Il Gruppo della Trasgressione  è una cosa “pungente”, cartavetrante

L’esperienza del Gruppo della Trasgressione raccontata a Ristretti dal suo ideatore

 

Incontro in redazione

 

Tante volte abbiamo riflettuto sul fatto che Ristretti Orizzonti si occupa di informazione in maniera “anomala”, scegliendo per esempio uno stile diverso da quello di articoli in cui qualcuno disquisisce sullo stato delle carceri, sul sovraffollamento, sui diritti negati, perché noi cerchiamo il racconto, vogliamo che le persone leggano e capiscano, ma anche pro­vino delle emozioni, cioè che siano coinvolte non solo razionalmente, e per coinvolgerle abbiamo scelto di approfondire la riflessione sui re­ati, su come si finisce in carcere, su quanto sottile sia la linea che sepa­ra il bene dal male, e quanto ognuno di noi possa rischiare di “passare dall’altra parte”. In questo nostro percorso di riflessione profonda, di con­fronto serrato, di continuo scambio, di coraggio di assumersi le proprie responsabilità, abbiamo incontrato un’altra realtà, quella del Gruppo della Trasgressione, che in qualche modo, pur nella diversità, sentiamo vicina, con la quale condividiamo molto soprattutto sul metodo con cui affrontiamo i temi più spinosi. Ne abbiamo parlato con Juri Aparo, psi­coterapeuta che opera presso la ASL Milano e le carceri milanesi di Ope­ra, San Vittore, Bollate, e che del Gruppo della Trasgressione è l’ideatore e “l’anima”.

 

Ornella Favero: Possiamo chiedere subito perché l’avete chiamato Gruppo della Trasgressione? In che senso Gruppo della Trasgressione?

Juri Aparo: Gruppo della trasgressione semplicemente perché nasce dai trasgressori, dall’esperienza della trasgressione, riflette della trasgressione e poi… si dice anche che chi fa parte del Gruppo della Trasgressione trasgredisce rispetto al suo passato e ai vincoli della condotta delinquenziale, ad esempio lavora e costruisce con una persona che rappresenta l’istituzione.

Il sito si chiama trasgressione.net. E l’obiettivo con cui è nato il Gruppo era riflettere su questo.

Nel Gruppo c’è questa situazione un po’ ibrida, qualcuno ne fa parte come detenuto, c’è chi ne fa pare come cittadino libero, c’è chi ne fa parte come studente tirocinante, quindi con un interesse specifico, c’è chi ne fa parte in modo integralmente libero, semplicemente perché gli piace, e c’è chi ne fa parte perché ha uno stipendio, anche se lo stipendio non impedisce il coinvolgimento dal punto di vista emotivo, metodologico.

Ornella Favero: Ci spieghi un po’ come lavora il Gruppo della Trasgressione?

Juri Aparo: Quello che mi viene in mente è che il Gruppo, in ogni caso, è una cosa “pungente”, cartavetrante, di solito con i detenuti divento amico dopo un po’ di tempo, dopo un certo numero di insulti o comunque di scontri più o meno faticosi.

Io per scelta rifletto su come si diventa delinquenti e comunque do poco spazio alla critica verso l’istituzione. Tendenzialmente non gradisco che i detenuti del Gruppo, all’interno dell’attività del Gruppo stesso, si spendano o diano troppo spazio alle critiche alle istituzioni. Non è che ci sia una regola al Gruppo, se non quelle della mia “tirannia”, mi baso così sulla mia istintività, su quello che sento, anche se inevitabilmente soggettivo e per molti antipatico. Ma alla fine si diventa molto amici. Io lavoro in carcere da più di trent’anni, nei primi diciotto anni non accadeva mai che i detenuti, usciti dal carcere, mi cercassero. Da quando esiste il Gruppo della Trasgressione casa mia ospita detenuti a non finire, cioè con i detenuti si crea nei fatti, si produce a poco a poco un rapporto che è questo piacere di costruire insieme. Uno può naturalmente dire “Ma perché io non devo parlare del fatto che l’agente è uno stronzo, o il magistrato è distratto”...”. Perché tendenzialmente ognuno appoggia il proprio “buio della mente” sul fatto che gli altri sono stronzi, per cui i detenuti che hanno commesso magari più reati, siccome vedono davanti a sé delle persone che a loro volta commettono delle ingiustizie, abusi, soprusi, (è chiaro che ovunque questa macchina della giustizia, questa macchina penitenziaria è una nefandezza per tantissime ragioni, perché dovrebbe favorire un’evoluzione dell’uomo ed invece non la favo favorisce per niente) si sentono autorizzati a “pensare ad altro”. Per cui non gradisco che i detenuti facciano diventare queste cose una saracinesca per smettere di guardare dentro la propria storia. Certo che le celle sono piccole, certo che il carcere fa schifo, certo che i processi sono distratti. Certo tutto, ma al Gruppo non voglio che tutto questo venga usato come alibi per trascurare poi il lavoro di ricerca.

Detto questo, il Gruppo della Trasgressione è un laboratorio, è una ricerca continua, è una ricerca che si serve di tutto quello che capita, incontri con l’Arte, Musica, insomma tutto quello che capita. Si prende per esempio il mito di Sisifo e se ne fa una rappresentazione ove i detenuti recitano le diverse parti del mito, però lo fanno diventare loro, si va nelle scuole esattamente come fa Ristretti Orizzonti, insomma c’è un’enorme quantità di iniziative, si ospitano persone di ogni tipo, viene il filosofo, il genetista, il docente di letteratura russa, con ognuno si fa qualcosa di diverso sempre nella prospettiva comunque di cercare.

Le persone che vengono da fuori in carcere o che incontrano i detenuti per esempio fuori, all’esterno, sono persone che hanno gratitudine, rispetto per i detenuti, semplicemente perché incontrano i detenuti in una fase in cui i detenuti stessi cercano, sono alla ricerca. Incontrano l’uomo mentre fa l’uomo, cioè quando cerca. È chiaro che si rimane stupiti e ammirati se si arriva qui in carcere dall’esterno e si vedono delle persone intente a cercare, a maggior ragione se a cercare è un detenuto dal quale non ci si aspetta un atteggiamento simile. Se tu incontri una persona che dovrebbe avere i tratti dell’omicida o dello spacciatore disegnati sulla faccia e invece vedi che quello cerca se stesso e gli altri, se tu vedi che questa persona costruisce, allora rimani stupito, rimani incantato ancora di più che se senti un docente di filosofia parlare della ricerca dell’uomo.

Filippo Filippi (Ristretti Orizzonti): Io ho lunghi trascorsi di tossicodipendenza, quindi anche con diversi gruppi in comunità e gruppi in carcere preparatori per chi avrebbe voluto poi andare in una comunità. E credo che sia fondamentale che la persona non partecipi a questi gruppi perché ambisce ad avere chi sa quali salvacondotti o benefici, ma perché sente di poter fare un percorso di presa di coscienza, di ricerca personale, sulle ragioni originarie scatenanti il problema della dipendenza e quello che sta dietro allo sviluppo della stessa. Questo implica anche dei conflitti interiori profondi, che riguardano il prendere coscienza soprattutto, in uno stato di detenzione, di come può essere la vita in comunità, con tutte le sue molte regole. Poi mi pare di capire che Juri Aparo non è un esperto “teorico”, ideatore dall’alto, nel senso che la sua vasta esperienza di “prima linea” lo porta a condurre il gruppo o la riunione a seconda dei singoli componenti che ha in quel dato momento e spazio. Per cui probabilmente non ha una strategia predefinita o immutabilmente stabilita in origine. Mi corregga se sbaglio, intendo dire che lei cerca di adeguare di volta in volta quello che è l’obiettivo della ricerca della/sulla trasgressione, dei motivi e delle “cose che sarebbe stato meglio non fare”. Io poi preferisco questo modo di dire, perché essendo stato da adolescente uno che trasgrediva quasi in modo sistematico, ho un po’ di riluttanza nei confronti di parole come trasgressione, rieducazione, riabilitazione, e nel corso degli anni ho notato che anche i miei compagni detenuti hanno questo problema, questa riluttanza a usare parole come trasgressione, rieducazione, trattamento. C’è, come dire, una sorta di ostruzionismo personale mentale nei confronti di queste parole, anche perché per anni ci è stato detto: sarebbe meglio che tu… tu non devi fare questa cosa… questo è vietato…

Juri Aparo: Si, in effetti mi ritrovo in quello che lei sta dicendo. Una cosa che ho accennato prima di sfuggita è che una delle tantissime cose che al Gruppo si fa è che di ogni persona e per ogni persona viene cercato quello che la persona può aver desiderio di dire, con il risultato che tutti i membri del Gruppo, indipendentemente dal fatto che siano detenuti o non detenuti, contribuiscono a che quella persona a un certo punto dica qualcosa, dica qualcosa da cui si sente rappresentato, quindi ciò che dice lo dice perché è lui che ha bisogno di dirlo. A tale scopo viene sfruttato tutto quello che c’è intorno a un tavolo, tutte quelle risorse possibili per fare in modo che la persona giunga a dire quello che ha bisogno di dire.

Uno dei concetti cardine del Gruppo riguarda la complessa problematica delle microscelte, il tema della scelta al Gruppo in pratica è pane quotidiano e allora uno dei concetti è quello che ci sono le scelte che allargano la gamma delle scelte possibili domani, e ci sono le scelte che restringono la gamma delle possibili scelte di domani. Le persone spesso si interrogano sulla libertà, che diavolo è la libertà? Tutte quelle grandi cose per cui ci sono interi libri di filosofia che ragionano su che cosa è la libertà, quando un uomo si sente libero. E uno dei concetti di riferimento è che la libertà è una esperienza, è l’esperienza dell’allargamento delle proprie possibilità di scelta. Allora domenica al Gruppo c’era una guida scout che, avendo capito questo concetto, stava cercando di riassumerlo, dicendo: abbiamo capito che la libertà consiste nel lavorare affinché si allarghino le scelte possibili e perché si allarghi la gamma delle vostre conoscenze. E io ho aggiunto che in verità la libertà di scelta si allarga non solo in funzione di quante cose si conoscono, ma anche e soprattutto in funzione di quante emozioni si riesce a vivere. Il reato, lo spaccio, l’omicidio, l’abuso in genere, non sono effetto del fatto che la persona è ignorante, non sono la conseguenza del fatto che la persona non conosce abbastanza della vita, sono effetti del fatto che la persona non sa vivere abbastanza, non ha il coraggio di vivere abbastanza. L’uomo in definitiva, in proporzione alla gamma dei sentimenti che può vivere, avrà spazio per coltivare la propria libertà o meno. Queste cose al gruppo sono motivo frequentissimo di riflessione, perché, come si sa, in carcere tutti chiamano libertà l’uscire fuori, e allora si cerca di ragionare, di recuperare, di mettere insieme materiale perché ciascuno possa ricostruire, attraverso la propria esperienza di sé e delle proprie relazioni, che cosa va cercando, e una delle cose che più spesso si coglie è che ciascuno va cercando un ampliamento della possibilità di sentire.

Un altro concetto è quello del “tradimento”, perché è difficile essere uomini senza tradire; nei confronti del tradimento io ho un atteggiamento di grande tolleranza, di grande accoglienza, anche perché l’uomo non può non tradire, però è importante contribuire alla crescita della consapevolezza, a far crescere nell’umanità il piacere della lealtà, il piacere della responsabilità. Il tema del tradimento non nel senso dell’accusare chi tradisce, ma nel senso che le persone tradiscono senza accorgersene, si tradiscono i propri figli, si tradiscono anche le proprie ambizioni, al Gruppo si parla di queste cose di continuo, utilizzando Delitto e castigo, Il ritratto di Dorian Grey, utilizzando quadri, musica. Insomma, tutto quello che capita viene messo nella stessa pentola e tutti ci cercano dentro, e tutti, trovano qualcosa, e questo è il Gruppo della Trasgressione.

Bruno Turci (Ristretti Orizzonti): Io ho vissuto l’esperienza del Gruppo della Trasgressione, e ora di Ristretti Orizzonti, e secondo me hanno molto in comune. C’è la differenza che Ristretti Orizzonti si occupa di informazione, ma in realtà trae spunto, trae molta energia dall’attività di introspezione, dall’attività di confronto che si fa con le scuole, che si fa durante le riunioni, trae molta energia da questo. Ma anche per l’attività di informazione noi scegliamo di partire sempre da noi stessi, dalla nostra esperienza, quindi ci riferiamo alle nostre storie di cui parliamo, su cui riflettiamo, un po’ come nel gruppo della Trasgressione, in cui si cerca sempre di andare a fondo delle cose, di ragionarci su, di non aver paura di uscire dai propri schemi mentali. A proposito di quello che diceva Aparo del tradimento, capita che quando si inizia a discutere si dia magari un’interpretazione banale di certi concetti, a me è capitato le prime volte, ero ancora infarcito dal mio passato, sono stati quasi trent’anni della mia vita, mi ricordo una discussione con Bruno D., si parlava appunto del tradimento, lui diceva “Io non ho tradito nessuno”, però poi ha cominciato a riflettere, a dire “forse ho tradito mia figlia, mia figlia era piccola e io l’ho tradita, perché mia figlia non pensava che io l’abbandonassi, che me ne andassi via per 20 anni, che finissi in carcere”. Ecco l’importanza del confronto, dello scambio, quando tu ti incontri con delle persone mostrando la tua fragilità, la tua umanità, lo spessore delle tue debolezze e le tue ricchezze, è chiaro che tutto assume una dimensione più forte, più importante.

Juri Aparo: Il detenuto, quando va a scuola, negli istituti, o quando i ragazzi vengono dentro in carcere, sente di avere una funzione, è una funzione civile, è una funzione di civiltà. E mentre svolge questa funzione, indipendentemente dal fatto che parla della cella, o di come si fa la barba, mentre svolge questa funzione lui diventa cittadino, ritorna ad avere un ruolo sociale che forse non ha mai avuto prima. Per il Gruppo delle Trasgressione l’incontro con la scuola è importante perché il detenuto che parla con i ragazzi svolge un ruolo, una funzione di cittadino e quindi diviene cittadino e il ragazzo contribuisce a questo, mentre ascolta il detenuto, mentre fa obiezioni, mentre dice al detenuto “Va bene, ma non ci pensavi alla tua famiglia mentre ti facevi di cocaina, visto che mi stai dicendo che la cocaina fa MALE ?”... Ecco il ragazzo a sua volta svolge una funzione, motiva il detenuto alla riflessione e alla consapevolezza di sé.

Fondamentalmente questi incontri hanno lo scopo di permettere a detenuti e giovani studenti di svolgere delle funzioni reciprocamente responsabilizzanti.

 

 

La storia del Gruppo

 

Aprire le finestre sulla propria fragilità

 

di Juri Angelo Aparo

 

Nel 1979 giungo a San Vittore con i primi esperti ex art. 80. Difficile orientarsi, né ci sono psicologi più anziani cui chiedere indicazioni. A farmi da guida nel primo periodo sono i colloqui con i detenuti e le riunioni d’equipe. Scopo degli incontri è rendere tangibili gli obiettivi cui tende la pena, cioè dei piani di trattamento finalizzati alla rieducazione del condannato, al recupero di un’attitudine (forse smarrita, forse mai avuta) a interagire costruttivamente con la società.

Ma mancano le premesse indispensabili perché la comunicazione col detenuto possa puntare autenticamente agli obiettivi suddetti: la persona detenuta non sceglie il colloquio di sua iniziativa, lo accetta solo perché necessario a che venga formulata un’ipotesi di trattamento. Egli tende perciò a presentare se stesso come un soggetto che non ha alcun bisogno di diventare altro rispetto a quello che è già. All’autorità e agli esaminatori (educatori, psicologi) egli cerca di presentare il volto di un cittadino già maturo per i benefici di legge previsti; ai compagni di detenzione, il volto del duro. In entrambi i casi, una maschera che ne ostacola l’evoluzione personale: ci si può riconoscere incompiuti e insicuri solo di fronte a chi identifichiamo come supporto al nostro compimento; è difficile farlo con coloro che, proprio per la nostra incompiutezza, potranno giudicarci inadatti allo scopo o facile preda.

In queste condizioni le insicurezze, se affiorano, allagano la mente. Molto meglio tenerle chiuse a chiave! In carcere (e non può stupire) si preferisce soffocare dentro un’identità posticcia piuttosto che aprire le finestre sulla propria fragilità. Tante volte, inoltre, chi sconta lunghe pene viene raggiunto e messo con le spalle al muro dai suoi fallimenti affettivi: i figli che si sentono traditi, gli abbandoni. Difficile fare i conti con se stessi e rimanere in piedi.

Quanto più mortificanti sono le condizioni in cui il detenuto vive, tanto più egli vagheggia la sua vecchia corazza affettiva come l’unica difesa capace di garantirgli una parvenza di salvezza. Dentro la cella la corazza brilla come la mela che sedusse Adamo. Vorrebbe saperne fare a meno il detenuto e di certo nuoce alla società; ma se la si toglie, dilaga il senso del fallimento e dell’impotenza.

Oggi va un po’ meglio. Dagli anni 80 l’apertura del carcere al mondo esterno è in continuo aumento. Crescono le attività espressive che permettono di esplorare e di allargare gli spazi mentali e affettivi del detenuto. In molti istituti sono oggi presenti numerosi corsi professionali, corsi scolastici, corsi di pittura, di teatro, di poesia. Il muro personale che il detenuto contrapponeva alle mura dell’istituzione per difendere un’identità cristallizzata, oggi, grazie a mille iniziative, comincia a cadere.

Il mio contributo specifico in tal senso ha preso forma nel 1997, quando con una ventina di detenuti di San Vittore viene fondato il Gruppo della Trasgressione. Fra i tanti obiettivi di allora, il primo era potere interrogare la propria storia senza accontentarsi di risposte scontate o che dovessero servire per le sintesi dell’equipe.

Sono trascorsi molti anni. Oggi il gruppo è composto da detenuti delle carceri milanesi di San Vittore, Opera e Bollate e da comuni cittadini, soprattutto studenti universitari. Da una decina d’anni esiste www.trasgressione.net, il sito dove il gruppo raccoglie i suoi scritti e propone i temi trattati al confronto con il mondo esterno. Eccone uno che rimane in tema.

 

La corazza, di Giulio Martino

Eccomi qua, con la mia corazza

addosso

che appesantisce il mio cammino.

Dentro questa corazza le emozioni

soffocano

sotto il peso dell’odio e del rancore.

È stato molto difficile indossarla.

In passato mi ha permesso di

sopravvivere.

Oggi è difficile staccarla di dosso.

Vorrei essere aiutato a farlo.

Non è facile per me, non è facile per gli altri.

 

Qui e là vengono avviati oggi tanti progetti per favorire lo scambio e la collaborazione fra ristretti e mondo esterno, anche se mi sembra che, in linea di massima, il detenuto rimanga ancora un po’ troppo una persona che procede sotto la guida altrui. Io credo che il condannato, per diventare il cittadino che la Legge auspica, abbia bisogno di essere e di sentirsi un adulto che progetta, collabora e si confronta con altri adulti, che gode e soffre con i partner esterni dei risultati e dei fallimenti comuni.

Se questo non accade, nella migliore delle ipotesi, egli si sentirà come il bambino per il quale è stato fatto un programma, ma che dal programma stesso può prendere le distanze appena svoltato l’angolo. Sappiamo che, in definitiva, le cose che amiamo maggiormente sono quelle che concepiamo e nutriamo con la nostra fantasia e per le quali spendiamo il nostro sudore. Tante volte non occorre nemmeno che siano economicamente redditizie; è indispensabile però che la persona vi si riconosca, vi scopra parti stimabili di sé, vi raccolga la gratificazione che discende dalla espressione di parti dimenticate di sé e dal sentirsi riconosciuti dalle persone con le quali si è progettato insieme.

 

Gli obiettivi principali del lavoro del Gruppo della Trasgressione sono:

L’assunto di riferimento è che in ogni campo dell’espressione umana possono essere rintracciati esempi di trasgressione, giacché da sempre avviene che l’uomo:

codifica dei criteri per esprimere il proprio mondo interno e per organizzare efficacemente il proprio rapporto con la realtà;

sente, prima o poi, che i codici espressivi, le regole sociali, i criteri scientifici elaborati in precedenza non gli garantiscono più lo spazio sufficiente per esprimersi e per operare nella realtà fisica e sociale attuale;

Perché in carcere?

La scelta di attivare in carcereil “Gruppo della Trasgressione” nasce dalla considerazione che nell’immaginario comune la trasgressione identifica lo sconfinamento dalle regole operato da chi commette un reato, ma anche l’area entro la quale è possibile visualizzare con simpatia:

  Una riflessione sul tema della trasgressione, portata avanti in collaborazione fra cittadini comuni e detenuti poteva quindi risultare utile a ridurre la frattura che il muro di cinta comporta inevitabilmente. Ma visto che alcuni fra i principali attori della trasgressione risiedono in carcere, perché non iniziare proprio da qui?

 

Nel settembre del ‘97 cominciano gli incontri del gruppo. Sono disordinati, tumultuosi, ma molte persone appaiono sinceramente interessate. Non è facile superare le difficoltà che l’ambiente comporta, né le resistenze che molti detenuti vivono verso un’attività che li invita a mettersi pubblicamente in gioco assai più di quanto sia costume all’interno delle mura carcerarie.

Anche se lo stile della comunicazione fra i partecipanti lascia molto a desiderare, nel giro di qualche settimana si viene a creare una base comune di interrogativi, di idee e di intenti.

 

Nel corso degli incontri ci si chiede, insieme con i primi ospiti, se esista una matrice comune:

  Dopo alcuni mesi vengono concordate delle mete di riferimento e delle attività per coltivarle:

Le mete

  Le attività

  L’attività del gruppo, che si era andata esaurendo via via che molti dei membri fondatori erano andati in libertà, si è rivitalizzata da quando i detenuti hanno avuto la possibilità di interagire con un nutrito gruppo di studenti della Facoltà di psicologia della Università Statale della Bicocca - Milano.

Il gruppo ha poi continuato ad ampliarsi e ad arricchire la sfera dei suoi interessi.

Studenti e detenuti incrociano i loro scritti sul sito e conducono all’interno e all’esterno del carcere attività coordinate: interviste sugli argomenti che trattiamo, progetti per intervenire in quartieri o in situazioni scolastiche con adolescenti a rischio.

 

Per orientarsi nel sito trasgressione.net

Il Gruppo della Trasgressione è composto da detenuti delle carceri milanesi, e da liberi cittadini, soprattutto da studenti universitari e neolaureati di Psicologia, Giurisprudenza e Filosofia.

Dentro e fuori dal carcere, il gruppo studia e si interroga su temi che riguardano esperienze di sconfinamento, come la trasgressione, la sfida, il limite.

Nelle riunioni vengono commentati gli scritti che tutti i membri del gruppo producono e che vengono poi inseriti nelle varie aree del sito e riportati su INDICI.

Fra le attività del Gruppo, frequenti convegni e INCONTRI aperti anche a cittadini comuni. L’obiettivo principale è l’esplorazione, insieme con professionisti di aree disciplinari diverse di analogie e differenze nelle esperienze che vanno dalle comuni e più semplici fantasie, ai piccoli vizi personali, al reato.

 

 

Temi di discussione del Gruppo

 

  L’identità:

 

L’hacker e il melograno

Al Gruppo della Trasgressione bisogna diventare hacker della propria coscienza. Scovare password su password per accedere a cose dolorose e spiacevoli accadute nell’infanzia e nell’adolescenza e poi segregate

 

di Eugenio Pipicelli, Gruppo della Trasgressione

 

Cos’è per me il Gruppo della Trasgressione? Io mi sento la gramigna e il melograno nel giardino. La gramigna ha infestato tutto, il melograno, seppur vivo, non è cresciuto perché tutta l’acqua arrivava alla gramigna. Il Gruppo è un ambiente dove l’acqua arriva anche al melograno e il melograno sta crescendo. Spero che metta anche frutti.

Con la rabbia ho permesso che la parte negativa prendesse il sopravvento su quella positiva al punto da provare anche piacere, un piacere mesto, doloroso, questo lo so perché non sono mai stato felice.

Come stavano le cose ho cominciato a capirlo prima che frequentassi il gruppo, ma capirle e poi non metterle in atto non serve a niente.

Al gruppo non è come fare matematica, scienza o studiare legge, sarebbe troppo facile. Qui bisogna diventare hacker della propria coscienza. Scovare password su password, decine di password per accedere a cose dolorose e spiacevoli accadute nell’infanzia e nell’adolescenza e poi segregate. Il Gruppo della Trasgressione è come un moderno Freud che fa in modo che le password tornino in mente una dietro l’altra, facendole riaffiorare dall’inconscio. A ogni password corrisponde un conflitto, un chiarimento e poi un’altra password ancora. È una guerra con te stesso per fare pace con te stesso e con il mondo.

Non bisogna perdere tempo, devi bere, tuffarti e non restare lì a guardare e a domandarti da dove arrivi l’acqua, se sarà buona, se giri a destra, se giri a sinistra. La verità è che si ha paura di bere per timore di aprire quello che la password nasconde. Bere non costa nulla, ognuno può cominciare dall’esperienza degli altri e, via via, rivolgersi alla propria, soffrendo in un primo momento, ma rinforzando la propria parte buona.

Io sono al buio ed è un momento critico, travagliato. Di una cosa sono sicuro: che la scelta che farò sarà fatta con consapevolezza. Cosa sono realmente? Un uomo che ha sbagliato strada per molto tempo e vuole recuperare o sono quello che ho sempre fatto? Quando il tempo giusto arriverà saprò se voglio continuare con la gramigna, ma senza giustificazioni, o riprendere il percorso che sognavo da bambino: quello del melograno.

Questo è tutto. Anzi no! Con i frutti che darà il melograno dobbiamo arrivare ai giovani che hanno una vita complicata. Io credo che questo sia possibile. È quello che è successo a me, che pure non sono più così giovane.

 

Un’identità da condividere

Una nuova identità sociale è possibile maturarla, ma solo se a un decoroso posto di lavoro si affiancano attività, interessi e progetti da coltivare con il gruppo con il quale ci si è orientati verso il nuovo stile di vita

 

di Dino Duchini, Gruppo della Trasgressione

 

L’esperienza che sto vivendo in questo periodo mi dice che, per il detenuto che tor­na alla vita libera e per quello che fruisce di una misura alternativa, la formazione lavorativa e un posto di lavoro sono cose di grandissima importanza, ma non bastano a zit­tire il richiamo di passate abitudini a risolvere o a tentare di risolvere i problemi di tutti i giorni secondo il vecchio stile.

Chi esce dal carcere, nella gran parte dei casi, è una persona che, oltre ad aver commesso svariati reati, è anche abituata a ricerca­re tipi di gratificazione che sono poco compatibili con un modesto stipendio e con uno stile di vita fatto di lavoro, famiglia e piaceri semplici; inoltre, chi è stato dete­nuto si trova per un motivo o per l’altro ad avere numerose difficoltà di reinserimento che mettono a dura prova la volontà di portare avanti i suoi programmi.

Il lavoro è certamente una condizione necessaria a che si possa procedere, ma non sufficiente! Sarebbe illusorio credere il contrario. Per mantenersi coerenti con i propri propositi di reinserimento, anche quando questi siano stati individuati in perfetta buona fede, occorre che la persona abbia, oltre al lavoro, anche la capacità e le condizioni per saper trarre gratificazioni e ulteriori motivazioni dal nuovo stile di vita verso cui ci si è orientati. Occorre pertanto che l’ex detenuto possa condividere le proprie esitazioni, frustrazioni e speranze con un gruppo di persone con cui trovarsi in sintonia, un gruppo che, ovviamente, non può essere quello dei vecchi compagni di cordata, ma che, per comprensibili ragioni, non è facile costruire nei primi tempi della nuova vita. Occorre che la persona possa avere degli scambi con gruppi di riferimento con i quali coltivare e dare sostanza a un nuovo stile di vita.

Per vivere in equilibrio e in sintonia con la collettività di cui si fa parte, per assimilare e far diventare veramente propri i valori sociali che costituiscono i necessari punti di riferimento di una collettività, per diventare, insomma, un cittadino sensibile agli interessi della collettività occorre maturare una nuova identità sociale, una identità che si sviluppa e si rafforza giorno per giorno solo se ci sono le condizioni per poterlo fare.

Avere un posto di lavoro costituisce una risorsa indispensabile, ma non equivale ad un repentino cambiamento di quella identità sociale, di quelle relazioni e di quella immagine di sé, di quelle coordinate valoriali cui si è fatto riferimento all’epoca dei reati. Questa nuova identità è possibile maturarla solo se a un decoroso posto di lavoro si affiancano attività, interessi e progetti da coltivare con il gruppo con il quale ci si è orientati verso il nuovo stile di vita.

(Da una riflessione di Dino Duchini, detenuto in art. 21, a un incontro con gli allievi del corso di specializzazione in criminologia dell’Università di Padova coordinato dal prof. Gianvittorio Pisapia)

 

 

L’identità:

 

Il campanello

Quando commettevo reati, avvertivo prima, durante e dopo, quel campanello d’allarme di cui è dotata la coscienza, ma nello stesso tempo, cercavo di attutirne il suono attraverso la pseudo gratificazione che mi trasmetteva il mio gruppo di appartenenza

 

di Roberto Cannavò, Gruppo della Trasgressione

 

Ognuno di noi possiede una sorgente di purezza dal valore inestimabile. Quando, per varie ragioni (tra cui l’ignoranza, l’insicurezza e la mancanza di una guida) non riesci ad attingervi, cadi nell’oscurità. Cadere nella devianza è facile, poiché la mente t’inganna, lasciando terreno fertile alla profondità del male.

Nel mio caso, quando commettevo atti indegni e irreparabili, avvertivo prima, durante e dopo, quel campanellino d’allarme di cui è dotata la coscienza, ma nello stesso tempo, cercavo di attutirne il suono attraverso la pseudo gratificazione che mi trasmetteva il mio gruppo di appartenenza.

Spesso, guardandomi allo specchio, non mi riconoscevo nell’immagine che vedevo, però era anche vero che ero io a commettere quei reati che portavo a termine con la massima determinazione.

L’unico elemento che mi distingueva dagli altri membri del branco era la limitatissima frequentazione con loro, al di fuori dei momenti in cui, in gruppo, commettevamo dei reati. La maggior parte dei miei ex compagni, invece, instaurava rapporti d’amicizia, che spesso sfociavano in unioni con lo scopo di imparentarsi, di condividere momenti di quotidianità tra famiglie. Ho preferito agire diversamente per evitare che i miei figli crescessero in quell’ambiente.

Dopo un’analisi del mio passato, credo semplicemente che, quando commettevo reati, non concedevo alla mia coscienza l’opportunità di consigliarmi.

Il mio arresto, che poi è stato il male minore, visto che altrimenti sarei stato ucciso, mi ha condotto, dopo un decennio di tentennamenti, ad ascoltare finalmente la mia innata coscienza, che altro non è che quella fonte di purezza insita in ognuno di noi. Dal profondo ho fatto emergere pian piano la mia vera identità, quella che oramai è mia e che voi accettate durante i nostri incontri, senza rimanere voi stessi ancorati al mio passato.

 

 

Vittime:

 

A distanza quasi di un anno, ho ancora il sapore della paura dentro di me

Temevo ora tutto quello che non avevo avuto il tempo di temere durante la rapina: che il rapinatore mi conoscesse, che potesse sapere chi fossi, dove abitavo

 

di Desirèe, Gruppo della Trasgressione

 

Una classica serata invernale, faceva freddo ed ero in una farmacia di paese, con mia madre. Mentre compravo quello che mi serviva ridevo con gli altri clienti, amici, scherzando sul ri­torno, una strada buia, con pochi lampioni.

Chiacchieravamo sul cattivo tem­po e sulla possibilità di fare “brutti incontri” sulla via del ritorno, scu­ra, nella zona industriale… avrei voluto riaccompagnarli in auto­mobile, ma la coppia voleva fare una passeggiata, un po’ come gli “innamorati di Peynet” immagi­nando che i pochi lampioni fosse­ro la luce della luna.

A quel punto decidemmo di an­darcene, io e mia madre, e ci dirigemmo come al solito verso la porta vetrata dell’uscita.

La mamma è davanti a me ma im­provvisamente, mentre cammina, si ferma, indietreggia e io, stupita del suo atteggiamento insolito, la spingo vigorosamente ma lei mi ripete di andare indietro e io non capisco, le chiedo perché…”Desy è una rapina, vai indietro”…vedo un braccio che la spinge ancora contro di me e una mano che tie­ne una pistola.

Spostata mia madre, il rapinatore carica l’arma, la punta al soffitto e dice solo “Fermi e zitti”. Lo guardo, vedo un collant sopra a un volto e mi rendo conto che la situazio­ne comincia a prendere forma. Io sono smarrita, intontita, ven­go spinta verso il bancone dalla mamma, che mi tiene abbassata per proteggermi. Lui si muove ver­so il retro, si ferma alla cassa… io lo guardo, non riesco a staccare gli occhi dai suoi movimenti, sono impotente, ridotta all’immobilità con la paura, la paura che qual­cuno possa muoversi o parlare e fargli perdere il controllo, mentre la pistola è sempre tesa nella sua mano. La farmacista continua a dirgli di prendere i soldi e di an­darsene, apre la cassa e ripete, ri­pete le stesse parole ancora, con­tinuamente.

Io mi alzo, d’istinto, voglio vedere cosa sta facendo, dove si sta diri­gendo, se si sta avvicinando a noi. Temo che voglia qualcosa senza sapere cosa e nella confusione, nella paura più cieca, senza stac­cargli gli occhi di dosso, nascondo la borsa tra le gambe; i movimenti che avrei voluto fare per proteg­gere le mie cose, mia madre e me stessa sono paralizzati perché ho paura che possano essere intesi da lui come un tentativo mio di offesa.

Temevo una sua reazione ed ero così costretta a restare immobile, costretta alla piena obbedienza, costretta a sentire l’impotenza che solo una pistola vera o presunta può farti sentire. Avrei voluto ve­derlo chiaramente in viso, avrei voluto vederlo senza quel brutto collant sulla faccia… perché era un ragazzo giovane, intravedevo di lui gli occhi chiari e per un at­timo la mia paura era diventata il dolore di non sapere nemmeno il perché dovessi patirlo.

Credo che in quel momento fosse spaventato, era un uomo solo che doveva tenere sotto controllo 9 persone attorno a lui, in quella far­macia… mi domandavo quanta adrenalina e non so che altro po­tesse spingerlo a fare quello che stava facendo. Finalmente prende i soldi e se ne va, non prima di inti­marci di restare sempre fermi e zit­ti. Nessuno si muove, per nessuna ragione.

Io sono in piedi, al bancone, mia madre si siede per terra impietrita, un’altra donna cade in ginocchio. Marito e moglie, gli innamorati di Peynet, scoppiano in lacrime, insieme, pensando al loro bam­bino a casa, pensando che se la rapina si fosse trasformata in trgedia magari non l’avrebbero più rivisto. Le parole di rassicurazione della farmacista non sembravano servire a dissipare la confusione, lo smarrimento, il dolore, la sensazione di stordimento.

Mi sono resa conto, mentre cercavo di ricostruire l’accaduto, che avevo perso il senso del tempo. Non ricordavo la quantità di minuti, che non potevano essere più di due o tre, ma dentro di me era stato un tempo senza tempo, dilatato a tal punto da annebbiare la mia cognizione della durata dell’accaduto.

Reagisco con sarcasmo alle domande dei carabinieri, scherzo con mia madre tornando a casa, forse per allontanare la paura, forse per non spaventarci ancora di per tutte, anche se, in fondo, i soldi non sono l’unico motivo di interesse. Certo, i soldi fanno comodo e li vogliono, ma delle rapine credo che apprezzino soprattutto il più fra di noi e cancellare in fretta il ricordo, esorcizzare il terrore di quei minuti in cui mi sono sentita un ostaggio in balia di quello che avveniva attorno a me.

Pensando, nei giorni successivi, sentivo la presenza costante e onnivora di quella paura che non decresceva ma saliva; temevo ora tutto quello che non avevo avuto il tempo di temere durante la rapina: che mi conoscesse, che potesse sapere chi fossi, dove abitavo, che potesse aver pensato che io lo avessi visto tanto bene da riconoscerlo e denunciarlo.

Continuavo ad avere terrore di chi per pochi minuti si era impossessato della mia volontà, della mia coscienza, per un istante, ma che era bastato per sentirmi derubata rischio; quello di essere soli, armi in pugno, contro tutto e tutti, giocandosi, in un solo istante, passato, presente e avvenire e forse anche la pelle.

Il rischio è come una droga, se piace non se ne può più fare a meno; è una sensazione unica, a volte affascinante. Forse, prova la stessa sensazione il paracadutista che si butta da un aereo o il motociclista che corre a tutta velocità. Entrambi sanno perfettamente che possono rompersi l’osso del collo, ma lo fanno ugualmente, forse proprio per questo. La rapina, per di più, è proibita, è un reato gravissimo. È sicuramente più rischiosa di un salto con il paracadute; è la trasgressione per eccellenza.

In realtà il rapinatore si costruisce un’identità di comodo, fabbrica del mio diritto alla libertà, la libertà di poter camminare guardando i volti, gli alberi, le vetrine.

Non ebbi la forza per mesi di rientrare in quella farmacia, aspettavo fuori, in macchina, col motore acceso, aspettavo mia madre pensando che se fossi stata lì fuori nessuno avrebbe “serenamente” pensato di entrare e minacciare ancora i miei affetti, la mia sicurezza, la mia libertà.

A distanza quasi di un anno, ho ancora il sapore della paura dentro di me quando entro a far compere in qualche negozio e non riesco a restare con le spalle voltate alla porta perché non voglio rivivere quelle sensazioni, che nella mia memoria, come braci, rimangono sommesse e vive.

 

 

Rapinatori e paracadutisti

Il rischio è come una droga, se piace non se ne può più fare a meno; è una sensazione unica, a volte affascinante. Forse, prova la stessa sensazione il paracadutista che si butta da un aereo

 

di Claudio Nocera, Gruppo della Trasgressione

 

Credo che tutti i rapinatori amino il rischio, il botto senza precedenti. Aspirano, come al cinema, al “colpo gobbo”, sognano di sistemarsi una volta per tutte, anche se, in fondo, i soldi non sono l’unico motivo di interesse. Certo, i soldi fanno comodo e li vogliono, ma delle rapine credo che apprezzino soprattutto il rischio; quello di essere soli, armi in pugno, contro tutto e tutti, giocandosi, in un solo istante, passato, presente e avvenire e forse anche la pelle.

Il rischio è come una droga, se piace non se ne può più fare a meno; è una sensazione unica, a volte affascinante. Forse, prova la stessa sensazione il paracadutista che si butta da un aereo o il motociclista che corre a tutta velocità. Entrambi sanno perfettamente che possono rompersi l’osso del collo, ma lo fanno ugualmente, forse proprio per questo. La rapina, per di più, è proibita, è un reato gravissimo. È sicuramente più rischiosa di un salto con il paracadute; è la trasgressione per eccellenza.

In realtà il rapinatore si costruisce un’identità di comodo, fabbrica un personaggio freddo, aggressivo, che riconosce il valore della vita solo attraverso le rapine, mete fantasticate all’interno di uno stile di vita respirato e fatto proprio con gli anni.

Anche all’interno dello stesso contesto di chi ha deciso di vivere nell’illegalità ci sono differenze: il rapinatore, dal suo punto di vista, pretende di avere un rapporto leale col reato perché pensa di mettersi in gioco in prima persona e in maniera frontale.

È difficile da spiegare a chi non ha provato.

Da quando trattiamo quest’argomento, al gruppo sono stati letti alcuni scritti di cittadini vittime di questo reato. Nonostante le persone e le situazioni fossero diverse, tutti abbiamo notato come i sentimenti, le emozioni e le cicatrici fossero pressoché identiche.

Ci si è aperto un nuovo scenario, perché fino a quel momento il confronto con queste persone terminava con l’azione stessa, o in alcuni casi, si concludeva successivamente nei vari incidenti probatori, i famosi “confronti all’americana”, dove vittime e rapinatori si ritrovano, divisi da un vetro, per il riconoscimento. Quel vetro che separa è anche l’emblema del distacco: il bene da una parte e il male dall’altra.

Adesso la cosa è un po’ diversa, non c’è più il vetro e siamo messi di fronte ai loro sentimenti, al loro dolore e alla loro voce che rivendica rispetto. Tutto, ora, è più difficile, non si può più contare su quel personaggio fabbricato comodamente e sarebbe anche un atteggiamento vile, in questo contesto, affermare che non si poteva immaginare la violenza e l’umiliazione che tali azioni procuravano a chiunque avesse avuto la colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Ci sono voluti anni di carcere, sofferenze e riflessioni per iniziare a capire che, più che un reato contro il patrimonio, la rapina è un’offesa alla dignità e ai sentimenti delle persone che vi restano coinvolte, anche solo come spettatori.

 

 

Saltare il bancone

Cosa sentivamo prima e dopo una rapina? Beh! Io ho sempre evitato di “sentire”, perché so che se avessi ascoltato, se mi fossi fermato a guardare i volti delle persone che avevo intorno, forse mi sarei fermato

 

di Ivano Longo, Gruppo della Trasgressione

 

Nell’ultimo gruppo, dopo aver ascoltato lo scritto letto da Silvia, “Desirèe”, ho provato una sensazione di pesantezza, mi sentivo soffocare; ascoltare quegli ultimi quattro paragrafi mi ha fatto stare male.

Non avevo mai pensato che io potessi, essendo stato un rapinatore, far provare quelle emozioni, quel dolore, quell’ingiustizia e quell’impotenza, alle persone che ho coinvolto nelle rapine che ho commesso.

Il gruppo l’ho sentito pesante, quelle emozioni così descritte mi hanno tagliato lo stomaco.

L’Emilia un giorno ci ha chiesto cosa sentivamo prima e dopo una rapina.

Beh! Io ho sempre evitato di “sentire”, perché so che se avessi ascoltato, se mi fossi fermato a guardare i volti delle persone che avevo intorno, forse mi sarei fermato.

Ho sempre cercato, anche se ne avevo un contatto, di non coinvolgermi più di tanto, il mio compito era quello di entrare in un posto, saltare il bancone, prendere in ostaggio il direttore o l’impiegato di questa o di quella banca, tenere sotto controllo gli impiegati e i clienti, prendere i soldi dalle casse ed uscire. Era una situazione molto veloce la mia, cercavo di pensare solo a quello che dovevo fare, farlo bene e velocemente, poi uscire e tornare a casa vivo e con i soldi.

Era quello l’importante, come era importante non toccare nessuno, non togliere gli oggetti privati come orologi d’oro o cellulari, sapevo che se avessi tolto le cose personali, qualcuno poteva reagire, ed io ero da solo.

Sì, avevo con me una pistola, ma questa mi serviva esclusivamente per far fare agli altri tutto quello che volevo, e per potermi difendere se qualcosa fosse andato storto.

Non volevo la vita di qualcuno, volevo solo i soldi.

Ma nell’ultimo gruppo ho ascoltato un pezzetto di quello che non ho mai voluto sentire e mi sono trovato travolto dal senso di colpa.

 

 

Il virus delle gioie corte

 

di Juri Angelo Aparo

 

Il “virus delle gioie corte” corrisponde all’abitudine a ricercare principalmente il piacere dell’eccitazione, dunque una “gioia corta”, che si esaurisce con l’ebbrezza del rischio, della conquista, della trasgressione, della scarica adrenalinica, della droga.

Lo chiamo “virus” perché questa forma di piacere, così immediato, circoscritto e solitario, induce gradualmente la persona a disattendere altri percorsi del piacere, in particolare, il piacere che viene dalla mistura fra fantasia e azione.

Il virus delle gioie corte, dunque, mentre dilaga nella mente, lega sempre più la persona al piacere chimico e immediato dell’eccitazione e la depaupera delle esperienze collegate ai progetti; in tal modo, la allontana dall’esercizio delle funzioni e delle competenze che permettono il gioco di cucire fantasia e realtà, di sentirsi e di essere riconosciuto dagli altri come cittadino responsabile.

 

 

L’illusione delle gioie corte

Credo che si tratti di quel virus che ci contagia quando ci si abitua a raggiungere piaceri immediati

 

di Gualtiero Leoni, Gruppo della Trasgressione

 

Mi chiamo Gualtiero Leoni, sono parecchi anni che sono in carcere e ne ho altrettanti da fare prima di uscire. Faccio parte da quattro anni del Gruppo della Trasgressione. Da allora ho cominciato a guardarmi dentro. Sembra troppo semplicistico, eppure è così. Non so cosa mi sia capitato, ma è come se per la prima volta avessi trovato il coraggio di mettere in discussione il mio vissuto. Ho avuto la possibilità di ripercorrere, passo dopo passo, il mio passato, con occhi diversi, con occhi curiosi.

Tutto ciò che fa parte di noi, la positività, le debolezze, sono il nostro bagaglio, è la nostra storia e possiamo decidere se conoscerla e farla conoscere, se farla diventare un punto di partenza per la nostra ricostruzione, materia di studio e di gratificazione per la nostra nuova vita.

Il convegno a cui dovrei partecipare ha come titolo “Il virus delle gioie corte”. Credo che si tratti di quel virus che ci contagia quando ci si abitua a raggiungere piaceri immediati, confondendoli con gratificazioni o meriti che una vita improntata su un progetto possono portarci.

Da parte mia, ho sempre avuto difficoltà ad uscire dalla normalità in modo normale. Intendo dire che non sono mai riuscito ad unire fantasia, progetti e realtà per potere allargare i miei limiti e superarli nella realtà comune. Usavo quelle “gioie corte”, a me così congeniali, che mi portavano ad illudermi di essere, appagandomi nell’immediato e allontanandomi dalla possibilità di stare nelle regole. Le regole mie le creavo io, giocando gran parte delle volte fuori campo, oltre i limiti.

 

 

Noi e il “virus delle gioie corte”

Sono cresciuto elaborando in solitudine le sensazioni, le emozioni e i comportamenti che mi circondavano; ciò mi ha limitato enormemente, rendendomi facile preda del virus

 

di Alessandro Crisafulli, Gruppo della Trasgressione

Noi del Gruppo della Trasgressione siamo consapevoli della difficoltà delle domande che ci poniamo. Ma siamo anche consci di quanto sia importante affrontarle per cercare, con umiltà e partendo dalle nostre singole storie, il nutrimento per evolverci.

Questo cammino è irto di ostacoli, di fili scoperti che versano ancora materia: dobbiamo cercare di confrontarci con le nostre paure, i nostri sensi di colpa, i nostri fallimenti e, soprattutto, con il dolore causato ai familiari delle vittime. La consapevolezza oggi acquisita che, a distanza di un ventennio dai miei ignobili atti, ci sono persone che soffrono ancora a causa mia, mi impone di non essere passivo di fronte al dolore e di cercare di riequilibrare, almeno parzialmente, la bilancia delle mie azioni.

Questo è possibile soprattutto grazie al Gruppo della Trasgressione, il cui scopo è appunto dare “nutrimento” a chi, per i motivi più disparati, non l’ha ricevuto nell’infanzia, stimolando così l’autostima, il senso critico, le potenzialità costruttive rimaste allo stato latente, il senso di appartenenza e il senso del limite, vissuto finalmente non come un’imposizione ma come una condizione di protezione.

Tutto ciò ha anche la finalità concreta di portare la nostra storia e il nostro recupero principalmente ai giovani deviati, i quali vivono la prima e pericolosa fase in cui il “virus”, subdolamente, si insinua.

Penso che il virus della devianza trovi terreno fertile soprattutto negli ambienti in cui la sottocultura non consente di comprendere le problematiche che si creano nelle menti dei bambini. Credo che ogni bimbo nasca con una voglia insaziabile di vita, una voglia che può essere supportata e accompagnata oppure bloccata e mortificata. Credo perciò che, se questo istinto non viene da una parte protetto e dall’altra guidato sin dall’inizio, le azioni future che il bimbo metterà in atto, molto probabilmente, non saranno indirizzate verso la convivenza civile. Il compito dei genitori è molto impegnativo e quando non si è maturi per tale ruolo, i disastri che possono derivarne sono enormi.

Purtroppo nella mia infanzia mi è mancato un punto di riferimento: mio padre era spesso assente e, anche quando c’era, non comunicava; mia madre, povera donna, non aveva gli strumenti per sopperire a tale mancanza, era frustrata e infelice e a stento riusciva a mantenere il suo equilibrio. E così sono cresciuto elaborando in solitudine le sensazioni, le emozioni e i comportamenti che mi circondavano; ciò mi ha limitato enormemente, rendendomi facile preda del virus.

Quando manca una relazione diventa difficile evolversi: ci si chiude in se stessi e si arresta il processo di una crescita positiva. Sopravvivere diventa un’impresa, impari a contare solo sulle tue forze, a leccarti le ferite emotive in un angolo (un po’ per vergogna e forse perché inizi a credere di essere “sbagliato”) e aspetti che il tempo ti offra l’occasione per il tuo “riscatto”. Cresci senza regole, hai difficoltà ad assimilare quei principi che portano a vivere civilmente in una comunità: rispetto verso gli altri, tolleranza, senso dello Stato. In questo modo ti senti in diritto di fare ciò che vuoi e calpesti tutto quello che ti ostacola. Finché un giorno sarai violentemente fermato (con la morte o con la galera) e in quel momento tutto il tuo pseudo mondo si frantumerà.

A questo punto la situazione è critica: il virus è ben radicato e le condizioni per estirparlo sono pressoché inesistenti. Qui è necessario che le istituzioni entrino in gioco con autorevolezza per riportare vita dove giacciono le macerie del passato criminale. Certo non è semplice, sono necessarie persone sensibili e competenti, in grado di svolgere la funzione di guida e di fungere da modelli positivi.

Naturalmente, il presupposto fondamentale è che il detenuto abbia maturato la consapevolezza del male causato: solo così è possibile una lenta risalita dagli abissi. Ma è altrettanto necessario che chi incarna la funzione di guida creda fermamente che ogni uomo, se ha il giusto nutrimento, può evolversi e ricomporre i pezzi di un mosaico male assemblato.

Credo che questo sia possibile tanto più quanto prima si interviene sulla persona e, ancora meglio, quando il “mosaico” è in fase di formazione. Si sa, i giovani rappresentano il futuro, favorirne una buona evoluzione è il bene più grande che la società possa dare a se stessa.

Per noi membri del Gruppo della Trasgressione è gratificante dare un contributo in tal senso, portando la nostra testimonianza sugli effetti devastanti che produce il virus. Come il mito di Sisifo insegna, non c’è punizione peggiore per un uomo che sentirsi inutile.

 

 

Ci sono delle microscelte assai gravide di conseguenze

Le persone non iniziano a fare le rapine in banca a 12 anni; di solito, anche se non sempre, si comincia dai piccoli furti

 

di Juri Angelo Aparo

 

Il tema della scelta è oggetto dell’attenzione dei filosofi da sempre.

A volte le cose accadono senza che l’uomo debba scegliere quale direzione imprimere alle cose, Più spesso succede che siamo chiamati ad assumere una specifica posizione, a optare per questo o quello…

Il tema delle scelte non sembra molto rilevante quando tutto funziona bene. D’altra parte, non facciamo caso al nostro cuore e al suo funzionamento quando non ci sono problemi. Quando il cuore inizia ad avere qualcosa che non va, invece, ce ne accorgiamo; parimenti quando ci troviamo di fronte alle conseguenze negative delle nostre scelte passate siamo motivati a interrogarci sull’importanza delle decisioni che all’epoca ci erano parse irrilevanti…

La mia esigenza di parlare della scelta nasce dopo una ventina d’anni di esperienza in carcere, nel corso della quale avevo già constatato mille volte che per i detenuti con i quali parlavo:

Come mai alcune persone si ritrovano a compiere la maggior parte delle loro scelte immersi in questa nebbia?

Cercare le risposte a questa domanda all’interno del carcere non significa “studiare i detenuti”, bensì studiare “insieme ai detenuti”, costruire insieme a loro delle risposte a delle domande che sono comuni a chi sta dentro e a chi sta fuori dal carcere.

 

Facciamo un esempio. C’è una persona che arriva in un prato al di là del quale c’è un albero di buoni frutti, e per arrivare a questo albero deve attraversare il prato.

All’inizio il prato è perfettamente verde, immacolato e quindi la persona ha l’imbarazzo della scelta: ovunque poggi i piedi, lascia la sua impronta, delle tracce. La persona che arriva dopo, troverà una parte di queste tracce, mentre una parte è già stata cancellata dal fatto che l’erba (Poveretta!) ha ripreso ad alzare la testa. Questa seconda persona, volendo, ha la libertà di fare un altro tracciato, però, tendenzialmente, ricorre al tracciato che trova davanti a sé. La terza, la quarta, la diciottesima persona si troveranno davanti un tracciato così nitido, che verrà loro automatico seguirlo.

Alcuni studenti si chiedono: anche per esempio se il pedofilo da un certo punto in avanti smette di essere padrone di quello che fa, ci sarà pure un momento in cui avrebbe potuto rivolgersi ad un professionista? Nel momento in cui diventa consapevole delle sue tendenze sessuali perverse, perché non sceglie questo momento per chiedere aiuto, quando ci sono ancora margini di scelta?

Via via che si procede, si operano delle scelte, che comportano una selezione ed una differenziazione tra ciò che si esclude e ciò che rimane ancora possibile. Quello che hai escluso, non lo puoi più utilizzare. Quello che è possibile è lì, davanti a te, e verrà ulteriormente ridotto dalle scelte successive.

Questa cosa vale per tutti, ma nel caso del percorso deviante, diventa particolarmente importante, drammaticamente importante! Nel caso delle situazioni normali, quotidiane, non ci accorgiamo neanche delle conseguenze che hanno le nostre scelte; se anziché andare al cinema, andiamo a teatro o usciamo con gli amici, cambia poco.

Ma ci sono delle microscelte assai gravide di conseguenze: le persone non iniziano a fare le rapine in banca a 12 anni; di solito, anche se non sempre, si comincia dai piccoli furti.

Questi furti sono certamente legati a qualcosa. Il ragazzino che commette un furto, di solito lo commette insieme ad altre persone, e a queste altre persone giunge magari perché in casa la situazione gli permette di giungere a queste persone, che sono amici magari un po’ più avanti nell’arte del furto.

Certo è che una volta che hai commesso il furto, si viene a creare un precedente; di conseguenza il secondo furto, così come nell’esempio del prato dove ognuno che passa lascia tracce via via più profonde, susciterà meno resistenze del primo. Fatti anche il terzo ed il quarto furto, si presenta la possibilità di alzare la posta, commettendo un furto più grave, magari passando dal furto dello stereo a quello in un appartamento, con rischi e guadagni maggiori.

È quasi sempre così! Il bambino di 12 anni ha un momento in cui per esempio i genitori litigano quel tanto che basta per fargli passare la voglia di rientrare a casa. In una delle sere in cui non ha voglia di rientrare in casa, va in piazza dove si viene a creare una piccola comitiva che si diverte a fare qualcosa di strampalato, magari vedere chi riesce a colpire il lunotto di una macchina parcheggiata: chi ci riesce è bravo, e si guadagna il consenso e l’ammirazione degli altri.

La cognizione, la misura del superamento del confine, la gravità e le implicazioni di questo superamento sono cose che viaggiano nella nebbia. Il ragazzino lo sa che sta superando questo confine, perché superarlo è uno dei motivi di “appetibilità” del suo comportamento. Lo sa bene che sta superando il confine, ma non ne coglie tutte le implicazioni sociali, morali e ancor meno coglie la dimensione delle micro e macroscelte.

Non coglie quelle che saranno le implicazioni, le conseguenze pratiche di questo primo comportamento deviante. Via via che questi comportamenti balordi si producono, si apre lo spazio perché ne possano seguire degli altri con minori resistenze.

Contemporaneamente vanno riducendosi anche le risorse della persona. Mentre si allarga la piattaforma sulla quale si collocano le possibili scelte trasgressive, sull’altro versante, progressivamente si riduce la piattaforma sulla quale si hanno le scelte costruttive, dell’espressione di sé costruttiva. Se tu affini le tue competenze nell’aprire le automobili, difficilmente attiverai le tue competenze nella conoscenza della mitologia ellenica.

È una questione di investimento emotivo sulle cose! Quello che si vuole dire è che, progressivamente, la persona, attraverso delle microscelte cui non dà peso, si porta avanti su una piattaforma dove la gamma delle scelte possibili è maledettamente ridotta. Questo è tanto più drasticamente vero, quanto più grave è il comportamento di cui si sta parlando. (…)

 

 

Il “PENSIERO VIGLIACCO”  agisce in ogni essere umano

E lo fa eliminando la coscienza di un pensiero differente, annientando ogni contraddittorio che dia origine al dubbio

 

di Bruno Turci (prima appartenente al Gruppo della  Trasgressione,

oggi nella redazione di Ristretti Orizzonti)

 

Pur essendomi interrogato molte volte in passato su come io sia potuto riuscire a… “rovinare la mia vita e quella degli altri…” in maniera così sistematica, eppure…“ quasi senza accorgermene”, prima di entrare al Gruppo della Trasgressione, non avevo mai fatto caso a quel demone che avevo dentro e che, al tavolo delle nostre discussioni, qualcuno ha chiamato “Pensiero Vigliacco”, giacché si nasconde mentre agisce.

Ho cominciato a pensarci in maniera tanto più seria quanto più le nostre riflessioni riguardavano il rapporto con l’altro. Ho cominciato a prendere confidenza con l’idea che la vita… l’avevo rovinata, sì a me stesso, ma prima ancora a qualcun altro che non me lo aveva chiesto. D’altronde, se anche avessi voluto rovinarla solo a me stesso, avrei comunque finito per coinvolgere anche altri, quanto meno le persone che hanno con me una relazione intima.

Credo sia opportuno perciò correggere il pensiero su cui m’interrogavo, applicando nelle giuste proporzioni il diritto di precedenza ai soggetti coinvolti: come rovinare la vita 1° degli altri e 2° la propria, a poco a poco e quasi senza rendermene conto.

Credo che il pensiero vigliacco agisca in maniera più o meno forte in ogni essere umano, nel senso che ognuno ha un potenziale per fare danni. Fortunatamente la maggior parte delle persone riesce a evitarlo. Ma come mai alcuni, invece, non riescono?

La forza di questo demone che agisce nella nostra mente consiste nella sua abilità di agire di nascosto, togliendo energia a quel lumicino che ci illumina i pensieri, soprattutto quelli che riguardano la coscienza delle nostre azioni. In questo modo riesce a non farsi identificare eliminando qualsiasi altra autorità che lo contrasti. Rimane solo lui come unico ente di riferimento…

È la maniera più efficace per nascondersi: eliminare la coscienza di un pensiero differente, annientare ogni contraddittorio che dia origine al dubbio, ogni perplessità che ci permetta la scoperta di altre spinte e motivazioni.

Tutto questo non è per dire che ci si possa assolvere da qualcosa o attenuare le nostre responsabilità: io resto comunque responsabile delle mie azioni al di là di ogni scoperta postuma di questo tipo. Per quanto mi riguarda, la maniera migliore di rendere giustizia alla fatica di questa scoperta consiste nell’impegno di trasmettere ai giovani la consapevolezza di questo pericolo a cui siamo tutti esposti, affinché riconoscano gli strumenti con cui difendersi, soprattutto da se stessi. Questo è, a mio giudizio, un buon modo per restituire qualcosa di quello che abbiamo tolto.

 

 

La strada che ti fa vivere le emozioni del momento

É quella delle microscelte che mi hanno fatto crescere con la predisposizione a scegliere sempre la strada storta, quella piena di curve, quella che mi ha portato più volte dietro le sbarre, quella che mi ha fatto trascurare gli affetti più cari

 

di Mario di Domenico, Gruppo della Trasgressione

 

Ogni volta che entravo in carcere mi chiedevano se appartenevo a qualche organizzazione criminale. Rispondevo di no, ma solo oggi cerco di capire quali sono state le mie appartenenze e perché.

A otto anni appartenevo sicuramente alla mia famiglia, mi riconoscevo nel suo nucleo, ubbidivo e mi sentivo coccolato, non conoscevo altro, ed ero trattato e considerato per l’età che avevo.

Dopo qualche anno, ho cominciato a frequentare i miei coetanei anche nei pomeriggi dopo la scuola, e da quel momento la mia appartenenza ha cominciato a scricchiolare. Non mi riconoscevo più nella mia famiglia, perché loro pretendevano da me sempre comportamenti seri e responsabili e soprattutto perché: “Stai zitto, è giusto cosi, hai fatto i compiti? Metti a posto le scarpe, ti sei lavato le mani? Vai a letto che domani devi andare a scuola”. Solo adesso mi rendo conto che erano costretti a farlo per la mia troppa esuberanza.

Queste le cose che mi venivano imposte tutti i giorni. Era quasi diventata un’ossessione, a tavola la sera si parlava solo di me, se avevo studiato e che cosa avevo imparato. La maggior parte delle volte costretto a inventare, perché non avevo neppure aperto il libro e così venivo preso in giro da mio fratello e dalle mie due cugine diplomate che vivevano a casa mia.

La mancanza della figura paterna è stata determinante per la mia formazione. Oggi capisco che la mia povera mamma vedova, stanca di una giornata di lavoro in fabbrica e dopo aver accudito la casa e preparato la cena, non aveva la fantasia di spiegare a Mario il perché di tante cose, ed è per questo che Mario non si sentiva più appartenente alla sua famiglia. Avevo bisogno di essere riconosciuto, considerato ed apprezzato.

Così mi è parso che tutto quello di cui avevo bisogno potevo trovarlo nei miei amici. Mi sentivo importante quando prendevo decisioni e tutti mi ascoltavano. Questi sono alcuni dei motivi per cui la mia appartenenza è cambiata.

La compagnia che avevo a dodici anni non commetteva reati da codice penale, ma era comunque improntata sulla trasgressione: bigiare la scuola, per andare in riva al lago a sciogliere le barche e farci un mucchio di risate, immaginando la faccia che avrebbe fatto il padrone di fronte al posto vuoto, senza la sua barca; rubare le ciliegie, giocare a sassate con la banda dell’altro rione.

Erano alcune delle microscelte che mi hanno fatto crescere con la predisposizione a scegliere sempre la strada storta, quella piena di curve, curve che non mi permettevano di vedere mai il traguardo. È quella la strada che ti fa vivere le emozioni del momento, senza mai pensare al domani, ma è anche quella, che mi ha fatto cambiare varie appartenenze, quella che mi ha portato più volte dietro le sbarre, quella che mi ha fatto trascurare gli affetti più cari.

È difficile cambiare modo di pensare e invertire la rotta quando le persone alle quali credi di appartenere scelgono anch’esse la strada piena di curve, quando non hai tempo per riflettere. Intanto gli anni galoppano, pensi a quando eri giovane e ti dici “ormai è tardi”!

Dici a te stesso che non hai alternative, non riesci a vederne attorno, non vedi le premesse nemmeno per un proposito di cambiamento. Quali mezzi, quali riferimenti?

È da tempo che coltivo la voglia di essere un cittadino, ma solo durante quest’ultima esperienza carceraria credo di avere iniziato un percorso vero grazie al fatto che sto frequentando un gruppo nel quale il confronto e l’arricchimento culturale sono alla base di tutto; un gruppo al quale mi sento di appartenere, composto da persone che, come me, cercano di ritrovare la strada diritta per dare un senso alla propria vita.