Storia

 

Sono arrivato a perdere qualsiasi desiderio di curarmi,

di lavarmi, di vivere

È stato facile scivolare dall’uso di sostanze alla dipendenza, e poi illudersi di poterne uscire in fretta, e vivere invece la delusione della ricaduta

 

di Fabio Zanni

 

Mi chiamo Fabio, ho 33 anni e mi trovo in carcere. Sono cresciuto in una famiglia “normale”, una famiglia presente che ha sempre cercato di darmi il meglio, una famiglia che mi ha cresciuto con dei sani valori. Alla mia famiglia fino all’adolescenza non ho mai creato particolari problemi. Dopo le scuole dell’obbligo ho frequentato il biennio di segretario d’azienda, ma ad un certo punto ho scelto di abbandonare gli studi per il lavoro. Ero ancora un adolescente e aspiravo ad avere soldi, ragazze e divertimento.

Avevo quell’età in cui in discoteca si poteva andare solo la domenica pomeriggio e per sballare si bevevano dei cocktail coloratissimi. Una domenica in discoteca uguale a tante altre, un ragazzo ci propose di fumare una canna. Ricordo che dopo aver fumato mi veniva da ridere, senza motivo. Da quel giorno non smisi più di fumare canne, all’inizio era una volta ogni tanto, anche perché quando fumavo non riuscivo a trattenermi dal ridere in faccia a chiunque mi si presentasse davanti, così cercavo di fumare solo quando sapevo che poi saremmo stati tra di noi amici, e il mio comportamento non avrebbe destato sospetti. Un po’ alla volta però, fumare canne diventò un’abitudine, fino al punto che ci sentivamo vuoti se in tasca non avevamo almeno un pezzo di fumo.

Nel frattempo io avevo iniziato a fare il PR per alcune discoteche della zona, così entravo gratis in discoteca e potevo portare con me anche i miei amici. Un po’ alla volta iniziavo a conoscere DJ e barman, ma soprattutto iniziavo ad essere conosciuto nell’ambiente e avevo la possibilità di offrire gratis alle persone che stavano con me sia l’entrata in discoteca, sia i cocktail più fantasiosi. Per diverso tempo la mia vita fu colorita dalle canne, dagli alcolici e dagli ambienti discotecari. Mi piaceva essere al centro dell’attenzione ed essere ricercato dagli altri, anche se solo perché con me fumavano, bevevano ed entravano in discoteca gratis. Ma allora non mi rendevo conto che quegli “amici” mi cercavano solo per interesse.

La mia prima pastiglia di ecstasy l’ho provata in una discoteca a Verona, in una serata in cui tutto sembrava andare come sempre. Dopo aver fumato e bevuto sino a non capire più niente, successe che per curiosità decisi di buttar giù quella pastiglietta. In realtà avevo un po’ di paura, non era la prima volta che mi si presentava la possibilità di provare, però avevo sempre rifiutato, ma quella volta la curiosità e l’incoscienza del momento hanno avuto la meglio, e così mi sono lasciato convincere anche dalle parole delle persone che stavano con me in quel momento e che sostenevano che tanto non era affatto pericoloso. Tra di loro l’unico tabù era l’eroina, l’unica droga che secondo loro faceva veramente male, ma tutte le altre non erano affatto pericolose e non davano dipendenze.

Il tempo passava, e a tutto il resto, nella mia vita si aggiunse l’ecstasy, che mi aiutava anche a mantenere i ritmi degli After-Hours. Sopportare due giorni consecutivi di discoteca però non era semplicissimo, e molte delle persone che frequentavo in quel periodo, oltre a calarsi le pastiglie, pippavano anche cocaina. Una sera la provai anch’io, e da quella volta aggiunsi al quadro della mia vita anche la cocaina, che mi aiutava a stare al passo con gli altri. L’unico problema che vedevo in quel momento era dettato dal fatto che, dopo aver passato due giorni tra pastiglie e coca, la notte prima del lunedì non riuscivo mai a dormire, gli effetti di quei miscugli di droghe e alcol si protraevano per ore e ore. Poi una sera un tizio mi disse che anche lui prima aveva lo stesso problema e lo aveva risolto pippando un po’ di eroina prima di andare a letto. L’eroina annientava l’effetto delle altre sostanze, rilassava e mi permetteva di dormire in modo da arrivare al lavoro il lunedì mattina con qualche ora di sonno fatto.

Da lì, a diventare dipendente dall’eroina, il passo fu molto breve. Ricordo dei momenti in cui avrei voluto smettere, ma l’astinenza era troppo forte e mi faceva stare troppo male: crampi, dolori alle ossa, vertigini, passavo dall’avere un caldo bestiale, all’avere un freddo cane, così, da un momento all’altro, non riuscivo nemmeno a toccare l’acqua, perdevo qualsiasi desiderio di curarmi, di lavarmi, di vivere, era uno scombussolamento psichico indescrivibile.

 

L’illusione di “avercela fatta”

 

Tutte queste esperienze le avevo fatte con un mio amico, mio coetaneo, col quale, arrivati a quel punto, ci rendevamo conto di aver toccato il fondo. Ci vergognavamo tanto di quello che facevamo, ma non riuscivamo a farne a meno. In più occasioni e nei momenti di lucidità lui ripeteva spesso che se la sua famiglia fosse venuta a conoscenza di quella situazione, lui piuttosto di affrontarla si sarebbe ammazzato. Io ovviamente condividevo quel disagio e quella sofferenza, ma non avrei mai pensato che lui fosse veramente in grado di compiere un gesto così estremo.

Successe poi, non so come, che la madre lo scoprì. Il giorno stesso ci incontrammo e lui era veramente distrutto, non sopportava l’idea che l’avesse scoperto proprio sua madre, alla quale era sempre stato molto attaccato. Siamo stati insieme per poco tempo in quell’occasione, perché ad un certo punto lui mi salutò con un abbraccio. Io in realtà in quel periodo non avevo nemmeno la testa per affrontare i suoi problemi, mi sembrava di averne già troppi di miei da sostenere, per cui non mi preoccupai di quell’abbraccio insolito.

Nel pomeriggio andai a prenderlo a casa sua, ma lui non c’era e sua madre mi raccontò di averlo visto l’ultima volta quando lui si era presentato alla sua uscita dal lavoro e l’aveva abbracciata. Venni a sapere più tardi che aveva fatto la stessa cosa con il padre e con il fratello.

Cominciava a farsi avanti la paura e iniziammo tutti a preoccuparci. Dopo averlo cercato nei posti consueti, ci dividemmo nella ricerca, mentre sua madre denunciava la scomparsa anche ai carabinieri. Io andavo in giro a cercarlo con il fratello, ma non riuscivamo a capire dove potesse essere. Fino a quando ci venne l’idea di cercarlo nella loro casa in montagna, dove spesso andavamo anche noi per star tranquilli.

La scena fu agghiacciante. Un tubo da idrante infilato nel tubo di scarico che finiva nell’abitacolo dell’auto col motore ancora acceso. Ormai era troppo tardi. Non si poteva fare più niente.

Ancora oggi quando mi capita di ripensare a quella scena sento un vuoto dentro, un senso di colpa per non essere stato in grado di capire quello che stava succedendo ad uno dei miei più cari amici.

Subito dopo l’autopsia scoppiò un casino, e le forze dell’ordine iniziarono a fare indagini e interrogatori e perquisizioni. Il tragico evento, quella mazzata mi spinse a parlare del mio problema con i miei genitori. Con loro decidemmo di affrontare la mia dipendenza rivolgendoci ad una clinica di Roma che sperimentava la cura del sonno. Il ricovero durò due settimane e mio padre stette con me per tutto il tempo, giorno e notte.

Dopo quei quindici giorni mi rimandarono a casa prescrivendomi dei farmaci. A quei farmaci però io ero intollerante, non potevo assumerli perché mi facevano star male. Così, deluso da quella terapia e su consiglio di alcuni amici, mi recai in una costosa clinica, ma il risultato fu deludente. Provammo poi la comunità Narconon Astore di Scientology. Ci rimasi per tre mesi e sembrava che qualche risultato ci fosse. Era oramai più di un anno che cercavo di disintossicarmi. La mia era una famiglia benestante, una famiglia che non aveva problemi di soldi. Ma in quell’anno passato da una clinica ad un’altra mio padre, oltre a dover mettere mano al conto in banca, fu costretto anche a vendere la casa che avevamo in montagna.

Quando mi resi conto di tutti i sacrifici che stavano facendo i miei genitori pur di vedermi guarito, mi convinsi ancora di più che io con quella roba non dovevo più avere a che fare.

A ventun’anni tutto sembrava essersi risolto. Conobbi una ragazza, mi fidanzai e dopo poco più di un anno ci sposammo. Poi nacque nostra figlia. Tutto andava bene, la nostra vita era serena e col passare del tempo ci eravamo ripresi anche economicamente, e il problema droga sembrava essere solo un lontano ricordo.

 

Tornai all’eroina senza quasi rendermene conto

 

In una serata passata tra amici, ad un certo punto un tizio che stava con noi tirò fuori della cocaina. Io subito non ne volevo nemmeno sapere, ma poi vedendo i miei amici che la usavano mi venne voglia di fare un tiro, mi sentivo abbastanza forte ed ero convinto che si sarebbe trattato solo di un episodio e che dopo quella sera non sarebbe mai più successo.

In realtà il passo per tornare all’eroina poi fu talmente rapido che nemmeno me ne resi conto. Al lavoro iniziai ad avere problemi perché non riuscivo più a gestire la situazione. Mia moglie e la mia famiglia non dovevano sapere niente, e pur di continuare a mantenere quel tenore di vita decisi di iniziare a spacciare. Per l’ennesima volta ero convinto di riuscire a farcela, di riuscire a mantenere i miei doveri di marito e padre, e di figlio. Non rendendomi conto però che stavo cadendo sempre più in basso. Mi nascondevo nei bagni per farmi, è successo addirittura di dovermi fare nei bagni della scuola di mia figlia. Ad un certo punto mia moglie scoprì tutto e decise che per aiutarmi forse sarebbe stato bene portarmi via dall’Italia per qualche tempo. La sua famiglia viveva in Messico e lei pensò bene di portarmi là credendo potesse essere la soluzione giusta. Ma dopo un po’ io decisi di rientrare in Italia con una scusa assurda. Lei tornò dopo un mese e mi trovò in condizioni pietose. Decise di lasciarmi e andò a vivere a casa dei miei genitori. Io me ne fregavo e continuavo nella mia disperazione a condurre quell’esistenza ignobile. Non feci niente per recuperare il rapporto con lei, anzi, iniziai a frequentare una ragazza che aveva i miei stessi problemi, e con lei ho avuto un altro figlio.

La mia nuova famiglia cominciai a mantenerla spacciando. E fu proprio in quell’ambiente che, a causa di pagamenti mancati, dopo numerosi scontri, liti, ricatti, arrivai a uccidere una persona.

 

 

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