatore o il presunto rapinatore dire: “Io ho fatto dieci rapine”. Fortunatamente invece non mi è mai capitato di sentire persone che si vantino di avere ucciso. E questo secondo me vuol dire che nonostante tutto anche qui, in galera, c’è considerazione per la vita umana.

 

Ornella Favero: D’accordo, ma ciò non toglie che più di una volta mi sia capitato di sentire, anche qui dentro, delle giustificazioni in cui venivano messi sul piatto della bilancia il valore dei soldi e quello della vita, come fossero valori in qualche modo equiparabili. Ed è proprio questo che, a me, fa più paura. Allora credo che dobbiamo mettere al centro della nostra riflessione il valore della vita umana. A farla fuori dal carcere, una discussione sul bene e sul male, si rischia di dare tutto per scontato, mentre rifletterne qui dentro aiuta per lo meno a vedere la complessità che sta dietro a questi problemi. Fuori si fa presto a dire: “Questo è un criminale, quell’altro no”, perché la distinzione tra bene e male viene fatta con l’accetta, in modo molto più semplicistico.

 

Stefano Bentivogli: A me pare di capire, anche per il contesto in cui Pavarin ci ha lanciato questa sfida (un convegno sulla riduzione del danno e il recupero sociale dei detenuti), che ci venga chiesto soprattutto di prendere posizione nei confronti di certi comportamenti che riguardano il delicato periodo-ponte fra detenzione e ritorno alla libertà (misure alternative portate a termine malissimo, reati commessi da detenuti in permesso o in semilibertà, ecc.) con la stessa lucidità e spregiudicatezza con la quale analizziamo sulle pagine della nostra rivista le cose che non funzionano o che funzionano male in carcere.

 

Graziano Scialpi: Qui però è davvero difficile esprimere giudizi. Diciamo anzitutto che in carcere c’è meno ipocrisia, e che chiunque di noi sa che dietro a ciò che spinge una persona ad andare a fare una rapina ci sono delle pulsioni censurabili ma non “disumane”, e a ben vedere simili a quelle che possono indurre un funzionario di banca a rubare i risparmi di una vita a una persona anziana, che poi magari per la disperazione arriva ad ammazzarsi. Qualunque rapinatore, se avesse la possibilità di ottenere lo stesso risultato standosene seduto dietro una scrivania, eviterebbe sicuramente di fare le rapine. Con questo voglio dire che il rapinatore non è un marziano che scende dallo spazio: è semplicemente la punta d’iceberg di un paese dove c’è un diffuso sentimento di illegalità.

 

Ornella Favero: L’illegalità diffusa di cui parli, però, è tutt’altra cosa rispetto al reato di sangue, alla rapina finita in tragedia perché a un certo punto qualcuno si è messo a sparare…

 

Stefano Bentivogli: Io penso che a un magistrato che cura l’esecuzione della pena e che ci chiede come ci poniamo rispetto all’illegalità, non possiamo dare una risposta generica e di comodo, cavandoci d’impaccio dicendo che… quasi tutto il mondo vive nell’illegalità eppure non va in galera. La discussione, a quel punto, finirebbe lì. Io credo che - sfidandoci ad affrontare certi argomenti - ci chieda sì una revisione critica, ma rivolta più all’idea di illegalità in generale che alle nostre passate scelte illegali personali. È un invito quindi a valutare criticamente il tema dell’illegalità, dimostrando così che il nostro giornale non si limita a dare voce alle lamentele dei detenuti, ma sa proporsi anche come strumento di riflessione nei confronti del fenomeno della devianza in generale.

 

Andrea Andriotto: Più che un discorso generale, il magistrato ci pone a mio avviso un quesito molto preciso: “Voi che chiedete le misure alternative per uscire dal carcere e che vi lamentate se non vi vengono concesse, cosa pensate di quelli che escono e tornano a commettere reati?”.

 

Ornella Favero: Quello che dovremmo dimostrare è una più ampia capacità di riflessione, che aiuti a ridurre le distanze fra il mondo di dentro e quello di fuori. E non riduciamo certo le distanze se andiamo a dire fuori dal carcere che il rapinatore in banca ci va con la pistola, sì, ma che la usa solo “in caso di estrema necessità”…

 

Marino Occhipinti: Secondo me ci stiamo preoccupando troppo di quello che vuole il magistrato, penso che da questa discussione dovrebbe uscire di più quello che pensiamo davvero noi.

 

Ornella Favero: Io adesso non sto chiedendo che uno mi dica “ho sbagliato a commettere quel reato”; mi interessa invece, lo ripeto, una riflessione corale sui reati e soprattutto sul male che essi comportano per chi ne è vittima. Perché non è tanto il reato preso astrattamente, che conta, ma il male che esso può provocare. Mi sembra che una riflessione di questo tipo sia necessaria, perché qui dentro affiorano talvolta atteggiamenti giustificatori che non mi piacciono.

 

Graziano Scialpi: L’unica posizione a cui puoi arrivare è semplice: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Tu però prendi i reati e li stacchi dalla società in cui avvengono, quando in tutta la società questo principio vale meno della carta igienica.

 

Stefano Bentivogli: Secondo me le posizioni sono due. C’è chi, col rischio di sembrare ipocritamente redento, improvvisamente dice “cavolo, quel tipo di comportamento porta a mettersi in una condizione che alla fine pone a rischio la vita degli altri”, e chi invece fino alla fine continuerà a dire “questo è un mondo che funziona così, e i costi, per quanto pesanti, fanno comunque parte del gioco”.

 

Graziano Scialpi: Ma prendi uno dell’avellinese, che dopo il terremoto ha assistito a una delle più gigantesche dilapidazioni di denaro pubblico che si siano mai viste… Cosa dici a uno così, che è vissuto in mezzo a pubbliche ruberie e poi va in galera perché, senza lavoro né prospettive, non ha trovato altre vie d’uscita che fare una rapina? Che razza di revisione critica vuoi che faccia, uno così? E con questo non voglio giustificare niente.

 

Ornella Favero: Ma scusami, Graziano, queste tue considerazioni mi fanno venire in mente certe discussioni filosofico-letterarie dell’Ottocento, tutte mirate a stabilire se le colpe sono più della società o della singola persona che sbaglia. Io credo che un giornale come il nostro debba invece avere il coraggio di discutere i comportamenti e le scelte individuali rispetto ai reati. Che dietro ai reati ci siano spesso retroscena sociali di grande precarietà e pieni di ingiustizie è fuori di dubbio, ma vogliamo fermarci a questo discorso? Mi sembra un po’ poco per un giornale che ha avuto il coraggio di discutere di tante cose! Io sono una persona “regolare”, il che non vuol dire che non abbia mai commesso niente di illegale né che mi riconosca sempre nelle regole della società in cui vivo, però ho dei principi e un mio modo di pormi rispetto a certe discussioni. Le singole persone e le loro storie io le posso capire, tutte. Ciò non toglie che ci siano, però, dei limiti oltre i quali io personalmente credo non mi sarei mai spinta e che invece alcune persone hanno oltrepassato. Ed è appunto su quei limiti che ci si deve misurare. Quello che fermerebbe me certamente sarebbe la consapevolezza di andare a mettere a repentaglio la vita di una persona, la sua storia, il suo equilibrio. Io penso che il ragionamento da fare sia su questo, e poi dovremmo anche avere il coraggio di spingerci più in là e di chiederci, per esempio: quanto vale la vita di un carabiniere o di un poliziotto che resta ucciso durante una rapina? Abbiamo a che fare comunque con una vita umana o c’è ancora qualcuno che pensa che la vita umana di un carabiniere o di un poliziotto ha un valore diverso dalle altre?

 

Graziano Scialpi: Evidentemente sbaglio a non premettere ogni volta cose che do talmente per scontate da non aver bisogno di essere ripetute. Quello che volevo dire è che o si continua a considerare quelli che commettono questi fatti degli alieni, delle cellule cancerose che sbucano fuori non si sa come e allora da una parte hai il “reato inspiegabile” e dall’altro la risposta repressiva. Oppure, ed è questa l’ottica in cui cerco di muovermi, cerchi di capire i contesti in cui nascono e maturano questi comportamenti, ma per vedere se in qualche modo è possibile prevenirli, non certo per giustificarli e scaricare la colpa sulla società. Se indagando si scopre che esistono delle sacche di emarginazione e ingiustizia sociale dove questi comportamenti lesivi per gli altri sono più frequenti, limitarsi a inorridire e condannare senza cercare di rimediare alla situazione in cui questi comportamenti maturano mi sembra altrettanto stupido e irresponsabile, anche se senza dubbio è molto più comodo.

 

Sandro Calderoni: Tieni conto, ripeto, che uno che va a fare una rapina non parte mai con l’intenzione di uccidere o di fare del male a qualcuno; se porta un’arma, cerca lui per primo di evitare di usarla…

 

Ornella Favero: Mi sembra un po’ semplicistico metterla in questi termini, perché se ti porti dietro un’arma sai che hai la possibilità di usarla, e quindi affidi la vita delle persone che ti trovi di fronte al caso. Ammetterai che, così, la vita delle persone conta comunque abbastanza poco… La questione è questa: siccome tu ci sei passato e hai fatto determinate scelte, dovresti avere anche la capacità critica di mettere in discussione certi comportamenti.

 

Sandro Calderoni: Io posso benissimo dire “ragazzi, non fatele certe cose, non andate”, ma non posso fare un commento su un fatto che è successo e che avrebbe potuto capitare anche a me, magari non nella stessa situazione ma comunque in circostanze che potevano essere molto simili.

 

Marino Occhipinti: Quando sui giornali o in televisione vedo qualcosa di estremamente grave, la prima conclusione che mi viene da trarre è: “Guarda quante vite rovinate”. Forse prima non ci si pensa, ci si riflette soltanto dopo a quante vite si possono rovinare con una scelta sbagliata. Nel caso ad esempio di un omicidio, il dramma non è solo per la persona che muore, ma di tutto quello che sta attorno: la famiglia di quella persona, la tua vita - che comunque conta poco, perché ad un certo punto ti viene da dire “me la sono cercata, ben mi sta” - ma anche la vita di altre persone che pagano per i tuoi errori senza aver commesso nulla, e cioè i tuoi famigliari. E allora, cosa puoi dire?

 

Ornella Favero: Credo che la riflessione vada impostata proprio in questo senso: non giudicare il singolo fatto o la singola persona, ma piuttosto riflettere sugli atteggiamenti mentali e sui comportamenti che hanno condotto a quel fatto e sulle conseguenze che quel fatto si trascina dietro. Per metterla sul concreto, che vi troviate fuori, in una scuola o in un quartiere, invitati a parlare di rapine con persone che magari hanno subito esperienze del genere. Cosa gli raccontate?

 

Altin Demiri: Una cosa seria ed educativa, secondo me, è dire prima di tutto che non ne è valsa proprio la pena, di fare certe cose.

 

Ornella Favero: Questo è un ragionamento che io accetto. Mi sembra già un passo avanti avere la franchezza di dire: guarda, non ne è valsa la pena.

 

Fiorenzo Binali: Secondo me prima di esprimere una visione critica bisogna avere ben chiari dei principi su cui basarsi, e tanto per cominciare bisogna riconoscere il principio più importante di tutti: l’inviolabilità della vita.

 

Marino Occhipinti: Secondo me il confine è esattamente lì. Io ho rapinato, ma sono responsabile purtroppo di un omicidio, e la linea di confine fra questo reato e tutti gli altri è nettissima. sul piano morale secondo me c’è un abisso. Se una persona mi dice che ha rubato, rapinato, truffato, mi viene da pensare che in fin dei conti è fortunata, nel senso che almeno si è risparmiata la crisi di coscienza, l’orrore che prova uno che ha ucciso.

 

Stefano Bentivogli: Capisco il tuo stato d’animo, ma stiamo attenti a non correre il rischio - considerando l’omicidio gravissimo, come è giusto, e tutto il resto “ragazzate” - di banalizzare i reati non di sangue. Anche la libertà personale è un principio fondamentale. Prendiamo la vecchietta che vuole passeggiare alla sera: quella è la sua libertà personale, e se gliela togli - costringendola a serrarsi in casa per la paura di essere scippata - le hai tolto tutto. Stiamo attenti, quindi, a stabilire scale di gravità dei reati che non tengano conto anche di queste “piccole cose”… Io, che pure non ho mai commesso certi tipi di reato, mi rendo conto che in qualche modo ho messo comunque in discussione la libertà della persona.

 

Marino Occhipinti: Forse mi sono espresso male: il mio era solo un paragone con il quale volevo mettere in risalto il valore della vita umana. Siccome so cosa vuol dire avere sulla coscienza il peso di una morte, intendevo proprio ribadire la gravità incomparabile di un reato come l’omicidio. Io ho banalizzato molto lo scippo, è vero, rispetto all’omicidio. Ma l’ho fatto anche in proporzione alla “banalità” del dolore che lascia un reato del genere rispetto a quello che provoca un omicidio.

 

Stefano Bentivogli: Io non dico che si rischia di banalizzare, invito soltanto a fare attenzione, perché certe cose a noi possono magari sembrare sciocchezze ma, fuori, c’è gente tanto esasperata da chiedere venti o trent’anni, o l’ergastolo, anche per gli scippatori. Dobbiamo renderci conto che noi, avendo una conoscenza più diretta del crimine, siamo portati a stabilire graduatorie di maggiore o minore gravità che non sempre corrispondono a quelle della gente normale: e non dimentichiamoci mai che è sul metro di misura della gente normale, non sul nostro, che vengono fatte le campagne elettorali.

 

Graziano Scialpi: Noi però vediamo anche l’altro aspetto della faccenda, vediamo che quando viene arrestato uno scippatore gli fanno fare un anno, lo mettono fuori e il pomeriggio stesso va a fare un altro scippo, perché nella maggior parte dei casi questo tipo di reato è legato alla tossicodipendenza.

 

Stefano Bentivogli: La microcriminalità non è solo dei tossicodipendenti. Senza parlare male di quelli che vengono nel nostro paese a cercare fortuna lavorando, io non vedo molti italiani che vanno a fare scippi, ad eccezione appunto dei tossicodipendenti. Per il resto, sono tutti extracomunitari.

 

Ornella Favero: Vai a Napoli e poi ne riparliamo: lo scippo riguarda una parte molto povera della società, quindi è un’esclusiva degli extracomunitari nelle aree più ricche del paese mentre continua a essere in larga parte italiano nel meridione. Il problema è anche il ruolo che hanno assunto i soldi nella nostra vita: per quelli si fa di tutto. È una mentalità che ha pervaso la società e che i danni maggiori li sta producendo fra i giovani, italiani ma anche immigrati, che vogliono avere a tutti i costi gli oggetti simbolo del nostro tempo, al punto da andare a prenderseli in qualsiasi modo se non se li possono permettere.

Il caso dell’ergastolano Izzo: una gravissima storia individuale

Un solo Angelo Izzo, oltre che per la società, può diventare molto pericoloso anche per quelli che in galera stanno cercando nuove strade e nuovi obiettivi per non tornare a delinquere

 

di Marino Occhipinti

 

Come non interrogarci, noi della redazione sul caso Izzo? Più che sulla sua vicenda personale, sul modo più corretto - privo sia di coinvolgimenti, sia di pregiudizi - per affrontare dal punto di vista dell’informazione una situazione tanto spinosa. Una storia individuale che, per quanto gravissima e inquietante, rischia di mettere seriamente e ingiustamente in crisi un intero sistema: quello dell’espiazione della pena, che in Italia è tra i più civili al mondo. E non stupisce che, sull’onda emozionale, i media abbiano invocato l’abolizione di misure alternative alla detenzione come la semilibertà.

Non discutiamo sul fatto che quella di Angelo Izzo resta una posizione indifendibile. Condannato all’ergastolo per un omicidio con stupro e sevizie commesso nel 1975 (un fatto noto come il massacro del Circeo), dopo aver tentato di evadere varie volte, nel 1994 approfitta di un permesso premio per fuggire in Francia. Quando viene arrestato, pochi mesi dopo, è armato e dichiara alle telecamere di essersi preso una vacanza. Alcuni mesi fa gli è stato concessa la semilibertà.

Il massacro del Circeo è rimasto negli annali della cronaca nera italiana. Ma, oltre al suo delitto più “famoso”, a sconcertare è la storia giudiziaria di Angelo Izzo nel suo complesso. Anche se quasi mai creduto o ritenuto attendibile, Izzo durante la sua carcerazione gioca anche la carta del pentimento. Non quello intimo e profondo della coscienza, che non è mai barattabile con benefici materiali, ma un pentimento di convenienza. Si autoaccusa di altri sette omicidi, dei quali non vengono comunque trovati riscontri, e di numerosi altri reati. Si presenta a deporre a importanti processi, ovviamente come testimone d’accusa ma, nonostante gli imputati fossero altri, alla fine a guadagnarsi qualche condanna per calunnia è proprio lui. È il curriculum giudiziario di Izzo uno dei pochi elementi certi di una torbida vicenda che lo vede ora responsabile - lo ha confessato - del duplice omicidio, commesso mentre lavorava in regime di semilibertà, di una ragazzina di quattordici anni e della madre.

Di fronte a un caso tanto cupo che difficilmente ammette mezze misure nei giudizi, la reazione di molti di noi è stata tuttavia una (forse banale, ma difficilmente confutabile) constatazione di un dato di fatto: “La recidiva nei casi di omicidio è bassissima: come si può pensare di limitare o addirittura di abolire i benefici come permessi e semilibertà perché una sola persona ha sbagliato, quando ce ne sono altre migliaia che rigano dritto e proprio grazie alle misure alternative si reinseriscono nella società?”. Tutti però siamo stati ugualmente d’accordo su un altro, opposto, dato di fatto: “È fin troppo ovvio che quando accadono fatti del genere, la semplice statistica perde ogni valore. L’episodio cruento prende il sopravvento, annulla anni di fatiche. E poi vallo a spiegare a chi si è visto uccidere un figlio che la statistica degli assassini recidivi è quasi pari allo zero”.

È il classico dilemma che si presenta puntuale come corollario di ogni fatto eclatante (non molti, se ci pensiamo bene) di cronaca nera. A offrirci lo spunto per valutare la vicenda senza inutili emozioni, è stato, in modo del tutto inatteso, il ministro della Giustizia Roberto Castelli. Un “inedito” Castelli che ci ha sbalorditi per la pacatezza dei toni usati durante una trasmissione televisiva, nonostante siamo già in piena campagna elettorale e la lotta al crimine sia da sempre il cavallo di battaglia del suo partito. Invece di tranquillizzare gli onesti cittadini promettendo loro tanta sicurezza e tanta galera per chi commette reati, il ministro si è limitato ad ammettere che sì, nel caso di Angelo Izzo qualcosa non ha funzionato (ovvio), ma “che assieme all’acqua sporca non bisogna gettare anche il bambino”. Non solo: ha perfino implicitamente suggerito che il caso Izzo si può mettere da parte, perché per un Izzo ci sono centinaia di detenuti che, proprio perché hanno vissuto sulla propria pelle il disagio, riescono meglio di chiunque altro ad aiutare chi si trova in difficoltà e quindi a svolgere lavori sociali (come faceva Izzo in un centro d’ascolto).

 

Quei condannati che cercano di dare un senso alla propria vita lavorando per gli altri

 

Caso Izzo a parte, appunto. Che qualcosa non abbia funzionato è innegabile. Sull’abbaglio preso e sull’inopportunità di assegnargli una mansione delicata all’interno di una associazione attiva in ambito sociale hanno concordato tutti e ahimè, per quanto possa valere il mio parere, non posso che allinearmi a tale opinione. Ma che cos’è, esattamente, che non ha funzionato? Secondo un’analisi (sempre televisiva) del criminologo Massimo Picozzi, Izzo è uno psicotico con turbe sessuali e come tale non andava messo a contatto con altre persone portatrici di problematiche forti, anche di origine sessuale. Tali erano infatti alcuni dei frequentatori del centro di ascolto di cui Izzo era uno dei responsabili.

Picozzi ha poi evidenziato una stortura di non poco conto: la patologia psichiatrica di cui è (o era) affetto Izzo non sarebbe mai stata curata perché, ai tempi del processo, quindi quasi un trentennio fa, fu dichiarato pienamente capace di intendere e di volere. E, si sa, le persone sane non si possono curare. Un impianto normativo, quello relativo alla salute mentale, che andrebbe quantomeno rivisto, magari tenendo conto di una recente statistica americana: la recidiva per chi si macchia di reati a sfondo sessuale come quelli commessi da Izzo, raggiunge la percentuale abnorme dell’ottanta per cento.

Non sono io a dover processare Angelo Izzo, è un compito che spetta ai giudici. A quegli stessi giudici che devono decidere autonomamente e a ragion veduta quando, e con quali modalità, una persona condannata, anche per reati gravi, può iniziare un percorso di inclusione sociale. Sempre mettendo da parte il caso Izzo, mi vengono in mente decine di persone che si sono macchiate di reati gravi, anzi gravissimi, persone ora libere - ex terroristi, ergastolani o comunque detenuti che hanno trascorso decenni in carcere - che dopo aver terminato di scontare la loro condanna si sono impegnati o hanno continuato un impegno già intrapreso nel sociale. Sono tanti, e rappresentano un esempio di come il caso Izzo sia davvero isolato e anomalo. Non solo: quanto più grave è il reato commesso, tanto più la maggior parte dei condannati avverte il bisogno di dare un senso alla propria vita lavorando in funzione degli altri, nel tentativo di colmare il proprio dolore e con la volontà di risarcire in qualche modo le persone alle quali si è arrecato un danno e la società stessa che ci circonda.

Emblematici e rappresentativi sono gli esempi di tre detenuti che conosco molto bene perché hanno fatto parte della redazione interna di Ristretti Orizzonti fino a poco tempo fa. Ora sono ammessi all’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario, norma che prevede la loro uscita dal carcere ogni mattina per recarsi a lavorare per poi fare rientro in istituto la sera. Lavorano nell’ambito di attività sociali, dopo essersi fatti le ossa in redazione imparando a occuparsi un po’ meno di se stessi e un po’ di più dei problemi di tutti. Non fanno gli assistenti sociali ma, affiancati da volontari e operatori, mettono a disposizione degli altri l’esperienza appresa in carcere, ed è una esperienza che può, anzi che deve servire anche a tante persone che vivono nel mondo “libero”, se non altro per aiutarle a riconoscere ed evitare situazioni senza via d’uscita, che per chi vive in condizione di disagio sono un pericolo sempre presente.

Il clamore sul caso Izzo si va spegnendo. Ma il caso resta troppo articolato e complesso per non finire per essere banalizzato e schematizzato dai mezzi di informazione. Con il rischio di azzerare, o almeno di porre ulteriori freni, alla concessione dei già limitati benefici penitenziari. Un solo Angelo Izzo, oltre che per la società, può diventare molto pericoloso anche per quelli che in galera stanno cercando nuove strade e nuovi obiettivi per non tornare a delinquere. Uno sforzo che ha, come “effetto collaterale”, una società davvero più sicura.-

Il triste gioco delle responsabilità

In carcere è possibile fingere per qualche giorno, ma alla fine la vera natura salta fuori

Invece Izzo è riuscito ad ingannare persino il suo compagno di cella

 

di Graziano Scialpi

 

Ci sono molte cose nel “Caso Izzo” che lasciano perplessi. Ci sono troppi lati oscuri in questa vicenda agghiacciante. Una cosa però è chiarissima: il gioco delle attribuzioni delle responsabilità si è svolto con la consueta leggerezza superficiale e irresponsabile. I magistrati del Tribunale di Sorveglianza di Palermo hanno sbagliato a concedere a Izzo la semilibertà? Può darsi, con il senno di poi hanno senza dubbio commesso un errore madornale. Il pastore battista che ha offerto a Izzo un lavoro nella propria associazione che si occupa di assistenza a persone in stato di disagio ha sbagliato? Può darsi, con il senno di poi ha senza dubbio commesso un errore madornale che turberà i suoi sonni per il resto della vita.

Cosa si può dire in difesa di questi magistrati e di quel pastore? La prima cosa che viene in mente è che hanno sbagliato, se hanno sbagliato, in assoluta buona fede. Dietro alle loro scelte e decisioni c’è stata la convinzione nobile e civile che l’uomo non è buono o cattivo per natura intrinseca, ma che può cambiare e migliorare, c’è stata la pietà per un essere umano che ha trascorso dietro le sbarre trent’anni della propria esistenza e che proclamava il proprio pentimento per le azioni commesse in una lontana gioventù. Dietro le loro scelte c’è stato un atto di fiducia, una fiducia che sicuramente comporta dei rischi (come ben sanno le migliaia di italiani che si sono fidati dei bond Parmalat), ma che è uno dei mattoni fondamentali delle società libere e civili oltre che della fede cattolica. Il loro atto di fiducia è costato la vita a una donna e alla sua figlia appena quattordicenne, ma davvero si sono fatti prendere per il naso da uno spietato assassino come dei sempliciotti sprovveduti? Davvero avrebbero potuto valutare la situazione in modo diverso?

C’è un aspetto di questa vicenda che è essenziale per inquadrarla in modo corretto e obiettivo, un aspetto che chissà per quale motivo è stato completamente tralasciato. Se il Tribunale di Sorveglianza di Palermo ha concesso a Izzo la semilibertà, se il pastore battista molisano gli ha offerto lavoro nella propria associazione, a servire a Izzo le povere vittime su un piatto d’argento sembra essere stato proprio il loro padre-marito, Giovanni Maiorano. E qui il retroterra morale e culturale cambia totalmente. Maiorano non è un ingenuo e troppo fiducioso seminarista, è uno “della stessa pasta” di Izzo, è uno che “pensa male” per scelta di vita, è il suo amico, il suo compagno di cella e con ogni probabilità il suo confidente. Chiunque abbia trascorso un certo periodo in carcere sa bene che non si può nascondere la propria natura a chi condivide con te per venti ore al giorno la stessa stanzetta angusta e lo stesso water. È come la famosa “prova della barca a vela” per i fidanzati, solo che non è nemmeno possibile trovare un po’ di solitudine sul ponte, quando l’altro è in cabina. Qualche anno fa ho avuto modo di parlare con un ragazzo che per qualche tempo era stato costretto a condividere la cella con un uomo condannato per pedofilia. L’uomo in questione, mi spiegava il ragazzo, continuava a proclamare la propria innocenza, sostenendo di essere vittima di un complotto ordito dalla polizia, però guardava la televisione esclusivamente quando c’erano programmi con bambini come protagonisti… Si può fingere per qualche giorno, ma alla fine la personalità, la vera natura salta fuori. Eppure Izzo è riuscito a ingannare il proprio amico e compagno di cella, un uomo di malavita sospettoso quanto lui, a tal punto che questo pare gli abbia affidato non un lavoro, ma la propria moglie, la figlia quattordicenne e gli ultimi risparmi. Come potevano non farsi ingannare i magistrati palermitani e il pastore molisano? Come poteva non farsi ingannare una qualunque persona per bene e con sani principi?

Dopo il delitto, Maiorano si è ben guardato dal recitare il benché minimo mea culpa per questo suo errore, si è ben guardato dall’assumersi la propria fetta di responsabilità per aver messo la propria moglie e figlioletta nelle mani del loro carnefice. Non ha detto: “È colpa mia, che le ho mandate da lui”. Anzi, si è permesso di puntare il dito accusando magistrati e pastore, probabilmente rimuginando quali vantaggi potrà ottenere calandosi nei panni della “povera vittima innocente”. Privato con la violenza dei suoi affetti più cari, non ha avuto un sobbalzo di coscienza, un rigurgito di comprensione per il male da lui stesso commesso, non si è rivolto ai familiari del ragazzino che ha ucciso dicendo: “Adesso capisco veramente il male che vi ho fatto, il dolore che vi ho provocato”.

Maiorano è uno della stessa pasta di Izzo, per questo andavano d’accordo, per questo sono diventati amici, e se Izzo ha ingannato lui, come potevano non farsi ingannare magistrati e sacerdoti? Come potevano non farsi ingannare persone per bene che ripongono fiducia nella possibilità di cambiamento e miglioramento dell’essere umano? Solo con il senno di poi sono tutti profeti.

Quando la pericolosità resta “inosservata”

L’alto rischio che escano dal carcere persone pericolose dipende soprattutto dall’incapacità del sistema penale di osservare e curare i detenuti e non dalla lunghezza e dalla durezza delle pene

 

di Stefano Bentivogli

 

Com’è possibile che Angelo Izzo, ancora in esecuzione di pena, si trovasse ad operare all’interno di un’associazione con un ruolo attivo nell’assistenza a persone, anche giovani, in stato di disagio e con problemi gravi? Quante e chi sono le persone che svolgono questo tipo di attività in semilibertà o affidamento? Con quali criteri si ritiene che queste persone non rappresentino un rischio per chi a loro chiede aiuto? Di chi è la responsabilità quando succedono episodi del genere?

Sono domande importanti a cui bisogna dare una risposta, sono questioni alle quali non possono restare indifferenti i detenuti, soprattutto quelli che ai tentativi di far evolvere e migliorare il sistema penitenziario credono fermamente. In Italia è veramente frequente che molti condannati si trovino, in semilibertà o in affidamento in prova, a svolgere lavori di pubblica utilità, e questo deriva dal tentativo di far compiere loro attività “retributive” nei confronti di una società che hanno danneggiato. Chi ha fatto del male, ed ha capito i suoi errori, lo dimostri facendo del bene e lo faccia volontariamente. In realtà, per legge, queste attività sono obbligatorie nel caso dell’affidamento in prova e della sospensione condizionale della pena, in altri casi sono comunque ben volute dalla magistratura, ma non rappresentano necessariamente la dimostrazione della presa di coscienza dei propri errori né la volontà di retribuire la società ed indirettamente le vittime dei propri reati.

Entrare nei pensieri di una persona è una cosa difficile, spesso impossibile, ma per chi si trova a dover decidere sulla messa in libertà - anche se parziale - di una persona che ha commesso delitti molto gravi, è assolutamente necessario. Questo è il lavoro che oggi tocca alle équipe di osservazione della personalità dei detenuti (educatori, psicologi, assistenti sociali, etc.), che hanno il compito di analizzare scientificamente la personalità del detenuto e fornire poi al Tribunale di Sorveglianza, composto da magistrati ed esperti, documentazione scritta per esaminare il caso e deliberare. Credo che sarà interessante capire in trent’anni di osservazione quali sono stati gli elementi portati a sostegno della concessione della semilibertà ad Angelo Izzo, come si sia arrivati ad appurare un profilo di non importante pericolosità per un detenuto con i delitti e la “carriera penitenziaria” di Angelo Izzo.

Di quest’uomo ora tutti, a disastro avvenuto, sono pronti a certificare la personalità malata, ed effettivamente da quello che si è potuto capire da stralci di interviste mostrate in televisione resta strano come anche gli psichiatri che hanno avuto a che fare con lui non abbiano notato qualcosa di anomalo. Viene da chiedersi come vengano osservate queste persone e come sia stato possibile che tutti i suoi precedenti di manipolazione nei confronti della magistratura - si è proposto più volte come collaboratore di giustizia raccontando un sacco di balle - non abbiano messo in guardia i suoi interlocutori. L’astio che tra noi detenuti esiste nei confronti dei “pentiti” ci porta a pensare con rabbia che sia sempre stato privilegiato, che abbia ottenuto benefici e benevolenza sulla pelle di altri. Ma questo, anche se fosse vero, non spiega tutto, perché la semilibertà gli è stata concessa dopo trenta anni di carcere e pare che negli ultimi dieci anni abbia mantenuto una buona condotta carceraria.

Sono tantissime le persone che fino alla settimana scorsa erano pronte a scommettere sul reale cambiamento di Angelo Izzo, non ultimo il responsabile dell’associazione che gli aveva dato un lavoro di grande responsabilità, da svolgere con persone con gravi problemi, anche di natura sessuale. La disattenzione e l’ingenuità di chi ha avuto a che fare con quest’uomo hanno prodotto altre due vittime e questo non deve ripetersi, e siamo noi detenuti per primi a chiederlo, anche perché, come al solito, dopo quello che è avvenuto si cerca di mettere in discussione il reinserimento sociale e le misure alternative alla detenzione che invece, dove sono concesse con attenzione, con conoscenza dei problemi della persona, della sua storia, e anche del suo quadro clinico, si rivelano sempre vantaggiose sia per il detenuto sia per la società.

Non abbiamo alcun timore di una mappatura, come chiede la giornalista Palombelli, dei casi di lavoro nel sociale dei detenuti, interessa a noi per primi. Ci preoccupa molto di più che invece, spenti i riflettori sul caso Izzo, non si intervenga seriamente sull’osservazione della personalità in carcere, che oggi, con la carenza incredibile di personale, non può avere alcun carattere scientifico, e che nei confronti della nostra salute mentale persista il disinteresse attuale.

Sono purtroppo ricorrenti i casi di omicidi particolarmente efferati che in sede processuale vengono esentati da perizie psichiatriche attente, perché si vuole a tutti i costi evitare l’ammissione di attenuanti che vadano a diminuire l’entità della pena. Il risultato è il fioccare di ergastoli, o comunque di pene molto alte, che sembrano solo rispondere all’emozione che questi delitti provocano nel “comune sentire”. Spesso poi, quando invece le perizie vengono eseguite, l’esito è la dichiarazione di “personalità gravemente disturbata” che è un buon sistema per riconoscere comunque la piena capacità di intendere e di volere e quindi la punibilità “ordinaria”, quella del carcere normale. Succede così che la pena, breve o lunga che sia, viene scontata in maniera uguale a chi è in galera per rapina o furto, senza perciò che sia prevista una particolare attenzione alla condizione psichica.

Da un lato quindi il bisogno perverso di rifilare ergastoli per far contenta la folla, dall’altro la psichiatria che, con la sua necessità di catalogare scientificamente, finisce per far perdere il buon senso della realtà. Troppi delitti assurdi diventano normali azioni dettate dalla malvagità umana, lucide scelte di uomini cattivi, solo perché il livello delirante del reo non ha quei connotati tecnici per i quali si può parlare di follia pericolosa, di malattia mentale, di una cosa che non basta punire spietatamente ma che occorre studiare e curare.

Quindi non capiamo veramente il senso delle dichiarazioni di chi si scaglia contro i benefici previsti dall’Ordinamento penitenziario, perché la semilibertà, l’affidamento e in generale le misure di attenuazione del regime detentivo puro, sono i capisaldi di una riforma - purtroppo in gran parte non applicata - che contiene elementi di civiltà riconosciuti ed apprezzati a livello internazionale.

Occorre invece cominciare a farsi carico in maniera diversa della sanità mentale in carcere ed anche fuori: sono troppi gli omicidi e gli atti di violenza, compiuti anche a danno di familiari, con moventi incomprensibili, nei confronti dei quali si continua a porsi in maniera solo emotiva oppure col secondo fine di far regredire il sistema penale. L’alto rischio che dopo tantissimi anni escano dal carcere persone pericolose dipende soprattutto dall’incapacità del sistema penale di osservare e di curare i detenuti e di prevedere delle alternative al carcere, e non dalla lunghezza e dalla durezza delle pene. È una questione di buon senso che alla fine deve comunque prevalere sulle emozioni del momento.

 

 

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