Ristrettamente utile

 

A confronto con due operatori dello Sportello giuridico di Bollate

Gli avvocati entrano in carcere anche per consigliare

 

a cura della Redazione

 

Un incontro in redazione per parlare dello sportello giuridico di Bollate, e ora anche di Opera e San Vittore, ma soprattutto per “esportare” questa esperienza a Padova.

Lo Sportello di orientamento giuridico è un progetto che anche nella Casa di reclusione di Padova sta diventando realtà. Per preparare le tappe di questo percorso, che ci dovrebbe portare a breve alla sua apertura, abbiamo incontrato in redazione Franco Moro Visconti, avvocato, e Franco Cecconi, Magistrato, ma soprattutto tutti e due volontari dello Sportello giuridico di Bollate.

 

Marino Occhipinti (Ristretti Orizzonti): Prima di tutto vorremmo capire come funziona tecnicamente lo Sportello giuridico di Bollate, e come è partita questa iniziativa. Sappiamo che, quando avete avviato questo progetto, era una cosa molto “pionieristica”, mentre adesso c’è stato un intervento dell’Ordine degli avvocati a sostenere l’iniziativa. Ci spiegate meglio cosa è successo?

Franco Moro Visconti: Il progetto dello Sportello giuridico è cominciato nel 2002 a Bollate per iniziativa di un gruppo di detenuti che mi hanno chiesto di intervenire come esperto esterno, poi sono stati coinvolti Franco Cecconi e altri, per cui adesso siamo un gruppo di una dozzina di avvocati che frequentano lo Sportello. Alternandoci, direi che copriamo tutto quello che si può fare sotto vari punti di vista, nel senso che, dall’ascolto, dalla redazione dell’istanza più semplice, si passa poi anche all’orientamento rispetto alla posizione giuridica delle persone, che richiede una certa programmazione riguardo al percorso detentivo, e nel limite del possibile si verifica che cosa effettivamente si può fare.

Nel marzo dell’anno scorso un Magistrato di Sorveglianza di Milano, la dottoressa Di Rosa, ha preso poi l’iniziativa di segnalare alla Procura Generale, alla Procura della Repubblica, al Presidente della Corte d’Appello e all’Ordine degli avvocati di Milano, che, sulla base dei contatti avuti con i detenuti, aveva rilevato una carenza di assistenza tecnica verso il detenuto in esecuzione penale. La sua lettera inizia esattamente così: “Nella mia qualità di Magistrato di Sorveglianza di Milano, in occasione dei colloqui in carcere e attraverso la lettura di missive inviate dai detenuti ristretti negli istituti penitenziari di mia pertinenza, ho rilevato l’assenza di difesa tecnica su talune posizioni giuridiche…”. Questa lettera poi è stata recepita, con una prontezza di riflessi che mi ha fatto molto piacere, anche da parte dell’Ordine degli avvocati, che ha organizzato subito un confronto con noi, che già operavamo allo Sportello di Bollate, per capire meglio cosa si stava facendo. Nel contempo, nel giugno-luglio del 2006, si è iniziato un corso di formazione per l’esecuzione penale, che consisteva in otto-dieci incontri, organizzati appunto dal Consiglio dell’Ordine di Milano, con la partecipazione di Magistrati della Procura, Magistrati di Sorveglianza, due avvocati, un docente universitario...

La finalità di questo corso di formazione era appunto quella di formare degli avvocati, dando loro una preparazione specifica, utile per poi andare in carcere come volontari – quindi prescindendo da un incarico di fiducia o d’ufficio – per ascoltare quali sono i problemi delle persone detenute, cosa si può fare, un primo ascolto insomma.

Dal mese di ottobre del 2006 il progetto è partito nelle tre carceri di Milano, e cioè Opera, San Vittore e Bollate, e vede presenti a turno degli avvocati mandati dal Consiglio dell’Ordine, che dopo un primo colloquio di verifica – che è una presa di contatto con la problematica del detenuto – valutano se è necessaria o meno l’assistenza di un difensore per la redazione di una specifica istanza o di qualsiasi altra cosa. A questo punto non assumono direttamente la difesa ma segnalano il caso al Consiglio dell’Ordine che va a pescare nella lista dei difensori d’ufficio (che hanno partecipato al corso di formazione specifico sull’esecuzioni penale), che vengono così designati per la difesa del detenuto. Si tratta di una modalità che dovrebbe essere sufficientemente garantista per poter evitare che si possa parlare di un accaparramento di clientela.

Questo è, a mio parere, il percorso e il salto qualitativo più importante che è stato fatto, perché un’esperienza che era nata come volontariato è diventata ora oggetto di gestione diretta anche da parte di chi si fa carico di questioni simili a livello istituzionale. E questo è un intervento che non esclude affatto la nostra attività, e anzi ci alleggerisce un po’ il lavoro.

 

Marino Occhipinti: Mi pare però di capire che il lavoro che fate voi, avvocati volontari dello Sportello, sia comunque diverso da quello che fanno invece gli avvocati scelti dall’Ordine. Ci sono tante pratiche che poi non sono “coperte” dal gratuito patrocino: andare a prendere il foglio del definitivo o andare a sollecitare un Magistrato nel caso di un’istanza di permesso, non presuppone nessun pagamento in caso di gratuito patrocino, in quanto non è prevista alcuna Camera di consiglio, quindi gran parte dell’attività che viene svolta durante l’esecuzione della pena non prevede il difensore obbligatorio: in quest’ultimo caso ci si deve affidare al buon cuore della persona che va ad interessarsi del tuo caso.

 

Franco Moro Visconti: Secondo me è proprio questo l’impegno e la promessa che vorrei diventasse patrimonio comune anche di questi avvocati mandati dal Consiglio dell’Ordine: rendersi consapevoli che non stai facendo una buona azione, stai facendo veramente quello che ti è richiesto professionalmente.

La persona detenuta, comunque, può fare delle istanze direttamente su consiglio dello Sportello giuridico. Cioè, un conto è fare un atto giudiziario, un appello o un processo in cui non possiamo assolutamente intervenire, però c’è un’ampia sfera di possibilità di occuparsi di cose importanti che possono essere fatte dal detenuto con l’assistenza dello Sportello giuridico.

 

Franco Garaffoni (Ristretti Orizzonti): Ma la Magistratura di Sorveglianza e le altre amministrazioni verso le quali intervenite, con che occhi hanno guardato alla vostra iniziativa?

 

Franco Cecconi: La direttrice, persona di ampie vedute ed interessata ad affrontare e risolvere i concreti problemi dei detenuti,  che quotidianamente si presentano nella gestione del carcere, ci ha autorizzato a rappresentare,  ai giudici disposti ad ascoltare, le situazioni di urgenza o eventuali ritardi nel riconoscimento dei benefici o di diritti maturati. Una forma di comunicazione “neutra”, che può però essere efficace per superare le rigidità burocratiche ed il mancato raccordo tra carcere e Sorveglianza, ed è estremamente importante soprattutto per coloro che non hanno un difensore  effettivo. Questo compito è stato reso possibile dal fatto che eravamo conosciuti nell’ambiente e come volontari poi non avevamo specifici interessi da difendere, se non quello di dar voce a coloro che sono privi di tutela.

 

Franco Garaffoni: Che riscontri avete oggi a livello di richieste, e di quali problemi vi occupate?

 

Franco Cecconi: Siamo riusciti a raggiungere risultati per esempio in materia di liberazione anticipata, che viene spesso considerata un optional. Spetta, ma a volte magari viene riconosciuta quando la persona è già uscita e questo è un problema che abbiamo quasi risolto: oggi se uno può uscire con lo sconto di pena riesce ad avere i giorni in tempo quasi reale. Oppure abbiamo trovato il problema dei “definitivi”, cioè a Milano la notifica della pena definitiva arrivava con un anno, un anno e mezzo di ritardo, e questo ritardo impediva di chiedere i benefici, mentre adesso abbiamo attivato dei meccanismi rispetto ai giudici più sensibili, ai quali diciamo: “Guardate che la sentenza è passata in giudicato anche se non c’è il definitivo, perché sono scaduti i termini dei 45 giorni per l’impugnazione. Cercate di provvedere oppure in qualche modo andate a cercare le carte”. Non tutti accettano un discorso del genere, però c’è stato anche questo tipo di intervento.

 

Franco Moro Visconti: Ci vuole pazienza, ma credo che bisogni arrivare a rivedere il percorso del fascicolo del detenuto. Ogni procedimento ha un numero che si potrebbe mettere in condivisione tra Procura, Magistrato di Sorveglianza e Ufficio Matricola del carcere per verificare informaticamente qual è lo stato del fascicolo, quanto è maturata effettivamente la pena o quando è passata in giudicato la sentenza. Invece ancora oggi questo non è possibile, mentre sarebbe importante, perché vedo che se non si ha un avvocato di fiducia che va in cancelleria a far porre sul fascicolo il timbro di passaggio in giudicato e poi lo porta al Magistrato di Sorveglianza, e gli dimostra che a quel punto il provvedimento per la liberazione anticipata è formalmente concedibile, il detenuto correrà ancora il rischio di vedere respinta l’istanza.

Allora, anche su queste cose l’esperienza ci ha portato a verificare quanto può essere importante la funzione dell’avvocato volontario allo Sportello giuridico, che fa da tramite con l’ufficio del Magistrato di Sorveglianza. Probabilmente sono cose destinate a durare ancora per un certo tempo ma che mi auguro finiscano, quando appunto non ci sarà più bisogno della presenza fisica o del portare fisicamente la carta al Magistrato perché provveda. Parlo di cose futuribili però fattibili, e quando queste cose verranno dallo Sportello di Padova, dallo Sportello di Milano, dallo Sportello di Roma… avremo più possibilità che tutto il sistema cambi, che ci sia una maggiore uniformità nell’occuparsi dei problemi delle persone detenute, al di là di quelle che possono essere le facilitazioni che ci sono nelle singole realtà, date dalla particolare apertura degli operatori istituzionali o dalla sensibilità del Magistrato.

 

Marino Occhipinti: Qui i problemi sono prevalentemente legati alle pene definitive: molte volte ci troviamo ad esempio con i continuati, magari ci improvvisiamo noi esperti anche per altre persone, ma è una responsabilità e un rischio che ci prendiamo, però non c’è altra soluzione perché c’è gente che non si può permettere un avvocato. Invece, il consiglio di qualcuno che conosce la amteria, oppure di avvocati che insegnano agli “scrivani” detenuti sarebbe importante anche per evitare di sbagliare.

 

Franco Cecconi: Il continuato è una questione molto rischiosa, è difficile prevedere l’esito di una richiesta di continuazione tra reati, perché il riferimento  alla “unicità del disegno criminoso” è piuttosto generico e la decisione dipende quindi molto dall’ottica e dalla buona volontà del giudicante di valutare  la pluralità delle azioni criminose in relazione alla complessiva personalità del reo, giudizio questo che può variare notevolmente da giudice a giudice.

 

Ornella Favero: Ma materialmente come è organizzato lo Sportello?

 

Franco Moro Visconti: Sulla base della “domandina” il detenuto chiede un colloquio con lo Sportello giuridico, e la domandina passa attraverso l’Area trattamentale e viene portata nel locale dello Sportello. Quando la richiesta ci arriva viene inserita in una cartellina, ed in genere i detenuti “sconsegnati” che lavorano allo Sportello fanno una pre-istruttoria. Vanno in sezione, verificano qual è il problema e nei limiti del possibile acquisiscono anche la documentazione: posizione giuridica, sentenza e tutto quello che serve per esaminare il caso. Dopodiché, nel giorno in cui siamo presenti, ci spostiamo in sezione ed incontriamo le persone che hanno bisogno, mentre inizialmente venivano accompagnate dagli agenti nel locale dello sportello e questa trafila causava dei ritardi o delle incomprensioni.

Molto spesso si verifica anche se c’è un avvocato di fiducia, allora in questo caso noi dello Sportello giuridico ci asteniamo dal trattare la questione e ci limitiamo a fare da tramite, soprattutto quando il riferimento esterno esiste ma non è sufficientemente sollecito; se invece il difensore non c’è allora ce ne facciamo carico e studiamo la questione e cerchiamo di dare delle risposte.

 

Franco Cecconi: Le questioni di cui ci occupiamo sono davvero tante, l’altro giorno, ad esempio,  è venuto uno che aveva bisogno di richiedere il rimborso spese dentistiche, ma gli avevano detto che se ne ha diritto solo quando la pena è sotto ai sette anni... In questo caso è bastato andare a parlare con il dirigente sanitario e chiarire la situazione, lo dico per farvi capire l’ampiezza degli interventi che ci è consentito fare all’interno del carcere di Bollate.

 

Ornella Favero: Quali detenuti collaborano con voi, e come li avete scelti?

 

Franco Cecconi: Sono detenuti che fanno richiesta alla direzione, ed ovviamente devono avere un minimo di preparazione in campo giuridico. All’inizio erano volontari anche loro, poi siamo riusciti, almeno due di questi, a farli assumere come figura di scrivano e quindi anche con relativo compenso.

 

Ornella Favero: Mi pare di capire che la consulenza non avviene solo sull’esecuzione della pena ma anche su questioni di lavoro, salute, amministrative; voi vagliate prima le domandine e poi avete ad esempio degli avvocati civilisti che intervengono in carcere, oppure fate voi da tramite e chiedete delle consulenze specifiche all’esterno?

 

Franco Moro Visconti: Se abbiamo bisogno di consulenze ci sono persone che conosciamo, oppure associazioni specifiche che si dedicano ai vari tipi di problemi, abbiamo creato una rete esterna molto solida.

 

Altin Demiri (Ristretti Orizzonti): Riuscite a essere utili agli stranieri che, avendo commesso un reato, avranno quasi automaticamente l’espulsione, compresi quelli che hanno dei legami col territorio e dei parenti qui in Italia? C’è qualche possibilità di regolarizzazione?

 

Franco Moro Visconti: Il problema è quello di trovare la documentazione e mettere insieme gli elementi che possono effettivamente giustificare il rilascio del permesso di soggiorno. Questa è forse la cosa più difficile, perché coinvolge comunque non soltanto l’attività nostra come Sportello – noi possiamo essere la lampada che si accende sul problema – ma poi il reperimento della documentazione è più un lavoro da assistente sociale, da educatore e da mediatore, cioè richiede proprio una operazione di rete. Lo Sportello certamente queste cose le fa, ma io non mi sentirei di garantire nessuno sulla possibilità di ottenere o meno il rilascio o il rinnovo del permesso: sapete meglio di me che purtroppo questa legge è apparentemente chiara e poi, invece, non lo è affatto.

L’unico piccolo successo che abbiamo avuto è stato in merito all’espulsione in sostituzione della pena applicata dal giudice di primo grado (per pene o residui pena fino ai due anni). Succedeva che il giudice disponeva l’espulsione e la conseguente immediata scarcerazione, invece la questura imponeva di tenere in carcere il detenuto fino a quando non erano pronti per l’espulsione. E questa è una cosa piuttosto grave, perché la sentenza era esecutiva e doveva essere emesso l’ordine di scarcerazione, e allora abbiamo sollevato la questione: alla fine i giudici hanno detto che se c’è l’ordine di scarcerazione il carcere non può trattenere, quindi la persona viene scarcerata.

 

Marino Occhipinti: Certo è che si devono preparare avvocati sull’Ordinamento penitenziario, che è completamente diverso dalla materia penale o civilistica, e per esperienza posso dire che ci sono penalisti che quasi non sanno cosa siano cose come la liberazione anticipata. Generalmente, un avvocato all’apice della carriera non si presta in un campo che rende poco, che non ti dà alcun prestigio, ed infatti di solito sono gli avvocati giovani che seguono l’esecuzione della pena.

 

Franco Cecconi: È vero. Un Magistrato di Sorveglianza mi diceva: “Io gli avvocati li conosco perché prima ero in Procura. Ma qui alla Sorveglianza vengono avvocati giovani, che conoscono poco il mestiere”. Anche questo è un aspetto importante, preoccuparsi in modo permanente della formazione e della qualificazione degli avvocati volontari.

 

Franco Garaffoni: L’ufficio educatori ha un ruolo, nella vostra attività?

 

Franco Cecconi: È importantissimo perché rappresenta la cerniera di collegamento tra i vari problemi che emergono, e i soggetti interessati a risolverli; solo che, anche a Bollate come credo in tutti gli istituti, gli educatori sono pochi e paradossalmente stiamo diventando più noi, volontari, delle figure istituzionali. In ogni caso non siamo stati visti come dei prevaricatori, anzi gli educatori sono molto attenti e sensibili alle richieste, tanto che spesso sono proprio loro a segnalarci i casi che necessitano del nostro intervento.

 

Ornella Favero: Che rapporto avete con gli altri operatori, con gli agenti, con gli assistenti sociali dell’Ufficio Esecuzione Penale Esterna?

 

Franco Moro Visconti: Non siamo ancora riusciti a realizzare degli incontri di verifica, di scambio, di costruzione dei percorsi. Però, secondo me, restano obiettivi importanti, che bisogna trovare il modo di realizzare. Per gli agenti, ce ne sono alcuni per i quali tutte le iniziative sono un lavoro in più, e quindi c’è opposizione… Invece, nel momento in cui un agente mi segnala il caso di un detenuto, mi chiede di parlagli, io gli do atto che vive il suo ruolo con la dovuta partecipazione, e mi sembra un segnale molto positivo del fatto che lo Sportello aiuta anche a modificare la mentalità di chi opera qui.

 

Ornella Favero: Mi domandavo invece, rispetto al rapporto con la Sorveglianza, se il sapere, anche da parte dei magistrati, che le persone sono seguite da uno Sportello giuridico non potrebbe in qualche modo avere un ruolo positivo nel far conoscere meglio il detenuto per la concessione delle misure alternative.

 

Franco Moro Visconti: Mi viene in mente un esempio concreto: un detenuto, che tra l’altro aveva collaborato anche al nostro Sportello giuridico, è stato trasferito in un altro carcere, e noi siamo riusciti però a rappresentare al Magistrato di Sorveglianza la situazione e quello che a nostro parere serviva per mettere a fuoco il suo problema e trovare la soluzione. Il Magistrato ci ha detto di contattare un esperto (sapete che in Camera di consiglio, oltre ai due magistrati, ci sono anche i due esperti), con cui abbiamo avuto un ottimo colloquio informativo, dove lui si è fatto carico di verificare se per questa persona ci possono essere delle ipotesi di comunità al di fuori del carcere, in attesa di un percorso di affidamento.

Questo è il percorso più completo che un operatore allo Sportello può affrontare, nel senso che ha individuato il problema, ma sta costruendo anche un rapporto di conoscenza diretta con la persona, con tutte le mediazioni necessarie a livello istituzionale: con l’educatore, con lo psicologo, a questo punto anche con l’esperto del Tribunale di Sorveglianza, con l’UEPE. Lo scopo, in fondo, è di arrivare a costruire per il Magistrato di sorveglianza un fascicolo completo, in modo che possa avere più elementi possibile per la concessione di un affidamento o comunque di una misura alternativa. Questo è secondo me il risultato massimo, il percorso ideale, non deve essere un caso unico destinato a rimanere isolato.

 

Franco Cecconi: Di fatto io penso che una struttura, delle persone che facciano il coordinamento tra il carcere e il Tribunale sarebbero importantissime, anche perché ci sono tanti problemi, ci sono situazioni in cui quello che manca è proprio la comunicazione e il coordinamento tra le varie istituzioni, e quindi molte volte si verificano delle ingiustizie in cui la responsabilità non è specifica di una persona, è un po’ del sistema.

 

 

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