Donne dentro

 

Solitudine, paura di non farcela il miraggio di stare meglio bevendo  

Quando un bicchiere di troppo ti fa perdere la libertà e tornare in carcere, chi ti può aiutare?

 

Se succede che una detenuta o un detenuto in misura alternativa  vengano “chiusi”, è una delusione per tutti. Così, l’ultima volta che è successo, in redazione alla Giudecca abbiamo deciso di parlarne insieme, anche perché all’origine di questi “rientri” in carcere c’è raramente un motivo grave come l’aver commesso un reato, ed è invece molto più facile che la causa sia una spirale infernale fatta di solitudine-alcol-isolamento-paura.

 

Ornella (volontaria): La chiusura dalle misure alternative, e di recente anche dall’indultino, non avviene quasi mai su violazioni grosse, ma piuttosto per piccole cose, piccole violazioni, e sono molti quelli che vengono chiusi su questioni che hanno alla base l’abuso di alcol. Il responsabile di una cooperativa, che impiega detenuti ed ex detenuti, mi ha raccontato che il più grave problema che ha con le persone che lavorano da lui è esattamente questo, il bere, proprio un disastro.

Donata (volontaria): Non la droga?

Ornella: Ma neanche da fare paragoni, perché il bere è un comportamento diffusissimo, e le persone hanno poco la percezione dei rischi che corrono. Nella cooperativa di cui parlo ci sono detenuti che sono tossicodipendenti, ma in qualche modo sono seguiti dal Ser.T., invece chi beve spesso non si rende neppure conto fino a che punto ha un problema. Questa persona mi raccontava dei fatti incredibili, come l’aver dovuto andare a recuperare un suo dipendente che era ubriaco, ed era stato fermato mentre guidava un camion della ditta, che gli hanno naturalmente sequestrato. Noi abbiamo fatto una piccola indagine in alcune carceri ed abbiamo scoperto che anche per le donne, sia durante i permessi che nelle misure alternative, l’abuso di alcolici costituisce un grave problema.

E anche dentro in carcere ci sono parecchi che bevono, e per giunta assumono la “terapia”, perché spesso  non si riesce ad applicare per chi usa psicofarmaci nessun divieto di bere vino.

Christine: Di norma qui alla Giudecca funziona così, che chi è in terapia non può acquistare vino o birra. Poi ovviamente vi sono gli intrallazzi, gli scambi.

Ornella: In alcune carceri mi dicevano che al pomeriggio lo scambio di vino costa molto di più, perché chi ha una forma di autentica dipendenza è disposto a pagarlo caro per non andare “in astinenza” e per sballarsi e poi almeno dormire.

Slavica: Qui non succede così, perché il carcere è piccolo e se uno comincia con questi scambi lo si scopre subito, per cui penso che non vi siano molti scambi.

Christine: Non ce ne sono molti ma ci sono. Non ho ancora visto un carcere dove non ce ne fossero, e sono stata in carceri anche più piccoli, e se anche eravamo meno di dieci detenute, di cui poi il 70% in terapia, ce n’era sempre comunque qualcuna che approfittava e se lo faceva dare.

Emilia: A Slavica direi che non è una questione di grandi o piccoli carceri, perché uno spazio per fare uno scambio lo trovi ovunque. è minimale, ma a sufficienza per fare certi giochi, per esempio sfruttare chi è dipendente, e c’è anche uno sfruttamento tra compagne. Io ho visto a Bologna, qui non lo so, lì danno la terapia di tutta una giornata, anche quella della sera, e che siano 4 o 5 psicofarmaci che prendi, te la danno alla mattina, e dopo danno il vino, sia quello di mezzogiorno che della sera. Tu allora vedi le ragazze che per timore che gli venga soppressa la terapia se la mettono nel cellofan del pacchetto delle sigarette e se la portano appresso, poi fanno gli scambi, un discorso di questo tipo: “Tu mi dai il vino ed io ti do 5 pastiglie”. Magari sono pastiglie diverse, psicofarmaci, antidepressivi, e poi le vedi lì in coma e ti tocca chiamare il medico e questa è la solita storia.

Ornella: Il discorso del vino vorrei proprio affrontarlo insieme a quello degli psicofarmaci, perché anche l’abuso di terapia è una pratica diffusissima e di cui si deve parlare di più.

Ina: Secondo me c’è tanto menefreghismo, perché magari c’è una persona  che è più debole, più labile in una determinata circostanza della sua vita, non riesce ad accettare la carcerazione e ha bisogno di un sostegno psicologico e anche farmaceutico, e di un’attenzione particolare, e invece gli viene data la terapia soprattutto perché stia tranquilla e non rompa le scatole.

Ornella: Una cosa che mi domando, rispetto alla dipendenza da psicofarmaci, è questa: quando uno qui dentro è abituato a usarli, cosa fa quando esce?

Christine: Corre a bere e torna a farsi.

Ina: Secondo me in certi casi il bere è vissuto come un modo, forse anche inconscio, di rifiutare certi comportamenti obbligati. Il fatto che una semilibera va fuori e sa che non può fare questo e non può fare quello o non può fare quell’altro, anche se ha dimostrato che può essere capace di lavorare, che può essere capace di gestire se stessa e la sua vita, fa scattare la ribellione e fa dire: “Ma un bicchiere di vino io me lo bevo, alla loro faccia che non vogliono”. E continua a bere pensando: “Ho bevuto solo un bicchiere e non mi ha fatto niente, lo tengo, ne posso perciò tenere due, forse tre, ne posso tenere quattro”.

Donata: Tra l’altro succede che fino a un certo punto uno riesce a bere sempre di più, e a “tenere” l’alcol benissimo, poi quando diventa alcolista, il passo è piccolissimo, c’è il suo fisico che non tiene più e bastano due bicchieri per farlo saltare.

 

Lavoro che non piace… poche soddisfazioni… vita affettiva inesistente… diventa quasi inevitabile cercare qualcosa per non pensare troppo

 

Ornella: Molte cooperative sociali proprio per far fronte a questi problemi hanno un “ufficio sociale”, con uno psicologo che ti dovrebbe seguire su queste questioni, perché quando le persone vanno fuori magari fanno un lavoro che non gli piace, hanno poche soddisfazioni, una vita affettiva inesistente, per cui diventa quasi inevitabile cercare qualcosa per non pensare troppo.

Donata: Spesso pure i rapporti sociali sono inesistenti. Un lavoro di gestione di un bagno pubblico come quello che faceva L., stare seduta da sola per le ore di tutta la sua giornata e quando ha terminato si alza dalla sedia e torna in carcere, forse anche quello così, senza un sostegno, non va bene. Dipende poi dal carattere di una persona, ti puoi anche deprimere e non riuscire a uscire con le tue forze da uno stato di sofferenza.

Ina: In certi momenti occorre essere determinati per raggiungere l’obiettivo prefisso. Se esci di qui in semilibertà devi avere di sicuro un obiettivo e lo devi raggiungere, qualsiasi cosa ti facciano fare, perché è evidente che in un periodo di carcerazione sei costretto purtroppo a vivere e convivere con quello che non ti piace.

Donata: Io non parlavo di non accettare un certo tipo di lavoro, stavo dicendo dei problemi che vanno affrontati a livello psicologico, è diverso, no? Se hai dei problemi e necessità di parlarne, e non c’è nessuno con cui confrontarti, le cose possono peggiorare a vista d’occhio e nessuno se ne accorge. Tu sei sola, esci da sola, torni da sola, ti fai da sola otto ore di lavoro, qui dentro almeno c’è uno psicologo che può aiutarti a superare certi momenti. Perché tante volte non ti dà consigli e non ti dice tanto, però ascolta molto e spesso riesce a far dire a te ciò di cui tu stessa hai bisogno, te lo tira fuori. E questo è quello che probabilmente manca, in particolare quando una comincia a uscire. E mancano, anche qui dentro, dei gruppi di auto-aiuto, di auto-ascolto.

Christine: Ma il nostro della redazione, in fondo, è quasi un gruppo di auto aiuto. Non so voi, ma io, anche quando termina il nostro incontro, continuo successivamente a riflettere, ad analizzare, a ragionare su ogni cosa che è stata detta.

Ina: In quanto al discorso dello psicologo, io parlo per esperienza diretta, vissuta, quando sono uscita dalla custodia cautelare, dopo 7 mesi di carcere a Bergamo (e non ero mai stata in carcere prima) ero una donna distrutta, psicologicamente labile, avevo paura di tutto e tutti, avevo paura ad attraversare la strada, mi facevano paura i grandi spazi. A un certo punto sono andata in analisi. Ho fatto due anni di analisi. Non è che l’analista si mette là e ti dice: “Oh poveretta, quanto mi spiace, cosa ti è successo?”. Sei tu che parli, sei tu che fai un cammino e piano piano ci arrivi da sola, però è importante il fatto che ci sia una persona competente, anche se poi quello non diventa l’appuntamento con l’analista ma l’appuntamento con te stessa.

Donata: Ma nessuno ti ha dato un aiuto in carcere?

Ina: Dentro al carcere avevo una seduta con lo psicologo ogni 15 giorni. Io aspettavo queste sedute e ci tenevo molto a parlare e raccontare poi quello che era successo, le condizioni in  cui vivevo, come stavo sopportando il carcere. Poi quando sono venuta fuori all’inizio pensavo con sollievo: “Insomma, sono a casa”, ma invece la situazione era cambiata, ero psicologicamente diversa, a casa mia con mia figlia, con le mie cose, ma diversa. Ho vissuto questa esperienza molto negativamente e non riuscivo a non averne paura. Avevo paura di rapportarmi con gli altri e avevo paura, sempre e comunque, di avere addosso una specie di “lettera scarlatta” dalla quale tutti si accorgessero che ero stata in prigione e che non ero più degna di far parte della società, e questo pensiero mi faceva molto male, perché non stavo più bene con mia figlia, con cui ho un rapporto stupendo e che amo, non mi rapportavo bene con tutti e quindi a un certo punto mia figlia mi ha consigliato di chiedere aiuto. Il giorno dopo sono andata dall’analista.

Donata: Perché non proviamo a parlare anche di una possibile figura di psicologo volontario?

Quando incominci a uscire, in qualche modo acquisisci parecchia libertà in più, per cui o ti controlli e ti aiuti tu, o non ti controlla e non ti aiuta nessuno

Ornella: Io penso che possa essere utile per l’esterno, per le persone che sono in misura alternativa, perché certo ci sono gli assistenti sociali, ma più di tanto non possono fare. Anche perché quando incominci a uscire, in qualche modo acquisisci parecchia libertà in più, per cui o ti controlli e ti aiuti tu, o non ti controlla e non ti aiuta nessuno, salvo poi che alla fine rischi di fare disastri che ti possono chiudere tutte le prospettive di reinserimento.

Donata: Anche secondo me, chi è in misura alternativa di solito non ha più nessun appoggio.

Ornella: Appunto. Ma neanche attività non ha. Quando sei in una sezione semiliberi, a parte il fatto, naturalmente fondamentale, che puoi uscire a lavorare, il resto è peggio che qui in carcere. Non vedi nessuno, non fai nessuna attività e non hai nessun contatto con le persone: lavoro e carcere, carcere e lavoro. Allora secondo me bisogna avere in cooperativa una struttura che si occupi di questi problemi, con una psicologa che vada da queste donne, che giri, che chieda se hanno problemi, che cerchi di capire come stanno, anche se ammettere di avere bisogno di un aiuto è difficile. Perché per dire “ho bisogno” occorre una certa umiltà e la cosa non è facile.

Donata: Secondo me non deve essere un controllo, deve essere un aiuto che intervenga solo se uno lo vuole. Se tu passavi da L. ai bagni dove lavorava, era lei che ti fermava, proprio la vedevi che aveva necessità di comunicare, ma non per qualcosa di particolare, era un semplice desiderio di comunicare e basta.

Slavica: Lei è un tipo così. Si trovava a suo agio qui, perché andava da un ufficio all’altro, e chiacchierava qui e chiacchierava lì, lei è fatta così.

Emilia: Questa è una bruttissima frase, dire che L. fosse a suo agio qui, ma stiamo scherzando? Allora questo significa che L. sta bene in carcere e non sta bene in semilibertà?

Ornella: Posso dirti una cosa? Per qualcuno, paradossalmente, è così! Non sto dicendo però che quella persona deve stare in carcere, ma che dobbiamo ragionarci su: ho visto delle persone in carcere stare non certo bene, ma avere un loro ruolo, riuscire a comunicare, fuori le ho riviste completamente perse, PERSE! Allora vuol dire che esiste questo problema, per qualcuno esiste.

 

Il carcere invece di responsabilizzare le persone, le infantilizza

 

Emilia: Questo non è un problema del soggetto, ma è il problema del carcere, perché il carcere invece di responsabilizzare le persone, le infantilizza.

Ornella: Ne abbiamo parlato più volte, di questa questione. Però c’è qualcuno che ha un suo carattere, un suo spazio, riesce a reggere, e c’è qualcuno che è più fragile.

Emilia: Ti danno una opportunità, e qualsiasi persona a cui si dà una possibilità sa che vi sono delle regole da rispettare. Non riesci a rispettare una determinata regola? Io non concepisco neppure le persone che giustificano questa mancanza di volontà.

Ornella: Non si tratta di giustificare, Emilia, ma di fare invece i conti con le cose quando queste succedono.

Donata: Intanto occorre sempre capirla, la debolezza, scagliarsi contro la debolezza delle persone è comunque sbagliato, e la comprensione di una debolezza non vuole essere una giustificazione. Poi in questo caso specifico parliamo di una persona che fuori non ha nessuno, nessun punto di riferimento in nessuna parte del mondo.

Ina: Se noi stiamo vivendo qui in un mondo pieno di regole non dimentichiamoci che anche fuori, anche da libere abbiamo altre regole da rispettare.

Ornella: Sono d’accordo, però prima di tutto pensiamo a chi è in carcere. Sono appunto le persone che non hanno saputo rispettare delle regole, e non è che siccome ti danno un lavoro fuori diventi subito brava e rispettosa delle regole, e questo è il primo problema. Anche perché ti trovi di colpo a doverle rispettare da sola, quelle regole, e non perché ti costringono, come succede in carcere.  La seconda questione è questa: se tu sei fuori dal carcere e lavori a pulire i bagni a Venezia, e se tu sei invece dentro come Veronica a creare e cucire dei bellissimi vestiti, bisogna dire che, al di là del fatto che è senz’altro meglio essere fuori, la qualità del lavoro in questo caso è molto più alta dentro. Allora teniamo conto che quando uno esce solo per lavorare e fa un lavoro poco gratificante, rischia di ritrovarsi nella situazione che lo ha portato in galera, che gli ha fatto fare delle cose illegali per uscire da una vita di qualità scadente.

Donata: Anche fra le persone che non hanno mai avuto a che fare col carcere c’è chi fa un lavoro schifoso, ma per lo meno quando ha finito di lavorare ha qualcos’altro, ha qualcuno, non deve rientrare in carcere e basta.

 

Certe persone si sentono paradossalmente meno abbandonate in carcere

 

Ornella: Quello che pesa poi è la paura del fallimento di un progetto, il fatto di non riuscire ad avere la forza per portarlo avanti, e tutto ciò ti può portare a certi comportamenti. è per questo che dico che si deve sempre cercare di mettersi nella testa e nei panni di un’altra persona, prima di giudicare, perché non tutti hanno la stessa capacità di reazione. Ed è per questo che dico anche che certe persone si sentono paradossalmente meno abbandonate in carcere, perché trovano un ambito più “protettivo”. Come in comunità, qualcuno in comunità si sente protetto, perché fuori non ce la fa. Bisogna tenere conto che ci sono anche persone così, e non è facile capire come aiutarle.

Christine: Ho conosciuto anch’io persone così, sono persone che non sanno più cosa farsene della libertà, in libertà non sono nessuno, mentre in carcere si sanno gestire e a volte hanno anche un ruolo, sono “qualcuno”. Mi rattrista questa cosa, proprio perché io posso comprendere queste persone.

Ina: Infatti sono persone che anche fuori socializzano sempre con gente del loro mondo, e vanno dove? Con le persone che sono state in carcere e con le quali si sentono qualcuno.

Christine: Ma per forza, è una questione di condivisione, uno sente pure il bisogno di parlare con chi lo conosce, con chi ha qualcosa in comune, chi ha passato ciò che ha passato lui, chi ha dei ricordi da rievocare. Di cosa parla uno che è uscito dal carcere? Chi è, è forse stato alle Hawaii, ha fatto cose interessanti di cui parlare?

Donata: Ma come si aiuta uno che è uscito dal carcere e non ha nessuno, che cosa si può fare perché non finisca per cercare nell’alcol la soluzione ai suoi problemi?

Christine: Ho avuto parecchi problemi con l’alcol in passato, anche se non sono mai stata una alcolizzata, ma so che è facile perdere il controllo, che basta tu faccia un po’ di miscugli e non sei più consapevole di quello che fai.

Donata: Ma se devi rientrare in carcere alla sera, lo sai che sei controllata.

Christine: Il fatto è che pensi di riuscire a fare tutto normalmente e sei convinta di questo, ma l’alcol altera qualsiasi sensazione, e in verità ben presto non ti rendi più conto della situazione.

Ornella: L’alcol è più subdolo della droga, e lo dico perché ho vissuto molto in Russia e ricordo questo aspetto. Tu per molti anni, non mesi, anni, sei convinto di dominare l’alcol, e infatti lo domini, e puoi bere tantissimo per una settimana e poi smettere come e quando vuoi. E questo va avanti per anni, ma c’è un momento invece in cui non torni più indietro. Secondo me, quando una persona comincia ad essere molto aggressiva, e prima era dolce e sensibile, non c’è più ritorno. Io poi nel mio lavoro sono a contatto con moltissimi studenti, e vi assicuro che dal punto di vista del consumo di alcolici la situazione è spaventosa. E bevono di tutto, bevono cocktail micidiali, “Bombe” le chiamano, tra l’altro le pagano un sacco di soldi.

Christine: Ma poi sapete ancora una cosa? In misura alternativa hai pochissimi soldi. Hai lo stipendio che però ti viene caricato all’istituto e poi tu devi fare la domanda scritta di poter disporre di una certa cifra per le sigarette, per il mangiare e via dicendo. Per cui cos’è che si beve? Le cose che costano di meno, no? Vai al supermercato, compri schifezze, il vino in cartone per esempio, magari in offerta. E poi devi bere a “umma umma” in modo che nessuno ti veda, per cui magari ti scoli un cartone in venti secondi. è così che finisce che ti chiudono dalle misure alternative, e poi si deve ricominciare daccapo a conquistarsi fiducia e credibilità, si deve dimostrare serietà, coerenza, costanza. Un lavoro duro da fare, duro e lungo.

E poi è  imbarazzante farsi chiudere dopo un periodo di libertà, è imbarazzante la situazione e anche molto triste, non c’è compassione e non c’è solidarietà tra di noi, e non c’è dialogo.

Ma non vedete? Non c’è uno spazio per poter socializzare, la maggior parte delle ragazze rimane rintanata in cella. In carcere funziona che puoi contare solo sulle tue forze, sulla tua volontà, sul tuo spirito di iniziativa. Ma non siamo tutte uguali, ci sono delle persone che non sanno gestire al meglio la loro vita, persone che avrebbero bisogno di sollecitazioni e di una guida, di consigli utili, qualcosa o qualcuno che le sproni. E invece entrano in carcere e vengono poi abbandonate a se stesse, ed escono in condizioni peggiori, magari non sono più dipendenti da droghe, ma in compenso sono dipendenti da farmaci e psicofarmaci, o hanno preso il vizio del bere. E finisce che non reggono “il peso” della libertà. Questo succede troppe volte, è successo già anche con l’indultino, vediamo di fare qualcosa.

 

 

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