Quando la scrittura può essere “ortopedica”

Se ti spacchi una gamba con il gesso la rimetti assieme, se hai avuto una ferita, hai avuto un trauma, puoi rimettere insieme i pezzi attraverso una scrittura che dà il senso di quello che tu hai fatto, gli dà un valore

 

a cura della Redazione

 

È un libro che abbiamo letto con passione, La Città dei Ragazzi, perché racconta storie di giovanissime vite migranti, di perdita delle radici, di ferite e traumi, di fatica di trovare nel nostro Paese un’accoglienza decente. L’autore, Eraldo Affinati, che è scrittore, giornalista e insegnante proprio alla Città dei Ragazzi, una struttura di accoglienza organizzata come una vera città, compie un viaggio a ritroso, dall’Italia al Marocco, per accompagnare due suoi studenti e capirne di più di quei ragazzini che se ne sono andati per cercare una vita migliore e di quei genitori che li hanno lasciati andare. Eraldo Affinati è stato ospite nella nostra redazione, in carcere.

 

Eraldo Affinati: Io ho scritto questo libro, La Città dei Ragazzi, basandomi su una mia esperienza, perché alla Città dei Ragazzi insegno italiano e storia.

Immaginate una città governata dai ragazzi, dove c’è un sindaco, un parlamento, una banca, c’è una moneta locale, lo scudo, c’è una scuola statale, il “Carlo Cattaneo” di Roma.

Io perché sono andato alla Città dei ragazzi? Io sono un normale insegnante di lettere, e però quando ho scoperto tutta questa città che assolutamente non avrei pensato potesse esistere, mi sono appassionato a questa comunità educativa, e ho chiesto al mio Preside di assegnarmi li, di andare ad insegnare li. Ricordo la sua reazione perché fu particolare, lui mi disse: “Lei è il primo insegnante che mi fa questa richiesta, perché quasi tutti gli altri temevano di andare ad insegnare lì perché avevano un po’ paura del rapporto con questi ragazzi”.

Questi ragazzi sono in gran parte stranieri, sono minori non accompagnati, hanno dai 14 ai 18 anni e vengono da tutto il mondo. Per esempio ci sono dei ragazzi afgani che praticamente sono venuti a piedi dall’Afganistan, perché lì c’è la guerra, e molti di loro vedono morire i loro genitori e si trovano da soli, quindi sono costretti ad andare via, non è che scelgano. La stessa cosa avviene per molti ragazzi africani che vengono da guerre terribili e magari attraversano il deserto cercando di raggiungere l’Europa. In Italia vengono identificati e vengono subito portati nei Centri di pronta accoglienza, dove stanno due o tre mesi, e poi vengono destinati o alla Città dei ragazzi o nelle Case Famiglia fino ai 18 anni.

Andare a insegnare alla Città dei Ragazzi devo dire che per me è stata una grande avventura, sono diventato amico di molti di loro, è nato un rapporto profondo che andava al di là della scuola. In particolare a due ragazzi del Marocco, Omar e Faris, io spesso chiedevo: “Ma perché siete andati via dal Marocco, cosa è successo, chi erano i vostri genitori?” E loro mi raccontavano che a 12 anni avevano già varcato lo stretto di Gibilterra da Tangeri fino in Spagna, poi avevano attraversato tutta la Spagna e la Francia, e io mi chiedevo cosa avrei fatto se fossi stato il padre di questi ragazzi.

Allora loro ad un certo punto mi hanno un po’ sfidato, dicendomi: “Ma perché non vieni tu da noi?”. Loro erano partiti a 12 anni e non erano mai più tornati a casa fino a quel momento, che ne avevano 18. Io ho accettato, abbiamo preso un aereo e siamo andati a Casablanca, e io ho potuto capire che cosa era successo, perché ho visto la casa, il padre, la madre, la famiglia, ho fatto un viaggio a ritroso, ho risalito il fiume per così dire, un viaggio controcorrente per arrivare alla sorgente, perché io avevo di fronte la foce del fiume, cioè quello che era successo, e volevo andare a vedere da dove era partito tutto. Le risposte erano sotto i miei occhi quando sono arrivato: innanzitutto non c’era il paese perché c’era una casa nel deserto a circa 300 km da Casablanca verso l’interno del Marocco. Questo viaggio è stato per me straordinario perché vedevo la condizione della vita delle persone che stavano li, è una condizione davvero misera, non c’è l’acqua corrente e le donne vanno a prendere l’acqua nel pozzo, non c’è la luce elettrica, si dorme per terra, insomma una povertà molto forte.

Ho chiesto ai miei studenti “Ma voi dove andavate a scuola?”, e loro mi indicavano una specie di roulotte scalcinata in un promontorio secco e arido, “quella, professore, era la nostra scuola elementare”. Il mio primo istinto quando sono arrivato lì è stato quello di dire che anch’io al posto loro avrei fatto la stessa scelta, avrei cercato di andare via per trovare una condizione migliore.

Naturalmente ho conosciuto entrambi i padri, ho conosciuto le madri, le sorelle, ho vissuto dieci giorni con loro nel deserto e ho visto in azione quello che accadeva dentro la testa dei miei scolari. Vedevo che loro erano lacerati, perché si sentivano mezzi italiani e mezzi arabi, nel senso che avevano perso ormai la loro famiglia, certo volevano bene ai loro genitori, però non si sentivano più legati a quel luogo, si sentivano stranieri quasi più di me, al punto tale che nemmeno volevano disfare i bagagli, per esempio lo zaino restava sempre lì chiuso pronto ad andare via.

Insomma per me è stata un’esperienza molto forte ed è stata anche un’esperienza dentro me stesso, un viaggio interiore, perché io sono figlio di un bambino abbandonato, mio padre non ha mai conosciuto suo padre e vide morire sua madre quando lui aveva circa 12 anni, quindi era un figlio illegittimo, il nome che io porto, Affinati, era il nome della mamma.

Quando ero piccolo non mi rendevo conto dell’importanza di questo fatto, essere figlio di un bambino abbandonato significa che tuo padre ti consegna una sorta di nodo da sciogliere, forse è questa la ragione per cui io insegno a questi orfani di oggi. È come se io volessi risarcire mio padre di quello che lui non ebbe la fortuna di avere, lui certamente fu un padre affettuoso per me, fu un padre importante, però non ebbe forse le parole per riuscire a raccontarmi quello che aveva vissuto, perché lui ha vissuto una vita simile a quella che vivono oggi i miei scolari che vengono da tutto il mondo. Quindi io ad un certo punto è come se avessi parlato idealmente con mio padre durante il mio viaggio in Marocco, é come se l’avessi rivisto nei miei studenti, come se attraverso l’insegnamento io cercassi di guarire una ferita, che lui mi aveva implicitamente consegnato, è come se avessi cercato di trovare le parole, che lui non era riuscito a dire neppure a se stesso.

Questo meccanismo di cercare le parole è una cosa che alla Città dei Ragazzi è molto importante. Io vedo molti ragazzi che cominciano a raccontare la loro storia, la raccontano prima al poliziotto che li va a prendere sotto i ponti di Roma dove dormono per terra, poi la raccontano all’assistente sociale, allo psicologo, all’educatore. Ad un certo punto questa storia finisce per essere una sorta di crosta che non è più la verità, allora nel momento in cui tu insegnante riesci a trovare un rapporto d’amicizia con questi ragazzi, loro possono riuscire a dirti, o a scriverti nel tema, quello che non hanno mai detto neppure a se stessi, e questo momento è un momento importantissimo.

Loro capiscono quello che hanno fatto quando cominciano a scrivere, però lo fanno in una lingua che non è la loro, lo fanno nella lingua italiana, non nel Moldavo, nel Rumeno, nell’Arabo, no, lo fanno nella lingua italiana. E molti di loro sono analfabeti nella lingua madre, quindi che cosa significa tutto questo? che io, scrittore ed insegnante di lingua italiana, vedo che la mia lingua diventa una lingua d’accoglienza, una lingua capace di mettere assieme i cocci sbriciolati della vita di questi ragazzi. E in fondo è quello che è successo anche a me, in fondo è questa la ragione della letteratura, riuscire a trovare le parole per raccontare l’esperienza, senza parole la nostra vita forse non avrebbe senso, senza parole l’esperienza sarebbe muta, cieca e sorda. Che senso avrebbe la vita che noi facciamo se non riusciamo a trovare le parole e i significati di questa esperienza?

Ed ecco quindi le ragioni per cui in me si sono sempre intrecciate queste due attività, l’insegnamento e la scrittura: credo che sia l’insegnante che lo scrittore siano i responsabili della parola, la responsabilità scritta e la responsabilità orale. Per questo non ho mai visto una contraddizione tra queste due attività, le ho sempre svolte assieme e di pari passo, ed ogni mio libro nasce da un’esperienza che spesso, molto spesso è legata all’insegnamento.

 

Elton Kalica: Una cosa che a me ha incuriosito è questa visione che hai del rapporto da istaurare con i ragazzi, in gran parte stranieri, che è basata sull’essere credibili. Mi pare di capire che avere una credibilità significa poter avere poi anche il titolo per trasmettere dei messaggi e dei valori e comunque essere un modello in qualche modo positivo.

Eraldo Affinati: Chi è l’adulto credibile? Me lo sono chiesto molte volte anch’io, chi può conquistare la fiducia di questi ragazzi, in che modo si può essere credibili. Bisogna sempre considerare che questi sono ragazzi che sono stati ingannati molto spesso dagli adulti. Sono stati a volte traditi e attaccati, quindi non è facile riuscire a trovare una credibilità, e allora come bisogna fare, chi è l’adulto credibile?

Allora io mi sono dato una risposta ma non so se è quella giusta: secondo me l’adulto credibile è quello che mostra al ragazzo, alla persona che ha di fronte di aver compiuto una scelta nella sua vita. Quando uno fa una scelta sacrifica qualcosa di se stesso, nel senso che un giovane per esempio può fare cento strade come può diventare cento cose, l’adulto è quello che tra cento strade possibili ne sceglie una e dice “io voglio fare questa cosa qui e basta, non voglio fare un’altra cosa”.

Per fare questo tu devi anche sacrificare qualcosa dentro di te, cioè devi sacrificare non i rami secchi, quelli è ovvio, ma anche i rami fioriti, cioè qualcosa di bello che tu potevi fare ma che rinunci a fare perché decidi di applicare la tua energia su di una cosa. Allora questa condizione è come se tu riuscissi a trasmetterla al ragazzo in modo implicito, senza dirlo, e lui si fida di te, perché vede in te una persona salda, che ha compiuto questa scelta e ha deciso di farlo perché crede in alcuni valori, e questi valori sono stati talmente importanti da indurla a diventare una persona di un certo tipo piuttosto che un’altra persona.

Se invece l’adulto replica la condizione della gioventù, può a volte suscitare l’interesse del giovane, certo può diventare affascinante anche, però a lungo andare secondo me il giovane non si affida a lui con fiducia, perché lo vede fragile.

Questa risposta teorica in realtà poi è molto pratica nel momento in cui tu, quando stai in aula, quando stai li di fronte a loro devi fare due cose insieme, devi essere da una parte amico e dall’altra maestro. L’amico è quello che sta spalla a spalla con il ragazzo e condivide i suoi entusiasmi, quindi magari gioca a pallone insieme a lui, il maestro è quello che si mette davanti e incarna il limite nei confronti del ragazzo. Questi sono ragazzi che hanno superato tutti i limiti, nel senso che hanno avuto delle esperienze incredibili, molti di loro mi hanno raccontato delle esperienze che a quell’età sembra quasi impossibile che loro possano aver fatto, si sono nascosti in una betoniera per passare le frontiere dall’Iran alla Turchia, sono stati in un carcere turco in ottanta persone dentro una stanza come questa, si sono nascosti nella stiva di un aereo a Lagos in Nigeria e senza la pressurizzazione sono arrivati a Malpensa. Quindi questi ragazzi, ad un certo punto, dopo queste esperienze così tragiche e così terribili, hanno bisogno di una persona che possa per loro rappresentare il limite. Il limite da non valicare fuori e dentro se stessi, e in quel momento, nel momento in cui loro accettano il limite, il limite interiore, diventano liberi, veramente liberi.

 

Pietro Pollizzi: Mi ha colpito molto la storia del rapporto che avevi con tuo padre, che è rimasto orfano da piccolo, anch’io da poco ho perso mio padre e anche lui aveva una storia molto simile a quella di tuo padre. Mio padre è rimasto orfano quando aveva solo due anni, fino a sei anni è stato allevato dai nonni, lui era bambino durante la guerra, in una realtà durissima come la Calabria, dove vivevano in una stanzetta che non aveva neanche il pavimento, con un maiale che tenevano dentro casa per paura che glielo rubassero.

Poi i suoi nonni morirono e lui venne allevato da una famiglia che in sostanza gli dava solo da mangiare, non lo mandavano neppure a scuola, quindi crebbe senza frequentare le scuole dell’obbligo. Il rapporto tra me e lui fu molto conflittuale, perché io non riuscivo a capire cosa c’era dietro alla corazza che lui aveva, e che sembrava quasi impenetrabile. Lui era emigrato in Svizzera che per antonomasia è un Paese ricco, ma quando l’ho raggiunto ho scoperto che non viveva così bene come credevo, stava in una specie di baracca assieme ad altre otto persone.

Io di questa cosa avevo vergogna, anche il rapporto che ho avuto con i miei coetanei che erano immigrati come me, però di seconda generazione, è stato difficilissimo, io ero completamente diverso, loro erano già integrati invece io facevo fatica a ragionare con loro, a capirli. Quindi preferivo frequentare gli emarginati come me, con loro ho incominciato fin da subito a commettere reati, e a soli 17 anni ho avuto la mia prima esperienza con il carcere. Con mio padre invece non riuscivo proprio a parlare, anche se lui cercava in tutte le maniere di farmi capire che stavo facendo qualcosa di sbagliato. Però non me lo diceva con le parole giuste, ovviamente la colpa era mia, perché io non riuscivo a capire che lui non aveva gli strumenti adatti per comunicare quel bene che provava nei miei confronti.

Eraldo Affinati: Devo dire che vedo degli elementi nel rapporto con tuo padre che riconosco miei, perché questo senso di incomunicabilità anch’io da bambino lo percepivo.

Considera che a casa mia non c’erano libri, perché anche mio padre ha fatto soltanto la quinta elementare, così come mia madre. Tante volte ho pensato che se non ci fosse stata la letteratura che da bambino mi appassionò subito, se non avessi avuto questa attitudine, non so che fine avrei fatto nemmeno io, nel senso che la mia infanzia la ricordo molto solitaria, non avevo amici, sono stato anch’io un ragazzo difficile. Credo che il rapporto con i genitori possa a volte essere uno scoglio insormontabile, se non riesci appunto a spiegartelo dentro te stesso.

 

Gian Luca Cappuzzo: Il racconto di Pietro mi ha fatto venire in mente un problema che penso incontrerai spesso, ero curioso di capire come lo gestite, come riuscite a risolverlo: l’educazione e l’affettività di questi ragazzini abbandonati. Un bambino sviluppa l’affettività nei primi anni di vita, quindi trovarsi a 14/18 anni completamente sradicati da un nido famigliare, da un senso di protezione forte, fa sviluppare delle difese che poi è difficile gestire.

Eraldo Affinati: Questo è un punto decisivo, perché in effetti sono tutti ragazzi fragili, hanno avuto esperienze difficili e quindi reagiscono in modi diversi. Ci può essere la reazione di violenza e di aggressività, ci può essere una reazione di introversione, di chiusura e di solitudine, sono due reazioni che io vedo spesso all’opera.

Quello che posso dire è che nella Città dei Ragazzi è molto utile il sistema di regole, che in qualche modo determina la vita di tutta la comunità. Già questa educazione alla democrazia vedo che può essere terapeutica in molti casi nel momento in cui il ragazzo deve in qualche modo canalizzare la sua energia e metterla dentro quel compito da svolgere, quella regola da rispettare. L’importante comunque è che loro vedano che tu stai facendo sul serio. Infatti loro ti mettono anche alla prova, nel senso che sono ragazzi che quando tu poi entri in aula non è che stanno tutti seduti sui banchi, te li devi conquistare giorno per giorno, ora per ora, anche esponendoti, nel senso che ti devi mettere un po’ in gioco, allora ti chiedono “ma tu chi sei, perché sei venuto qui?”. Questo elemento rompe quella che io chiamo la finzione pedagogica, cioè la finzione pedagogica è quando il professore “fa finta” di insegnare e lo studente “fa finta” di ascoltare, un elemento di tipo teatrale che in qualche modo è inevitabile in ogni scuola, ma che alla Città dei Ragazzi non ti puoi permettere. Devi rompere questa finzione pedagogica e devi affermare una presenza in aula, questo è positivo per questi ragazzi “sfregiati”, colpiti, perché si accorgono che c’è un’autenticità nel rapporto umano.

A 18 anni nel momento in cui devono uscire dalla Città dei Ragazzi, li è il vero problema, perché fino a che sono dentro la struttura protetta, anche se il pomeriggio vanno all’esterno a lavorare, fanno dei corsi professionali, comunque poi tornano e sono protetti.

Rispetto al loro passato vedo che per parecchi la ferita c’è sempre, tante volte ho chiesto ad alcuni miei ragazzi “ma voi come vi sentite, italiani o arabi?” e Mohamed una volta mi disse “io mi sento arabo dentro e italiano fuori”. Questa lacerazione spesso se la portano dietro, questo però li rende anche persone speciali, diverse in senso positivo, perché hanno comunque delle risorse particolari, soltanto loro possono attingere a due culture, a due sensibilità, a due modi di essere diversi.

Questo io l’ho visto al mio ritorno in Marocco con loro, quando vedevo che a volte si sentivano stranieri nella loro casa, ecco che quindi capivo che questa è la condizione di tutte le prime generazioni di immigrati, che devono sentire dentro di sé questo conflitto. Sarebbe sbagliato credere che possano superarlo facilmente, quindi c’è sempre, di fronte al trauma che hanno subito da bambini, una fragilità, poi c’è chi riesce a metterla a frutto, questa fragilità interiore, e chi invece, più debole, in qualche modo ne resta succube.

 

Bruno Turci: Mi è piaciuto molto quando nel tuo libro hai spiegato del colloquio che hai avuto in Marocco con il papà di uno dei ragazzi, il quale quando gli hai chiesto “ma perché l’hai lasciato andare via?” ti ha risposto che se non avesse permesso al figlio di andarsene, lui se ne sarebbe andato lo stesso, “con il rischio che non l’avrei più rivisto”. Invece accordandogli questa responsabilità, trasmettendogli questa fiducia e questo compito di crescere per conto suo, ecco che il ragazzo sicuramente non l’ha perso. Questo mi ha colpito molto perché rivela una capacità, una saggezza che va oltre quell’egoismo, che è tipico di tante famiglie occidentali, quelle che vivono nel benessere, magari tenendosi i figli in casa all’infinito e proteggendoli in una maniera esagerata. Questo perché un uomo si misura nel mondo, non si misura in quella, per quanto adorata possa essere, nicchia in cui è cresciuto e dove è stato sempre protetto dall’amore della famiglia.

Eraldo Affinati: Quando mi diede quella risposta quel padre mi colpì tantissimo perché era un uomo che non aveva studiato, e tante volte ho pensato che io non sarei stato capace da padre di avere questa sua disponibilità e saggezza.

In quel viaggio in Marocco io infatti ho avuto un buon rapporto con i padri, è stata un’amicizia senza parole perché io non parlo l’arabo, stavamo di fronte io e loro senza dirci niente e lì ho riscoperto la qualità del silenzio che noi abbiamo perso. Noi parliamo sempre, invece lì c’è questa qualità del silenzio, l’ho molto apprezzata quella dimensione spirituale.

 

Alì Mel: Io non ho letto il libro, ma capisco tante cose perché buona parte della mia vita l’ho vissuta in una tenda, in Tunisia, e fino a 20 anni non sapevo neanche che cosa fosse uno spazzolino da denti o un dentifricio o un giocattolo, ed oggi mi sento molto fiero di avere vissuto in quel modo li, perché mi ha dato tantissimo quel silenzio di cui parlavi tu.

Io vorrei chiederti come affrontate la crisi d’identità e il conflitto che vivono, quando arrivano in Italia, questi ragazzi, e se la scrittura, perché vedo che tanti di loro scrivono la loro storia, se la scrittura è il mezzo che porta alla consapevolezza di se stessi.

Eraldo Affinati: Nella mia esperienza, la scrittura è molto importante, anche se sono ragazzi che stanno imparando l’italiano, quindi ancora non riescono ad esprimersi bene. Però nel mio libro io riporto alcune lettere che loro mi hanno scritto e non le ho corrette, le ho lasciate così come erano arrivate con tutti gli errori, ma con la potenza che quegli errori rappresentano. Con la scrittura effettivamente loro incominciano a rendersi conto bene di quello che hanno vissuto.

Vorrei riuscire a farvi capire un concetto che non è facile, però ci provo un attimo.

Quando noi pensiamo, noi pensiamo in base al sistema linguistico che abbiamo in testa. I miei ragazzi hanno due lingue, una è passata e rischia di essere un relitto a volte, l’altra è in costruzione ma non è ancora pronta. Allora anche il loro pensiero, anche la loro personalità è frammentata, e quindi in costruzione, questo da una parte è negativo e da un’altra è positivo. È negativo perché non c’è una stabilità, però è positivo perché hai tante possibilità espressive, allora questa condizione ti fa capire che l’educazione alla scrittura, la scuola sono fondamentali.

Sono fondamentali perché tu capisci tutto nel momento in cui la lingua diventa la casa del tuo pensiero, per cui se questa lingua è dissestata, anche il tuo pensiero è frammentato. L’indecisione è un tratto caratteristico della fragilità di quei ragazzi, perché sono in costruzione, del resto alla loro età, ed hanno tutti 17/18 anni, è normale che siano così, anzi io a volte mi stupisco della loro maturità. Quindi è tutto un lavoro da fare tra alti e bassi, però direi che l’elemento del racconto di sé è una delle tappe che io nella mia esperienza di insegnante vedo più importanti.

 

Oddone Semolin: Lei nel suo libro prima di partire per il Marocco si fa molte domande sui genitori dei ragazzi, poi nel momento in cui arriva si accorge dell’estremo calore con cui vengono accolti Omar e Faris dalle famiglie. Io pensavo adesso alla nostra condizione in carcere, io sono genitore, per cui la lontananza dai figli, anche se ovviamente ogni tanto li vedo, comporta una profonda preoccupazione .

Ho un figlio di 15 anni e l’altro più grande, però insomma è un’età molto particolare, lei racconta che probabilmente questi genitori accettano quasi di buon grado che i loro figli partano.

Ma secondo lei loro non provano un senso, come dire? di smarrimento per il fatto di non aver potuto stare vicini ai loro figli? Lei parla molto spesso sia di fragilità che di radici. Io non credo che per un bambino che va via a 10/11 anni si possa parlare di radici in maniera compiuta, per cui la fragilità è una conseguenza inevitabile. Ma questa fragilità, questa conseguenza inevitabile non si protrae per tutta la vita? Io non credo che si possa in qualche maniera riempire questi vuoti.

Eraldo Affinati: Prima di fare il viaggio io mi chiedevo “Chi saranno mai questi genitori, chi sarà questo padre, questa madre, ma esisteranno davvero?”. Erano tante le domande che mi facevo.

Poi li ho conosciuti, ho visto personalmente queste persone, ho visto l’affetto che c’è stato quando a Casablanca si sono riabbracciati di fronte a me, sono venuti a prenderci i due padri, la nonna e le due sorelline piccole, eravamo in dieci tutti dentro una sola macchina.

Però lì ho visto questa famiglia che si ricomponeva dopo cinque anni di assenza, lì, guardandoli poi nei giorni successivi, ho visto che era come una ricomposizione, però quei 4/5 anni che loro avevano perso, mentre io ero stato una sorta di supplente di queste paternità e maternità mancate, quegli anni non glieli ridava più nessuno.

Quei padri e quelle madri purtroppo quegli anni non li riavranno più, e quindi rimane questo senso lancinante di dolore, la ferita di questi bambini che vanno via.

 

Filippo Filippi: Che cosa significa che la Città dei Ragazzi è tutta gestita dai ragazzi stessi? Chi sono le persone adulte che stanno con loro?

Eraldo Affinati: Ci sono degli educatori, uno psicologo che viene due volte a settimana, per ogni ragazzo c’è un progetto di studio, di lavoro, di inserimento, di acquisizione delle competenze linguistiche. Naturalmente poi loro si gestiscono, nel senso che ogni giorno c’è l’assemblea, dove fanno un bilancio della giornata, e poi ci sono delle cariche elettive che sono quelle del Sindaco, poi il Sindaco elegge gli assessori e quindi ogni ragazzo ha una mansione da svolgere. Per cui si autogovernano: un ragazzo che arriva qui da un’esperienza forte ha bisogno di capire come deve fare per gestirsi da solo, non dobbiamo essere noi a dire a lui quello che deve fare. Deve nascere dentro di loro questo sistema di responsabilizzazione, che però va controllato e monitorato dall’adulto, quindi c’è un processo graduale in cui tu ad un certo punto “metti in acqua” il ragazzo, però poi lui deve riuscire a nuotare da solo.

 

Davor Kovac: Io provengo dall’ex Jugoslavia e sono venuto in Italia all’età di 26 anni, dopo cinque anni sono tornato per la prima volta nel mio Paese e mi sono sentito proprio come uno straniero, ecco perché posso capire come si sentono questi ragazzi. Noi spesso qui parliamo di questa questione che ci riguarda molto da vicino, in particolare proprio all’interno del carcere, perché gli stranieri vengono espulsi dopo l’espiazione della condanna, e finiscono per sentirsi stranieri sia in Italia che nel proprio Paese.

Eraldo Affinati: Qui ti potrei raccontare tante cose, un giorno eravamo a Marrakech e io volevo andare a mangiare il couscous, invece loro mi hanno detto “No professore, andiamo a mangiare in una pizzeria italiana”. Perché loro sentivano ormai già la nostalgia dell’Italia.

 

Dritan Iberisha: Volevo tornare un po’ sulla responsabilità dei genitori, perché secondo me i genitori c’entrano poco con l’immigrazione dei minorenni, io sto parlando per noi albanesi, io sono di Durazzo. Prendiamo per esempio un ragazzino albanese di 12/13 anni, secondo me è pari a uno di 18/19 anni qui in Europa, perché noi siamo cresciuti per strada, rubando le scarpe al fratello per uscire. Quando alcuni di loro hanno deciso di immigrare, non è che sono andati a casa e hanno detto al padre che sarebbero venuti in Italia, no loro hanno seguito i ragazzi più grandi della zona, i genitori non sapevano proprio niente di dove stava andando il figlio.

Secondo me influisce più la televisione che un genitore nell’immigrazione dei ragazzini.

Eraldo Affinati: In Albania sicuramente è vero, lo so anche perché me lo dicono i ragazzi albanesi, tra l’altro loro quando arrivano già parlano italiano a differenza degli altri, perché lo imparano davanti alla televisione, e arrivano con questo mondo inventato della televisione in testa.

 

Elton Kalica: Tu hai parlato di una lingua ortopedica, ovvero costringersi a scrivere l’italiano, imparare l’italiano, soprattutto quando si parla di ragazzi che magari nella propria lingua sono analfabeti o semianalfabeti, credo che sia una forma di terapia per crescere. Anche qui in carcere se qualcuno riesce a riscoprire l’interesse per la scuola, o appassionarsi alla letteratura, vive in modo diverso la galera, rispetto a chi sta in branda ad aspettare che passi il tempo.

Eraldo Affinati: La cosa importante è la lettura prima ancora della scrittura, io cerco di cominciare a far leggere a questi ragazzi dei testi facili, alcune poesie semplici ad esempio, alcuni racconti. È importante riuscire ad appassionarli alla letteratura intesa come storia umana, come esperienza di storie vere e concrete, riuscire a trovare una passione dentro di loro e fare in modo che scatti un interesse non scolastico, non semplicemente per il dovere di conseguire un titolo di studio, che questi ragazzi si possano sentire veramente toccati in modo profondo. Ecco, se l’insegnante è capace di trasmettere questa passione per la letteratura, per la lettura in modo personale e dando ad ognuno il libro giusto per lui, non un libro che valga per tutti, solo quello che tu ritieni che possa funzionare per quella personalità lì piuttosto che per un’altra, a quel punto dalla lettura scatta l’elemento dell’espressione, riuscire ad esprimere se stessi. Un conto è l’azione della vita, e un conto è l’espressione, che è la condizione dello scrittore. Lo scrittore è un uomo espressivo che cerca di dare un segno della sua presenza nel mondo attraverso la scrittura, ecco questo elemento può diventare ortopedico, è come se tu ti fossi spaccato una gamba e con il gesso la rimettessi assieme, così la scrittura può diventare ortopedica perché dentro di te hai avuto una ferita, hai avuto un trauma, e puoi rimettere insieme i pezzi attraverso una scrittura che dà il senso anche di quello che tu hai fatto, gli dà un valore, perché anche il dolore può avere un valore.

 

Ornella Favero: Tu hai detto che la letteratura per te ha avuto un ruolo importante e in un certo senso ti ha salvato la vita, ci spieghi come?

Eraldo Affinati: Io, avendo avuto un’infanzia difficile, appunto per questo rapporto conflittuale o comunque “di mancate parole” con i miei genitori, perché anche mia madre ha una storia difficile che ho raccontato in un altro libro, “Campo del Sangue”, io sono nato con gli scrittori, e leggendo questi scrittori che cominciavo a scoprire da solo, leggendo e scoprendo Hemingway, Parise, Fenoglio, Tolstoj, Dostoevskij, è come se trovassi in quei libri, in quegli scrittori, in quelle storie quello che non riuscivo a trovare nella vita.

Quindi la letteratura è stata anche per me terapeutica e formativa, perché mi faceva entrare in mondi che io veramente non avrei mai potuto sospettare che esistessero e quindi mi identificavo di volta in volta in questo o in quel personaggio, mi innamoravo, viaggiavo con la mente. La letteratura per me è stata veramente una sorta di schermo ideale sul quale io proiettavo tutte le mie ansie, tutte le mie difficoltà, poi certo avevo anche un’attitudine espressiva che negli anni ho capito e che mi ha portato a praticare la letteratura.

 

Gian Luca Cappuzzo: Ascoltando le risposte che hai dato qui, mi viene da pensare come questo non dovrebbe essere solamente un metodo di frontiera o di trincea, ma dovrebbe essere un metodo applicato all’insegnamento in generale con i ragazzi. Questo perché ciò che tu hai definito finzione pedagogica, in realtà è un po’ quello che succede continuamente nelle nostre scuole, questa finzione pedagogica la vedo proprio come qualcosa che è un male della scuola d’oggi.

Eraldo Affinati: La penso esattamente così, al punto tale che io vado nelle scuole e quindi molti di questi miei ragazzi me li porto in qualche occasione a fare degli incontri, li ho portati in diversi licei romani e li ho fatti raccontare la loro esperienza ai loro coetanei italiani. È stato straordinario perché tu vedevi che loro per la prima volta si sentivano legittimati a parlare e felici di essere accettati, non il timbro della questura sul foglio di soggiorno, ma un’accettazione vera e profonda che vedevano negli occhi dei ragazzi che li ascoltavano. E i ragazzi italiani viceversa sentivano anche il privilegio che avevano nel momento in cui ascoltavano queste storie.

Ma io insegno italiano agli stranieri anche in un’altra struttura che sto creando a Roma, una specie di scuola di italiano per stranieri, allora ho portato anche alcune studentesse di uno dei licei più importanti di Roma ad insegnare il verbo essere ed avere ai loro coetanei provenienti dall’Africa o dall’Asia. Per me è stato uno spettacolo straordinario vedere Elisa o Maria che stavano insieme a Silvester o Alì, avevano la stessa età e loro erano studentesse italiane che insegnavano la lingua italiana in modo volontario a questi loro coetanei meno fortunati.

Lì ho capito che la finzione pedagogica è distruttiva, perché queste stesse ragazze che sono venute da me in quella scuola di volontariato, magari quando stanno in aula hanno un rapporto tutto più istituzionale, più togato, meno libero, meno creativo, meno vitalistico di quello che hanno dimostrato con me lì. Quindi penso che se io tornerò in una scuola tradizionale, in una scuola “normale”, cercherò di portare anche questa esperienza, ma so che sarà più difficile, perché c’è tutto quel meccanismo della valutazione: vi faccio un esempio, se un ragazzo mio ad un certo punto è indisciplinato e quindi non riesce a stare in aula, a quel punto io non è che posso mettere una nota, perché lui già sta “all’ultima spiaggia”, quindi io devo riuscire per forza a coinvolgerlo a livello umano, non ho l’arma del voto, della nota o della sospensione, devo per forza mettermelo davanti a mani nude, e questo è positivo perché sviluppa dentro di me docente delle potenzialità che altrimenti io, affidandomi alla valutazione del voto, non troverei, perché io lo sospenderei e basta.

 

Sara M. (studentessa): Mi ha colpito che ai ragazzi che disturbano in classe o che rendono difficile la lezione, lei non dà note e comunque non li penalizza con i voti, ma cerca di interagire a livello umano. Come fa? Perché a dirlo sembra facile, ma nelle piccole cose in pratica deve essere difficilissimo.

Eraldo Affinati: Nel libro io racconto per esempio quando due incominciarono a picchiarsi, un afgano e un arabo. A dividerli mi aiutò Mohamed, che poi è diventato mediatore culturale, e che allora mi disse: “Se tu vedi fare questo a tuo padre, se tu fin da piccolo sei vissuto con l’esempio della faida, della vendetta, della lotta, dell’occhio per occhio dente per dente, è chiaro che poi assorbi quella condizione e la ripeti”. Così alla fine quello scontro ha avuto davvero un valore educativo.

Oppure racconto la storia di Emanuele, un ragazzo italiano che fumava in classe, dava fastidio, tante volte i professori cercavano di frenarlo, ma non ci riuscivano. Un giorno l’ho rincorso al bagno e l’ho affrontato in un modo non più da professore ad allievo, in quell’attimo ho visto che era scattato un momento di verità tra me e lui e dopo mi ha raccontato tutta la sua storia, una storia terribile di un padre morto in un incidente, lui che è rimasto da solo… Ho capito allora che quella tensione che lui mostrava in aula, quell’arroganza, quella violenza non erano altro che delle reazioni ad un ostacolo che non era riuscito a superare.

Quindi io, nella mia esperienza di insegnante, vedo che anche il peggiore dei miei studenti fa sempre un passo in avanti rispetto alla situazione da cui proviene. Bisogna riuscire a trovare in ognuno qual è la storia che c’è dietro, allora ti accorgi che se ti metti a tu per tu da solo con lui, riesci a trovarlo, questo sentiero da percorrere insieme, a quel punto lui cambia totalmente, perché si accorge che tu lo hai visto per quello che veramente è.

 

Ornella Favero: Tu hai un’idea della scrittura molto vincolata all’esperienza. Mi pare di averti sentito dire che la scrittura è stata per te il termometro della tua vita, ci puoi raccontare la tua idea di scrittura e di letteratura?

Eraldo Affinati: Io sono uno “scrittore autobiografico” che parte sempre da un’esperienza, per cui ogni mio libro è legato ad una mia esperienza di vita. “Campo del sangue” è la storia di mia madre. Mio nonno materno durante la seconda guerra mondiale fu fucilato dai nazisti perché era un partigiano, mia madre fu arrestata e posta su un treno che l’avrebbe probabilmente deportata in Germania, ma riuscì a scappare alla stazione di Udine il 2 Agosto del ‘44 ed io ho rifatto il viaggio che lei avrebbe dovuto fare se non fosse riuscita a fuggire, da Venezia ad Auschwitz, nel campo di concentramento. “Campo del sangue” è in qualche modo il diario di quel mio viaggio nella Shoa. Ogni mio libro nasce da un percorso che ho fatto, perché non riuscirei mai ad inventare una storia a tavolino, non riuscirei mai ad inventare dal niente, devo sempre partire da un’esperienza, però poi questa esperienza è trasfigurata dalla scrittura, l’elemento della scrittura è molto importante. È come fare un viaggio e poi l’ultima stazione è la scrittura, e li è il momento in cui io capisco, o a volte smentisco, quello che ho fatto. Quindi è una sorta di momento di conoscenza finale, decisivo. Nel momento in cui uno scrive la sua storia, c’è una formalizzazione inevitabile che è positiva, perché la scrittura ti illumina degli angoli bui, c’è una concentrazione nella scrittura, c’è un’intensità, e una conoscenza, che nell’oralità non emergono.

Qui però con la vostra rivista devo dire che avete proprio uno strumento per fare questo, una palestra perfetta per fare un lavoro come quello di cui stiamo adesso parlando. Questo è il luogo dove si possono raccogliere le storie, e mi sembra che questo sia il vero percorso importante da fare.

 

Elton Kalica: Io volevo capire che cosa rappresenta per lei il viaggio, perché mi pare che sia il filo conduttore di ognuno dei suoi.

Eraldo Affinati: Io viaggio non per perdermi, per smarrirmi, ma per trovare le ragioni del ritorno.

Mi spiego meglio: io viaggio per scoprire quali sono le mie radici, perché in fondo sono andato ad Auschwitz seguendo la storia di mio nonno e di mia madre e sono andato in Marocco seguendo la storia di mio padre. Il viaggio mi porta anche a riflettere sul tema del limite della libertà, e questa idea me l’ha data Dietrich Bonhoeffer, su cui ho scritto un libro intitolato “Un teologo contro Hitler”. Bonhoeffer è stato un grande teologo che fu fatto impiccare da Hitler poco prima della fine della seconda guerra mondiale.

Leggendo le sue opere mi ha colpito il riferimento che lui ha fatto proprio a questo concetto, che tutta la cultura del ‘900 ci ha spinto a superare i limiti, tutti i filosofi e gli scrittori del ‘900 ci hanno spiegato che la vera libertà è andare oltre. Invece Bonhoeffer era contro questa idea e ci ha detto che la vera libertà è proprio l’accettazione del limite. Io divento libero quando scelgo una cosa piuttosto che un’altra, quando delimito il mio campo d’azione e non quando lo estendo. Se io lo estendo mi perdo, se invece lo concentro e trovo un obiettivo da realizzare divento veramente libero. Non illudiamoci, diceva Bonhoeffer, che la libertà possa essere andare chissà dove, dobbiamo credere che la libertà possa essere ritrovare qualcosa di noi stessi che forse non conoscevamo. Questa per me è stata una intuizione formidabile, perché mi ha fatto rileggere la cultura novecentesca in modo assolutamente diverso da come avevo fatto prima. Mi ha fatto capire che non dobbiamo illuderci di essere qualcosa di diverso da quello che siamo, ma dobbiamo imparare ad accettare la nostra personalità, il nostro carattere, certo calibrandoli a seconda delle occasioni della nostra vita.

 

Ornella Favero: Tu hai detto che la vera libertà è l’accettazione del limite, ma come glielo insegni ai ragazzi un concetto così complesso?

Eraldo Affinati: Non è una cosa che si può dire così a livello teorico, però fare bene il proprio lavoro è già un passo importante. Se loro vedono che non sei in ritardo quando entri in aula, che ci stai mettendo molto di te stesso nel lavoro che fai, che ci stai mettendo passione, loro apprezzano il fatto che tu hai trovato il tuo limite come insegnante e quindi il modello che tu offri è di uno che si è concentrato in un obiettivo da conseguire. Questo vale più di mille parole. In questo caso parlo di limite perché io in teoria potrei fare altre cose, oltre a stare lì potrei diventare altre persone. Questa condizione di estrema potenzialità può paralizzare, può diventare una zavorra invece che facilitare la scelte. Se questa condizione si protrae rischia di diventare un ostacolo, nel momento in cui invece tu scegli di fare una cosa piuttosto che tenere in piedi mille possibilità, una scelta che può essere anche una forma di “amputazione spirituale”, tu hai tagliato qualcosa dentro di te, a quel punto tu ti metti in una dimensione di limite, in qualche modo ti dai una dimensione, circoscrivi, però ottieni tanto facendo così, perché tutta la tua energia la metti solo su quel punto lì senza disperderla.

 

La Città dei ragazzi è nata dopo la seconda guerra mondiale, se l’è inventata un sacerdote irlandese, Carroll Abbing, il quale voleva raccogliere ragazzi italiani rimasti senza i genitori dopo la guerra. Oggi i ragazzi sono per lo più stranieri, hanno dai 14 ai 18 anni. Vengono dall’Afganistan, dal Maghreb, dal mondo slavo, da Paesi da cui scappano soprattutto perché vogliono sopravvivere alle guerre che hanno visto coi loro occhi, alla povertà e alla miseria che hanno vissuto. Raggiungono l’Italia da soli, abbandonati, senza famiglia, vengono collocati dalla Caritas o dalla Polizia in apposite strutture di accoglienza come la Città dei ragazzi, che però è una città nella città, perché in essa esiste un sindaco, degli assessori alla sanità e all’igiene e perfino una moneta locale, lo scudo, con cui i ragazzi comprano le merendine al Bazar. L’idea di Carroll Abbing era quella di responsabilizzare i ragazzi, e ancora oggi questo messaggio pedagogico è giusto perché in fondo sono tutti ragazzi che vivono lì, che non hanno più bisogno di una famiglia ma vogliono diventare adulti e per questo devono imparare l’italiano, studiare e trovare un lavoro, perché questo è il loro obiettivo.

 

 

Come si arriva a commettere reati da ragazzini

I giovani e le cose “che sarebbe meglio non fare”

Una vita vissuta con la “cultura” dello stravolgersi, spesso fino a non capire più nulla, del continuo concentrarsi sul bisogno di nuove esperienze non importa come e a che prezzi

 

di Filippo Filippi

 

Le persone che si occupano appassionatamente ed in modo approfondito di giovani e devianza minorile è necessario comprendano che quella che segue è stata la mia esperienza, nella quale io cerco di individuare tratti in comune con quella dei ragazzi di oggi. Chiaramente lo scenario, sotto alcuni aspetti, è modificato in modo sostanziale, inoltre oggi vi è più informazione, ma solo per chi ha la paziente attenzione di sfuggire a certi “bombardamenti mediatici”. Perché sono in tanti oggi (fra chi fa informazione, televisione, intrattenimento) a non tenere veramente conto che le generazioni future saranno… il domani, e a preoccuparsi quasi esclusivamente di riuscire a vendere e indirizzare i gusti e le opinioni, studiando in modo approfondito per riuscire ad ammaliare ragazzini e grandi. E privilegiando la cultura dell’apparire piuttosto che quella molto più “costosa”(in termini di sacrificio), dell’essere ciò che si è, accettandosi e cercando magari di migliorarsi in modo graduale e rispettoso dei propri ritmi naturali. Mi ricordo, per fare un piccolo esempio, che a dodici o tredici anni, ero grassottello e questo mi pesava molto, ma principalmente mi sentivo inadeguato, non in “accordo” con le altre persone.

Raccontare per me dei reati commessi da ragazzino e di come ci sono arrivato, attraverso quali “passaggi”, e di come indirettamente ne sto ancora pagando lo scotto, è un disastro emotivo ed affettivo, che rivivo ogni volta che lo rievoco. Ma ciò che è stato non torna più, ed anche se è difficile rimettere assieme i cocci scriverò faticosamente qualcosa, alla faccia dell’autobiografia ”indolore”!.

Mi verrebbe da dire: quanto stolto, sciocco, testardo, ribelle e soprattutto ignorante ero (con il senno del poi) e sono a tutt’oggi, ma se questo rivedere il passato può essere utile, proverò a farlo, con semplicità e schiettezza.

Raccontare dei reati commessi quando ero adolescente implica parlare di un legame quasi indissolubile, per me (qualche volta sembra che lo sia solo per me, spesso tanti miei compagni non ne appaiono consapevoli o non lo vogliono riconoscere), con la subcultura dello stravolgersi con l’alcool e le droghe inizialmente cosiddette” leggere”, ma più generalmente sulla cultura dello stravolgersi, spesso fino a non capire più nulla, del continuo concentrarsi sul bisogno di nuove esperienze non importa come e a che prezzi. Del non accettarsi per quel che si è tendendo ad un miglioramento con equilibrio, per ritrovarsi piuttosto con un’insopprimibile necessità di sballo. Quindi spostando sempre di più il limite, salvo poi ritrovarsi in galera per cose che un ragazzo mai si sarebbe sognato di fare solo qualche tempo prima, da lucido. Sballo iniziale ed euforico che poi presenterà il suo conto, conto salatissimo e che si dovrà solo pagare!

Questa subcultura dell’uso di qualcosa che favorisse la socializzazione con i miei coetanei con problemi analoghi più o meno accentuati da quattordicenne, mi ha dato una impronta che ha caratterizzato il resto della mia vita, spesa davvero male.

Comunque, la prima volta che sono finito in questura e denunciato a piede libero per rissa, più o meno a sedici anni), io e la mia compagnia frequentavamo un grande giardino di una zona ”bene” di Verona ed avemmo uno scontro con altri ragazzi che in quel quartiere vivevano. Io mi ritrovai in questura sanguinante, con un buco in testa.

Poi venni arrestato a 17 anni con altri tre coetanei (due minori e due appena divenuti maggiorenni), per una lunga serie di scippi e motorini rubati. Eravamo tutti tossici, cioè già molto dentro il vortice della droga ma anche di un potente psicofarmaco che all’epoca era ancora prodotto. Noi due minori venimmo tenuti in attesa del processo, isolati nel carcere dei maggiorenni, poi dopo il processo io solo venni trasferito nel carcere minorile di Treviso, ed il mio coimputato minore venne scarcerato.

Del carcere di Treviso ho ricordi molto sfocati perché, anche se ero detenuto, pensavo solo a fuori e alla droga che mi mancava fortemente. Ricordo però agenti in borghese che non avevano nulla a che fare con gli sgherri che mi avevano arrestato, ricordo un clima tutto sommato ”famigliare”, ma che allora non sortiva su di me nessun effetto. Rammento inoltre il mio stupore quando il mio compagno di cella mi disse che era in carcere perché aveva ucciso a martellate suo padre con la complicità di sua madre.

 

Io non stavo bene con me stesso

 

Non ho ricordi di prepotenze subite, forse perché allora ero più inselvatichito e rabbioso di oggi, la gente mi girava alla larga se voleva attaccar briga. Poi, dopo tre o quattro mesi, uscii con l’ordine del giudice di frequentare una comunità diurna, cosa che feci per una settimana, forse due, dopodiché smisi di andarci e tornai con la compagnia dove girava di tutto ma principalmente hashish, e per un periodo scappai di casa.

Come al solito è complicato stabilire una verità giuridica e raccontare invece, dal mio punto di vista, ciò che avvenne ma soprattutto perché avvenne. Tutto andrebbe sempre inserito nel contesto di tempo e luogo dove si crearono i presupposti delle mie scelte, di cui comunque sono io principalmente il responsabile, per capire perché io abbia preso quella piega a testa bassa. Dopo anni di girovagare tra carcere, comunità e vita improntata alla trasgressione, mi sono comunque convinto che non esiste una spiegazione semplice, tutto era per me così mescolato, confuso, valori rovesciati e la logica, la razionalità, i sentimenti, anche solo ciò che sarebbe stato meglio per me, erano allora completamente ininfluenti. Nessuno aveva un ascendente su di me, infatti non ascoltavo nessuno che non mi parlasse con la lingua del cuore, ed anche lo stesso, ciò che mi veniva detto entrava da un orecchio per uscire istantaneamente dall’altro. Il dialogo, il confronto era zero, non si parlava mai tra compagni di cose che ci avrebbero potuto toccare veramente dentro e che forse erano quelle che ci creavano tutto quel malessere e la conseguente ribellione.

Io non stavo bene con me stesso, quindi stavo molto male dentro e con gli altri e l’esperienza del carcere minorile praticamente non aveva neanche scalfito questa corazza di malessere, per me la detenzione era vissuta come una vendetta della gente perché avevo rubato e mi ero fatto beccare, ed allo stesso tempo ciò per cui rubavo o commettevo reati, la droga, era per me di insostituibile necessità!

Invece, la mia famiglia quella sì, venne colpita come da un fulmine a ciel sereno, quando si ritrovò il figlio/fratello in carcere per giunta quasi bambino e già drogato, con i parenti e i conoscenti che fecero il vuoto intorno.

Ecco io andavo semplicemente CONTRO e sotto l’effetto delle sostanze stupefacenti la cosa era ancora più semplice. Anche i successivi arresti furono attutiti, attenuati dall’uso delle sostanze, almeno fino a qualche anno fa. Non mi sentivo mai a mio agio con i miei marosi adolescenziali e i passaggi di crescita mai affrontati. Contro tutte le cose fatte per benino, io e la compagnia che frequentavo ci creavamo spazi “virtuali” e drogati che potessero far sentire anche noi, così diversi, vivi, protagonisti di noi stessi.

Dal canto mio io ero il cucciolo del gruppo, forse quello che stava più male dentro, ed è chiaro che in quel gruppo si trafficava di tutto e di più, le cose che sarebbe stato meglio non fare erano divenute cose che bisognava assolutamente fare.

Per me poi, era una realtà completamente sconosciuta, la società, le persone erano dei rompiscatole che passavano dai giardini e vedendoci in cerchio ci guardavano passarci il cylum o il bottiglione di vino, incuriositi ma anche preoccupati della nostra precoce età. Dal mio punto di vista di allora gli altri, le persone “normali” non facevano altro che sgobbare dalla mattina alla sera o studiare, tutte prospettive che non mi piacevano.

Ripensando ai passaggi che mi hanno portato più volte in carcere, c’era comunque una vita “stravolta”, e spesso nessuna consapevolezza della portata di ciò che sempre più andava delineandosi come una vita da “vuoto a perdere”, e che mi ha portato a ciò che definirei la guerra dei trent’anni principalmente con me stesso, e contro di me, che mi sembra non avere mai fine.