Internati

 

di Antonio Floris

 

Nel mese di giugno 2012 sono arrivati in questo istituto di Padova una cinquantina di internati provenienti dalla Casa di lavoro di Modena, una quarantina a seguito del terremoto che nel mese di maggio colpì l’Emilia Romagna, la Casa di lavoro era diventata inagibile. Bisogna innanzitutto premettere, per chi non lo sapesse, cosa s’intende per “Casa di lavoro” e per “internati”. La Casa di lavoro è una misura di sicurezza che si applica a quelle persone che a un certo punto della loro vita vengono dichiarate delinquenti abituali o professionali o per tendenza. Uno diventa delinquente abituale quando, dopo essere stato condannato alla reclusione in misura superiore complessivamente a 5 anni per tre (o più) delitti non colposi, commessi entro 10 anni, riporta un’altra condanna per un nuovo delitto commesso entro i 10 anni successivi all’ultimo dei delitti precedenti. In certi casi il giudice può dichiarare delinquente abituale anche chi, dopo essere stato condannato per due delitti non colposi, riporta un’altra condanna per un delitto non colposo se questi sono di particolare gravità e fanno ritenere che la persona sia dedita al delitto. Quando ci sono i presupposti per essere dichiarato delinquente abituale, il soggetto dopo aver espiato in carcere la pena per i reati commessi, si trova con un’altra pena da scontare che è quella della misura di sicurezza da espiare in una Casa di lavoro. In pratica la persona non esce in libertà ma viene trasferita in un altro stabilimento a scontare questa pena accessoria. Nelle Case di lavoro per legge deve essere adottato un particolare regime educativo e di lavoro che tende ad eliminare la pericolosità sociale di chi vi è sottoposto. Dal momento che la persona entra nella Casa di lavoro a scontare “la pena” della misura di sicurezza non viene più chiamato detenuto ma internato. La permanenza nella Casa di lavoro, per i delinquenti abituali, ha la durata minima di due anni, per i delinquenti professionali di tre anni e di quattro per i delinquenti per tendenza. Poiché il presupposto per essere assegnati a una Casa di lavoro è la persistenza nell’individuo della “pericolosità sociale” la permanenza in tale posto cessa solo quando il giudice accerta che tale pericolosità non sussiste più. Quindi prima che un internato venga rimesso in libertà gli viene fissata un’udienza in tribunale per stabilire se è ancora socialmente pericoloso o no. E da dove il giudice deduce che uno non è più pericoloso? Principalmente dalla maniera in cui si è comportato per tutto il periodo della misura, e cioè se si è comportato bene, se non ha preso rapporti disciplinari ecc. ma non solo. Il giudice acquisisce anche informazioni dalle questure e dalle procure per sapere se il soggetto in questione tiene ancora collegamenti con la criminalità all’esterno. Se risulta che tutto è in regola, se cioè il comportamento tenuto è stato buono e se la persona non mantiene più collegamenti con la criminalità, allora la misura gli viene revocata. Se no gli viene prolungata, in certi casi di sei mesi ma a volte anche di un anno. Poi, prima dello scadere del periodo di prolungamento, gli viene rifatto lo stesso procedimento con la probabilità che la misura gli venga prolungata ancora. Tant’è che certe persone entrate nelle Case di lavoro per scontare due anni sono rimaste lì senza poter più uscire per oltre 20 anni. Non per niente la Casa di lavoro, per il fatto che può essere prolungata all’infinito, è chiamata anche ergastolo bianco.

In pratica nelle Case di lavoro ci sono persone che stanno scontando una pena senza un rispettivo reato, ma solo perché ritenute, a torto o a ragione, socialmente pericolose. Ebbene, ritornando al punto iniziale, un anno e mezzo fa sono arrivati qui a Padova questi internati e poiché nella Casa di reclusione di Padova non esiste una sezione adibita a Casa di lavoro, vennero sistemati nel reparto dei semiliberi. Si trattava di un’emergenza, come si disse a quei tempi, e la permanenza degli internati a Padova doveva essere provvisoria. In realtà però stanno ancora qui e non solo, ma ne stanno arrivando altri in continuazione. Il reparto Semiliberi prima del loro arrivo era riservato ai detenuti in articolo 21 (lavoro esterno) o in semilibertà, cioè che escono a lavorare la mattina e rientrano in carcere la sera per dormire. Adesso che ci sono loro, semiliberi e internati vivono in promiscuità e mentre i semiliberi lavorano tutti, degli internati non lavora quasi nessuno, e non perché non vogliono lavorare ma perché lavoro per loro non ce n’è (salvo quei lavori a rotazione tipo portavitto o scopino). Oltre a non lavorare, gli internati non possono neanche partecipare a quelle attività socializzanti tipo scuola o corsi vari, per cui stanno in quel reparto semplicemente parcheggiati, nell’ozio assoluto. Già il fatto stesso che delle persone condannate alla Casa di lavoro (dove il lavoro è la condizione essenziale per la loro rieducazione) non lavorino, è una contraddizione nei termini e lo scontare una misura di sicurezza in quella maniera è più duro assai della reclusione stessa, perché i reclusi che espiano la pena della reclusione per qualche reato hanno la possibilità di lavorare, di andare a scuola, frequentare corsi, fare altre attività, mentre loro no. Per uno che non ci sta in mezzo è molto difficile anche solo immaginare le condizioni e lo stato d’animo di queste persone, che oltre a non capacitarsi del perché sono lì, vivono nell’incertezza assoluta per quanto riguarda il loro futuro. Se uno chiedesse a uno di loro quando finisce di espiare la misura di sicurezza e potrà ritornare libero, nessuno di loro può dire con sicurezza quando questo succederà. Se nelle carte sta scritto che la misura si estinguerà ad esempio fra tre mesi, può benissimo succedere che a seguito dell’udienza per il riesame della pericolosità, il giudice (o perché la persona non ha tenuto una condotta perfettamente regolare, o perché le informazioni dall’esterno non sono tanto buone) gli prolunghi ancora la misura di sei mesi o di un anno. È un’incertezza questa che distrugge letteralmente lo stato d’animo delle persone e le porta a cercare vie d’uscita fra le più disparate, quali colloqui ripetuti con gli educatori, assistenti sociali e magistrati di sorveglianza per spiegare che loro non sono più pericolosi. Ma il rimedio al quale ricorrono più spesso sono i tranquillanti. Quando arriva il carrello degli infermieri, si vede la fila delle persone per tre volte al giorno (mattino, pomeriggio e sera) con in mano i bicchieri per prendere le gocce dei sonniferi, antidepressivi ecc. Ma in realtà sono tutte veramente così pericolose queste persone, per meritarsi di stare dentro per anni e anni senza titolo di reato? Ebbene venendo a parlare con alcuni di loro si è venuti a scoprire che i reati per i quali sono stati condannati e per i quali in un secondo tempo è stata applicata la misura di sicurezza sono quasi ridicoli. Non omicidi o sequestri di persona o questioni di mafia, ma furtarelli, risse, piccolo spaccio e cose così.

Uno di loro ad esempio è stato dichiarato delinquente abituale per avere in svariate occasioni rubato i soldi della cassetta delle elemosine nella chiesa del suo paese, più altri piccoli furti e vagabondaggio. Un altro un magistrato l’ha considerato delinquente per aver collezionato in poco tempo tre reati ed esattamente il furto di un giubbotto, il tentato furto di una valigia e il tentato furto di un paio di orecchini. Un altro magistrato più illuminato, in sede di udienza per il riesame della pericolosità, gli ha in seguito revocato la misura non riscontrandone evidentemente i presupposti. Qualcun altro sta lì semplicemente perché non ha casa né famiglia e una volta fuori andrebbe sicuramente a rubare e vivere di espedienti. I magistrati naturalmente applicano la legge così come è, e se uno finisce in Casa di lavoro è perché la legge lo prevede e a questo punto la riflessione da fare è questa: è giusto tenere delle persone in carcere (perché la Casa di lavoro è carcere, e scontata nell’ozio esclusi da tutte le attività è più dura del carcere stesso) senza avere un titolo di reato specifico, ma solo una presunta pericolosità? Da tener presente che questa misura è risalente alla data di emanazione del Codice penale che come tutti sanno risale al 1931, vecchio ormai di 83 anni. Ci si augura che con la riforma della giustizia venga emanato un Codice penale nuovo più consono ai tempi e che articoli scellerati come questo vengano aboliti.

 

 

 

 

 

Il carcere dell’attesa e della paura di essere dimenticati

Provate a pensare a quanta ansia regna dietro a questi muri e il più delle volte si trasforma, o meglio si scarica con atti violenti

 

È così innaturale per un essere umano la condizione della prigionia, che fin dal primo giorno che uno entra in carcere, inizia una snervante attesa della libertà. Ma l’attesa diventa davvero faticosissima quando una persona entra nei termini previsti dalla legge per cominciare un graduale rientro nella società. Prima, quando i numeri nelle carceri erano accettabili, parecchie persone erano impegnate in percorsi di studio, di lavoro, di formazione, e cominciare a uscire con i primi permessi era parte fondamentale di quei percorsi, oggi invece l’attesa, con sempre più solitudine e sempre meno speranza, è diventata la caratteristica principale di condizioni di detenzione, che assomigliano sempre di più al “che stiano a marcire in galera fino all’ultimo giorno”.

 

a cura della Redazione

 

 

 

Fin dai primi minuti in galera capisci che dovrai aspettare

 

di Lorenzo Sciacca

   

In carcere, la parola attesa è molto usata non solo nel relazionarsi con gli altri, ma anche con se stessi. In tutte le varie carcerazioni che ho fatto (17 anni) ho girato parecchi istituti e tra le cose comuni che si ritrovano in questi luoghi ce n’é una di cui non ho mai capito il significato, gli orologi sono tutti fermi.

Se fossi una persona libera la parola “attesa”, al primo impatto, la assocerei a una lunga fila. Quella coda che siamo abituati a fare per il pedaggio di un casello, quella a un ufficio postale nel giorno delle pensioni, oppure quell’attesa tanto dolce che rappresenta la nascita di un figlio. Purtroppo non sono libero, sono in carcere ed è così che questa parola assume un’importanza molto diversa da quella che le avrei attribuito in libertà. Sono proprio i primi minuti in cui ti ritrovi oltre a questo muro di cemento che capisci che dovrai aspettare. Questo verbo diventerà tuo, entrerà nel tuo animo e non ti abbandonerà mai. Dovrai sempre aspettare qualcosa, il tuo turno per qualsiasi cosa, anche per una doccia dovrai aspettare un agente che ti venga ad aprire. Dovrai aspettare ogni giorno consapevole che il giorno successivo sarà l’ennesima attesa. Io, oggi, mi ritrovo con tanti anni di carcere da scontare. Nei termini per avere qualche beneficio come i permessi premio potrò entrare tra vent’anni. Questa sarà la mia lunga coda che dovrò affrontare per provare a ritirare un biglietto che mi darà accesso alla libertà, forse. Non dovete credere che passati questi vent’anni la mia libertà sarà scontata, assolutamente no, anzi inizierà l’attesa più brutta, quell’attesa che potrebbe anche rischiare di farmi rovinare i progressi che la mia persona avrà fatto durante gli anni di detenzione. L’attesa provoca ansia. Provate a pensare a quanta ansia regna dietro a questi muri e il più delle volte si trasforma, o meglio si scarica con atti violenti, tipo risse o ritorsioni. Questa parola ATTESA inizia a diventare una tortura mentale dal momento che presenterai qualche istanza al magistrato di Sorveglianza per avere il primo permesso, ma non solo per te, anche per i tuoi cari, per quella famiglia che ti ha seguito per anni nell’attesa di poterti riabbracciare un giorno in libertà. In una delle tante carcerazioni che ho fatto, iniziai a presentare richieste di permessi premio. Un errore che oggi non commetterei più è quello di mettere al corrente la mia famiglia. Mi ricordo che non c’era una lettera dove non mi chiedessero se avevo avuto risposte dal magistrato, oppure non mi raccontassero i tanti progetti che fantasticavano di fare per quelle poche ore di libertà che ancora non mi erano state concesse. Questa situazione andò avanti per quasi un anno e quell’ansia che avevo si trasformò in rabbia. Volevo sapere una cosa molto semplice: “SI o NO”. Ma fu così che un giorno commisi una azione che compromise tutto il mio percorso, e una volta avvisato il magistrato di quello che avevo combinato la risposta alla richiesta di permesso non tardò ad arrivare. Passarono infatti pochi giorni e mi ritrovai in mano quella risposta, ovviamente era negativa. Ed ecco che tutti i sogni, tutte le speranze che la mia famiglia aveva costruito su quello che doveva essere uno dei momenti più belli e più attesi si trasformò in un incubo, e risanare queste ferite non fu semplice.

È per questo che all’inizio ho scritto che l’attesa in carcere assume un valore completamente diverso da quella di una persona in libertà. Abbiamo commesso errori e li paghiamo con tutte le conseguenze che comportano, che non sono poche. Quando devi affrontare una carcerazione lunga devi mettere in preventivo che prima o poi i tuoi genitori verranno a mancare. Questa è un’altra attesa che devi essere pronto ad affrontare, e non avendo nessun appoggio psicologico devi farti trovare pronto anche per la notizia più brutta che un uomo può ricevere. Personalmente inizio ad essere sempre più stanco di questa lunga attesa. Ora sono le 19.30 e sono chiuso nella mia cella a scrivere e a breve mi sdraierò per dormire. Questo è l’unico momento della giornata che l’attesa si ferma e lascia spazio ai sogni di una vita DIVERSA DA QUELLA VISSUTA FINO AD OGGI.

 

 

 

 

 

 

La paura di essere dimenticati

 

di Luca Raimondo

 

Da quando mi trovo in carcere, ho visto molti tipi di ingiustizie, una delle tante è quella di essere messo nel dimenticatoio. No, non è un posto che si chiama così, ma l’essere abbandonati a se stessi, questo è quello che sta succedendo a me personalmente, ma come me ci sono molti detenuti nella mia stessa situazione. Per essere un uomo cambiato all’interno del contesto carcere, dovresti fare determinati percorsi, tipo avere comportamenti corretti nei confronti dei compagni di sventura e degli operatori tutti, frequentare corsi di formazione, scuole, attività lavorative e tutto quello che è inerente al reinserimento sociale. Fino a qui tutto fila, fai quello che devi fare, non perché ti invogliano a farlo, ma perché vorresti dare una svolta alla tua vita, uscire al più presto e dare un futuro (quello che fino ad ora non hai potuto dargli, per i tuoi errori commessi) ai tuoi figli, riprendere un rapporto che devi ricostruire e cercare di andare avanti. Ma la Costituzione non dice che il carcere dovrebbe essere rieducativo?

Io vi dico che se non hai forza di volontà, non ti rieduca nessuno, puoi contare solo su di te, ma anche questo ci potrebbe stare, perché io penso che il cambiamento deve nascere da dentro te stesso, ma quello che proprio mi fa rabbia è che troppo spesso non ti danno l’opportunità di fargli capire che sei veramente cambiato, ed allora nasce il reparto dimenticatoio. Già in questa situazione di sovraffollamento siamo stati dimenticati dallo Stato, ma mi pesa di essere dimenticato da chi dovrebbe valutare il mio percorso: specialmente quando hai l’opportunità di usufruire dei benefici, aspetti pazientemente l’arrivo di tale periodo, e poi ti viene detto che o non hai avuto ancora una relazione da parte del carcere o che ancora è presto e hai bisogno di eventuali periodi di osservazione, ma allora tutti questi anni di aspettativa a che cosa sono serviti, per sentirsi dire ancora “devi aspettare”? ma aspettare vuol dire anche che perdo le ultime tracce dei rapporti con i miei figli e i miei cari, e che rischio di uscire peggio di prima. Si parla tanto del sovraffollamento, del disagio di noi detenuti e degli operatori penitenziari, del trattamento disumano e degradante che dobbiamo subire giorno dopo giorno, non si potrebbe già iniziare a lavorare per fare uscire chi come me ha la possibilità di usufruire dei benefici? Parlano sempre che devono fare delle leggi per regolarizzare le carceri per renderle più vivibili, ma se si applicassero le leggi già esistenti, tipo la legge Gozzini, come si dovrebbe attuare normalmente, molti di noi leveremmo il disturbo e incominceremmo un percorso con le nostre famiglie per ritornare uomini liberi, appartenenti ed utili alla società. Io spero che tutto questo cambi, e che ognuno assuma il proprio ruolo con responsabilità, per attuare le leggi già in vigore e dare la possibilità alla gente reclusa, che è nei termini per iniziare un percorso di rientro nella società, i benefici di poterli avere, così da ridare speranze a noi e alle nostre famiglie e restituirci quel poco di dignità che ci hanno levato. Io ancora credo che prima o poi la situazione cambierà e il carcere diventi un posto che riabilita e non un dimenticatoio.

 

 

 

L’illusione della sicurezza

Riflessioni a proposito dei decreti e delle leggi cosiddetti “svuotacarceri”

 

Un grande parcheggio, un dormitorio con gente incattivita dall’ozio e dalla sensazione di buttare anni di vita nel nulla:  queste sono tante carceri oggi, e chi pensa che qualche mese di sconto di pena sia più pericoloso di anni passati in  questo tipo di galere, forse si sta solo illudendo.

 

a cura della Redazione

 

 

 

 

Uno sconto di pena che è come un risarcimento per anni passati in carceri fuori legge

 

di Bruno Turci

 

L’ultimo decreto legge sull’emergenza delle carceri, adottato dal Governo Letta come misura tampone per far fronte a condizioni detentive dichiaratamente illegali, e poi trasformato in legge con ulteriori limitazioni, concede, a titolo in qualche modo risarcitorio, un aumento dello sconto di pena ai detenuti rinchiusi nelle nostre prigioni, costretti a trattamenti disumani e di estremo degrado. Qualcuno ha scritto che si tratta di un indulto mascherato, noi detenuti diciamo chiaramente che si tratta di una legge che fa qualcosa per migliorare le cose, che va nella direzione giusta, ma la strada da fare è ancora molto lunga e appare davvero tortuosa. Se le norme previste hanno lo scopo di ridurre in qualche maniera il danno per chi subisce una detenzione che ha poco di umano, riconosciuta ufficialmente illegale da tutti gli organi di controllo italiani e dell’Unione Europea preposti a garanzia del rispetto dei diritti umani per le persone private della libertà, ebbene, questo decreto avrebbe dovuto prevederne l’applicazione per tutti, non solo per quei pochi considerati meritevoli perché hanno avuto l’opportunità di partecipare ad attività con funzioni rieducative. Si dovrebbe tenere in seria considerazione che le possibilità di accedere a percorsi risocializzanti sono disponibili per meno della metà dei detenuti presenti nelle carceri. Oggi infatti, a fronte di una disponibilità di circa 38.000 posti letto sono rinchiusi circa 62.000 detenuti. Fra questi quasi il 40% è in attesa di giudizio nelle Case circondariali, dove non è possibile partecipare ad attività con funzione rieducativa, giacché la funzione rieducativa non è prevista per coloro i quali non sono stati ancora riconosciuti colpevoli e condannati definitivamente, mentre è prevista nelle Case di reclusione, dove però non ci sono né spazi né personale sufficiente per predisporre questi percorsi. Per queste ragioni noi sosteniamo che l’aumento di 30 giorni di riduzione della pena, per ogni semestre, dovrebbe essere concesso a prescindere dalla partecipazione all’opera di rieducazione, altrimenti a quei detenuti che rappresentano più della metà della popolazione carceraria, per i quali

non è possibile accedere alle attività con finalità rieducativa, si andrebbe a infliggere una disparità di trattamento ingiusta. L’offerta rieducativa manca perché le istituzioni non la concedono, questo deve essere chiaro. La vita quotidiana delle persone detenute in quelle condizioni è percorsa da tensioni che non si riesce a mediare, e per questo in tanti si affidano agli psicofarmaci. Nelle carceri infatti c’è una distribuzione a pioggia di questo genere di farmaci, gli addetti ai lavori lo chiamano, stigmatizzandolo, “contenimento chimico”. Ecco perché siamo del parere che anche a coloro i quali sono incorsi in qualche sanzione disciplinare spettino i 30 giorni di ulteriore riduzione della pena per ogni semestre. Così come sono oggi, invece, le norme previste rischiano di essere applicate poco o con ritardo, e in questa maniera si vanno a ledere i diritti che dovrebbero essere, invece, garantiti da una immediata scarcerazione degli aventi diritto, che con il sovraffollamento stanno già espiando una pena aggiuntiva.

 

 

 

 

 

Le buone leggi servono, ma devono anche essere applicate

 

di Clirim Bitri

 

“Svuotacarceri” sono state chiamate tutte le misure emesse in materia penitenziaria negli ultimi anni, ma per chi in carcere c’è la situazione non è cambiata. Sempre più detenuti che ogni giorno devono abituarsi a vivere negli spazi più ristretti, i servizi e il personale sono meno di quelli che dovrebbero essere se in carcere ci fossero 45.000 detenuti, e invece siamo più di 62.000. In occasione dell’ultimo “Svuotacarceri” si è data enorme risonanza al NON RIENTRO dal permesso di un detenuto che era certificato non sano di mente, quando anche senza il nuovo decreto fra qualche mese lui comunque era già fuori. Ogni norma che è uscita, con l’intenzione di eliminare le condizioni degradanti nelle quali si trovano le carceri italiane, è stata accompagnata da una propaganda mediatica tale, che quasi quasi ho rischiato di convincermi anch’io che la norma è sbagliata. In realtà la convinzione che si deve fare urgentemente qualcosa rimane eccome. Rimane ogni volta che vedo le persone ammassate nelle celle e imbottite di psicofarmaci per non far casino, rimane ogni volta che vedo delle persone che si auto lesionano solo per dire che esistono, o che arrivano a suicidarsi perché proprio non ce la fanno più. Tra le nuove misure, si è anche alzato il tetto dell’affidamento ai Servizi Sociali da 3 a 4 anni, che vuol dire che chi deve fare gli ultimi anni di pena potrebbe uscire con questa misura, che permette di reinserirsi gradualmente nella società, ma conosco tanti detenuti ai quali per la posizione giuridica nulla impediva di avere questo beneficio, eppure sono ancora dentro. Le buone leggi servono, ma devono anche essere applicate, perciò oltre a fare dei provvedimenti bisogna trovare la maniera che quei provvedimenti producano degli effetti. Oggi fare il magistrato di Sorveglianza, che è quello che si occupa

dell’esecuzione delle pene, è difficile, è facile che si possa trovare sulle prime pagine dei giornali per aver concesso il permesso a chi non rientra in carcere o peggio ancora chi durante l’evasione commette qualche reato. Ma per la paura di concedere il beneficio alla persona che poi non si dimostra in grado di usufruirne nel modo giusto, non si può negare il beneficio a chi ha fatto un percorso difficile in queste condizioni di sovraffollamento, proprio con la speranza di iniziare una vita nuova diversa da quella di prima. La percentuale di evasioni dai permessi è molto inferiore all’1%, ma sono invece tantissimi i detenuti nelle condizioni di usufruire dei benefici di legge già esistenti a cui viene rigettata la richiesta. Bisogna pensare anche al fatto che non applicare la legge (quando ci sono le condizioni) può portare chi le regole le ha già infrante a non credere nella legge stessa, a sentirsi sfortunato di essere stato arrestato e non invece in colpa per aver sbagliato commettendo un reato.

 

 

 

 

Quanto è facile perdere quei giorni, che potrebbero accorciarti la pena

 

di Lorenzo Sciacca

 

 

Come sempre, quando si parla di carcere, la disinformazione prende corpo e descrive alla società una realtà

completamente distorta. Mi riferisco alle nuove misure che riguardano la liberazione anticipata, portata da 45 giorni a 75 a semestre per un periodo di 5 anni a partire dal 2010. Nei soliti dibattiti politici, si sta cercando di far passare l’idea che una persona entra in carcere con già uno sconto di pena dato da questi giorni. Io sono un detenuto che ha fatto parecchie carcerazioni, dunque so quanto sia facile perdere quei giorni che dovrebbero avvicinare una persona a riabbracciare la propria famiglia. Voglio partire dall’inizio di una carcerazione. Quando ti arrestano, devi aspettare i vari gradi di giudizio per avere la condanna definitiva, solo in quel momento potrai avanzare la richiesta di liberazione anticipata. Il momento dell’arresto è il periodo più delicato per una persona, perché emotivamente è un uomo distrutto e questo incide sul suo comportamento. Infatti credo che sia il periodo dove questo comportamento ti porterà più rapporti disciplinari da parte della direzione che, quando sarai definitivo, avranno come conseguenza che ti verranno rigettati i giorni di liberazione anticipata. Voglio portarvi un esempio su di me. Quando sono stato arrestato, 2009, avevo appena assistito al funerale di mio figlio. Ero distrutto. Vedevo solo nemici attorno a me. Sapevo che sarei arrivato a una condanna molto alta e che la mia vita stava subendo una catastrofe, ovviamente creata dal sottoscritto, ma non avevo mezzi per capirlo, dunque addossavo la colpa alle istituzioni. Dopo tre anni di detenzione sono arrivato ad avere la condanna definitiva a 30 anni per un cumulo giuridico e mi sono ritrovato nel carcere di Alessandria, dove ho cercato di riprendermi la vita, di provare a dare un senso a tutto quello che mi stava capitando. In poche parole depositare l’ascia di guerra e pensare a un riscatto per me e per la mia famiglia. Così decisi di studiare e diplomarmi geometra. Dopo 2 anni di buona condotta, il 27 dicembre 2012, mi trasferirono senza che avessi combinato niente. Per motivi di “Opportunità”. Ancora oggi non capisco che motivo sia, comunque ero a 5 anni di detenzione e i giorni di sconto di pena sono andati tutti a farsi fottere. Oggi le carceri vivono una situazione di sovraffollamento e questo problema incide molto sul comportamento della persona. Porto degli esempi molto banali. A Padova le celle sono predisposte per una sola persona, ci vivono in tre. Mettiamo caso che si è in due e ti vogliono mettere il terzo e ti rifiuti perché così facendo violano un diritto, ti fanno rapporto, vuol dire quasi certamente 45 giorni in più in carcere. Sono stato nel carcere di Cuneo e lì la liberazione anticipata potevi perderla anche se non andavi all’aria o a messa, con la motivazione che non stavi risocializzando. Potrei andare avanti a descrivere altre situazioni che portano la perdita dei giorni, ma non voglio apparire come un detenuto che è capace solo di lamentarsi. Voglio però far capire che a volte è difficile arrivare ad usufruire di un beneficio, proprio per le condizioni di disagio che si vivono. Io, oggi, ho la fortuna di far parte della redazione di Ristretti Orizzonti, dove mi viene data la possibilità di rivedere il mio passato criminale e di pensare a un futuro diverso. Tra i tanti progetti che abbiamo, ce n’è uno di vitale importanza per me, il progetto “Scuola Carcere” che vede entrare migliaia di studenti l’anno. Questo confrontarsi con i ragazzi è un motivo di riflessione per tutti noi.

Quello che mi chiedo è: invece di lamentarsi, di mettere in piedi delle vere e proprie campagne contro dei decreti che aiuterebbero a rendere più civile un carcere, perché non sforzarsi di riflettere sulla utilità della pena? Vedete noi in redazione cerchiamo di aprire sempre di più le porte  e dare la possibilità di riflettere sul reato commesso e di avvicinarsi alla società con incontri diversi. Ecco questo è l’obiettivo vero che non solo i politici dovrebbero avere, ma anche tutti quegli organi d’informazione che hanno la possibilità di far riflettere su quali sono le pene che tendono veramente alla rieducazione della persona e aiutano fortemente il suo riscatto.

 

 

 

 

 

 

Uno sconto di pena che crea meno danni di quanto possono creare queste galere disumane

 

“Decreto svuota-carceri: a Padova in 450 chiedono di uscire”: ma che cosa può immaginare, un lettore che sa poco di carcere, a leggere questo titolo? Probabilmente che dietro i cancelli del Due Palazzi premono tutti questi detenuti, che

sono lì lì per essere liberati, appena gli verrà concesso il nuovo sconto di pena previsto da questo decreto. Ma le cose non stanno esattamente così: ci sono, sì, moltissime domande di detenuti che chiedono questo nuovo sconto di pena (al massimo si tratta di otto mesi, per chi è in carcere dal 2010, sempre che si sia comportato in modo quasi perfetto), non certo però “domande di uscire”, perché ogni detenuto chiede la liberazione anticipata, anche se poi magari la sua prospettiva è di uscire fra dieci o fra venti anni. Naturalmente però l’effetto è molto più forte se si dà l’idea che grazie a

quel decreto le strade della nostra città si riempiranno presto di delinquere. Ecco perché vogliamo tornare a parlare di questo modesto sconto di pena, che crea meno danni di quanto oggi possono creare delle galere disumane e degradanti. Perché comunque le persone, qualche mese prima o qualche mese dopo, poi finiscono di scontarla, la pena, e allora poniamoci piuttosto il problema di COME la scontano.

 

a cura della Redazione

 

 

 

 

Quello sconto di pena non è certo un regalo

 

di Elton Kalica, Ristretti Orizzonti

 

 

Ormai, dopo le condanne della Corte europea, chi si occupa del problema del sovraffollamento ha compreso

che bisogna umanizzare il carcere. Da più parti arrivano dichiarazioni politiche, sentenze, leggi e circolari che affermano la necessità di rendere la galera umana. Ma come si fa? Rendendo le celle più spaziose? Quando parlo di condizione carceraria con gli studenti, mi basta chiedergli come si sentirebbero se fossero chiusi nella loro camera per un lungo periodo, per fargli capire che, per quanto una cella sia confortevole, se non si esce di lì, è sempre una tortura. Tuttavia, solo pochissimo tempo fa c’erano ministri e parlamentari di questo Paese che definivano le nostre galere degli “hotel a cinque stelle”, dove “hanno persino il televisore in cella”. E tuttora sono in tanti ad opporsi all’introduzione dei colloqui intimi perché l’amore è considerato ancora un lusso che ai detenuti non si può permettere: insomma, non sono degni di essere trattati come esseri umani. Nelle discussioni che si fanno tante volte in carcere ci siamo chiesti allora cosa renderebbe la galera più umana, e la risposta quasi corale è stata: “La galera che ti offre la speranza di uscire gradualmente, prima del fine pena, è una galera più umana”.

Insomma, una galera non può essere mai umana, ma può essere vissuta in modo più umano se c’è qualcosa da guadagnare, anzi se si può guadagnare la libertà. La convivenza forzata ha a che fare con tanti aspetti della vita delle persone, siano detenuti, agenti o operatori. E se anche all’interno di ogni famiglia è necessaria spesso una mediazione dei conflitti, immaginarsi cosa succede in un reparto di 75 detenuti che ne dovrebbe contenere 25, e con una decina di agenti che si danno il cambio in quattro turni: la gestione delle dinamiche che si sviluppano sarebbe impossibile se non ci fosse un sistema di premi, o meglio un sistema che faccia sperare. È dimostrato che le maniere forti non funzionano per mantenere l’ordine e mediare i conflitti, anzi non fanno altro che innalzare il tasso di violenza. Personalmente ho vissuto per cinque anni in un reparto di Alta Sicurezza dove non si aveva nulla da perdere, essendo tutti esclusi dalle misure alternative. Si poteva solo avere la liberazione anticipata, ovviamente se il detenuto dimostrava un’attitudine collaborativa. Ecco, in quei cinque anni ho preso solo un semestre di liberazione anticipata. Di certo mi avrebbe fatto comodo lo sconto di pena, e quando il magistrato me lo ha negato, ho fatto persino un ricorso in Cassazione. Ma nel mio fascicolo c’erano alcuni rapporti disciplinari, sufficienti perché fossi ritenuto non meritevole dello sconto. Passavo il mio tempo studiando e siccome ero escluso dalle altre misure alternative, stavo attento ad avere perlomeno i giorni della liberazione anticipata, ma mi era successo qualche volta di alzare la voce, oppure di unirmi ad una protesta collettiva. L’agente aveva scritto un rapporto e il direttore aveva protocollato. Quindi niente sconto di pena. Ogni volta che si parla di sconti di pena, nasce puntualmente un dibattito sulla galera, e ogni sconto sembra un regalo. Chi conosce le galere sa che si potrebbe parlare di regalo solo se il condannato fosse un automa capace di vivere per anni in una cella con altri sconosciuti, in condizioni igieniche anche precarie, rispettando in modo ligio ogni regola interna senza perdere mai la pazienza di fronte ad un abuso e nemmeno di fronte alla malattia, o alla morte di un proprio caro. Ma la realtà è molto più complicata perché la galera è un intreccio di vite complesse, di malattie, di solitudini, di disuguaglianze economiche e culturali. La prospettiva di uno sconto di pena è l’unico motivo per cui le persone private della libertà accettano di convivere anche in condizioni di subire ulteriori privazioni. E più le condizioni sono inumane più lo sconto di pena dovrebbe essere alto. Non si tratta di un regalo, ma di giustizia, poiché, così come chi ha commesso un reato paga con la galera, chi invece non riesce a garantire i diritti, paga togliendo un po’ di galera.

 

 

 

 

 

Lo svuota-chiacchiere

 

di Carmelo Musumeci

 

In Italia, una bugia detta tre volte spesso diventa una verità, specialmente quando è ripresa dalla stampa e dalla televisione. E il decreto originariamente partito come un provvedimento contro il sovraffollamento carcerario per “sanare” la condanna della Corte europea contro il nostro Paese per atti inumani e degradanti è stato ribattezzato dai mass media “svuotacarceri”. In questo modo la montagna ha partorito un topolino perché s’è scatenata la bolgia di chi la sparava più grossa: “Un favore alla mafia”, “Fuori migliaia di tossicodipendenti nelle strade a rapinare”, “Usciranno molti condannati per reati finanziari e politici corrotti”. Quest’ultima affermazione mi ha fatto amaramente sorridere perché nella grandissima maggioranza dei casi in carcere ci sono tossicodipendenti, immigrati e poveri cristi. I condannati nati con la camicia o che hanno qualche santo in paradiso in carcere non ci vanno quasi mai. E se ci vanno perché hanno rubato qualche milione di euro, vanno per lo più agli arresti domiciliari per qualche giorno nelle loro ville serviti dai loro domestici. Sembra incredibile ma ha fatto più scandalo la “medicina” per rispettare la Convenzione dei Diritti dell’uomo che la stessa condanna (e vergogna) che ha subito lo Stato italiano per trattamenti inumani e degradanti. Infatti, quasi nessun autorevole giornalista della carta stampata e della televisione ha scritto e ha detto che lo sconto di pena per buona condotta, che all’inizio nel testo del decreto era per tutti i condannati, era comunque a tempo e solo di pochi mesi. Quasi nessun autorevole politico, per non perdere consenso elettorale, ha dichiarato che se una persona va in carcere per avere commesso dei reati, una volta dentro

non dovrebbe essere punita di nuovo con un trattamento inumano e degradante. Quasi nessun autorevole magistrato ha detto che le sofferenze del sovraffollamento nelle nostre patrie galere non migliorano certo le persone ma le incattiviscono. E che poi, quando molti di loro usciranno, avranno più probabilità di commettere un reato. Per quel poco che possono contare queste cose, le dico io, ergastolano condannato a essere cattivo e colpevole per sempre. Aggiungo, per quello che può servire, che l’Italia ha appena subito un’altra condanna da parte della Corte europea per violazione dei diritti umani (Contrada contro Italia). E che nel carcere di Vibo Valentia s’è suicidato un altro detenuto, e un altro ancora in quello di Opera. Queste notizie però per i mass media italiani non sono rilevanti, per loro sono più importanti le polemiche scaturite dallo “Svuotacarceri”.