Editoriale

 

Quello che ci raccontano oggi gli scarafaggi

 

di Ornella Favero

 

Ho visto due situazioni, ugualmente drammatiche, dove gli scarafaggi la facevano da padroni: la prima è stata anni fa a Mosca, nella allora Unione Sovietica, dove la gente coabitava in case strette e costruite con materiali scadenti, e gli scarafaggi erano talmente parte della vita dei russi, che un bambino un po’ più scuro di pelle era chiamato affettuosamente “tarakancik”, “scarafaggetto”. La seconda è stata in carcere, dove gli scarafaggi ultimamente stanno proliferando agli stessi ritmi ai quali cresce il numero dei detenuti. E ho ritrovato, nell’articolo dedicato da un detenuto a questi “coinquilini” invadenti, la stessa rassegnata ironia che avevano tanti russi: vite accatastate, spazi esigui, convivenze forzate, e capacità di sorridere nonostante tutto di se stessi e degli scarafaggi.

Ma ormai nelle carceri italiane non c’è più margine per l’ironia, la situazione ha inesorabilmente virato verso il dramma: sono drammatici lo sporco e la mancanza di igiene, che permettono agli scarafaggi di crescere e moltiplicarsi. È drammatico il fatto che lo sporco aumenta perché si sono ridotte, per mancanza di fondi, le ore pagate ai detenuti per i lavori di pulizia, e sempre per mancanza di fondi le carceri non passano quasi più nulla di prodotti per l’igiene. E non a caso in diverse carceri (Venezia, Trieste) i direttori sono costretti a fare appello alla città perché regali saponette e dentifrici, stracci e shampoo ai detenuti. È drammatico che a uno dei pochi lavori disponibili, quello del portavitto, non aspiri più quasi nessuno perché il portavitto, essendo quello che “fisicamente” appare come il responsabile del cibo scarso che distribuisce, in una situazione nella quale sono sempre meno i detenuti che hanno i soldi per acquistare prodotti alimentari diventa facilmente il bersaglio di proteste, rabbia, contestazioni.

La prima parte di questo numero del nostro giornale è dedicata a un progetto sperimentale di trattamento dei sex offenders, la seconda torna a insistere “ossessivamente” sul sovraffollamento. E sembrano stridere proprio, nel confronto così “ravvicinato”, queste due realtà: da un lato un carcere, la Casa di reclusione di Bollate, proiettato sul recupero delle persone, su forme di trattamento avanzato di soggetti particolarmente difficili, come sono di fatto gli autori di reati sessuali, che a Bollate sono seguiti da una equipe di diciannove operatori. Una equipe che osa sperimentare una strada fondamentale per la sicurezza di tutti, che è quella di lavorare faticosamente a un rientro nella società di queste persone con qualche garanzia in più che non tornino a commettere reati; dall’altro lato c’è la realtà desolante di buona parte delle carceri, dove gli spazi previsti per le attività fondamentali per i percorsi di reinserimento verranno presumibilmente ristretti per permettere di costruire pezzi nuovi di galere sulla base di un piano carceri, che sembra il libro dei sogni (ammesso che le carceri, anche le più nuove e le più belle, possano mai essere al centro di bei sogni) perché per buona parte degli istituti di pena che intende costruire non dice dove si andranno a prendere i soldi, né spiega come si risolverà il problema del personale, che già non basta ora, immaginarsi con i 70.000 detenuti che ci si troverà a breve a gestire.

A prendere posizione in modo deciso per soluzioni radicalmente diverse al sovraffollamento, come una più estesa applicazione delle misure alternative, sono per ora soprattutto i sindacati di Polizia penitenziaria. E poi, i Garanti dei diritti delle persone private della libertà personale, e ancora alcuni direttori di carceri, ridotti a gestire la disperazione, con detenuti costretti a trascinarsi un materasso in palestra per dormire o a fare a turno per un posto branda. E il volontariato, dov’è? Come al solito, verrebbe da dire, intento a coltivarsi i suoi orticelli, facendo ottime cose, però “asserragliato” nelle carceri, o impegnato a tappare i buchi che si aprono da tutte le parti, magari fornendo prodotti per l’igiene o sostenendo i detenuti in tutte le loro innumerevoli necessità. Tutte, lo ripeto, cose ottime, ma inadeguate oggi perché non bastano più, e perché il volontariato spesso non sa parlare alla società, non sa né denunciare, né informare, né testimoniare, e neppure di fronte al tracollo delle carceri è in grado di dire almeno una parola, di unirsi per esprimere l’angoscia che si prova a vedere le persone accatastate nelle galere, di essere ancora capace di indignarsi.

 

 

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