Capitolo secondo:

Con gli occhi delle vittime

 

La strada più facile, nelle narrazioni della cronaca nera, è quella di contribuire a far scattare nei cittadini l’identificazione con la vittima: siamo dunque tutti potenziali vittime, e l’idea di poter invece essere noi i figli, genitori, fratelli di un autore di reato, di un “carnefice” non ci sfiora neppure. Vale allora la pena di approfondire, fuori da ogni schema, il ruolo delle vittime rispetto alla giustizia, quello che gli attribuiscono i media, quello che pensano loro stesse, quello che pensano le persone detenute. Con loro dialogherà un costituzionalista, Andrea Pugiotto, che sottolinea i rischi legati all’idea di dare un ruolo diverso alle vittime nel processo e nell’esecuzione della pena: “Si rischierebbe di privatizzare la giustizia penale: la pubblica accusa, che esige giustizia pubblica, serve appunto per eliminare l’idea della vendetta.

L’esito del processo non deve guardare alla soddisfazione o alle aspettative della parte lesa, altrimenti si arriverebbe al linciaggio”.

 

 

 

 

I rapinatori come me non hanno mai pensato di avere delle vittime

E noi invece alle vittime lo dobbiamo dire, anche se non sono direttamente le nostre vittime, che abbiamo capito la loro sofferenza e la loro paura, perché credo che sia una forma di restituzione

 

di Bruno Turci, Ristretti Orizzonti

 

Vorrei fare una riflessione sulle vittime, sulla percezione che ne abbiamo noi che abbiamo commesso dei reati abbastanza violenti. Io sono un detenuto condannato a diversi anni per un cumulo di pene che riguarda reati “contro il patrimonio”, rapine in banca e reati affini. Mi sembra utile spiegarvi quello che generalmente è tipico di chi commette reati che non riguardano direttamente le persone, o magari le abitazioni, il privato. Chi fa una rapina in banca, di solito non sente grandi sensi di colpa, a me succedeva questo, che mi sentivo apposto con la società, perché ero convinto di non avere vittime, io rubavo alla banca, rubavo alle assicurazioni e quindi mi sentivo tranquillo, a me non mi doveva odiare nessuno, non traumatizzavo nessuno, secondo quella che era la mia concezione. Il carcere poi non è che mi ha aiutato granché a comprendere la mia responsabilità, io credo che tutti i rapinatori come me non hanno mai pensato di avere delle vittime, sicuramente si dicevano: “Cinque minuti di paura e le persone poi si ritrovano… tanto io i soldi non li rubo ai clienti della banca o a qualcun altro, ci sono sempre le assicurazioni”. Ma poi in carcere, durante gli incontri con le scuole, ho capito che la presenza dell’ALTRO è qualcosa di tangibile, è qualcosa di non trascurabile. Non so se a qualcuno di voi è mai capitato di essere dentro una banca e ritrovarsi lì mentre entra uno armato che si porta via i soldi, io ci sono tornato con la mente quando, durante un incontro con una scuola in redazione, un’insegnante ha raccontato che è stata vittima indiretta, però sempre vittima, di una rapina e ha dovuto assistere per 10/15 minuti a persone che sono entrate in banca armate e si sono portate via i soldi e, chiaramente, durante quei minuti, mentre quelle persone erano lì dentro, questa professoressa certo non sapeva chi era entrato, se era una persona che voleva solo il denaro, o se fosse un pazzo o comunque una persona armata e violenta, che oltre a prendere il denaro dalla banca, magari poteva fare del male a qualcuno. Ecco, è così che io e persone che hanno commesso reati come i miei, abbiamo capito che abbiamo fatto del male veramente. Poi mi è capitato un episodio in famiglia, a un mio familiare è successa la stessa cosa, quindi ho metabolizzato, ho elaborato un po’ quello che è successo, ho riflettuto che però le vittime esistono, ogni reato ha una vittima, e chiaramente noi alle vittime lo dobbiamo dire, anche se non sono direttamente le nostre vittime, ma lo dobbiamo dire che abbiamo capito la loro sofferenza e la loro paura, perché credo che sia una forma di restituzione, che noi della redazione per esempio facciamo proprio con le scuole. Noi infatti spieghiamo ai ragazzi quali sono i passaggi che ci hanno condotto a fare certe scelte, la mia vita per esempio è caratterizzata da reati che sono senz’altro legati a una scelta di vita naturalmente, però quando si inizia, non lo so quanto una persona possa essere libera in quella scelta, ci sono spesso fattori “ambientali” che magari inducono a commettere dei reati, partendo da cose piccole, o che secondo noi sono cose piccole, piccole trasgressioni, che poi possono portare a uno scivolamento progressivo, per cui all’inizio siamo inconsapevoli di quello che poi arriveremo a fare, e così è successo a me. Volevo allora ribadire soltanto questo, che certamente ci sono reati più gravi e meno gravi, ma ogni reato ha delle vittime. Però, bisogna anche dire che chi commette un reato ha una storia, non è solo il suo reato, in pratica io questa storia la racconto ai ragazzi, e sommariamente, in maniera rapida l’ho raccontata anche a voi, però mi ricordo che ho letto gli articoli che riguardavano il mio arresto, o le mie condanne, o i miei reati, e sempre leggevo di un reato, non individuavo una persona, una storia, un percorso anche criminale, un percorso che però riguarda una persona. Ecco, in quegli articoli ho letto sempre di un crimine, sicuramente è giusto perché quegli articoli in fondo parlano del momento in cui è successo il reato, quindi è più difficile che si possa ricostruire la storia di una persona, però credo che una buona informazione, come ho imparato a farla io, dovrebbe tener conto di tutto questo.

 

 

 

 

 

Sono cresciuto con un padre in carcere e la rabbia dentro

Avevo una visione un po’ distorta della vita, dunque ho cominciato a intravedere nemici attorno a me e così ho iniziato la mia “carriera delinquenziale”

 

di Lorenzo Sciacca, Ristretti Orizzonti

 

Io questi posti, questo ambiente carcerario, i muri, li conosco da tanti anni. Li conosco dall’infanzia perché avendo avuto mio padre carcerato, mia mamma era incinta di me e con questo pancione andava a fare i colloqui a mio padre, dunque il mio primo ingresso risale a zero anni. C’è un modo di dire che usano alcuni detenuti, che definisce come “nati in matricola”i bambini il cui padre li ha riconosciuti in carcere, la matricola è l’ufficio dove ti registrano al primo ingresso in galera. È un’esperienza che ho vissuto male, e che mi ha causato un certo odio verso le istituzioni, ma questo perché? Perché quando ero piccolo, vedendo mio padre dietro a un bancone con in mezzo un vetro, dove neanche mi poteva prendere in braccio, o quanto meno se lo faceva veniva richiamato dagli agenti, mi convincevo che in me c’era qualcosa che non andava e mi chiedevo perché. Quando magari vedevo i genitori di un bambino in classe con me alle elementari che lo andavano a prendere e io invece non ce l’avevo, un padre che veniva a prendermi a scuola, perché per me ci doveva essere sempre una terza persona che me lo accompagnava all’incontro con me, non capivo il motivo di quella situazione. E così sono cresciuto con la rabbia dentro e questa è stata un po’ la mia infanzia, ma la mia non vuole essere una scusante per quello che sono stato, per quello che ho fatto. Anch’io sono in carcere per reati contro il patrimonio, solo che sono cresciuto con una visione un po’ distorta della vita, dunque ho cominciato a intravedere nemici attorno a me e così ho iniziato la mia “carriera delinquenziale”. Ho cominciato con il carcere minorile e sempre con il solito reato contro il patrimonio. Ho fatto tanti anni di carcerazione, ho 37 anni, ne ho trascorsi quasi 17 in varie detenzioni e non ho avuto mai, durante queste detenzioni nelle carceri che ho girato, una opportunità di rivedermi, di rivedere il mio passato, mettere in discussione una vita che credevo giusta. Così oggi mi ritrovo a Padova da un anno e casualmente, non è stata una mia richiesta, però il caso ha voluto che a Padova mi sono ritrovato in una realtà che è la realtà della redazione di Ristretti Orizzonti, con tanti progetti tra cui quello con le scuole. Voglio per finire spiegare l’importanza che sta avendo, l’influenza positiva che sta avendo questo progetto su di me. Anch’io ero convinto di non avere vittime, talmente era distorta la mia realtà di vita, ora raccontandomi e rispondendo a questi ragazzi, che hanno 17/18 anni, metto in discussione una vita intera. Io voglio anche davvero farvi capire la difficoltà che c’è dietro a questo, rimettere in discussione se stessi è un lavoro molto duro, faticosissimo perché ti crolla tutto il tuo essere, quello che sei stato, però io lo faccio, e nel dolore trovo anche piacere, perché riscopro parecchie cose importanti della vita. Io oggi, dopo tutte le carcerazioni che ho fatto, trovo finalmente un senso in questa pena. Ho una condanna definitiva di 30 anni, però quanto meno sto trovando, ripeto, una utilità della pena.

 

 

 

 

 

Stando senza far niente ho cominciato a sentirmi io la vittima

In quelle condizioni cercavo solo di sopravvivere, non pensavo mai al male fatto, l’unica cosa che riuscivo a fare era incattivirmi verso le istituzioni

 

di Qamar Abbas, Ristretti Orizzonti

 

Sono in carcere per un reato gravissimo, omicidio, che è avvenuto in seguito ad una rissa. Subito dopo che è successo questo fatto, avevo pensato di andare via dall’Italia, perché ero sicuro che la vita in Italia per me era finita nonostante avessi un’esistenza regolare, con una attività in proprio. Però quando ho parlato con i miei genitori di questo, mio padre mi ha fermato dicendomi: “Tu hai sbagliato e ti devi costituire. Sono da vent’anni in Italia e non ho mai avuto problemi con la giustizia, se tu hai sbagliato ti devi assumere le tue responsabilità e pagare il debito con la giustizia e con la società”. Mi sono allora costituito e sono stato portato in carcere. L’impatto con il carcere è stato molto duro, mi hanno chiuso in una cella prevista per una persona, dove dovevamo però stare in tre. Stando senza far niente dalla mattina alla sera ho cominciato a sentirmi io la vittima, in quelle condizioni cercavo solo di sopravvivere, non pensavo mai al male fatto, l’unica cosa che riuscivo a fare era incattivirmi verso le istituzioni. Quando sono arrivato qui a Padova ho avuto questa opportunità di frequentare la redazione di Ristretti Orizzonti, e in redazione ho cominciato a partecipare al progetto di confronto tra le scuole e il carcere, questo percorso mi è servito molto, mi ha permesso una grande crescita interiore. Sono cresciuto proprio confrontandomi con questa piccola parte della società, soprattutto quando gli studenti fanno le domande profonde, che ti mettono davanti alla tua responsabilità, e adesso sto cercando di capire come si poteva evitare quella rissa, e sto tentando di rielaborare il mio passato. Oggi sono consapevole di aver causatola morte di una persona per mia responsabilità, con tutte le conseguenze che stanno pagando la mia famiglia e la famiglia della mia vittima. Ora penso a tutto questo, ma se rimanevo nelle condizioni in cui ero nel primo carcere sarei diventato peggiore di prima. Ecco cosa comporta un carcere senza un percorso o invece una carcerazione che ti permette di fare un percorso che ti fa riflettere.

 

 

 

 

In dialogo con Manlio Milani

 

di Andrea Pugiotto, Ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Ferrara,  Responsabile scientifico e organizzativo della Scuola di formazione per una consapevole cultura costituzionale, autore tra l’altro del saggio “Preferirei di no”. Il pianopericolosamente inclinato della giustizia ripartiva (in Volti e maschere della pena, a cura di F. Corleone e A. Pugiotto)

 

Per non equivocare

Non è agevole guardare al carcere con gli occhi delle vittime e parlare di quello che chiamerò paradigma vittimario.

Non lo è per l’intreccio tra il dolore privato e il momento pubblico della giustizia e della pena. Un intreccio dove la riflessione giuridica, che per statuto deve essere logico-razionale, rischia la parte dello schiacciasassi rispetto al lutto degli altri. Specie oggi e qui dentro, dove sono presenti familiari di persone uccise e persone responsabili di gravi delitti. Vittime e carnefici.

Vorrei allora togliere tutti (e, in primo luogo, me stesso) da una possibile condizione di imbarazzante disagio. Lo faccio invitandovi a non equivocare la trama della mia riflessione. Non intendo arrecare offesa ai sentimenti autentici dei parenti delle vittime. Non intendo affatto mettere le vittime (e le associazioni che ne difendono la memoria) sul banco degli imputati, al posto degli imputati veri. Ciò che vorrei dimostrare è, semmai, la strumentalizzazione politica di quel dolore e delle istanze di quelle realtà associative. Voglio essere ancora più chiaro. E, per farlo, adopererò parole non mie, che sottoscrivo:

«I parenti delle vittime, soli o associati, sono stati nei nostri anni protagonisti di manifestazioni esemplari di coraggio, di abnegazione, di ricerca della verità, di discrezione. I loro sentimenti di giustizia devono ricevere il riguardo sincero e non ipocrita della legge. Ma non sono la legge, né la sua fonte d’ispirazione.

Quando provano un desiderio di punizione, rivendicano un carcere più duro, pensano alla galera come a un luogo di espiazione, hanno torto, il più umano dei torti, ma torto. Chi, nel mondo politico, se ne fa un alibi in favore dell’afflizione carceraria e dell’inerzia sul ruolo del carcere ha torto, il più losco dei torti». [Così, mutatis mutandis, A. Sofri, Le prigioni degli altri, Sellerio, Palermo, 1993, 138-139]

 

La genesi del paradigma vittimario

Cominciamo dall’inizio: qual è la genesi del paradigma vittimario? La centralità della vittima s’impone in relazione alla tragedia della Shoah e, significativamente, trova il suo punto di emersione all’interno del meccanismo giudiziario di accertamento della responsabilità penale: il processo Eichmann a Gerusalemme  (1961). In quell’aula di tribunale, il ruolo principale è sostenuto dalle vittime, e non dall’accusato. Per la prima volta, in pubblico e sotto i riflettori dei media mondiali, i sopravvissuti all’Olocausto raccontano la loro esperienza disumanizzante: è l’avvento di quella che verrà chiamata l’era del testimone (in latino testimone si dice, non a caso, martyr).

L’era del testimone conduce alla  scoperta dell’essenzialità della memoria della vittima (come fonte storiografica, come strumento pedagogico, come elemento identitario) e pone il problema di come conservarla, dato che i sopravvissuti all’Olocausto sono come candele della memoria che si consumano nel tempo.

Ma l’aspetto che più interessa il giurista è un altro. L’esperienza della Shoah, dove le vittime erano colpevoli solo di essere nate, dove il crimine era così grande e l’innocenza così perfetta, induce a un processo di immedesimazione con la vittima. Lo statuto del sopravvissuto allo sterminio nazista diventa così del tutto peculiare: creditore di un debito inestinguibile, garantito da un gigantesco senso di colpa collettivo, oracolare, sottratto al contraddittorio.

È l’unicità della Shoah, dunque, a giustificare l’assoluta specificità dello statuto della vittima, sopravvissuta ai campi di sterminio. Attraverso la dilatazione del paradigma vittimario, quella unicità è andata progressivamente smarrendosi. Oggi, quello statuto, è acriticamente riconosciuto alla vittima in quanto tale, di qualsiasi evento luttuoso a rilevanza penale.

 

La dilatazione della categoria di vittima nella legislazione memoriale

A saperli leggere, i segnali di questa metamorfosi sono tanti. Mi limito a illustrare quelli che si possono attingere dalla vigente legislazione memoriale.

  Da qualche tempo, il Parlamento ha introdotto il dovere della memoria per legge, istituendo alcune giornate del ricordo.

Non è un caso che tale legislazione nasca in memoria delle vittime della Shoah (legge n. 211 del 2001). Salvo poi prolificare, includendo progressivamente le vittime del mare (legge n. 186 del 2002), le vittime delle foibe (legge n. 92 del 2004), le vittime dei regimi comunisti (legge n. 61 del 2005), le vittime del terrorismo e delle stragi (legge n. 56 del 2007), le vittime militari e civili nelle missioni internazionali di pace (legge n. 162 del 2009).

Il catalogo, ad oggi, è questo. Ma i lavori sono ancora in corso, e il cantiere della memoria nazionale è sempre aperto. Stando ai numerosi disegni di legge depositati in Parlamento, si vorrebbero introdurre - in questa italica Spoon River - giornate in ricordo delle vittime della mafia, di incidenti aerei, di disastri industriali, delle guerre coloniali, della pedofilia, della pedopornografia, dell’omofobia, della pena capitale, del fascismo, della droga, di Hiroshima e Nagasaki, dei gulag sovietici, degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, dell’eccidio di Cefalonia, della violenza sulle donne, dei giornalisti uccisi dalla mafia e dal terrorismo, delle tragedie causate dall’incuria dell’uomo e dalle calamità naturali, dei caduti sul lavoro.

«Vittime, sempre e solo vittime», lamenta, non a torto, in un suo recente libro lo storico Giovanni De Luna [Id., La Repubblica del dolore. La memoria di un’Italia divisa, Feltrinelli, Milano, 2011]

  Guardiamo, in particolare, dentro la legge 4 maggio 2007, n. 56, istitutiva del Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice, nata da disegni di legge recanti anche la firma di parenti delle vittime (le onorevoli Sabina Rossa, Olga D’Antona, Rosa Calipari).

Dai relativi lavori parlamentari emerge il tentativo di approdare a una definizione di vittima tendenzialmente omnicomprensiva: il Giorno della Memoria, infatti, è istituito «al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice» (art. 1).

Questa è del resto l’interpretazione autentica datane dal Quirinale che, in occasione delle celebrazioni del primo Giorno della Memoria (9 maggio 2008), cura la pubblicazione di un prezioso volume, Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana (Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 2008): una galleria di 378 nomi e foto di tutti coloro – scrive nella sua introduzione il Presidente Napolitano - «che in quel contesto pagarono col sacrificio della loro vita i servigi resi alle istituzioni repubblicane» (p. 15).

Inevitabili le aporie, in un sacrario così sterminato.

Ad esempio, l’inclusione dei morti per caso: tutte le vittime delle stragi lo sono, cadute solo perché in attesa agli sportelli di una banca, o sui binari di una stazione, o passeggeri di un treno o di un aereo.

Solo i morti di Piazza della Loggia non lo sono, come giustamente sottolinea Benedetta Tobagi nel suo ultimo libro: «”Non si chiamino vittime/ma caduti consapevoli”, recita una poesia composta per i morti del 28 maggio 1974. La differenza è importante [...]. Non sono morti per caso: si trovavano in piazza per il loro impegno antifascista» [Id., Una stella incoronata di buio. Storia di una strage impunita, Einaudi, Torino, 2013, 213].

La pubblicazione curata dal Quirinale include anche i morti per errore: come il cuoco Luigi Allegretti o l’impiegato Antonio Leandri o il barista Carmine Civitate, assassinati perché scambiati per l’obiettivo politico che non erano. Così come include antagonisti politici uccisi mentre contestavano le istituzioni: come Walter Rossi, militante di Lotta Continua, assassinato il 30 settembre 1977 da un proiettile fascista; come Giorgiana Masi, militante radicale, uccisa a Roma il 12 maggio 1977 da un colpo di pistola sparato da agenti di polizia infiltrati tra i manifestanti.

In tutti questi casi, è evidente, il legame tra vittime e istituzioni non esiste. perché inconsapevole ovvero consapevolmente rifiutato.

  Dunque, per il nostro ordinamento vittima è (potenzialmente) chiunque, per qualunque causa, anche a sua insaputa. Non stupisce allora l’esistenza di un vero e proprio arcipelago di Associazioni di familiari delle “vittime di […]”. Fenomeno associativo dove si trova di tutto e di più.

Colpisce la sua eterogeneità, che vede riuniti soggetti vittime di eventi tra loro incommensurabili: ad esempio, vittime di stragi ancora impunite ma anche vittime della caccia, del precariato, delle sette religiose.

Colpisce l’impropria concorrenza tra associazioni aventi identica finalità statutaria: ho contato, ad esempio, almeno 3 associazioni di familiari di vittime della strada, e almeno 6 associazioni di familiari di vittime del dovere.

Colpisce l’inevitabile contrapposizione tra associazioni: come quella che vede inevitabilmente su sponde opposte l’Associazione tra Familiari di Vittime delle Forze dell’Ordine e le varie associazioni di familiari di Vittime del Dovere.

 

Tra vittime (tante) e memorie (diverse)

Tutte queste tessere compongono un puzzle in cui tutte le vittime sono vittime in egual misura. Ma ciò ha un senso solo sul piano della pietas umana. Non può averlo, invece, sul differente piano della ricostruzione storica o giudiziaria, e non perché ci siano morti leggere come piume, e altre pesanti come montagne. La ragione è che, negando le differenze, si finisce per mettere tra parentesi l’identità di ciascuno: Gli otto caduti in Piazza della Loggia sono inscritti oggi, insieme a tutte le vittime dei terrorismi, rosso e nero, nel patrimonio comune della storia repubblicana. […]. «Non posso più neanche chiamarli “compagni”», osserva pensieroso Manlio mentre scendiamo la scalinata del Quirinale dopo una celebrazione della Giornata della memoria delle vittime del terrorismo. Non ci avevo pensato, ma capisco bene cosa vuole dire [Benedetta Tobagi, Una stella incoronata di buio, cit., 216].

  C’è dell’altro. Se tutte le vittime sono eguali, allora tutte le vittime hanno identica voce in capitolo. Eppure le loro voci non cantano in coro, come sa chiunque si sia immerso nella dolente lettura della oramai copiosa memorialistica dalla parte delle vittime: lo spartito eseguito è diverso, come pure la musica che esce da quei libri.

 L’assenza di cacofonia non stupisce. La memoria, infatti, è sempre l’approdo di un processo dinamico, non di un semplice automatismo: non si ricorda a comando, schiacciando un pulsante, perché richiamare alla memoria comporta sempre un lavoro di costruzione e ricostruzione personale. E ancor più personale è il rapporto che teniamo con la memoria dei nostri lutti e delle nostre ferite: per alcuni è un rapporto rappacificato, per molti ancora slabbrato, per tanti fonte di un rancore inestirpabile.

  Ci troviamo così davanti a un bivio. L’uso della memoria, infatti, può diventare pulsione di vita nuova ma anche eterna dannazione (damnatio memoriae).

Molti familiari di vittime sono stati capaci di trasformare il dolore in un’opportunità, individuale e collettiva; Manlio Milani tra questi e più di altri: ne sono sinceramente ammirato e incantato. Molti, al contrario, non sono riusciti a sottrarsi al destino della moglie di Lot (Genesi, 19, 26) che «guarda indietro» e si trasforma in una statua di sale, mostrando così la sorte di coloro il cui sguardo resta fisso nel passato: chiudendosi al futuro, essi si immobilizzano e smettono di vivere.

Per un giurista liberale, è fonte di preoccupazione che quel risentimento (umano, troppo umano) venga formalizzato dal diritto, trasferendolo nella dimensione pubblica della pena e della sua esecuzione. Accade già oggi, e ne derivano cortocircuiti a mio avviso pericolosi.

 

Quando Abele si pronuncia sul destino di Caino

Primo esempio. Nel nostro ordinamento giuridico, Abele è chiamato a pronunciarsi sul destino di Caino ogni volta che lo Stato bussa alla porta dei familiari della vittima, per chiedere se abbiano intenzione di perdonare l’assassino del proprio congiunto.

  Accade quando gli uffici del Quirinale e del Ministero di Giustizia istruiscono le richieste di grazia.

Accade quando un ergastolano – trascorsi in buona condotta 26 anni di reclusione – matura i termini per chiedere la liberazione condizionale: nell’istruire la propria decisione il Tribunale di Sorveglianza, infatti, interpella i familiari delle vittime.

In ambo i casi, ben s’intende, l’ultima parola spetta all’organo competente (il Capo dello Stato, il giudice).

Ma in entrambi i casi il dolore privato intreccia il momento pubblico della esecuzione penale, fino a condizionarlo, specie se amplificato dal circuito dell’informazione e se cavalcato dal giustizialismo di destra e di sinistra.

  Qui il paradigma vittimario altera il senso profondo della giustizia in uno Stato di diritto, dove il monopolio statale nell’esecuzione penale serve per emanciparla dalla vendetta privata. A rigore, nella concessione della grazia, il parere della vittima (o del suo familiare) non è prescritto dal diritto positivo ma solo da una prassi opinabile.

Così come, nella concessione della liberazione condizionale, il perdono del familiare della vittima non è imposto dall’art. 176 c.p.p. (a tenore del quale è richiesto solo che «il condannato abbia tenuto un comportamento tale da far ritenere sicuro il suo ravvedimento»), ma da una sua discutibile interpretazione giurisprudenziale.

  «Bisogna essere chiari, non penso che le istituzioni debbano chiedere il permesso alle vittime per legiferare, decidere se dare una grazia, un permesso premio, una libertà anticipata o vigilata. Sono

cose che devono essere fatte nell’interesse generale, che può non coincidere con quello dei “familiari delle vittime”, e se lo Stato, la magistratura, il governo o il Presidente della Repubblica pensano che un atto sia corretto, necessario, motivato, allora non possono certo farsi paralizzare dai dolori privati». Non sono parole mie, ma di Mario Calabresi (Spingendo la notte più in là, Mondadori, Milano, 2007, 69).

 

Quando Abele viene strumentalizzato contro Caino

Un secondo cortocircuito scatta quando le ragioni di Abele vengono giocate contro la risocializzazione di Caino. È una strumentalizzazione che è andata in scena – alla grande – nel caso D’Elia, ex terrorista di Prima Linea, condannato per concorso nell’omicidio del poliziotto Fausto Dionisi, ucciso nel 1976.

  I giornalisti presenti ricorderanno come iniziò, alla Camera, la XV Legislatura. Sergio D’Elia è neodeputato per La Rosa nel Pugno e viene eletto dall’Assemblea di Montecitorio nell’Ufficio di Presidenza come segretario. Il 29 luglio 2006 viene presentata una mozione dal centrodestra che – stigmatizzando l’accaduto - chiede al Governo iniziative normative «al fine di evitare che a cariche istituzionali di rilievo possano accedere coloro che siano stati condannati per reati gravi e violenti contro le persone e contro le istituzioni democratiche».

Il richiamo al mancato rispetto delle vittime e del dolore dei loro familiari è una costante: nel testo di quella mozione, nella sua illustrazione orale, nel dibattito che ne segue. Del percorso e della vita politica di Sergio D’Elia, invece, poco o nulla è stato detto: in aula e sulle pagine dei giornali di allora.

Eppure, guardata in campo lungo, la traiettoria giudiziaria, politica ed umana di Sergio D’Elia testimonia di come l’art. 27, 3° comma, della Costituzione tracci un orizzonte possibile, quando ci dice che per la Repubblica nessuna persona è mai persa per sempre.

La biografia di D’Elia ne è la prova vivente: dalla lotta armata alla detenzione nelle carceri speciali, dalla dissociazione (assunta quando ancora non esisteva la relativa legge premiale) allo scioglimento di Prima Linea, dall’iscrizione al Partito Radicale nel 1987 alle lotte nonviolente, dai 12 anni di reclusione interamente scontati alla fondazione di Nessuno Tocchi Caino di cui è Segretario (e il cui ultimo congresso è stato celebrato proprio in questa sala, il 19-20 dicembre scorso), dall’ordinanza di piena riabilitazione pronunciata dal Tribunale di sorveglianza di Roma nel 2000 (nonostante il parere negativo della vedova Dionisi e della figlia Jessica) all’elezione nel 2006 a deputato (che gli permette, ad esempio, di essere il primo firmatario del disegno di legge di revisione costituzionale che abolirà dal nostro Paese la pena di morte).

L’uomo della pena può diventare diverso dall’uomo del delitto (che peraltro D’Elia non ha materialmente commesso). Chi – politico o giornalista che sia - nega questa possibilità, preferendo cavalcare il (comprensibile) sconcerto dei familiari delle vittime, oscura il senso autentico delle pene che, per Costituzione, «devono tendere alla rieducazione» del condannato.

 

Quando Abele partecipa al processo contro Caino

Vedo un terzo cortocircuito nella propensione a ridefinire il ruolo di Abele all’interno del processo contro Caino, fino a riconoscere alla vittima un ruolo pari a quello dell’accusa e della difesa.

Per il nostro ordinamento sarebbe una novità assoluta. Nella sua conformazione tradizionale, infatti, il processo penale vede contrapporsi le ragioni dell’imputato a quelle dell’accusa pubblica, e la vittima può comparirvi solo come parte civile, se ha un interesse patrimoniale da far valere. In questo modo l’istanza di vendetta della vittima viene trasformata in esigenza di giustizia pubblica, piegando così la legge del taglione a quella della Costituzione.

Trasformare questa struttura binaria in una dinamica triangolare può portare con sé l’ombra minacciosa di una privatizzazione della giustizia penale.

Per capire quanto tale rischio sia reale, basta guardare alla Francia, dove l’ingresso delle vittime nel processo penale è già normativamente prescritto.

L’esperienza francese si rivela particolarmente istruttiva. Ci racconta di una magistratura succube del consenso egemonico di cui la vittima istintivamente gode presso l’opinione pubblica. Ci racconta la probatio diabolica che stringe a tenaglia l’imputato di fronte alla vittima: se fa cenno ai suoi rimorsi, “recita”; se resta impassibile, è “insensibile”. Detto altrimenti, l’esperienza francese testimonia i rischi di un procedimento penale che muta di segno: da processo a garanzia dell’accusato a processo per la vittima.

Con esiti complessivi imprevedibili, come dimostra l’esperienza statunitense.

A partire dalla metà degli anni 70, nel nome dei bisogni psicologici dei parenti delle vittime, in molti stati americani è stata innovata la procedura dei processi per omicidio, introducendovi la fase eventuale in cui è possibile presentare informazioni sulla natura e sul grado del danno patito sia dalla vittima che dai suoi congiunti (victim impact presentation). Come reagiscano le giurie popolari davanti a simili testimonianze o pareri di esperti, non è difficile immaginare: perché è più semplice identificarsi con le vittime e le loro famiglie, piuttosto che con imputati normalmente colpevoli di delitti efferati.

 

Quando nel nome di Abele si giustifica la massima pena per Caino

È così che negli Stati Uniti d’America la pena di morte è riuscita simbolicamente ad affrancarsi dalla pessima reputazione di vendetta privata per mano pubblica. Oggi la si può giustificare con un più civile ed evoluto scopo terapeutico: l’epilogo taumaturgico del percorso doloroso cui sono stati costretti i parenti delle vittime.

In tal modo fa la sua comparsa un quarto cortocircuito: nel nome di Abele si arriva a giustificare la massima pena per Caino, perché la sua esecuzione capitale è «un modo per ripristinare il benessere collettivo e fornire una chiusura psicologica alle vittime traumatizzate» (David Garland, La pena di morte in America. Un’anomalia nell’era dell’abolizionismo, il Saggiatore, Milano, 2013, 94-95).

Di questa moderna metamorfosi delle massime pene bisogna sottolineare l’insidiosità. Muovendosi infatti sul piano deontico, alimentato dal senso di colpa e di immedesimazione, l’argomento terapeutico si sottrae a qualsiasi contestazione empirica e la pena capitale diventa un servizio che la comunità statale deve alle vittime.

Così, attraverso la bacchetta magica dell’empatia verso la vittima e i suoi familiari, la pena di morte non ha più nulla di patibolare, trasformandosi d’incanto in una moderna terapia di sostegno. Del resto, la sua stessa modalità per iniezione letale somministrata al condannato «assomiglia di più ai protocolli di morte assistita (…) che non allo splendore dei supplizi di foucaultiana memoria» (Adolfo Ceretti, Prefazione, ivi, 18).

 

Quando si pretende la riconciliazione tra Abele e Caino

Nascono da questi cortocircuiti le mie perplessità verso uno scenario oggi molto in auge nel dibattito giuridico, tratteggiato con favore da atti normativi e d’indirizzo comunitari e internazionali: il modello di una giustizia riparativoconciliativa (restoration of justice).

Riducendo l’essenziale all’essenziale, essa investe sull’utilità di una relazione recuperata tra vittima e colpevole, nella faticosa ricostruzione di un rapporto infranto dal reato. Al concetto di colpa si affianca così quello di perdono, come frutto non di oblio ma di assunzione reciproca di responsabilità, che può interrompere il risentimento della vittima e rompere e mettere in moto il ripensamento del colpevole.

Sullo sfondo, una società che non è più il regno del risentimento e della vendetta, ma l’espressione di una collettività disponibile, da un lato, al reingresso di chi attraverso il reato se ne era allontanato e capace, dall’altro, di farsi carico del lutto e delle sofferenze più profonde della vittima.

Sul piano normativo, tutto ciò dovrebbe tradursi nella centralità del ruolo della vittima in tutte le fasi ordinamentali della pena: da quando nasce, nell’astratta previsione normativa, a quando viene irrogata al termine del processo, fino a quando in concreto viene eseguita e si estingue.

Mi (e vi) domando: siamo davvero sicuri che le vittime (tutte le vittime) desiderino la vetrina e il protagonismo cui le si vorrebbe chiamare?

L’elaborazione del lutto, nata nella sfera religiosa, oggi appartiene alla relazione psicanalitica tutta individuale e interiore: non può dunque – per comando legislativo – traslare nella dimensione pubblica del processo. I cui tempi lunghi, peraltro, dilatano il tempo del dolore, impedendo il superamento del trauma, e costringendo la vittima a un rinnovato calvario.

L’impegno personale, diretto, anche emotivo che la giustizia ripartivo - conciliativa richiede è molto pesante. E spesso non basta che qualcuno parli perché ci si possa capire. Rispetto a tale impegno la vittima può anche provare un rifiuto fisico e mentale.

Non serve replicare che per le parti in causa la riconciliazione sarebbe solo un’opportunità, e non un obbligo. Perché la vittima che rifiutasse l’incontro con il colpevole (o viceversa) sarebbe costretta a

giustificarsi davanti al foro di un’opinione pubblica esigente e di una stampa colpevolizzante.

Ci si dimentica così che il perdono ha qualcosa di imperscrutabile: non è un dovere della vittima, né un diritto del reo anche quando ha terminato di espiare la sua pena (perché il perdono è altra cosa dalla riabilitazione sociale).

Il perdono è una predisposizione dell’animo di chi lo concede e di chi lo riceve, ha i suoi tempi e le sue modalità sempre differenti da caso a caso, dunque impermeabili alla standardizzazione giuridica.

Fa bene, quindi, Gemma Capra (vedova del commissario Luigi Calabresi) a ricordare le ultime parole del Cristo crocifisso che chiede al Padre di perdonare, perché lui non ne è capace in quanto uomo: «Come a dire che è pienamente umano non riuscire a perdonare, soprattutto all’inizio» (AA.VV., A onor del vero. Piazza Fontana. E la vita dopo, Il margine, Trento, 2012, 142).

Così come coglie nel segno Manlio Milani quando risponde a chi gli chiede se è favorevole al perdono: «La domanda che si fa strada dentro di me è: “Chi devo perdonare?”. Non conoscendo la verità, sono stato privato anche del diritto di perdonare» [Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, I silenzi degli innocenti, BUR, Milano, 2006, 22].

 

Dietro il paradigma vittimario

Resta una domanda di fondo cui dare risposta: perché la politica alimenta e, spesso, strumentalizza il paradigma vittimario?

Tra le molteplici risposte possibili una più di tutte interessa il giurista. Il vissuto drammatico delle vittime, e le rivendicazioni securitarie delle relative associazioni, consentono agevolmente di scaricare su di loro la responsabilità di una politica sempre più repressiva e punitiva: la voce delle vittime offre, per questa operazione, il giusto tono intimidatorio.

Di ciò posso offrire ampia controprova. Infatti, laddove manca la parola magica «legge e ordine», le sacrosante esigenze delle vittime finiscono nel dimenticatoio.

È successo per i reati di strage. Manlio Milani potrà raccontare del suo calvario processuale. Quanto a me, ricordo a tutti l’odissea processuale vissuta dai familiari delle vittime di Piazza Fontana: un iter durato 36 anni, passato per le corti d’assise di Roma, Catanzaro, Bari, Milano, conclusosi il 3 maggio 2005 in Cassazione con tutti gli imputati assolti per insufficienza di prove e la condanna delle parti civili al pagamento delle spese processuali (se le accollerà alla fine il Governo, ma solo dopo molte proteste e grazie all’intervento del Presidente della Repubblica Ciampi).

Succede anche per il reato di tortura, che il legislatore non ha ancora introdotto nel Codice penale, benché – secondo l’art. 13, 4° comma, della Costituzione - «è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà». Sappiamo che una tortura subita non si dimentica mai, e senza la sua incriminazione il torturato perde il diritto ad avere diritti. Il solo modo per restituire alla vittima dignità e appartenenza sociale è, quindi, l’incriminazione della tortura (cfr. Patrizio Gonnella, La tortura in Italia, DeriveApprodi, Roma, 2013, 81). Eppure, l’attendiamo inutilmente da sessantacinque anni.

E potrei svolgere considerazioni analoghe per un altro reato che non c’è – il reato di depistaggio – cui pure è imputabile l’assenza di giustizia e di verità giudiziaria per tante stragi. Anche qui il paradigma vittimario scompare, davanti alla volontà di uno Stato «restio a lasciarsi mettere sotto accusa» (Benedetta Tobagi, Una stella incoronata di buio, cit., 342)

Scopriamo così – alla fine - che il paradigma vittimario è uno strumento retorico di cui si serve una politica cinica. Ciò non fa bene al diritto. Dubito faccia il bene delle vittime (e dei loro familiari) che rischiano, inconsapevolmente, di assomigliare a tanti soldatini di piombo nelle mani di una politica solo apparentemente compassionevole.

 

 

 

 

 

Si può andare oltre al rancore

E lo si può fare senza assolutamente né giustificare né dimenticare. Ma se si pensa che l’uomo può cambiare, a maggior ragione si deve avere la forza di incontrare i colpevoli e di conoscere la loro umanità

 

di Manlio Milani, presidentedella “Associazione familiari

vittime di piazza della Loggia”,il 28 maggio 1974 ha perso la

moglie Livia, uccisadalla bomba scoppiatain piazza della Loggia,

una strage ancora impunita

 

Sento un disagio ascoltando le prime testimonianze di persone detenute, e mi rendo sempre di più conto di come sia indispensabile ogni tanto rientrare in questi luoghi per cogliere fino in fondo questa umanità carceraria, così diversa da come viene percepita all’esterno. Ma quello che viene ignorato, che appare estraneo all’esterno è come le persone possono cambiare, e io credo che questo sia uno degli elementi centrali di tutta la discussione, cioè bisogna partire dal presupposto che le persone possono cambiare. Vedete, io sono un vecchio militante di sinistra e mi ricordo che per me uno dei punti di riferimento nella mia storia è stata una affermazione di un padre della Costituente, Vittorio Foa, il quale quando uno studente gli chiese che cosa era stata per lui la resistenza, rispose all’incirca così: “Due aspetti ricordo per dirti che cosa è stata per me la resistenza: innanzi tutto che l’uomo anche di fronte alle cose più difficili o più sofferenti, può cambiare e può trasformare in positivo determinate condizioni, l’altra però, che bisogna sempre dare qualche cosa di sé per gli altri”. E anche quando entro in questi luoghi ho presente quel riferimento, che troppo spesso invece all’esterno non solo è dimenticato, ma strumentalizzato in nome della “sicurezza”. Per quanto riguarda l’importante intervento del professor Pugiotto, c’è una parte che non condivido e che si riferisce al ruolo della parte civile nel processo (vi ritornerò più avanti) e che valuterò alla luce della mia esperienza connessa al terrorismo, cioè a reati a grave impatto sociale, quindi al contesto e alle finalità che quegli atti perseguivano.

A Brescia stiamo realizzando un “Percorso della memoria” dove collochiamo in terra oltre 400 formelle su ognuna delle quali è inciso il nome di una vittima, non solo quelle del terrorismo, ma anche quelle dello scontro politico di quegli anni. Mi riferisco, per far degli esempi, a Franceschi, a Pinelli. L’idea nasce da una frase di Italo Calvino che dice (cito a memoria) “Nella morte le vittime sono tutte uguali, ma nella storia si dividono”.

Le proponiamo alle scuole dicendo: adottate una formella, partite da quel nome e ricostruite la storia, rispettate quella morte ma andate a dividerla poi nell’ambito della storia. Credo sia una scelta che da un lato sottolinea le conseguenze della violenza e dall’altro invita a collocarsi nella Storia. Qui volevo dire una cosa a Roberto Cornelli, è vero che c’è stata nell’ambito degli anni Novanta una rottura che ha portato l’idea di ordine pubblico a livello individualizzato, ma è altrettanto vero che in tutto il periodo precedente - e questo accentua naturalmente la sua osservazione - la risposta data a quel tipo di violenza era di carattere collettivo e quindi assumeva dimensione pubblica, e quelle morti, erano colte come un fatto collettivo in quanto colpivano tutti e la risposta doveva riflettere quel convincimento. Non dimentichiamo la manifestazione, in Piazza Duomo a Milano, delle oltre centomila “tute blu” contro la strage di Piazza Fontana o i funerali di Brescia ai quali parteciparono seicentomila persone e con un servizio d’ordine composto esclusivamente da cittadini. Risposte che fecero fallire sostanzialmente gli obiettivi che il terrorismo si era prefisso. Certo, non hanno cambiato lo Stato che, anzi, per certi aspetti è peggiorato nei propri meccanismi interni. Ma questo tipo di risposta contemplava la consapevolezza che quella violenza era diretta contro la natura democratica dello Stato. Questo noi non lo dovremmo dimenticare. Per me è parte integrante di un’esperienza vissuta.

Si è sottolineato della “diversità” tra la strage di Brescia e le altre stragi. È vero. Le altre stragi sono di tipo puramente terroristico, nel senso che si colpisce chiunque allo scopo di ingenerare paura, insicurezza e attraverso la creazione di questo caos, alimentare la domanda di un governo d’ordine che mettesse tra parentesi le norme democratiche. La strage di Piazza Loggia esprime immediatamente la sua finalità contro le istituzioni. Fabrizio Zani, un neofascista. ha operato una distinzione tra la strage dell’Italicus (4 agosto 1974) e la strage di Brescia (28 maggio1974). Egli dice (cito a memoria): “La strage del treno Italicus non è operativamente a noi ascrivibile perché colpisce civili, e noi non colpiamo i civili”, mentre la strage di Piazza della Loggia (anche qui cito a memoria) “potrebbe essere a noi ascrivibile in quanto lì sono morti dei comunisti” (Luciano Benardelli in un’ intervista all’Europeo). Ne risulta una strage remunerativa in quanto lì sono stati eliminati degli avversari politici.

È chiaro che se noi vogliamo affrontare quegli anni dobbiamo tener conto di questi elementi e soprattutto ricordarci che l’impunità delle stragi terroristiche e la crisi del rapporto tra giustizia, verità e istituzioni affonda all’interno dell’idea che o si affrontano sul piano storico le ragioni di quelle stragi e di quei fatti, oppure non è pensabile che possa essere risolta soltanto nell’ambito di un tribunale. Ed è evidente allora che, quando il potere politico scarica sulla magistratura ogni responsabilità lo fa consapevolmente, al punto tale che oggi noi vediamo che l’idea di verità e giustizia è strettamente collegata all’esistenza o meno del colpevole: se c’è il colpevole si raggiunge verità e giustizia, se non c’è il colpevole tutto è un punto di domanda. In sostanza, ci si rifiuta di interrogarci sulle ragioni di quell’impunità (si pensi ai depistaggi), e nel contempo si negano le verità comunque emerse nell’ambito del processo e riportate nelle motivazioni della sentenza. E questo ha una grave ripercussione sulle modalità stesse di essere della giustizia, perché la giustizia a quel punto o mette in discussione ciò che è il processo (la verifica delle responsabilità dei singoli imputati) e condanna aprioristicamente, oppure è costretta a subire le conseguenze di questa “supplenza” che a livello politico le viene richiesta (se non ha condannato è perché incapace).

Si verifica poi un altro paradosso, assistiamo al fatto che da un lato le istituzioni scaricano la responsabilità sulla magistratura, poi quando emergono responsabilità che riguardano la politica, si afferma una sorta di abdicazione della politica stessa che rifiuta ogni assunzione di responsabilità. Resta cioè il problema della coerenza della politica che chiede il rispetto per la propria funzione e le proprie prerogative, ma troppo spesso evita di riconoscere le proprie responsabilità.

L’abdicazione della politica e purtroppo anche dei mass media e dei giornali in modo particolare è davvero totale rispetto a questo aspetto della responsabilità. Faccio degli esempi, il primo: nel corso dell’ultimo processo di Brescia, che è durato circa tre anni, non abbiamo mai visto un giornalista esterno a Brescia, eppure si sono affrontati oltre 40 anni di storia italiana. Un giorno però l’aula giudiziaria si riempie di reporter, di televisioni. Chiedo: come mai? Mi rispondono che deve deporre Izzo, il cosiddetto “mostro del Circeo”. Faccio presente che non è che avrà molte cose da dire. Mi viene risposto che Izzo il giorno prima si era sposato, che quella era la “notizia”. Ma che cosa si voleva evidenziare? Izzo, che aveva goduto di un periodo di semilibertà, era uscito dal carcere, aveva ucciso due persone, era rientrato in carcere e si era sposato. La strage di Piazza Loggia, la storia del Paese non interessava, la presenza dei media era strumentale a raccontare questa storia. Secondo esempio. Nel 2009 nel corso della Giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice, il Presidente della Repubblica Napolitano fa incontrare la vedova Pinelli e la vedova Calabresi, creando una straordinaria occasione e opportunità anche simbolica per affrontare la storia di quegli anni. Il quotidiano “Il Giornale” il giorno dopo uscirà con uno scritto dicendo che quell’incontro non si doveva fare perché veniva sminuita la figura del commissario Calabresi. Non si va ad approfondire il perché, che cosa significa quell’incontro, qual è la figura di Pinelli, si limita, l’articolista, a mettere in discussione la funzione simbolica rappresentata dal riavvicinamento di soggetti attorno ad una storia comune, la strage di Piazza Fontana, ed alle sue conseguenze sul Paese. La tv pubblica, più semplicemente si limita a non fornire approfondimenti sul fatto. Con il silenzio evita di “sbagliare”. Sono degli esempi certo, ma sono lì a testimoniare che c’è un uso strumentale della memoria e della vittima da un lato, e una rinuncia ad elaborare un pensiero di una memoria pubblica, dall’altro.

Vengo a un altro punto. È evidente che le vittime in questo Paese sono profondamente sole quanto

sono soli i detenuti. Esse hanno avuto anche il bisogno di potersi unire insieme, per poter cercare di rivendicare una politica di riconoscibilità del proprio percorso, e hanno saputo trasformare il dolore in azione politica positiva. Ma oggi, e condivido quello che diceva il professor Pugiotto, sono convinto che c’è il grosso rischio che quel paradigma vittima rio sia anche sostenuto dalla vittima stessa. Lo dico pensando alla mia storia, alle mie scelte, non intendo coinvolgere nessun altro. Però rispetto al ruolo della parte civile nel processo e quindi alla modifica dell’art.11 vorrei spiegare perché io sono tra coloro che, con altri, ha proposto la modifica di questo articolo, che riflette la mia esperienza. Essa mi dice che nel processo devo mantenere la mia dimensione di cittadino e non solo ed esclusivamente quella della vittima che ha subito un danno.

La parte civile nelle condizioni attuali è invece inevitabilmente portata ad essere di supporto all’accusa e/o a identificarsi con l’accusa. Ne consegue che, nel momento in cui inizia il processo, io l’imputato non lo vedo come un soggetto che è sottoposto a un processo dal quale potrebbe scaturire qualsiasi tipo di risultato, perché devo vedere una colpa, e non partire dal principio che esso sia il colpevole.

Nella prima istruttoria nel processo per la strage di Piazza della Loggia, alcuni di noi non avevamo condiviso quell’istruttoria e come parti civili ci siamo dissociati dall’accusa e abbiamo condotto la nostra battaglia. La stessa operazione l’abbiamo fatta con l’ultimo processo, quando diversamente dall’accusa, nei confronti dell’imputato, Pino Rauti, eravamo convinti che non sussistessero sufficienti prove per poter richiedere una condanna (NdR Pino Rauti fu inquisito per la strage di Piazza della Loggia a Brescia e in merito il 15 maggio 2008 è stato rinviato a giudizio e assolto “per non aver commesso il fatto”, il 16 novembre 2010). Ciò si è riproposto con Delfo Zorzi dove, per le stesse ragioni, non è stato presentato ricorso nei suoi confronti. Il 21 Febbraio 2014 la Cassazione ne ha confermato l’assoluzione. Cosa voglio dire con questo? Se noi vogliamo che anche la vittima rispetto al processo si assuma le proprie responsabilità, dobbiamo responsabilizzarla fino in fondo, dobbiamo cioè rendere anche la sua voce autonoma all’interno del processo. So che questo è un enorme problema, però se io guardo la mia esperienza, noi abbiamo dovuto subire, soprattutto nel primo processo, una accusa incredibile per aver rotto la parte civile e con ciò di favorire oggettivamente gli imputati. Una accusa inaccettabile perché bisogna avere, anche nel processo, il coraggio di assumersi le proprie responsabilità. Ma è chiaro che io voglio essere riconosciuto in ciò dal sistema giudiziario, quindi dalle regole giudiziarie. Io sono convinto che questo sia un passaggio necessario, perché se io vado al processo partendo dal presupposto che chi ho di fronte non è inevitabilmente il colpevole, (perché potrebbe essere assolto), mi assumo la responsabilità di guardare al dibattimento con gli occhi della valutazione delle prove che vengono fornite nell’ambito del processo. Diversamente invece, se continuo ad essere parte subordinata all’accusa, non ho questa possibilità, addirittura nel sistema penale attuale, se non ricordo male, non certamente in fatti di strage, ma addirittura laddove c’è il patteggiamento, la parte civile non viene neanche minimamente sentita, viene fatto tutto all’oscuro, noi stessi abbiamo potuto prendere visione degli atti praticamente quando sono stati depositati, mentre la difesa ha potuto partecipare più attivamente a tutte le fasi del processo. Ecco perché credo sia importante modificare l’art. 11 della Costituzione.

Dove concordo fino in fondo con il professor Pugiotto è sulla questione di quella sorta di diritto di veto che si vorrebbe dare alla vittima, io credo che sia una cosa inaccettabile. Se al termine del regolare processo è individuato in via definitiva il colpevole, a me non interessa più il suo destino, nel senso che esso deve essere affidato alle leggi dello Stato. Io devo ritornare da quel momento semplice cittadino, quindi non posso assumermi la responsabilità rispetto ai benefici di legge, assolutamente, anche perché questo ha un impatto anche interiore estremamente negativo, mi obbliga cioè a due percorsi, da una parte ad essere obbligato a seguire il percorso di espiazione della pena del condannato e dall’altro lato a “sentirmi”, finché il colpevole è in carcere, in una certa misura tranquillo.

Un ferito nella strage di Bologna quando aveva 18 anni, dice ora “Io adesso guardo al fatto che Mambro e Fioravanti condannati per la strage sono stati liberati, loro sono liberi ma io non posso esserlo e quindi se loro continuassero a espiare la loro pena quanto meno non sarebbero liberi come non lo sono io”. Credo che sia davvero una distorsione all’interno della stessa vittima che non riesce più a posare liberamente lo sguardo sui fatti. E attraverso questo che cosa si configura? Si configura per la vittima quasi l’impossibilità di uscire dal passato, mentre anche il passato ha bisogno di essere compreso, ridimensionato.

Anche la vittima ha bisogno di oblio, che non è l’oblio del colpevole il quale chiede, come recentemente è stato fatto, di aver cancellato il proprio nome nei documenti perché dopo aver scontato la pena ha diritto all’oblio. Questo non è possibile, io non posso dimenticare ma nemmeno il colpevole può dimenticare ciò che è avvenuto. E in questo senso quando ci fu l’elezione di Sergio D’Elia, che ha scontato una pena per reati connessi al terrorismo, a segretario dell’Ufficio di Presidenza della Camera io gli scrissi: “Guardi io sono d’accordo che Lei sia stato eletto, perché questo ha significato il suo cambiamento e il riconoscimento a livello pubblico della sua dimensione di cambiamento, però a mio avviso, e ne sono convinto tuttora, lei due minuti dopo si doveva dimettere proprio per rispetto nei confronti delle vittime di tutto quel periodo”. Anche se capisco che Caino non può essere torturato per tutta la vita, anche se capisco che Caino non possa abbandonare la città per non poter incontrare Abele, a livello di dimensione pubblica, come può essere percepito questo tipo di discorso rispetto ad una società che ragiona solo ed esclusivamente in termini di rancore? Ecco che allora la vittima deve porsi queste domande e io credo che a un certo punto la vittima debba saper posare lo sguardo sul colpevole.

Io sono per certi aspetti fortunato, non ho colpevoli, anche se a volte mi chiedo cosa significhi per me la mancanza del volto del colpevole, sento il bisogno di averlo, vorrei anche poter mettermi alla prova con lui, di fronte a lui, in che modo sono capace di reggere il suo sguardo: ne sarei capace?

Io credo che questo sia un passaggio estremamente importante per due ragioni: 1) posare lo sguardo sugli altri è fondamentale , perché per ricostruire la storia dobbiamo sapere ascoltare le ragioni del reo, cosa l’ha portato a fare quelle scelte, quali sono state le sue ragioni. ed è questo un elemento necessario a me per capire, ma anche alla società per poter finalmente cercare di guardare i fatti al di là del colpevole, per capirne le ragioni che sottintendono all’aver commesso quel reato; 2) io devo chiedermi, e lo dico per me stesso che ho vissuto quegli anni, che se voglio riuscire a capire il processo che ha portato a quei fatti devo anche interrogarmi sulle mie responsabilità. Io non posso partire dalla dimensione della vittima come soggetto privo di responsabilità, non è per tutti così. A me il termine “vittime innocenti” non convince. Certo, ci sono vittime davvero innocenti. Prima si faceva il nome di Mario Calabresi che aveva due anni quando venne ucciso il padre, ebbene, io non posso imputargli alcuna responsabilità rispetto a quel periodo storico, ma io che quel periodo l’ho vissuto intensamente, e schierandomi, devo interrogarmi rispetto a che cosa ho fatto io per impedire che ciò che è avvenuto potesse non avvenire. Devo chiedermi come reagivo quando si gridavano slogan come “basco nero il tuo posto è al cimitero” (e questo vale per la parte opposta)? Quanti ambigui comportamenti ho avuto? E il nostro silenzio, non ha favorito la crescita di quella cosiddetta “area grigia” che in una certa misura ha facilitato il riproporsi e il riprodursi della violenza? Quindi anch’io come vittima devo interrogarmi rispetto alla storia, non posso sentirmi estraneo solo in quanto vittima.

Ecco questo implica soprattutto che devo cercare di capire fino in fondo quello che Simone Weil  diceva: “Sono stata colpita dalla sventura, ma la sventura può essere un elemento di crescita nella misura in cui cerco di penetrare le ragioni degli altri”. Ecco che allora il tema della conoscenza del colpevole e della sua storia diventa, a mio avviso, estremamente importante. Può avere riflessi sul piano penale? Non lo so, non sono a questo livello, certamente sono convinto che, se l’uomo può cambiare, a maggior ragione io devo avere la forza anche di incontrare i colpevoli, devo avere la forza di conoscere la loro umanità, devo cogliere la loro sofferenza, devo cercare di capire se la loro sofferenza è data da un profondo processo di trasformazione oppure se è altra cosa.

E questo confronto tra due sofferenze può portarmi a che cosa? A ridefinire lo spazio di una dimensione più umana, a ridefinire lo spazio di una memoria pubblica, per dire alla società che si può cambiare e che si può andare oltre al rancore, e tutto ciò senza assolutamente né giustificare né dimenticare, ma partendo dal principio che ognuno si assuma la responsabilità della propria storia, rispetto alla quale faccia i propri conti, partendo dal principio che anche se non abbiamo sufficiente fiducia nelle istituzioni (e lo ritengo sbagliato in linea di principio), dobbiamo averla quanto meno nell’uomo e nella sua capacità di cambiamento.

Scusate la lunghezza e la frammentarietà. Avevo pensato ad un altro tipo di intervento, ma quanto detto da chi mi ha preceduto mi ha sollecitato al confronto diretto. Grazie.